Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.Cristiani in Algeria, “granello di incenso” alla “scuola del deserto”. La Lettera del Vescovo di Laghouat dopo la visita del Papahttps://www.fides.org/it/news/77708-Cristiani_in_Algeria_granello_di_incenso_alla_scuola_del_deserto_La_Lettera_del_Vescovo_di_Laghouat_dopo_la_visita_del_Papahttps://www.fides.org/it/news/77708-Cristiani_in_Algeria_granello_di_incenso_alla_scuola_del_deserto_La_Lettera_del_Vescovo_di_Laghouat_dopo_la_visita_del_PapaLaghouat - Un mese fa papa Leone XIV metteva piede sul suolo algerino per una visita storica. Incontrava un popolo attraversato da un profondo senso religioso e celebrava la Messa nella basilica di Sant’Agostino ad Annaba, dopo aver visitato, visibilmente commosso, il sito archeologico dell’antica Ippona, la città dove fu Vescovo il santo delle “Confessioni” e della “Città di Dio”. Nell’omelia rivolgeva allora un forte appello alla comunità cristiana locale: «Su questa terra, cari cristiani d’Algeria, restate un segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni autentiche e un dialogo vissuto giorno per giorno: darete così sapore e luce ai luoghi in cui vivete. La vostra presenza nel Paese fa pensare all’incenso: un grano incandescente che diffonde il suo profumo perché rende gloria al Signore e porta gioia e conforto a molti fratelli e sorelle». Questo incenso, «piccolo elemento prezioso», simbolo di una presenza discreta ma persistente, il Papa incoraggiava a diffonderne il «soave odore» attraverso la lode, la benedizione e la supplica.<br /><br />L’appello non è caduto nel vuoto. Nella diocesi di Laghouat Ghardaïa il vescovo Diego Sarrió Cucarella, missionario spagnolo dei Padri Bianchi, già Presidente del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica dal 2017 al 2024, ha appena pubblicato la sua prima lettera pastorale riflettendo sull’invito di Papa Leone XIV, e richiamando il deserto algerino come luogo in cui vibra anche la testimonianza dei battezzati nel nome di Cristo. <br />«Per quanto riguarda il tema del deserto, esso nasce anzitutto dall’esperienza concreta della nostra Chiesa locale. Nel sud dell’Algeria il deserto non è soltanto una realtà geografica: è una scuola spirituale e umana», confida il vescovo a Fides; e ancora: «Il deserto ci ricorda la nostra fragilità, il bisogno degli altri e il bisogno di Dio. Ci insegna la sobrietà, l’essenziale, la pazienza e una fraternità concreta». L’altro elemento decisivo è la visita del Papa. «Ho voluto pubblicare questa lettera proprio ora perché la visita del Santo Padre ha rappresentato per noi una grazia e una luce», confida il vescovo a Fides, aggiungendo che le parole del Pontefice hanno aiutato la comunità a rileggere «più profondamente la nostra vocazione di piccola Chiesa presente in mezzo a un popolo a maggioranza musulmana». «Penso anche che la visita abbia avuto un significato importante per l’intera società algerina. Molti hanno percepito nei gesti e nelle parole del Santo Padre un sincero rispetto verso la storia, l’identità religiosa e la dignità del popolo algerino. I suoi richiami alla pace, alla fraternità e al dialogo hanno trovato una risonanza reale, soprattutto in un Paese segnato da una memoria ancora viva dei conflitti degli anni passati», prosegue. «Ci auguriamo inoltre che il clima di fiducia e di rispetto reciproco, rafforzato da questa visita, possa favorire, col tempo, anche un’evoluzione positiva di alcuni aspetti amministrativi e giuridici che riguardano la vita della Chiesa cattolica nel Paese, sempre nello spirito del dialogo e del bene comune», aggiunge, prima di sottolineare: «Credo che uno dei frutti più preziosi sia stato quello di aver dato visibilità a quel “dialogo della vita” che qui si vive quotidianamente in modo semplice e discreto: relazioni di amicizia, ospitalità reciproca, vicinanza umana e rispetto reciproco tra cristiani e musulmani».<br /> <br />L’immagine del «granello d’incenso», in particolare, esprime con semplicità e profondità ciò che questa presenza ecclesiale è chiamata a vivere: «una presenza discreta, fraterna, orante, che non cerca la messa in primo piano ma la fedeltà evangelica», osserva il vescovo.<br />La lettera si apre proprio su questo simbolo. Riprendendo l’immagine del granello d’incenso, egli afferma che la Chiesa non viene definita secondo categorie di potere, influenza o successo, ma secondo la logica evangelica dell’offerta, della discrezione e della fecondità nascosta. Per questo la lettera assume innanzitutto un tono contemplativo. Il vescovo non propone un programma fatto di ricette facili da applicare, ma piuttosto una meditazione spirituale sulla forma che la testimonianza cristiana è chiamata ad assumere in questa terra, articolata attorno a tre dimensioni: una presenza umile in mezzo al popolo algerino, una vita che si dona silenziosamente e un orientamento costante verso Dio, dal quale soltanto può nascere una vera fraternità.<br />Il deserto, scrive il vescovo, non è «soltanto una realtà geografica, ma una vera e propria scuola spirituale». La lunga citazione papale riportata nella lettera chiarisce questo punto con forza: «Nel deserto non si sopravvive da soli. I rigori della natura riportano alla loro giusta misura ogni pretesa di autosufficienza e ricordano a ciascuno che abbiamo bisogno gli uni degli altri e che abbiamo bisogno di Dio». <br />La riflessione del vescovo assume questa frase come una vera ermeneutica del presente. Nel deserto cadono le illusioni di autosufficienza, ed è proprio per questo che la Chiesa può riscoprire il suo volto più autentico: una comunità relazionale e interdipendente, sotto lo sguardo di Dio, perché il deserto è il luogo in cui Dio parla al cuore del suo popolo. È luogo di prova e, allo stesso tempo, di purificazione, dove lo stesso Cristo si ritira prima della missione. «Così, il deserto non ci impoverisce: ci ricentra. Non ci chiude: ci apre all’essenziale», prosegue mons. Diego Sarrió Cucarella. Il deserto assume tratti molto concreti. Il vescovo richiama infatti il dramma dei migranti che attraversano il Sahara, ricordando che esso, come il Mediterraneo, non deve mai diventare un luogo in cui la speranza si spegne o in cui la vita umana è dimenticata.<br />In questo contesto, Charles de Foucauld è una figura di primo piano di questa «scuola del deserto». Di lui il vescovo sottolinea soprattutto lo stile: «Ciò che colpisce del suo cammino non è anzitutto ciò che ha fatto, ma il modo in cui ha scelto di vivere. Non è venuto con progetti visibili o ambizioni umane. Ha semplicemente scelto di abitare questo Paese, di condividere la vita di coloro che lo circondavano e di stare davanti a Dio in una fedeltà umile e quotidiana». A sostegno, cita la meditazione del «fratello universale» sul testo di Luca 8,16: «Tutta la nostra esistenza, tutto il nostro essere deve gridare il Vangelo dai tetti; tutta la nostra persona deve respirare Gesù». Non si tratta dunque di logorarsi in un attivismo missionario, ma prima di tutto di lasciarsi abitare da Cristo. «Essere come un granello d’incenso significa accettare di non essere al centro», sottolinea il vescovo.<br />Viene poi la dimensione dell’offerta: «l’incenso diffonde il suo profumo solo consumandosi», e questo diventa una metafora «della fedeltà nelle cose semplici e ripetitive», della «pazienza nelle relazioni», della «perseveranza nelle difficoltà», del «dono di sé senza riconoscimento». Più che una teologia generale della minoranza, mons. Cucarella propone una teologia della relazione e della semplicità, dell’autenticità della vita cristiana, che dà forma a un concreto stile di vita ecclesiale: piccolo ma non ripiegato su sé stesso, fragile ma non impaurito, contemplativo ma non disincarnato, fraterno senza ambizioni di conquista. Una Chiesa che accetta la propria piccolezza non come un fallimento, ma come lo spazio in cui Dio può agire più liberamente. È in questo che Comme un grain d’encens assume una grande portata, perché mostra che, in un’epoca spesso ossessionata dalla visibilità e dalle cifre, la fecondità cristiana può avere il volto semplice di una presenza che prega, serve, accompagna e, attraverso i gesti semplici di ogni giorno, impregna l’aria di un delicato profumo di Vangelo. <br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="https://www.fides.org/it/attachments/view/file/20260516-Diego-Sarrio-Cucarella_Comme-un-grain-dencens.pdf">Lettera Pastorale di Diego Sarrió Cucarella</a>Wed, 20 May 2026 11:35:33 +0200ASIA/MYANMAR - Radio Veritas Asia, una voce di speranza tra i profughi del conflitto civilehttps://www.fides.org/it/news/77707-ASIA_MYANMAR_Radio_Veritas_Asia_una_voce_di_speranza_tra_i_profughi_del_conflitto_civilehttps://www.fides.org/it/news/77707-ASIA_MYANMAR_Radio_Veritas_Asia_una_voce_di_speranza_tra_i_profughi_del_conflitto_civileBanmaw - Nelle zone remote, tra i profughi che hanno lasciato le città e i villaggi a causa del conflitto, nelle comunità segnate dalle ferite della guerra civile e dalla precarietà, una voce continua a infondere speranza e a sostenere la fede: è quella di Radio Veritas Asia che in Myanmar trasmette in varie lingue locali e che rappresenta un punto di riferimento per i fedeli delle diverse diocesi ed etnie. Le comunità cattoliche in Myanmar, riconoscendone l'importanza per la missione di portare il Vangelo nell'etere e attraverso il mondo digitale, hanno vissuto la "Giornata di Radio Veritas", celebrata a livello locale domenica 17 maggio.<br />Nell'estremo Nord del Myanmar, nello stato Kachin, oltre 500 cattolici si sono radunati in un campo per sfollati interni, situato nella diocesi di Banmaw, per celebrare la Giornata di RVA in lingua Kachin. Raymond Sumlut Gam, Vescovo di Banmaw, ha rimarcato la missione principale di Radio Veritas Asia: "predicare il Vangelo". Citando il brano del Vangelo di Matteo "Quello che vi dico nelle tenebre, ditelo alla luce del sole; e quello che udite all'orecchio, predicatelo dai tetti", il Vescovo ha spiegato che "questo è precisamente il lavoro che RVA svolge", invitando i fedeli partecipare a questa missione. E ha affermato: “RVA è un mezzo di comunicazione che diffonde la verità. Partecipiamo, doniamo e preghiamo per quanti ci lavorano", ricordano la storia di RVA Kachin, iniziata nel 1982 e che tuttora è "una fonte di incoraggiamento spirituale per molti fedeli nella prova"<br />Nel medesimo stato Kachin, 250 tra fedeli, catechisti e affezionati ascoltatori di Radio Veritas in lingua Rawang hanno voluto riunirsi per celebrare l'ottavo anniversario del servizio che trasmette la Buona Novella nella lingua locale. Nella chiesa di San Giuseppe nella diocesi di Myitkyina, il parroco padre Mark Kyi Moe, ha espresso grande gioia e orgoglio per il fatto che il servizio di RVA Rawang sia uno strumento prezioso per diffondere il Vangelo tra le tribù Rawang, trasmettendo contenuti come notizie religiose, apprendimento di cultura generale e momenti di preghiera.<br />Più a Sud, nella diocesi di Pathein, a celebrare la giornata RVA , il 17 maggio, è stata la comunità di etnia Karen, che ha un sevizio di RVA nella propria lingua: in una celebrazione eucaristica, mons. Henry Eikhlein, Vescovo di Pathein, ha osservato che "la Giornata di RVA è un'occasione per apprezzare il servizio di testimonianza del Vangelo". "La testimonianza - ha proseguito - deriva dalla fede in Cristo risorto come hanno insegnato San Paolo, San Pietro e altri santi, che lo hanno testimoniato coraggiosamente in tutto il mondo". Quegli apostoli - ha proseguito - sono un esempio per i fedeli birmani che lottano nella difficoltà e in un contesto di precarietà e sofferenza in cui "le parole di speranza diffuse da RVA aiuta a sostenere e a far crescere la nostra fede giorno dopo giorno". <br />"E' importante - ha concluso - che il popolo Karen continui a testimoniare la propria fede attraverso la lingua madre", ricordando che il servizio di RVA Karen è stato istituito nel 1982 e, da allora, è un saldo punto di riferimento per la comunità locale, grazie al lavoro di sacerdoti e suore che si dedicano ogni giorno a questa forma di apostolato, diffondendo i messaggi del Papa e programmi di storia della Chiesa in lingua Karen.<br />Le trasmissioni generaliste di Radio Veritas Asia, che ha la sede principale a Manila, nelle Filippine, sono iniziate nel 1969 su iniziativa della Federazione delle Conferenze Episcopali dell'Asia . Il servizio linguistico dedicato al Myanmar è partito nel 1978, con la lingua birmana, poi sono seguite, negli anni successivi, le trasmissioni nelle altre lingue interne alla nazione, dedicate ai fedeli delle minoranze etniche. <br /> Wed, 20 May 2026 11:01:55 +0200AFRICA/NIGERIA - Preoccupazione per gli insegnanti e gli alunni rapiti nello Stato di Oyohttps://www.fides.org/it/news/77706-AFRICA_NIGERIA_Preoccupazione_per_gli_insegnanti_e_gli_alunni_rapiti_nello_Stato_di_Oyohttps://www.fides.org/it/news/77706-AFRICA_NIGERIA_Preoccupazione_per_gli_insegnanti_e_gli_alunni_rapiti_nello_Stato_di_OyoAbuja – “Pregate per il rilascio delle persone rapite nelle scuole di Ogbomoso” ha chiesto ai fedeli Mons. Emmanuel Adetoyese Badejo, Vescovo di Oyo, nell’omonimo Stato nel sud-ovest della Nigeria, al confine con il Benin<br />“Alla luce del recente rapimento di insegnanti e studenti nelle scuole di Ogbomoso, chiedo con urgenza di pregare per la liberazione dei prigionieri in ogni Santa Messa così come in ogni sessione di preghiera di intercessione, compresa la Novena allo Spirito Santo” ha invitato Mons. Badejo. “Chiedo inoltre di pregare con fervore per il nostro governo, affinché Dio conceda ai nostri leader la saggezza, la perspicacia e il coraggio necessari per agire con prontezza e decisione a tutela del nostro popolo” conclude il Vescovo.<br />Il 15 maggio un commando di uomini armati a bordo di motociclette ha attaccato diverse scuole nella zona di Ahoro-Esinele del distretto di Oriire, vicino a Ogbomoso. Tra gli istituti scolastici presi di mira c’à la Baptist Nursery and Primary School di Yawota, la Community Grammar School di Esiele e la LA Primary School di Ogbomoso. <br />Secondo la polizia nigeriana due persone sono state uccise nell'attacco e almeno 45 studenti, un preside e sette insegnanti sono stati rapiti. Domenica 17 maggio, sui social media sono apparsi video che mostravano il preside e un'insegnante, che imploravano il governo federale e quello statale di agire per il loro rilascio. Secondo il governatore dello Stato di Oyo un insegnate di matematica è stato ucciso mentre era ancora nelle mani dei rapitori. Il governatore ha inoltre confermato che le forze dell'ordine hanno arrestato sei persone nelle comunità prese di mira per presunte complicità con i sequestratori, insieme ad altre tre "persone di interesse".<br />Secondo il governatore la crescente pressione sui gruppi jihadisti nel nord-est, ha fatto sì che questi ultimi si stiano spostando in altre regioni, tra cui il sud-ovest. La pressione dei gruppi jihadisti di origine nigeriana si sta intensificando anche nel confinante Benin, al punto che unità dell’esercito nigeriano sono state inviate nel Paese vicino per aiutare le forze di sicurezza locali a contenere la minaccia.<br />Il 19 maggio, gli insegnanti hanno organizzato proteste a Ogbomoso, bloccando le attività scolastiche e chiedendo provvedimenti urgenti per garantire maggiore sicurezza nelle scuole. <br /><br />Wed, 20 May 2026 10:50:30 +0200“Come l’argilla nelle mani del vasaio”. Al via il lavoro sulla "Positio" nella Causa di canonizzazione di padre Emiliano Tardifhttps://www.fides.org/it/news/77705-Come_l_argilla_nelle_mani_del_vasaio_Al_via_il_lavoro_sulla_Positio_nella_Causa_di_canonizzazione_di_padre_Emiliano_Tardifhttps://www.fides.org/it/news/77705-Come_l_argilla_nelle_mani_del_vasaio_Al_via_il_lavoro_sulla_Positio_nella_Causa_di_canonizzazione_di_padre_Emiliano_Tardifdi Javier Trapero<br /><br />Madrid - Padre Emiliano Tardif , sacerdote canadese della Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore e noto predicatore del Rinnovamento Carismatico Cattolico, iniziò la sua attività missionaria nella Repubblica Dominicana poco dopo l’ordinazione sacerdotale ricevuta in Canada. Dopo alcuni anni di intenso lavoro pastorale, si ammalò gravemente di tubercolosi polmonare, malattia che lo costrinse a rientrare nel suo Paese d’origine, dove fu ricoverato con una prognosi poco favorevole. I medici ritenevano necessario almeno un anno di degenza per la sua guarigione. La sua storia è raccontata nel film “Día 8. El soplo del Espíritu”, uscito nelle sale cinematografiche in Spagna l’8 maggio.<br /><br />Padre Emiliano era convinto che la sua missione dovesse essere vissuta accanto ai più poveri e a quanti avevano maggiormente bisogno dell’amore misericordioso di Gesù. Il postulatore della causa di beatificazione, Padre Joaquín Herrera, MSC, sottolinea alcuni elementi determinanti nella formazione del suo spirito missionario. Il primo fu l’esperienza familiare: i suoi genitori erano profondamente religiosi e il padre si distingueva per una particolare generosità. Lo stesso padre Emiliano affermava che suo padre possedeva “il dono della povertà”. Il secondo fattore fu il carisma dei Missionari del Sacro Cuore, impegnati ad annunciare nel mondo il messaggio di Gesù, che ama ogni persona con un amore tenero, compassionevole, misericordioso, forte e costante.<br /><br />Nel periodo del ricovero ospedaliero si verificò un episodio che segnò profondamente la sua vita. Un gruppo del Rinnovamento Carismatico Cattolico si offrì di pregare per la sua guarigione. Sebbene le precedenti esperienze con questo movimento nelle parrocchie in cui aveva svolto il suo ministero non fossero state particolarmente positive, padre Emiliano accettò. Egli raccontava che, mentre il gruppo pregava, avvertì un intenso calore al petto e cominciò a sentirsi meglio. Alcuni giorni dopo, i medici constatarono con sorpresa la completa scomparsa della tubercolosi.<br /><br />“La sua guarigione -racconta padre Joaquín - lo trasformò in un uomo di preghiera. “La verità è che penso che anche a me, Dio stia chiamando a essere un uomo di una preghiera più profonda. Chi lavora con il miele, qualcosa gli resta addosso. Spero che resti anche a me. Credo che questo lavoro mi chiama a pregare, a interiorizzarlo. È come quando ti invitano a predicare un ritiro: lo fai pensando a come portare il Vangelo a coloro ai quali parlerai, ma poi ti accorgi che è anche per te. Nella misura in cui lavori per donarti, il Signore ti dice che questo è anche per te”.<br /><br />Al suo ritorno nella Repubblica Dominicana, Emiliano Tardif divise il suo tempo tra il ministero parrocchiale e la predicazione, ma poco dopo chiese ai suoi superiori di dedicare la sua attività alla chiamata che sentiva dal Signore: annunciare Cristo vivo. Padre Joaquín lo spiega così: “Unì la spiritualità del Cuore, propria dei Missionari del Sacro Cuore, con l’ardore missionario della Nuova Evangelizzazione. Fece della devozione al Sacro Cuore il centro della sua vita spirituale e annunciò il Vangelo dell’amore misericordioso, presentando Gesù vivo, desideroso di far conoscere ai poveri di questo mondo che Dio li ama, in modo particolare i malati. Era sempre disponibile, con la fiducia posta in Dio, che è amore”.<br /><br />Padre Joaquín racconta un aneddoto molto particolare che gli è accaduto con lui. In una conversazione, padre Tardif gli diceva che loro erano come asini, che portano grandi carichi per servire gli altri. Non avrebbe mai immaginato che quelle parole sarebbero rimaste impresse nella sua memoria al punto che, anni dopo, quelle parole avrebbero dato il titolo al suo libro “Soy el burro de Jesús”.<br /><br />Padre Herrera ha conosciuto padre Tardif prima della guarigione, ma soprattutto dopo, quando ormai era orientato ad annunciare Gesù vivo e a coltivare il dono della guarigione. Nel suo racconto emerge con forza la trasformazione interiore: “Ho visto un altro Emiliano. Un Emiliano che continuava a essere pienamente Missionario del Sacro Cuore, ma ora totalmente aperto allo Spirito Santo, che lo ha condotto su strade che lui stesso non avrebbe mai immaginato. Come persona è rimasto lo stesso: disponibile, laborioso, anche se più attento alla salute, molto umile e gioioso. Dopo la guarigione lo ho visto più aperto, con una maggiore capacità di riconoscere l’amore di Dio. Con una convinzione più profonda nelle parole di Gesù: «Chi crede in me, compirà anch’egli le opere che io compio, e ne farà di più grandi» , concretizzate nel ministero di guarigione. Si notava in lui un cambiamento nella vitalità dello spirito, con più forza, totalmente donato alla sua nuova missione”.<br /><br />Si presentava in modo semplice, senza dare importanza ai propri studi o titoli. Parlava dell’esperienza di Gesù vivo che agisce oggi, Gesù che ama. Sentiva di essere stato scelto proprio per questo. Era lo stesso sia quando si relazionava con una persona umile nella Repubblica Dominicana, sia quando incontrava la regina Fabiola in Belgio. Non faceva distinzione tra le persone. Spesso ai suoi incontri partecipavano anche personalità di rilievo. Infatti, alla sua morte, il presidente della Repubblica Dominicana decretò un giorno di lutto nazionale.<br />Non si trattò soltanto di una manifestazione del popolo, delle persone semplici che aveva aiutato e per le quali si era fatto missionario, ma anche di un riconoscimento a livello sociale più alto per la sua opera.<br /><br />In questa prospettiva si inserisce anche il lavoro attualmente avviato sulla Positio. “Affronto il lavoro della Positio come una delle ‘trappole’ di Dio” spiega con tono scherzoso padre Joaquín Herrera. “Ho appena concluso un incarico importante a Roma per la Congregazione; avrei dovuto tornare come missionario in America Centrale, dove ho trascorso decenni, ma ho deciso di rientrare in Spagna e, proprio ora che mi trovo con più tempo da dedicare ad attività più ‘intellettuali’, inizia la fase di redazione della Positio della causa di Emiliano Tardif. Un lavoro che avevo già svolto con i Beati Martiri del Quiché in Guatemala. Lo affronterò con entusiasmo, so che mi costerà molto, ma Dio provvederà. Spero di avere la salute per portarlo a termine. Forse potrò consegnare la Positio completata tra un anno e mezzo”.<br />E continua: “Semplicemente con l’incarico e in attesa dei 12 volumi di documentazione della fase diocesana, sto già sentendo il bisogno di pregare. Non so cosa mi riserverà questo processo; lo Spirito Santo lo illuminerà. Il testo dell’immaginetta della mia ordinazione diceva: «Guardate, come l’argilla nelle mani del vasaio, così siete voi nelle mie mani» . Conclude: “È una delle cose che ho riscoperto in Emiliano, o almeno di cui ho preso maggiore coscienza: anche lui ha saputo distaccarsi da molte cose per compiere ciò che Dio gli aveva affidato, annunciare un Gesù vivo e guarire persone con grandi difficoltà”. <br />Wed, 20 May 2026 10:12:17 +0200ASIA/SRI LANKA - Allerta dengue: nelle parrocchie, clero, personale, volontari e fedeli si riuniscono in comitati per la prevenzionehttps://www.fides.org/it/news/77704-ASIA_SRI_LANKA_Allerta_dengue_nelle_parrocchie_clero_personale_volontari_e_fedeli_si_riuniscono_in_comitati_per_la_prevenzionehttps://www.fides.org/it/news/77704-ASIA_SRI_LANKA_Allerta_dengue_nelle_parrocchie_clero_personale_volontari_e_fedeli_si_riuniscono_in_comitati_per_la_prevenzioneColombo - Sono quasi 28 mila i casi di dengue e 15 i decessi registrati dall'inizio del 2026 ad oggi nello Sri Lanka e, ad aggravare l'epidemia sono le imminenti piogge monsoniche che favoriscono la riproduzione dei mosquito vettori del virus. Il totale per l'intero anno 2025 è stato di circa 51 mila casi. Secondo le autorità sanitarie locali casi sono stati registrati in tutti i 25 distretti, con il maggior numero di contagi tra Colombo, Gampaha, Matara, Galle, Ratnapura e Kalutara, nonché nell'area del Consiglio municipale di Colombo, tutti nella Provincia Occidentale. A dare l’allarme l'Unità nazionale per il controllo della dengue dello Sri Lanka riporta che la proliferazione delle zanzare sta aumentando rapidamente nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei centri religiosi e negli enti pubblici, principalmente a causa di uno smaltimento improprio dei rifiuti. <br /><br />Nello Sri Lanka, principalmente nelle zone costiere e occidentali, i cattolici costituiscono una minoranza tuttavia la Chiesa si è sempre mobilitata efficacemente durante le crisi sanitarie e rimane attiva nelle iniziative a livello comunitario concentrandosi sull'eliminazione dei focolai di riproduzione della malattia negli spazi comunitari e religiosi. Particolarmente sensibile il cardinale Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo, impegnato attivamente nella gestione di queste problematiche di salute pubblica. Nel corso degli anni, durante le epidemie di dengue, ha sempre invitato alla preghiera, al digiuno e ad azioni concrete come campagne di pulizia. Durante l'epidemia del 2017, che ha registrato picchi significativi con oltre 186 mila casi sospetti e centinaia di morti, il cardinale Ranjith aveva indetto una settimana di preghiera e digiuno, una novena a San Sebastiano, protettore contro la peste e le epidemie, messe speciali e processioni, oltre all’invocazione della Beata Maria Vergine e di tutti i Santi. <br /><br />Tra le misure pratiche di prevenzione indicate per i centri religiosi il NDCU in particolare ha suggerito interventi di pulizie settimanali. Ad esempio, la domenica mattina per le chiese o in giorni appropriati per altre fedi, coinvolgendo clero, personale, volontari e fedeli. Tra le altre proposte anche l’istituzione nelle parrocchie di ‘comitati per la prevenzione della dengue’, analogamente ad altri gruppi comunitari, e il coinvolgimento di gruppi giovanili collegando l'iniziativa ai temi della cura e della tutela del creato.<br /><br /> <br />Wed, 20 May 2026 08:56:24 +0200ASIA/MONGOLIA - Padre Costa: La Chiesa in Mongolia è anche “laboratorio” di sinodalità e inculturazionehttps://www.fides.org/it/news/77703-ASIA_MONGOLIA_Padre_Costa_La_Chiesa_in_Mongolia_e_anche_laboratorio_di_sinodalita_e_inculturazionehttps://www.fides.org/it/news/77703-ASIA_MONGOLIA_Padre_Costa_La_Chiesa_in_Mongolia_e_anche_laboratorio_di_sinodalita_e_inculturazioneUlaanbaatar - Nel cuore di una Chiesa numericamente piccola e sorprendentemente creativa, la “settimana pastorale” appena vissuta dalla Prefettura apostolica di Ulan Bator ha offerto quest’anno un laboratorio molto concreto di sinodalità e inculturazione, segnato dalla presenza di padre Giacomo Costa, consultore della Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi. <br />Tra i momenti più significativi della settimana, l’inaugurazione il 5 maggio dello Studium, nuovo Centro di ricerca sulla lingua e la cultura mongole, dice molto del modo in cui la Chiesa cattolica in Mongolia cerca, da anni, di radicarsi in profondità nel tessuto culturale del Paese. Promosso dalla Prefettura apostolica, questo progetto è, come ha confidato a Fides il Prefetto apostolico, Cardinale Giorgio Marengo, «un hub per la ricerca culturale, un luogo fisico, ma soprattutto un’équipe di persone». Situato presso la cattedrale, lo Studium comprenderà uno spazio dedicato a una biblioteca attualmente in costruzione, ma anche un ufficio e una sala per incontri, «dove le persone, in particolare i membri della nostra équipe, potranno incontrare attori del mondo della cultura, professori universitari». Sotto questi ambienti si trova anche un’ampia sala conferenze attrezzata, dove si è svolta l’inaugurazione. Ma, insiste il Cardinale, il cuore dello Studium non è anzitutto l’infrastruttura: «Lavoriamo su due fronti: il primo è offrire una conferenza mensile, rivolta soprattutto ai missionari, su temi legati all’identità culturale mongola, per proporre un percorso di formazione permanente che permetta di comprendere meglio la cultura e l’identità mongola dal punto di vista culturale, storico, politico, religioso e linguistico». <br />L’altro fronte è quello della lingua: «Desideriamo fornire traduzioni sempre più adeguate, verificare e rivedere i materiali che già possediamo per offrire un sostegno linguistico nella traduzione di testi utili per la Chiesa», aggiunge il cardinale. Attraverso questo duplice servizio – formazione e lavoro linguistico – lo Studium si colloca al centro di un lungo processo di inculturazione. <br />È in questo contesto, all’incrocio tra inculturazione e sinodalità, che si inserisce la partecipazione alla Settimana pastorale di padre Giacomo Costa. Gesuita, teologo coinvolto nel processo sinodale intrapreso dalla Chiesa universale, padre Costa accompagna in Mongolia un cammino teologico-pastorale che prende sul serio la realtà di una Chiesa giovane, composta da fedeli provenienti da una cultura plasmata da altre tradizioni religiose.<br /><br />Padre Costa, lei sta accompagnando un percorso teologico pastorale sinodale in Mongolia. In che modo percepisce questa realtà ecclesiale? Che cosa la colpisce di più?<br /><br />Arrivando in Mongolia si ha realmente l’impressione di entrare in un’altra grammatica ecclesiale. Lì il cristianesimo non è soltanto una minoranza: non rappresenta una memoria culturale condivisa, non appartiene al paesaggio simbolico ordinario della società. Mi hanno raccontato di un bambino che, entrando per la prima volta in una cappella, si è spaventato davanti al crocifisso e si è messo a piangere. È un episodio molto semplice, ma rivela qualcosa di profondo: lì la croce non è ancora diventata un’immagine addomesticata dall’abitudine. Recupera tutta la sua estraneità e tutta la sua forza. In qualche modo obbliga anche noi a guardarla di nuovo.<br />Questo produce una conseguenza molto concreta per la Chiesa. In Mongolia non si può partire da presupposti impliciti. Non esiste un lessico cristiano già disponibile, non esiste una familiarità spontanea con il Vangelo, non esiste neppure quell’insieme di strutture culturali che in Europa continuano, almeno in parte, a sostenere l’esperienza ecclesiale anche quando la pratica religiosa si indebolisce. Per questo la domanda missionaria torna ad avere una radicalità originaria: che cosa significa annunciare Cristo a persone che non hanno alcuna immagine previa del cristianesimo? Da dove si comincia davvero?<br />Inoltre, molte regioni del Paese restano ancora del tutto sconosciute dal punto di vista ecclesiale. Si avverte chiaramente che l’evangelizzazione non coincide anzitutto con l’estensione di una presenza istituzionale, ma con la possibilità di generare relazioni affidabili, umane, gratuite. In Mongolia il Vangelo torna a mostrarsi soprattutto come forma della vita prima ancora che come discorso religioso. E forse questo è uno dei suoi aspetti più evangelici e più affascinanti.<br /><br />Qual è la specificità del percorso sinodale in una Chiesa così giovane e piccola come quella mongola, con poco più di 1.400 battezzati?<br /><br />La fase di attuazione del Sinodo in cui ci troviamo insiste molto sul fatto che ogni Chiesa è chiamata a incarnare il cammino sinodale dentro la propria storia concreta. In Mongolia questo assume un significato particolarmente forte, perché si tratta di una Chiesa nata praticamente da zero dopo il 1992. Paradossalmente proprio una Chiesa così giovane rischia di essere rapidamente appesantita da modelli importati. Quando una comunità nasce, viene quasi spontaneo riprodurre strutture, linguaggi, categorie pastorali che provengono dalle Chiese di origine dei missionari. Il problema non riguarda soltanto l’organizzazione pratica. Riguarda il modo stesso di immaginare la Chiesa. Il rischio è che l’istituzione preceda l’esperienza ecclesiale, che la costruzione degli apparati venga prima dell’ascolto reale della vita delle persone e del modo concreto in cui il Vangelo può mettere radici in quella cultura.<br />La sinodalità introduce invece una logica diversa. Costringe a rallentare, ad ascoltare, a discernere insieme. Chiede continuamente: che cosa è realmente necessario perché qui possa nascere una comunità cristiana? Quali forme aiutano davvero il Vangelo a diventare vita condivisa? In questo senso la sinodalità protegge la giovane Chiesa mongola dalla tentazione di diventare una copia ridotta di modelli ecclesiali stranieri.<br />C’è poi un altro elemento molto forte. La Chiesa mongola è composta da missionari provenienti da quasi trenta Paesi diversi. Qui “unità nella diversità” non può restare una formula spirituale o diplomatica. Diventa un esercizio quotidiano molto concreto, che riguarda il modo di prendere decisioni, di vivere l’autorità, di costruire relazioni tra missionari e laici mongoli, tra congregazioni religiose differenti, tra culture ecclesiali talvolta molto distanti tra loro. La sinodalità offre precisamente uno spazio in cui questa pluralità possa trasformarsi in comunione senza essere ridotta all’uniformità.<br /><br />La settimana pastorale ha avuto come tema “La Chiesa cattolica in Mongolia: dono e missione”. In che modo questo binomio esprime la vocazione sinodale di una Chiesa locale?<br /><br />Più che un binomio parlerei quasi di una circolarità. In Mongolia appare con grande chiarezza che la missione nasce soltanto dall’esperienza di aver ricevuto qualcosa che non ci appartiene. Il Vangelo non è anzitutto un progetto da realizzare o un’identità da difendere. È un dono che precede la Chiesa stessa. Come diceva papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, «i cristiani hanno il dovere di annunciarlo [..] come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile». Anche Papa Leone ha voluto sottolineare che la Chiesa evangelizza “per attrazione”.<br />In contesti così piccoli e fragili emerge subito anche un’altra questione. Una Chiesa missionaria rischia facilmente di essere identificata con le proprie opere, con la propria capacità organizzativa, con le risorse economiche che riesce a mobilitare. Naturalmente tutto questo ha un valore reale, soprattutto in un Paese segnato da molte vulnerabilità sociali. Tuttavia il cuore della missione si gioca altrove. Se la relazione evangelica non rimane al centro, la Chiesa finisce inevitabilmente per essere percepita come una tra le molte agenzie umanitarie presenti sul territorio.<br />In Mongolia si comprende allora con maggiore radicalità che l’annuncio cristiano passa attraverso la qualità delle relazioni: il tempo donato, l’ascolto, la capacità di condividere la vita senza occupare immediatamente lo spazio dell’altro. in Mongolia, la Chiesa non può che nascere dentro questa logica di gratuità e di esposizione. E forse proprio qui si tocca uno dei nuclei più profondi della sinodalità: una Chiesa che si comprende come rete di relazioni animate, attraversate, rigenerate dalla presenza del Signore.<br />Papa Francesco, parlando della Mongolia durante il suo viaggio, aveva elogiato i missionari che si sono “inculturati” per “predicare il Vangelo in stile mongolo”. Come si coniuga questo processo di inculturazione con la sinodalità?<br />Se si assume seriamente la prospettiva del Documento finale del Sinodo, il rapporto tra inculturazione e sinodalità appare quasi inevitabile. La sinodalità non consiste infatti in una tecnica partecipativa né in una redistribuzione funzionale dei compiti ecclesiali. Riguarda il modo in cui il popolo di Dio ascolta insieme ciò che lo Spirito dice dentro una determinata storia e una determinata cultura.<br />In Mongolia questo punto emerge con particolare evidenza perché il cristianesimo si trova ancora in una fase iniziale del proprio radicamento e i passi fatti dai missionari e dalla popolazione mongola sono assolutamente ammirevoli. È chiaro che la questione non riguarda semplicemente la traduzione di alcuni contenuti nella lingua locale. Riguarda qualcosa di molto più profondo: come il Vangelo possa abitare l’immaginario, il modo di vivere le relazioni, il rapporto con il tempo, con la natura, con la famiglia, con l’ospitalità propri della cultura mongola.<br />Un processo simile non può essere deciso dall’alto né elaborato esclusivamente dai missionari. Richiede piuttosto spazi reali di discernimento condiviso. La conversazione nello Spirito assume qui un valore molto concreto, perché permette ai nuovi battezzati mongoli di esprimere ciò che sentono autenticamente compatibile con il Vangelo e ciò che invece appare ancora estraneo o imposto dall’esterno. L’inculturazione autentica nasce sempre da una reciprocità: il Vangelo trasforma una cultura e nello stesso tempo la Chiesa viene trasformata dall’incontro con quel popolo. La sinodalità custodisce e incoraggia precisamente questo dinamismo reciproco.<br /><br />Qual è il valore aggiunto della metodologia sinodale per una Chiesa che già vive strutture semplici e flessibili?<br /><br />In realtà le strutture che ho incontrato sono fragili, forse semplici, ma non necessariamente flessibili. Anche in Mongolia si rischia abbastanza rapidamente di costruire assetti pastorali modellati sulle abitudini ecclesiali dei missionari. È comprensibile, perché ogni missionario porta inevitabilmente con sé il proprio modo di immaginare la Chiesa. <br />La metodologia sinodale invita alla qualità delle relazioni. Permette soprattutto di scoprire quanto sia raro, anche dentro la Chiesa, un ascolto autentico tanto della Parola di Dio quanto degli altri. Bisogna riconoscere che molte dinamiche che emergono in Mongolia sono le stesse presenti altrove: la tendenza a reagire immediatamente senza sostare su ciò che l’altro sta dicendo, la difficoltà di lasciarsi interrogare veramente, la fatica di discernere insieme alla luce della Parola di Dio anziché soltanto sulla base delle proprie convinzioni pastorali.<br />E l’esperienza degli scorsi giorni è stata davvero un bel passo avanti. Ad esempio, alcuni laici mongoli hanno raccontato il loro modo di comprendere l’accoglienza. Colpisce quanto peso venga attribuito al primissimo contatto, alla qualità della presenza, alla delicatezza con cui si entra nella vita dell’altro. Questo apre a tutti loro domande molto concrete: le nostre parrocchie, le opere caritative, le scuole, riflettono davvero questa sensibilità? In che modo accogliere gratuitamente qualcuno che arriva per ragioni economiche e non interessato alla fede? In che modo relazioni asimmetriche di chi dà e chi riceve possono essere vissute nella gratuità? La sinodalità permette precisamente di abitare queste domande senza chiuderle troppo rapidamente e restando in ascolto.<br />C’è infine un frutto molto significativo già visibile nel percorso che abbiamo fatto: la nascita di un piccolo gruppo di facilitatori capaci di accompagnare la conversazione nello Spirito e le dinamiche comunitarie. In una Chiesa che sente fortemente il bisogno di crescere spiritualmente, questo rappresenta qualcosa di molto prezioso. La casa di spiritualità vicino a Ulaanbaatar va esattamente in questa direzione. Tuttavia, i luoghi da soli non bastano. Una Chiesa cresce quando esistono persone capaci di custodire processi spirituali, accompagnare il discernimento e sostenere relazioni ecclesiali mature.<br /><br />L’esperienza mongola può offrire qualcosa alla Chiesa universale sia nella comprensione della sinodalità sia nel rapporto tra evangelizzazione e inculturazione?<br /><br />Ne sono sicuro: la Mongolia obbliga la Chiesa a ritornare a domande che altrove rischiano di essere coperte dall’abitudine. In molti Paesi di antica tradizione cristiana si continua inconsciamente a pensare la Chiesa dentro un orizzonte culturale che, pur indebolito, resta ancora disponibile: un linguaggio religioso condiviso, una certa familiarità simbolica, strutture consolidate, riferimenti morali e sociali sedimentati nel tempo. In Mongolia invece riemerge con maggiore nitidezza ciò che è essenziale e ciò che invece appartiene a stratificazioni storiche secondarie.<br />L’esperienza mongola ricorda a tutti una volta di più che la sinodalità non nasce da un’esigenza organizzativa. Nasce dalla necessità di costruire comunione reale dentro una Chiesa fragile, dispersa, multiculturale e minoritaria, di alimentare l’impulso missionario, di valorizzare ognuno dei pochi battezzati che la compongono. In un contesto simile appare con particolare chiarezza che la sinodalità non prende forma attorno a logiche di contrapposizione o di riequilibrio interno, ma attorno alla responsabilità condivisa per l’annuncio del Vangelo e per la vita concreta della comunità ecclesiale.<br />L’esperienza mongola ricorda anche che la sinodalità non coincide con il moltiplicarsi delle consultazioni. Riguarda il modo in cui la Chiesa impara a vivere rapporti non dominativi, non clericali, non autoreferenziali. In questo senso la “conversione relazionale” di cui parla il Documento finale appare in Mongolia molto concreta. <br />Inoltre, la Mongolia offre una lezione preziosa anche alle Chiese più antiche: ricorda che il cristianesimo non coincide mai perfettamente con una civiltà, con una cultura o con una forma storica definitiva. Il Vangelo rimane sempre eccedente rispetto alle strutture e alle culture che lo ospitano.<br /><br />Papa Leone XIV, fin dal suo primo discorso, ha evidenziato l’importanza della sinodalità per la Chiesa. Quale sarebbe la specificità dell'approccio del Santo Padre in confronto alla sinodalità definita come "missione, partecipazione, comunione" nel precedente Sinodo?<br /> <br />Ogni Papa porta inevitabilmente il proprio stile spirituale, il proprio linguaggio e la propria sensibilità ecclesiale. Tuttavia, il punto decisivo del cammino sinodale non riguarda la personalità del Pontefice, ma il cammino di ricezione del Concilio Vaticano II. Sia Papa Francesco sia Papa Leone XIV hanno richiamato con forza questa continuità. La sinodalità rappresenta infatti uno dei modi attraverso cui la Chiesa sta cercando di assumere più profondamente l’ecclesiologia conciliare dentro le condizioni storiche del presente.<br />Per questo non parlerei di una rottura tra un “Sinodo di Francesco” e una nuova fase inaugurata da Leone XIV. Il processo è lo stesso. Cambiano inevitabilmente gli accenti, le priorità, il modo di esercitare il ministero petrino, ma resta comune la convinzione che la Chiesa sia chiamata a camminare insieme nella storia sotto la guida dello Spirito.<br />Mi sembra però che il contesto attuale renda ancora più evidente la portata profetica della sinodalità, e che papa Leone la stia cogliendo in pieno. Viviamo in un mondo segnato da polarizzazioni crescenti, da conflitti identitari, da una progressiva incapacità di abitare le differenze senza trasformarle in contrapposizione. In questo scenario è chiaro che la sinodalità va a sostenere il modo in cui la Chiesa testimonia la possibilità di una convivenza riconciliata. La comunione ecclesiale non elimina le tensioni, ma impedisce che diventino logiche di esclusione reciproca. E questo è quanto si può offrire anche alla società più ampia.<br />Le categorie di “comunione, partecipazione, missione” restano quindi pienamente centrali anche nell’approccio di Papa Leone XIV. In particolare, la missione appare sempre più come l’orizzonte capace di ricomporre tutto il resto. Una Chiesa realmente missionaria non può vivere dinamiche autoreferenziali, perché il Vangelo la spinge continuamente oltre sé stessa.<br />Resta poi una consapevolezza molto forte maturata durante tutto il percorso sinodale: i documenti, da soli, non producono trasformazione ecclesiale. Possono orientare, chiarire, aprire processi. Tuttavia, il vero frutto del Sinodo dipenderà dalla capacità concreta delle Chiese di lasciarsi convertire nelle relazioni, nell’esercizio dell’autorità, nelle pratiche pastorali e nelle strutture, in vista della missione. In fondo il Sinodo non invita la Chiesa a diventare altro da sé, ma a lasciar emergere più profondamente, anche nelle forme concrete della vita quotidiana, quel modo di vivere, di relazionarsi e di camminare insieme che trova in Cristo e nel suo Vangelo la propria sorgente e il proprio criterio. <br />Tue, 19 May 2026 12:50:36 +0200ASIA/INDIA - La crisi degli ostaggi in Manipur: i capi religiosi cristiani mediano per il rilascio e la pacehttps://www.fides.org/it/news/77702-ASIA_INDIA_La_crisi_degli_ostaggi_in_Manipur_i_capi_religiosi_cristiani_mediano_per_il_rilascio_e_la_pacehttps://www.fides.org/it/news/77702-ASIA_INDIA_La_crisi_degli_ostaggi_in_Manipur_i_capi_religiosi_cristiani_mediano_per_il_rilascio_e_la_paceImphal - Una delegazione di leader religiosi cristiani del Manipur e di altri stati dell'India nordorientale si sta adoperando per la mediazione del conflitto etnico in Manipur che, esploso tra i gruppi Kuki e Meitei, ora ha coinvolto anche la terza etnia presente in Manipur, i Naga. In particolare i leader religiosi visiteranno i distretti di Kangpokpi e Senapati nel tentativo di disinnescare la crisi degli ostaggi in corso, scatenata dall'uccisione di tre leader Pastori Battisti nel distretto di Kangpokpi il 13 maggio scorso . Lo stesso giorno, 20 uomini – sei appartenenti alla comunità Naga e 14 alla comunità Kuki - sono stati rapiti dai rispettivi gruppi armati per ritorsione nei disordini seguiti all'attentato e da allora non si hanno notizie degli ostaggi. Lo United Naga Council ha dichiarato che tra i sei ostaggi vi sono due Pastori. Nella caotica situazione erano stati sequestrati anche due fratelli Salesiani, poi rilasciati . L'iniziativa di mediazione coinvolge rappresentanti del Consiglio delle Chiese Battiste del Nordest dell'India e della Convenzione Battista del Manipur . La delegazione ha prima incontrato il Primo Ministro del Manipur, Yumnam Khemchand Singh, per discutere delle tensioni esistenti tra le comunità tribali. I capi religiosi si sono offerti volontari per mediare tra le comunità, ricevendo apprezzamento e sostegno da parte delle autorità politiche che contano sui leader religiosi - ha detto il Primo Ministro - per "riattivare il dialogo e ristabilire la pace".<br />Un gruppo di esponenti cristiani ora incontrerà i leader Kuki; un secondo avrà colloqui con i capi Naga, per poi cercare un punto di incontro, a partire all'attuale crisi degli ostaggi. In uno stato di grande tensione, lo United Naga Council ha imposto un blocco mentre i Kuki hanno avviato uno "sciopero generale". A causa del blocco centinaia di camion sono rimasti bloccati sulla NH-02 , interrompendo i trasporti verso le aree a maggioranza Kuki e verso Imphal, città a maggioranza Meitei, creando preoccupazione per la scarsità di beni di prima necessità.<br />Mentre i Kuki hanno sospeso tutte le attività, sia pubbliche che private, il Kuki-Zo Council , che ha sospeso ha scritto al Primo Ministro indiano Narendra Modi chiedendo l'intervento del governo centrale, temendo "un conflitto interetnico su larga scala" tra Naga e e Kuki. <br />Intanto, nel corso delle esequie dei tre pastori Battisti uccisi il 13 maggio in un agguato, Haominlun Sitlhou, il figlio del Pastore Vumthang Sitlhou, uno dei tre uccisi, ha voluto perdonare pubblicamente gli assassini di suo padre. Al funerale dei tre, hanno preso parte migliaia di fedeli, riuniti nel campus della Thadou Baptist Association India a Motbung.<br />Il Pastore Vumthang Sitlhou era un uomo noto nella regione per il suo attivo impegno per la pace e la riconciliazione e per lo sforzo di coordinare e tenere unite le comunità cristiane della regione. Richiamando la missione paterna, suo figlio Haominlun Sitlhou ha lanciato un appello alle principali organizzazioni coinvolte nel conflitto sul terreno, chiedendo il rilascio degli ostaggi e la disponibilità a compiere passi concreti per la pace in Manipur.<br /> Tue, 19 May 2026 11:12:48 +0200AFRICA/UGANDA - Ebola: rinviata la Giornata dei Martiri dell’Ugandahttps://www.fides.org/it/news/77701-AFRICA_UGANDA_Ebola_rinviata_la_Giornata_dei_Martiri_dell_Ugandahttps://www.fides.org/it/news/77701-AFRICA_UGANDA_Ebola_rinviata_la_Giornata_dei_Martiri_dell_UgandaKampala – Rinviata a data da destinarsi la Giornata dei Martiri dell’Uganda a causa dell’epidemia di ebola che colpisce l’est della Repubblica Democratica del Congo e che si è estesa anche alla confinante Uganda. Lo ha annunciato ieri, 18 maggio in un comunicato, il Presidente ugandese, Yoweri Museveni. “Dopo esserci consultati con la task force nazionale per la risposta all'epidemia e con i leader religiosi, abbiamo deciso di posticipare la Giornata dei Martiri del 3 giugno a una data successiva, che verrà comunicata in seguito” afferma il comunicato. <br />La decisione è stata presa – spiega il Presidente Museveni - perché l'Uganda accoglie ogni anno migliaia di pellegrini provenienti dal Congo orientale, attualmente colpito da un'epidemia di Ebola. Per salvaguardare la vita di tutti, è fondamentale che questo importante evento venga posticipato”.<br />La decisione del Presidente è stata accolta dai Vescovi cattolici ugandesi che, in una nota pervenuta all’Agenzia Fides, forniscono “ai fedeli cattolici indicazioni pastorali, affinché questa importante ricorrenza venga osservata con spirito di preghiera”.<br />“La commemorazione dei Martiri dell'Uganda rimane una profonda testimonianza di fede, coraggio, fedeltà a Cristo e incrollabile impegno verso i valori cristiani” ribadiscono i Vescovi, per cui “sebbene l'incontro nazionale a Namugongo sia stato rinviato, le diocesi e le parrocchie sono incoraggiate a celebrare la giornata seguendo le indicazioni del Vescovo diocesano e delle autorità governative competenti”.<br />La Conferenza Episcopale ugandese invita inoltre tutti membri della Chiesa “a unirsi in preghiera per la nostra nazione, per gli operatori sanitari e per tutti coloro che sono stati colpiti dalle circostanze che hanno reso necessario il rinvio”.<br />I Vescovi esortano “a seguire le linee guida fornite dal Governo e dal Ministero della Salute” e chiedono “ai media di fornire un'adeguata copertura dell’epidemia di Ebola”.<br />“Come pastori del popolo di Dio, invitiamo tutti i fedeli a rimanere calmi, nella preghiera, uniti e pieni di speranza. La testimonianza dei martiri ugandesi continua a ispirare la Chiesa e la nazione, ricordandoci che la vera fede si vive quotidianamente attraverso l'amore, il sacrificio, la verità e la fedeltà a Dio” concludono.<br />Anche la Church of Uganda, appartenente alla comunione anglicana, appoggia il rinvio delle celebrazioni della Giornata dei Martiri dell'Uganda, <br />In una dichiarazione rilasciata il 18 maggio, il Segretario Provinciale della Chiesa dell'Uganda, Rev. Canon William Ongeng, ha confermato che la decisione è stata presa dopo consultazioni tra il governo, le autorità preposte alla gestione dell'epidemia e i leader religiosi. La Giornata dei Martiri dell'Uganda commemora 45 convertiti al cristianesimo, di età compresa tra i 14 e i 50 anni, che furono uccisi tra il 1885 e il 1887 a causa della loro fede, durante i primi anni del cristianesimo in Uganda. Tra questi 22 sono cattolici che sono stati beatificati nel 1920 e canonizzati nel 1964. La Giornata dei Martiri dell’Uganda attira al Santuario di Namugongo ogni anno milioni di pellegrini provenienti dall’Uganda e dai Paesi vicini.<br />L’epidemia di ebola è iniziata nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo ed è causata dal virus Ebola Bundibugyo .<br />A metà maggio sono una dozzina i casi confermati da esami di laboratorio, mentre sono centinaia quelli sospetti e circa 80-100 i decessi che si pensa siano attribuibili all’infezione. Sono stati inoltre segnalati casi sospetti anche a Kampala, in Uganda, e nella capitale congolese Kinshasa. <br />Tue, 19 May 2026 11:12:29 +0200EUROPA/SLOVACCHIA - In Slovacchia si celebra la memoria di Veronika Racková, la suora medico uccisa 10 anni fa in Sud Sudanhttps://www.fides.org/it/news/77700-EUROPA_SLOVACCHIA_In_Slovacchia_si_celebra_la_memoria_di_Veronika_Rackova_la_suora_medico_uccisa_10_anni_fa_in_Sud_Sudanhttps://www.fides.org/it/news/77700-EUROPA_SLOVACCHIA_In_Slovacchia_si_celebra_la_memoria_di_Veronika_Rackova_la_suora_medico_uccisa_10_anni_fa_in_Sud_Sudandi Bohumil Petrík<br /><br />Bánov - "Non posso lasciare il popolo del Sudan perché lo amo": Così diceva di sé suor Veronika Racková, medico e missionaria, prima di essere colpita il 16 maggio 2016 da proiettili sparati da alcuni militari sud-sudanesi ad un posto di blocco . <br />A 10 anni dalla sua morte, avvenuta il 20 maggio 2016 in un ospedale di Nairobi, la memoria della sua testimonianza rimane viva soprattutto nella sua terra d’origine. E molti esprimono il desiderio che inizi presto il processo di canonizzazione della religiosa slovacca. <br /><br />L’Arcivescovo Nicola Girasoli, Nunzio apostolico in Slovacchia, ha presieduto la liturgia eucaristica celebrata domenica 17 maggio a Bánov, villaggio natale di suor Veronika Racková, nel decimo anniversario del suo assassinio.<br />Nell'omelia pronunciata durante la Messa, nella chiesa di San Michele Arcangelo, l’Arcivescovo Girasoli ha ricordato che la testimonianza di suor Veronika fa di lei un esempio di dedizione missionaria. Il Nunzio ha auspicato che tutti, a partire dalle sue consorelle e da chi l’ha conosciuta in Slovacchia e in Sud Suda, possano dare il proprio contributo "affinché possa iniziare il processo di beatificazione, perché la sua testimonianza di vita cristiana è bellissima, e la celebrazione odierna ci aiuta a compiere ulteriori progressi in questa direzione".<br /><br />Veronika Racková era nata nel 1958 a Bánov, cittadina che all’epoca faceva parte della Cecoslovacchia. Era medico e apparteneva alla congregazione missionaria delle Serve dello Spirito Santo. Da missionaria e medico aveva operato prima nel Ghana e poi in Sudan, nella parte del Paese che proprio negli anni della sua missione avrebbe proclamato la sua indipendenza, dando vita al Sud Sudan. <br />La suora slovacca era responsabile del centro sanitario da lei diretto, il St Bakhita’s Medical Centre di Yei.<br /> Secondo le notizie riportate allora dall’Agenzia Fides, intorno alla mezzanotte del 16 maggio Suor Veronika aveva ricevuto una chiamata di soccorso urgente per una donna che stava avendo un parto difficile. La religiosa aveva accompagnato con l’ambulanza la paziente all’Harvester’s Health Center, una struttura meglio attrezzata per assistere partorienti e nascituri. Sulla strada di ritorno, era stata raggiunta da colpi esplosi da alcuni uomini armati, soldati dell’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese . <br />Subito soccorsa, suor Veronika era stata trasportata in un ospedale di Nairobi, dove era spirata dopo alcuni giorni di agonia. <br /><br />Nella sua ultima intervista, suor Veronika aveva raccontato che prima della nascita dello Stato del Sud Sudan, erano state condivise preghiere ecumeniche per il buon esito del referendum sull'indipendenza nel Paese: "Non è stata coinvolta solo la Chiesa in Sudan e in Africa, ma anche in tutto il mondo. Le mie consorelle nel villaggio di Ivanka pri Dunaji in Slovacchia hanno tradotto la preghiera per il referendum in slovacco, quindi si pregava anche in lingua slovacca".<br />Quando la situazione di sicurezza nel Paese era diventata più pericolosa, alla comunità di suore era stato chiesto se volevano fare rientro nella propria Patria.<br />"Abbiamo fatto il discernimento, ogni suora per sè, e poi in comunità”, spiegava Veronika nell’intervista “e abbiamo scelto di rimanere, perché sentivamo che stiamo nel posto e nel tempo giusto e che Dio è con noi. Questa gente aveva bisogno di noi non tanto per il nostro lavoro, ma per poter pregare e stare insieme".<br /><br />In virtù della sua esperienza missionaria, suor Veronika consigliava: "Rispetto ai Paesi del Terzo Mondo, non date niente per scontato. Prendetevi cura della vita e della famiglia. Siamo solidali con le persone bisognose."<br />Nella commemorazione avvenuta in Sud Sudan cinque anni dopo la sua morte, l’allora Vescovo di Yei, Erkolano Lodu Tombe, aveva detto che la Chiesa "non può permettere che l'ingiustizia continui a distruggere il mondo e quindi il caso di suor Veronica, che è in corso, sta andando avanti troppo a lungo, ma le procedure legali sono così e dobbiamo seguire finché non avremo giustizia davanti al tribunale".<br />Nel 2019, il presidente slovacco Andrej Kiska aveva conferito a suor Veronika post mortem l'onorificenza della Croce di Pribina della prima classe per i suoi "contributi straordinari allo sviluppo sociale della Repubblica Slovacca attraverso i servizi sanitari preventivi e l'attività missionaria."<br />Alla cerimonia di domenica scorsa, il parroco di Bánov, Peter Čieško, ha ricordato che gli abitanti della città natale di suor Veronika sono giustamente orgogliosi della loro concittadina, e che guardare alla figura di Suor Veronika dona grande slancio affinchè le persone non vivano solo per se stesse, ma siano pronte a offrire il proprio aiuto per gli altri. . <br />Tue, 19 May 2026 10:15:35 +0200EUROPA/SPAGNA - “Il Signore continua a chiamare”: Giornata del Missionario Diocesano di Madridhttps://www.fides.org/it/news/77698-EUROPA_SPAGNA_Il_Signore_continua_a_chiamare_Giornata_del_Missionario_Diocesano_di_Madridhttps://www.fides.org/it/news/77698-EUROPA_SPAGNA_Il_Signore_continua_a_chiamare_Giornata_del_Missionario_Diocesano_di_MadridMadrid – “Grazie di cuore” è il motto scelto per la celebrazione della Giornata del Missionario Diocesano nell’arcidiocesi di Madrid, che si è svolta domenica 17 maggio, solennità dell’Ascensione del Signore. <br />Il momento centrale della giornata è stata la liturgia eucaristica celebrata nella cattedrale dell’Almudena dal Vicario Pastorale della Diocesi, don José Luis Segovia Bernabé.<br /><br />La celebrazione annuale, organizzata dalla Delegazione delle Missioni e dalle Pontificie Opere Missionarie , rappresenta un’occasione di ringraziamento per la vita e la testimonianza dei missionari e delle missionarie legati alla Chiesa diocesana, nonché un momento di invio di coloro che partiranno nel prossimo anno pastorale per la missione ‘ad gentes’, mentre si rinnova la benedizione per quanti già si trovano nei territori di missione.<br /><br />La Delegazione episcopale delle Missioni ha ricordato che la Chiesa di Madrid conta attualmente 533 missionari in 84 Paesi: 138 religiose, 4 monache di clausura, 94 religiosi, 223 laici - tra cui 71 famiglie in missione- e 74 sacerdoti diocesani distribuiti nei cinque continenti. Tutti loro costituiscono, secondo la Delegazione, il volto concreto di una Chiesa “in uscita”, chiamata a portare avanti l’evangelizzazione oltre i confini diocesani.<br /><br />Il delegato episcopale per le Missioni e direttore diocesano delle Pontificie Opere Missionarie di Madrid, Manuel Cuervo Godoy, ha sottolineato a Fides che la vocazione missionaria “non nasce come un evento isolato, ma come un processo che matura nella vita quotidiana della fede”, attraverso il servizio pastorale, la catechesi, l’impegno sociale e il discernimento personale all’interno della comunità ecclesiale.<br /><br />In questa linea, evidenzia il ruolo fondamentale delle parrocchie, delle comunità e dei gruppi di animazione missionaria nell’accompagnamento delle vocazioni, così come l’importanza della formazione, del discernimento e dell’invio in comunione con la Chiesa universale, chiamata a vivere in “stato permanente di missione”. “Il Signore continua a chiamare, la Chiesa è missionaria, una Chiesa in uscita”, ha ricordato. Sottolineando inoltre l’importanza della comunione, “quando vengono a trovarci, i missionari ci chiedono soprattutto preghiere per la loro opera”.<br /><br />La Delegazione episcopale delle Missioni segnala anche che la pastorale missionaria a Madrid si sostiene su un’ampia rete ecclesiale che permette non solo l’accompagnamento dei missionari già inviati, ma anche la promozione di nuove vocazioni, soprattutto tra i laici e i giovani. In questo senso, si ricorda che la vita missionaria “si costruisce nell’esperienza quotidiana della fede e del servizio, e non solo in singole decisioni”.<br /><br />Nel corso della giornata, Fides ha raccolto anche la testimonianza di María Ángeles, laica missionaria di Madrid legata all’associazione OCASA Laicato Missionario, la cui vocazione è maturata progressivamente. “La mia vocazione missionaria nasce fin da bambina”, racconta María Ángeles, ricordando come il contatto con religiose missionarie durante l’infanzia abbia suscitato in lei il desiderio di condividere la vita dei popoli presso cui loro erano state inviate. “La mia vita, senza grandi eventi, è stata segnata dalla gratitudine a Dio per i doni ricevuti, soprattutto la generosità e il servizio agli altri”, afferma.<br /><br />Durante la sua vita Maria ha sviluppato un intenso impegno sociale e pastorale nel proprio contesto locale, collaborando in centri di accoglienza per persone con HIV, case per senzatetto, progetti di Caritas e nella catechesi parrocchiale. “Sono sempre stata legata alle parrocchie vicine a dove ho vissuto”, sottolinea.<br /><br />“La chiamata alla missione è stata un processo che mi ha accompagnato sempre”, afferma, evidenziando che la sua vocazione non è frutto di un’esperienza singola, ma di un discernimento progressivo. In questo cammino ha partecipato a diverse esperienze missionarie in Ecuador, Repubblica Dominicana, Burkina Faso e Mali, che hanno rafforzato la sua fede e la sua disponibilità.<br /><br />La missionaria spiega inoltre che il tempo è stato un elemento chiave nella sua vocazione: “Dio ha i suoi tempi, che non sono i miei”, osserva, facendo riferimento a un processo in cui pazienza e discernimento sono stati fondamentali per maturare la risposta alla chiamata.<br /><br />Attualmente María Ángeles si prepara a una nuova tappa di invio come missionaria laica nella Repubblica Dominicana, nel comune di Sabaneta, nella diocesi di San Juan de la Maguana, dove collaborerà alla vita pastorale e all’animazione comunitaria.<br /><br />Il motto di quest’anno, “Grazie di cuore”, esprime la gratitudine verso coloro che hanno donato la propria vita alla missione e invita tutta la comunità diocesana a rinnovare il proprio impegno evangelizzatore. “Solo dalla donazione generosa della propria vita si è missionari”, ricordano dalla Delegazione episcopale delle Missioni.<br /><br />Il cardinale José Cobo, nel suo saluto ai missionari, in una lettera per la ocdasione, ha voluto esprimere la sua gratitudine: “Grazie per rendere presente la Chiesa nei cinque Continenti e in 84 Paesi. Una presenza viva dell’amore del Padre per tutta l’umanità, segno che siamo una Chiesa in uscita, chiamata a essere questa presenza amorosa, a incarnare e rendere visibile per gli altri l’offerta che Cristo fa a tutta l’umanità. Grazie ai missionari malati della nostra diocesi, a coloro che non raggiungono le terre di missione e tuttavia le sostengono con l’offerta della loro malattia, offerta e preghiera che custodisce e accompagna i missionari. Grazie, sacerdoti, religiose, religiosi, consacrati, laici consacrati, famiglie, missionari malati: ‘grazie di cuore’”.<br /><br />Inoltre, l’arcidiocesi di Madrid si prepara ad accogliere la prossima visita di Papa Leone XIV, il 6, 7 e 8 giugno, come segno di unità e di rinnovamento nella fede, riaffermando la propria vocazione missionaria e la volontà di camminare nella prospettiva di una Chiesa “in uscita”. Tue, 19 May 2026 12:36:11 +0200AFRICA/BURUNDI - Il Cardinale Tagle in Burundi: un'omelia sulla comunione e la preghiera per i 75 anni del seminario San Pietro Claverhttps://www.fides.org/it/news/77699-AFRICA_BURUNDI_Il_Cardinale_Tagle_in_Burundi_un_omelia_sulla_comunione_e_la_preghiera_per_i_75_anni_del_seminario_San_Pietro_Claverhttps://www.fides.org/it/news/77699-AFRICA_BURUNDI_Il_Cardinale_Tagle_in_Burundi_un_omelia_sulla_comunione_e_la_preghiera_per_i_75_anni_del_seminario_San_Pietro_ClaverBujumbura - Il Cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del dicastero per l'evangelizzazione, sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, si è recato in Burundi sabato 16 maggio 2026. Il porporato filippino è stato accolto con fervore all'aeroporto di Bujumbura da una folla di fedeli, sacerdoti e religiosi venuti a testimoniargli la loro riconoscenza. L'arcidiocesi di Bujumbura riporta sul suo sito ufficiale di aver particolarmente mobilitato le parrocchie vicine all'aeroporto — Buterere, Gatumba e Muramvya — così come quelle situate vicino alla nunziatura apostolica, per riservare all'inviato del Santo Padre un'accoglienza calorosa.<br /><br />La visita eccezionale aveva come obiettivo principale celebrare i 75 anni del Seminario maggiore San Pietro Claver di Burasira, che dal 1950 forma i candidati al sacerdozio ordinato. <br /><br />In un'omelia profonda e pastorale, il Cardinale Tagle ha meditato sul mistero del Cenacolo e le sue implicazioni per la formazione sacerdotale, sviluppando tre pilastri spirituali: la comunione ecclesiale, la diversità comunitaria e la preghiera.<br /><br /><br />Il messaggio di pace di papa Leone XIV<br /><br /><br />Sin dall'apertura della sua omelia, pronunciata in francese, il cardinale Tagle si è fatto portatore del messaggio del Vescovo di Roma: «Il Signore risorto continua a venirci incontro per rivolgerci il seguente saluto: "La pace sia con voi." Sua Santità Papa Leone XIV ha fatto proprio questo saluto sin dal primo istante del suo pontificato e mi ha incaricato di trasmetterlo a voi, accompagnato dall'assicurazione del suo affetto paterno.»<br /><br />Ha poi giustificato questa celebrazione giubilare citando il libro di Tobia: «Se è bene tenere nascosto il segreto dei re, bisogna rivelare le meraviglie di Dio e celebrarle come meritano.» Ha reso omaggio ai pionieri dell'evangelizzazione del Burundi e salutato i progetti di formazione in corso, in particolare il seminario maggiore propedeutico di Cibitoke e il seminario maggiore Mons. Michael Aidan Courtney, in costruzione a Minago, nella diocesi di Ruyigi. <br /><br />La scelta di Minago per questo progetto non è casuale: è proprio in questo luogo che Mons. Michael Aidan Courtney, allora nunzio apostolico in Burundi, era stato assassinato il 29 dicembre 2003. Un monumento commemorativo è stato inaugurato e benedetto a Minago dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato del Vaticano, il 14 agosto 2025, durante la sua visita in Burundi.<br /><br />Rivolgendosi direttamente ai seminaristi presenti, il cardinale Tagle ha trasmesso le parole pronunciate da papa Leone XIV durante il giubileo dei seminaristi nella basilica di San Pietro, il 24 giugno 2025: « Cari Seminaristi, la saggezza della Madre Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, nel corso del tempo cerca sempre le modalità più adatte alla formazione dei ministri ordinati, secondo le esigenze dei luoghi. In questo impegno, qual è il vostro compito? È quello di non giocare mai al ribasso, di non accontentarvi, di non essere solo ricettori passivi, ma appassionarvi alla vita sacerdotale, vivendo il presente e guardando al futuro con cuore profetico. »<br /><br />Questa esortazione ha dato il tono di una meditazione centrata sul Cenacolo come modello del seminario, luogo di attesa attiva dello Spirito Santo da 75 anni a Burasira.<br /><br /><br />Cum Petro et sub Petro: la comunione ecclesiale<br /><br />Il primo pilastro sviluppato dal cardinale Tagle riguarda la vita di comunione. Meditando sugli Atti degli Apostoli, ha ricordato come gli Undici sono rimasti uniti dopo l'Ascensione: «Gli apostoli, dopo aver visto Gesù andarsene verso il cielo, si ritrovano come soli davanti al loro destino. Il Maestro che li ha riuniti non è più visibile fisicamente, ma sono rimasti uniti tra loro, prima di essere dispersi ai quattro angoli del mondo per l'annuncio del Vangelo.»<br /><br />Il cardinale ha insistito sul primato di Pietro, citando la promessa di Cristo: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.» Ha poi sviluppato le implicazioni ecclesiologiche: «Ogni seminario è un cenacolo dove si impara a vivere l'esperienza della comunione ecclesiale, presieduta dal successore dell'apostolo Pietro. La comunione precede, feconda e nutre la missione.»<br /><br />Riprendendo la formula latina "Cum Petro et sub Petro" , il cardinale ha sottolineato che questa comunione suppone «il riconoscimento della dipendenza da una forza fondamentale dove i discepoli attingono forza e ispirazione.» Ha anche ricordato, citando l'enciclica Lumen fidei di papa Francesco, che «il magistero del papa e dei vescovi in comunione con lui non è una cosa estrinseca o un limite alla libertà, ma garantisce il contatto con la fonte originaria della fede.»<br /><br /><br />Una Chiesa di diversità<br /><br />Il secondo pilastro descritto riguarda il carattere misto della comunità del Cenacolo. Il cardinale Tagle ha meditato sulla presenza di Maria accanto agli Apostoli: «La Chiesa non è costituita unicamente dagli apostoli, ma include anche delle donne, tra cui Maria, la madre di Gesù.» Ha descritto Maria come «discepola modello, colei che ha sempre cercato di aderire alla volontà di Dio in tutto», rimanendo fedele alla sua risposta all'angelo: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto.»<br /><br />Citando san Paolo, ha poi ricordato: «I doni della grazia sono vari, ma è lo stesso Spirito che ne è la sorgente. I servizi sono vari, ma è lo stesso Signore che li anima.» Questa ecclesiologia della complementarità conduce a una considerazione rilevante: «La formazione dei candidati al sacerdozio non coinvolge soltanto alcuni settori della Chiesa come sarebbero i vescovi e alcuni sacerdoti. Ciascuno dei membri della Chiesa e ogni categoria di discepoli è coinvolta da ciò che accade nel cenacolo dei nostri seminari.»<br /><br />Il cardinale ha esortato le comunità burundesi a sostenere materialmente i loro seminari, ricordando la parola di Cristo: «Voi stessi date loro da mangiare.»<br /><br /><br />La preghiera, arma del ministero<br /><br /><br />Il terzo e ultimo pilastro preso in considerazione dall'omelia del Cardinale Tagle è quello della preghiera come «attività principale della comunità del cenacolo.» Il cardinale Tagle ha meditato sul Vangelo di san Giovanni, dove Gesù prega: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te.» Ha commentato: «La gloria di Gesù non è dunque quella del mondo, ma quella della rivelazione totale e piena dell'amore di Dio per lui e i suoi fratelli in umanità. È la gloria dello scandalo della Croce.»<br /><br />Sottolineando che «la preghiera è stata l'arma del ministero di Gesù fino in fondo, fino alla cima del Golgota», ha ricordato che anche dopo la Risurrezione, «Gesù è più che mai il nostro intercessore per eccellenza presso il Padre.»<br /><br /><br />San Pietro Claver, modello di abbandono a Dio<br /><br /><br />In conclusione, il cardinale Tagle ha reso omaggio al patrono del seminario, san Pietro Claver, gesuita spagnolo nato il 26 giugno 1580 a Verdú, in Catalogna, e morto l'8 settembre 1654 a Cartagena delle Indie, nell'attuale Colombia, che «si è definito, il 3 aprile 1622, come schiavo degli Africani per sempre.» Dopo aver terminato i suoi studi di teologia a Bogotá, «viene inviato a Cartagena, dove è ordinato sacerdote nel 1616. Vi trascorre il resto della sua vita al servizio degli schiavi, che sbarcano in questo porto, provenienti dall'Africa. Cartagena è uno dei due porti spagnoli designati per accogliere gli schiavi. Il numero di questi è stimato a 10.000 all'anno al tempo di Pietro Claver, e sono solitamente in pessime condizioni dopo il lungo viaggio. Pietro Claver li attende al molo con dei viveri che ha mendicato. Accompagnato da ex schiavi che gli servono da interpreti, il gesuita spagnolo sale a bordo delle navi e saluta coloro che si trovano sul ponte, prima di scendere nella stiva della nave per curare i malati. Pulisce le ferite, applica unguenti, mette bende e parla loro di Dio», si può leggere sul sito dei Gesuiti. Per 44 anni, Pietro Claver accolse gli schiavi alla loro discesa dalla nave, li nutrì, li curò, li vestì, li consolò e li catechizzò. Non mancava di visitare i lebbrosari e di curare gli appestati; ed è d'altronde di peste che morì quando questa si abbatté su Cartagena. Il cardinale ha sottolineato che questo santo «ha subito egli stesso il rifiuto e l'incomprensione, non solo da parte della società coloniale, ma anche all'interno del suo stesso ordine religioso», e «ci ha lasciato un bell'esempio di come si possano vivere le avversità della vita.»<br /><br />Un cammino dalla passione alla gloria<br /><br />Prima di concludere con un'esortazione universale: «San Pietro ci insegna nella seconda lettura di questa liturgia che dobbiamo imparare a partecipare alle sofferenze di Cristo per essere nella gioia o nell'allegrezza quando la sua gloria si rivela. Non si può raggiungere il meraviglioso giardino della risurrezione senza passare obbligatoriamente per quello stretto e provante del Getsemani, che sfocia in quello, doloroso, del Calvario. Fratelli e sorelle, la composizione stessa della comunità mista del Cenacolo ci insegna che, uomini e donne, apostoli o semplici discepoli, parenti di sangue di Gesù, siamo tutti coinvolti in questo cammino dalla passione alla gloria, dalla croce alla risurrezione, in uno spirito di preghiera e di abbandono a Dio. Ma, in particolare, i pastori sono tenuti a essere modelli di fede, di carità e di preghiera in mezzo ai loro fratelli.» Una chiamata spirituale e ecclesiologica potente. <br /><br />Mon, 18 May 2026 13:11:57 +0200ASIA/PAKISTAN - Di fronte all'emergenza educativa, "ci impegniamo per l'istruzione e la formazione professionale dei giovani", dice l'Arcivescovo Arshadhttps://www.fides.org/it/news/77697-ASIA_PAKISTAN_Di_fronte_all_emergenza_educativa_ci_impegniamo_per_l_istruzione_e_la_formazione_professionale_dei_giovani_dice_l_Arcivescovo_Arshadhttps://www.fides.org/it/news/77697-ASIA_PAKISTAN_Di_fronte_all_emergenza_educativa_ci_impegniamo_per_l_istruzione_e_la_formazione_professionale_dei_giovani_dice_l_Arcivescovo_ArshadIslamabad - "Nel mio ministero di Pastore prima a Faisalabad e poi a Islamabad ho compreso che in Pakistan dobbiamo concentrarci sui giovani, perché i giovani rappresentano il 60% della popolazione pakistana. Anche nella comunità cristiana i giovani costituiscono una parte consistente, circa il 60%. Ma circa l'80% di loro sono analfabeti, una vera emergenza educativa": lo dice in un colloquio con l'Agenzia Fides l'Arcivescovo Joseph Arshad, alla guida della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, a conclusione della visita ad limina dei Vescovi del Pakistan.<br /> "Come Pastore della diocesi di Islamabad- Rawalpindi - racconta a Fides - ho visitato tutte le parrocchie e ho incontrato i giovani. Entrando in relazione con loro, hanno iniziato a dire le loro esigenze, soprattutto legate all'istruzione e all'orientamento professionale, o anche a corsi biblici e iniziative di sport".<br />Prendendo atto di questa esigenza, "abbiamo avviato iniziative nel campo dell'istruzione. I giovani hanno bisogno di istruzione e lavoro: due cose fondamentali per la nostra comunità che soffre di povertà ed emarginazione", spiega l'Arcivescovo. <br />"Così abbiamo iniziato a impegnarci perchè i membri delle nostre comunità possano ottenere un'istruzione superiore adeguata e possano concorrere a posti di lavoro negli uffici governativi e nella burocrazia pubblica. Per questo abbiamo avviato dei corsi di Central Superior Services nella diocesi. Sono i corsi di preparazione per poter accedere, superando un esame statale, al lavoro negli uffici pubblici e nei dipartimenti governativi. A Islamabad - prosegue - li abbiamo iniziati da circa cinque anni, con buoni risultati ".<br />"Inoltre - spiega l'Arcivescovo - bisognava pensare ai ragazzi che hanno necessità di istruzione ma che provengono dalle aree remote. Infatti la diocesi di Islamabad-Rawalpindi, che conta 250.000 fedeli cattolici, è una delle più vaste del Pakistan: si estende fino all'Afghanistan, alle zone del Kashmir e a metà del Punjab, aree molto diverse tra loro. Così abbiamo aperto un collegio a Rawalpindi per studenti universitari, che accoglie studenti provenienti da tutte le aree della diocesi, dando loro la possibilità di vivere in città e frequentare l'università".<br />"Quei giovani che non possono accedere all'istruzione superiore, poi, è importante che sviluppino delle competenze professionali; quindi, d'altra parte, cerchiamo di essere presenti e dare un contributo nel campo della formazione professionale", riferisce.<br />I cattolici, pur vivendo in condizioni svantaggiate, "hanno una fede forte e vibrante", nota. "Abbiamo però bisogno di insistere nella formazione per sacerdoti, religiosi e laici e, in particolare, di promuovere la partecipazione dei laici alla vita della Chiesa". "Nel piano pastorale diocesano - elaborato con il contributo di tutti, rimarca - abbiamo l'obiettivo di essere una comunità attiva e fedele, capace di diffondere la Buona Novella".<br />"La comunità cristiana in Pakistan - nota l'Arcivescovo - è piccola e composta da persone che sono senza voce, che sono deboli nella società. È una comunità debole, povera ed emarginata. La dinamica che rileviamo nella società è questa: i ricchi sono potenti e i poveri sono impotenti. Ecco perché i poveri continuano a essere discriminati. Questa mentalità è anche alla base di fenomeni come le accuse di blasfemia, spesso false, o come il rapimento e la conversione forzata all'islam di delle ragazze cristiane o di altre comunità non musulmane. Alla base vi è una mentalità per cui le persone non sono tutte uguali; a questa mentalità noi ci opponiamo, richiamando la Costituzione e il principio della tutela della dignità di ogni persona".<br />"Nonostante le sfide e le difficoltà - conclude - sono molto fiducioso per il futuro della Chiesa in Pakistan, perché la gente è forte nella fede, non vacilla". A conclusione della visita ad limina, dice, "è stato molto incoraggiante per noi incontrare il Papa e sentirci parte viva della Chiesa universale. Siamo una comunità piccola e giovane che ha bisogno di sostegno. E speriamo che, dopo la storica visita di Giovanni Paolo II, Papa Leone possa venire in Pakistan a rinsaldare la nostra fede e la nostra speranza".<br /> <br /> Mon, 18 May 2026 11:46:20 +0200AFRICA/ZIMBABWE - I Vescovi ribadiscono la contrarietà alla proposta di emendamento della Costituzionehttps://www.fides.org/it/news/77696-AFRICA_ZIMBABWE_I_Vescovi_ribadiscono_la_contrarieta_alla_proposta_di_emendamento_della_Costituzionehttps://www.fides.org/it/news/77696-AFRICA_ZIMBABWE_I_Vescovi_ribadiscono_la_contrarieta_alla_proposta_di_emendamento_della_CostituzioneHarare – I Vescovi dello Zimbabwe si dicono “profondamente preoccupati” che la proposta revisione della Costituzione “mini i principi costituzionali fondamentali, indebolisca l'indipendenza istituzionale, riduca la partecipazione democratica diretta ed eroda le garanzie costituzionali contro la concentrazione e l'abuso di potere”. <br />Di conseguenza esortano “rispettosamente il Parlamento a respingere quelle disposizioni del disegno di legge che sono incompatibili con la democrazia costituzionale, la sovranità del popolo e la stabilità e l'integrità a lungo termine dell'ordinamento costituzionale dello Zimbabwe”.<br />La presa di posizione dei membri della Zimbabwe Catholic Bishops' Conference è stata espressa in un’articolata dichiarazione firmata dal Presidente e dal Vice Presidente, rispettivamente Mons. Raymond Mupandasekwa, Vescovo di Masvingo e Amministratore di Chinhoyi, e Mons. Rudolf Nyandoro, Vescovo di Gweru. Già a marzo la ZCBC aveva espresso la propria contrarietà alla proposta di riforma costituzionale presentata dalla maggioranza governativa .<br />La nota che reca la data del 12 maggio ribadisce che “la Chiesa cattolica in Zimbabwe partecipa al processo costituzionale non come attore politico, ma come voce morale e civica impegnata nella tutela della dignità umana, del costituzionalismo, della partecipazione democratica, della giustizia, della responsabilità e del bene comune. Le questioni costituzionali non sono mere questioni giuridiche e tecniche; plasmano i fondamenti morali e istituzionali su cui si basa la vita nazionale”.<br />Anche altre confessioni cristiane come lo Zimbabwe Council of Churches , l’Evangelical Fellowship of Zimbabwe facenti parte insieme alla ZCBC, al Zimbabwe Heads of Christian Denominations si sono opposte alla revisione costituzionale o hanno esortato alla cautela sulla base di obiezioni similari a quelle presentate dai Vescovi cattolici <br />Di tutt’altro avviso è invece lo Zimbabwe Indigenous Interdenominational Council of Churches , che rappresenta le confessioni apostoliche, pentecostali, evangeliche e indigene , che ha fortemente sostenuto il disegno di legge. ZIICC) ha presentato petizioni sostenendo che la riforma della Costituzione promuove la stabilità governativa, la continuità delle politiche del governo, lo sviluppo nazionale e si allinea ai principi biblici come i cicli settennali. <br />L’emendamento proposto prevede tra l’altro di sostituire l'elezione diretta del Presidente tramite voto popolare con l'elezione da parte di una seduta congiunta del Parlamento; di estendere la durata del mandato del Presidente, del Parlamento e degli enti locali da 5 a 7 anni ; di consentire al Presidente di nominare 10 senatori aggiuntivi. <br /><br />Mon, 18 May 2026 11:45:52 +0200AFRICA/SUD SUDAN - Il vescovo di Tombura Yambio: “che i capi, le chiese, i giovani, le donne, gli intellettuali, la società civile e le famiglie diventino ponti di guarigione e di pace”https://www.fides.org/it/news/77695-AFRICA_SUD_SUDAN_Il_vescovo_di_Tombura_Yambio_che_i_capi_le_chiese_i_giovani_le_donne_gli_intellettuali_la_societa_civile_e_le_famiglie_diventino_ponti_di_guarigione_e_di_pacehttps://www.fides.org/it/news/77695-AFRICA_SUD_SUDAN_Il_vescovo_di_Tombura_Yambio_che_i_capi_le_chiese_i_giovani_le_donne_gli_intellettuali_la_societa_civile_e_le_famiglie_diventino_ponti_di_guarigione_e_di_paceTombura Yambio – “L'Equatoria Occidentale non era conosciuta solo come il granaio del Sud Sudan, ma anche come un contenitore di pacifica convivenza, il cuore verde del Sud Sudan, il giardino dell'ospitalità, la patria del dialogo, la terra del duro lavoro, il santuario della dignità umana”. Lo scrive il vescovo della Contea di Tombura Yambio, Eduardo Hiiboro Kussala, rivolgendosi alle autorità, ai leder religiosi e all’intera popolazione. Il mese di maggio è infatti particolarmente sentito in tutto il Sud Sudan per la festa nazionale durante la quale si tengono eventi commemorativi con raduni comunitari per onorare la storia dell'indipendenza.<br /><br />“Tuttavia, nel corso degli anni, dolorose sfide si sono insinuate nella nostra società – prosegue il vescovo Hiiboro. Violenza, instabilità politica, difficoltà economiche, insicurezza, sfollamento, sfiducia e divisione hanno ferito il nostro tessuto sociale. Diverse parti del nostro amato Stato, dagli attacchi del Lord Resistance Army ai conflitti di Mundri, Maridi, Yambio, Ezo e Tombura, hanno sperimentato dolore, paura, sfollamento e sofferenza. Eppure, dopo tutti questi anni dolorosi, una verità è diventata molto chiara: la violenza non ha guarito le nostre comunità. L'odio non ha ripristinato la fiducia. La vendetta non ha creato la pace.”<br /><br />“La vera pace nasce dal dialogo. Per questo oggi mi rivolgo a tutto il nostro popolo: facciamo rivivere la cultura del dialogo rispettoso, della riconciliazione e dell'unità. Che i leader parlino onestamente alle comunità. Che i capi, le chiese, i giovani, le donne, gli intellettuali, la società civile e le famiglie diventino ponti di guarigione e di pace. Soprattutto, salvaguardiamo la sacralità della vita umana. La vita è un dono di Dio.”<br /><br />Riflettendo anche sull’uso improprio dei media il vescovo Hiiboro evidenzia quanto un uso impulsivo possa nuocere. “Oggi, un messaggio sconsiderato può distruggere relazioni costruite nel corso di generazioni – rimarca il presule. Un insulto scritto dietro lo schermo di un telefono può seminare odio in molti cuori. Le parole sono potenti. Possono guarire o distruggere, unire o dividere. Una società diventa ciò che i suoi membri seminano continuamente attraverso parole, atteggiamenti e azioni. Sviluppiamo quindi un linguaggio unificante, di rispetto, saggezza, guarigione, incoraggiamento e responsabilità. Che le nostre parole proteggano le relazioni invece di distruggerle. Invito tutto il nostro popolo a tornare alla preghiera e ad aggrapparsi saldamente a Cristo, il Principe della Pace. La preghiera cambia gli atteggiamenti, guarisce i ricordi, attenua l'amarezza e rinnova le comunità.<br /><br />Il vescovo di Tombura Yambio, da sempre impegnato nella promozione del dialogo, nella difesa dei diritti umani, conclude il suo appello invitando tutti all’unità e non alla divisione. “Ai leader politici: la leadership è servizio, non divisione. Ai giovani: usate la vostra energia e intelligenza per costruire il futuro attraverso l'istruzione, l'agricoltura, l'innovazione, l'imprenditorialità e la costruzione della pace. Alle donne: continuate a essere custodi della vita, della guarigione e della riconciliazione. Ai leader tradizionali: riscoprite la saggezza del dialogo, della pazienza e della leadership morale. Ai leader religiosi: continuate a difendere la verità, la giustizia, la pace e l'unità senza paura o timore o tribalismo. E a tutto il nostro popolo: lavoriamo insieme per riportare l'Equatoria Occidentale alla pace, allo sviluppo, affinché il nostro Stato possa dare un contributo significativo all'unità e al futuro del Sud Sudan. <br /> <br />Mon, 18 May 2026 11:11:56 +0200ASIA/VIETNAM - L’Arcivescovo Joseph Vu Van Thien: “La Chiesa in Vietnam, grata ai missionari e ai martiri, canta il suo Magnificat”https://www.fides.org/it/news/77694-ASIA_VIETNAM_L_Arcivescovo_Joseph_Vu_Van_Thien_La_Chiesa_in_Vietnam_grata_ai_missionari_e_ai_martiri_canta_il_suo_Magnificathttps://www.fides.org/it/news/77694-ASIA_VIETNAM_L_Arcivescovo_Joseph_Vu_Van_Thien_La_Chiesa_in_Vietnam_grata_ai_missionari_e_ai_martiri_canta_il_suo_Magnificatdi Paolo Affatato<br /><br />Città del Vaticano – Con 30mila nuovi battezzati all’anno la comunità cattolica in Vietnam mostra la vitalità della sua fede “nel contesto di una società con molte complessità e difficoltà”: lo dice in un'intervista rilasciata all’Agenzia Fides l’Arcivescovo di Hanoi, Joseph Vu Van Thien, vicepresidente della Conferenza episcopale del Vietnam, a conclusione della visita ad limina apostolorum. <br />L’Arcivescovo racconta che – ispirata dai primi missionari e rafforzata dall’esempio dei martiri – la comunità cattolica conta 7,5 milioni di fedeli, 7.400 sacerdoti, 27.000 tra religiosi e religiose, 2.500 seminaristi in formazione, 70.000 giovani catechisti. <br /><br />- Arcivescovo Joseph Vu Van Thien, come descriverebbe vita della Chiesa in Vietnam?<br /><br />Si potrebbe dire tanto sulle meraviglie che il Signore ha fatto per la Chiesa in Vietnam, mettendosi nello spirito del Magnificat. Vorrei sottolineare la vitalità della Chiesa, il dinamismo della Chiesa, nel contesto di una società con molte complessità e difficoltà. La vita stessa dei fedeli cristiani si può dire che essa stessa è un Magnificat. Nella vita dei cristiani vietnamiti ci sono tante meraviglie.<br />Grazie a questa vitalità abbiamo tante vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Ci sono tanti giovani che decidono di consacrarsi al sacerdozio, alla vita religiosa o che si impegnano a livello pastorale nelle parrocchie. <br />Per comprendere la ragione di questa fioritura, dovremmo dire che prima di tutto è un’opera ed è volontà Dio; poi il “segreto umano” è la famiglia, il fondamento della fede vissuta in famiglia.<br />Va detto che nelle comunità vietnamite si comincia un programma di catechismo molto presto, il catechismo inizia proprio in famiglia e poi, all'età di sette anni, i bambini seguono il catechismo per la Prima comunione e la Confermazione. C'è un iter per l’iniziazione cristiana generalmente molto ben organizzato e questo serve a consolidare e approfondire la fede nei ragazzi e nei giovani.<br />Vorrei dire, in particolare, che une delle vie consuete che avvicina i ragazzi all’idea del sacerdozio è il servizio liturgico all’altare. I giovani iniziano, ad esempio, il ministero come accoliti. Grazie a quella pratica coltivano una fede solida, ma anche la familiarità e l’abitudine ad accostarsi all’altare; inoltre sono incoraggiati dalla famiglia: tutto inizia da lì.<br /><br />- Può dare alcuni dati sulla comunità cattolica vietnamita? <br /><br />La Chiesa in Vietnam rimane ancora un “piccolo gregge” con 7,5 milioni di fedeli su 102 milioni di vietnamiti, pari al 7,3% della popolazione. La Chiesa è organizzata in 27 diocesi. Con circa il 75-80% dei fedeli che praticano attivamente la propria fede, la Chiesa in Vietnam continua a portare frutti abbondanti. <br />Secondo dati del 2025, contiamo 7.453 sacerdoti, tra diocesani e religiosi; 27.000 tra religiosi e religiose; e 2.500 seminaristi in formazione, residenti in undici seminari maggiori. Nei consigli pastorali e nelle associazioni cattoliche svolgono il servizio nelle nostre parrocchie 70.000 giovani catechisti.<br />Vorrei far notare che nella nostra nazione attraversiamo un tempo storico in cui la rivoluzione informatica, il progresso scientifico e la crescita economica sono al contempo un dono e una tentazione, e possono allontanare molti da Dio. Di fronte a queste difficoltà e sfide, sia nella Chiesa che nella società, come Pastori, ci sforziamo di formare ogni battezzato come autentico discepolo e come discepolo-missionario.<br />Ogni anno accogliamo circa 30.000 nuovi battezzati; nel 2025 sono stati circa 33mila. Questo è un grande dono, Le comunità parrocchiali e religiose intraprendono numerose iniziative e attività per testimoniare e annunciare il Vangelo. E molti sacerdoti vietnamiti di diocesi e ordini religiosi sono missionari in diversi Paesi. <br /><br />- Nella società, qual è l'opinione che si ha della Chiesa cattolica e dei cattolici? <br /><br />La società vietnamita è guidata dal Partito Comunista, che è ateo. I cattolici sono solo una minoranza in una società in maggioranza buddista o che segue credenze animiste e popolari. Da un lato, una propaganda cerca di dire che il cristianesimo è “venuto dall’estero”, è stato portato da stranieri, dunque resta estraneo alla nostra cultura e alla nazione. Questo tipo di propaganda si avverte non solo nell'informazione, ma anche nel sistema di istruzione. Si cercano di collegare i primi missionari con il colonialismo, dandone una immagine negativa. E’, questo, un errore storico, ma deliberato. Sappiamo che i primi missionari sono arrivati in Vietnam nel XVII secolo, mentre i francesi sono arrivati solo alla fine del XIX secolo. <br />Secondo un’altra prospettiva, agli occhi dei non cattolici, della Chiesa cattolica si apprezza che è una realtà ben organizzata, ben strutturata gerarchicamente, quindi solida, che offre certezze. I cattolici, in linea generale, sono stimati per il contributo al bene della società con le opere sociali e caritative. E anche gli ufficiali governativi – quando abbiamo l'opportunità di fare un dialogo con loro - notano che, laddove ci sono molti cattolici, c’è meno criminalità. Nelle grandi città, dove la popolazione ha un più elevato livello di istruzione, la gente comprende meglio il cattolicesimo e ha buona opinione delle nostre comunità, per le opere caritative e perchè esse offrono valori positivi alla società e ai giovani. Nei piccoli villaggi e nelle aree remote, invece, l’immagine della Chiesa non è così buona a causa degli effetti della propaganda. <br /><br />- I cattolici si presentano come “buoni cittadini e buoni cristiani”: c’è sempre questa impostazione?<br /><br />Questa è l’espressione usata nei nostri confronti da Papa Benedetto XVI nella visita ad limina nel 2009. Questa prospettiva è molto chiara dal punto di vista evangelico e anche il governo la usa spesso, conferendole però un colore un po’ più “politico”. Per noi significa che i fedeli hanno profonda fede in Dio e sono, nel contempo, ottimi cittadini e amano il loro paese offrendo, con la loro opera e con la loro vita, un contributo fattivo alla società. I funzionari comunisti cercano a volte di trasformare il concetto di patriottismo in “amore per il socialismo”. Vorrei ricordare l’importanza della lettera pastorale di 1980, punto di partenza della Conferenza episcopale perché dice: “vivere la fede nel cuore o in mezzo al popolo”. E’ stato un ottimo punto di partenza per il rapporto con la comunità civile.<br /><br />- Sembra che ci sia stato un graduale miglioramento delle relazioni bilaterali con le autorità governative. In questa cornice si inserisce l'invito rivolto dal presidente vietnamita al Papa a visitare il paese?<br /><br />Dal 1980 a oggi c'è stato un miglioramento, di pari passo con le relazioni con la Santa Sede. Un punto importante, ad esempio, è stato il 1989, con la visita in Vietnam del cardinale Roger Etchegaray: possiamo dire che allora è iniziata una nuova fase e da allora abbiamo iniziato a parlare di dialogo. Anni dopo, nel 2011, venne nominato il primo “rappresentante pontificio non residente” della Santa Sede in Vietnam; nel 2023 il rappresentante pontificio è divenuto residente, oggi è l’Arcivescovo Zalewski. <br />In questo processo, è nato il gruppo di lavoro misto Santa Sede-Vietnam, che ha cominciato a portare frutti concreti. Vorrei ricordare che già il precedente presidente aveva invitato il Papa. Adesso il nuovo presidente To Lam, che è anche il segretario generale del Partito, lo scorso aprile ha invitato Papa Leone Papa in Vietnam. Come cittadini vietnamiti e come cattolici aspettiamo con grande speranza questa visita. Questo era il desiderio di Papa Giovanni Paolo II nella cerimonia di canonizzazione dei 117 santi martiri vietnamiti nel 1988, a Roma. Confidiamo nella millenaria esperienza della diplomazia pontificia, che saprà come agire per il bene non solo della Chiesa in Vietnam ma anche del popolo di Vietnam. Nella visita ad limina anche il nostro presidente della Conferenza episcopale, Joseph Nguyen Nang, Arcivescovo di Ho Chi Minh , ha ufficialmente invitato Papa a visitare il Vietnam.<br /><br />- Come è andato il vostro incontro con il Papa?<br /><br />E' stato un incontro molto caloroso e amichevole. Leone XIV ha parlato della Chiesa vietnamita con affetto: sa che è piccola ma attiva e fervente di gioventù. L'impressione più importante per noi, quando veniamo a Roma e incontriamo il Papa, è quella di un “ritorno a casa”. In tutti i dicasteri che abbiamo visitato vi era sempre questo spirito, c’è stata calorosa accoglienza. Ci hanno detto: siete qui non solo per fare rapporto ma per costruire la comunione e l'unità nella famiglia. Il Papa ci ha dato dei consigli per come svolgere il nostro ministero. <br /><br />- Quali consigli vi ha dato?<br /><br />Il primo buon consiglio è dare attenzione alla formazione dei preti e seminaristi. Il secondo riguarda il ruolo dei laici non solo per la collaborazione pastorale ma anche in ambito amministrativo. Il terzo è la cura speciale per la pastorale giovanile. Il quarto punto è far sì che le donne possano partecipare attivamente alla vita della Chiesa, proteggere la loro dignità e i loro diritti. Infine ci ha invitato a curare i minori e i vulnerabili, salvaguardando la loro vita e la loro presenza nella comunità. Siamo usciti consolati e incoraggiati dalle parole del Papa. Vorrei ricordare che il 2 luglio 2026 un Legato apostolico pontificio verrà nella nostra patria per la beatificazione di padre Francesco Saverio Truong Buu Diep, il martire che diede la vita nel 1946 come testimone di carità verso i poveri e i sofferenti. Questo evento sarà senza dubbio una gioia e un prezioso incoraggiamento per il Popolo di Dio in Vietnam e ispirerà tutti noi a vivere e a testimoniare il Vangelo con ancora maggiore zelo.<br /><br />- Se mai si realizzerà, il viaggio del Papa in Vietnam che cosa potrebbe significare per la Chiesa locale?<br /><br />Potrebbe significare molto perché sarebbe la prima volta nella storia che un Papa viene in Vietnam. Sarebbe significativo per i cattolici, possiamo immaginare la gioia e l’entusiasmo e come rafforzerebbe la fede; ma lo sarebbe anche per i non cattolici. Il Papa è il supremo capo della Chiesa universale. Anche i non-cattolici apprezzano molto il nostro Papa come promotore della pace quindi la sua presenza figura di certo sarebbe molto significativa e riceverebbe una calorosa accoglienza.<br /><br />- Che ricordi avete dei primi missionari che hanno portato la fede in Vietnam e che rapporto c'è con quella memoria?<br /><br />I vietnamiti, pensando ai missionari, provano immensa gratitudine. Siamo felci di aver ricevuto il dono della Buona Novella del Vangelo grazie ai missionari. Ricordiamo, in particolare, il gesuita francese Alexandre de Rhodes, figura molto importante, giunto venuto al Vietnam nel 1600 e ha avuto l'opportunità di collaborare con un altro missionario, il portoghese Francisco de Pina, per trascrivere la lingua locale usando caratteri latini. Sono loro ad aver creato un nuovo sistema di scrittura della lingua vietnamita, che usiamo ancora oggi. Grazie a loro, il Vietnam è l'unico paese in Asia che usa l'alfabeto latino, mentre altri Paesi hanno la loro specifica calligrafia. Inventare una nuova scrittura per un popolo è un’opera di altissimo valore. I governi vietnamiti e anche le università vietnamite, sebbene a volte sino restii a menzionare l’opera dei missionari, questo fatto non possono negarlo e danno il dovuto riconoscimento ad Alexandre de Rhodes e ai suoi compagni. <br />Abbiamo avuto in Vietnam missionari di moltissimi altri ordini religiosi come gli Gesuiti, Agostiniani, Domenicani, Francescani, i preti della Società delle Missioni Estere di Parigi e molti altri. I due primi missionari del MEP sono stati anche i due primi Vescovi nominati dalla Santa Sede in Vietnam, al Sud e al Nord: Mons. Lambert de la Motte e Mons. Francois Pallu. Per loro nel 2024 abbiamo avviato l’inchiesta diocesana per la causa di beatificazione<br />Vorrei ricordare che spesso le nostre comunità organizzano pellegrinaggi per visitare le tombe dei missionari, sempre con grande e profonda gratitudine. Molti missionari sono sepolti in Vietnam, hanno offerto la loro esistenza fino in fondo, sono missionari ad vitam. Noi siamo molto emozionati e proviamo profondo affetto quando vediamo le tombe dei missionari. Ci hanno lasciato una testimonianza vivida di fede. L’l'influenza dei missionari in Vietnam è molto profonda, non solo nella mentalità ma anche nella cultura, nella struttura della Chiesa vietnamita. Soprattutto li ringraziamo perche, tramite la loro presenza, abbiamo ricevuto il dono della fede.<br /><br />- Che rapporto c'è ancora oggi con i martiri vietnamiti, con la loro spiritualità? Cosa significano oggi per la vita della Chiesa? <br /><br />I cattolici vietnamiti in genere sono molto orgogliosi e grati verso i nostri martiri. Lo si può vedere molto chiaramente nelle comunità cattoliche in diaspora, in Europa, negli Stati Uniti in altre parti del mondo. Quando si raggruppano per formare una comunità o per fondare una cappella, il nome spesso richiama i Santi Martiri Vietnamiti oppure si intitola la comunità alla Madonna di La Vang. Nutriamo profondo amore e devozione per i martiri vietnamiti e per questo, attraversando tutto il paese, si vedono tantissimi santuari dedicati a loro, nel luogo della loro nascita o luogo del martirio. <br />Immaginate che, in 200 anni di alterne vicende e persecuzioni, si calcola che i martiri vietnamiti siano stati circa 130.000. C'è anche il caso di un intero villaggio di martiri: persone bruciate vive sol perché credenti in Cristo. Di questa schiera, 117 sono stati canonizzati in 1988 e uno è beatificato in 2000.<br />Ad Hanoi stiamo completando un nuovo santuario dedicato ai martiri. Sarà pronto alla fine del 2026 e verrà inaugurato l'anno prossimo, con il primo incontro della Conferenza episcopale presso il santuario nazionale. Il 2027, sarà infatti il 400° anniversario dell'arrivo di Alexandre de Rhodes a Thang Long . <br />La spiritualità dei martiri è la fedeltà a Dio. Cerchiamo di insegnare ai nostri fedeli che oggi non c'è più persecuzione come un tempo, però la fedeltà è sempre la stessa. Nella società moderna, dove vi sono fenomeni come il consumismo e la secolarizzazione, che allontanano da Dio, c'è grande bisogno dello spirito dei martiri, la fedeltà.<br /><br />- Ha citato la Vergine di La Vang: perché è così importante per i fedeli vietnamiti e cosa significa questa devozione?<br /><br />La Vang è un nome di un luogo, nel centro del Vietnam, dove più di 200 anni fa molti fedeli, fuggiti a causa della persecuzione, si rifugiarono. Era una foresta. A livello terminologico – tra le varie ipotesi – il nome La Vang si riferisce al nome di un tipo di foglie di questa foresta. <br />Mentre quei fedeli stavano pregando con il Rosario, hanno visto l'apparizione della Madonna che li ha incoraggiati di essere autentici nella fede e a essere sempre fedeli perché “Sono sempre con voi”, disse loro la Vergine. E ha promesso che chiunque fosse giunto in quel luogo a pregare sarebbe stato esaudito. Così, pian piano, La Vang è divenuto un luogo che ha attratto pellegrinaggi e adesso vi sorge un santuario nazionale mariano. <br />Oltre venti anni fa la Conferenza episcopale del Vietnam ha deciso di creare una statua della Madonna con fattezze e abbigliamento vietnamita. Una delle prime statue è stata benedetta da Papa Giovanni Paolo II per essere poi venerata in Vietnam. Il significato spirituale di questo luogo è la profonda e filiale devozione mariana della popolazione. Il popolo vietnamita nutre un grandissimo amore per Madonna anche perché l'immagine di una madre, nella nostra cultura, è un'immagine e figura meravigliosa, che incarna la resilienza, il sacrificio, l’amore incondizionato ed è la colonna portante della famiglia e della società.<br />C’è un richiamo culturale perché i vietnamiti amano molto la figura della “madre”. E così non solo i cattolici pregano la Madonna, anche i buddisti trovano facile rivolgersi a lei. Nella nostra tradizione poetica e letteraria, vi sono innumerevoli canti e detti sulla figura della madre. Anche grazie a questo, è tradizione che tutti i fedeli vengano da Maria per esprimere la devozione e chiedere grazie. Vengono da Maria affinché Maria li porti a Cristo.<br /><br /><br />Mon, 18 May 2026 10:01:17 +0200EUROPA / REPUBBLICA CECA - L’Arcivescovo di Praga nell’ex-campo nazista: la riconciliazione va proclamata anche se non “conviene”https://www.fides.org/it/news/77693-EUROPA_REPUBBLICA_CECA_L_Arcivescovo_di_Praga_nell_ex_campo_nazista_la_riconciliazione_va_proclamata_anche_se_non_convienehttps://www.fides.org/it/news/77693-EUROPA_REPUBBLICA_CECA_L_Arcivescovo_di_Praga_nell_ex_campo_nazista_la_riconciliazione_va_proclamata_anche_se_non_convienedi Bohumil Petrík<br /><br />Litoměřice - “Gesù non vuole che facciamo eccezioni nel perdono, come quando diciamo fin qui ti perdono, ma qui non ti perdono più.” Così l’Arcivescovo di Praga Stanislav Přibyl ha richiamato la fecondità di “proclamare sempre” il perdono e la riconciliazione, “che ciò appaia conveniente o meno” nelle diverse circostanze e agli occhi degli altri. Lo ha fatto in occasione della recente celebrazione ecumenica svoltasi presso l’ex campo di concentramento nazista di Terezín, nella chiesa locale della Resurrezione del Signore, nella Repubblica Ceca.<br /><br />L’incontro ecumenico celebrato il 9 maggio il quinto evento organizzato durante il Giubileo della Riconciliazione, proclamato per il 2026 proprio da Stanislav Přibyl quando era ancora il Vescovo nella Diocesi di Litoměřice. Poi Přibyl è stato nominato dal Papa Leone XIV Arcivescovo di Praga, e per ora svolge anche la funzione di Amministratore Apostolico di Litoměřice.<br />Il Giubileo di riconciliazione è stato indetto per sanare le ferite ancora aperte della seconda Guerra Mondiale la cui fine, nella Repubblica Ceca, si celebra l’8 maggio, festa nazionale. Ogni mese durante il 2026, c'è un evento, - preghiera, messa o pellegrinaggio - aperto a tutti, che si svolge in una delle località legate alle atrocità o violenze perpetrate durante e dopo la guerra.<br />“L’Anno della Riconciliazione si è dimostrato un segno dei tempi, guardate cosa sta succedendo in politica,” ha proseguito l‘Arcivescovo di Praga all’incontro con i rappresentanti di alcune denominazioni a Terezín, ed ha sottolineato:<br />“Quando sperimentiamo i momenti bui, si tira fuori la carta della minaccia, si cominciano a contare le persone come numeri di una statistica e si comincia a creare la propria giustizia.”<br />Secondo l’Arcivescovo ceco, non bisogna trasformare le tragedie dell’odio in meri dati statistici, e non si tratta di misurare “quante persone sono morte durante e dopo la guerra.” Perché “Quando muore una persona, muore il mondo intero”.<br />Alla predica è seguita la preghiera comune del Padre Nostro in ceco e in tedesco. I sacerdoti di diverse confessioni hanno poi offerto preghiere per l'armonia tra le nazioni, per i luoghi colpiti dalla guerra, per la riconciliazione di una società divisa attraverso l'umiltà, e per tutti coloro che hanno sofferto a Terezín. Alla fine è stato intonato il canto del Te Deum. <br /><br />Nel 1941, il ghetto si formò a Terezín . Nel campo di transito, durante la occupazione nazista, fino a 35 mila persone persero la vita per le orribili condizioni di vita e circa 140 mila ebrei vi passarono, diretti a altri campi di concentramento. Oggi, nell‘attuale Repubblica Ceca, c’è un museo sorto per far memoria di quelle atrocità.<br />Un capitolo meno conosciuto della storia è che all'interno della fortezza a Terezín, c’era un campo di internamento per tedeschi, in funzione dal 1945 al 1948. Alcuni da lì furono mandati in altri campi e prigioni, ma più di 500 vi morirono.<br />Nel 1938 la Germania nazista aveva annesso il Sudetenland, la regione a maggioranza tedesca della Cecoslovacchia, e istituito il Protettorato di Boemia e Moravia. In seguito alla sconfitta della Germania nella seconda Guerra mondiale, la Cecoslovacchia aveva espulso circa 3 milioni di tedeschi tra il 1945 e il 1946, principalmente dalla regione dei Sudeti, che oggi fa parte della diocesi di Litoměřice. Alcuni tedeschi furono uccisi, altri furono spinti al suicidio.<br />L’Anno santo nella Diocesi di Litoměřice ha celebrato anche, il 13 gennaio, la guarigione miracolosa dell’orfana Magdalena Kade, seguita a una proclamata apparizione della Vergine Maria e la fondazione, nel 1946, della Ackermann-Gemeinde, un gruppo cattolico per la riconciliazione istituito dai tedeschi espulsi in Germania.<br />Il primo evento del Giubileo della riconciliazione è stato celebrato proprio il 13 gennaio. Il prossimo - il pellegrinaggio da Postoloprty verso Žatec - è in programma il prossimo 3 giugno. . .Sun, 17 May 2026 15:24:58 +0200AMERICA/COLOMBIA - Vescovi promuovono iniziative per un “voto responsabile” in vista delle elezionihttps://www.fides.org/it/news/77692-AMERICA_COLOMBIA_Vescovi_promuovono_iniziative_per_un_voto_responsabile_in_vista_delle_elezionihttps://www.fides.org/it/news/77692-AMERICA_COLOMBIA_Vescovi_promuovono_iniziative_per_un_voto_responsabile_in_vista_delle_elezioniBogotá – In vista delle elezioni presidenziali previste in Colombia per il 31 maggio, vescovi e organismi cattolici hanno avviato diverse iniziative orientate a promuovere una partecipazione elettorale consapevole e responsabile. <br />Nel caso in cui nessun candidato ottenga la maggioranza assoluta, è previsto un secondo turno il 21 giugno 2026.<br />La Conferenza Episcopale ha segnalato l’aggravarsi della violenza nel sud-ovest del Paese, in particolare nei dipartimenti di Cauca, Valle del Cauca, Nariño, Huila e Meta. In un recente comunicato, diffuso il 27 aprile, i vescovi hanno espresso preoccupazione per la situazione umanitaria derivante dagli scontri armati, che colpiscono la popolazione civile e le comunità vulnerabili, sottolineando che tali fatti indeboliscono le condizioni di base per la convivenza democratica. Hanno inoltre ribadito che “nulla giustifica la violenza”.<br />Per questo motivo i presuli, attraverso il Servizio Episcopale per il Perdono, la Riconciliazione e la Pace -organismo creato nel 2023 dai vescovi colombiani per coordinare iniziative ecclesiali a favore della riconciliazione e della pace-, hanno organizzato tre seminari online aperti al pubblico e trasmessi attraverso il canale YouTube e la pagina Facebook della Conferenza Episcopale Colombiana , sotto il titolo: “Chiesa, cittadinanza e pace. Un faro di speranza nel tempo elettorale”. <br />L’obiettivo è offrire strumenti di discernimento ispirati al Vangelo e alla Dottrina Sociale della Chiesa, al fine di rafforzare l’impegno civico e il bene comune nell’esercizio del voto.<br />Già al termine della 120ª Assemblea Plenaria, svoltasi a Bogotá nel febbraio 2026, i vescovi avevano ricordato che i cittadini sono chiamati a partecipare alle elezioni “in piena libertà di coscienza e senza alcun tipo di pressione o corruzione”, invitando a vivere il processo elettorale in un clima di responsabilità democratica e a rifiutare ogni forma di violenza, disinformazione o polarizzazione.<br />Nella stessa linea, la diocesi di Palmira, situata nel sud-ovest del Paese in una regione colpita dalla violenza, ha diffuso il sussidio “La politica è la forma più alta della carità”, una guida pastorale che propone criteri per il discernimento elettorale alla luce del Magistero della Chiesa. Il documento offre orientamenti per un voto responsabile, include un “decalogo dell’elettore cattolico” e invita a informarsi con rigore, contrastare la disinformazione e rafforzare una cultura democratica basata su rispetto e dialogo, senza esprimere sostegno a opzioni politiche specifiche.<br />I tre incontri virtuali promossi dalla Conferenza Episcopale mirano ad “accompagnare i fedeli e tutti i cittadini affinché possano esercitare il loro diritto di voto in modo libero e ben informato”. Si tratta di offrire strumenti di analisi di fronte alle urgenze del contesto politico e sociale, con la partecipazione di esperti di pastorale, dottrina sociale e scienze sociali che affrontano temi legati all’etica nella vita pubblica, al discernimento cristiano e alla responsabilità civica. <br />Il primo degli incontri, intitolato “La politica come vocazione: evangelizzare la politica alla luce della fede”, si è svolto lunedì 11 maggio con la partecipazione del vescovo Héctor Fabio Henao Gaviria, delegato della Conferenza episcopale per le Relazioni Chiesa-Stato. La serie prosegue il 18 maggio con il webinar “Scegliere con coscienza: voto, riconciliazione e bene comune”, dedicato al discernimento etico del voto alla luce della giustizia, della riconciliazione e della pace. Il ciclo si conclude il 25 maggio con l’incontro “Votare nella speranza: una decisione libera, consapevole e in pace”, volto ad accompagnare i cittadini affinché esercitino il loro diritto di voto con libertà interiore.<br />La Conferenza episcopale ha sottolineato che la Chiesa non sostiene Partiti né candidati, ma promuove la formazione della coscienza morale degli elettori, ritenendo che “la partecipazione politica sia un’espressione concreta della carità e dell’impegno per la giustizia”.<br /> <br />Sat, 16 May 2026 12:15:22 +0200ASIA/PAKISTAN - Il Cardinale Coutts: "Il Pakistan mediatore di pace: lavoriamo per l'armonia, in patria e nel mondo"https://www.fides.org/it/news/77691-ASIA_PAKISTAN_Il_Cardinale_Coutts_Il_Pakistan_mediatore_di_pace_lavoriamo_per_l_armonia_in_patria_e_nel_mondohttps://www.fides.org/it/news/77691-ASIA_PAKISTAN_Il_Cardinale_Coutts_Il_Pakistan_mediatore_di_pace_lavoriamo_per_l_armonia_in_patria_e_nel_mondoRoma - "Il Pakistan sta agendo da mediatore di pace tra due grandi attori, l'Iran e gli Stati Uniti, per la pace globale. È un fatto molto positivo. Sono anche sorpreso che il Pakistan venga improvvisamente considerato in modo così positivo dal mondo, dagli altri Paesi, dalla comunità internazionale", dice all'Agenzia Fides il Cardinale Joseph Coutts, Arcivescovo emerito di Karachi, presente nella delegazioni dei Vescovi del Pakistan a Roma per la vista ad limina apostolorum.<br />Parlando a Fides, il Cardinale dice: "Spero che possiamo continuare a pensare e agire in questa direzione, e non concentrarci sullo sviluppo di armamenti. Perché temo che le due cose stiano andando di pari passo: anche il Pakistan sta sviluppando i propri armamenti, missili e navi. E necessario ascoltare l'appello di Papa Leone, per una pace 'disarmata e disarmante' e impegnarci insieme per un disarmo globale. Noi speriamo e preghiamo che il Pakistan scelga davvero la strada di un autentico sforzo di pace".<br />"Nel terribile scenario della guerra in Medio Oriente - rileva il Cardinale Coutts - il fatto che il Pakistan sia coinvolto in questo sforzo di pace è positivo ed è una speranza per tutti noi. Nel nostro piccolo, nella piccola comunità cristiana in Pakistan, lavoriamo nella stessa direzione: ovvero promuovere la pace e l'armonia".<br />"Mi piace molto di più parlare di 'armonia' piuttosto che di dialogo interreligioso", puntualizza il Cardinale che ha la parola "armonia" come suo motto episcopale. "Armonia, infatti, significa accettazione reciproca. Il dialogo, può significare presentare le proprie posizioni senza alcun cambiamento. Lo scopo di ogni incontro, invece, è ascoltare l'altro e costruire l'armonia che genera la pace. E' importante l'uso di questa parola e ora anche il governo del Pakistan la sta usando, definendo il Ministero o l'ufficio per le Minoranze religiose e l'armonia sociale. L'armonia sociale è legata all'armonia religiosa. Non si possono separare questi due elementi", nota.<br />"L'armonia è vicina al mio pensiero perchè significa fraternità, significa lavorare insieme per raggiungere un livello di convivenza pacifica su questa terra. Questa è una missione, una missione spirituale che continuiamo a portare avanti come cristiani del Pakistan, nonostante le sfide e le difficoltà, e che speriamo possa avere un'influenza anche a livello politico", conclude.<br /> <br /><br /><br /><br />Sat, 16 May 2026 12:10:05 +0200AFRICA/CONGO RD - Povertà e violenza affliggono la Provincia Ecclesiastica di Kinshasa, affermano i Vescovihttps://www.fides.org/it/news/77690-AFRICA_CONGO_RD_Poverta_e_violenza_affliggono_la_Provincia_Ecclesiastica_di_Kinshasa_affermano_i_Vescovihttps://www.fides.org/it/news/77690-AFRICA_CONGO_RD_Poverta_e_violenza_affliggono_la_Provincia_Ecclesiastica_di_Kinshasa_affermano_i_VescoviKinshasa – “Povertà, insicurezza diffusa, attacchi mirati contro la Chiesa cattolica, i suoi rappresentanti e le sue istituzioni, nonché l'allarmante aumento della violenza fisica e verbale”. È questo il quadro dipinto dai Vescovi riuniti nell'Assemblea Episcopale della Provincia Ecclesiastica di Kinshasa , che si è tenuta dal 6 al 13 maggio a Inongo. La Provincia ecclesiastica di Kinshasa comprende l'Arcidiocesi di Kinshasa e le seguenti diocesi suffraganee: Boma, Idiofa, Inongo, Kenge, Kikwit, Kisantu, Matadi, Popokabaka. <br />Nella loro dichiarazione pubblicata al termine dei lavori, i Vescovi hanno inoltre indicato altri mali che affliggono le popolazioni della provincia ecclesiastica, quali “le vessazioni lungo fiumi e strade, la proliferazione di posti di blocco, le tasse inappropriate, l'abbandono dei giovani al loro destino, la corruzione negli ambienti educativi e nelle istituzioni statali, i ritardi nel pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici nelle zone rurali e l'isolamento di diverse regioni”.<br />Da tempo i trasportatori fluviali congolesi denunciano le vessazioni amministrative e finanziarie subite da parte di polizia, militari e funzionari della pubblica amministrazione. Il fiume Congo offre un enorme potenziale per decongestionare Kinshasa, nel trasporto di persone e merci, ma è poco sfruttato a causa di vessazioni e mancanza di infrastrutture.<br />I Vescovi hanno comunque preso atto di alcuni sforzi compiuti dal governo per fornire elettricità e migliorare le infrastrutture stradali in alcune aree della provincia ecclesiastica, ed hanno accolto con favore l'impegno delle autorità a ristabilire la pace nelle zone colpite dalle violenze della milizia Mobondo e hanno espresso la speranza che gli sforzi continuino. I miliziani "Mobondo" sono accusati di aver preso parte alle violenze esplose dal 2022, tra le comunità Yaka e Teke . La milizia è nata nel giugno 2022 a seguito di una disputa territoriale e consuetudinaria tra le comunità Teke e Yaka . Gli Yaka si sono organizzati in gruppi armati chiamati "Mobondo", dal nome di amuleti “magici” che proteggerebbero chi li indossa dalle armi del nemico. Il conflitto, a seconda delle fonti, ha finora provocato dai 3.000 ai 5.000 morti oltre a decine di migliaia di sfollati. I miliziani Mobondo sono ora giunti nelle vicinanze di Kinshasa, bloccando strade e aree rurali. <br />Fri, 15 May 2026 11:34:23 +0200ASIAINDIA - Due Salesiani rapiti e rilasciati in Manipur: nell'instabilità generale coinvolti i Naga e gli insorti del Myanmarhttps://www.fides.org/it/news/77689-ASIAINDIA_Due_Salesiani_rapiti_e_rilasciati_in_Manipur_nell_instabilita_generale_coinvolti_i_Naga_e_gli_insorti_del_Myanmarhttps://www.fides.org/it/news/77689-ASIAINDIA_Due_Salesiani_rapiti_e_rilasciati_in_Manipur_nell_instabilita_generale_coinvolti_i_Naga_e_gli_insorti_del_MyanmarImphal - Due giovani salesiani sono stati rapiti e poi rilasciati dopo 24 ore di sequestro in Manipur, stato dell'Indie Nordorientale dove si registra una forte instabilità dato il conflitto etnico in corso dal 2023. i due giovani sono sani e salvi, comunica all'Agenzia Fides padre Suresh SDB, dalla provincia Salesiana di Dimapur, esprimendo "grande sollievo".<br />I due religiosi salesiani Albert Panmei Aching e Peter Poji Küvisie sono stati rapiti intorno alle 21:00 del 13 maggio mentre si recavano dal complesso Don Bosco a Imphal, capital del Manipur, al centro salesiano di Maram, a circa 20 chilometri di distanza. Dopo una notte e una giornata di tensione e di paura, i due giovani religiosi sono stati rilasciati la sera del 14 maggio.<br />Il Provinciale dei Salesiani di Dimapur, padre Joseph Pampackal SDB, esprimendo gratitudine verso quanti si sono adoperati per la liberazione dei confratelli, ha elogiato "gli sforzi coordinati delle organizzazioni della società civile, dei leader religiosi, degli anziani della comunità, delle forze dell'ordine: il loro intervento ha contribuito a una conclusione pacifica di questa vicenda", ha scritto in un nota. <br />Padre Pampackal ha ringraziato i membri della comunità Kuki che hanno garantito la sicurezza dei due salesiani durante la loro prigionia, parlando di "testimonianza di riconciliazione e rispetto reciproco anche in circostanze difficili". E ha ribadito "l'impegno dei Salesiani per la costruzione della pace, il dialogo e il servizio nella regione", riaffermando "la missione dei Salesiani di servire il popolo con fede, coraggio e compassione anche in circostanze difficili."<br />L'episodio si è verificato poco dopo il grave massacro di tre Pastori Battisti uccisi in un agguato la mattina del 13 maggio, insieme all'autista del loro convoglio , e al momento di altri tre Pastori che sono in ospedale .<br />Sull'episodio la Conferenza episcopale dell'India ha espresso " profondo dolore e cordoglio per il tragico agguato" e ha condannato "un atto efferato commesso contro leader religiosi che sono rimasti una fonte vitale di speranza e forza in questi tempi difficili di disordini sociali. La violenza non fa che acuire le ferite, prolungare la sofferenza e indebolire i legami che uniscono le nostre comunità".<br />Facendo eco alle parole espressi da mons. Linus Neli, Arcivescovo di Imphal, i Vescovi hanno rivolto un appello "a tutti gli interessati affinché si astengano da ogni forma di violenza e rappresaglia". "Guidati dal vero spirito cristiano, imploriamo tutte le comunità di abbracciare invece il dialogo, il perdono, la riconciliazione, la moderazione e la coesistenza pacifica", hanno scritto, esortando le autorità "ad agire con saggezza, equità e sensibilità affinché prevalga la pace e la giustizia e venga ristabilita la fiducia tra le comunità".<br />Rileva in un nota inviata a Fides la "All India Catholic Uniuon" , organizzazione rapresentataiva del laicato cattolico indiano: "Questo omicidio non può essere considerato un crimine isolato, poiché si inserisce nel contesto del continuo deterioramento della pace e della governance costituzionale nel Manipur. A partire dal maggio 2023, più di 250 vite sono andate perdute. Oltre 60.000 persone sono state sfollate. Centinaia di chiese e villaggi sono stati distrutti. Migliaia di persone continuano a vivere in campi profughi". <br />L'AICU ricorda che "un gran numero di armi saccheggiate dagli arsenali della polizia e delle forze di sicurezza rimangono in mani illegali e gruppi armati e milizie private continuano a operare impunemente. Questa situazione è inaccettabile in una democrazia costituzionale. Il Governo centrale e al Governo del Manipur hanno il dovere costituzionale di ripristinare lo stato di diritto nello stato".<br />"La pace - osserva l'organizzazione - non può essere ristabilita finché gruppi armati controllano strade, villaggi e confini comunitari. Il recupero delle armi saccheggiate deve essere considerato una priorità di sicurezza nazionale. Tre anni sono un periodo lunghissimo per gli sfollati interni che vivono in campi profughi gestiti dal governo e dalla Chiesa nello stato".<br />Inoltre, rileva l'AICU, è urgente deve avviare un dialogo politico che coinvolga i leader rappresentativi delle tre comunità coinvolte, Meitei, Kuki-Zo e Naga: " Il Manipur non può essere governato solo dal dispiegamento delle forze di sicurezza. L'attuale divisione dello stato in zone separate non è pace. Nessuna comunità può essere abbandonata e a nessuna comunità può essere permesso di dominarne un'altra attraverso la violenza, la paura o il silenzio dello Stato". L'AICU chiede che si garantita protezione per leader religiosi, agli operatori della società civile, ai volontari umanitari e ai mediatori di pace che si spostano oltre i confini delle comunità per la riconciliazione e gli aiuti, poiché "quanti rischiano la vita per la pace e l'armonia non possono essere lasciati indifesi". "Facciamo appello a tutte le persone di fede e di buona volontà affinché respingano la vendetta, resistano all'odio e difendano la dignità di ogni essere umano", conclude la nota. <br />Lo scenario del conflitto in Manipur si è complicato ulteriormente in quanto le tensioni etniche, iniziate tre anni fa tra i Meitei e i Kuki-Zo, si sono ormai trasformate in un'ostilità radicata e diffusa e si sono estese ai gruppi Naga, il terzo gruppo etnico residente nello stato. <br />"Il governo statale - rileva a Fides Johna Dayal, portavoce dell' AICU - non è riuscito a interrompere il ciclo degli scontri né a mettere in atto meccanismi di riconciliazione efficaci. Ora, con la riapertura del conflitto Naga-Kuki e l'aumento delle tensioni, esiste il rischio che i disordini degenerano in un conflitto prolungato simile a quello degli anni '90", quando lo stato di Manipur fu travolto da un grave conflitto inter etnico, che vide i Kuki contro i Naga e che, tra il 1993 e il 1998, causò oltre mille morti, la distruzione di centinaia di villaggi e lo sfollamento di migliaia di persone. Un altro elemento, poi, preoccupa gli elevatori: oltre alle dinamiche interne, il turbolento Manipur vede l'ingresso di un nuovo attore nel conflitto etnico. Si tratta degli insorti del Myanmar, nello stato birmano Chin, confinante con il Manipur. La maggioranza della popolazione dello stato, infatti, è composta dal medesimo gruppo etnico Kuki che in Myanmar è chiamato Chin.<br /> Fri, 15 May 2026 11:18:58 +0200