Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.La Pasqua dell’Arcivescovo di Teheran: “mentre sono lontano da voi, so che in Cristo siamo realmente uniti”https://www.fides.org/it/news/77543-La_Pasqua_dell_Arcivescovo_di_Teheran_mentre_sono_lontano_da_voi_so_che_in_Cristo_siamo_realmente_unitihttps://www.fides.org/it/news/77543-La_Pasqua_dell_Arcivescovo_di_Teheran_mentre_sono_lontano_da_voi_so_che_in_Cristo_siamo_realmente_unitidel Cardinale Dominique Joseph Mathieu OfmConv* <br /><br /><br />Roma - Voglio condividere con voi la mia esperienza pasquale di quest’anno, segnata dalla percezione della relatività della distanza, tra vicinanza e lontananza. <br /><br />Mi trovo lontano da voi, gregge a me affidato, separato dagli eventi della guerra, in attesa di potervi ritrovare. Eppure, nella notte santa, ho celebrato la Veglia Pasquale portandovi tutti nel cuore: lontano dal mio gregge, ma proprio per questo, in modo misterioso, vicino a ciascuno di voi.<br /><br />Mi sono ritrovato a celebrare, per così dire, sotto la cupola della Basilica di San Pietro, nel segno della Chiesa universale, in comunione visibile con il Successore di Pietro e con tutta la cattolicità. Vicino al Pastore della Chiesa, e tuttavia lontano dal gregge che il Signore mi ha affidato. Ma proprio questa condizione mi è data perché io impari a vivere la lontananza non come una separazione invalicabile, bensì come un ponte che rende vicino in Cristo.<br /><br /><br />Nella comunione dei Santi e nella grazia dei Sacramenti, soprattutto nell’Eucaristia, siamo realmente uniti, anche quando non possiamo esserlo visibilmente. Ciò che agli occhi appare distanza, nella fede diventa comunione.<br /><br /><br />Celebriamo la Veglia Pasquale dopo il tramonto del sabato, quando per la tradizione biblica inizia il nuovo giorno: un confine tra notte e luce. È una notte illuminata da una luce riflessa, come quella della luna, che richiama la Vergine Maria. Come la luna riflette la luce del sole, così Ella rimanda alla fonte di ogni vita: suo Figlio, Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.<br /><br /><br />Il Vangelo secondo Matteo evangelista ci conduce all’alba del primo giorno della settimana. Le donne si recano al sepolcro, dove era stato deposto il corpo del Signore. Gli uomini avevano compiuto ciò che era loro possibile, dando una sepoltura; le donne portano ciò che nasce dal cuore: compassione, fedeltà, amore perseverante anche davanti alla morte.<br /><br />Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un segno sconvolgente che scuote la terra e i cuori, che rompe la chiusura del dolore e apre alla rivelazione di Dio. Un angelo del Signore scende dal cielo, rotola la pietra e si pone su di essa: ciò che sembrava definitivamente chiuso viene aperto dalla potenza divina. Le guardie, poste a custodire la morte, restano come morte esse stesse.<br /><br /><br />L’angelo annuncia: «Non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto… vi precede in Galilea; là lo vedrete». E sigilla l’annuncio: «Ecco, io ve l’ho detto». È il compimento della speranza: ciò che era atteso come evento ultimo si manifesta nella storia. Come disse Marta di Betania: «So che risusciterà nella risurrezione, nell’ultimo giorno».<br /><br />Questa risurrezione “futura” va tenuta insieme al mistero già presente: la risurrezione operante nella vita del credente mediante la grazia. In Cristo risorto, la vita nuova è già iniziata, anche se ancora attraversa la prova.<br /><br />Le donne, abbandonato in fretta il sepolcro — memoria di morte e oscurità — passano dalla notte al giorno. Corrono con timore e gioia grande: non più paura che paralizza, ma timore santo che apre alla fede. È l’atteggiamento della vita nuova.<br /><br />E prima ancora di raggiungere i discepoli, è Gesù stesso che viene loro incontro. Con le parole «Salute a voi!» si rende presente, vivo e vero. Esse si avvicinano, abbracciano i suoi piedi e lo adorano: gesto concreto che attesta la realtà della Risurrezione e fonda la fede della Chiesa. Il Crocifisso è il Risorto: Colui che sembrava lontano si rivela vicinissimo, accessibile nella fede e nei segni sacramentali.<br /><br />Egli, vincitore della morte, prende l’iniziativa e invia: «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno». La Galilea è il luogo dell’inizio, della chiamata, della vita concreta: è lì che il Risorto attende i suoi.<br /><br />Carissimi, anche per noi vi è una “Galilea”: sarà il giorno in cui, se Dio vorrà, potremo ritrovarci. Ma già ora, sotto questa cupola che richiama l’unità della Chiesa e mentre sono lontano da voi, so che in Cristo siamo realmente uniti.<br /><br />In Cristo, vivo e risorto, vicinanza e lontananza si trasfigurano. Rimane solo Lui, che ci unisce, ci custodisce e ci guida, finché potremo essere di nuovo radunati come un solo gregge sotto un solo Pastore. <br /><br />* Arcivescovo di Teheran-IspahanMon, 06 Apr 2026 17:48:09 +0200Leone XIV: anche nel tempo delle ‘Fake News’ risplenda la luce della testimonianza cristianahttps://www.fides.org/it/news/77542-Leone_XIV_anche_nel_tempo_delle_Fake_News_risplenda_la_luce_della_testimonianza_cristianahttps://www.fides.org/it/news/77542-Leone_XIV_anche_nel_tempo_delle_Fake_News_risplenda_la_luce_della_testimonianza_cristianaCittà del Vaticano - In un tempo in cui la costruzione delle “narrazioni” viene talvolta utilizzata per rimuovere o manipolare la realtà dei fatti, la testimonianza cristiana può come sempre «rischiarare ogni ombra», illuminando anche «le tenebre più fitte». <br />Lunedì dell’ Angelo 2026. Dopo la celebrazione della Paqua, rivolto alla moltitudine raccolta in Piazza San Pietro, Papa Leone ha preso spunto dal Vangelo letto nella liturgia del giorno per riproporre nei suoi tratti elementari la natura propria dell’annuncio cristiano, affidato alla nuda e inerme autenticità di testimoni inviati nel mondo a annunciare che «Cristo è risorto».<br />Il brano del Vangelo secondo Matteo letto nelle messe celebrate oggi giustappone la testimonianza delle donne - Maria di Màgdala e Maria di Cleofa - che allontanandosi dal sepolcro vuoto «hanno incontrato il Risorto», e quello delle guardie, corrotte dai capi del sinedrio che chiedono loro di spargere la diceria secondo cui i discepoli stessi avrebbero trafugato e fatto sparire il corpo di Cristo dal sepolcro. «Le prime annunciano la vittoria di Cristo sulla morte; le seconde annunciano che la morte vince sempre e comunque. Nella loro versione, infatti, Gesù non è risorto, ma il suo cadavere è stato rubato». <br /><br />Il contrasto - ha rimarcato il Pontefice -«fa riflettere «sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento». Davanti a tali ostacoli - ha riconosciuto il Vescovo di Roma - la verità non rimane comunque occultata, ma «ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte». <br /><br />Come alle donne giunte al sepolcro - ha ricordato il Successore di Pietro - «anche a noi oggi Gesù dice: “Non temete! Andate ad annunciare”. Egli stesso diventa «la buona notizia da testimoniare nel mondo». Ed è cruciale che l’annuncio raggiunga soprattutto «quanti sono oppressi dalla malvagità, che corrompe la storia e confonde le coscienze», come accade «ai popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione». <br />Prima di recitare la preghiera mariana del Regina Coeli, il Vescovo di Roma ha ricordato anche «alla luce del Risorto» e «con particolare affetto» Papa Francesco, «che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore» ha aggiunto Papa Prevost «preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità». <br /> Mon, 06 Apr 2026 14:44:04 +0200EUROPA/RUSSIA - Veglia di Pasqua, l’Arcivescovo Pezzi a 18 catecumeni: “la nostra vita appartiene a Cristo”https://www.fides.org/it/news/77541-EUROPA_RUSSIA_Veglia_di_Pasqua_l_Arcivescovo_Pezzi_a_18_catecumeni_la_nostra_vita_appartiene_a_Cristohttps://www.fides.org/it/news/77541-EUROPA_RUSSIA_Veglia_di_Pasqua_l_Arcivescovo_Pezzi_a_18_catecumeni_la_nostra_vita_appartiene_a_Cristodi Chiara Dommarco<br />Mosca – “Cristo è risorto!”. Con questo annuncio ripetuto tre volte, caro alla tradizione delle Chiese orientali, e a cui i fedeli hanno risposto “è veramente risorto”, Paolo Pezzi, Arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, ha esordito nell’omelia della Veglia pasquale. “’Io sono risorto − dice il Signore − per essere sempre con voi’: questo è l’annunzio pasquale. Cristo è risorto per non lasciarci mai più: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» . Dio non permette mai che cadiamo dalle Sue mani. E le Sue mani sono mani buone”, ha continuato. <br /><br />Un annuncio rivolto a ogni donna e a ogni uomo, ha sottolineato il vescovo nella cattedrale dell’Immacolata Concezione: “Ora Cristo risorto rivolge questo annuncio anche a noi: ‘Io sono risorto e sarò sempre con voi. La mia mano vi sostiene e nulla vi strapperà dalla mia mano. Sarò con voi anche alle porte della morte, là dove nessuno può accompagnarvi e dove voi stessi non potete fare nulla. Là vi aspetterò e trasformerò per voi le tenebre in luce’. Questo annuncio, questa parola del Risorto, descrive ciò che accade nel Battesimo. Il Battesimo è più di un lavacro o di una purificazione. È più dell'ingresso in una comunità: è una nuova nascita, un nuovo inizio di vita”. E rivolgendosi ai 18 catecumeni che hanno ricevuto i tre sacramenti dell’iniziazione cristiana − Battesimo, Confermazione ed Eucaristia −, ha aggiunto: “Cari catecumeni, in questo sta la novità del Battesimo: la nostra vita appartiene a Cristo, non a noi stessi. Ma proprio per questo non siamo soli neppure nella morte, perché siamo insieme a Colui che vive per sempre. Nel Battesimo, insieme a Cristo, accolti da Lui nel Suo amore, siamo liberati dalla paura”.<br />Rifacendosi all’icona della risurrezione della tradizione orientale, in cui Cristo, nella discesa agli inferi, libera Adamo dalla morte, ha affermato: “Con la sua morte, Egli prende per mano Adamo e tutti coloro che attendono la liberazione, e li conduce alla luce. La luce rende possibile la vita. La luce rende possibile l’incontro. La luce rende possibile la comunione. Essa rende possibile la conoscenza, l’accesso alla realtà, alla verità stessa. E, rendendo possibile la conoscenza, rende possibili anche la libertà e il progresso”.<br />“Attraverso la risurrezione di Gesù − ha concluso −, l’amore si è rivelato più forte della morte, più forte del male. Per amore Egli è disceso dal cielo, e allo stesso tempo l’amore è quella forza grazie alla quale Egli ora ascende. Uniti al Suo amore, portati sulle ali dell’amore, come persone che amano e sono amate, scendiamo con Lui nelle tenebre del mondo, sapendo che in questo modo ascenderemo con Lui. Ti preghiamo, Signore, in questa notte: rivela il Tuo amore che è più forte dell’odio, più forte della morte. Discendi, o Cristo, negli inferi del nostro tempo e prendi per mano coloro che Ti attendono. Conducili alla luce! Resta con noi anche nelle nostre notti oscure e guidaci fuori! Aiuta me, aiuta noi a scendere con Te nelle tenebre di chi attende, di chi Ti invoca dal profondo! Aiutaci a portare loro la Tua luce! Aiutaci a giungere al “sì” dell'amore, che ci permette di chinarci verso gli uomini e, in questo modo, di ascendere insieme a Te! Amen”.<br />L’Arcidiocesi della Madre di Dio, guidata dal 2007 da mons. Pezzi, copre un territorio di 2.629.000 km² e comprende un centinaio di comunità. La provincia ecclesiastica della Chiesa cattolica in Russia, oltre all’Arcidiocesi, è costituita da altre tre diocesi suffraganee: la diocesi di San Clemente a Saratov, quella di San Giuseppe a Irkutsk e quella della Trasfigurazione a Novosibirsk.<br />Sun, 05 Apr 2026 22:39:04 +0200"Cristo è risorto". Il Vescovo Lipke e la Veglia pasquale del 'piccolo gregge' di Nižnyj Tagilhttps://www.fides.org/it/news/77540-Cristo_e_risorto_Il_Vescovo_Lipke_e_la_Veglia_pasquale_del_piccolo_gregge_di_Niznyj_Tagilhttps://www.fides.org/it/news/77540-Cristo_e_risorto_Il_Vescovo_Lipke_e_la_Veglia_pasquale_del_piccolo_gregge_di_Niznyj_TagilMosca – “È impossibile che una qualunque delle vittime della storia, uno qualunque degli innocenti o di coloro che hanno cercato in qualche modo di amare, di fare il bene, di essere premuroso, sia dimenticato. Il Signore stesso li trae fuori dal sepolcro”. Così ha parlato Stephan Lipke, vescovo ausiliare della diocesi della Trasfigurazione di Novosibirsk, durante l’omelia della Veglia pasquale a Nižnyj Tagil, un importante centro industriale degli Urali, dove vive una comunità di una trentina di cattolici. <br /><br />Muovendo dalla recente esperienza di viaggio nelle Filippine, dove lui e Jozef Vert, vescovo ordinario della stessa diocesi, si sono recati per rafforzare i legami con le chiese locali, affinché qualche sacerdote, religioso o religiosa possa eventualmente in futuro abbracciare la sua missione nella diocesi della Trasfigurazione, il vescovo Lipke ha messo in guardia dal pericolo della polarizzazione. “Nelle Filippine − ha affermato − il popolo sta vivendo un dolore immenso. Ad esempio, è emerso che lo Stato ha stanziato centinaia di miliardi di rubli per la protezione dalle inondazioni, ma con quei soldi i ricchi hanno costruito chissà cosa, mentre la gente continua a morire a ogni nuova tempesta. Davanti a tutto ciò, c’è chi cade nel cinismo e dice: ‘Così è la vita, che ci vuoi fare?’, cercando di accaparrarsi almeno una fetta di quella enorme torta. In alcuni prevale l’odio, in altri l’indifferenza. Oppure, un altro esempio: è stata condotta una ‘guerra alla droga’ in cui sono stati uccisi molti giovani. Ebbene, alcuni ritengono che non sia nulla di grave, poiché sono stati uccisi, secondo loro, solo pericolosi narcotrafficanti e solo raramente degli innocenti: dicono che sia quasi inevitabile, perché ‘la guerra è guerra’. Altri invece dicono di no, che sono stati uccisi molti giovani del tutto innocenti o, al massimo, piccoli tossicodipendenti. È chiaro che le persone ricordano questi eventi in modo diverso. Ma il pericolo è che la polarizzazione, online e non solo, renda le persone indifferenti al dolore altrui’”. Un pericolo che riguarda ancora oggi i conflitti legati alla terra in cui Gesù ha vissuto e ha indicato un modo diverso di vivere e concepire l’altro. Ha continuato il vescovo: “Lo stesso accade oggi in Medio Oriente: c’è chi dice che i palestinesi non meritino compassione, poiché sosterrebbero tutti i terroristi. E altri dicono che non bisogna aver pietà degli ebrei, compresi bambini e pacifisti, perché sarebbero tutti dalla parte dei colonizzatori. Certamente i cristiani, il cui Maestro ha detto: ‘Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano’, non possono prendere parte a questa polarizzazione. Ma, purtroppo, capita che sia difficile evitare questa tentazione. Sembra che non siano limitate solo le riserve mondiali di carburante, ma anche quelle di compassione. A volte si cade nella tentazione di ‘risparmiare’, di pensare solo ai ‘propri’ e di dimenticare le sofferenze degli altri”. <br /><br />Il rischio è di vivere una fede relegata alla sfera privata, o magari limitata a qualche momento liturgico, ma che in nessun modo tocchi la mentalità con cui si guarda agli altri e alle loro vite: “Questi giorni pasquali ci testimoniano che è sempre stato così. Specialmente il Vangelo di Matteo mostra che i nemici di Gesù ritenevano che Egli si fosse intromesso inutilmente in certe sottigliezze della religione e della politica religiosa; pensavano che fosse inevitabile, o persino auspicabile ucciderlo, e che fosse rimasto vittima di una giusta collera e di corrette decisioni politiche. Per questo decisero di chiudere e sigillare per bene il Suo sepolcro con un macigno e con le guardie: che non fosse solo morto, ma anche ben rinchiuso e dimenticato. Tuttavia, i nemici di Gesù si sbagliarono di grosso: era impossibile che Colui che con la Sua stessa Parola ha creato ogni essere vivente rimanesse nella morte. Era impossibile che l’amore infinito, incarnato per potenza dello Spirito Santo, rimanesse per sempre vittima dell’odio o dell’indifferenza”. E, condividendo un ricordo della sua infanzia in Germania, ha aggiunto: “Per questo, da bambini, a Pasqua amavamo così tanto cantare: ‘Nessun sigillo, tomba o pietra, nessuna roccia può resistergli. Anche se l’incredulità stessa lo rinchiudesse, lo vedrebbe uscire vittorioso. Alleluia!’”. Il Vescovo Lipke ha anche ricordato un’antica tradizione cristiana, oggi quasi del tutto dimenticata: “Esiste inoltre la tradizione del ‘riso pasquale’. È un riso rivolto contro il diavolo, contro l’odio e l’indifferenza, contro la morte stessa, che si è sbagliata così profondamente e grossolanamente, nel pensare di poter distruggere la Vita stessa”. Ha poi concluso: “Ecco perché Gesù stesso è risorto e nessuna pietra ha potuto trattenerlo. Era impossibile che rimanesse nel sepolcro, morto. E per questa stessa ragione è impossibile che una qualunque delle vittime della storia, uno qualunque degli innocenti o di coloro che hanno cercato in qualche modo di amare, di fare il bene, di essere premuroso, sia dimenticato. Il Signore stesso li trae fuori dal sepolcro, proprio come nell’icona pasquale bizantina Cristo, con la Sua morte e risurrezione, trae Adamo ed Eva fuori dal regno della morte. Non può essere che la morte trionfi: ‘Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?’. Non ci sono più: proprio quando sembrava che Cristo fosse sconfitto, Egli si è rivelato vincitore. E allora festeggiamo insieme. Ricordiamo tutti, amiamo tutti, senza chiederci se siano ‘dei nostri’ o ‘estranei’, e gridiamo − forse non con la stessa sicurezza degli altri anni, forse con domande nel cuore o con le lacrime agli occhi −, ma cantiamo e gridiamo comunque: alleluia, perché Cristo è risorto!”. <br />Sono circa 5 mila i cattolici che hanno preso parte alle celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua nella diocesi della Trasfigurazione, che si estende su un territorio di 2 milioni di km2. Essa è diocesi suffraganea dell’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca e, assieme ad altre due diocesi, costituisce la provincia ecclesiastica della Chiesa cattolica in Russia. Dal momento che i cattolici nella Federazione Russa sono meno dell’1% della popolazione, si riuniscono per lo più in piccole o piccolissime comunità, presso alcune delle quali la presenza di un sacerdote non è continua durante l’anno. Sun, 05 Apr 2026 00:50:46 +0200La tragedia nascosta dei suicidi nei campi profughihttps://www.fides.org/it/news/77539-La_tragedia_nascosta_dei_suicidi_nei_campi_profughihttps://www.fides.org/it/news/77539-La_tragedia_nascosta_dei_suicidi_nei_campi_profughidi Cosimo Graziani <br /><br />Nairobi - I traumi vissuti per arrivare, l’abbandono nell’attesa di poter andar via magari sfruttando programmi internazionali che il mondo sviluppato, di recente, ha iniziato a smantellare; oppure la tremenda difficoltà della vita quotidiana, che rende l’esistenza una lotta in cui tutto si fa più esasperato. Un male sottile si insinua così nelle menti di migliaia di persone, portandole all’annichilimento psicologico e alle estreme conseguenze. <br />Numeri esatti ed aggiornati, quando si parla di quella piaga silenziosa che sono i suicidi nei campi profughi, è difficile averne, ma si stima che le sindromi depressive e i suicidi tentati o riusciti siano circa il triplo rispetto a quanto si registra nelle società dei paesi di accoglienza. E l’Africa, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è il continente che presenta le percentuali di suicidio più alte di tutto il Pianeta. Nei campi ospitati in Sudan, Ciad, Etiopia, Camerun i tassi oscillano dai 15 ai 40 suicidi ogni 100.000 rifugiati.<br /><br />
Tra le cause più diffuse, scrive un team di analisti, tra cui Steven L. Senior dell’Università di Liverpool, “una combinazione di svantaggio socioeconomico, esposizione a eventi potenzialmente traumatici, aumento della depressione e dell'ansia o mancanza di cure appropriate e accessibili”. Osservazioni inevitabilmente generiche: per capire cosa sta accadendo vanno declinate accuratamente una per una.<br />
Innanzitutto vanno tenuti in conto i traumi che sono all’origine della decisione di dover lasciare i propri luoghi d’origine. Quindi i traumi del viaggio, spesso compiuto in condizioni proibitive e in un ambiente ostile e pericoloso. Poi le non facili condizioni di vita all’interno di molti campi . Da ultimo lo stress da attesa: l’accoglienza della domanda di asilo, la stessa partenza per il paese di destinazione. Una condizione di incertezza e sospensione che può durare anni, e amplifica le possibilità di crollare davanti a difficoltà insostenibili. Un soggetto costretto a partire per sfuggire alla guerra, spesso dopo la distruzione della propria casa e la perdita violenta di almeno una parte della propria famiglia, che resta in attesa per anni in un limbo di inevitabile precarietà, ha grandi difficoltà a sostenere la pressione della perdita di un lavoro o del fallimento di un matrimonio.<br /><br />
Nel campo di Dadaab, in Kenya, casi recenti di suicidio hanno riguardato un padre lasciato dalla moglie con i due figli ed un altro che aveva perso il posto di lavoro presso un programma internazionale di sostegno ai profughi. Un programma chiuso per motivi di bilancio dal paese del nord del Mondo, che lo aveva avviato anni fa.<br /><br />
Un discorso particolare merita la condizione femminile. Un gran numero delle donne che arrivano alla porta di un campo di accoglienza ha alle spalle almeno uno stupro subito. Moltissime sono bambine, che si porteranno addosso i segni della violenza per il resto della vita. Una volta entrate sono spesso lasciate sole ad affrontare situazioni familiari e personali particolarmente dure, segnate da violenze fisiche e psicologiche. Sono loro, spesso, le vittime silenziose delle tragedie nascoste che si consumano nei campi profughi. Sat, 04 Apr 2026 12:10:45 +0200ASIA/MYANMAR - Pasqua nella cattedrale di Loikaw, riaperta al culto dopo l'occupazione dell’esercitohttps://www.fides.org/it/news/77538-ASIA_MYANMAR_Pasqua_nella_cattedrale_di_Loikaw_riaperta_al_culto_dopo_l_occupazione_dell_esercitohttps://www.fides.org/it/news/77538-ASIA_MYANMAR_Pasqua_nella_cattedrale_di_Loikaw_riaperta_al_culto_dopo_l_occupazione_dell_esercitoLoikaw - Il popolo di Dio nella diocesi di Loikaw riabbraccia la sua cattedrale e celebra la Pasqua del 2026 nella chiesa di Cristo Re, riaperta ai fedeli, dopo che, nel novembre 2023, l'esercito aveva sequestrato la chiesa e il centro pastorale. Lo comunica all'Agenzia Fides il vescovo di Loikaw, Celso Ba Shwe, affermando che "celebrare la Pasqua in cattedrale è motivo di grande gioia e di speranza". <br />Il complesso della cattedrale di Cristo Re nella città che è capitale dello ststao Kayah era stato occupato dall'esercito birmano che lo aveva trasformato in una base militare per combattere le "Forze di difesa popolare", espressione della resistenza che combatte l'esercito nazionale birmano, guidato dal giunta che ha preso il potere con un golpe nel 2021. <br />Il vescovo, i sacerdoti, i religiosi e circa 80 rifugiati che avevano cercato riparo nella chiesa, erano fuggiti. Scacciato dalla sua sede episcopale, il vescovo Celso ha iniziato una vita da esule e da profugo, restando accanto ai profughi, facendo costruire una chiesetta di bambù nel bosco. Mentre numerose parrocchie di Loikaw sono state chiuse a causa dell'assenza dei fedeli, fuggiti nelle foreste per scampare agli scontri, la comunità della diocesi ha attraversato una fase critica, rischiando di disperdersi. E’ stata determinante, per tenere l’unità e la comunione, l'opera instancabile del vescovo e dei sacerdoti, che hanno continuato a spostarsi costantemente, per assistere materialmente e spiritualmente le comunità di fedeli sfollati.<br />Ora, dopo che l'esercito ha abbandonato la struttura, due sacerdoti hanno ripreso possesso della chiesa e, con un lavoro di alcuni mesi e grazie all’aiuto dei fedeli, l'hanno nuovamente resa agibile per le celebrazioni pasquali, per i Sacramenti e per l’opera pastorale e caritativa.<br />ll Vescovo Celso Ba Shwe celebra la Pasqua 2026 con gli sfollati nel villaggio di Soudu, restando vicino e portando consolazione alle famiglie cattoliche che vivono in stato di precarietà e tribolazione ma che, rileva, "danno prova di profonda fede”. "Celebriamo il passaggio dal buio alla luce, chiederemo a Dio un tempo di pace e di riconciliazione", nota mons. Ba Shwe. "Il messaggio della Pasqua è che la luce vince le tenebre, la vita è più forte della morte, l'amore trionfa sull’odio. Così la pace è possibile", afferma a Fides.<br />Lo stato Kayah è uno di quelli dove il conflitto civile infiamma i territori, come avviene anche negli stati Kachin, Shan, Chin e Rakhine o nella regione di Sagaing, tanto che gli sfollati interni in tutta la nazione sono oltre 3,6 milioni.<br /> <br /><br />Fri, 03 Apr 2026 09:45:05 +0200“Senza i sacerdoti non avremmo la pienezza dell'incontro sacramentale con Cristo vivo e risorto”https://www.fides.org/it/news/77537-Senza_i_sacerdoti_non_avremmo_la_pienezza_dell_incontro_sacramentale_con_Cristo_vivo_e_risortohttps://www.fides.org/it/news/77537-Senza_i_sacerdoti_non_avremmo_la_pienezza_dell_incontro_sacramentale_con_Cristo_vivo_e_risortodel Cardinale Giorgio Marengo IMC<br /><br />Pubblichiamo l’omelia pronunciata dal Cardinale Giorgio Marengo durante la Messa crismale celebrata Martedì Santo, 1° aprile, nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Ulaanbaatar<br /><br /><br /><br />Ulaanbaatar - «Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi”» . <br /><br />L'ordine sacro esiste per rendere possibile quell'OGGI di cui si parla nel Vangelo di oggi. Grazie al ministero ordinato, che estende i gesti e le parole di Cristo nel tempo e nello spazio, veniamo a contatto con lui qui e ora: è un incontro reale, mediato da segni visibili, che ci raggiunge nelle fibre più intime del nostro essere.<br /><br />Avvicinandoci al Santo Triduo, siamo qui per ringraziare il Signore per questo immenso dono che ha fatto alla sua Chiesa; per contemplare ancora e ancora il mistero del suo desiderio di associare alla sua Persona uomini in carne e ossa, che sono il suo riflesso, non in virtù di una presunta superiorità sugli altri, ma per pura grazia. <br /><br />Per questo parliamo di "unzione": è un dono dall'alto, che penetra coloro che sono chiamati da lui e permette loro di compiere ciò che per loro natura non potrebbero nemmeno immaginare di poter realizzare. <br /><br />Nella tradizione biblica, l'unzione suggella la scelta di Dio e segna un nuovo inizio: l'oggetto o la persona che viene unta cambia identità, diventando qualcos’altro.<br /><br />Per questo motivo non ci si propone per il sacerdozio, ma si viene scelti. L'individuo scopre gradualmente che il Signore lo chiama a una speciale intimità con Lui, per renderlo Suo strumento davanti agli altri. Solo allora l'individuo sente la forza di intraprendere un cammino di discernimento, che può durare anni e che – se la vocazione viene confermata – richiederà un lungo periodo di preparazione. Per giungere al giorno dell'ordinazione sacerdotale: l'olio santo verrà usato per ungere le mani del diacono, a significare la sua incorporazione nell'ordine sacerdotale. <br /><br />Anche coloro che sono stati scelti per l'episcopato ricevono quell'olio sul capo, come narrato nelle pagine bibliche, a significare la pienezza del sacerdozio ordinato. Questo viene condiviso con i sacerdoti e i diaconi che, uniti all'ordine dei vescovi, diventano dispensatori della grazia di Dio.<br /><br />Un lungo cammino che culmina in un solenne rito. <br /><br />Oggi, ciascuno dei sacerdoti qui presenti ricorda il giorno della sua ordinazione sacerdotale; e davanti al popolo di Dio, rinnova gli impegni presi quel giorno. Tutto ciò avverrà a breve, qui. È dunque un momento per rendere grazie per questo dono: senza i sacerdoti, non avremmo la pienezza dell'incontro sacramentale con Cristo vivo e risorto. <br /><br />È vero, a volte anche noi sacerdoti commettiamo errori; non riusciamo a vivere pienamente la vocazione che abbiamo ricevuto. Siamo tutti fragili, segnati da molte ferite. Vi chiedo, quindi, di unirvi al ringraziamento con preghiere per tutti noi sacerdoti: affinché possiamo rialzarci dalle nostre cadute, che umilmente riconosciamo, e gettarci di nuovo tra le braccia del Risorto, che ci vuole come estensione delle sue mani inchiodate alla croce, per spezzare il pane eucaristico, per alleviare la sofferenza, per suggellare il perdono sacramentale, per santificare la vita di tutti. <br /><br />Grazie di cuore, cari fratelli sacerdoti, per essere un riflesso dell'amore di Cristo qui in Mongolia! Gli impegni che noi sacerdoti abbiamo preso il giorno della nostra ordinazione non sono leggeri, come sentirete dalle domande che vi porrò a breve: celibato per il Regno, moderazione, obbedienza al vescovo… <br /><br />Per essere fedeli, abbiamo bisogno della vostra comprensione e delle vostre preghiere. Perciò, siamo noi sacerdoti che vi diciamo: GRAZIE! Grazie per il vostro sostegno, nonostante i nostri limiti; grazie per aver riconosciuto la presenza di Cristo in noi e per aver oltrepassato, con la vostra bontà, gli evidenti limiti che ci caratterizzano; grazie per aver educato i vostri figli alla scuola del Vangelo, affinché alcuni di loro possano scoprire anche la loro vocazione sacerdotale; grazie per le preghiere con cui ci sostenete e per l'aiuto materiale che non mancate mai di fornirci. <br /><br />Cristo, l'unico Sommo Sacerdote, vi ricompensi per questo amore e conceda alla Sua Chiesa in Mongolia i sacerdoti che Egli desidera. Amen. <br /><br />* Prefetto apostolico di UlaanbaatarThu, 02 Apr 2026 12:17:36 +0200EUROPA/ITALIA - Una missione incentrata sui giovani: 120 anni di presenza salesiana in Asiahttps://www.fides.org/it/news/77536-EUROPA_ITALIA_Una_missione_incentrata_sui_giovani_120_anni_di_presenza_salesiana_in_Asiahttps://www.fides.org/it/news/77536-EUROPA_ITALIA_Una_missione_incentrata_sui_giovani_120_anni_di_presenza_salesiana_in_AsiaRoma – Don Bosco aveva espresso il desiderio di andare come missionario in Asia e in Oceania. Il suo sogno è diventato realtà quando i primi missionari salesiani sono arrivati in Asia circa 120 anni fa. Fondata nel 1859 a Torino, la Società Salesiana di San Giovanni Bosco estende la propria missione in Asia dal 1906. Da allora la loro presenza si è costantemente espansa. Oggi sono presenti in tutti i paesi dell’Asia continentale, eccetto Singapore, nonché in diverse nazioni del Pacifico. Nello specifico, la Regione Asia Est-Oceania , che si estende dalla Mongolia a nord fino all’Australia a sud, abbracciando 23 Paesi tra Asia e Pacifico, è una delle più dinamiche e culturalmente diverse del mondo salesiano. Comprende Paesi come Corea del Sud, Giappone, Filippine, Thailandia, Myanmar, Pakistan, Cina, Hong Kong e molte nazioni del Pacifico. <br /><br />Alla ricchezza culturale di ogni singola comunità ed etnia si aggiunge il fatto che l’Asia è il continente più popolato al mondo, con un alto numero di giovani, realtà che per i salesiani si traduce sia in un’opportunità, che in una responsabilità. “Dove ci sono i giovani, ci sono i salesiani” dice don William Matthews, Consigliere per la AEO, che, in una nota pervenuta a Fides, rimarca come lungi dall’essere culturalmente omogenea, la Regione AEO sia caratterizzata da una straordinaria diversità. Tra sfide demografiche, diversità etnica e complessità sociali, i salesiani rimangono impegnati a camminare con i giovani, educandoli, evangelizzandoli e accompagnandoli verso un futuro di dignità e speranza. In tutta la Regione, la pastorale giovanile dei salesiani si estende nelle scuole, istituti secondari, centri di formazione tecnica e professionale, parrocchie, oratori e programmi per bambini e giovani con bisogni speciali. <br /><br /> <br />Wed, 01 Apr 2026 10:12:03 +0200AFRICA/RUANDA - Nominato il nuovo direttore delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77535-AFRICA_RUANDA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77535-AFRICA_RUANDA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_MissionarieCittà del Vaticano - Il Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione , ha nominato, in data 23 gennaio 2026, Don Viateur Gitongana del clero di Kigali, Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Ruanda per un periodo di cinque anni .<br />Don Gitongana, nato nel 1976, ha effettuato gli studi primari presso il Complesso scolastico di Janjagiro , gli studi secondari presso il Piccolo Seminario Saint Vincent de Paul di Ndera e l’anno propedeutico al Grande Seminario di Saint Mbaaga/Kampala in Uganda . Ha ottenuto la licenza in filosofia al Grande Seminario di Saint Mbaaga/Kampala in Uganda , ha effettuato l’anno di stage pastorale al Piccolo Seminario di San Kizito a Zaza , licenziandosi in teologia al Grande Seminario di Saint Mbaaga/Kampala in Uganda . Ordinato sacerdote nella parrocchia di Musha/Kigali nel 2007 ha effettuato il master in teologia della vita cristiana presso la Pontificia Facoltà teologica dell’Italia meridionale Sezione San Luigi-Posillipo a Napoli in Italia. Ha ricoperto il ruolo di economo del Piccolo Seminario di Zaza Kibungo in Ruanda e quello di economo aggiunto presso l’economato diocesano di Kibungo in Ruanda . E’ stato economo generale della Diocesi di Kibungo , ed anche collaboratore pastorale a Napoli in Italia presso la chiesa di Santa Maria del Carmine , in Ruanda nella parrocchia di Rwamagana ed infine a Tivoli in Italia nella parrocchia di San Gregorio Magno .<br /> Wed, 01 Apr 2026 17:16:57 +0200LEONE XIV IN AFRICA - La “crisi anglofona” del Camerunhttps://www.fides.org/it/news/77533-LEONE_XIV_IN_AFRICA_La_crisi_anglofona_del_Camerunhttps://www.fides.org/it/news/77533-LEONE_XIV_IN_AFRICA_La_crisi_anglofona_del_CamerunYaoundé – Bamenda, il capoluogo della regione del nord-ovest del Camerun, che Papa Leone XIV visiterà il 16 aprile, è al centro della cosiddetta “crisi anglofona” che scuote il Paese dal 2016.<br /><br />L’origine della crisi risale ai tempi coloniali. Ex colonia della Germania Guglielmina, il Camerun alla fine della prima guerra mondiale venne diviso in due parti: una sotto mandato britannico e l'altra sotto mandato francese. La parte francofona divenne indipendente nel 1960 mentre quella anglofona nel 1961. Quest’ultima, con un referendum, stabilì di unirsi al Camerun francofono. Nel 1961 fu proclamata la Repubblica Federale del Camerun, che unì territori con lingue e pratiche amministrative diverse. Il federalismo fu abbandonato nel 1972 a favore di uno Stato unitario. Di conseguenza, la popolazione anglofona del Camerun si sentì gradualmente emarginata e temette la scomparsa della propria specificità giuridica e culturale.<br /><br />La crisi anglofona iniziò nel 2016 con uno sciopero di avvocati e insegnanti che si opponevano alla nomina di giudici francofoni nelle regioni anglofone. Le manifestazioni furono represse dal governo camerunese e ne seguirono violenze. <br /><br />Nell'ottobre 2017, i separatisti anglofoni proclamarono la Repubblica di Ambazonia , formalizzando così le loro ambizioni secessioniste .<br /><br />Da allora è scoppiato un conflitto il cui costo umano è devastante. E entrambe le fazioni in guerra stanno usando l'istruzione come arma. <br />In Camerun, l'istruzione pubblica è una prerogativa dello Stato. Di conseguenza, attaccando le scuole, i gruppi armati prendono di mira principalmente il simbolo di un'istituzione statale. Le scuole, in particolare, incarnano i punti di tensione della crisi, soprattutto la questione linguistica. Il francese e l'inglese sono le due lingue ufficiali e godono di pari status. Tuttavia, il francese è usato molto più dell'inglese, alimentando così il sentimento di marginalità tra i camerunesi anglofoni. L'insegnamento e i programmi educativi sono, in linea di principio, bilingui, anche nelle aree anglofone, cosa che non è gradita ai secessionisti più radicali.<br /> <br />Dal 2017, più di 700.000 bambini sono stati costretti ad abbandonare la scuola. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari , oltre 1,5 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria nelle regioni anglofone. L'OCHA stima inoltre che almeno 334.098 persone siano state sfollate internamente a causa delle violenze nelle due regioni, mentre oltre 76.493 si sono rifugiate in Nigeria. Sia i separatisti che le forze governative hanno perpetrato attacchi mirati contro strutture sanitarie e operatori umanitari, riducendo di molto l'accesso alle cure agli abitanti e costringendo diverse organizzazioni umanitarie internazionali a sospendere le proprie operazioni.<br />Il conflitto inoltre è degenerato in una vera e propria industria criminale fatta soprattutto di sequestri di persona a scopo d’estorsione. Con la scusa di finanziare la causa indipendentistica, bande criminali rapiscono persone comuni chiedendo alle loro famiglie somme di denaro in cambio della liberazione dei loro cari. Ma i rapimenti hanno anche uno scopo politico. Si tratta dei rapimenti mirati a mettere a tacere soprattutto le donne, poiché sono loro che solitamente svolgono un ruolo cruciale nella risoluzione delle crisi nelle società tradizionali e tribali del Camerun. <br /> Gli ultimi dati disponibili sono relativi al 2024 con 450 casi di sequestri di persona registrati. Tra le persone rapite vi sono pure dei sacerdoti . Ricordiamo il rapimento del defunto Cardinale Christian Tumi, Arcivescovo emerito di Douala nel 2020 che si era detto disposto a mediare tra il governo e gli indipendentisti.<br />Inoltre gli indipendentisti, definiti “Amba boys” hanno imposto alle popolazioni locali una “tassa rivoluzionaria” mensile di 10.000 franchi CFA per gli uomini e di 5.000 per le donne .<br />In questa situazione la comunità ecclesiale continua – pur tra tante difficoltà - la sua opera di evangelizzazione e istituzioni e rappresentanti della Chiesa cattolica cercano di svolgere un’attività di mediazione. In un’intervista all’Agenzia Fides Andrew Nkea Fuanya, Arcivescovo di Bamenda ha affermato: “La Chiesa non ha preso posizione né con i separatisti né con il governo proprio per avere la possibilità di offrire i propri servizi di mediazione. Nonostante le violenze nell’Arcidiocesi di Bamenda non ho chiuso nessuna parrocchia né sono scappato. Dialogo con il governo e con i separatisi alla costante ricerca della via per la pace”. <br /><br />Wed, 01 Apr 2026 15:35:56 +0200Rinascere a Chiclayohttps://www.fides.org/it/news/77532-Rinascere_a_Chiclayohttps://www.fides.org/it/news/77532-Rinascere_a_Chiclayo<p ><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/M0sBDxs9u3c?si=hTMBSnMHn_y6N2G1" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p><br /><br />di Domitia Caramazza<br /><br />Chiclayo - La “querida diócesis” del vescovo Robert Francis Prevost ora è divenuta la “ciudad de Papa León XIV”. Dall’8 maggio 2025, giorno dell’elezione del Papa, Chiclayo ha smesso di essere solo una periferia geografica ed esistenziale. Non è stato, però, quel singolo evento a farla rinascere. Quell’evento ha solo richiamato scandito e ravvivato una storia di rinascita e liberazione che ha preso progressivamente forma nella regione di Lambayeque, nel nord del Perù. Non quella che affonda le sue radici nell’antica civiltà preincaica Moche raffigurata dalle sculture monumentali del Paseo Yortuque, viale d’ingresso alla città, o raccontata nel Museo delle Tombe Reali di Sipán. Si tratta della storia cristiana incarnata nel cammino di fede di una comunità con il proprio vescovo, oggi Papa. Dal giorno della sua nomina al soglio pontificio è cresciuta l’affluenza alle celebrazioni liturgiche, alle catechesi, agli eventi ecclesiali. <br />Nella diocesi di cui dal settembre 2015 al gennaio 2023 fu vescovo “el padre Roberto” – come lo chiamano con affetto le persone del posto - ho visto intrecciarsi nuovi fili di una complessa trama peruviana: quelli che intessono i disegni sorprendenti della “presenza esistenziale di Gesù nelle baraccapoli, negli emarginati, nei malati, negli immigrati e nei tossicodipendenti” .<br /><br /><br />Rinascere nella Comunità In Dialogo<br /><br />Nel nord del Perù, tra periferie segnate da povertà, migrazioni e nuove dipendenze, la Comunità in Dialogo ha una missione alla quale richiama la frase che leggo scritta all’ingresso: «Amare una persona significa dirle: “Tu non morirai”. Amarla in Cristo è darle completa resurrezione». Sono parole che accolgono tutti, in ogni centro della Comunità fondata trentacinque anni fa, in Italia, da padre Matteo Tagliaferri, presente dal 2004 anche a Chiclayo – Reque. Tutto è iniziato dalla richiesta di aiuto di una mamma peruviana per il figlio Jesus che soffriva di dipendenza. Padre Matteo rispose accogliendo quel giovane, come aveva fatto con il primo ragazzo della Comunità, in Italia. “Iniziai perché un papà mi lasciò il figlio, Danilo, in macchina, vicino alla canonica di Casamaina dove facevo il parroco”, ricorda: “non pensai di accogliere un tossicodipendente, ma una persona. Accolsi Danilo. In quel momento mi è stata data l’opportunità di ridonare il grande amore ricevuto da Dio Padre, scoperto quando ero un adolescente impaurito, chiuso e sgangherato. Sono io il primo ragazzo della Comunità”. Ci saluta con una videochiamata dalla sede centrale di Trivigliano. È un approccio e uno sguardo, il suo, che in un contesto come quello peruviano, appare tutt’altro che scontato. Mons. Jesùs Moliné Labarta, vescovo emerito di Chiclayo, “di casa” nella Comunità In Dialogo di Chiclayo per offrire un sostegno spirituale, definisce “audace” il metodo dell’amico vincenziano, perché “la gente si aspetta altre cose, ma in definitiva è il Vangelo. È così che chi è accolto può intraprendere un processo di conversione e fare esperienza dell'incontro con Gesù Cristo”.Il sistema dei centri di riabilitazione è infatti segnato da forti criticità: esiste una vasta rete di centri privi di un’ effettiva regolamentazione, dove la dipendenza viene affrontata con logiche punitive. Ambienti chiusi, simili a “carceri”, ingressi forzati e pratiche coercitive sono stati anche oggetto di denunce internazionali. In questo scenario, l’esperienza della Comunità in Dialogo si distingue per un approccio radicalmente diverso: non isolare la persona, ma incontrarla; non reprimere il comportamento, ma comprenderne le cause e curare le ferite; non rinchiudere e ghettizzare, ma accompagnare in un cammino di libertà e responsabilità. È un luogo di rinascita per chi affronta dipendenze, alcolismo, solitudine e smarrimento. È anche frontiera per combattere la recente minaccia della “droga ‘tusi’ – mix di sostanze sintetiche a buon mercato e fatta anche a casa con tutorial accessibili su internet – spesso venduta come “cocaina rosa” nelle scuole peruviane, dove sta facendo strage di minori”, mi spiega Sandro, il primo ad accogliermi all’aeroporto e a dare la sua testimonianza di rinascita dopo aver conosciuto la “morte” con la cocaina.<br /><br />Sandro, nato ad Arequipa da migranti italiani, ma cresciuto fino ai vent’anni a Milano dove ha conosciuto la cocaina, oggi, sessantenne, è operatore della Comunità In Dialogo di Chiclayo: “La droga era solo la conseguenza di un male più profondo. Un male dell’anima. Ma prima non lo capivo”. Per anni quel vuoto resta, senza nome. Quel male affonda le radici nella sua storia: un padre assente, una madre distante, un’infanzia segnata dal senso di esclusione. “All’inizio ho semplicemente iniziato a cercare di riempire quel vuoto con il fumo, poi con altro. E senza accorgermene mi sono ritrovato dentro un vortice che mi stava portando via. Mamma, non sapendo più cosa fare con me, decise di allontanarmi da quel contesto e di mandarmi in Perù.” Ma a Lima, la dipendenza di Sandro da cocaina assume una forma diversa da quella più visibile e marginale. “Io ho fatto una tossicodipendenza un po’ diversa dagli altri. Non mi mancavano i soldi, avevo belle macchine, facevo una bella vita”. Quella “bella vita” diventa però una trappola silenziosa, che prolunga il problema nel tempo. “Da una parte penso sia stato un bene, perché non ho dovuto fare certe cose… Ma dall’altra mi ha allungato la tossicodipendenza.” La svolta arriva intorno ai cinquant’anni. Dopo quindici anni di relazione, la sua compagna lo mette davanti a una scelta definitiva. “Mi dice: ‘Sandro, fai qualcosa per la tua vita, altrimenti finisce qui.” È in quel momento che Sandro inizia a cercare aiuto. Lo trova grazie a uno zio imprenditore naturalizzato peruviano che conosce la Comunità In Dialogo di Chiclayo. “È stata la comunità a cambiare tutto. Avevo 52 anni – racconta con estrema schiettezza - I primi mesi sono stati difficili, non capivo cosa succedesse. Si parlava di amore, di accoglienza… non riuscivo a capire.” Ma decide di restare. Il percorso non è lineare: prova più volte a tornare alla vita di prima, e ogni volta fallisce. “La terza volta ho capito che dovevo fermarmi.” Nel tempo, quell’ambiente che inizialmente non comprendeva diventa casa. Sandro oggi è un operatore, un riferimento per i ragazzi che attraversano un percorso analogo al suo. “Oggi ho una pace interiore mai avuta prima. Provo a metterla a disposizione degli altri. La Comunità mi ha dato la possibilità di rileggere la mia vita con altri occhi, attraverso uno sguardo di amore. Da lì è iniziata la mia rinascita. Prima, senza sostanza, non sapevo vivere. Oggi, sì.”<br /><br />Per 21 anni la Comunità In Dialogo ha avuto solo un centro maschile, dall’anno scorso si è aperta anche la casa femminile. È Alicia, 44 anni, “prima pietra viva” di quella comunità, a denunciarne con coraggio il motivo:<br />“Vivo a Chiclayo, una città dove pochissime donne osano chiedere aiuto perché hanno paura di essere giudicate. Qui le donne non possono essere alcolizzate, non possono avere problemi di dipendenza, perché vengono stigmatizzate. Solo l'uomo può avere problemi, la donna no. Deve rimanere a casa ed essere irreprensibile – spiega Alicia. E aggiunge: “Ma in realtà il senso di vuoto e i problemi, non riguardano solo un genere. Tutti noi, uomini e donne, siamo esposti agli stessi rischi”. In una cultura dove la fragilità femminile è spesso negata o stigmatizzata, molte donne restano invisibili. Ma la nascita della comunità femminile a Chiclayo rappresenta uno spazio nuovo, dove è possibile riconoscersi e ricominciare. È per rispondere alla richiesta di aiuto di Alicia che p. Matteo Tagliaferri ha aperto la prima casa femminile della Comunità In Dialogo in Perù. “Mi hanno accolta. Non hanno visto una persona con un vizio o con un bisogno di alcol, ma una donna che chiedeva aiuto”. Le sue parole sono vibrante risonanza di quelle del fondatore. Irrompono, chiedono spazio, pretendono di essere ascoltate. “Mi sono resa conto che il mio problema veniva da un’assenza di amore, da un’assenza di un padre, da un’assenza di una madre che c’era e non c’era, da maltrattamenti…”, racconta, come se stesse ricomponendo i pezzi di una vita. Non parla solo di dipendenza: parla anche lei di un vuoto esistenziale. “Inizialmente pensavo che fosse solo un problema di dipendenze, ma la comunità mi ha insegnato a curare le mie ferite e a togliermi le maschere”. È il racconto di un disvelamento, di un lento lavoro su se stessa che passa dall’onestà, dalla caduta e dalla possibilità di rialzarsi. “Qui mi è stato insegnato a voler vivere”, aggiunge, come se quella volontà fosse una conquista recente, fragile e potentissima insieme, dopo quattro tentativi di suicidio…<br /><br />A questa riconquista di sé e della vita, si intreccia la sorprendente relazione con i figli. “Una delle cose che mi ha colpito di più è stato il fatto che mi abbiano sempre sostenuto”. La figlia maggiore, studentessa, non si è mai allontanata: continuava a farle visita, fino a chiederle di portare i suoi compagni di corso a conoscere la comunità. Una proposta che inizialmente spiazza Alicia, costringendola a fare i conti con la vergogna e lo stigma interiorizzato: “Come può farlo, se io, sua madre, sono qui, in un centro di riabilitazione?”. Ma la figlia rompe ogni timore: “Mamma, sono tranquilla. Ora so dove sei, so che stai bene”. In quelle spiazzanti parole, Alicia riconosce qualcosa che non aveva previsto: non il giudizio, ma l’amore straordinario di una figlia capace di rigenerarla anche come madre. La sua è un’appassionata testimonianza di “resurrezione del cuore”, ricca di gratitudine. “Qui mi hanno insegnato ad amare la vita e ogni volta che mi alzo dico: grazie per avermi salvato la vita, guarda com’è bella! Voglio dire a tutti che la vita è bella, che Dio mi ha insegnato ad amare e ad amare me stessa”. Alicia è già entrata nella fase di reinserimento lavorativo. Il nostro incontro termina con un abbraccio.<br /><br />Custodisco nel cuore anche la storia del giovane César: “Sono un alcolista”, dice senza girarci intorno. Le sue parole hanno un tono diverso, più asciutto, quasi trattenuto. “Se ripenso al passato, credo di non essere mai stato felice. Non sono mai stato felice”. Scava indietro, cerca anche lui l’origine di quella dipendenza: l’insicurezza, la mancanza di autostima, un bisogno affettivo che non ha saputo riconoscere. “I miei genitori hanno cercato di darmi tutto, ma forse non ho capito il loro modo di farlo”. Da lì, una serie di scelte sbagliate, fino all’autodistruzione. Parlando della Comunità, però, il racconto cambia direzione. “Qui mi stanno insegnando qualcosa che per 35 anni non ho conosciuto: l’amore”. Un’esperienza concreta: valori, principi, regole, relazioni che preparano a tornare fuori “da uomo, in modo responsabile”. Ciò che lo colpisce di più è la gratuità: “Non ho mai visto persone che volessero davvero aiutarti senza interesse”. È in questa scoperta che César riconosce un passaggio decisivo: imparare a ricevere per poter restituire. “Giorno dopo giorno, cerco di dare un po’ di quello che mi hanno dato”. E nella frase che gli è stata rivolta dagli operatori: “Hai già vissuto metà della tua vita nell’oscurità. È ora di cominciare a vivere l’altra metà nella luce” si condensa il senso di un percorso che non cancella il passato, ma prova a riaprirlo, non ignora le ferite ma ne fa feritoie di luce.<br /><br />Questa opera missionaria è resa possibile anche grazie a una rete di persone che condividono la stessa visione che mette al centro la dignità della persona e la possibilità di riscatto. Tra queste, Giorgio Batistini, imprenditore italiano emigrato in Perù nel dopoguerra, oggi novantenne. Radicato nel territorio di Chiclayo, Batistini ha affiancato all’attività imprenditoriale un’attenzione costante al tessuto sociale, sostenendo iniziative educative e collaborando con realtà universitarie locali. Il suo incontro e amicizia con la Comunità in Dialogo si traduce in un sostegno concreto ai percorsi di accoglienza e reinserimento. <br />Juan Carlos Reaño, laico della Società San Vincenzo De Paoli, collaboratore della Comunità In Dialogo da più di quattordici anni, racconta invece il legame con la Chiesa locale e ricorda Mons. Prevost, allora vescovo della diocesi. “Passò una mattina con noi, conobbe la realtà, la piaga della tossicodipendenza, e la proposta della nostra comunità. Ci incoraggiò a condividere il nostro tempo con quelle persone che ne hanno più bisogno, ma sempre dandoci l’esempio. Ha sempre sostenuto con forza le iniziative di servizio”. La Comunità In Dialogo è una di queste, ma si inserisce in un contesto missionario più ampio. È lo stesso Juan Carlos ad allargare lo sguardo.<br />Rinascere grazie alla Commissione per la Mobilità Umana e la Tratta di Persone <br />Juan Carlos Reaño ha avuto anche “l’opportunità di conoscere bene Mons. Prevost, lavorando all’interno della Commissione per la Mobilità Umana e la Tratta di Persone, al servizio delle persone che si spostavano a Chiclayo e non trovavano un luogo dove poter vivere. Persone costrette a pernottare per strada. Lui stesso le visitava, conosceva tutta la realtà e si coinvolgeva nella soluzione dei bisogni che incontrava ogni volta che visitava queste comunità”. <br />Ne è testimone anche l’insegnante venezuelana Betania Rodriguez: “Sono arrivata, come tutti i migranti, con la mia famiglia, mio marito e i miei due figli nel 2019. Nei mesi successivi, non potendo lavorare perché priva di documenti di soggiorno - racconta - mi sono dedicata a dare ripetizioni ai bambini migranti che non potevano accedere al sistema scolastico. Mons. Prevost si è preoccupato per la comunità migrante, in particolare quella venezuelana, poiché in quel momento era quella che sembrava più colpita, e tale preoccupazione ha portato ad avvicinare i laici alla Chiesa cattolica e a sostenere i migranti in situazioni di vulnerabilità. È lì che nasce la Commissione per la Mobilità Umana e il Trattamento delle Persone della diocesi di Chiclayo, con l’obiettivo principale di fare la differenza attraverso tre principi fondamentali: accogliere, proteggere e promuovere la comunità migrante. La missione pastorale di mons. Prevost ha lasciato un segno profondo nei nostri cuori. La sua presenza è stata un faro di speranza, specialmente per i migranti e i rifugiati giunti in Perù in cerca di una vita dignitosa. Ha costruito ponti di solidarietà, ricordando che la Chiesa è chiamata ad essere una casa per tutti”. <br />Uno stile che ritorna anche nelle parole di Juan Carlos, che ne sottolinea il metodo e l’eredità: “Lui ci incoraggiava sempre a fare un lavoro collaborativo, un lavoro nell’unità, un lavoro che deve essere di tutti, per poter rendere il servizio più affettuoso ed efficace. ‘Quanto più saremo uniti - diceva - tanto più formeremo una comunità capace di abbracciare e affrontare tutti questi bisogni e tutte queste difficoltà’. <br />Ci muove un sentimento di speranza sapere che presto tornerà a visitare la sua amata Chiclayo". <br />Tue, 31 Mar 2026 11:34:02 +0200AFRICA/NIGERIA - Diverse diocesi nigeriane anticipano la Veglia Pasquale per motivi di sicurezzahttps://www.fides.org/it/news/77531-AFRICA_NIGERIA_Diverse_diocesi_nigeriane_anticipano_la_Veglia_Pasquale_per_motivi_di_sicurezzahttps://www.fides.org/it/news/77531-AFRICA_NIGERIA_Diverse_diocesi_nigeriane_anticipano_la_Veglia_Pasquale_per_motivi_di_sicurezza<br />Abuja – Per motivi di sicurezza, la Veglia Pasquale in molte diocesi cattoliche della Nigeria non si terrà di notte come in passato, ma verrà celebrata in prima serata. È il caso ad esempio della diocesi di Ondo che ha reso noto con un messaggio pubblicato il 30 marzo la decisione del Vescovo, Mons. Jude Ayodeji Arogundade di anticipata la Veglia Pasquale alle 5 del pomeriggio del Sabato Santo.<br />“Alla luce della realtà dei nostri tempi, in particolare dell'insicurezza che pervade il nostro Paese e il nostro Stato, e in risposta alla prudenza e alla sensibilità pastorale, il vescovo, Mons. Jude Arogundade, ha disposto che la Veglia Pasquale in tutte le parrocchie e comunità della diocesi inizi quest'anno puntualmente alle ore 17” recita il messaggio firmato dal Cancelliere diocesano, Fr. Michael O. Eniayeju. <br />Il messaggio invita il clero, i religiosi e i fedeli “a rimanere saldi nella fede cristiana nella risurrezione del nostro Signore, che la Veglia Pasquale celebra solennemente” e vigilare perché “la sicurezza è una preoccupazione di tutti”. “Tutte le parrocchie e le comunità sono invitate a rafforzare le misure di sicurezza e preghiamo incessantemente per la pace e la protezione della nostra terra” conclude il messaggio.<br />All’avvicinarsi delle celebrazioni pasquali cresce la preoccupazione per attacchi jihadisti contro le comunità cristiane. <br />La Domenica delle Palme almeno 27 persone sono state uccise nell’assalto alla comunità di Angwan Rukuba, nel distretto di Jos North dello Stato di Plateau . Gli aggressori, che secondo quanto riferito indossavano uniformi mimetiche militari e si spostavano in motocicletta, hanno fatto irruzione nella comunità intorno alle 19:30, mentre i residenti stavano ancora svolgendo le loro attività quotidiane. Hanno iniziato a sparare indiscriminatamente, seminando il panico tra gli abitanti.<br />L’assalto è stato unanimemente condannato dai capi di tutte le fedi religiose. La sezione dello Stato di Plateau della Jama'atu Nasril Islam ha definito l'attacco barbaro e insensato, chiedendo al governo e alle autorità competenti di indagare sui responsabili. La JNI è l’organizzazione che raggruppa i diversi gruppi di fedeli musulmani della Nigeria. <br />In una dichiarazione firmata dal suo segretario, il dottor Salim Musa Umar, ha affermato: " La JNI condanna fermamente l'attacco. È barbaro, insensato e una grave minaccia alla pace e alla convivenza nello Stato di Plateau”. “Siamo profondamente addolorati per la portata di questa tragedia. La sacralità della vita umana non deve mai essere violata in nessuna circostanza. Questo atto di violenza è inaccettabile e deve essere condannato da tutti", conclude la dichiarazione.<br />Daniel Okoh, Presidente della CAN ha dichiarato: Siamo in lutto. Siamo addolorati. Ma dobbiamo anche dire la verità. Come siamo arrivati a questo punto? Com'è possibile che le persone non si sentano più al sicuro nelle proprie case? Com'è possibile che, persino in un giorno sacro, le comunità siano esposte a un tale terrore?". Il Presidente della CAN sottolinea inoltre che “L'uso di uniformi militari false o imitazioni da parte degli attentatori è particolarmente allarmante. Colpisce al cuore stesso della fiducia dei nigeriani e deve essere oggetto di un'indagine approfondita. Le nostre istituzioni di sicurezza non devono solo reagire, ma devono anche anticipare queste minacce”. <br />Tue, 31 Mar 2026 11:11:04 +0200ASIA/PAKISTAN - Il nuovo Arcivescovo di Lahore visita una famiglia cattolica: "Vicinanza e solidarietà con chi soffre"https://www.fides.org/it/news/77530-ASIA_PAKISTAN_Il_nuovo_Arcivescovo_di_Lahore_visita_una_famiglia_cattolica_Vicinanza_e_solidarieta_con_chi_soffrehttps://www.fides.org/it/news/77530-ASIA_PAKISTAN_Il_nuovo_Arcivescovo_di_Lahore_visita_una_famiglia_cattolica_Vicinanza_e_solidarieta_con_chi_soffreLahore - Vicinanza e solidarietà a tutti i fedeli che vivono nella sofferenza e che subiscono violenza: è quanto ha espresso il nuovo Arcivescovo di Lahore, Khalid Rehmat OFM Cap, vistando i genitori e la famiglia di Iftkhar Masihi, un giovane cattolico trovato morto mentre era in custodia della polizia. L'Arcivescovo, insediatosi nella diocesi più importante del Pakistan il 28 marzo, ha voluto recarsi, in segno empatia e di affetto, a casa dei genitori del giovane, sconvolti dal tragico episodio verificatosi il 26 marzo nel quartiere di Kahna a Lahore. Il giovane Iftikhar Masih è stato trovato impiccato all'interno del posto di polizia della zona industriale. <br />Le circostanze della sua morte rimangono poco chiare e hanno sollevato interrogativi sulla sicurezza dei detenuti e sulla condotta delle forze dell'ordine. A corroborare il sospetto che si tratti di un omicidio mascherato da suicidio è stato il vice ispettore generale di Lahore, Faisal Kamran, che guida le indagini e che ha voluto registrare un caso ai sensi dell'articolo 302 del codice penale pakistano, che tratta appunto dei casi di omicidio. Nell'indagine sono stati emessi ordini di arresto immediato di agenti di polizia coinvolti nell'incidente.<br />L'accaduto ha suscitato profonda indignazione nella comunità cristiana di tutto il Pakistan. Il tragico episodio ha profondamente colpito la comunità dei fedeli, in merito alla responsabilità delle forze dell'ordine e alla sicurezza dei cittadini pakistani che appartengono alle minoranze religiose.<br />In tale quadro, il gesto dell'Arcivescovo ha voluto esprimere la sua guida e la sua responsabilità nel difendere e prendersi cura tutto il gregge dei suoi fedeli, sostenendo la fede e la carità della Chiesa di Lahore. <br />L'Arcivescovo ha iniziato il sul ministero pastorale con la celebrazione di insediamento il 28 marzo, ricordando, con le parole di Sant'Oscar Romero, che "un vescovo non è un amministratore o un semplice funzionario, ma un servo di Dio, un pastore, un fratello e un compagno che cammina con il popolo e comprende i segni dei tempi alla luce della fede". "Il ministero non è per il potere, ma per il servizio: sono qui non per essere servito, ma per servire" ha proseguito, dicendo che il suo ministero "non è evitare la Croce, ma portarla con amore".<br />Ha poi pronunciato parole per richiamare tutti all'unità: "Il nostro mondo, la nostra società, le nostre famiglie e la Chiesa a volte si trovano ad affrontare divisioni, ma il sogno di Dio è sempre l'unità. Pertanto, ha detto, come vostro Arcivescovo, la prima responsabilità è quella di servire l'unità: di unire ricchi e poveri, giovani e anziani e persone di culture diverse, perché la Chiesa non appartiene a noi, ma a Cristo, che unisce tutti". Nell'imminenza della Pasqua, ha concluso: "Cristo, attraverso il sacrificio ci unisce e ci salva".<br /><br />Tue, 31 Mar 2026 18:17:04 +0200AFRICA/MOZAMBICO -L’arcivescovo di Nampula: la Chiesa baluardo in un contesto di violenza e insicurezzahttps://www.fides.org/it/news/77529-AFRICA_MOZAMBICO_L_arcivescovo_di_Nampula_la_Chiesa_baluardo_in_un_contesto_di_violenza_e_insicurezzahttps://www.fides.org/it/news/77529-AFRICA_MOZAMBICO_L_arcivescovo_di_Nampula_la_Chiesa_baluardo_in_un_contesto_di_violenza_e_insicurezzaNampula – “In Mozambico, la croce non è solo un simbolo di fede; è diventata motivo di persecuzione per chi la porta. Dal 2021, gli insorti hanno iniziato a combattere sotto la bandiera dello Stato Islamico, attaccando le missioni cattoliche e costringendo le persone a convertirsi all'Islam. Tuttavia, la questione religiosa non sembra essere la causa più importante del conflitto”. E’ quanto ha dichiarato l’Arcivescovo di Nampula, Inácio Saure, I.M.C., in un recente incontro presso il Parlamento Europeo a Bruxelles. “Una delle cause principali della guerra a Cabo Delgado sembra essere l'interesse di gruppi che ruotano attorno alle risorse minerarie. Tuttavia, la nostra risposta non è l'odio, ma il perdono, il servizio e l'amore. Nelle province di Nampula e Cabo Delgado, la Chiesa cattolica rimane in prima linea, trasformando le sue parrocchie in centri di rifugio senza mura blindate né guardie armate”, ha ricordato il presule riguardo ai contorni dell'estremismo violento nel nord del Mozambico, sottolineando che “crediamo che la soluzione al problema di Cabo Delgado e del Mozambico non risieda solo nell'azione militare, ma nello sviluppo integrale della dignità umana.”<br />Il vostro sostegno, attraverso il II programma 'Hungary Helps' può essere una luce – ha detto l’arcivescovo Saure, che è anche presidente della Conferenza episcopale del Mozambico , rivolgendosi al Parlamento europeo - un faro di speranza alla fine del tunnel oscuro per migliaia di sfollati, che garantisce che il cristianesimo e la pace continuino a prosperare sul suolo mozambicano."<br /><br />L’intervento del presule rientra nella sua richiesta di esercitare pressioni sulle multinazionali affinché formino e assumano giovani del posto, al fine di contribuire a risolvere i problemi che favoriscono la recrudescenza dell'estremismo violento nella regione. Secondo quanto riporta la stampa locale, riguardo a quella che considera una pressione economica, l'Arcivescovo di Nampula invoca anche la ‘responsabilità aziendale’, affinché ‘le multinazionali del gas e delle miniere a Cabo Delgado e Nampula non siano il problema, ma parte della soluzione, e siano obbligate ad assumere e formare giovani del posto, garantendo che gli aiuti umanitari siano una priorità assoluta. Saure ha chiesto inoltre che l’Unione Europea possa fare pressione sul governo del Mozambico affinché gli aiuti raggiungano la loro destinazione e affrontino cause profonde come esclusione, sottosviluppo, corruzione e gestione delle risorse, oltre a fornire supporto militare, “nell'addestramento, non solo nella fornitura di armi.” <br /><br />“Sebbene non se ne parli quasi mai, la violenza scoppiata nell'ottobre del 2017 a Cabo Delgado non è finita. Si è trasformata -rimarca. Mentre le città principali sembrano apparentemente sicure, da qui il loro sovraffollamento di sfollati che vivono in condizioni deplorevoli, la boscaglia e le aree rurali rimangono contese, luoghi di morte disumana. Secondo le statistiche pubblicamente disponibili, la guerra ha già causato milioni di sfollati interni, come ha appena affermato il deputato Gyorgy Holvény, e oltre 6.000 morti!". Nel contesto della guerra, si afferma che “non si tratta solo del ‘nemico senza volto’, come veniva chiamato dai governanti all’inizio del conflitto. Si tratta di giovani locali radicalizzati dalla povertà, dall’esclusione e da combattenti stranieri esperti. Sono più mobili, in cellule più piccole, e ora stanno attaccando anche la provincia di Nampula. Ricordiamo, Chipene, dove hanno ucciso la suora italiana Maria de Copi nel 2022 per disperdere le forze militari”, e “il profilo degli sfollati interni che è il seguente: l’80% sono donne e bambini. Nampula ne ospita centinaia di migliaia. Non si trovano solo nei centri formali; la maggior parte vive in famiglie ospitanti già impoverite, il che sta esaurendo le risorse della provincia”.<br /><br />“Il modello dei centri di reinsediamento è fallimentare. Abbiamo bisogno di soluzioni abitative permanenti integrate nelle comunità locali. Nampula è afflitta da cicliche epidemie di colera dovute alla sovrappopolazione e alle scarse condizioni igienico-sanitarie, che causano squilibri ecologici e scarsità di risorse. I servizi igienico-sanitari di base sono una questione di biosicurezza. Si sta perdendo un'intera generazione. Migliaia di bambini sfollati non hanno documenti né accesso alla scuola, il che li rende facili bersagli per i terroristi” ha affermato in merito alle risposte alla crisi umanitaria. “E la Chiesa, conclude l'Arcivescovo di Nampula, è stata l'ultimo baluardo, con le risposte che ha fornito, incentrate sul sostegno psicosociale, sulla distribuzione di aiuti umanitari e sulla promozione della coesione sociale.”<br /> <br /><br />Mon, 30 Mar 2026 12:02:39 +0200AMERICA/HAITI - Esecuzioni, abusi, gang armate, il contesto di violenza non scoraggia la piccola comunità cattolica di Pourcine Pic-Makayahttps://www.fides.org/it/news/77528-AMERICA_HAITI_Esecuzioni_abusi_gang_armate_il_contesto_di_violenza_non_scoraggia_la_piccola_comunita_cattolica_di_Pourcine_Pic_Makayahttps://www.fides.org/it/news/77528-AMERICA_HAITI_Esecuzioni_abusi_gang_armate_il_contesto_di_violenza_non_scoraggia_la_piccola_comunita_cattolica_di_Pourcine_Pic_MakayaPourcine Pic-Macaya – Un milione e 400 mila persone costrette ad abbandonare le proprie case oggi vivono da sfollati interni e oltre 5.500 sono morte solo nel 2025. Sono i dati allarmanti diffusi in un recente Rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nel quale si conferma la violenza che dilaga ormai da anni nell’isola caraibica da parte di gruppi armati che hanno consolidato il proprio potere su importanti rotte marittime e stradali. Secondo quanto emerge dal Rapporto pervenuto all’Agenzia Fides, la violenza coinvolge bande criminali, forze di sicurezza, società di sicurezza private e gruppi di autodifesa.<br /><br />Secondo i dati verificati dall'Ufficio, tra il 1 marzo 2025 e il 15 gennaio 2026, almeno 5.519 persone sono state uccise ad Haiti e 2.608 ferite. Negli ultimi 12 mesi, le bande criminali si sono espanse oltre la capitale Port-au-Prince, penetrando nelle sue periferie e spostandosi a nord nei dipartimenti di Artibonite e Centro, afferma il rapporto. Continuano a terrorizzare la popolazione, uccidono, rapiscono, trafficano minori, derubano ai posti di blocco illegali, estorcono denaro alle attività commerciali, distruggono e saccheggiano proprietà pubbliche e private. I criminali hanno preso di mira individui percepiti come collaborativi con la polizia o che sfidavano la sua autorità. Alcune vittime sono state giustiziate, i loro corpi spesso cosparsi di benzina e bruciati. Altre sono state sottoposte a ‘processi’ organizzati dalle bande, tenute prigioniere arbitrariamente e talvolta costrette a pagare per ottenere la liberazione. "Le bande hanno continuato a usare la violenza sessuale per seminare il terrore, sottomettere e punire la popolazione", aggiunge il rapporto, descrivendo in dettaglio abusi gravissimi. Nel periodo preso in esame dalle Nazioni Unite, almeno 1.571 donne e ragazze sono state vittime di violenza sessuale, per lo più stupri di gruppo. Altre, tra cui minori, sono state costrette a intraprendere le cosiddette ‘relazioni sentimentali’ con membri di bande criminali e sottoposte a prolungato sfruttamento e abuso sessuale. Il rapporto documenta anche casi di uso eccessivo della forza da parte della polizia segnalando 247 casi contro presunti membri di bande criminali o individui ritenuti sostenitori di bande. Da marzo 2025, una compagnia militare privata, presumibilmente ingaggiata dal governo haitiano, ha partecipato a operazioni di sicurezza, tra cui attacchi con droni. Nel Rapporto non mancano riferimenti alla violenza perpetrata da gruppi di autodifesa e folle impegnate nella cosiddetta ‘giustizia popolare’. Armati di pietre, machete e di armi da fuoco di grosso calibro, questi gruppi hanno linciato individui sospettati di appartenenza a bande criminali, così come altri ritenuti colpevoli di reati. <br /><br />In questo contesto di distruzione e violenza che coinvolge il territorio haitiano, la piccola comunità cattolica di Pourcine Pic-Makaya, 300km da Jéremié, risponde con spirito di unione fraterna, rimanendo fiducioso e in cammino verso la Pasqua. “La gente, di tutte le età, ama partecipare attivamente, da protagonisti, alle varie iniziative siano esse religiose, culturali, in ambito scolastico, in occasione di feste civili... se incoraggiati sanno ben organizzarsi in gruppi che sanno dare risalto a queste attività, importanti per aumentare la coesione sociale e per costruire la Comunità locale” scrive a Fides padre Massimo Miraglio, missionario Camilliano, parroco della Chiesa di Nostra Signora del Soccorso a Pourcine. “In questi giorni –prosegue - con l 'aiuto di una Ong stiamo riabilitando alcune piantagioni familiari di banane e platano distrutte dall’uragano Melissa . Centocinquanta famiglie delle diverse località di Pourcine-Pic Makaya uniranno le loro forze per rilanciare la produzione locale. In piccoli gruppi, a turno, lavoreranno nelle diverse piantagioni e al termine della giornata di lavoro comunitario riceveranno un pasto... molto apprezzato”, sottolinea padre Massimo. “Terminato il lavoro nei bananeti, affiancati ed aiutati da 4 giovani agronomi, ognuno si occuperà della propria piantagione chiedendo di tanto in tanto una mano, per sveltire i lavori con un piccolo fondo in denaro a disposizione. Rilanciare la produzione delle banane e platani è importante per sfamare, nei prossimi mesi, la popolazione.... Lavorare insieme rinforza la vita comunitaria!”<br /><br />Tra gli esami del secondo trimestre alla Scuola Materna ed Elementare parrocchiale che vedranno impegnati i bambini, nel frattempo la comunità si sta preparando alla Settimana Santa e porta avanti la preparazione per le Festa nazionale fella Bandiera che si celebra il 18 maggio.<br /> <br />Mon, 30 Mar 2026 11:10:33 +0200AFRICA/NIGERIA - Il Vescovo di Ondo chiede le dimissioni del Capo di Stato Maggiorehttps://www.fides.org/it/news/77527-AFRICA_NIGERIA_Il_Vescovo_di_Ondo_chiede_le_dimissioni_del_Capo_di_Stato_Maggiorehttps://www.fides.org/it/news/77527-AFRICA_NIGERIA_Il_Vescovo_di_Ondo_chiede_le_dimissioni_del_Capo_di_Stato_MaggioreAbuja – “Non credo che il nostro governo faccia sul serio. Lo dico perché se guardate la nostra città qui ad Akure, Akure è sotto invasione. Stanno arrivando persone sconosciute, da dove vengono? E il governo dice di non sapere cosa sta succedendo?” ha affermato Mons. Jude Ayodeji Arogundade, Vescovo di Ondo, nell’omelia della Messa della Domenica delle Palme all’indomani del rapimento di tre persone avvenuto nelle prime ore di sabato 28 marzo presso il Centro di Salute Integrata di Oke Ijebu, ad Akure, la capitale dello Stato nel sud-est della Nigeria. A causa di questo nuovo episodio di violenza, i servizi sanitari nello Stato rischiano di essere interrotti a causa della minaccia di boicottaggio dei turni notturni da parte di infermieri e ostetriche<br />Mons. Arogundade ha rivolto un appello alle autorità statali e federali per garantire la sicurezza dei cittadini minacciata da quelli che qualifica “strani individui” che “si stanno impadronendo di posizioni strategiche sotto gli occhi di tutti che guardano impotenti fino a che non iniziano a colpire e a uccidere”.<br />Senza nominarlo il Vescovo di Ondo ha criticato il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Olufemi Oluyede, che aveva definito i criminali che operano in Nigeria, dei “figli prodigi”.<br />“La persona che dovrebbe presiedere alla sicurezza della Nigeria ha detto proprio la settimana scorsa che questi terroristi sono dei figli prodighi. Mio Dio, come si può minimizzare l'enormità di ciò che questi individui hanno fatto a questo Paese?" ha affermato Mons. Arogundade,<br />Queste persone “hanno praticamente dichiarato guerra alla Nigeria, al suo governo e a tutti i cittadini onesti di questo Paese. E voi li chiamate figli prodighi? Il figliol prodigo della Bibbia non uccise suo padre, né suo fratello per impossessarsi dei beni. Il figliol prodigo se ne andò, perse tutto, e si prendeva cura dei porci. Non uccise il padrone dei porci per impadronirsi di tutto” ha sottolineato il Vescovo che ha chiesto le dimissioni del generale Oluyede. “In un Paese civile, quell'uomo dovrebbe dimettersi” ha affermato ricordando che “abbiamo perso 41 persone qui nella mia diocesi, e coloro che le hanno uccise sono i figli prodighi? Non credo che questo Paese sia serio. Noi nigeriani diciamo di non sapere cosa sta succedendo. È giunto il momento di porsi la domanda ovvia”.<br />Mons. Arogundade, ha concluso invitando i fedeli alla preghiera: “Dobbiamo pregare, è nostro dovere di cristiani. Dobbiamo pregare, ma allo stesso tempo il governo deve assumersi le proprie responsabilità. Non prima che la gente dica che la situazione è degenerata... Anch'io una volta dubitavo che si trattasse davvero di un genocidio. Sta succedendo, e si sta diffondendo a macchia d'olio”. <br />Il Generale Oluyede, aveva rilasciato queste dichiarazioni durante la lezione inaugurale del Centro Congiunto di Dottrina e Guerra delle Forze Armate presso il Centro Conferenze dell'Esercito Nigeriano ad Abuja. <br />I suoi commenti giungono in un contesto di continue critiche all'"Operazione Corridoio Sicuro", il programma di deradicalizzazione militare volto a riabilitare e reintegrare gli ex insorti che si arrendono.<br />Rivolgendosi agli scettici che sostengono che i terroristi "devono essere uccisi" per i loro crimini, Oluyede ha auspicato un approccio più sfumato, sottolineando la necessità di percorsi alternativi per coloro che sono disposti ad abbandonare la violenza. <br />Mon, 30 Mar 2026 11:07:30 +0200ASIA/MALAYSIA - L’Ambasciatore malaysiano Assan: “Rispettare la dignità umana e il diritto internazionale è la via per la pace in Medio Oriente e nel Sudest asiatico”https://www.fides.org/it/news/77520-ASIA_MALAYSIA_L_Ambasciatore_malaysiano_Assan_Rispettare_la_dignita_umana_e_il_diritto_internazionale_e_la_via_per_la_pace_in_Medio_Oriente_e_nel_Sudest_asiaticohttps://www.fides.org/it/news/77520-ASIA_MALAYSIA_L_Ambasciatore_malaysiano_Assan_Rispettare_la_dignita_umana_e_il_diritto_internazionale_e_la_via_per_la_pace_in_Medio_Oriente_e_nel_Sudest_asiaticodi Paolo Affatato<br /><br />Città del Vaticano - Rispetto al conflitto in Medio Oriente “la Malaysia sostiene il dialogo, il rispetto del diritto internazionale e la tutela della dignità umana, necessità concrete per un ordine internazionale stabile e giusto”. La nazione “promuove l'impegno dell'ASEAN per la pace, la stabilità e un ordine regionale basato sulle regole”. E’ quanto afferma , in una intervista rilasciata all’Agenzia Fides, Hendy Assan, Ambasciatore della Malaysia presso la Santa Sede. Diplomatico cattolico e originario della Malaysia insulare , l’ambasciatore Assan, cittadino di un paese multiculturale e multireligioso, conferma la volontà di restaurare un clima di pace e cooperazione nel Sudest asiatico, lacerato dai conflitto in Myanmar e dalle recenti tensioni tra Thailandia e Cambogia.<br /><br />D - Ambasciatore Assan, il mondo si trova nel bel mezzo di una nuova guerra in Medio Oriente. Qual è il suo punto di vista, dalla prospettiva dell’Oriente?<br /><br />La situazione in Medio Oriente è estremamente grave e profondamente preoccupante. Non è solo un altro conflitto regionale, ma rischia di trasformarsi in una guerra più ampia con conseguenze globali molto pericolose a livello umanitario, politico e persino morale. Quando la violenza si intensifica in una regione così sensibile e storicamente complessa, l'impatto si estende ben oltre i suoi confini.<br />Riflettendo i principi di politica estera di lunga data della Malaysia, il primo giudizio che dobbiamo formulare è che la guerra non può mai essere considerata una soluzione ai problemi politici. La guerra può temporaneamente cambiare la realtà sul campo, ma quasi sempre moltiplica la sofferenza, approfondisce le divisioni e crea ferite che durano per generazioni. Le vittime immediate sono sempre i civili, le famiglie, i bambini e la gente comune che non ha alcuna responsabilità nelle decisioni politiche ma ne sopporta il prezzo più alto.<br />La Malaysia ha sempre sostenuto il dialogo pacifico, il rispetto del diritto internazionale e la tutela della dignità umana. Questi non sono ideali astratti. Sono necessità concrete se vogliamo un ordine internazionale stabile e giusto. E’ essenziale che tutte le parti esercitino moderazione, evitino un'ulteriore escalation e riprendano al più presto il dialogo diplomatico. La comunità internazionale deve rinnovare il suo impegno per una pace giusta e duratura in Medio Oriente.<br />La pace non si impone con la forza. Si costruisce con coraggio, dialogo e riconoscimento reciproco. Il mondo di oggi non ha bisogno di più armi o di più scontri. Ha bisogno di saggezza, pazienza e della volontà politica di scegliere la pace anziché il conflitto.<br /><br />D - Passando al contesto del suo paese, la Malaysia è un paese multiculturale e multietnico. Come si può mantenere l'unità nazionale e prevenire conflitti sociali o religiosi? Come si preserva l'armonia?<br /><br />La Malaysia ospita circa 35 milioni di persone ed è composta da malesi e altre comunità indigene bumiputera, che insieme costituiscono circa il 70% della popolazione, da malesi di origine cinese , da indiani e da numerose comunità indigene, soprattutto nel Sabah e nel Sarawak. L'Islam è la religione della Federazione, ma il buddismo, il cristianesimo, l'induismo, il sikhismo e le credenze tradizionali sono tutti praticati apertamente.<br />L'unità nazionale in un contesto simile non può essere data per scontata; deve essere coltivata intenzionalmente. La Costituzione federale fornisce il quadro di riferimento centrale. Riconosce l'Islam come religione della Federazione, garantendo al contempo la libertà di religione. Il “Rukun Negara”, la nostra filosofia nazionale introdotta dopo gli eventi del maggio 1969, articola i principi che guidano la nostra convivenza: fede in Dio, lealtà al Re e alla patria, supremazia della Costituzione, stato di diritto, buon comportamento e moralità.<br />L'armonia viene mantenuta combinando garanzie legali, politiche di sviluppo inclusive e un costante impegno inter-comunitario. Tuttavia, le sfide permangono. Le politiche identitarie possono intensificarsi in periodi di incertezza economica. I social media possono amplificare narrazioni polarizzanti. Le disparità socioeconomiche tra regioni e comunità devono essere affrontate con attenzione per evitare risentimenti. La chiave per prevenire i conflitti risiede nel rafforzamento delle istituzioni, nella promozione dell'educazione civica e nell'incoraggiamento di un dialogo costante tra i gruppi religiosi ed etnici, soprattutto tra i giovani.<br /><br />D - Il sostegno alle politiche islamiche conservatrici sembra essere in crescita nel Paese, in particolare tra i giovani elettori malesi. Come viene garantita la libertà religiosa in Malaysia?<br /><br />Esiste un sondaggio del Pew Research Center del 2023, secondo il quale l'86% dei musulmani malesi si è espresso a favore dell'ufficializzazione della legge islamica , ma il risultato va compreso nel contesto dell'attuale struttura giuridica malese. La Malaysia adotta già un sistema giuridico duale. I tribunali della Sharia hanno giurisdizione sulle questioni personali e familiari dei musulmani, mentre i tribunali civili mantengono l'autorità in materia penale, costituzionale e nei confronti dei non musulmani.<br />La libertà religiosa è garantita dall'articolo 11 della Costituzione federale, che sancisce il diritto di ogni persona di professare e praticare la propria religione. I non musulmani non sono soggetti alla giurisdizione della Sharia. Chiese, templi, e altri luoghi di culto operano apertamente in tutto il paese. Le comunità cristiane, compresi i cattolici, celebrano liturgie in diverse lingue e gestiscono istituzioni sociali e caritatevoli.<br />La sfida è preservare l'equilibrio costituzionale, riconoscendo al contempo le aspirazioni della maggioranza musulmana. La Malaysia non è uno stato teocratico; è una monarchia costituzionale in cui l'Islam occupa una posizione costituzionale speciale. Mantenere questo equilibrio richiede indipendenza della magistratura, una leadership politica responsabile e un impegno costante alla moderazione.<br /><br />D - Nel novembre 2025, 900 delegati delle Chiese cattoliche di 32 paesi asiatici si sono riuniti a Penang per discutere il tema "Camminare insieme come popoli dell'Asia". La Malaysia condivide questa aspirazione? <br /><br />La Malaysia condivide pienamente l'aspirazione espressa nell'incontro di Penang sul tema "Camminare insieme come popoli dell'Asia". Il grande pellegrinaggio della speranza 2025, ospitato a Penang e sostenuto dalla Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche, ha posto l'accento sull'unità, il dialogo, la missione condivisa e lo spirito di sinodalità nel cammino comune come Chiesa e come popoli dell'Asia. L'attenzione alla speranza, all'ascolto e alla solidarietà tra le culture è profondamente radicata nel tessuto sociale della Malaysia.<br />In una nazione multireligiosa e multietnica, i cinque principi della filosofia nazionale malaysiana , il Rukun Negara, mirano a promuovere l'unità, il rispetto reciproco e l'armonia sociale. Questi principi furono introdotti per rafforzare la coesione in una società diversificata e rimangono centrali per l'identità malese ancora oggi.<br />Nel suo nucleo, la Malaysia valorizza il rispetto per la diversità, la coesistenza pacifica e la responsabilità condivisa per il bene comune. Sebbene permangano delle sfide, l'aspirazione a "camminare insieme" è profondamente radicata nella storia e nei valori della nazione. <br /><br />D - Come lo Stato considera la Chiesa cattolica? Quali sono le relazioni bilaterali?<br /><br />La Malaysia considera la Chiesa cattolica principalmente attraverso la lente del suo quadro costituzionale, della sua politica di armonia interreligiosa e del suo impegno di lunga data per una collaborazione internazionale costruttiva. In quanto monarchia costituzionale federale, la Malaysia riconosce l'Islam come religione della Federazione ai sensi dell'articolo 3 della Costituzione federale, garantendo al contempo la libertà di religione per le altre fedi. In questo contesto, la Chiesa cattolica è riconosciuta come una delle comunità religiose storiche e consolidate del Paese, con radici profonde che risalgono a prima dell'indipendenza.<br />La comunità cattolica in Malaysia fa parte della più ampia minoranza cristiana e ha contribuito in modo significativo allo sviluppo della nazione, in particolare nei settori dell'istruzione, della sanità e dei servizi sociali. Le scuole e le istituzioni missionarie cattoliche hanno svolto un ruolo di primo piano nella costruzione della nazione, formando generazioni di malesi di diverse etnie e religioni. Le attività caritative e assistenziali della Chiesa, compreso il sostegno alle comunità emarginate e vulnerabili, sono generalmente viste positivamente, in quanto in linea con l'enfasi posta dalla Malaysia sulla coesione sociale e sullo sviluppo inclusivo. A livello nazionale, il rapporto tra lo Stato e la Chiesa cattolica è gestito attraverso meccanismi legali e amministrativi consolidati che regolano le questioni religiose. La Chiesa opera liberamente entro i limiti della legge malese, mantenendo strutture diocesane nella Malaysia peninsulare, così come in Sabah e Sarawak, dove il cristianesimo ha una presenza particolarmente significativa. Il dialogo tra le autorità pubbliche e i leader della Chiesa avviene in genere attraverso piattaforme consultive e interreligiose, soprattutto su questioni riguardanti l'armonia sociale e le sensibilità religiose.<br /><br />D - Come sono e come procedono i rapporti con la Santa Sede?<br /><br />Le relazioni tra la Malaysia e la Santa Sede sono cordiali e costruttive. Le relazioni diplomatiche formali sono state stabilite nel 2011, a testimonianza del riconoscimento da parte della Malaysia del ruolo unico della Santa Sede negli affari internazionali, non solo come autorità centrale di governo della Chiesa cattolica, ma anche come entità sovrana di diritto internazionale con una voce morale e diplomatica ben definita.<br />La Malaysia apprezza il costante impegno della Santa Sede a favore della pace, del dialogo tra le civiltà, dell'eliminazione della povertà, della tutela ambientale e della protezione della dignità umana. Queste priorità sono in perfetta sintonia con i principi della politica estera malese, tra cui la moderazione, il multilateralismo e la risoluzione pacifica delle controversie.<br />Allo stesso tempo, la Malaysia considera la Santa Sede un partner prezioso nella promozione del dialogo interreligioso. In quanto società multireligiosa e multietnica, la Malaysia attribuisce grande importanza alla promozione del rispetto reciproco e alla comprensione tra le comunità di fede. La lunga esperienza della Santa Sede nel dialogo interreligioso, compreso il dialogo con le comunità musulmane a livello globale, offre una piattaforma significativa per la cooperazione e lo scambio di buone pratiche.<br />In sostanza, lo Stato malese considera la Chiesa cattolica parte integrante del suo variegato tessuto sociale, mentre le sue relazioni bilaterali con la Santa Sede sono caratterizzate da rispetto reciproco, comuni preoccupazioni etiche e un impegno condiviso per il dialogo e la pace. Il rapporto non è meramente simbolico; si fonda su un impegno sostanziale, sia a livello nazionale che internazionale, e riflette una partnership matura e lungimirante.<br /><br />D - San Francesco Saverio, il santo che portò il Vangelo in Oriente, sbarcò a Malacca: oggi, ne vede l'eredità nella nazione e, in particolare, nella vita della comunità cattolica?<br /><br />L'arrivo di San Francesco Saverio a Malacca nel 1545 segnò un momento significativo nella storia iniziale della Chiesa cattolica nel Sud-est asiatico. Non giunse semplicemente come viaggiatore, ma come uno dei missionari più determinati della Compagnia di Gesù, destinato a diffondere il Vangelo in tutta l'Asia partendo da questa strategica città portuale. Malacca divenne infatti una base fondamentale per la sua preparazione alle missioni in luoghi come il Giappone e per il tentativo di penetrare in Cina. La sua presenza non fu effimera: compì diversi viaggi tra il 1545 e il 1552, predicando, amministrando i sacramenti, curando i malati ed evangelizzando i coloni portoghesi e le popolazioni locali.<br />Una delle eredità più tangibili del suo periodo a Malacca è la comunità cattolica che ancora oggi prospera in questa regione. La fede cattolica che contribuì a diffondere è cresciuta e si è evoluta nel corso dei secoli, dando vita alle strutture ecclesiastiche organizzate che conosciamo oggi; ad esempio, la diocesi cattolica di Malacca-Johor serve migliaia di fedeli in tutta la Malaysia. A livello locale, la chiesa di San Francesco Saverio rappresenta una testimonianza visibile e vivente di questa eredità. Costruita a metà del XIX secolo sul sito di precedenti missioni portoghesi, questa chiesa neogotica non è solo una delle chiese cattoliche più antiche e grandi di Malacca, ma è tuttora pienamente operativa come parrocchia, dove le messe e le attività comunitarie continuano regolarmente.<br />Un altro segno tangibile dell'influenza ancora presente di San Francesco Saverio è la celebrazione annuale della sua festa, il 3 dicembre. Ogni anno, i cattolici provenienti da tutta la Malaysia e dall'estero si riuniscono spesso presso le rovine dell'antica chiesa di San Paolo sulla collina di San Paolo, dove un tempo fu sepolto il corpo di Saverio, per celebrare la sua vita e la sua missione con messe e processioni speciali. Oltre alla liturgia e agli edifici storici, la sua eredità vive in altre istituzioni che testimoniano il ruolo della Chiesa nella vita sociale. Le scuole cattoliche di Malacca, alcune delle quali risalgono all'epoca missionaria o sono intitolate in onore di Francesco Saverio, continuano a educare i giovani indipendentemente dal loro credo religioso.<br />Ma l'eredità non è solo istituzionale o architettonica. Per molti cattolici in Malaysia oggi, San Francesco Saverio rappresenta un modello spirituale di zelo missionario, compassione e apertura verso le diverse culture. Il suo esempio incoraggia i fedeli locali a vivere la propria fede in una società multireligiosa, abbracciando il servizio e il dialogo con i vicini di altre fedi. La Chiesa in Malaysia riflette lo stesso incontro interculturale che ha caratterizzato la sua missione, riunendo fedeli di origine malese, cinese, indiana e indigena. Questo tipo di eredità vissuta si manifesta spesso nella vita parrocchiale quotidiana: programmi di assistenza, impegno interreligioso e iniziative di costruzione della comunità radicate nella dottrina sociale cattolica.<br /><br />D - L'influenza della Chiesa cattolica malese nel campo dell'istruzione è diminuita da quando il governo ha assunto il controllo dell'istruzione sia nelle scuole pubbliche che private. Perché non dare a un'istituzione come la Chiesa cattolica l'opportunità di operare liberamente e autonomamente all'interno del sistema educativo, in un quadro di norme condivise?<br /><br />Le scuole missionarie cattoliche hanno svolto un ruolo fondamentale nel sistema educativo malese delle origini. Dopo l'indipendenza, molte di queste scuole sono state integrate nel sistema nazionale per garantire la standardizzazione, l'accesso equo e l'allineamento con le politiche educative nazionali.<br />L'istruzione in Malaysia è strettamente legata alla costruzione della nazione, alla politica linguistica e alla coesione sociale. Mentre il governo mantiene la supervisione del curriculum nazionale, le scuole missionarie continuano a preservare la propria identità e i propri valori storici. Gli istituti cattolici rimangono attivi nell'istruzione superiore privata e nell'impegno sociale.<br />La questione dell'autonomia deve quindi essere affrontata nel quadro più ampio dell'integrazione nazionale e della governance costituzionale. Una partnership costruttiva, piuttosto che una separazione istituzionale, offre un percorso più sostenibile per il futuro.<br /><br />D - Qual è il ruolo e il contributo specifico della Malaysia all'interno dell'ASEAN?<br /><br />La Malaysia è un membro fondatore dell'Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico , istituita nel 1967. La Malaysia ha costantemente sostenuto la centralità dell'ASEAN in ha contribuito all'architettura di sicurezza regionale e ha promosso l'integrazione economica, anche attraverso l'Area di libero scambio dell'ASEAN.<br />Il ruolo della Malaysia all'interno dell'ASEAN, in particolare come Presidente del 47° Vertice ASEAN a Kuala Lumpur, è stato caratterizzato da leadership, coordinamento e costante ricerca del consenso. Con il tema "Inclusione e sostenibilità", la Malaysia si è adoperata per garantire che l'ASEAN rimanga unita, lungimirante e reattiva alle sfide regionali e globali.<br />Sul piano politico, la Malaysia ha rafforzato l'impegno dell'ASEAN per la pace, la stabilità e un ordine regionale basato sulle regole. In qualità di Presidente, il Primo Ministro Anwar Ibrahim ha guidato le discussioni in modo da enfatizzare il dialogo, la diplomazia e il rispetto reciproco tra gli Stati membri. La Malaysia ha costantemente sottolineato l'importanza della centralità e dell'unità dell'ASEAN, soprattutto in un periodo di crescenti tensioni geopolitiche.<br />Sul piano economico, la Malaysia ha accelerato gli sforzi per l'integrazione regionale. Durante la sua presidenza, sono stati compiuti progressi sostanziali sugli obiettivi economici prioritari, tra cui l'aggiornamento dell'Accordo ASEAN sul commercio di beni, i progressi nell'Accordo quadro ASEAN sull'economia digitale e le iniziative per rafforzare la resilienza della catena di approvvigionamento dei semiconduttori. La Malaysia ha inoltre sostenuto una più profonda cooperazione finanziaria, quadri finanziari sostenibili e la diversificazione dei partenariati commerciali per garantire la competitività a lungo termine dell'ASEAN.<br />In materia di sostenibilità e transizione energetica, la Malaysia ha promosso iniziative regionali come la rete elettrica ASEAN, la strategia per la neutralità carbonica, il piano di attuazione dell'economia blu e la Dichiarazione sul diritto a un ambiente sicuro, pulito, sano e sostenibile. Questi sforzi riflettono l'impegno della Malaysia a conciliare la crescita economica con la responsabilità ambientale.<br />In ambito umanitario, in particolare per quanto riguarda il Myanmar, la Malaysia ha svolto un ruolo costruttivo sostenendo l'operatività dei meccanismi umanitari dell'ASEAN, tra cui il Centro ASEAN per l'assistenza umanitaria , e sollecitando una fornitura di assistenza sicura e inclusiva.<br />Nel complesso, il contributo della Malaysia è stato quello di rafforzare la coerenza istituzionale dell'ASEAN, promuovere risultati concreti e mantenere l'unità nella gestione di complesse problematiche regionali.<br /><br />D - Nell'aprile 2021, l'ASEAN ha elaborato un piano di pace per il Myanmar, noto anche come "Consenso in cinque punti", che è rimasto lettera morta a causa della continua guerra nel Paese. Cosa si dovrebbe fare ora? Cosa propone la Malaysia all'interno dell'ASEAN per riaprire la strada al negoziato?<br /><br />Il Consenso in cinque punti rimane il quadro di riferimento concordato dall'ASEAN per affrontare la crisi in Myanmar. Tuttavia, la sua attuazione è stata disomogenea e il conflitto continua. La sfida principale ora non è abbandonare il quadro, ma renderlo più efficace e pratico.<br />In questa fase, l'accesso umanitario deve rimanere la priorità immediata. Durante la nostra presidenza dell'ASEAN, abbiamo sottolineato l'importanza di una fornitura di assistenza umanitaria sicura, trasparente, inclusiva e non discriminatoria. La Malaysia sostiene il rafforzamento del ruolo del Centro AHA e la garanzia che l'assistenza raggiunga le comunità colpite in tutto il Myanmar. La cooperazione umanitaria può fungere da misura per rafforzare la fiducia e aprire la strada a un impegno più ampio.<br />Oltre agli sforzi umanitari, è necessario rivitalizzare il dialogo politico. Il Consenso in Cinque Punti auspica un dialogo costruttivo tra tutte le parti. La Malaysia ritiene che l'ASEAN debba continuare a promuovere un impegno inclusivo, supportato dal meccanismo dell'Inviato Speciale, pur mantenendo l'unità dell'ASEAN. Parametri di riferimento più chiari, meccanismi di rendicontazione più solidi e un impegno diplomatico costante possono contribuire a ridare slancio al processo.<br />L'approccio della Malaysia è pragmatico. Riconosce che i progressi possono essere graduali. Piuttosto che sostituire il Consenso in Cinque Punti, la Malaysia sostiene il suo rafforzamento attraverso misure concrete, un impegno costante e un maggiore coordinamento tra gli Stati membri dell'ASEAN e i partner internazionali.<br />L'obiettivo non è imporre una soluzione, ma riaprire lo spazio per il negoziato e ridurre la violenza, in linea con i principi dell'ASEAN.<br /><br />D - Come vede la Malaysia le recenti tensioni e il conflitto tra Thailandia e Cambogia? Come si possono normalizzare le relazioni bilaterali tra i due Paesi per ristabilire pienamente un clima di pace nel Sudest asiatico?<br /><br />La Malaysia guarda con profonda preoccupazione alle recenti tensioni tra Thailandia e Cambogia, principalmente perché qualsiasi instabilità tra due Stati membri dell'ASEAN ha implicazioni più ampie per la pace regionale, l'integrazione economica e la credibilità dell'ASEAN come blocco coeso.<br />In qualità di Presidente dell'ASEAN nel 2025, la Malaysia, sotto la guida del Primo Ministro Anwar Ibrahim, ha adottato un approccio proattivo ma attentamente calibrato. La Malaysia ha facilitato un cessate il fuoco immediato nel luglio 2025 e ha svolto un ruolo centrale nell'ospitare e assistere alla firma dell'Accordo di pace di Kuala Lumpur il 26 ottobre 2025. L'obiettivo era chiaro: de-escalation, ripristino della pace e dell'integrazione, riapertura dei canali di comunicazione e una riaffermare l'impegno di entrambi i paesi per la risoluzione pacifica delle controversie. La Malaysia ha sempre definito il proprio ruolo come quello di facilitatore neutrale, fornendo una piattaforma affidabile per il dialogo, piuttosto che intervenire negli affari interni o sovrani di nessuna delle due parti.<br />L'obiettivo non è semplicemente l'assenza di scontri armati, ma il ripristino della fiducia e il rafforzamento della solidarietà dell'ASEAN. Dando priorità al dialogo, al rispetto reciproco e ai processi istituzionali, la Malaysia ritiene che Thailandia e Cambogia possano normalizzare le relazioni e contribuire nuovamente a un clima di pace e cooperazione nel Sud-est asiatico.<br /><br />D - Quale ruolo possono svolgere i leader religiosi e il dialogo interreligioso nella risoluzione dei conflitti e nel raggiungimento della pace, sia a livello locale che globale?<br /><br />I leader religiosi possiedono credibilità morale e influenza a livello locale. Possono plasmare le narrazioni, contrastare l'estremismo e promuovere la riconciliazione. Il dialogo interreligioso favorisce la comprensione reciproca e riduce il rischio di fraintendimenti.<br />In Malaysia, il dialogo interreligioso è stato un meccanismo importante per allentare le tensioni e rafforzare la coesione sociale. A livello globale, la diplomazia religiosa può integrare i negoziati politici affrontando le dimensioni etiche e umanitarie dei conflitti. La costruzione della pace e il dialogo interreligioso sono aree naturali di collaborazione con la Santa Sede. La nostra comune attenzione alla dignità umana, al dialogo e alla coesistenza pacifica fornisce una solida base per una cooperazione continua.<br /><br />Sun, 29 Mar 2026 14:55:58 +0200EUROPA/ALBANIA - La speranza nel Signore non delude: la missione delle Pontificie Opere Missionarie a Rrëshenhttps://www.fides.org/it/news/77526-EUROPA_ALBANIA_La_speranza_nel_Signore_non_delude_la_missione_delle_Pontificie_Opere_Missionarie_a_Rreshenhttps://www.fides.org/it/news/77526-EUROPA_ALBANIA_La_speranza_nel_Signore_non_delude_la_missione_delle_Pontificie_Opere_Missionarie_a_RreshenRrëshen - “La speranza nel Signore non delude” è il tema della missione organizzata dalla Direzione Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Albania nella diocesi di Rrëshen.<br /><br />Rrëshen, sede della cattedrale e residenza del vescovo, insieme alle aree circostanti, in gran parte rurali, per un totale di circa 10 mila abitanti, hanno ricevuto nel corso delle prime due settimane di marzo la visita di alcuni missionari che hanno attraversato in modo capillare il territorio. <br />Nella diocesi di Rrëshen, situata tra le montagne del Nord dell'Albania, l’opera pastorale è attualmente affidata soltanto a sei sacerdoti e cinque congregazioni femminili. In questo contesto, l’apporto di missionari provenienti da altre diocesi e congregazioni ha rappresentato un segno concreto di solidarietà ecclesiale e uno conforto per la comunità locale. <br /><br />La diocesi custodisce una preziosa eredità storica e una forte testimonianza di fede. Cuore della missione è stato l’incontro diretto con le famiglie. I missionari — organizzati a coppie, composte da un sacerdote e una religiosa o da un sacerdote e un laico — hanno visitato le case, condividendo momenti di ascolto e preghiera. Incontro, ascolto e speranza hanno fatto da filo conduttore a queste visite. L’accoglienza è stata, nella maggior parte dei casi, calorosa, segnata talvolta da profonda commozione. Non sono mancate situazioni più delicate: alcune famiglie, provate da difficoltà personali o familiari, hanno faticato ad aprirsi e ad accogliere i missionari. Anche in questi casi, la presenza discreta e rispettosa è diventata segno di vicinanza e seme di speranza.<br /><br />“Una benedizione, una parola di conforto, un gesto semplice sono strumenti essenziali che hanno reso concreta la missione. In un tempo dominato dalla comunicazione digitale, il contatto umano si è rivelato ancora una volta insostituibile” ha commentato padre Agustin Margjoni, missionario vincenziano, direttore nazionale delle POM albanesi, che fin dall’inizio del suo mandato si è attivato per collaborare in modo fecondo con i vescovi e missionari presenti nel Paese.<br /><br />Tra i momenti più significativi l’incontro dei missionari con gli studenti delle scuole medie e superiori nella cattedrale di Rrëshen.<br />“La missione è stata anche un’esperienza intensa di comunione tra i missionari stessi. Provenienti da diverse diocesi e realtà religiose, hanno condiviso non solo il servizio pastorale, ma anche i momenti quotidiani, come i pasti e il confronto fraterno, sperimentando quanto sia importante, soprattutto in contesti come quello albanese, unire le forze e collaborare” ha spiegato il direttore delle POM albanesi. Sat, 28 Mar 2026 08:42:33 +0100"Mani e cuori di lavoratori migranti". Storie, fatiche e benedizioni delle comunità cattoliche siro-malabaresi nella Penisola arabicahttps://www.fides.org/it/news/77513-Mani_e_cuori_di_lavoratori_migranti_Storie_fatiche_e_benedizioni_delle_comunita_cattoliche_siro_malabaresi_nella_Penisola_arabicahttps://www.fides.org/it/news/77513-Mani_e_cuori_di_lavoratori_migranti_Storie_fatiche_e_benedizioni_delle_comunita_cattoliche_siro_malabaresi_nella_Penisola_arabicadi padre Jolly Vadakken*<br /><br />Kuwait City - Ho ricevuto la lettera della mia nomina di Visitatore Apostolico per i fedeli siro-malabaresi nella Penisola arabica dalla Segreteria di Stato, e mi è stata trasmessa tramite Raphael Thattil, Arcivescovo Maggiore di Ernakulam-Angamaly dei Siro-Malabaresi.. La nomina ufficiale era stata annunciata pubblicamente il 18 novembre 2025 nell'Eparchia di Irinjalakuda e sul Monte San Tommaso a Kakkanad . <br /><br />Chiamato a svolgere il mio ministero in stretta comunione e collaborazione con i Vicari Apostolici di Arabia del nord, vescovo Aldo Berardi, OO.SS.T., e Arabia del sud, vescovo Paolo Martinelli, ofm cap., esamino la situazione pastorale, soluzioni concrete per il bene dei fedeli e informo regolarmente la Sede Apostolica circa l'andamento della missione. Sia il vescovo Berardi che il vescovo Martinelli hanno accolto la mia nomina con gioia e, nel corso di un incontro congiunto nella Co-cattedrale del Kuwait, il 21 dicembre 2025, abbiamo discusso proficuamente della missione affidatami. Lo stesso giorno abbiamo incontrato anche il Nunzio Apostolico in Kuwait, Eugene Martin Nugent. Da quel momento ho iniziato la mia missione nella Penisola Arabica.<br /><br /><br />I fedeli siro-malabaresi nel Golfo<br /><br />La storia della comunità cattolica siro-malabarese nella penisola arabica è indissolubilmente legata alla trasformazione economica della regione. In seguito alla scoperta del petrolio, una seconda ondata di cristianesimo iniziò a diffondersi tra le sabbie del deserto, non attraverso le missioni tradizionali, ma attraverso le mani e i cuori di una forza lavoro migrante.<br />Tra questi pionieri vi furono i cattolici siro-malabaresi. Sebbene la loro presenza fosse un flusso discreto negli anni '70, si trasformò in una comunità vivace negli anni '90. Inizialmente, la loro cura pastorale era seguita dai Vicariati apostolici di rito latino già esistenti. Tuttavia, essendo una comunità profondamente radicata in antiche pratiche spirituali incentrate sulla parrocchia e sulla famiglia, questi fedeli iniziarono naturalmente a cercare le proprie espressioni liturgiche.<br />C'era una crescente preoccupazione pastorale: separati dalla loro Chiesa madre, molte famiglie e bambini siro-malabaresi venivano educati esclusivamente nel rito latino, allontanandosi così dalla loro peculiare eredità orientale. Questo vuoto culturale e liturgico ha anche aperto la strada a diverse sette, portando alcuni ad allontanarsi dalle proprie radici cattoliche per avvicinarsi a confessioni protestanti.<br /><br /><br />I fedeli siro-malabaresi in Kuwait<br /><br />Quando il Kuwait fu invaso dall'Iraq nel 1991, l'improvviso scoppio della guerra costrinse innumerevoli famiglie di migranti a tornare nelle loro terre d'origine. Questo sradicamento portò a una dolorosa consapevolezza: molti si ritrovarono estranei alla propria Chiesa madre. Avendo trascorso anni all'estero, la generazione più giovane non aveva familiarità con i rituali e le preghiere siro-malabaresi. Nonostante l'affermazione del Concilio Vaticano II sull'importanza del ritorno alle proprie radici spirituali, i fedeli del Golfo scoprirono che, in pratica, preservare il proprio patrimonio rituale era una sfida e un compito arduo, in mezzo alle pressioni della migrazione e della guerra.<br /><br />Con l'inizio della ricostruzione della regione dopo il 1993, seguì una nuova ondata migratoria. Il boom economico di Dubai e la ricostruzione del Kuwait attirarono un numero ancora maggiore di cattolici siro-malabaresi. Determinati a salvaguardare il loro patrimonio e a proteggere la comunità dal proselitismo, i fedeli hanno compiuto un passo storico verso l'auto-organizzazione. Le associazioni laicali sono state registrate presso le rispettive ambasciate indiane come Movimenti Culturali, in modo da garantire la tutela legale delle loro attività. Il 1° dicembre 1995, la SMCA Kuwait è stata fondata come prima associazione laicale formale, un modello che è stato presto imitato da movimenti simili in Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Oman. Queste associazioni sono diventate il cuore pulsante della comunità. Sono diventate i principali strumenti per instaurare un dialogo continuo e rispettoso con i vescovi del Vicariato Latino per garantire la cura pastorale nel Rito Siro-Malabarese; istituire programmi per formare i giovani al loro ricco patrimonio spirituale, assicurando che l'eredità culturale e liturgica venisse tramandata alla generazione successiva. Creare una solida rete di supporto per assistere i bisognosi all'interno della comunità di migranti. Grazie alla resilienza di questi movimenti laici, i fedeli siro-malabaresi nel Golfo si sono trasformati da forza lavoro dislocata in una comunità fiorente e organizzata, saldamente ancorata alla propria antica fede e al contempo impegnata nello sviluppo moderno delle nazioni che li ospitano.<br /><br /><br />Statistiche sui fedeli siro-malabaresi in Kuwait<br /><br />Popolazione totale: 4,3 milioni<br />Popolazione indiana totale in Kuwait: 0,85 milioni <br />Popolazione cattolica totale: 400.000 <br />Cattolici siro-malabaresi: circa 40.000 <br />4 parrocchie in Kuwait<br />1. Concattedrale della Sacra Famiglia, Kuwait City<br />2. Parrocchia di Nostra Signora d'Arabia, Ahmadi, Kuwait<br />3. Parrocchia di Santa Teresa di Gesù Bambino, Salmiya, Kuwait<br />4. Parrocchia di San Daniele Comboni, Abbasiya, Kuwait<br /><br />In tutte e quattro le parrocchie, il cuore pulsante della comunità siro-malabarese rimane vibrante. Tuttavia, la crescita spirituale si scontra con significative sfide materiali e logistiche. Ad Abbasiya, le dimensioni della nostra comunità sono impressionanti, con 2.460 bambini iscritti al catechismo. Tuttavia, questa benedizione comporta gravi limitazioni. A causa della mancanza di aule, i bambini devono essere divisi in quattro gruppi separati. Lo spazio disponibile nel seminterrato è da tempo insufficiente per le nostre celebrazioni liturgiche e le attività comunitarie; più recentemente, la situazione è diventata critica poiché le autorità competenti hanno chiuso completamente il seminterrato di Abbasiya. Una difficoltà simile si riscontra a Salmiya, dove ci affidiamo a spazi in affitto nel seminterrato per celebrare la nostra sacra liturgia e per la formazione religiosa dei nostri giovani. Pur essendo profondamente consapevoli delle complesse formalità legali e governative coinvolte, la necessità di infrastrutture adeguate, di uno spazio di culto più ampio e di un parcheggio funzionale è diventata un'esigenza urgente. Un bellissimo segno distintivo della nostra identità siro-malabarese è l'unità familiare. Queste piccole comunità ecclesiali domestiche, composte da 30 a 40 famiglie, si riuniscono mensilmente a casa di ognuno per condividere la Parola di Dio e godere della comunione cristiana. <br /><br />La chiesa siro-malabarese di San Tommaso a Doha <br /><br />La chiesa siro-malabarese di San Tommaso a Doha occupa un posto d'onore unico in quanto unica chiesa nella penisola arabica con un'identità siro-malabarese distinta e indipendente. Più che un semplice edificio, funge da vera e propria casa spirituale, offrendo guida liturgica, pastorale e sociale ai fedeli siro-malabaresi in Qatar. La chiesa è stata solennemente consacrata il 22 maggio 2009 dal Cardinale Varkey Vithayathil, allora Arcivescovo Maggiore della Chiesa siro-malabarese. La vita spirituale della parrocchia è dinamica, con tre Sante Messe celebrate quotidianamente e cinque il venerdì per accogliere la numerosa comunità. La formazione alla fede è una missione primaria. Attualmente, 2.544 studenti, dalla prima alla dodicesima classe, frequentano le lezioni di catechismo del venerdì. Un team dedicato di oltre 180 insegnanti si occupa della formazione spirituale e dottrinale. La parrocchia è animata da numerose organizzazioni e movimenti apostolici, inoltre 28 nuclei familiari attivi si riuniscono mensilmente all'interno della chiesa, promuovendo un profondo senso di fraternità e mantenendo vivo lo spirito comunitario della parrocchia.<br /><br />Statistiche sui fedeli siro-malabaresi a Doha<br />Popolazione totale del Qatar: 2,7 milioni<br />Popolazione indiana totale: 0,7 milioni <br />Popolazione cattolica totale: 350.000 <br />Cattolici siro-malabaresi: 35.000 <br />Membri registrati: 17.900<br />Numero di famiglie: 3.500<br />Numero di scapoli e single: 7.000<br />Numero totale di studenti di catechismo: 2.544<br /><br /><br />Siro-malabaresi nel Regno del Bahrain<br /><br />Il Regno del Bahrain, storicamente noto come la "Terra dei Due Mari", è un elegante arcipelago che da tempo funge da crocevia di cultura e commercio. Dagli anni '50, il Bahrain ha accolto una forza lavoro globale diversificata, ma è stato il boom petrolifero dei primi anni '70 a catalizzare la migrazione della comunità cattolica del Kerala. Alla ricerca di nuove opportunità di sostentamento, questi fedeli hanno portato con sé un profondo patrimonio spirituale che continua a fiorire ancora oggi.<br />Le radici della fede cattolica in Bahrain sono profonde. Già nel 1939, la famiglia regnante concesse il permesso per la costruzione della prima chiesa. Sotto la guida del vescovo Tirinanzi e del frate cappuccino padre Luigi, fu fondata la chiesa del Sacro Cuore a Manama. Oggi, il panorama spirituale si è ampliato notevolmente. La maestosa Cattedrale di Nostra Signora d'Arabia ad Awali funge ora da sede del Vicariato, consacrata dal cardinale Luis Antonio Tagle, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzaione, sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, ospita anche la Missione BAPCO di Awali. La presenza cattolica in Bahrein è un elemento vitale e dinamico del tessuto nazionale.<br /><br />Statistiche sui fedeli siro-malabaresi nel Regno del Bahrain<br />Popolazione totale: 1,47 milioni<br />Popolazione indiana totale: 0,33 milioni<br />Popolazione cattolica totale: 80.000 <br />Cattolici siro-malabaresi: circa 20.000 <br /><br />A differenza di altre regioni del Golfo, la comunità cattolica in Bahrain è caratterizzata da un particolare senso di unità liturgica. Sebbene la comunità malankara mantenga le proprie celebrazioni distinte, il resto dei fedeli cattolici rimane strettamente integrato. Il rito siro-malabarese viene celebrato due volte a settimana in lingua malayalam sia nella chiesa del Sacro Cuore che nella cattedrale di Awali. In uno spirito di fraterna cooperazione, le lezioni di formazione religiosa e di catechismo si svolgono congiuntamente con studenti di altre tradizioni liturgiche. Attualmente, le attività comunitarie si svolgono collettivamente anziché essere suddivise per rito, riflettendo un approccio pastorale unitario sotto il Vicariato latino.<br /><br />Sono profondamente onorato e grato per la fiducia che la Santa Sede ha riposto in me nominandomi Visitatore Apostolico. Ringrazio Papa Leone XIV, il Segretario di Stato Cardinale Pietro Parolin, e tutti i funzionari della Chiesa che hanno portato a questa decisione. Confidando nella divina provvidenza, assicuro di svolgere le mie responsabilità e i miei doveri con integrità, compassione e amore per i fedeli siro-malabaresi nella penisola arabica.<br /><br />La Chiesa Cattolica nella Penisola Arabica è ora organizzata in due Vicariati Apostolici latini, entrambi direttamente dipendenti dal Dicastero per l’Evangelizzazione . In precedenza, il Vicariato Apostolico dell'Arabia e il Vicariato Apostolico del Kuwait erano due giurisdizioni. Queste giurisdizioni sono state successivamente riorganizzate e rinominate. Attualmente il Vicariato Apostolico di Arabia del sud comprende gli Emirati Arabi Uniti, l'Oman e lo Yemen, mentre il Vicariato Apostolico di Arabia del nord include Kuwait, Qatar, Bahrain e Arabia Saudita. Nel corso degli ultimi 20 anni, AVONA ha provveduto ai 17 sacerdoti siromalabaresi, a formazione, catechismo, sacramenti e messe in rito malabarese. Siamo grati ai frati Cappuccini, ai padri Trinitari e ai Salesiani. <br /><br /><br /><br />*Visitatore Apostolico per i cattolici siro-malabaresi nella Penisola arabicaSat, 28 Mar 2026 13:36:24 +0100AFRICA/UGANDA - Messianismi e guerra all'Iran, il capo dell’esercito ugandese: “Siamo al fianco di Israele perché siamo cristiani”https://www.fides.org/it/news/77524-AFRICA_UGANDA_Messianismi_e_guerra_all_Iran_il_capo_dell_esercito_ugandese_Siamo_al_fianco_di_Israele_perche_siamo_cristianihttps://www.fides.org/it/news/77524-AFRICA_UGANDA_Messianismi_e_guerra_all_Iran_il_capo_dell_esercito_ugandese_Siamo_al_fianco_di_Israele_perche_siamo_cristianiKampala – “Noi siamo al fianco di Israele perché siamo cristiani. Salvati dal Santo Figlio di Dio… Gesù Cristo, l'unico che può perdonare i peccati. La Bibbia dice: "Beato te, Israele! Chi è come te, un popolo salvato dal Signore? Egli è il tuo scudo, il tuo aiuto e la tua spada gloriosa" ”. È uno dei post pubblicati su X dal generale Muhoozi Kainerugaba, Capo di Stato Maggiore delle forze armate ugandesi nonché figlio del Presidente Yoweri Museveni, nel quale afferma il supporto dell’esercito ugandese alla guerra di Israele contro l’Iran.<br />Accanto alla motivazione “religiosa” il generale Kainerugaba, ne avanza altre di ordine politico. In un ulteriore post scrive infatti: “Israele ci è stato accanto quando eravamo dei nessuno negli anni '80 e '90. Perché non dovremmo difenderlo ora che il nostro PIL è di 100 miliardi di dollari? Uno dei più alti in Africa”. In un altro post il generale Kainerugaba afferma: “Vogliamo che la guerra in Medio Oriente finisca ora. Il mondo ne ha abbastanza. Ma qualsiasi discorso sulla distruzione o la sconfitta di Israele ci trascinerà in guerra, dalla parte di Israele!”. In un altro post, Kainerugaba ha scritto: “L'esercito ugandese entrerà in questa guerra tra Iran e Israele, dalla parte di Israele, se non finirà presto. Israele ha il diritto di esistere e gli attacchi contro di esso devono cessare”.<br />Questi post del capo delle forze armate ugandesi sono da prendere con le dovute precauzioni perché Kainerugaba non è nuovo a postare su Twitter interventi controversi, tanto è vero che è stato soprannominato “Tweeting General”. Interessante comunque il riferimento religioso al presunto appoggio ugandese a Israele, indice dell’influenza anche in alcuni Paesi africani del cosiddetto “sionismo cristiano”. <br /><br />Fri, 27 Mar 2026 11:19:47 +0100