Martin Luther King III e Arndrea Waters King: «Gesù non ci ha chiesto di provare simpatia per i nostri nemici, ma di amarli»

domenica, 1 novembre 2026 razzismo   violenza   diritti umani   dialogo  

Photo: Fides News Agency

di Marie-Lucile Kubacki

Salt Lake City (Agenzia Fides) - A margine del Forum interreligioso del G20, che si svolge a Salt Lake City dal 15 al 17 ottobre 2026, l’Agenzia Fides ha potuto intervistare Martin Luther King III, figlio del famoso pastore e figura di spicco del movimento per i diritti civili, e sua moglie, Arndrea Waters King, attivista per la giustizia sociale e presidente del Drum Major Institute. In questa intervista parlano del ruolo dei leader religiosi di fronte alle divisioni, dell’amore per i nemici e dell’eredità spirituale della non violenza.

Durante il Forum interreligioso del G20, ha affermato che i responsabili. Delle comunità di credenti religiosi hanno un ruolo di primaria importanza da svolgere. Perché lo ritiene e come possono esercitare questo ruolo?

Martin Luther King III: Penso che i leader religiosi abbiano sempre saputo cogliere gli umori della società. Le persone si rivolgono a loro cercando integrità, unità, un messaggio in cui tutti possano riconoscersi. Credo quindi che abbiano una vocazione particolare. Questo li pone in una posizione davvero unica. Le loro parole possono unirci oppure creare divisioni. In alcuni casi hanno accentuato le divisioni. Ma quando questo ruolo viene esercitato pienamente, può dare vita a qualcosa di straordinario: quella che definirei la «comunità amata».

L’impegno di suo padre per la nonviolenza era profondamente radicato nella sua fede cristiana. Come è possibile amare il nemico?

Martin Luther King III: La mia esperienza è particolare: mio padre è stato ucciso quando avevo dieci anni e mia nonna quando ne avevo sedici. Eppure ho dovuto imparare a non odiare. Ho dovuto imparare ad amare, perché avevo davanti a me esempi di amore e di perdono. Non posso dire a nessuno che debba fare altrettanto. Posso soltanto raccontare la mia storia e dire: «Per me ha funzionato. Forse potreste prendere in considerazione questa strada anche nella vostra vita», perché è più liberante dell’alternativa, che sarebbe vivere nell’amarezza per tutta la vita.

Arndrea Waters King: Indicherò due modi concreti per farlo. Il primo: il dottor King parlava della necessità di distinguere l’atto malvagio dalla persona che lo compie. Ci sono azioni che non vanno accettate. Occorre trovare il modo di separare l’atto dalla persona. Questo è il primo passo; poi ci si oppone a quell’atto. Il secondo: diceva spesso di essere felice che Gesù non ci avesse chiesto di provare simpatia per i nostri nemici. Ha detto: «Amate i vostri nemici». Abbiamo parlato del fatto che, quando parliamo d’amore, ci riferiamo alla sua forma più alta, che non ha nulla di sentimentale. È un riconoscimento. È di questo amore che stiamo parlando.
Aggiungeva: «Sono davvero felice che non ci sia stato chiesto di provare simpatia per i nostri nemici, perché ci sono persone per le quali proprio non ne proverò». Quando sento Martin Luther King Jr dire queste parole, mi sento un po’ meglio. Proseguiva: «Non proverò simpatia per chi ha fatto esplodere una bomba a casa mia. Non proverò simpatia per chi ha fatto esplodere una bomba in chiesa e ha ucciso quattro bambini innocenti». Ci sono persone per le quali non proveremo simpatia, ma non siamo chiamati a provare simpatia per tutti. Siamo chiamati ad amare. Ancora una volta, dobbiamo comprendere che questo amore non è sentimentale: è un riconoscimento. E torniamo alla necessità di distinguere l’atto malvagio dalla persona che lo compie.

Lei ha proseguito la lotta dei suoi genitori contro il razzismo e la violenza. In base alla sua esperienza, in che modo la fede cristiana può guidare la risposta delle comunità ecclesiali verso chi subisce violenza e razzismo?

Martin Luther King III: La prima cosa da fare è riconoscere la verità, riconoscere che esiste un problema. Spesso lasciamo semplicemente correre: «Non vogliamo parlare di questioni razziali. Non vogliamo parlare di queste ingiustizie». Si dice che un popolo che non ricorda la propria storia sia condannato a ripetere gli errori del passato. Le Chiese dovrebberodire: «No, affronteremo queste conversazioni, per quanto difficili». Perché l’unico modo per affrontare un problema è anzitutto riconoscere che esiste. Una volta riconosciuto, si può cominciare a elaborare una strategia per affrontarlo.

Arndrea Waters King: Una delle cose che vorrei ricordare è che Howard Thurman fu una delle maggiori fonti d’ispirazione di Martin Luther King Jr. Thurman era una splendida figura di mistico cristiano. Quando viaggiava, Martin Luther King Jr portava sempre con sé la sua Bibbia da viaggio e un altro libro: Jesus and the Disinherited, scritto da Howard Thurman. Il libro parla di Gesù, del cristianesimo e degli oppressi, e del fatto che Gesù è sempre dalla parte degli oppressi. Parla di giustizia sociale e della chiamata rivolta alle persone di fede: perché e come impegnarsi.

Come valutate il crescente ricorso ad argomenti religiosi nelle retoriche nazionaliste?

Martin Luther King III: In un certo senso, mi sembra una logica di segregazione. Certo, a volte ci si separa per raggiungere un livello più alto, ma la segregazione e il nazionalismo, a mio giudizio, non rappresentano il livello più alto a cui possiamo aspirare. Creano ulteriori divisioni e, ancora una volta, segregazione, anziché quella che mio padre avrebbe definito la «comunità amata». Vi si trovano anche residui di razzismo. Dobbiamo allontanarci dal razzismo, non andare verso il razzismo e la segregazione.

Arndrea Waters King: Se si guarda davvero al pensiero di Martin Luther King Jr e del reverendo C. T. Vivian, un pastore cristiano per il quale ho lavorato, al centro c’è proprio l’idea di riunirci tutti, di restare uniti, di lavorare insieme. Il movimento per i diritti civili era multiculturale e multireligioso e, naturalmente, molti dei suoi esponenti religiosi erano pastori cristiani. Prima parlavamo del concetto di amore. Se si guarda all’esempio di Gesù Cristo e si comprendono davvero quei messaggi, trovo molto difficile ritrovare quella voce di Cristo, quella voce dell’amore e dell’unità, nell’ideologia del nazionalismo cristiano e nell’esclusione degli altri.
Prima parlavamo dei diversi livelli dell’amore descritti da Martin Luther King, a partire da quello più elementare, che, secondo lui, nessuno di noi dovrebbe fare proprio: l’amore utilitaristico, per cui si ama qualcosa soltanto finché ci è utile. Poi c’è l’amore dell’amicizia. Diceva che non è la forma più alta dell’amore, perché amiamo i nostri amici perché loro amano noi. L’amore umanitario è un bellissimo amore, ma non è il più alto, perché, diceva, si rischia di amare tutto in generale e niente in particolare. L’amore romantico, per quanto meraviglioso, non è il più alto. Poi, naturalmente, parlava dell’amore di una madre. Ma la forma più alta dell’amore è l’agape.
Questo amore si fonda sul legame che unisce tutti noi in quanto esseri umani. È così che possiamo costruire la comunità amata. Si tratta di andare oltre la dimensione sentimentale e di elevare l’amore a questo livello più alto, che è un riconoscimento: riconoscere che siamo tutti figli di Dio, vedere il nostro riflesso ovunque andiamo e comprendere che siamo tutti legati gli uni agli altri, perché siamo stati tutti creati dal Creatore.

Concretamente, come possono i leader religiosi tradurre tutto questo in pratica quando le divisioni cominciano a insinuarsi nelle loro Chiese o nelle comunità locali?

Arndrea Waters King: L’anno scorso abbiamo avuto il privilegio di partecipare alla cerimonia del Premio Nobel per la pace. Una delle cose che hanno colpito entrambi è stata la scoperta di un Museo Nobel dedicato a tutti i vincitori. Abbiamo saputo che, tra tutte le esposizioni dedicate ai premiati, quella su Martin Luther King Jr è la più visitata. Non lo dico per orgoglio. Credo che sia, ancora una volta, il segno di una ricerca, di una sete di quel messaggio: un messaggio di unità, che ci invita a riunirci tutti. Penso quindi che spetti a tutte le persone di buona volontà continuare a tornare a quel messaggio.
Come ricordavamo prima, l’ultimo libro di Martin Luther King Jr era Where Do We Go from Here: Chaos or Community?— «Dove andiamo: verso il caos o verso la comunità?». Non conosco nessuno al mondo che negli ultimi anni non si sia sentito toccato dal caos. Ora è tempo che tutti noi costruiamo comunità. Ma questo ci ricorda anche che ciascuno ha un ruolo unico, di primo piano e insostituibile nella costruzione di quella comunità amata. È tempo che ognuno trovi il proprio ruolo e contribuisca a costruirla. (Agenzia Fides 1/11/2026)


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