Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.Leone XIV: celebriamo con gratitudine e generosità i 100 anni della "Giornata Mondiale delle Missioni"https://www.fides.org/it/news/78257-Leone_XIV_celebriamo_con_gratitudine_e_generosita_i_100_anni_della_Giornata_Mondiale_delle_Missionihttps://www.fides.org/it/news/78257-Leone_XIV_celebriamo_con_gratitudine_e_generosita_i_100_anni_della_Giornata_Mondiale_delle_Missioni<p ><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/Mq14OrCxupg?si=FCppQ8yKEg8nvuNm" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p><br /><br /><br />Città del Vaticano - Riportiamo il testo del Video- messaggio di Papa Leone XIV diffuso in vista della Giornata Mondiale delle Missioni, istituita 100 anni fa da Papa Pio XI, che quest'anno viene celebrata domenica 18 ottobre. <br /><br /><br />§§§<br /><br />Cari fratelli e sorelle in Cristo, <br /><br />mentre ricordiamo la Giornata Mondiale delle Missioni, ringraziamo Dio per i frutti abbondanti che ha donato alla Chiesa da quando il mio predecessore, Papa Pio XI, ha istituito questa celebrazione annuale, cento anni fa. Egli desiderava così promuovere, in ogni Diocesi e parrocchia, una più profonda comprensione della grandezza del compito missionario e una fervente preghiera per l’opera di evangelizzazione, incoraggiando la vocazione missionaria e sostenendo l’impegno delle Pontificie Opere Missionarie. <br /><br />La realizzazione del fine scelto da Pio XI ha portato frutto anche nella mia vita. Guardando alla mia giovinezza, posso vedere come le preghiere offerte al Signore della messe abbiano misteriosamente aiutato a preparare il mio cuore per ascoltare la chiamata di Gesù a seguirlo come missionario agostiniano. Inoltre, le preghiere e le offerte dei fedeli hanno incoraggiato e sostenuto il mio lavoro missionario in Perù, così come quello di innumerevoli altri missionari in tutto il mondo. Per questo motivo vorrei esprimere la mia sincera gratitudine a tutti coloro che hanno sostenuto la Giornata Mondiale delle Missioni nel corso degli anni. <br /><br />Il tema di questo centenario, “Uno in Cristo, uniti nella missione”, ci invita a riflettere sul compito fondamentale di coltivare l’unità della Chiesa nel seguire Cristo, specialmente col nostro impegno e con la nostra responsabilità di diffondere il Vangelo di salvezza a tutte le persone. Attraverso il Battesimo, infatti, ciascuno di noi diventa membro del Corpo di Cristo e ha un ruolo unico nel contribuire all’opera salvifica di Gesù. Il Signore ci chiama a cooperare come una sola famiglia, con l’aiuto dello Spirito Santo, per portare ogni persona, ovunque sia, alla comunione della fede in Cristo. Ribadisco quindi lo speciale appello del Messaggio per la Giornata Mondiale delle Missioni: «impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore. Le vostre preghiere e il vostro sostegno concreto […] saranno di grande aiuto per portare il Vangelo dell’amore di Dio a tutti, specie ai più poveri e bisognosi» .<br /><br />Mentre celebriamo questo centenario, vi ringrazio per tutto ciò che farete portando avanti l’eredità della Domenica Mondiale delle Missioni, così da sostenere generosamente la missione di evangelizzazione che la Chiesa svolge in tutto il mondo.<br />Possa la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, scendere su di voi e rimanere con voi per sempre. Amen.<br /><br />Agenzia Fides 7/10/2026)Wed, 07 Oct 2026 11:44:54 +0200ASIA/KAZAKHSTAN - La “diplomazia spirituale” davanti alle sfide globali: etica, intelligenza artificiale, crisi climaticahttps://www.fides.org/it/news/78256-ASIA_KAZAKHSTAN_La_diplomazia_spirituale_davanti_alle_sfide_globali_etica_intelligenza_artificiale_crisi_climaticahttps://www.fides.org/it/news/78256-ASIA_KAZAKHSTAN_La_diplomazia_spirituale_davanti_alle_sfide_globali_etica_intelligenza_artificiale_crisi_climaticadi Paolo Affatato<br /><br />Astana – Non è solo un appuntamento di dialogo tra le religioni, ma un laboratorio in cui le comunità di fede sono chiamate a interrogarsi sul proprio ruolo di fronte alle grandi crisi del nostro tempo. È questo il significato della XXIV riunione del Segreteriato del Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, in programma oggi, 7 ottobre, al Palazzo della Pace e della Riconciliazione di Astana, in Kazakistan.<br />Islam, Cristianesimo, Ebraismo, Induismo, Buddismo, Taoismo, Shintoismo e Fede Bahá’í, insieme con rappresentanti di organizzazioni internazionali, istituzioni pubbliche ed esperti provenienti da una ventina di Paesi, si ritrovano per proseguire un processo avviato oltre vent’anni fa. Al centro dell’incontro vi sono due documenti destinati ad avere un particolare rilievo: un Codice etico per l’uso dell’intelligenza artificiale in ambito religioso; e un documento sul ruolo delle religioni nella lotta al cambiamento climatico.<br />Qui il percorso di Astana sembra assumere una dimensione nuova. Se in passato il dialogo interreligioso aveva come obiettivo principale la conoscenza reciproca, la prevenzione deli conflitti e la costruzione della pace, oggi le religioni vengono chiamate a confrontarsi con questioni che investono l’intera umanità. L’intelligenza artificiale, in particolare, pone interrogativi che non sono soltanto tecnici: riguardano la verità, la dignità della persona, la responsabilità, la libertà e il rapporto dell’uomo con la tecnologia, come ha rimarcato Papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica Humanitas.<br />Il progetto di un codice etico per l’IA nasce dalla consapevolezza che anche le comunità religiose sono ormai profondamente coinvolte nella trasformazione digitale. L’intelligenza artificiale viene utilizzata per produrre contenuti, diffondere insegnamenti, raggiungere le giovani generazioni e ampliare la presenza delle comunità nello spazio digitale. Ma proprio questo apre problemi inediti: disinformazione religiosa, falsificazione di parole attribuite ad autorità spirituali, manipolazione dei testi sacri, discorsi d’odio generati artificialmente, radicalizzazione online.<br />Di fronte a una tecnologia che corre più rapidamente della capacità degli Stati di regolamentarla, la domanda che emerge da Astana è dunque anche una domanda sul ruolo pubblico delle religioni: cosa possono offrire le autorità spirituali quando il diritto non riesce ancora a definire regole globali efficaci?<br />La risposta passa dalla cosiddetta “diplomazia spirituale”, che non intende sostituire la diplomazia politica né attribuire alle religioni competenze proprie degli Stati. Piuttosto, si propone come un canale complementare: uno spazio in cui l’autorità morale dei leader religiosi può contribuire a mantenere aperto il dialogo quando le relazioni politiche sono bloccate, a contrastare la disumanizzazione dell’avversario e a individuare principi condivisi al di là delle differenze confessionali.<br />In questo senso, la forza di Astana non risiede soltanto nelle dichiarazioni finali, ma nella continuità di un processo nato nel 2003 e progressivamente istituzionalizzato. Dalle 17 delegazioni di 13 Paesi del primo Congresso si è arrivati alle oltre 100 delegazioni provenienti da circa 60 Paesi dell’VIII Congresso, celebrato nel settembre 2025, mentre oggi si prepara il Congresso del 2028.<br />In questo percorso la presenza della Chiesa cattolica non è marginale. La visita di Papa Francesco al VII Congresso, nel 2022, ha rappresentato un passaggio particolarmente significativo, confermando il valore del Congresso come spazio internazionale di dialogo tra le religioni. Nel 2025, inoltre, il messaggio di Papa Leone XIV all’VIII Congresso ha sottolineato l’importanza del “lavorare insieme”, ricordando che il dialogo non richiede di cancellare le differenze, ma può trasformarle in occasioni di cooperazione. La collaborazione tra Astana e la Santa Sede prosegue: alla sessione del Segretariato è presente padre Laurent Basanese SJ, Capo Ufficio del Dicastero prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso; <br />La scelta di mettere sullo stesso tavolo intelligenza artificiale, cambiamento climatico e tutela della dignità umana tocca ambiti in cui la dimensione normativa appare ancora fragile o frammentata a livello globale. Qui - si afferma nella conferenza odierna - i leader religiosi possono avere un ruolo cruciale, non perché possano sostituire i parlamenti o le istituzioni internazionali, ma perché dispongono di una forma di autorità diversa: quella morale, educativa e comunitaria. Possono richiamare il primato della persona sull’algoritmo, possono educare a un uso responsabile degli strumenti digitali; dispongono di reti sociali capillari, di una forte capacità educativa e di una presenza quotidiana nelle comunità, incidendo sul tema della responsabilità ambientale, tema politico ma anche questione morale e spirituale: responsabilità verso il creato, verso i poveri e verso le generazioni future.<br />La sfida oggi è trasformare il dialogo in iniziative concrete. Al Congresso di Astana si cerca di costruire quel consenso morale senza il quale anche le norme rischiano di rimanere inefficaci. Il fine è creare un terreno comune attorno ad alcuni principi fondamentali: la dignità della persona, il rispetto della vita, la verità, la responsabilità, la giustizia, la compassione, la pace. L’esperienza di Astana sembra voler dire proprio questo: le religioni non devono diventare attori politici per essere attori della pace. Possono esercitare una responsabilità pubblica attraverso l’educazione, la testimonianza, il dialogo e la formazione di una coscienza condivisa. La “diplomazia spirituale” di Astana contribuisce a ricordare che la questione non è soltanto come governare la tecnologia o i rapporti tra gli Stati, ma quale idea di persona e di umanità si vuole proteggere e promuovere.<br /><br />Wed, 07 Oct 2026 09:57:13 +0200In Malawi uno Stadio intero per celebrare 100 anni di Giornata Missionaria Mondiale: "Uniti in Cristo, uniti nella missione"https://www.fides.org/it/news/78255-In_Malawi_uno_Stadio_intero_per_celebrare_100_anni_di_Giornata_Missionaria_Mondiale_Uniti_in_Cristo_uniti_nella_missionehttps://www.fides.org/it/news/78255-In_Malawi_uno_Stadio_intero_per_celebrare_100_anni_di_Giornata_Missionaria_Mondiale_Uniti_in_Cristo_uniti_nella_missioneMZUZU - La Chiesa cattolica del Malawi ha celebrato sabato 3 ottobre, presso il Mzuzu Stadium, il Centenario della Giornata Missionaria Mondiale, istituita nel 1926 da Papa Pio XI come occasione per pregare e raccogliere risorse a sostegno dell’opera dei missionari in tutto il mondo. <br /><br />Alla celebrazione, incentrata sul tema del messaggio della Giornata Missionaria Mondiale 2026 “Uno in Cristo, Uniti nella Missione”, hanno partecipato vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli laici, rappresentanti del governo e invitati di diverse confessioni cristiane.<br /><br />Il centenario è stato occasione per ricordare il cammino della Chiesa nel Paese e il contributo di missionari e fedeli che, attraverso la preghiera, il sacrificio e la generosità, hanno favorito la diffusione del Vangelo. <br /><br />La cooperazione missionaria e il lavoro delle Pontificie Opere Missionarie hanno contribuito alla crescita della Chiesa locale partecipando all’annuncio del Vangelo,alla catechesi, alla formazione sacerdotale e dei religiosi e religiose, all’istruzione e alle opere nel campo della sanità e dello sviluppo umano. <br /><br />I segni di questo contributo generoso sono riscontrabili nella vita intreccio di vita buona che cresce intorno a chiese, scuole, ospedali, comunità e seminari in tutto il Paese.<br />Nel corso dell'evento, il vescovo Vincent Mwakhwawa, presidente della Commissione per la Missione della Conferenza episcopale del Malawi, ha sottolineato il ruolo delle POM nella crescita della Chiesa locale e ha invitato le parrocchie a partecipare alla raccolta fondi della Giornata Missionaria Mondiale. Le offerte confluiscono nel Fondo Universale di Solidarietà, attraverso il quale la Chiesa del Malawi contribuisce al sostegno delle comunità e delle opere missionarie nel mondo.<br /><br />Un segnale della crescente partecipazione della Chiesa malawiana alla missione universale arriva dalle offerte. Padre Peter Ephraim Madeya, direttore nazionale delle POM del Malawi, ha riferito che i contributi al Fondo Universale di Solidarietà sono aumentati dell'80% nel 2025, auspicando una risposta ancora maggiore nell'anno del centenario. Secondo Madeya, il Malawi sta progressivamente passando dalla condizione di Chiesa destinataria di aiuti missionari a quella di una Chiesa sollecita nella preghiera e nella raccolta di risorse da destinare alla missione della Chiesa universale.<br /><br />La celebrazione ha posto l'accento anche sul contributo dei laici all’opera missionaria. Con la forza della grazia ricevuta nel battesimo, ogni cattolico è chiamato a essere missionario nella propria famiglia, nella parrocchia, sul luogo di lavoro e nella comunità. <br /><br />I battezzati cattolici sono stati invitati a pregare per le missioni, a impegnarsi concretamente e a contribuire al Fondo Universale di Solidarietà. <br /><br />È stato inoltre riconosciuto il contributo delle POM nei settori dell'istruzione, della sanità, dei servizi sociali e dello sviluppo umano.<br />Sul tema della formazione missionaria, padre Dinh Anh Nhue Nguyen, segretario generale della Pontificia Missionaria, ha sottolineato la responsabilità di ogni battezzato nella missione della Chiesa. La sua presenza ha inoltre evidenziato il legame tra la Chiesa del Malawi e la Chiesa universale e l'idea che la missione appartenga all'intero Popolo di Dio.<br /><br />Nell'omelia, il vescovo Peter Adrian Chifukwa, vescovo di Dedzam, ha invitato i cattolici a rafforzare la propria identità missionaria, parlando della necessità di trasformare le comunità cristiane, le famiglie e i genitori in realtà autenticamente missionarie. Una comunità missionaria è chiamata a raggiungere il proprio territorio e portare Cristo agli altri; una famiglia missionaria a testimoniare la fede e trasmetterla alle nuove generazioni; i genitori a essere i primi testimoni e educatori della fede in casa.<br />Il centenario viene così presentato non soltanto come una celebrazione del passato, ma come l'avvio di una nuova fase missionaria. Dopo un secolo nel quale il Malawi ha ricevuto sostegno dalla cooperazione missionaria, la Chiesa locale è chiamata sempre più a condividere i propri doni con la Chiesa universale. <br /><br />Per i prossimi cento anni, il documento indica come priorità una formazione missionaria più profonda, famiglie e comunità più impegnate, una maggiore generosità e un rinnovato coinvolgimento di ogni battezzato nella missione di annunciare e testimoniare il Vangelo di Gesù. .<br />Wed, 07 Oct 2026 18:40:02 +0200Dalle pianure costiere dell’India meridionale alle pendici dell’Himalaya: il percorso missionario del vescovo Edward Barettohttps://www.fides.org/it/news/78258-Dalle_pianure_costiere_dell_India_meridionale_alle_pendici_dell_Himalaya_il_percorso_missionario_del_vescovo_Edward_Barettohttps://www.fides.org/it/news/78258-Dalle_pianure_costiere_dell_India_meridionale_alle_pendici_dell_Himalaya_il_percorso_missionario_del_vescovo_Edward_Barettodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Darjeeling – Quando il 29 novembre 2025 Papa Leone XIV ha nominato il sacerdote Edward Baretto vescovo coadiutore di Darjeeling, quella nomina ha connotato col suo tratto unico un percorso lungo quattro decenni che ha attraversato tutto il subcontinente indiano: da una famiglia cattolica di modeste condizioni nella diocesi di Mangalore, nel Karnataka, alle colline ricoperte di piantagioni di tè dove l’India confina con il Bhutan e il Sikkim. <br /><br />Ordinato vescovo il 21 gennaio 2026 a Kalimpong alla presenza del Nunzio Apostolico in India e Nepal, Leopoldo Girelli, ora opera al fianco del vescovo Stephen Lepcha al servizio di una diocesi in cui ha già ricoperto molti ruoli, fin da quando era adolescente.<br /><br />«Eravamo otto fratelli in famiglia ed eravamo molto poveri», racconta a Fides, ricordando la sua infanzia ad Alampuri, vicino a Mangalore, «Ciononostante, sono riuscito a completare gli studi, anche se con grande difficoltà». Suo padre si ammalò di cancro mentre Edward frequentava ancora la scuola elementare, costringendolo ad aiutare in casa mentre sua madre usciva per andare a lavorare. «Anche se non avessi perso quel tempo, la mia famiglia non avrebbe potuto permettersi di mandarmi a scuola», aggiunge, riflettendo su un percorso forgiato dalla grazia e dalla dedizione, in cui nulla era dato per scontato né dovuto a privilegi.<br /><br />Quella vocazione lo portò lontano da casa. Nel 1982, a diciassette anni, entrò nel Seminario Minore Giovanni XXIII a Darjeeling, a quasi 2.500 chilometri dal suo sud natale. In seguito ha studiato al Seminario regionale Morning Star di Calcutta, ha conseguito un master in filosofia a Pune e una licenza in diritto canonico a Bangalore, dopo la sua ordinazione sacerdotale a Darjeeling nel 1993.<br /><br /><br />Il trasferimento dal sud tropicale al nord himalayano non è stato facile. «Una volta imparata la lingua, quella è la chiave per entrare in una comunità», dice dei suoi primi anni sulle colline. «Da quel momento in poi, le cose sono diventate molto più facili per me». Si è rivolto ai villaggi per il ministero natalizio e alla musica come ponte verso la vita locale: «Anche questo è stato apprezzato, ed è così che mi sono ambientato rapidamente». Questo modello di integrazione si è ripetuto nel corso del suo ministero: vicedirettore del seminario minore, docente al Morning Star, parroco a Kalimpong, vicario giudiziario e, più recentemente, direttore del Centro Pastorale Divya Vani.<br /><br />Oggi quella diocesi conta circa 35.000 cattolici, «tutto qui», osserva senza enfasi, sparsi su un territorio di oltre 9.500 chilometri quadrati che comprende le colline di Darjeeling, il Sikkim e il Regno del Bhutan. Un piccolo gregge, che tuttavia, secondo il suo racconto, ha costruito una convivenza insolitamente serena con i propri vicini. «Per quanto riguarda l’armonia religiosa non abbiamo grossi problemi, a differenza di altre parti dell’India, dove avrete sicuramente sentito parlare di conflitti», afferma. «Viviamo in armonia e, tra i cristiani, l’armonia è finora eccellente. Partecipiamo alle reciproche iniziative e, quando ci incontriamo, va tutto molto bene». Cita iniziative concrete: «Ho organizzato un dialogo interreligioso e invitato molte persone. È andato molto bene, sono venuti tutti, abbiamo organizzato una cena per loro e c’è stato uno scambio di opinioni", a riprova del fatto che il dialogo, per lui, è una realtà concreta fatta di incontri e di tempo trascorso insieme.<br />Gran parte della sua vita pastorale si è svolta tra le comunità delle piantagioni di tè della regione, la cui presenza cattolica risale alla migrazione di manodopera del XIX secolo proveniente dal Chotanagpur. <br />«Qui la gente lavora per lo più nelle piantagioni di tè», osserva. «I lavoratori delle piantagioni di tè non possiedono terreni, sono semplicemente assunti dalle piantagioni. Trovare un alloggio è molto difficile per le famiglie che vivono nelle piantagioni di tè». <br /><br />Quando gli viene chiesto di raccontare un episodio che ha plasmato il suo approccio alla missione, ricorda di aver celebrato un matrimonio interreligioso tra un uomo cattolico e una donna indù. Percependo che la sposa e la sua famiglia erano a disagio, spiegò che non era lì per costringere nessuno e che rispettava profondamente la loro tradizione. Sollevata, la sposa iniziò a frequentare regolarmente la chiesa prima di chiedere, alla fine, di essere battezzata. «Mi ha ringraziato per aver lasciato lui libero e per non averle fatto pressioni», dice il vescovo. «È questo che le ha davvero permesso di trovare la propria strada». <br /><br />Riguardo ai matrimoni misti, comuni in una regione in cui i cattolici sono pochi, anche tra i cristiani, egli predilige un approccio delicato e rispettoso. Battezzare qualcuno senza un consenso autentico, osserva, «sarebbe contrario alla costituzione civile e anche all’insegnamento della Chiesa stessa, perché significherebbe imporre la nostra religione a qualcuno. Non si tratta di rifiutarli: se vogliono avvicinarsi, sono liberi di farlo».<br /><br />Data la posizione geografica della sua diocesi, il vescovo Baretto ha anche la responsabilità della piccola comunità cattolica del Bhutan, che conta un solo sacerdote locale: una storia singolare che affonda le sue radici nella stessa famiglia reale di questo regno ufficialmente buddista. «C’erano missionari gesuiti in Bhutan, invitati dal re», racconta, «molti membri della famiglia reale hanno studiato a Darjeeling, per lo più sotto la guida dei gesuiti». La storia è interessante. A metà del XX secolo, la St. Joseph’s School di Darjeeling, meglio conosciuta come North Point, si affermò come centro educativo di prim’ordine per le élite himalayane sotto la guida dei gesuiti. Diverse generazioni della dinastia reale bhutanese dei Wangchuck e di membri dell’aristocrazia bhutanese vi hanno ricevuto la loro istruzione, a partire dal terzo monarca del Paese, Jigme Dorji Wangchuck, egli stesso ex allievo della scuola, che a partire dal 1961 avviò un processo di modernizzazione del sistema educativo del proprio Paese. Fu in questo contesto che, nel 1963, il primo ministro del Bhutan Jigme Palden Dorji, cognato del re, invitò i missionari gesuiti di Darjeeling a sviluppare l’istruzione in Bhutan.<br /><br />«Da allora fino alla partenza dei gesuiti dal Bhutan nel 1989, molti gesuiti di Darjeeling hanno operato in tre località per sviluppare l’istruzione nel Bhutan, in particolare padre William Mackey, che vi ha vissuto fino alla sua morte nell’ottobre 1995, padre Gerard Leclaire, che ha fondato il primo college del Paese, e padre John Coffey, pioniere a Punakha, la capitale estiva del Bhutan», riporta il sito web ufficiale «Darjeeling Jesuits of North Bengal». «Dopo la morte di padre Mackey, il ministero pastorale nel regno ha sofferto per la mancanza di un missionario cattolico sul territorio», si legge. Tuttavia, poiché il Bhutan è sotto la cura della diocesi di Darjeeling, qualcuno da lì è venuto periodicamente a celebrare la messa per questa comunità cattolica – considerata un antico gruppo di credenti cristiani nel regno, molti dei quali avevano abbracciato la fede cattolica quando loro o i loro genitori si trovavano a Darjeeling . «Padre Kinley Tshering, il primo e unico sacerdote cattolico originario del Bhutan, di origini buddiste, incarna questa storia e costituisce un ponte in carne e ossa. Mandato da bambino alla St. Joseph’s School di Darjeeling e successivamente incoraggiato a seguire la sua vocazione da Madre Teresa durante un volo in cui gli capitò di sedersi proprio accanto a lei, entrò nella Compagnia di Gesù e fu ordinato nel 1995. «Ora svolge un bellissimo ministero di presenza», spiega il vescovo Edward Baretto.<br /><br />Riflettendo sui propri ripetuti sradicamenti, da sud a nord, dalla parrocchia al tribunale al seminario, il vescovo Baretto sintetizza una convinzione che sembra aver guidato il suo ministero: «Non si può forzare nulla, sapete, bisogna abbracciare la vocazione. Non dovremmo costringere nessuno in materia di fede. Siamo chiamati a viverla e a pregare». È la stessa logica tranquilla e paziente che ha portato un ragazzo da un villaggio del Karnataka alla guida di una Chiesa himalayana incastonata tra India, Sikkim e Bhutan. <br />Wed, 07 Oct 2026 12:37:59 +0200I Papi e la Giornata Missionaria Mondialehttps://www.fides.org/it/news/78254-I_Papi_e_la_Giornata_Missionaria_Mondialehttps://www.fides.org/it/news/78254-I_Papi_e_la_Giornata_Missionaria_MondialeRoma - Dall'appello di Pio XII in tempo di guerra ai messaggi pontifici annuali di Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco , la Giornata missionaria mondiale, istituita nel 1926, è stata l'occasione per richiamare tutta la Chiesa alla propria vocazione missionaria. <br /><br />Nell’antologia di brani qui raccolti, tratti da messaggi di diversi Pontefici, la missione si intreccia sempre con le urgenze del tempo: la pace, la libertà religiosa e le sfide della modernità.<br /><br />Pio XII, 19 ottobre 1940 : la pace come missione della Chiesa<br /><br />«La preghiera è l’arma che vince il cuore di Dio a pietà e misericordia; è l’obolo del vostro labbro, dell’affetto vostro per gli araldi di Cristo, per le pecorelle randage dall’ovile, per i miseri, che grava e tormenta la bufera dell’età nostra Questo è il regno di pace nell’anima nostra con Dio, di pace tra i fratelli nella reciproca corrispondenza di affetti, di pace fra i popoli e le nazioni nella riconciliazione e nella ordinata concordia. Quanto più l’umanità nell’ora presente è lontana da questa pace; quanto più la coscienza dei comuni valori naturali e soprannaturali minaccia di cedere il posto in molti cuori a contrari sentimenti, tanto più edificante e animatrice sarà la vostra efficace adesione al pensiero missionario cattolico. Giacché anche la pace nel mondo è una missione della Chiesa; nella tranquillità dell’ordine umano è la sua vita, la conquista e la salvezza delle anime, la dilatazione del bene della fede, il trionfo sul male, per giungere alla imperturbabile pace dell’eternità.»<br /><br />https://www.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1940/documents/hf_p-xii_spe_19401019_we-are.html<br /><br />Paolo VI, 25 maggio 1969 : il Concilio stabilisce il rapporto tra liberta religiosa e dovere apostolico<br /><br />«E già da sé questa organizzazione ufficiale e centrale della Chiesa risponde ad una difficoltà, che è diffusa in certi settori della mentalità moderna, e che minaccia di rendere stagnante l’operosità missionaria; ed è quella relativa alla proclamazione conciliare della libertà religiosa, quasi ch’essa favorisca un irenismo agnostico e autorizzi l’indifferenza nei riguardi della verità religiosa e dell’imperativo apostolico, a cui è collegato il piano della salvezza: cioè: lo sforzo missionario non sarebbe più necessario. L’esistenza di Opere pontificie, espressamente qualificate per promuovere e per sostenere tale sforzo dice ancor oggi il contrario, poiché la libertà religiosa, patrocinata dal Concilio, intende assicurare l’indipendenza della religione dalla incompetente ingerenza di ogni potestà profana ed esterna alla religione, ed anche da ogni abusivo esclusivismo sociale, o politico, in campo religioso; essa non snerva il dovere apostolico, ma costituisce piuttosto la condizione civile per l’esercizio della attività missionaria, mentre questa stessa ci obbliga al rispetto delle coscienze nell’annuncio dell’unico vero messaggio della salvezza derivante dalla religione. È questa una visione sostanzialmente antica nella vera tradizione della Chiesa, ma che il Concilio ha rinnovata e precisata.»<br /><br />https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/messages/missions/documents/hf_p-vi_mes_19690525_world-day-for-missions-1969.html<br /><br /><br />Giovanni Paolo II, 11 giugno 2000: la missione non dipende dalle forze umane<br /><br />«L'intera missione della Chiesa e, in modo speciale, la missione «ad gentes», ha bisogno di apostoli disposti a perseverare fino alla fine, fedeli alla missione ricevuta, seguendo la stessa strada percorsa da Cristo, "la strada della povertà, dell'obbedienza, del servizio e del sacrificio di sé fino alla morte..." . Possano i testimoni della fede, dei quali abbiamo fatto memoria, essere modello e stimolo per tutti i cristiani, in modo che l'annunzio di Cristo sia percepito come compito proprio da parte di ogni cristiano. In questo sforzo il cristiano non è solo. E' vero che non c'è proporzione tra le forze umane e la grandezza della missione. L'esperienza più comune e più autentica è quella di non sentirsi degni di tale compito. Ma è anche vero che "la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza" . Il Signore non abbandona colui che chiama al suo servizio. "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" . La presenza continua del Signore nella sua Chiesa, specie nella Parola e nei Sacramenti, è garanzia per l'efficacia della sua missione. Essa oggi si realizza attraverso uomini e donne che hanno sperimentato la salvezza nella propria fragilità e debolezza e la testimoniano ai fratelli, nella consapevolezza che tutti siamo chiamati alla stessa pienezza di vita Duemila anni dopo l'inizio della missione, sono ancora vaste le aree geografiche, culturali, umane o sociali in cui Cristo e il suo Vangelo non sono ancora penetrati. Come non sentire l'appello che emerge da questa situazione? Chi ha conosciuto la gioia dell'incontro con Cristo non può tenerla chiusa dentro di sé, deve irradiarla.»<br /><br />https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/messages/missions/documents/hf_jp-ii_mes_20000627_world-day-for-missions-2000.html<br /><br /><br />Benedetto XVI, 29 aprile 2006: la fecondità della missione nel non cercare il proprio interesse<br /><br />«Alla vigilia della sua passione Gesù lasciò come testamento ai discepoli, raccolti nel Cenacolo per celebrare la Pasqua, il “comandamento nuovo dell’amore – mandatum novum”: “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” . L’amore fraterno che il Signore chiede ai suoi “amici” ha la sua sorgente nell’amore paterno di Dio. Osserva l’apostolo Giovanni: “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” . Dunque, per amare secondo Dio occorre vivere in Lui e di Lui: è Dio la prima “casa” dell'uomo e solo chi in Lui dimora arde di un fuoco di divina carità in grado di “incendiare” il mondo. Non è forse questa la missione della Chiesa in ogni tempo? Non è allora difficile comprendere che l’autentica sollecitudine missionaria, primario impegno della Comunità ecclesiale, è legata alla fedeltà all’amore divino, e questo vale per ogni singolo cristiano, per ogni comunità locale, per le Chiese particolari e per l’intero Popolo di Dio. Proprio dalla consapevolezza di questa comune missione prende vigore la generosa disponibilità dei discepoli di Cristo a realizzare opere di promozione umana e spirituale che testimoniano, come scriveva l’amato Giovanni Paolo II nell’Enciclica Redemptoris missio, “l'anima di tutta l’attività missionaria: l’amore che è e resta il movente della missione, ed è anche l'unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato. E’ il principio che deve dirigere ogni azione e il fine a cui essa deve tendere. Quando si agisce con riguardo alla carità o ispirati dalla carità, nulla è disdicevole e tutto è buono” . Essere missionari significa allora amare Dio con tutto se stessi sino a dare, se necessario, anche la vita per Lui. Quanti sacerdoti, religiosi, religiose e laici, pure in questi nostri tempi, Gli hanno reso la suprema testimonianza di amore con il martirio! Essere missionari è chinarsi, come il buon Samaritano, sulle necessità di tutti, specialmente dei più poveri e bisognosi, perché chi ama con il cuore di Cristo non cerca il proprio interesse, ma unicamente la gloria del Padre e il bene del prossimo. Sta qui il segreto della fecondità apostolica dell’azione missionaria, che travalica le frontiere e le culture, raggiunge i popoli e si diffonde fino agli estremi confini del mondo».<br /><br />https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/missions/documents/hf_ben-xvi_mes_20060429_world-mission-day-2006.html<br /><br />Francesco, 25 gennaio 2024: ritrovare la dimensione escatologica e eucaristica dei primi cristiani<br /><br />«Sappiamo che lo zelo missionario nei primi cristiani aveva una forte dimensione escatologica. Sentivano l’urgenza dell’annuncio del Vangelo. Anche oggi è importante tener presente tale prospettiva, perché essa ci aiuta ad evangelizzare con la gioia di chi sa che «il Signore è vicino» e con la speranza di chi è proteso alla meta, quando saremo tutti con Cristo al suo banchetto nuziale nel Regno di Dio. Mentre dunque il mondo propone i vari “banchetti” del consumismo, del benessere egoistico, dell’accumulo, dell’individualismo, il Vangelo chiama tutti al banchetto divino dove regnano la gioia, la condivisione, la giustizia, la fraternità, nella comunione con Dio e con gli altri.<br />Questa pienezza di vita, dono di Cristo, è anticipata già ora nel banchetto dell’Eucaristia, che la Chiesa celebra su mandato del Signore in memoria di Lui. E così l’invito al banchetto escatologico che portiamo a tutti nella missione evangelizzatrice è intrinsecamente legato all’invito alla mensa eucaristica, dove il Signore ci nutre con la sua Parola e con il suo Corpo e il suo Sangue. Come ha insegnato Benedetto XVI, «in ogni Celebrazione eucaristica si realizza sacramentalmente il radunarsi escatologico del Popolo di Dio. Il banchetto eucaristico è per noi reale anticipazione del banchetto finale, preannunziato dai Profeti e descritto nel Nuovo Testamento come “le nozze dell’Agnello” , da celebrarsi nella gioia della comunione dei santi» .<br />Perciò, siamo tutti chiamati a vivere più intensamente ogni Eucaristia in tutte le sue dimensioni, particolarmente in quella escatologica e missionaria. »<br /><br />https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/missions/documents/20240125-giornata-missionaria.html<br /><br />Leone XIV, 25 gennaio 2026 : l’unità come condizione della missione<br /><br />«La prima responsabilità missionaria della Chiesa è rinnovare e mantenere viva l’unità spirituale e fraterna fra i suoi membri. In tante situazioni noi assistiamo a conflitti, polarizzazioni, incomprensioni, sfiducia reciproca. Quando questo accade anche nelle nostre comunità, ne indebolisce la testimonianza. La missione evangelizzatrice, che Cristo ha affidato ai discepoli, richiede anzitutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione. In quest’ottica, sarà importante intensificare l’impegno ecumenico con tutte le Chiese cristiane L’unità missionaria, ovviamente, non va intesa come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi per lo stesso scopo: rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con Lui. L’evangelizzazione si realizza quando le comunità locali collaborano tra loro e quando le differenze culturali, spirituali e liturgiche si esprimono pienamente e armonicamente nella stessa fede. Incoraggio perciò le istituzioni e le realtà ecclesiali a irrobustire il senso di comunione missionaria ecclesiale e a sviluppare con creatività le vie concrete di collaborazione tra loro per e nella missione Se l’unità è la condizione della missione, l’amore ne è la sostanza. La Buona Novella che siamo inviati ad annunciare al mondo non è un’ideale astratto: è il Vangelo dell’amore fedele di Dio, incarnato nel volto e nella vita di Gesù Cristo».<br /><br />https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/mission/documents/20260125-giornata-missionaria.html<br /><br /> <br />Tue, 06 Oct 2026 13:32:15 +0200ASIA/QATAR - Giornata lieta per la Chiesa del Paese: Inaugurata la Pontificia Opera dell’Infanzia Missionariahttps://www.fides.org/it/news/78251-ASIA_QATAR_Giornata_lieta_per_la_Chiesa_del_Paese_Inaugurata_la_Pontificia_Opera_dell_Infanzia_Missionariahttps://www.fides.org/it/news/78251-ASIA_QATAR_Giornata_lieta_per_la_Chiesa_del_Paese_Inaugurata_la_Pontificia_Opera_dell_Infanzia_MissionariaDoha – Sabato 26 settembre 2026 è stata scritta una pagina importante negli annali del Vicariato Apostolico d'Arabia del Nord. Dopo due anni di intenso lavoro preparatorio e di attività promozionale da parte dell'ufficio Missio-Avona, la Pontificia Opera dell'Infanzia Missionaria è stata ufficialmente inaugurata presso la chiesa di Nostra Signora del Rosario a Doha, in Qatar. <br /><br />“Sono stati oltre ottanta i bambini, tra i 6 e i 14 anni, che hanno aderito alla grande famiglia pontificia dei giovani missionari, entrando a far parte di una rete mondiale impegnata a vivere e testimoniare la fede nella preghiera, nella condivisione e nella solidarietà” scrive all’Agenzia Fides padre Marcus Fernandes, dell'Ordine dei Frati minori cappuccini, Delegato di Missio-Avona.<br /><br />La Messa solenne di inaugurazione è stata presieduta dal Vicario Generale, p. Ruben Berrameda, affiancato dal parroco p. Paul Raj, p. Rosario Colaco, OFM Cap. – nominato di recente Direttore Spirituale dell'Infanzia Missionaria – e p. Marcus Fernandes. Il Vescovo Aldo Berardi, O.SS.T. Vicario Apostolico di Avona, territorio che comprende Bahrain, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita, si trovava in Francia, nella sua città natale in occasione del viaggio apostolico di Papa Leone XIV. Ha voluto comunque far giungere alla comunità un messaggio di grande gioia, incoraggiamento e benedizione, accompagnato dalla promessa di visitare presto i bambini del Qatar.<br /><br />Nel corso dell’omelia, padre Marcus ha preso spunto dalla formula con cui tradizionalmente prendono il via le competizioni sportive: «Ai posti, pronti, via». Da qui ha sviluppato un parallelo con la vita spirituale, sottolineando come il verbo «andare» indichi un’azione, uno slancio in avanti e una direzione precisa.<br /><br />Il Delegato di Missio Avona ha quindi invitato i bambini e l’intera comunità a vivere la propria vocazione missionaria con entusiasmo e dinamismo, annunciando Gesù e il suo Vangelo non soltanto attraverso le parole, ma soprattutto attraverso la testimonianza della vita quotidiana.<br /><br />Una missione che, ha ricordato, trova le proprie radici nei tre pilastri dell’Opera dell’Infanzia Missionaria: pregare, aiutare e condividere. Un invito rivolto ai più piccoli, ma che coinvolge tutta la comunità cristiana, chiamata a crescere insieme nella responsabilità missionaria.<br /><br />«Guidata da un team di leader entusiasti – conclude padre Marcus – questa realtà appena nata pone basi promettenti perché la Chiesa in Qatar possa crescere e fiorire anche grazie alla testimonianza dei suoi più giovani missionari».<br /><br /> <br /><br />Tue, 06 Oct 2026 12:13:11 +0200Bibbia e culture, l’identità cristiana come incontrohttps://www.fides.org/it/news/78250-Bibbia_e_culture_l_identita_cristiana_come_incontrohttps://www.fides.org/it/news/78250-Bibbia_e_culture_l_identita_cristiana_come_incontrodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma — «Molte volte la nostra identità è “io sono perché tu non sei”». Per Nicoletta Gatti, docente di studi biblici all’Università del Ghana, è in questa contrapposizione, oggi visibile nei nazionalismi, nelle polarizzazioni religiose e nella paura dello straniero, che si colloca una domanda decisiva: come può la fede contribuire a costruire un’appartenenza che non escluda? A questa domanda è dedicato “Culture, Bible, Identity: Christian Faith and Interculturality”, volume pubblicato recentemente dalla Federazione Biblica Cattolica , frutto della conferenza internazionale online «Culture – Bible – Identity: Intercultural-Biblical Reflections on Christian Identity», svoltasi dal 21 al 23 gennaio 2025. Il libro è accessibile gratuitamente online e scaricabile dal sito della Federazione, nella serie accademica "Contextual Readings of the Bible", avviata proprio con questo primo volume.<br /><br />La conferenza è stata organizzata dalla segreteria generale della CBF e dall’associazione biblico-pastorale «Verbum Domini», in collaborazione con l’Università del Ghana e la Paris Lodron Universität di Salisburgo. Il progetto ha riunito studiosi provenienti da diversi contesti geografici e culturali per interrogare la formazione dell’identità cristiana nelle prime comunità e la sua evoluzione nel mondo contemporaneo, postcoloniale e pluralista. Nella prefazione, padre Jan Stefanów, segretario generale della CBF, definisce il libro la prima pubblicazione della Federazione dal 2008 e ricorda che raccoglie i contributi presentati al convegno. La speranza, scrive, è che il volume inauguri «un percorso fecondo di riflessione accademico-pastorale», fondato su una rilettura contestualizzata della Parola di Dio contenuta nella Scrittura. Stefanów sottolinea anche il carattere internazionale del lavoro: i testi biblici sono riletti attraverso prospettive africane, asiatiche, europee e latinoamericane.<br />Un libro gratuito, frutto di un lavoro comune<br />La disponibilità gratuita del volume è un elemento centrale del progetto: i contributi non sono riservati a una cerchia di specialisti o agli abbonati a una collana accademica. La CBF dichiara che le proprie pubblicazioni sono offerte gratuitamente online al pubblico più ampio e che il libro può essere letto sul sito o scaricato. Per Gatti, il volume nasce da una collaborazione e da un’amicizia intellettuale. «È un’amicizia che continua !», osserva nell’intervista a Fides, precisando di esserne «soltanto la portavoce». Il convegno è stato il primo evento organizzato dall’associazione «Verbum Domini», nata per offrire uno spazio di coordinamento a biblisti interessati a mantenere un legame con la Federazione Biblica Cattolica.<br />Il volume è curato da Gatti e dal teologo Franz Gmainer-Pranzl, docente di Teologia interculturale all'Università di Salisburgo. Si apre con l’introduzione di Gatti, A Hermeneutic Vision for Inclusive Community, e si articola in due sezioni: la prima, dedicata a metodi e missione contestuale; la seconda, all’esegesi interculturale. I contributi affrontano, fra gli altri temi, la ricezione della Scrittura nei contesti pentecostali africani, in India e in Europa, e propongono riletture di brani biblici attraverso esperienze culturali diverse. Nella seconda parte, dedicata all'esegesi interculturale, undici studiosi rileggono la Scrittura a partire da contesti concreti. Per fare alcuni esempi, Agar, la schiava egiziana cacciata nel deserto, diventa voce delle donne dalit dell'India. I Magi di Matteo, viaggiatori che attraversano i confini, interpellano un cristianesimo africano tentato di chiudersi in sé stesso. La donna curva di Luca 13, che Gesù chiama «figlia di Abramo», mette in discussione le tradizioni che ancora oggi emarginano le donne.<br /><br />La conclusione di Wojciech Szypuła raccoglie i fili del confronto. Il percorso, spiega Gatti, prosegue un precedente progetto, Salvation in a Crisis-Ridden World: : An Intercultural Exegetical Answer , nato per chiedersi come la Parola di Dio potesse parlare a un mondo segnato dalla crisi pandemica e post-pandemica. «Tutti noi lavoriamo in accademia ma siamo anche molto impegnati nella pastorale», afferma. Da qui l’esigenza di «creare un ponte» tra l’insegnamento e la ricerca universitaria, da un lato, e le comunità e le realtà pastorali, dall’altro.<br /><br />La Bibbia nel dialogo fra culture<br />La domanda che attraversa il progetto riguarda il rapporto fra il messaggio cristiano e i contesti in cui viene accolto. Come hanno fatto gli autori del Nuovo Testamento a esprimere la fede in mondi segnati da culture diverse, dal giudaismo all’ellenismo, fino all’Impero romano? Come hanno fatto i primi evangelizzatori ad annunciare il Vangelo oltre i confini culturali? E che cosa costituisce l’identità cristiana, se non esiste un’unica forma culturale in cui essa debba necessariamente manifestarsi?<br />«La Bibbia diventa sempre più una realtà di specialisti», osserva Gatti nell’intervista. Il rischio, aggiunge, è che il lavoro esegetico resti confinato nelle aule e non entri in relazione con le persone per cui la Scrittura è parte della vita quotidiana. La proposta del progetto è dunque un duplice movimento: studiare il testo nel suo contesto originario e metterlo in dialogo con la cultura di chi lo legge oggi. Non si tratta di applicare meccanicamente una risposta antica a una situazione moderna, ma di lasciare che testo e comunità si interroghino reciprocamente.»<br />Gatti racconta di insegnare in Ghana, in un contesto in cui la fede occupa un posto centrale nella vita pubblica e nelle esperienze quotidiane. Ma la presenza della religione non elimina le divisioni: la docente descrive un cristianesimo frammentato e ricorda che nelle sue classi si incontrano studenti cristiani, musulmani ed ebrei. È anche questa pluralità a interpellare il suo modo di leggere la Bibbia. «Mi sono resa conto che il mio modo di leggere le Scritture, il mio modo di concepire la fede, era una modalità che passava attraverso degli occhiali culturali, per esempio le mie tradizioni cristiane e cattoliche. Mi sono resa conto che questa è una prospettiva. Ma ne esistono altre». Leggere i testi attraverso altre esperienze, aggiunge, può rivelare aspetti che una sola prospettiva non coglie. «I testi biblici nascono da un dialogo tra la cultura di origine e la cultura di accoglienza», afferma: la lettura interculturale non è quindi un’aggiunta esterna, ma un modo per comprendere più a fondo il testo e il suo potenziale.<br />Dall’identità contro l’altro alla comunione<br />Il nodo dell’identità, al centro del volume, è anche una questione pubblica. Quando l’appartenenza diventa un’arma, la differenza viene percepita come minaccia anziché come ricchezza. Gatti richiama il principio africano dell’Ubuntu: «Io sono perché tu sei». Una formula che, nella sua prospettiva, contrasta l’idea per cui una persona o una comunità possa definirsi soltanto opponendosi a qualcun altro. «Quando guardiamo all’altro con gli occhiali della paura, immediatamente l’altro viene trasformato in un nemico», dice. Il passaggio può arrivare alla disumanizzazione: si finisce per attribuire dignità e piena umanità solo a chi appartiene alla propria nazione, religione o comunità. È una dinamica che riguarda la società, ma che, avverte la biblista, può attraversare anche le Chiese.<br />La Scrittura stessa, sottolinea, non nasconde le tensioni fra apertura e chiusura. In alcuni testi emerge la preoccupazione di proteggere i confini della comunità; in altri, figure come Rut e Giona portano in primo piano l’accoglienza dello straniero e la misericordia verso il nemico. Queste tensioni non autorizzano a semplificare il testo: invitano piuttosto a tornare alla domanda su che cosa significhi riconoscere nell’altro una persona. Nel dialogo con Fides, Gatti indica quattro piste che considera importanti anche per la vita ecclesiale: conoscere davvero la cultura in cui si vive; costruire comunità capaci di accogliere; rileggere le Scritture tenendo insieme i testi antichi e le domande contemporanee; e non ridurre la fede a un esercizio intellettuale. «Il Nuovo Testamento è nato da un’amicizia», afferma, richiamando l’immagine di comunità unite da legami capaci di attrarre e includere.<br />Anche le prime comunità cristiane, precisa, non erano prive di conflitti. La loro lezione non è quella di una concordia idealizzata, ma la possibilità di guardare in faccia le divisioni e attraversarle tramite il confronto. «Il dialogo è sempre possibile», dice Gatti, indicando nella capacità di riconoscersi reciprocamente uno spazio concreto per ricostruire legami. È in questo orizzonte che il libro, nato da un incontro online fra studiosi di diversi Paesi, prova a offrire un contributo oltre l’ambito accademico: una raccolta di letture bibliche che cerca di esplorare come la fede possa prendere forma in culture diverse senza cancellarle. Nell'introduzione, Gatti augura che il volume sia insieme «uno specchio e una mappa»: specchio delle complessità del nostro mondo, mappa verso un futuro in cui la promessa di appartenenza si realizzi «in ogni comunità, in ogni cuore, in ogni generazione». Un invito rivolto non solo agli specialisti, ma a chiunque, nella Chiesa e fuori, si chieda come vivere la propria identità senza costruirla contro qualcuno. <br /><br /><br />Mon, 05 Oct 2026 11:55:22 +0200100 ANNI DALLE ORDINAZIONI DEI PRIMI 6 VESCOVI CINESI - Il Vescovo Aloysius Chen Guodi e la Diocesi di Fenyanghttps://www.fides.org/it/news/78249-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_6_VESCOVI_CINESI_Il_Vescovo_Aloysius_Chen_Guodi_e_la_Diocesi_di_Fenyanghttps://www.fides.org/it/news/78249-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_6_VESCOVI_CINESI_Il_Vescovo_Aloysius_Chen_Guodi_e_la_Diocesi_di_FenyangA cento anni dalle ordinazioni dei primi 6 Vescovi cinesi consacrati in epoca contemporanea , l’Agenzia Fides dedica una serie di schede documentarie a quei Successori degli Apostoli e alle loro diocesi, al centro di quell’evento cruciale nel cammino della Chiesa cattolica in Cina.<br /><br />§§§<br /><br />del Prof. Liu Zhiqing<br /><br />Fenyang - La Diocesi di Fenyang, nella provincia di Shanxi, fu la terza diocesi affidata al governo di un membro del clero cinese. Fu eretta il 7 maggio 1926 come Vicariato Apostolico di Fenyang. Il suo primo vescovo, Aloysius Chen Guodi, appartenne al primo gruppo di sei vescovi cinesi consacrati da Papa Pio XI a Roma il 28 ottobre 1926. Lui era stato nominato vescovo il 10 maggio 1926.<br /><br />1. Storia della diocesi<br /><br />Il 7 maggio 1926 il Vicariato apostolico di Fenyang fu separato dal Vicariato apostolico di Taiyuan, che era amministrato dai Francescani italiani. Nel 1925 quel Vicariato era organizzato in tre decanati. Contava 35.187 battezzati cattolici e 48 sacerdoti, di cui 26 stranieri e 22 cinesi. Il clero cinese rappresentava quindi il 45,83%. <br /><br />Al momento della sua erezione, il Vicariato Apostolico di Fenyang contava 11.492 battezzati cattolici e 17 sacerdoti cinesi, tra cui il Vicario apostolico.<br /><br />Nel luglio 1926 l’Arcivescovo Celso Costantini, primo Delegato Apostolico in Cina, visitò Taiyuan. Nelle sue memorie scrisse che la sua visita al Vicariato di Taiyuan aveva lo scopo di procedere alla delimitazione delle nuove diocesi affidate al clero locale. Il Vicario apostolico di Taiyuan, Agapito Fiorentini , sostenne con tutto il cuore le indicazioni della Santa Sede volte a affidare a vescovi cinesi la guida delle diocesi. «Procedetti quindi alle consultazioni finali e alla scelta dei nuovi vescovi», scrive Costantini nelle sue memorie .<br /><br />L'11 aprile 1946 il Vicariato apostolico di Fenyang fu elevato al rango di Diocesi. <br />Nel 1949 la diocesi di Fenyang comprendeva 15 contee. Secondo Zhao Qingyuan, autore della “Cronologia della suddivisione delle diocesi cattoliche in Cina e della successione dei loro vescovi”, la diocesi possedeva 139 chiese e cappelle, 31 sacerdoti e 15.618 battezzati cattolici.<br /><br />2. I vescovi della diocesi<br /><br />Il primo vescovo del Vicariato Apostolico di Fenyang fu Aloysius Chen Guodi , appartenente all’Ordine dei Frati Minori. <br />Aloysius Chen era nato il 15 novembre 1875 nel villaggio di Anyang, nei pressi di Lu'an, nello Shanxi, in una famiglia cattolica da generazioni. Entrò nell'Ordine dei Frati Minori il 4 ottobre 1896 a Dongergou e fu ordinato sacerdote il 15 marzo 1903.<br /><br />Per nove anni svolse attività missionaria nella contea di Xinxian e in altre località, servendo successivamente come segretario di due Vescovi italiani alla guida di diocesi cinesi. <br />Oltre a insegnare latino e apologetica nel Seminario di Taiyuan, Aloysius Chen diresse anche una scuola secondaria cattolica della città, la Scuola Mingyuan.<br /><br />Nel 1911 Chen Guodi fu nominato parroco della cattedrale di Taiyuan; nel 1921 divenne arciprete del decanato di Linxian e, successivamente, preside della scuola media di Taiyuan.<br /><br />Il 10 maggio Chen Guodi 1926 fu nominato Vicario apostolico di Fenyang con la sede titolare di Attuda. Il 28 ottobre 1926 ricevette la consacrazione episcopale nella Basilica di San Pietro a Roma dalle mani di Papa Pio XI, diventando uno dei primi sei vescovi cinesi consacrati in epoca contemporanea.<br /><br />Nel 1927 il Vescovo Aloysius Chen fondò il Seminario minore diocesano; nel 1928 istituì un Seminario preparatorio. Nello stesso anno accolse a Fenyang dieci laiche consacrate dell'associazione caritativa Baochihui provenienti dalla parrocchia di Qingtang, nella contea di Linxian, e fondò in città un'opera assistenziale per l'accoglienza e la cura dei neonati abbandonati.<br />Morì il 10 marzo 1930, all'età di 55 anni.<br /> <br />Dopo la morte di Aloysius Chen Guodi, il 12 ottobre 1930 fu consacrato vescovo del Vicariato Apostolico di Fenyang Francesco Liu Jinwen , che rimase in carica fino al 15 gennaio 1948 e morì il 3 aprile 1951.<br /><br />Il 9 giugno 1949 fu consacrato vescovo della Diocesi di Fenyang Simone Lei Zhenxia . Arrestato nel 1955 fu condannato a morte e fucilato il 16 febbraio 1971.<br /><br />3. Lo sviluppo della diocesi<br /><br />La Diocesi di Fenyang ebbe origine da alcune parrocchie del decanato di Fenzhoufu appartenenti al Vicariato apostolico di Taiyuan. Dopo 24 anni di crescita, i battezzati cattolici erano circa 15.600, e i sacerdoti 30 .<br />Le statistiche dell'attività pastorale e dell'evoluzione della diocesi nei vari anni sono riportate nella tabella seguente.<br /><br />Tabella delle statistiche pastorali della Diocesi di Fenyang, 1926–1950<br /><br /><div > <table > <thead> <tr> <th rowspan="2" > Periodo/Anno </th> <th rowspan="2" > Vescovi </th> <th colspan="2" > Sacerdoti </th> <th colspan="2" > Religiose </th> <th rowspan="2" > Popolazione<br> </th> <th rowspan="2" > cattolici </th> </tr> <tr> <th > stranieri </th> <th > cinesi </th> <th > straniere </th> <th > Cinesi </th> </tr> </thead> <tbody> <tr> <td >1926-1927</td> <td >1</td> <td ></td> <td >16</td> <td ></td> <td ></td> <td >14</td> <td >11492</td> </tr> <tr> <td >1927-1928</td> <td >1</td> <td ></td> <td >18</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >12051</td> </tr> <tr> <td >1928-1929</td> <td >1</td> <td ></td> <td >19</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >15605</td> </tr> <tr> <td >1929-1930</td> <td >1</td> <td ></td> <td >19</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >15605</td> </tr> <tr> <td >1930-1931</td> <td >1</td> <td ></td> <td >24</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >12301</td> </tr> <tr> <td >1933</td> <td >1</td> <td ></td> <td >26</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >12629</td> </tr> <tr> <td >1934</td> <td >1</td> <td ></td> <td >25</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >12874</td> </tr> <tr> <td >1935</td> <td >1</td> <td ></td> <td >24</td> <td ></td> <td ></td> <td >2.06</td> <td >13239</td> </tr> <tr> <td >1936</td> <td >1</td> <td ></td> <td >23</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >13645</td> </tr> <tr> <td >1937</td> <td >1</td> <td >2</td> <td >23</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >13975</td> </tr> <tr> <td >1938</td> <td >1</td> <td >1</td> <td >25</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >14550</td> </tr> <tr> <td >1939</td> <td >1</td> <td >1</td> <td >27</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >15247</td> </tr> <tr> <td >1940</td> <td >1</td> <td >1</td> <td >28</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >15197</td> </tr> <tr> <td >1941</td> <td >1</td> <td >1</td> <td >27</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >15524</td> </tr> <tr> <td >1942</td> <td >1</td> <td >1</td> <td >30</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >15949</td> </tr> <tr> <td >1943</td> <td >1</td> <td >1</td> <td >29</td> <td ></td> <td ></td> <td >2</td> <td >15656</td> </tr> <tr> <td >1947</td> <td >1</td> <td >1</td> <td >29</td> <td ></td> <td ></td> <td >2.1</td> <td >15050</td> </tr> <tr> <td >1948</td> <td >1</td> <td >1</td> <td >29</td> <td ></td> <td ></td> <td >2.1</td> <td >15600</td> </tr> <tr> <td >1949</td> <td >1</td> <td >1</td> <td >29</td> <td ></td> <td ></td> <td >2.1</td> <td >15600</td> </tr> <tr> <td >1950</td> <td >1</td> <td ></td> <td >44</td> <td ></td> <td ></td> <td ></td> <td >15600</td> </tr> </tbody> </table> </div><br /><br />Fonte: Les missions de Chine et du Japon, Les missions de Chine, Annuaire des Missions Catholiques de Chine.<br /><br /><br />Mon, 05 Oct 2026 11:30:59 +0200EUROPA/FRANCIA - Il vescovo Aldo Berardi: «Da Metz una lezione di riconciliazione per Ucraina, Terra Santa e Medio Oriente»https://www.fides.org/it/news/78248-EUROPA_FRANCIA_Il_vescovo_Aldo_Berardi_Da_Metz_una_lezione_di_riconciliazione_per_Ucraina_Terra_Santa_e_Medio_Orientehttps://www.fides.org/it/news/78248-EUROPA_FRANCIA_Il_vescovo_Aldo_Berardi_Da_Metz_una_lezione_di_riconciliazione_per_Ucraina_Terra_Santa_e_Medio_Orientedi Antonella Prenna<br /><br />Ars-sur-Moselle – Dalle ferite delle guerre che hanno devastato la Lorena alla ricerca di una strada per la riconciliazione in Ucraina, in Terra Santa e nel Golfo. La visita di Papa Leone XIV a Metz, lo scorso 28 settembre, ha assunto per il vescovo Aldo Berardi, O.SS.T., Vicario Apostolico dell’Arabia del Nord, un significato che va ben oltre il legame con la sua terra d’origine. Originario di Ars-sur-Moselle, a pochi chilometri da Metz, il presule ha vissuto l’incontro con il Papa come un’occasione per rileggere la storia delle proprie comunità e, insieme, le ferite dei popoli che oggi accompagna.<br /><br />«Ho vissuto con grande emozione e trasporto questo evento insieme a tutti gli altri vescovi presenti, anche stranieri», racconta ad Agenzia Fides. Berardi ha partecipato agli incontri dedicati all’Europa e al dialogo interreligioso promossi da Papa Leone XIV nel ricordo di Robert Schuman, tra i padri fondatori dell’Unione europea, e alla Messa nella Cattedrale di Santo Stefano.<br /><br />«Durante la Messa ero seduto vicino a Ihor Rantsya, vescovo degli Ucraini cattolici di rito bizantino, da poco eparca di San Vladimir il Grande di Parigi. Per noi che viviamo la guerra in casa è risuonata molto forte la chiamata alla pace e alla riconciliazione di Papa Leone XIV».<br /><br />È proprio la storia di Metz e della Lorena, terra segnata da guerre, deportazioni e divisioni, ad aver offerto al vescovo Berardi una chiave di lettura per guardare ai conflitti contemporanei.<br /><br />«La distruzione di interi villaggi causata dalle tre guerre ha reso più difficile e faticosa la riconciliazione alla quale, nonostante tutto, si è arrivati con i padri fondatori dell’Europa. Per questo, con il vescovo Ihor Rantsya, ci siamo posti una domanda: sarebbe possibile intraprendere questo stesso cammino di riconciliazione anche in Medio Oriente o in Ucraina?».<br /><br />Il percorso europeo, ricorda il Vicario Apostolico, è stato tutt’altro che semplice. «La storia di queste terre racconta di ferite profonde, di ragazzi forzatamente arruolati e costretti a combattere contro i loro stessi fratelli francesi, di espulsioni e deportazioni. Ancora oggi si percepiscono alcune tensioni».<br />La riconciliazione franco-tedesca, sottolinea, non è stata un processo immediato. «In passato era difficile perdonare e poi riconciliarsi. Anche se ci sono stati momenti simbolici di riconciliazione franco-tedesca, per la popolazione locale è stata una grande fatica».<br /><br />È da questa memoria che Berardi legge oggi le parole di Papa Leone XIV. «Sono state fortissime e di grande aiuto per noi che viviamo nelle zone di conflitto. Ci hanno offerto una speranza di riconciliazione, possibile con buona volontà, con il perdono e con la giustizia, affrontando anche questioni concrete come quelle relative alle terre, alle proprietà, alla presenza delle comunità e all’uguaglianza tra le persone».<br /><br />Un messaggio che, secondo il presule, potrà essere ripreso nelle comunità cristiane del Golfo, dell’Ucraina e della Terra Santa. «Rileggeremo questo discorso nelle nostre comunità come riflessione sulla possibilità di un cammino verso la riconciliazione. Sarà un cammino lungo, ma certamente importante».<br /><br />Il tema della guerra non è per Berardi una riflessione astratta. Anche Ars-sur-Moselle porta ancora i segni dei conflitti del passato. «Tutte le situazioni di guerra e di conflitto mi toccano profondamente. Anche la mia chiesa di Saint-Martin è stata bombardata e poi ricostruita. Il villaggio è stato distrutto per l’80 per cento. Per me è quindi un tema particolarmente sensibile».<br /><br />È anche per questo che, quando nel Golfo è iniziata l’attuale guerra, il Vicario Apostolico ha cercato di rassicurare i fedeli spiegando loro la natura diversa del conflitto.<br /><br />«Non è una “guerra classica”, nel senso che non arrivano gli aerei a bombardare tutto. È una guerra particolare, con obiettivi precisi, una guerra economica e di pressione. Purtroppo è accaduto che i detriti dei droni abbattuti siano caduti sulle abitazioni, provocando anche dei feriti». Ma le conseguenze sulla popolazione sono pesanti. «Molti hanno perso il lavoro, tanti sono andati via, le merci non arrivano più, il materiale non arriva e le fabbriche chiudono. Ci manteniamo con ciò che arriva via terra dall’Arabia Saudita, il cui ponte fortunatamente non è stato bombardato. L’economia è in difficoltà e non si possono esportare né petrolio né gas».<br /><br />Per Berardi, tuttavia, la fine delle ostilità non coinciderebbe automaticamente con la riconciliazione. «Speriamo sempre nella pace, ma una pace sulla carta non significa guarire le ferite della popolazione, che in questa regione sono antiche. Pensiamo agli ebrei, alle tensioni tra sciiti e sunniti, alle persecuzioni di alcune minoranze. E questa guerra ha riacceso tensioni anche all’interno delle stesse comunità musulmane».<br /><br />La visita a Metz ha rappresentato così anche un momento di fraternità tra pastori provenienti da Chiese che vivono in contesti segnati dalla guerra. «Per me è stato un momento di pace e di riflessione. Qui, a casa, ho potuto confrontarmi con altri vescovi che vivono in zone difficili. È stato un momento di fraternità tra noi, anche perché la Chiesa stessa ha attraversato momenti difficili».<br /><br />A fare da sintesi, nelle parole del Vicario Apostolico di Arabia del nord che comprende Bahrain, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita, è infine la Cattedrale di Metz, con le sue vetrate che raccontano la presenza e l’incontro di culture e civiltà diverse. «La Cattedrale di Metz è una bella sinfonia di diversità che forma l’unità della cattedrale. È un esempio anche per l’unità e per la riconciliazione», conclude il presule trinitario.<br /><br /><br />Mon, 05 Oct 2026 08:10:25 +0200I traffici di armi “bipartisan” nel conflitto sudanesehttps://www.fides.org/it/news/78247-I_traffici_di_armi_bipartisan_nel_conflitto_sudanesehttps://www.fides.org/it/news/78247-I_traffici_di_armi_bipartisan_nel_conflitto_sudanesedi Cosimo Graziani<br /><br />Khartoum - Anche in guerra le leggi di mercato finiscono spesso per prevalere su allineamenti geopolitici e prossimità ideologiche Lo confermano i flussi commerciali delle armi nella guerra che dal 2023 distrugge in Sudan. <br /><br />Un quadro generale ma chiaro sulle forniture di armi che arrivano alle Forze Armate Sudanesi e alla Forze di Supporto Rapido è stato descritto dalla testata sudanese Ayin con l’aiuto di analisti esperti di open-source intelligence . La situazione è molto chiara: le forniture per entrambi i fronti arrivano da soggetti che hanno base in pochi Paesi, con intrecci e triangolazioni che spesso finiscono per alimentare di armamenti ambedue le parti in lotta.<br />Secondo Ayin, aziende governative della difesa sudanese nel novembre del 2023 avrebbero stipulato un contratto con l’azienda turca Baykar per la fornitura di droni. Il prodotto fornito dall’azienda sarebbero i noti Bayraktar TB2. Il valore totale del contratto sarebbe di circa centoundici milioni di euro, e in totale sarebbero stati forniti sei droni TB2, tre centraline di controllo e ben seicento testate missilistiche. Ad essere forniti sarebbero stati anche i droni Bayraktar Akinci, che da un punto di vista tattico si differenziano dai TB2 perché capaci di volare ad alta quota, mentre i TB2 volano ad un’altitudine media.<br />Altri gruppi fornitori delle Saf hanno base in Iran. In questo caso i modelli di provenienza iraniana sarebbero due: i Mohajer-6 e i Zajil-3. La differenza evidenziata da Ayin sarebbe nei flussi della fornitura, perché i primi arriverebbero al Port Sudan via mare, mentre i secondi sarebbero forniti attraverso il complesso militare industriale sudanese, un coinvolgimento che indica un certo sviluppo dell’industria militare locale.<br /><br />Il terzo Paese in cui operano fornitori delle Saf è il Pakistan. Anche in questo caso le forniture arriverebbero a Port Sudan. Oltre ai droni, le forniture provenienti dal Pakistan riguardano anche munizioni prodotte congiuntamente dalla turca Baykar e dall’azienda di Islamabad National Aerospace Science and Technology Park.<br />Le forniture della Saf e delle Rsf hanno paradossalmente un punto in comune: entrambe utilizzano tecnologia civile di provenienza cinese e serba per convertirla in tecnologia militare, continua la testata Ayin. Tecnologia che arriva in Sudan e viene modificata. Da produttori dislocati in Cina arrivano alle Rsf anche droni utilizzati come i modelli FeiHong FH-95 e Ch-95c. <br /><br />La testata giornalistica mette in risalto un altro importante elemento. Le forniture alle Rsf avvengono attraverso una rete che ha i suoi terminali negli Emirati Arabi Uniti. Attraverso tale rete, alle Rsf arrivano anche gli stessi tipi di droni fabbricati in Turchia che arrivano alle Saf. <br />I flussi di rifornimento delle Rsf e i punti in comune con le Saf sono la chiara dimostrazione che gli affari in guerra sono affari e che le aziende produttrici possono raggiungere e alimentare facilmente con le loro armi ogni fazione coinvolta in un conflitto. <br />Sun, 04 Oct 2026 21:10:23 +0200ASIA/MALAYSIA - Rimpatrio dei Rohingya in Myanmar: le due strade scelte dai governi di Malaysia e Bangladeshhttps://www.fides.org/it/news/78231-ASIA_MALAYSIA_Rimpatrio_dei_Rohingya_in_Myanmar_le_due_strade_scelte_dai_governi_di_Malaysia_e_Bangladeshhttps://www.fides.org/it/news/78231-ASIA_MALAYSIA_Rimpatrio_dei_Rohingya_in_Myanmar_le_due_strade_scelte_dai_governi_di_Malaysia_e_BangladeshKuala Lumpur – Il rimpatrio dei Rohingya verso il Myanmar torna al centro dell'attenzione internazionale. In Malaysia è iniziata il 29 settembre una prima operazione di rimpatrio di circa 1.500 cittadini del Myanmar, all'interno di un programma che potrebbe riguardare fino a 5.000 persone. In Bangladesh, invece, dove vivono oltre 1,2 milioni di Rohingya fuggiti soprattutto dall'ex Birmania dopo la repressione militare del 2017, il ritorno resta ancora lontano: le Nazioni Unite continuano a ritenere che nello Stato di Rakhine non esistano le condizioni per un rimpatrio volontario, sicuro, dignitoso e sostenibile. <br />Il punto di partenza è il diritto dei Rohingya di poter tornare nella loro terra, ma il percorso immaginato dai due Paesi ospitanti è differente. La Malaysia procede attraverso un accordo bilaterale con il governo del Myanmar, presentando i rientri come "volontari". Il Bangladesh insiste sulla necessità di creare prima le condizioni politiche, giuridiche e di sicurezza che rendano possibile un ritorno effettivo e duraturo.<br /><br />Kuala Lumpur ha organizzato il trasferimento di 1.476 cittadini del Myanmar, partiti il 29 settembre su due navi della Marina birmana accompagnate da una nave ospedale e identificati dalle autorità del Myanmar. Il Myanmar ha precisato che l'operazione riguarda cittadini la cui nazionalità è stata verificata e non necessariamente i Rohingya, molti dei quali non possiedono la cittadinanza birmana. Il piano più ampio, concordato da Kuala Lumpur con Naypyidaw, prevede il possibile rientro di 5.000 Rohingya, ma non è nota l'effettiva composizione dei gruppi e le modalità del rimpatrio.<br />La scelta della Malaysia nasce anche da una situazione interna sempre più complessa, dato che il paese ospita circa 200mila rifugiati registrati provenienti dal Myanmar, tra cui un numero molto consistente di Rohingya, ma non è firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951 e non dispone di un sistema nazionale di riconoscimento dello "status di rifugiato". <br />In tal scenario il primo ministro Anwar Ibrahim ha scelto una linea di coinvolgimento diretto con le autorità birmane per organizzare la ricollocazione dei profughi esponendosi a critiche: oltre 160 organizzazioni della società civile hanno chiesto di fermare le deportazioni dei Rohingya, denunciando il rischio che persone rimpatriate possano trovarsi nuovamente esposte alla violenza o al reclutamento forzato. Anche l'Alto Commissariato Onu per i Rirugiati ha precisato di non essere coinvolto nell'operazione e ha ribadito che il Myanmar non offre attualmente "condizioni adeguate" per un ritorno sicuro. <br /><br />La questione ha dimensioni diverse in Bangladesh. Nei campi di Cox's Bazar vivono quasi 1,2 milioni di Rohingya, dopo nove anni di esilio. L'Acnur sottolinea che una generazione intera sta crescendo nei campi e che le condizioni per un ritorno volontario, sicuro, dignitoso e sostenibile non esistono ancora. <br />Il primo ministro bangladese Tarique Rahman ha presentato il 23 settembre alle Nazioni Unite un piano in cinque punti che prevede: una tabella di marcia credibile per il rimpatrio volontario; la fine delle violenze nello Stato di Rakhine; finanziamenti umanitari concordati; maggiore responsabilità internazionale; cooperazione regionale contro tratta di esseri umani, traffico di armi e reti criminali.<br />Dacca continua a ricordare che l'origine della crisi è in Myanmar e che quindi la soluzione deve essere trovata in Myanmar; nel contempo chiede alla comunità internazionale di non lasciare solo il Bangladesh nel sostenere una popolazione che, dopo quasi un decennio, continua a dipendere in larga misura dagli aiuti umanitari.<br /><br />Il principale ostacolo per il rimpatrio è oggi la situazione nello Stato di Rakhine, da cui proviene la maggior parte dei Rohingya rifugiati in Bangladesh. Il territorio è diventato uno dei principali fronti della guerra civile birmana e vi sono scontri tra l'esercito del Myanmar e l'Arakan Army che ha conquistato parte del Rakhine occidentale e controlla ormai quasi tutte le aree nelle quali vivevano i Rohingya. Per questo governo centrale del Myanmar può negoziare il riconoscimento della cittadinanza e lo status giuridico dei rimpatriati, ma non controlla effettivamente tutto il territorio nel quale queste persone dovrebbero tornare. In queste condizioni, l'idea di un ritorno di massa appare difficilmente compatibile con i criteri indicati dalle Nazioni Unite.<br /><br />Rimane aperta, poi, la questione della cittadinanza. La legge birmana del 1982 ha lasciato la grande maggioranza dei Rohingya privi di cittadinanza, con le connesse questioni relative allo status giuridico, alla libertà di movimento e all'accesso ai diritti fondamentali. Per questo l'Acnur continua a indicare condizioni precise per un ritorno sostenibile: sicurezza, libertà di movimento, accesso ai servizi essenziali, possibilità di costruire mezzi di sussistenza e un percorso verso la cittadinanza. <br /><br />Un altro elemento di tensione riguarda la giustizia internazionale. Il Bangladesh sostiene il processo avviato dal Gambia davanti alla Corte internazionale di giustizia sulle "presunte violazioni della Convenzione sul genocidio" commesse dal governo del Myanmar; la Corte penale internazionale sta anche esaminando la responsabilità individuale per presunti crimini contro l'umanità.<br />Oggi le autorità birmane sostengono che l'esistenza di tali procedimenti rende più difficile una soluzione; il Bangladesh, invece, sostiene che il rimpatrio e l'accertamento delle responsabilità siano questioni distinte. <br />Il procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia riguarda la responsabilità dello Stato del Myanmar, mentre quello davanti alla Corte penale internazionale riguarda la possibile responsabilità penale di singoli individui.<br /><br />La crisi dei Roihingya nel Sudest asiatico vede dunque due approcci distinti per una possibile via di risoluzione: la Malaysia punta sul dialogo diretto e su un rimpatrio graduale, cercando di coinvolgere in modo bilaterale le autorità del Myanmar. Il Bangladesh richiede un processo politico più ampio, nel quale il rimpatrio sia accompagnato dalla fine delle violenze, da garanzie giuridiche, da finanziamenti umanitari e dalla presenza di enti internazionali. <br /> <br />Sat, 03 Oct 2026 13:12:46 +0200ASIA/INDONESIA - Il Vescovo di Larantuka, dopo il sisma: “Avvertiamo tanta solidarietà e restiamo uniti”. “Le vocazioni a Flores: un dono per tutta la Chiesa”https://www.fides.org/it/news/78246-ASIA_INDONESIA_Il_Vescovo_di_Larantuka_dopo_il_sisma_Avvertiamo_tanta_solidarieta_e_restiamo_uniti_Le_vocazioni_a_Flores_un_dono_per_tutta_la_Chiesahttps://www.fides.org/it/news/78246-ASIA_INDONESIA_Il_Vescovo_di_Larantuka_dopo_il_sisma_Avvertiamo_tanta_solidarieta_e_restiamo_uniti_Le_vocazioni_a_Flores_un_dono_per_tutta_la_Chiesadi Paolo Affatato<br /><br />Larantuka – «La situazione nella mia diocesi è ancora caratterizzata da sofferenza e precarietà: ma avvertiamo tanta solidarietà e questo ci commuove e ci incoraggia». Yohanes Hans Monteiro, da pochi mesi alla guida della diocesi di Larantuka, nella parte orientale dell'isola indonesiana di Flores, racconta all’Agenzia Fides la vita di una comunità che, in queste settimane, accompagna la popolazione ancora segnata dalla paura e dalla provvisorietà. Il terremoto che ha colpito Flores il 15 agosto scorso, con magnitudo 7,7, ha provocato vittime e gravi danni in diverse aree dell'isola. La rete di Caritas Indonesia e le diocesi locali hanno avviato un intervento coordinato per l'assistenza alla popolazione colpita.<br /><br />A Larantuka i danni sono stati relativamente contenuti, ma la situazione resta fragile, anche perché il terremoto si inserisce in un contesto già segnato dall'attività vulcanica. «È un disastro venuto dopo l'eruzione di un vulcano a Larantuka, due anni fa», racconta il Vescovo. «Alcuni dei fedeli erano già dovuti fuggire in un altro luogo e sono profughi. Il vulcano rappresenta ancora una minaccia».<br />Sono sfollati interni che la Chiesa cerca di accompagnare attraverso la Caritas. «Sono preoccupato per la mia gente che vive in questa regione in condizioni precarie», spiega Monteiro. «A Flores, dopo il terremoto, c'è ancora paura, la gente è scossa». Ma accanto alla paura il Vescovo vede anche una incoraggiante risposta di solidarietà: «Questo terremoto ha generato molta solidarietà. Devo dire che tutto il popolo indonesiano, tramite le istituzioni civili e la Caritas, ci sta aiutando».<br />La risposta, aggiunge, non è soltanto quella della sua diocesi. I Vescovi dell’isola di Flores sono in contatto tra loro per coordinare gli aiuti e sostenersi reciprocamente. «Siamo molto uniti e questo ci rafforza», afferma. La comunione è stata sperimentata in modo particolare davanti alla tragedia del Seminario Maggiore Interdiocesano San Pietro di Maumere, che ha riportato gravi lesioni e crolli parziali: lì un giovane seminarista della diocesi di Labuan Bajo è morto in ospedale a causa delle ferite riportate. «Abbiamo vissuto insieme questa tragedia e manifestato la nostra vicinanza», racconta Monteiro. «Siamo in comunione con la preghiera e con la condivisione materiale, per trovare insieme soluzioni». La Chiesa locale avverte anche «la vicinanza e il sostegno» della Conferenza episcopale indonesiana.<br /><br />In questa situazione di emergenza si trova una diocesi caratterizzata da una forte presenza cattolica e da una particolare vivacità nelle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Secondo i dati condivisi dal Vescovo, Larantuka conta circa 250mila cattolici, 55 parrocchie e circa 150 sacerdoti, tra diocesani e religiosi. I dati confermano il peso significativo della presenza cattolica nel territorio.<br />«Nella nostra Chiesa abbiamo molti sacerdoti, dai sacerdoti diocesani ai sacerdoti delle congregazioni religiose. Significa che è una diocesi benedetta dal Signore con tante vocazioni», osserva Monteiro. La formazione dei futuri sacerdoti passa anche attraverso il Seminario interdiocesano, una presenza ormai storica nell’isola. «Siamo nel “cuore cattolico dell'Indonesia” e le vocazioni fioriscono – possiamo dirlo con questo termine, proprio a Flores – per nutrire la Chiesa non solo in Indonesia, ma in tutto il mondo».<br />È una vocazione missionaria che supera i confini dell'isola: «Da questo Paese, da questa regione, molti vanno nel mondo per l'evangelizzazione», sottolinea. Secondo il Vescovo, circa un migliaio tra sacerdoti e religiose originari di Flores sono oggi impegnati in missioni e comunità in tutto il mondo, oltre 300 di loro provenienti dalla sola diocesi di Larantuka. «Queste vocazioni sono un dono speciale da parte di Dio ma non sono 'solo per noi': sono un dono per la Chiesa universale, per tutte le Chiese del mondo, là dove c'è bisogno».<br /><br />Monteiro legge questa storia anche attraverso il nome stesso dell'isola. Nel XVI secolo, ricorda, i navigatori portoghesi chiamarono Flores l'isola che avevano incontrato, colpiti dalla sua vegetazione floreale. Con loro arrivarono i missionari domenicani dal Portogallo: «Hanno seminato il Vangelo, e il giardino di Flores ha cominciato a fiorire, con i fiori della fede, della speranza e della carità».<br />Quella storia missionaria sopravvive oggi in una fede profondamente radicata nella cultura locale. A Larantuka la devozione popolare conserva ancora tracce della presenza dei missionari portoghesi, soprattutto durante i riti della Settimana Santa. «La gente ha una fede salda e la esprime con la devozione popolare e con la carità fraterna», racconta il vescovo. Tra le tradizioni più sentite, quelle ereditate da secoli, ci sono il pellegrinaggio e la preghiera presso la cappella di Tuan Ana, dedicata alla Passione di Cristo, e presso la cappella della Madre di Dio.<br />La trasmissione della fede passa anche attraverso una catechesi costante: «I tempi forti dell'Anno liturgico, Avvento e Quaresima, sono dedicati alla catechesi. I nostri catechisti preparano ogni anno un programma con il sacerdote e tengono cicli di catechesi nei villaggi e nelle parrocchie». Particolare attenzione viene riservata ai giovani: «Cerchiamo di motivare i giovani a leggere la Bibbia e a passare dal Vangelo alla vita. Sono molti i giovani che vengono in chiesa e su di loro, sulla loro fede e sulla loro carità, si fonda il presente della nostra comunità. I giovani sono la nostra speranza».<br /><br />La Chiesa cattolica opera dentro una società nella quale, diversamente da quanto accade in molte altre regioni dell'Indonesia, i cattolici costituiscono la maggioranza. «Oltre il 90% della gente è cattolica», afferma Monteiro, ricordando che nel territorio di Larantuka i musulmani sono una piccola minoranza, circa il 2%. Tale condizione, per il Vescovo, non cambia la necessità e la via maestra del dialogo: «Sia quando si è una minoranza, sia quando si è una maggioranza, l'approccio è sempre il dialogo, per costruire la convivenza e la fraternità».<br />A Larantuka, spiega, il dialogo interreligioso non consiste nel discutere di questioni teologiche, ma è piuttosto un modo di vivere insieme. «Dialogo non significa tanto “parlare di Dio”, ma è vivere insieme, collaborare, costruire una società armoniosa». È quello che definisce un «dialogo di vita, capace di generare speranza anche quando la realtà è segnata dalle difficoltà».<br />«Siamo molto uniti, nella comunità ecclesiale, e costruiamo ponti di collaborazione e di unità nella società», ripete il Vescovo. Nella situazione attuale dell'isola, mentre paura e precarietà toccano la vita della gente, la fede non elimina le ferite, ma spinge a non affrontarle da soli.<br /><br />Fri, 02 Oct 2026 12:08:31 +0200AFRICA/REPUBBLICA CENTRAFRICANA - Nominato il nuovo direttore delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/78245-AFRICA_REPUBBLICA_CENTRAFRICANA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/78245-AFRICA_REPUBBLICA_CENTRAFRICANA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_MissionarieCittà del Vaticano - ll Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione , ha nominato, in data 10 agosto 2026, S.E. Mons Juan José Aguirre Muñoz M.C.C.J., direttore delle Pontificie Opere Missionarie nella Repubblica Centrafricana, per un periodo di cinque anni .<br />Secondo Vescovo di Bangassou, 72 anni di età , 46 di sacerdozio e 28 di episcopato , è stato nominato Coadiutore nel 1997 , ed è succeduto per coadiutoria nel 2000. Il 24 giugno 2026 il Santo Padre ha accettato la sua rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Bangassou . Gli è succeduto S.E. Mons. Aurelio Gazzera, O.C.D., già Vescovo Coadiutore della medesima Sede.<br /> Fri, 02 Oct 2026 11:29:44 +0200AFRICA/ZAMBIA - Preoccupazione dei Vescovi africani per l'arresto dell'Arcivescovo Bandahttps://www.fides.org/it/news/78244-AFRICA_ZAMBIA_Preoccupazione_dei_Vescovi_africani_per_l_arresto_dell_Arcivescovo_Bandahttps://www.fides.org/it/news/78244-AFRICA_ZAMBIA_Preoccupazione_dei_Vescovi_africani_per_l_arresto_dell_Arcivescovo_BandaLusaka –"A nome del Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar , desideriamo esprimere la nostra solidarietà fraterna e la nostra vicinanza nella preghiera alla Conferenza Episcopale dello Zambia e, in modo particolare, a Sua Eccellenza Mons. Alick Banda, Arcivescovo di Lusaka, in questo momento difficile per la vita della Chiesa in Zambia". Così i Vescovi africani riuniti nel SECAM esprimono la loro solidarietà nei confronti dei loro omologhi dello Zambia e, in particolare, di Mons. Alick Banda, Arcivescovo di Lusaka, che era stato arrestato alla fine di settembre.<br />"Abbiamo appreso con grande preoccupazione delle recenti vicende che hanno coinvolto l'Arcivescovo Banda, a seguito della sua convocazione da parte della Commissione per la lotta contro gli stupefacenti dello Zambia il 28 settembre 2026, nell'ambito di indagini in corso", continua la dichiarazione, rilasciata il 1° ottobre.<br />Il 28 settembre Mons. Banda era stato arrestato e incriminato dalla Commissione per la lotta contro gli stupefacenti dello Zambia per il possesso di una Toyota Hilux che sarebbe stata ottenuta in modo illecito. Secondo la DEC, che si occupa anche di riciclaggio di denaro e reati finanziari, vi sarebbe il "fondato sospetto che la Toyota Hilux sia stata ottenuta illecitamente dalla Zambia Revenue Authority".<br />Mons. Banda si è dichiarato non colpevole davanti al tribunale di Lusaka ed è stato rilasciato su cauzione di 80.000 kwacha , dopo aver trascorso una notte in custodia cautelare.<br />La notizia dell'arresto del loro Arcivescovo ha spinto i fedeli a riunirsi in preghiera nella cattedrale di Lusaka.<br />L'arresto di Mons. Banda viene messo in relazione con quello di diverse figure dell'opposizione, arrestate dopo le elezioni del 13 agosto, tra cui il principale candidato dell'opposizione, Brian Mundubile. Undici persone erano state arrestate il giorno successivo al voto durante un blitz delle forze di sicurezza nell'abitazione di Mundubile, operazione nel corso della quale era stato ucciso a colpi d'arma da fuoco l'ex ministro Mutotwe Kafwaya .<br />I Vescovi dello Zambia hanno indetto una sessione plenaria straordinaria della ZCCB il 29 settembre, sotto la presidenza di Mons. Ignatius Chama, Arcivescovo di Kasama. Nel loro comunicato finale, i presuli avevano affermato: "Se le fondamenta vengono distrutte, che cosa può fare il giusto?" , avvertendo che i pilastri democratici del Paese stanno crollando sotto il peso della polarizzazione politica, delle intimidazioni e degli arresti arbitrari.<br />I Vescovi hanno collegato la crescente tensione alle contestate elezioni generali del 13 agosto, che – a loro avviso – hanno minato la fiducia dell'opinione pubblica nelle istituzioni democratiche. "La fiducia dei cittadini nelle elezioni è fondamentale per la legittimità e la stabilità delle istituzioni democratiche", affermano.<br />La dichiarazione elenca una serie di preoccupazioni: la strumentalizzazione delle identità tribali, la restrizione degli spazi per la libera espressione, le vessazioni ai danni dei partiti di opposizione e l'indebolimento dello Stato di diritto. <br />Fri, 02 Oct 2026 11:01:08 +0200ASIA/KAZAKHSTAN - La cura come linguaggio di pace: religioni in dialogo sulla dignità dei bambini vulnerabilihttps://www.fides.org/it/news/78243-ASIA_KAZAKHSTAN_La_cura_come_linguaggio_di_pace_religioni_in_dialogo_sulla_dignita_dei_bambini_vulnerabilihttps://www.fides.org/it/news/78243-ASIA_KAZAKHSTAN_La_cura_come_linguaggio_di_pace_religioni_in_dialogo_sulla_dignita_dei_bambini_vulnerabiliAstana – La cura dei bambini affetti da malattie incurabili, la tutela della loro dignità e il contributo che le religioni possono offrire nel rispondere alla vulnerabilità umana. Sono questi i temi al centro del Secondo Colloquio congiunto tra il Kazakhstan’s International Center for Interfaith and Interreligious Dialogue e il Dicastero per il Dialogo Interreligioso della Santa Sede, in programma al Museo Nazionale di Astana il 2 e 3 ottobre. La delegazione della Santa Sede al Colloquio è guidata dal Cardinale George Jacob Koovakad, Prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso che incontrerà il vicepresidente della Repubblica del Kazakhstan e Capo del Segretario del Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, Erlan Karin.<br />L'incontro, intitolato “Promuovere la salute, promuovere la pace: un impegno condiviso per la cura dei bambini vulnerabili”, riunisce rappresentanti delle istituzioni, esponenti di comunità religiose, pediatri, specialisti di bioetica e teologia, studiosi ed esperti. Secondo il programma ufficiale, il confronto si sviluppa attorno a tre ambiti: i fondamenti etici della cura dei bambini e la solidarietà interreligiosa; la protezione dei diritti e della dignità dei bambini nel contesto della malattia; lo sviluppo della cooperazione medica, scientifica e istituzionale. Un'attenzione specifica sarà dedicata anche alle opportunità e alle questioni etiche legate all'impiego dell'intelligenza artificiale in pediatria.<br /><br />Al centro dei due giorni di dialogo vi è una questione morale fondamentale: come garantire a un bambino affetto da una malattia incurabile non soltanto cure mediche appropriate, ma anche il pieno rispetto della sua dignità umana e la dovuta attenzione ai bisogni psicologici, sociali, familiari e spirituali?<br />La dignità di un bambino non è sminuita dalla malattia, né dipende dalla possibilità di una guarigione completa. È questo il principio che orienta anche il confronto sulla “Carta dei diritti del bambino affetto da malattia incurabile”, elaborata dall'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Il documento pone il bambino anzitutto come persona, non come semplice paziente o caso clinico, e richiama il diritto a essere accompagnato e curato anche quando la medicina non può più guarire. La Carta del Bambino Gesù, elaborata nel 2018, è già parte del ampio dibattito internazionale sui diritti dei bambini con malattie inguaribili e sulle cure palliative pediatriche.<br /><br />In questa prospettiva, il dovere di cura non viene meno quando termina la possibilità di una terapia risolutiva. Al contrario, comprende l'alleviamento della sofferenza, l'accompagnamento del bambino e della famiglia, il sostegno psicologico e, quando richiesto, anche l'attenzione alla dimensione spirituale. <br />Il dialogo di Astana va così oltre le questioni strettamente mediche. Tocca il valore della vita umana, il significato della cura e la responsabilità della società verso chi è più fragile. Ed è proprio qui che il dialogo interreligioso assume una dimensione concreta: tradizioni religiose differenti, pur partendo da prospettive teologiche diverse, possono incontrarsi nella difesa della dignità e dei diritti dei bambini e nella costruzione di una cultura della cura.<br /><br />Un secondo fronte riguarda l'intelligenza artificiale. Le nuove tecnologie stanno offrendo strumenti sempre più avanzati per la diagnosi, l'analisi dei dati e il supporto alle decisioni cliniche. Ma il loro sviluppo pone interrogativi sulla responsabilità, sulla protezione dei dati personali, sull'equità nell'accesso alle cure e sul ruolo dei medici. La questione di fondo è evitare che il paziente venga ridotto a una somma di dati: la tecnologia può assistere la cura, ma non sostituire la relazione umana che della cura è parte essenziale.<br /><br />Per il Kazakhstan, la protezione dei bambini vulnerabili si inserisce in un percorso più ampio di collaborazione con la Santa Sede sul terreno del dialogo interreligioso. Il Paese ha fatto del Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, istituito ad Astana nel 2003, una delle principali piattaforme internazionali di confronto tra rappresentanti delle diverse tradizioni religiose. Papa Francesco partecipò personalmente al VII Congresso nel settembre 2022, sottolineando il ruolo delle religioni nella costruzione della pace e nella difesa della dignità umana.<br />Da quel percorso è nata una collaborazione più strutturata con la Santa Sede: i primo Colloquio congiunto tra il Dicastero per il Dialogo Interreligioso e il Kazakhstan’s International Center for Interfaith and Interreligious Dialogue si è svolto a Roma nell'aprile 2024. La questione dei bambini vulnerabili è diventata uno dei terreni concreti di questa collaborazione. Nel 2025, durante l'VIII Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali ad Astana, l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù aveva proposto alle autorità religiose e politiche la costruzione di una “cultura della cura”, a partire dai bambini più fragili, e aveva siglato una lettera d'intenti con l'University Medical Center della capitale kazaka.<br />Il Secondo Colloquio rappresenta una nuova tappa: dal dialogo sulle grandi questioni della pace a una collaborazione che cerca di misurarsi con una domanda molto concreta, quella di come una società possa prendersi cura dei suoi membri più vulnerabili.<br /><br />In tale prospettiva, la salute e la cura diventano temi che si legano alla pace. Perché proteggere un bambino malato significa riconoscere che nessuna persona perde valore quando diventa fragile, dipendente dagli altri o impossibilitata a guarire. E significa chiedere a istituzioni, professionisti sanitari, famiglie, società civile e comunità religiose di concorrere, ciascuno secondo la propria responsabilità, a una stessa cultura della cura, ponendo il dialogo a servizio alla persona e alla pace.<br /> Fri, 02 Oct 2026 17:40:00 +0200VATICANO - Nasce la Fondazione "Donum Missionis": un unico ente per i Collegi missionari di Romahttps://www.fides.org/it/news/78241-VATICANO_Nasce_la_Fondazione_Donum_Missionis_un_unico_ente_per_i_Collegi_missionari_di_Romahttps://www.fides.org/it/news/78241-VATICANO_Nasce_la_Fondazione_Donum_Missionis_un_unico_ente_per_i_Collegi_missionari_di_RomaCittà del Vaticano – Dal 1° novembre 2026 le Fondazioni "Domus Missionalis" e "Domus Urbaniana" non esisteranno più come enti distinti: confluiranno in un'unica realtà, la Fondazione "Donum Missionis". Lo stabilisce un Rescriptum ex Audientia Sanctissimi firmato dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e pubblicato oggi, 1° ottobre, dalla Sala Stampa della Santa Sede insieme al nuovo Statuto . Papa Leone XIV, nell'Udienza del 28 luglio 2026, ne ha approvato lo Statuto, "considerata la necessità di armonizzare lo status canonico delle Fondazioni 'Domus Missionalis' e 'Domus Urbaniana' al quadro giuridico vigente".<br /><br />E’ stato nominato Direttore nella neo-istituita Fondazione padre Stefano Fossi, della Provincia italiana della Compagnia di Gesù, che finora aveva ricoperto incarichi pastorali e amministrativi nella Diocesi di Rieti. <br />E’ stato nominato Vice-Direttore della medesima Fondazione don Alessandro Brandi, sacerdote della Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, Direttore del Centro internazionale di animazione missionaria , che finora era anche Officiale della Pontificia Opera San Pietro Apostolo . <br /><br />Le due Fondazioni che ora confluiscono in “Donum Missionis” erano nate lo stesso giorno, il 20 maggio 2005, per volontà di Benedetto XVI, come enti strumentali dell'allora Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli. Come spiega il sito ufficiale vaticano della Fondazione Pontificia Domus Missionalis, essa aveva come scopo "la cura e l'accompagnamento di seminaristi e sacerdoti, religiosi e religiose che vengono a Roma, dalle Chiese di Africa, Asia, America e Oceania, nel loro percorso di formazione universitaria". <br /><br />Ogni anno, vi si legge, "più di 600 sacerdoti vengono guidati e accompagnati dalla Domus Missionalis" nei loro percorsi presso le università pontificie. L'Osservatore Romano ricordava nel 2021 che la Domus Missionalis "si prende cura" dei Collegi San Pietro Apostolo, San Paolo Apostolo, Mater Ecclesiae e San Giuseppe, mentre la Fondazione Domus Urbaniana, "Fondazione autonoma, con personalità giuridica, canonica e civile" con sede in Vaticano, era legata al Pontificio Collegio Urbano.<br />Che cosa cambia<br />Il nuovo ente non nasce dal nulla. Il Preambolo dello Statuto ricostruisce il percorso: la riforma della Curia Romana con la Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium , il motu proprio del 5 dicembre 2022 sulle persone giuridiche strumentali della Curia e il Decreto del 1° agosto 2022 con cui Papa Francesco attribuì al Pro-Prefetto della Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari del Dicastero per l'Evangelizzazione la piena rappresentanza legale delle amministrazioni a lui affidate .La confluenza, deliberata dal Congresso Amministrativo della Sezione su proposta del Cardinale Luis Antonio Gokim Tagle, Pro-Prefetto, era stata approvata da Leone XIV nell'Udienza del 13 giugno 2025, che ha disposto "la costituzione di un'unica Istituzione, denominata 'Donum Missionis'". <br /><br />Si tratta di un accorpamento amministrativo e patrimoniale: un unico ente strumentale del Dicastero, con organi di gestione propri e inserito nei meccanismi di vigilanza economica della Santa Sede, in linea con la riforma curiale. La "Donum Missionis" ha sede legale in Vaticano, in Via del Pellegrino, e sede operativa nel Palazzo di Propaganda Fide. Il Pro-Prefetto ne è di diritto il legale rappresentante; la presiede il Segretario della Sezione e ne è vicepresidente il Segretario Aggiunto per l'Amministrazione. Il patrimonio iniziale è di un milione di euro; i finanziamenti provengono soprattutto dal contributo annuale delle Pontificie Opere Missionarie, cui si aggiungono quelli del Dicastero, le rendite del patrimonio e i ricavi dell’ospitalità del CIAM.<br /><br />Alla Fondazione sono affidate "la cura, la conservazione e la manutenzione, ordinaria e straordinaria" degli immobili di sei realtà: il Pontificio Collegio Urbano de Propaganda Fide, i Collegi San Pietro Apostolo, San Paolo Apostolo, San Giuseppe e Mater Ecclesiae e il Centro Internazionale di Animazione Missionaria . Collegi destinati, precisa lo Statuto, a ospitare "candidati al sacerdozio, chierici, religiose e religiosi che vengono inviati a Roma dai territori di Missione per un adeguato periodo di formazione, iniziale o permanente, e per frequentare corsi universitari e/o scuole di perfezionamento, sostenendo così la loro formazione accademica e spirituale, che viene affidata, in particolare, ai docenti e ai Superiori dei Collegi.” Per il CIAM, lo Statuto aggiunge una disciplina specifica: il Centro ospita la formazione missionaria permanente delle Pontificie Opere Missionarie, oltre a pellegrini, gruppi di spiritualità e preghiera e laici; i rapporti con soggetti terzi restano tuttavia amministrati dal Dicastero, proprietario dell’immobile. <br />Quattro secoli di Collegi<br /><br />La storia di queste case l'ha raccontata l’Arcivescovo Samuele Sangalli, Segretario Aggiunto per l'Amministrazione del Dicastero missionario, intervenendo l'8 settembre scorso al Corso di formazione per i nuovi Vescovi. "Sin dai primi anni della sua fondazione , la Congregazione de Propaganda Fide, della quale oggi il nostro Dicastero è erede, si è impegnata a garantire in Roma istituzioni formative per il personale ecclesiastico e religioso nei territori di prima evangelizzazione", ha spiegato.<br />Il primo è il Collegio Urbano, che nel 2027 celebrerà il quarto centenario: "istituito quale seminario", ha ricordato l’Arcivescovo, "ancora oggi ospita annualmente circa 170 seminaristi, provenienti da Africa, Asia, Oceania e dai Vicariati Apostolici dell'America Latina". Nel Novecento, ha proseguito, "si sono aggiunti due Collegi sacerdotali , per la formazione di sacerdoti diocesani provenienti dalle medesime terre", che ospitano ciascuno dai 150 ai 200 sacerdoti l'anno.<br /><br />"Nel 1979 si è costituito il Collegio Mater Ecclesiae, per l'analoga formazione di giovani suore", oggi circa 130, a Castel Gandolfo. Sempre dal 1979 esiste il Collegio San Giuseppe, dal 2006 al Gianicolo, dove si svolgono corsi per i rettori e gli educatori di "425 seminari minori, 135 seminari propedeutici e 270 seminari maggiori" dei territori di missione. Accanto ai Collegi, la Pontificia Università Urbaniana conta circa 1.130 studenti e 97 Istituti collegati in 40 nazioni. Per Sangalli queste istituzioni "svolgono un'opera insostituibile": assicurano "la formazione alla missionarietà nel clero diocesano dei nostri territori", preparano formatori per seminari e case religiose e offrono "quell'esperienza unica di cattolicità e universalità della Chiesa, che solo a Roma, sub Petri Sedem, si può fare". Di qui il suo appello ai nuovi Vescovi: "abbiamo bisogno del sostegno di tutte le Chiese locali, perché questi Collegi possano garantire il servizio per il quale sono stati istituiti". Con la "Donum Missionis", il "dono della missione", quel servizio avrà ora un'unica casa giuridica. <br /> . <br /><br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="https://www.fides.org/it/attachments/view/file/BOLLETTINO.pdf">ALLEGATO</a>Thu, 01 Oct 2026 17:06:03 +0200L'emergenza scolastica e educativa tra migranti e rifugiati. Convegno alla Pontificia Università Urbanianahttps://www.fides.org/it/news/78240-L_emergenza_scolastica_e_educativa_tra_migranti_e_rifugiati_Convegno_alla_Pontificia_Universita_Urbanianahttps://www.fides.org/it/news/78240-L_emergenza_scolastica_e_educativa_tra_migranti_e_rifugiati_Convegno_alla_Pontificia_Universita_UrbanianaRoma – Si è aperto mercoledì 30 settembre presso la Pontificia Università Urbaniana il Convegno internazionale "Refugee & Migrant Education: Voices in Action: Transformative Collaboration and Educational Solidarity with Refugees & Migrants. <br /><br />Promosso dal Refugee & Migrant Education Network , il simposio si conclude venerdì, 2 ottobre. Riunisce accademici, rappresentanti delle agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni internazionali, studiosi e studenti rifugiati, esponenti della società civile e realtà ecclesiali, con l’obiettivo di individuare strategie condivise per ampliare l’accesso all’istruzione e promuovere l’inclusione delle persone costrette a lasciare il proprio Paese.<br /><br />Il convegno si svolge in un momento in cui, come ricorda la presentazione dell’iniziativa, milioni di persone restano sfollate a causa di guerre, povertà, violenze e cambiamenti climatici. Le famiglie sono costrette ad abbandonare le proprie case, i percorsi educativi dei giovani vengono interrotti e molte comunità faticano a garantire anche le opportunità formative di base. "In tutti i continenti, milioni di persone rimangono sfollate a causa di guerre, povertà, violenza e cambiamenti climatici. Le famiglie vengono sradicate, l'istruzione dei giovani viene interrotta", si legge nel testo di presentazione del Network. <br /><br />Il RMEN è stato fondato nel 2018 per mettere in relazione università, organizzazioni non governative, agenzie internazionali e persone impegnate nell’educazione di rifugiati, migranti e sfollati. La convinzione alla base della rete è che il lavoro dei singoli soggetti possa essere rafforzato dalla collaborazione e dal sostegno reciproco. «L'istruzione è un percorso da intraprendere insieme e i suoi obiettivi si raggiungono al meglio attraverso la collaborazione reciproca», sottolineano i promotori del convegno.<br /><br />Nel messaggio di benvenuto, Anthony J. Cernera, presidente e fondatore del Network, ha indicato tra gli obiettivi dell’incontro la definizione di proposte concrete e il rafforzamento dei legami tra i partecipanti: «Il nostro obiettivo principale per questa conferenza è elaborare raccomandazioni concrete che promuovano l'istruzione dei rifugiati e dei migranti, favorendo al contempo una maggiore collaborazione tra i partecipanti». <br />Il confronto riguarda non solo l’istruzione per le persone in movimento, ma anche l’educazione sui temi delle migrazioni e della mobilità umana. <br /><br />Nel dare il benvenuto ai partecipanti a nome dell'Università e del suo Rettore, prof. Vincenzo Buonomo, il Decano della Facoltà di Teologia, prof. Pietro Angelo Muroni, ha espresso la soddisfazione dell'Ateneo nell'ospitare nuovamente il Network.<br /><br />«È per noi un vero onore avervi qui», ha affermato il Decano, ringraziando il prof. Cernera e gli organizzatori del convegno.<br /><br />Negli ultimi anni, la Facoltà di Teologia ha lavorato per diventare parte integrante del «coro» di voci impegnate sul tema delle migrazioni. La sua offerta formativa comprende una Specializzazione e un Dottorato in Teologia pastorale interculturale e Teologia della mobilità umana, con studenti provenienti da oltre 100 Paesi e 108 istituti affiliati in tutto il mondo. I programmi mirano a formare esperti e operatori capaci di dialogo, confronto, progettazione e trasmissione, attraverso una metodologia multi-, inter- e intra-disciplinare caratterizzata da una forte dimensione interculturale.<br /><br />«Il rapporto con la vostra istituzione non è solo apprezzato, ma auspicato. Spero che la vostra presenza qui segni un ulteriore passo concreto verso una collaborazione destinata a proseguire nel tempo», ha aggiunto il Preside.<br /><br /><br /><br />Nel discorso inaugurale, il professor Aldo Skoda, dello Scalabrini International Migration Institute e della Pontificia Università Urbaniana, ha richiamato il decimo anniversario del Network, sottolineandone la crescita come spazio di collaborazione tra istituzioni, educatori, ricercatori e comunità di diversi Paesi. Ha inoltre invitato a non ridurre le migrazioni a una questione di crisi o a un problema da gestire: ogni spostamento porta con sé una storia, aspirazioni, capacità, culture e conoscenze. In questa prospettiva, l’educazione non è soltanto un servizio, ma uno strumento per restituire dignità, rafforzare la capacità di scelta e crear« L'istruzione non è semplicemente un servizio da fornire, ma un potente strumento per restituire dignità, rafforzare l'autonomia e creare opportunità».,ha affermato. <br /><br />Il diritto all’istruzione, tuttavia, resta lontano dall’essere pienamente garantito a milioni di rifugiati, migranti, richiedenti asilo e vittime della tratta. Il discorso di Skoda menziona gli ostacoli che possono presentarsi nelle diverse fasi del percorso: dalla fuga e dal transito all’arrivo e all’inserimento nelle comunità di accoglienza. Risorse limitate, interruzioni scolastiche, barriere linguistiche, difficoltà giuridiche e amministrative e disuguaglianze nell’accesso alla tecnologia possono impedire ai giovani di proseguire gli studi.<br />Il programma affronta questi nodi attraverso sessioni plenarie, tavole rotonde e gruppi di lavoro. Tra i temi in discussione figurano l’accesso all’istruzione superiore e la continuità educativa nei diversi contesti, l’impatto dei tagli ai finanziamenti e le lacune nella ricerca. Un confronto è dedicato ai modelli di cooperazione tra università e organizzazioni, tra cui il Mother Cabrini Institute of Immigration, la University of Sanctuary dell’Università di Exeter, la Saint Joseph University di Beirut e Jesuit Refugee Service, Jesuit Worldwide Learning e Refugee Education UK. <br /><br />La giornata di apertura, il 30 settembre, ha previsto un workshop sull’ampliamento dell’accesso dei rifugiati all’istruzione superiore, interventi sulla collaborazione e la solidarietà con rifugiati e migranti e testimonianze di studenti rifugiati reinsediati e di giovani che vivono situazioni di emergenza. Sono stati inoltre avviati gruppi di lavoro su quattro aree: educazione di rifugiati e migranti; educazione sui temi dei rifugiati e delle migrazioni; advocacy e accompagnamento; ricerca. <br />Oggi, 1° ottobre, i lavori sono dedicati alla continuità dell’istruzione nei diversi contesti e livelli formativi, ai modelli di collaborazione tra istituzioni e alle pratiche educative fondate su principi etici. Nel pomeriggio sono previste sessioni parallele su leadership dei rifugiati, accesso e permanenza nell’istruzione superiore, pedagogie della solidarietà, resilienza dei giovani sfollati e collaborazione tra istituzioni e comunità. Domani, 2 ottobre, è in programma una sessione sulle opportunità e le sfide dell’intelligenza artificiale nell’educazione di rifugiati e migranti, affidata a padre Maurice Emelu della John Carroll University. La conclusione sarà dedicata alla presentazione delle raccomandazioni dei gruppi di lavoro e a un appello all’azione comune. <br /> .Thu, 01 Oct 2026 12:23:38 +0200AFRICA/ETIOPIA - Tigray, l’allarme dell’eparca di Adigrat: «Siamo totalmente isolati, urgente l’accesso umanitario»https://www.fides.org/it/news/78239-AFRICA_ETIOPIA_Tigray_l_allarme_dell_eparca_di_Adigrat_Siamo_totalmente_isolati_urgente_l_accesso_umanitariohttps://www.fides.org/it/news/78239-AFRICA_ETIOPIA_Tigray_l_allarme_dell_eparca_di_Adigrat_Siamo_totalmente_isolati_urgente_l_accesso_umanitarioAdigrat – «È estremamente urgente favorire l’accesso umanitario, il dialogo per la pace e ogni forma di confronto. Siamo totalmente isolati, i mezzi di comunicazione sono bloccati e non abbiamo contatti con nessuno». È quanto riferisce all’Agenzia Fides l’eparca di Adigrat, Tesfaselassie Medhin, in un breve messaggio inviato con il supporto dell’Unicef, che continua a sostenere la Chiesa e, laddove possibile, a garantire un minimo di collegamento con il mondo esterno.<br /><br />«Tutte le comunicazioni sono interrotte; la nostra Chiesa, le nostre missioni, i religiosi e il clero locale rimangono al loro posto, come sempre», afferma l’eparca. «Saremo al fianco della popolazione, offrendo aiuto concreto o semplicemente la nostra presenza, attraverso la quale portiamo avanti la missione di incarnazione della Chiesa».<br /><br />Medhin descrive una situazione di crescente difficoltà: «Anche le banche sono chiuse. Non sappiamo con certezza come potranno continuare a operare i nostri Seminari e le nostre scuole, ma è nostra intenzione proseguire. Non abbiamo idea di come gestiremo gli approvvigionamenti. Solo Dio lo sa; noi confidiamo nella Divina Provvidenza».<br /><br />Nel frattempo, la situazione nella regione settentrionale dell’Etiopia continua a deteriorarsi . Al termine dell’udienza generale di ieri, mercoledì 30 settembre, Papa Leone XIV ha espresso «profonda preoccupazione» per il riemergere delle ostilità nel Tigray, rivolgendo un appello a tutte le parti.<br /><br />«Rivolgo un accorato appello a tutte le parti affinché scelgano la via del dialogo», ha detto il Papa. «Il conflitto armato non risolve mai i problemi, ma li aggrava soltanto, lasciando dietro di sé una scia di morte, distruzione e risentimento. Solo un impegno sincero può gettare le basi per una pace duratura».<br /><br />Leone XIV ha inoltre auspicato «che la comunità internazionale offra il proprio contributo generoso e tempestivo, per garantire che tutti gli aiuti umanitari giungano a chi ne ha bisogno».<br /><br /> <br />Thu, 01 Oct 2026 10:04:18 +0200ASIA/PAKISTAN - A Mariamabad la memoria di padre Frank Van Butsele, missionario Cappuccino che diede la vita per il Vangelohttps://www.fides.org/it/news/78238-ASIA_PAKISTAN_A_Mariamabad_la_memoria_di_padre_Frank_Van_Butsele_missionario_Cappuccino_che_diede_la_vita_per_il_Vangelohttps://www.fides.org/it/news/78238-ASIA_PAKISTAN_A_Mariamabad_la_memoria_di_padre_Frank_Van_Butsele_missionario_Cappuccino_che_diede_la_vita_per_il_VangeloLahore – In vista della della festa di San Francesco d’Assisi, nell'ottavo centenario della sua morte , la comunità cattolica del villaggio di Mariamabad, nel Punjab pakistano, guarda alla propria storia e affida ancora una volta alla Vergine Maria il cammino della missione. Nella “Città di Maria”, uno dei luoghi più significativi della presenza cattolica in Pakistan, il ricordo dei missionari Cappuccini belgi rimane vivo soprattutto nella memoria di padre Frank Van Butsele, il frate che donò la sua vita alla gente del Punjab e morì assassinato nella chiesa di Mariamabad 1953, a soli 40 anni, nel luogo stesso in cui aveva svolto il suo ministero.<br /><br />Mariamabad, oggi sede del Santuario mariano nazionale del Pakistan, è nata alla fine dell’Ottocento dall’opera dei Cappuccini fiamminghi. Nel 1892 il vescovo cappuccino belga Emmanuel Van Den Bosch acquistò circa 150 acri di terreno per dare una casa e una possibilità di riscatto a famiglie cristiane povere e sottoposte a discriminazioni. Nel gennaio 1893 le prime tre famiglie cristiane si trasferirono, accompagnate dai missionari francescani, in quella terra che sarebbe stata chiamata "Maryabad", “Città di Maria”. Padre Felix van de Putte, arrivato nel 1896, ne promosse lo sviluppo agricolo, sociale e religioso e guidò la costruzione della chiesa di Santa Maria e San Giuseppe, consacrata nel 1898.<br /><br />In questa lunga storia si inserisce la figura di padre Frank Van Butsele, nato a Ronse, in Belgio, nel 1913. Entrato tra i Cappuccini nel 1930 e ordinato sacerdote nel 1937, dedicò circa quindici anni alla missione nel subcontinente indiano. Lavorò ad Amritsar e successivamente nel Pakistan appena nato dopo la "partizione". Le fonti storiche cappuccine lo ricordano come uomo di fede e di carità, profondamente animato dalla devozione alla Vergine Maria, legato alla popolazione e alla sua missione, impegnato nella catechesi, nella formazione dei catechisti, nella cura delle comunità. A Mariamabad , assunse la responsabilità della missione e si adoperò per la pastorale, lo sviluppo e la diffusione della devozione mariana, la promozione umana e sociale delle famiglie cattoliche. <br /><br />Il suo nome è rimasto legato in modo particolare alla nascita della tradizione del pellegrinaggio mariano. Nel 1949, pochi anni prima della sua morte, padre Frank contribuì a trasformare la chiesa di Mariamabad in un centro di devozione mariana e ad avviare il pellegrinaggio annuale dell’8 settembre, festa della Natività della Vergine Maria. Quella intuizione è diventata nel tempo una delle espressioni più significative della fede cattolica in Pakistan. Ancora oggi il santuario richiama ogni anno centinaia di migliaia di pellegrini e rappresenta anche un luogo di incontro, di dialogo, di preghiera tra cristiani e musulmani .<br /><br />Padre Frank morì il 2 novembre 1953, all’interno della sua chiesa di Mariamabad. Venne ucciso con un pugnale da un uomo, Diwan Masih in un contesto di forte instabilità, sei anni dopo la nascita del Pakistan, in una regione ancora segnata dalle profonde fratture lasciate dalla Partizione del 1947 tra India e Pakistan, che aveva provocato migrazioni di massa e violenze tra comunità religiose. Fu ucciso in chiesa, davanti ai suoi parrocchiani, mentre pregava.<br />La sua morte non ha interrotto, anzi ha rinsaldato la storia di missione iniziata dai francescani. Il sacrificio di padre Frank, ucciso da innocente, è entrato nella memoria della comunità come parte della stessa storia della missione: la presenza dei missionari europei è divenuta sorgente per la nascita di vocazioni locali al sacerdozio e alla vita consacrata, consentendo così la crescita Chiesa locale. La missione dei Cappuccini ha cercato di accompagnare persone povere ed emarginate annunciando il Vangelo, ma anche costruendo comunità, scuole, opere sociali, promuovendo la dignità della persona.<br /><br />A Mariamabad questa eredità continua oggi davanti alla statua della Vergine. Il Santuario, nato dalla missione dei Cappuccini belgi, è diventato un luogo nel quale cristiani e fedeli di altre religioni si ritrovano per affidare a Maria le proprie preoccupazioni e speranze. In questo luogo che la Chiesa del Pakistan ricorda padre Frank, che è sepolto nel cimitero di Mariamabad, alla vigilia della festa di San Francesco: non soltanto come una figura del passato, ma come dono del Signore in una storia missionaria che è viva ancora oggi. Il seme piantato da quei missionari continua a portare frutto nella comunità cattolica pakistana.<br />La missione di oggi viene affidata a Maria, alla quale il villaggio di Mariamabad è consacrato fin dalle sue origini. A distanza di oltre settant’anni dalla morte di padre Frank, la “Città di Maria” custodisce e dona ai fedeli di oggi la memoria dei suoi missionari; nello stesso tempo, a guarda avanti con speranza e benedice la vita dei cattolici nella "terra dei puri". <br /> Thu, 01 Oct 2026 09:38:06 +0200ASIA/PAKISTAN - La famiglia francescana celebra gli 800 anni del Transito di San Francesco, nel segno del dialogo e della pacehttps://www.fides.org/it/news/78235-ASIA_PAKISTAN_La_famiglia_francescana_celebra_gli_800_anni_del_Transito_di_San_Francesco_nel_segno_del_dialogo_e_della_pacehttps://www.fides.org/it/news/78235-ASIA_PAKISTAN_La_famiglia_francescana_celebra_gli_800_anni_del_Transito_di_San_Francesco_nel_segno_del_dialogo_e_della_paceIslamabad - Le fraternità francescane in Pakistan celebrano l'800° anniversario della morte di San Francesco , in vista del 4 ottobre, festa liturgica di San Francesco di Assisi, rinnovando il loro impegno a vivere e annunciare il Vangelo, secondo lo spirito del Santo, nella nazione pakistana.<br />In occasione del Transito di San Francesco, nella diocesi di Islamabad-Rawalpindi, la comunità cattolica locale si è stretta attorno alla fraternità francescana, composta da frati, suore e laici, per commemorare la vita, la spiritualità e l'eredità di San Francesco d'Assisi in Pakistan.<br />I francescani presenti in diocesi hanno organizzato una celebrazione giubilare che ha voluto sottolineare il tema della pace, anche tramite una simbolica liberazione di colombe bianche, simbolo di riconciliazione e dello spirito evangelico vissuto da San Francesco. Una rappresentazione teatrale sulla vita e la missione del santo ha aiutato i partecipanti a riflettere sul suo amore per Cristo e per i poveri e sul suo stile di vita semplice e umile.<br /><br />Nell'Eucaristia, celebrata il 29 settembre a Islamabad come momento centrale del programma giubilare, l'Arcivescovo Arshad, nel fare memoria dell'800° anniversario della morte del santo di Assisi, ha sottolineato che "la sua vita continua a ispirare i cristiani attraverso il suo radicale impegno per il Vangelo, la semplicità, l'umiltà e l'amore per Dio e per il creato". "La sua straordinaria testimonianza di fede, che abbraccia povertà, semplicità, umiltà e totale dedizione a Dio, sequela del Vangelo in modo autentico e radicale, è modello e fonte di ispirazione per i battezzati in Pakistan e in tutto il mondo", ha affermato.<br />La sua eredità, ha rimarcato, è che "chi si fa il più piccolo è colui che riceve di più agli occhi di Dio" e ha incoraggiato i fedeli a essere discepoli di Cristo, che chiama i suoi seguaci all'umiltà, al servizio e all'amore disinteressato. "Questo messaggio - ha osservato - è particolarmente significativo per quanti di noi chiamati a servire gli altri, nella Chiesa e nella società, perché i bisogni dei più vulnerabili siano prioritari rispetto al proprio benessere e ai propri interessi".<br />Per i consacrati in Pakistan, in particolare - ha detto - "la vita di San Francesco rimane un forte monito affinché la vocazione religiosa sia una chiamata a seguire fedelmente Cristo e perché i consacrati siano autentici testimoni del Vangelo nel mondo".<br />"La spiritualità di San Francesco - ha sottolineato - chiama inoltre tutti i credenti a distaccarsi dall'eccessiva preoccupazione per i beni terreni e a vivere l'amore per Dio, i poveri, il creato e il prossimo. La sua testimonianza ricorda ai cristiani che il Vangelo non va solo proclamato a parole, ma testimoniato con la vita". Il raduno si è concluso con un momento di condivisione, convivialità e fraternità, in stile francescano.<br /><br />La famiglia francescana in Pakistan conta complessivamente circa 600 persone, comprendendo frati religiosi, suore di diverse congregazioni francescane e laici dell'Ordine Francescano Secolare. La presenza si articola principalmente in due grandi regioni geografiche ed ecclesiastiche del Paese: i frati Minori sono concentrati storicamente soprattutto nella provincia del Sindh e nell'arcidiocesi di Karachi; i frati Cappuccini operano principalmente nella provincia del Punjab, territorio che fu affidato alla cura pastorale dei frati già alla fine dell'Ottocento. Nel Paese operano diverse congregazioni femminili che lavorano a stretto contatto con la popolazione . I laici francescani e la Gioventù francescana sono una parte numericamente significativa, con numerose fraternità locali sparse nelle province del Punjab e del Sindh.<br />L'apostolato della famiglia francescana in Pakistan si sviluppa in tre ambiti fondamentali: la pace e il dialogo interreligioso, per cui i francescani si dedicano a tessere relazioni costanti con la comunità islamica, al fine di promuovere la coesistenza pacifica; il servizio ai poveri, dato che gran parte dei fedeli pakistani appartiene alle fasce sociali più svantaggiate o emarginate; l'apostolato nelle opere sociali, gestendo numerose scuole, cliniche e ospedali accessibili a tutta la popolazione, senza alcuna discriminazione etnica o religiosa.<br /> <br />Thu, 01 Oct 2026 11:12:52 +0200