Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.AFRICA/CONGO RD - “La situazione a Goma è grave. Temiamo l’insicurezza generalizzata nell’est della RDC” dice il Cardinale Ambongohttps://www.fides.org/it/news/74919-AFRICA_CONGO_RD_La_situazione_a_Goma_e_grave_Temiamo_l_insicurezza_generalizzata_nell_est_della_RDC_dice_il_Cardinale_Ambongohttps://www.fides.org/it/news/74919-AFRICA_CONGO_RD_La_situazione_a_Goma_e_grave_Temiamo_l_insicurezza_generalizzata_nell_est_della_RDC_dice_il_Cardinale_AmbongoKinshasa – “La situazione a Goma e d’intorni sta peggiorando di giorno in giorno” dice all’Agenzia Fides il Cardinale Fridolin Ambongo Besungu, Arcivescovo metropolita di Kinshasa, riferendosi al capoluogo del Nord Kivu nell’est della Repubblica Democratica del Congo , dove dal 2021 i guerriglieri dell’M23 hanno ripreso le armi conquistando diverse località.<br />“L’M23 continua a conquistare territori mentre l’esercito congolese è in una situazione di confusione totale” afferma il Cardinale. “Quello che temiamo di più è il rischio di insicurezza generalizzata anzitutto a Goma e più in generale in tutto l’est del Paese”. “Questo perché il governo ha distribuito ulteriori armi a diversi gruppi armati, come i Wazalendo e anche ad alcuni appartenenti alle FDLR , nell’aspettativa che questi gruppi appoggiassero l’esercito contro l’avanzata dell’M23. Tutti questi gruppi sono ora ben armati ed è la popolazione che però ne paga le conseguenze, generando il rischio di un’insicurezza generalizzata” sottolinea il Cardinale Ambongo.<br />Col termine “Wazalendo” si indica un insieme di gruppi che hanno preso le armi per difendere la popolazione contro l’M23. Il suo ispiratore Éphraïm Bisimwa, leader di una locale setta messianica, è stato però condannato a morte lo scorso ottobre per i gravi incidenti del 30 agosto 2023 contro la presenza dei Caschi Blu della MONUSCO a Goma che provocò la morte di oltre 50 persone<br />“Con l’arresto e la condanna a morte dell’ispiratore dei Wazalendo è emerso che questo gruppo non è omogeneo; addirittura alcuni dei suoi aderenti sono passati nelle file dell’M23. È difficile controllare questi gruppi armati che fanno riferimento a tanti capi” dice il Cardinale Ambongo, secondo il quale il governo congolese ha gravi responsabilità nella gestione della crisi nell’est del Paese<br />“Invece che potenziare l’esercito regolare con soldati selezionati e ben addestrati – dice- il governo ha fatto la scelta a nostro avviso pericolosa di armare questi gruppi che alla fine diventano un pericolo per la popolazione, taglieggiando i cittadini, commettendo furti ed omicidi e mettendosi nel business dei commerci illegali dei minerali estratti dalle miniere artigianali dell’area”.<br />“I Vescovi della provincia ecclesiastica di Bukavu hanno fatto un’analisi molto lucida della realtà che si sta vivendo lì all’est della RDC” prosegue il Cardinale riferendosi alla nota pastorale pubblicata a metà aprile . “La Chiesa stessa è in una situazione di pericolo in quell’area” sottolinea. “Per questo i Vescovi della Provincia di Bukavu come noi tutti a livello nazionale della CENCO abbiamo fatto la scelta di accompagnare la popolazione in questo momento così difficile. Il senso della nostra sollecitudine pastorale con un popolo che soffre è chiedersi “come possiamo fare a mostrare un po’ dell’amore e della Misericordia di Dio” a queste persone in sofferenze. È quello che sta cercando di fare la Chiesa ma non è sempre facile” conclude. <br />Thu, 18 Apr 2024 12:01:11 +0200ASIA/KUWAIT - Quando la missione si fa in confessionale. Storia di Dominic Santamaria, il “Padre Pio del Kuwait”https://www.fides.org/it/news/74918-ASIA_KUWAIT_Quando_la_missione_si_fa_in_confessionale_Storia_di_Dominic_Santamaria_il_Padre_Pio_del_Kuwaithttps://www.fides.org/it/news/74918-ASIA_KUWAIT_Quando_la_missione_si_fa_in_confessionale_Storia_di_Dominic_Santamaria_il_Padre_Pio_del_Kuwaitdi Antonella Prenna<br />Kuwait City – Più di 18mila messe, ottomila cento quaranta battesimi e 748 matrimoni. Anche i numeri delle liturgie e dei sacramenti celebrati fino alla Pasqua del 2024 dicono molto della vita di Dominic Santamaria, nato in India, ordinato sacerdote a Gerusalemme il 27 giugno 1970 e in Kuwait dal 27 ottobre del 1973.<br />Padre Dominic vive nella Co-Cattedrale della Sacra Famiglia a Kuwait City, Vicariato Apostolico di Arabia del nord, dove lo ha incontrato l’Agenzia Fides, È il primo sacerdote ad essere stato incardinato nel Vicariato latino e ad oggi continua a far parte della comunità insieme ad altri 10 sacerdoti che prestano il loro servizio nella più grande chiesa cattolica del Paese sotto l’egida del vescovo Aldo Berardi, O.SS.T., Vicario Apostolico di Arabia del nord.<br />“All’età di 25 anni sono stato nominato parroco della chiesa dedicata alla Sacra Famiglia a Crater, Aden, nello Yemen, dove sono rimasto prima di essere incardinato in Kuwait. In Yemen – confida padre Dominic - ho lasciato parte del mio cuore. Conservo ancora gelosamente un pettine che usavo quando ero lì, e ancora avevo i capelli. Tutte le mattine, anche se ora di capelli ne ho molto pochi – aggiunge sorridendo - continuo ad usare quel pettine pensando allo Yemen per sempre nelle mie preghiere”.<br />Nativo di Goa, Dominic ha sempre desiderato diventare sacerdote . L’anziano sacerdote, figura carismatica dell’intero Vicariato di Arabia del nord, è conosciuto come il ‘Padre Pio’ del Kuwait per via del tempo che trascorre nel confessionale. “La gente” aggiunge lui “affettuosamente mi chiama anche 'Don Bosco' perché quando esco nel compound vengo circondato dai bambini. Anche se in realtà negli ultimi mesi non esco più tanto da qui perché l’ultima volta che sono uscito è stato per andare in ospedale dopo una brutta caduta” – racconta con serenità il sacerdote. Fino ad oggi ho battezzato 8140 bambini e spero di battezzarne ancora tanti altri. È una gioia immensa poter donare loro Gesù.”<br />Padre Dominic racconta all’Agenzia Fides di non aver mai sperimentato crisi nella sua vocazione sacerdotale “da quando, una notte di Giovedì Santo, mentre adoravo il Santissimo Sacramento, ho ricevuto la chiamata. Sono molto felice di essere un sacerdote. La gente mi ascolta perché ho una tono molto limpido e parlo ad alta voce. Ogni giorno invito tutti a ripetere ‘JESUSMARYJOSEPH’ quante più volte possibile. Motivo per il quale mi chiamano ance ‘il Sacerdote JESUSMARYJOSEPH’… ”. <br />“Le mie giornate” racconta padre Dominic “continuano ad essere piene, iniziando dal mattino quando riordino la mia stanza e le mie cose per poi dedicarmi alle ore canoniche del Breviario, alla Visita al Santissimo Sacramento, la Lettura spirituale” . Poi c’è la recita del Rosario, l’eucaristia, meditazione ed esame di coscienza.” <br />Padre Dominic è innamorato della sua missione, e per questo è molto attento anche alla sua salute che preserva mangiando in maniera sana e frugale. “Niente dolci, cioccolata, vino, caffè”. Il posto a lui assegnato a tavola è sempre sistemato con due piccoli piatti dove consuma i suoi pasti, su uno c’è sempre un frutto, e un bicchiere grande per l’acqua che la sera sorseggia calda. Ha predisposti due campanelli con i quali avvisa chi è in cucina se arriva il Vescovo o qualche ospite.<br /><br />“Mi trovo nella Co-cattedrale della Sacra Famiglia” ricorda padre Dominic “da quando sono arrivato in Kuwait nel 1973. Essendo rimasto qui durante tutto il periodo dell’invasione dell’esercito iracheno, ho ricevuto un primo riconoscimento Vaticano da San Giovanni Paolo II. Poi, il 30 novembre 2005, Papa Benedetto XVI mi ha conferito la Croce d'Onore ‘Pro Ecclesia Et Pontifice’ in riconoscimento del mio servizio ultradecennale nel Paese.”<br />L’onorificenza “Pro Ecclesia Et Pontifice” venne istituita nel 1888 per celebrare il Giubileo d'Oro Sacerdotale di Papa Leone XIII. Viene assegnata in riconoscimento del servizio reso alla Chiesa e al Papato. <br />Thu, 18 Apr 2024 11:48:59 +0200AFRICA/GHANA - Le donne cattoliche della diocesi di Navrongo-Bolgatanga portano doni ai rifugiati di Tarikom in occasione dell'Eid-ul-Fitrhttps://www.fides.org/it/news/74917-AFRICA_GHANA_Le_donne_cattoliche_della_diocesi_di_Navrongo_Bolgatanga_portano_doni_ai_rifugiati_di_Tarikom_in_occasione_dell_Eid_ul_Fitrhttps://www.fides.org/it/news/74917-AFRICA_GHANA_Le_donne_cattoliche_della_diocesi_di_Navrongo_Bolgatanga_portano_doni_ai_rifugiati_di_Tarikom_in_occasione_dell_Eid_ul_FitrAccra - Il Consiglio nazionale delle donne cattoliche, in collaborazione con il Consiglio diocesano delle donne cattoliche di Navrongo-Bolgatanga, ha donato cibo e altri articoli ai richiedenti asilo a Tarikom, nel centro di accoglienza e reinsediamento per rifugiati nel distretto occidentale di Bawku, nella regione dell'Upper East.<br />La donazione, che ha coinciso con la celebrazione dell'Eid-ul-Fitr, rientra nelle attività e nella missione delle donne cattoliche per aiutare gli sfollat, in particolare donne e bambini, a vivere una vita dignitosa.<br />Le offerte consistevano in sacchi di riso, mais, miglio, arachidi, di olio da cucina, verdure e altri alimenti di produzione locale oltre a prodotti per l’igiene personale e collettiva, calzature e vestiario.<br />Attualmente, circa 1.129 richiedenti asilo sono ospitati presso il centro di Tarikom fuggiti dal confinante Burkina Faso a causa delle attività di estremisti violenti, che hanno costretto molti a cercare rifugio in Ghana. La maggior parte di loro sono donne e bambini.<br />Il Consiglio delle donne cattoliche comprende rappresentanti dei vari gruppi di donne nella Chiesa cattolica che lavorano per sostenere, responsabilizzare ed educare le donne cattoliche alla spiritualità, alla leadership e al servizio e fornire sollievo alle persone vulnerabili nella società.<br />“La maggior parte dei richiedenti asilo erano musulmani ed è stato piacevole per il Consiglio diocesano delle donne cattoliche celebrare l'Eid-ul-Fitr con loro” ha detto la sua responsabile, Cecilia Asobayire<br />“Sappiamo che sono davvero traumatizzati perché hanno lasciato le loro case con la forza e alcuni di loro sono separati da parenti stretti e non sanno nemmeno quando e dove potranno ritrovarli. Quindi, noi del Consiglio delle donne cattoliche speriamo di portare loro un po' di gioia e pace interiore in modo che sappiano che non sono sole."<br />Dame Asobayire ha insistito sul ruolo delle donne, come madri e mogli, nel promuovere la cultura della pace: "Dobbiamo parlare alle nostre compagne, parlare ai nostri figli in modo che non permettano alle persone di usarli per perpetuare la violenza”.<br />A febbraio si era recato in visita al centro di accoglienza di Tarikom, il Nunzio Apostolico in Ghana, Mons. Henryk Mieczyslaw Jagodzinski a testimonianza dell’attenzione della Chiesa per questo dramma spesso dimenticato. <br />Thu, 18 Apr 2024 10:41:14 +0200ASIA/PAKISTAN - Un avvocato cattolico eletto nel Senato del Punjab è ministro per i diritti umanihttps://www.fides.org/it/news/74916-ASIA_PAKISTAN_Un_avvocato_cattolico_eletto_nel_Senato_del_Punjab_e_ministro_per_i_diritti_umanihttps://www.fides.org/it/news/74916-ASIA_PAKISTAN_Un_avvocato_cattolico_eletto_nel_Senato_del_Punjab_e_ministro_per_i_diritti_umaniLahore - L'avvocato cattolico Khalil Tahir Sindhu è il ministro per i diritti umani nel governo della provincia del Punjab pakistano, territorio che costituisce il cuore economico, sociale culturale della nazione e dove vive e risiede la maggioranza dei cristiani del Pakistan. Accanto a lui, nel governo provinciale guidato dalla primo ministro Maryam Nawaz, vi è Sardar Ramesh Singh Arora, rappresentante di religione sikh, che è ministro per le minoranze, il primo di quella comunità religiosa ad occupare una tale posizione. <br />L'avvocato Sindhu, che da anni ha unito l'attività forense all'impegno politico attivo, era rappresentante cristiano nelle liste della Lega musulmana del Pakistan-Nawaz nelle elezioni generali dell'8 febbraio scorso e candidato al seggio riservato alle minoranze nel Senato del Punjab. Nel voto in Senato, ha ottenuto 253 voti, cinque in più rispetto alla somma dei voti dei membri della coalizione di governo. Persona di grande levatura culturale, morale e spirituale, gode di stima in tutti i partiti presenti in Parlamento, anche tra formazioni di ideologia islamica. Nella scorsa legislatura ha svolto il ruolo di ministro degli affari parlamentari nell'Assemblea del Punjab e ha coltivato buone relazioni con membri dell'attuale opposizione. Era già stato, inoltre, Ministro provinciale per i Diritti umani e le minoranze, e Ministro della sanità nel governo provinciale del Punjab nel 2013.<br />Sindhu, 57enne, originario di Faisalabad, è un avvocato che si è molto impegnato per la difesa dei diritti delle minoranze cristiane e che ha difeso con successo numerosi casi di blasfemia, ottenendo "oltre 40 associazioni di vittime cristiane della legge di blasfemia”, ricorda a Fides.<br />In uno degli ultimi casi, Sindhu è stato membro del collegio difensivo che ha portato avanti il processo di appello per Shagufta Kausar e Shafqat Emmanuel, la coppia di coniugi cristiani accusati di blasfemia nel luglio 2013. Dopo un verdetto di condanna a morte in primo grado, la sentenza davanti alla Corte di Appello di Lahore nel 2021 li ha rimessi in libertà.<br />Sindhu ha partecipato anche al noto processo che ha portato alla liberazione di Asia Bibi, la donna pakistana condannata a morte nel 2010 e poi assolta in terzo grado, davanti alla Corte Suprema nel 2018.<br />Dal 2008 si è coinvolto nell'attività politica diretta. "Lavoro per una vittoria della giustizia e per la libertà e la dignità di tutti. Porto avanti questa missione nel nome di Cristo. Credo sempre nell'aiuto di Dio in ogni attività, anche nella politica o in un processo in tribunale", afferma. Nella comunità cristiana è conosciuto come persona di fede e di buona volontà che, in gioventù, è stato compagno di studi del compianto ministro cattolico Shahbaz Bhatti assassinato da terroristi nel 2011.<br />Come rilevato da Fides, nei mesi scorsi un altro politico cattolico, Anthony Naveed, è stato eletto vicepresidente dell'Assemblea del Sindh, provincia del Pakistan meridionale.<br /> Wed, 17 Apr 2024 11:45:52 +0200ASIA/CINA - A Lanniquing la parrocchia del gruppo etnico Yi rende omaggio al missionario francese Paul Vial nel centenario della sua rifondazionehttps://www.fides.org/it/news/74915-ASIA_CINA_A_Lanniquing_la_parrocchia_del_gruppo_etnico_Yi_rende_omaggio_al_missionario_francese_Paul_Vial_nel_centenario_della_sua_rifondazionehttps://www.fides.org/it/news/74915-ASIA_CINA_A_Lanniquing_la_parrocchia_del_gruppo_etnico_Yi_rende_omaggio_al_missionario_francese_Paul_Vial_nel_centenario_della_sua_rifondazioneKunming – Oltre 500 cattolici, appartenenti per la maggior parte a gruppi etnici minoritari provenienti dalla provincia dello Yunnan hanno celebrato 100 anni della fondazione della parrocchia di Nostra Signora di Lourdes di Lanniqing, i cui membri appartengono all’etnia Yi. Alle celebrazioni, avvenute la scorsa settimana, hanno preso parte cattolici appartenenti a diverse etnie . La festa del centenario della parrocchia ha offerto a tutti l’occasione di manifestare pubblicamente anche la gratitudine dell’intera comunità verso padre Paul Vial , missionario francese delle Missions Etrangères de Paris. <br />Le province cinesi sud-occidentali, dove hanno svolto la loro opera i missionari delle Missions Etrangères de Paris, sono caratterizzate da una forte presenza di gruppi etnici minoritari, dotati di proprie lingue e di proprie forme di scrittura.<br />Padre Vial, conosciuto in Cina con il nome cinese di Deng Mingde, è stato uno dei primi missionari MEP a operare nello Yunnan, e ha dedicato la sua vita a annunciare il Vangelo nella regione Yi. Dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1879, partì per lo Yunnan e fu il primo straniero a compiere studi sugli Yi, Per tali contributi scientifici fu anche insignito di titoli accademici in Francia. <br />La prima chiesetta di Lanniquing fu costruita nel 1893 su impulso di padre Vial, ma le sue piccole dimensioni divennero presto insufficienti per soddisfare le esigenze pastorali della comunità locale. Infine, su iniziativa di padre Bi Jingxing, primo sacerdote Atsi la chiesa fu ricostruita nel 1924. Oggi, cento anni dopo, la comunità Atsi conta 8 sacerdoti. <br />Negli ultimi 100 anni, la chiesa di Nostra Signora di Lourdes di Lanniqing è stata messa alla prova da vicissitudini. La comunità cattolica locale si è sempre affidata alla grazia di Dio e alla intercessione di Maria Immacolata, chiedendo che la Chiesa potesse continuare a rendere testimonianza al nome di Cristo tra le popolazioni locali, anche attraverso le opere di carità. La comunità ha partecipato attivamente a iniziative di beneficenza e di servizio sociale raccogliendo fondi anche per sostenere progetti a favore di popolazioni colpite da calamità naturali.<br /> <br />Wed, 17 Apr 2024 10:37:23 +0200AFRICA/CONGO RD - "Insicurezza endemica: dov’è lo Stato congolese?” chiedono i Vescovi della della provincia episcopale di Bukavuhttps://www.fides.org/it/news/74914-AFRICA_CONGO_RD_Insicurezza_endemica_dov_e_lo_Stato_congolese_chiedono_i_Vescovi_della_della_provincia_episcopale_di_Bukavuhttps://www.fides.org/it/news/74914-AFRICA_CONGO_RD_Insicurezza_endemica_dov_e_lo_Stato_congolese_chiedono_i_Vescovi_della_della_provincia_episcopale_di_BukavuKinshasa – “L'insicurezza è divenuta endemica” affermano i Vescovi della provincia episcopale di Bukavu al termine della loro assemblea tenutasi a dall'8 al 14 aprile a Butembo .<br />“L'insicurezza è divenuta endemica con il suo corteo di omicidi anche in pieno giorno, l'accerchiamento della città di Goma da parte dell'M23 sostenuto dal Ruanda e la paralisi dell’economia attraverso una strategia di isolamento e soffocamento dei centri grandi e piccoli” affermano i Presuli, che sottolineano anche l'abbandono da parte dell'esercito congolese delle sue postazioni e della sua logistica ai ribelli. <br />A Goma il capoluogo del Nord Kivu, la situazione della sicurezza si degrada non solo per la pressione esterna dei miliziani dell’M23 ma pure per le violenze commesse da chi dovrebbe difendere i civili. Nelle ultime settimane le Forze Armate della RDC sono state regolarmente accusate di omicidi o rapine. La polizia ha arrestato tre soldati e due “wazalendo” , miliziani, alleati dell’esercito regolare, per l’omicidio di tre persone nel corso di una rapina in strada in pieno giorno commessa il 10 aprile. <br />I Vescovi deplorano inoltre “nella regione di Beni la chiusura parziale o totale di alcune parrocchie a seguito dell'insicurezza causata dagli islamisti dell'ADF . “Deploriamo inoltre l'emergere del contrabbando da parte dei ladri di cacao in un momento in cui il prezzo dell'oro bianco aumenta alla Borsa di Londra”. <br />"Tutto questo accade perché lo Stato congolese è morto e noi governati siamo abbandonati al nostro triste destino e non vediamo alcun segno che i leader di oggi pensino al benessere dei governati nel prossimo futuro" affermano i Vescovi<br />"Nonostante lo svolgimento delle elezioni, lo Stato congolese rimane debole e inefficace. C'è motivo di chiedersi se questo comportamento non contribuisca al piano di balcanizzazione, allo smembramento della Repubblica Democratica del Congo mentre il popolo si è già detto categoricamente contrario," si preoccupano. <br />“Per affrontare queste sfide, chiedono al Capo dello Stato di istituire rapidamente un governo composto da persone competenti e oneste. Spetta a chi detiene il potere smettere di gestire il Paese come un patrimonio privato e non considerare più la resilienza del nostro popolo come una debolezza ma come il rifiuto di subire una morte ingiusta e pianificata”.<br />Quanto alla comunità internazionale, i prelati cattolici denunciano la sua politica di "doppi standard" nella gestione delle questioni politiche congolesi. Invitano la comunità internazionale a “capire una volta per tutte che la RDC non è né in vendita né in uno stato di sfruttamento anarchico”. <br />Wed, 17 Apr 2024 10:00:31 +0200EUROPA/ROMANIA - I partecipanti alla Conferenza dell’Infanzia missionaria d’Europa incontrano e ringraziano i bambini missionari di etnia Romhttps://www.fides.org/it/news/74913-EUROPA_ROMANIA_I_partecipanti_alla_Conferenza_dell_Infanzia_missionaria_d_Europa_incontrano_e_ringraziano_i_bambini_missionari_di_etnia_Romhttps://www.fides.org/it/news/74913-EUROPA_ROMANIA_I_partecipanti_alla_Conferenza_dell_Infanzia_missionaria_d_Europa_incontrano_e_ringraziano_i_bambini_missionari_di_etnia_RomBucarest – Quarantatré delegati provenienti da 25 Paesi europei hanno preso parte alla Conferenza dell’Infanzia Missionaria d’Europa svoltasi in Romania, iniziata il 7 aprile a Bucarest e conclusasi il 13 aprile, con una ultima tappa a Blaj. Ospitato dal monastero dei Padri carmelitani scalzi di Snagov, vicino a Bucarest, l’incontro ha offerto ai partecipanti l’opportunità di condividere le proprie esperienze, di approfondire il tema della Conferenza - centrata sulla cooperazione missionaria - e di conoscere in modo diretto l’attività dell’Infanzia missionaria in Romania. All’evento ha partecipato anche suor Roberta Tremarelli, segretaria generale dell’Opera della santa infanzia a Roma.<br />“E’ stata un’esperienza molto interessante e ricca, dalla quale tutti hanno avuto da imparare. Per esempio, abbiamo visto che in alcuni Paesi si parla dell’infanzia missionaria a scuola, i bambini conoscono le Pontificie Opere Missionarie dai manuali di istruzione religiosa, e queste sono iniziative molto belle che vorremmo proporre e svolgere anche in Romania”, ha dichiarato don Eugen Blaj, direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Romania. <br /><br />I partecipanti all’incontro hanno ricevuto anche la visita dell’Arcivescovo metropolita di Bucarest, mons. Aurel Percă, il quale ha celebrato la messa, martedì 9 aprile, nella chiesa del monastero. L'Arcivescovo ha ringraziato tutti per l’impegno e ha incoraggiato tutti nella loro missione. La messa è stata animata da un gruppo di bambini romeni missionari, venuti da diverse parrocchie di Bucarest. Alcuni di loro, come ha ricordato suor Roberta, fanno parte dell’Infanzia missionaria sin dall’inizio di quest’Opera pontificia in Romania. Nella stessa sera, dopo la cena, i piccoli missionari hanno presentato un breve programma di canti e hanno dialogato con Suor Roberta e gli altri partecipanti. Il giorno dopo, il gesuita romeno Marius Taloș ha presentato una intensa riflessione sulla cooperazione, con la quale si è anche conclusa la prima parte dell’incontro della CEME. <br />Nella seconda parte i partecipanti hanno avuto l’opportunità di vedere alcune realtà della Chiesa locale e di visitare diversi luoghi culturalmente e ecclesialmente rilevanti del Paese e anche la Nunziatura apostolica di Bucarest, dove sono stati accolti da mons. Tuomo T. Vimpari, consigliere di nunziatura. Tra i luoghi visitati dai delegati figurano anche le tre cattedrali della capitale romena: quella ortodossa, quella cattolica di rito latino e quella greco-cattolica, la più piccola del mondo. <br /><br />Nei giorni successivi, i partecipanti alla Conferenza dell’infanzia missionaria in Europa hanno visitato la città di Sinaia e il santuario mariano di Sumuleu-Ciuc, dove Papa Francesco ha celebrato la messa durante la sua visita in Romania, nel 2019; L’itinerario è proseguito con la visita all’Università statale di Alba Iulia e alla comunità greco-cattolica di Barbu Lăutaru, piccolo quartiere della città di Blaj, nella zona centrale della Romania, dove hanno incontrato un gruppo di bambini missionari di etnia rom. <br />Nell’ultimo giorno della loro permanenza in terra romena, i partecipanti all’incontro hanno partecipato alla messa nella cattedrale greco-cattolica di Blaj, celebrata in rito bizantino dal vescovo ausiliare Cristian Crișan. La messa è stata animata da bambini missionari rom. Il vescovo Crișan ha trasmesso a tutti il saluto e la benedizione del cardinale Lucian Mureșan, capo della Chiesa greco-cattolica romena, e ha pregato perché “la vostra attività di missionari nel nome del Signore Gesù e di laici impegnati a servire la Chiesa e Dio, possa essere credibile e portare frutto in abbondanza”.<br />Nella giornata conclusiva della CEME i presenti hanno deciso che il prossimo incontro si terrà in Slovacchia, nel 2026. <br />Wed, 17 Apr 2024 18:36:10 +0200ASIA/LIBANO- Si vogliono riattizzare i conflitti settari in un Paese segnato dalla crisi economica e dalla guerra mediorientale?https://www.fides.org/it/news/74911-ASIA_LIBANO_Si_vogliono_riattizzare_i_conflitti_settari_in_un_Paese_segnato_dalla_crisi_economica_e_dalla_guerra_mediorientalehttps://www.fides.org/it/news/74911-ASIA_LIBANO_Si_vogliono_riattizzare_i_conflitti_settari_in_un_Paese_segnato_dalla_crisi_economica_e_dalla_guerra_mediorientaleBeirut – Esiste un tentativo di destabilizzare il Libano, riattizzando conflitti settari? È quanto ci si chiede nel Paese dei Cedri dopo alcuni fatti di cronaca che hanno alzato la tensione locale mentre tutta la regione mediorientale è segnata dal conflitto a Gaza e dal lancio di centinaia di ordigni verso Israele da parte dell’Iran e dei suoi alleati regionali.<br />L’uccisione di Pascal Sleiman, coordinatore a Jbeil delle Forze Libanesi, è stato attribuito a una “gang siriana” di ladri di automobili .<br />Durante l'interrogatorio, i rapitori hanno affermato di aver agito per rubare l'auto di Sleiman. Tuttavia, le loro confessioni sono state subito ritenute false, poiché hanno abbandonato il veicolo e trasportato il corpo di Sleiman in Siria dopo che era morto a causa delle ferite riportate. Secondo i media siriani, questi ultimi hanno attraversato il confine siriano attraverso valichi non autorizzati, entrando in un'area controllata da Hezbollah. Questi eventi hanno sollevato numerose domande sulle motivazioni dell'operazione e sui suoi sponsor.<br />Si teme che gli eventuali ignoti sponsor dell’operazione abbiano voluto da un lato, avviare una guerra tra cristiani e musulmani accusando potenti forze locali di essere dietro il crimine e, dall’altro, seminare discordia tra cristiani e siriani. Ricordiamo che il Libano accoglie circa 1 milione e mezzo di rifugiati siriani in fuga dalla guerra civile scoppiata nel loro Paese nel 2011. Una presenza non sempre ben vista dalla popolazione libanese, piagata dalla crisi economico-finanziaria.<br />Sempre il 9 aprile, Mohammad Ibrahim Srour, un cambiavalute libanese, sanzionato dalle autorità statunitensi con l’accusa di aver trasferito fondi ad Hamas per conto dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran, è stato ritrovato morto in una villa nel villaggio di Beit Meri ad est di Beirut. Secondo la sua famiglia, Srour era scomparso da una settimana prima che il suo cadavere fosse ritrovato colpito da diversi proiettili e con segni di tortura. Le autorità libanesi accusano il Mossad, il servizio segreto israeliano, del crimine, che sarebbe stato materialmente commesso da agenti mercenari siriani e libanesi.<br />A tutto questo si aggiungono una serie di attacchi contro la sede del Partito social nazionalista siriano a Jdita, nella regione della Bekaa. I colpevoli hanno lasciato sulla scena una bandiera della Forze Libanesi, alimentando così le tensioni ed esacerbando le divisioni settarie, alimentate sui social network da schiere di troll e di provocatori. <br /><br />Tue, 16 Apr 2024 11:58:14 +0200ASIA/INDIA - "No" alla polarizzazione religiosa alla vigilia delle elezioni: religiosi e laici cattolici rifiutano il film sulla "love jihad"https://www.fides.org/it/news/74910-ASIA_INDIA_No_alla_polarizzazione_religiosa_alla_vigilia_delle_elezioni_religiosi_e_laici_cattolici_rifiutano_il_film_sulla_love_jihadhttps://www.fides.org/it/news/74910-ASIA_INDIA_No_alla_polarizzazione_religiosa_alla_vigilia_delle_elezioni_religiosi_e_laici_cattolici_rifiutano_il_film_sulla_love_jihadNuova Delhi - La nazione indiana, che inizia la maratona elettorale il 19 aprile - un lungo processo in sette tappe per l'elezione del Parlamento federale, che si concluderà il primo giugno - non ha bisogno di eventi o azioni culturali, sociali e politiche che aumentano le tensioni interreligiose: per questo un gruppo di sacerdoti, religiosi e laici indiani ha contestato la proiezione del film intitolato “The Kerala Story”, incentrato sulla cosiddetta questione della "love jihad". L'espressione si riferisce alla presunta pratica - secondo alcuni diffusa e appositamente congegnata - di donne del Kerala ingannate da uomini musulmani. Il film racconta presunte storie di donne convertite e costrette perfino a unirsi all'Isis.<br />Un gruppo di cattolici deplora la diffusione del film scrivendo: "Il film è chiaramente un film di propaganda creato per promuovere la narrazione dell’Hindutva che sta cercando di distruggere la natura secolare del nostro paese”, polarizzando la nazione e innescando tensioni tra le comunità religiose. <br />"Il film - si afferma - è pieno di bugie, inesattezze sui fatti e mezze verità; al punto che il regista del film ha ammesso pubblicamente la menzogna e ha dovuto correggere le cifre fornite come quella di 32.000 ragazze rapite e convertite a sole tre", spiega il messaggio condiviso con Fides da p. Joseph Victor Edwin SJ, firmatario del testo, Direttore del "Vidyajyoti Institute of Islamic Studies" di Delhi, dove insegna relazioni islamo-cristiane. "Ancora più importante, questo è un film che va contro gli insegnamenti della Chiesa e contro la persona e il messaggio di Gesù", afferma il gruppo, notando la responsabilità di promuovere pace e armonia in India, e ricordando l'invito di Papa Francesco a promuovere il rispetto per la diversità e la pace.<br />Il film è stato trasmesso da un'emittente nazionale, suscitando un acceso dibattito. Il movimento giovanile cattolico del Kerala nella diocesi di Thamarassery ha deciso di proiettarlo, come ha fatto anche la diocesi cattolica di Idukki. Il partito del Congresso e il Partito Comunista dell'India al governo in Kerala hanno rimarcato che la proiezione "avrebbe esacerbato le tensioni comunitarie” in vista delle elezioni", alimentando la “macchina di propaganda” del "Bharatiya Janata party", che guida il governo federale, con il leader Narendra Modi. .<br />Secondo il gruppo di religiosi cattolici che la contesta, la pellicola “semina odio, intolleranza e pregiudizio, invece di diffondere pace, compassione e l'accettazione, che sono i valori fondamentali del cristianesimo”. La proiezione del film, si osserva, instilla “emozioni negative e atteggiamenti discriminatori nei confronti di persone di altre fedi” e non insegna agli spettatori, tanto più se ragazzi , l’amore e il rispetto per tutte le religioni e culture. “Tali azioni possono avere effetti negativi sulle generazioni future, in particolare nell’attuale contesto politico in cui l’odio viene utilizzato come arma per minare la società indiana”, si afferma, invitando per questo le comunità cattoliche a "non favorire il conflitto", bensì " fare tutto il possibile per promuovere dialogo interreligioso, riconciliazione, fraternità, armonia e pace, ricordando che è in gioco il futuro del Paese".<br />Secondo la teoria della "Love jihad", uomini musulmani indiani prendono di mira donne indù e cristiane per convertirle all'Islam con la seduzione, fingendo amore, ingannandole per poi rapirle, sposarle e convertirle all'islam, come parte di una più ampia “guerra demografica" dei musulmani in India. E' una campagna che la Chiesa indiana ha sempre deplorato e rifiutato. <br /> Tue, 16 Apr 2024 11:52:34 +0200AFRICA/TOGO - Rimane alta la tensione per la riforma della Costituzione approvata dal parlamento a fine mandatohttps://www.fides.org/it/news/74909-AFRICA_TOGO_Rimane_alta_la_tensione_per_la_riforma_della_Costituzione_approvata_dal_parlamento_a_fine_mandatohttps://www.fides.org/it/news/74909-AFRICA_TOGO_Rimane_alta_la_tensione_per_la_riforma_della_Costituzione_approvata_dal_parlamento_a_fine_mandatoLomé –Rimane alta la tensione in Togo dove i partiti di opposizione si sono uniti per contrastare la nuova Costituzione approvata dall’Assemblea Nazionale il 25 marzo, il cui testo è stato redatto in segreto. La nuova Carta prevede il passaggio da un regime presidenziale ad uno parlamentare, con il Presidente non più eletto dal popolo ma dall’Assemblea Nazionale, e la creazione della carica di Primo Ministro incaricato della gestione del governo.<br />Il testo è stato approvato da un parlamento alla fine del suo mandato e dominato dall’Union pour la République , il partito del Presidente Faure Gnassingbé, al potere dal 2005 quando è succeduto al padre, Gnassingbé Eyadéma. Le opposizioni infatti avevano boicottato le elezioni parlamentari del 2018 per protestare contro un potere che da decenni domina il Paese, tramandandosi dal padre al figlio. Non sarà però così per il voto di quest’anno per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale che doveva tenersi il 20 aprile, ma Gnassingbé lo ha rinviato a seguito delle manifestazioni di protesta che continuano ad essere indette nel Paese nonostante siano state vietate dalle autorità. In particolare l’opposizione aveva indetto tre giorni di proteste dall’11 al 13 aprile che sono però state interdette.<br />Le elezioni dovrebbero tenersi, salvo nuovi rinvii, il 29 aprile. <br />L’opposizione e vasti settori della società civile contestano le modalità della riforma costituzionale e i suoi contenuti. In particolare si teme che i cambiamenti posti in essere, soprattutto le modalità per eleggere il Capo dello Stato, siano volti a perpetuare al potere di Faure Gnassingbé. Nel loro comunicato pubblicato il 26 marzo, i vescovi del Togo hanno messo in dubbio “l’opportunità o meno di apportare questa modifica; se il tempismo fosse appropriato o meno; la procedura adottata. Ci sembra importante spiegare al popolo, e non solo ai suoi rappresentanti nell'Assemblea nazionale, le ragioni di tale modifica. I vescovi sottolineano inoltre che essendo l’Assemblea nazionale, al termine del suo mandato, "dovrebbe occuparsi solo delle questioni urgenti e di attualità, in attesa dei risultati delle elezioni che si terranno il 20 aprile e dell'insediamento dei nuovi eletti”.<br />I vescovi auspicano che un “tema così importante, che cambierà profondamente la vita politica del nostro Paese” sia oggetto di “un'ampia consultazione e di un dibattito nazionale più inclusivo”.<br />La Conferenza Episcopale togolese esorta infine “il Capo dello Stato a rinviare la promulgazione della nuova Costituzione e ad avviare un dialogo politico inclusivo, dopo i risultati delle prossime elezioni legislative e regionali”.<br />Ieri, 15 aprile, si è recata in Togo una delegazione della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale al fine, afferma un comunicato, di "interagire con le principali parti interessate sugli ultimi sviluppi nel Paese in vista delle elezioni legislative e regionali del 29 aprile 2024". <br />Tue, 16 Apr 2024 11:17:24 +0200OCEANIA/AUSTRALIA - Sydney, non è a rischio vita il Vescovo accoltellato in chiesa. Scontri tra i suoi parrocchiani e la poliziahttps://www.fides.org/it/news/74907-OCEANIA_AUSTRALIA_Sydney_non_e_a_rischio_vita_il_Vescovo_accoltellato_in_chiesa_Scontri_tra_i_suoi_parrocchiani_e_la_poliziahttps://www.fides.org/it/news/74907-OCEANIA_AUSTRALIA_Sydney_non_e_a_rischio_vita_il_Vescovo_accoltellato_in_chiesa_Scontri_tra_i_suoi_parrocchiani_e_la_poliziaSydney – Non corrono rischi per la vita il Vescovo Mar Emmanuel e cristiani di rito orientale - compreso un sacerdote – rimasti feriti per l’aggressione a colpi di coltello perpetrata da un giovane sedicenne la sera di lunedì 15 aprile nella chiesa di Cristo Buon Pastore a Sydney. L’aggressione è avvenuta mentre il Vescovo stava pronunciando un sermone, trasmesso anche via streaming. Video circolanti nelle reti sociali e ritrasmessi anche da reti televisive mostrano il giovane che si scaglia contro il Vescovo e sferra contro di lui diverse coltellate, prima di essere fermato dai parrocchiani, alcuni dei quali sono rimasti a loro volta feriti dai colpi sferrati dall’aggressore. <br />Dopo l’aggressione, il Vescovo e i feriti sono stati soccorsi e portati in ospedale per le cure. L’aggressore, dapprima trattenuto all'interno della chiesa, è stato poi trasferito presso una stazione di polizia e arrestato. <br /><br />Mar Emmanuel, ordinato Vescovo nella Antica Chiesa d’Oriente, nel 2015 era stato scomunicato da quella compagine ecclesiale e aveva dato vita a una comunità indipendente. Il Vescovo è conosciuto per le sue prediche infervorate e a tratti polemiche su questioni sociali e morali controverse. <br />Dopo l'attacco, intorno al luogo dell’aggressione è cresciuta la tensione e centinaia di fedeli seguaci del Vescovo sono accorsi nell’area della chiesa si sono scontrati con gli agenti della polizia antisommossa sopraggiunti. Scontri e disordini sono durati alcune ore. Circa 30 persone sono rimaste contuse e lievemente ferite. Venti auto della polizia sono rimaste danneggiate e diversi agenti sono dovuti ricorrere alle cure mediche in ospedale.<br /><br />La polizia australiana – riferiscono agenzie internazionali - ha definito l'aggressione al Vescovo e ai parrocchiani come "atto terroristico" compiuto “per motivi religiose”. Mike Burgess, direttore dell’intelligence australiana, ha chiarito che al momento l’atto violento appare come una iniziativa individuale, aggiungendo che le indagini sono ancora aperte, e che in ogni caso non vi è urgenza di aumentare il livello della attenzione riguardo a possibili minacce terroristiche nel Paese. Agenzia Fides 16/4/2924)<br /><br />Tue, 16 Apr 2024 10:42:53 +0200ASIA/TERRA SANTA - Fermare ogni vendettahttps://www.fides.org/it/news/74906-ASIA_TERRA_SANTA_Fermare_ogni_vendettahttps://www.fides.org/it/news/74906-ASIA_TERRA_SANTA_Fermare_ogni_vendettadi padre Ibrahim Faltas ofm*<br /><br />Gerusalemme Sono quasi sette mesi che la Terra Santa vive la guerra. Uso il verbo vivere, anche se la guerra vuol dire morte, sofferenza e distruzione. Si tratta di un modo di vivere, anzi di un obbligo a vivere il male della guerra, a cui nessun essere umano può abituarsi. <br />Stiamo contando più di 120mila fra morti e feriti a Gaza. Circa due milioni di persone "vivono" la sofferenza della mancanza di tutto. Sono esseri umani che nel 2024 "vivono" la carestia, la mancanza di cure, la mancanza di dignità. <br />Anche la notte fra sabato e domenica è stata una notte di paura e di disperazione per la Terra Santa. È stato un attacco purtroppo atteso, e ha portato ancora una volta i suoni e le luci della violenza sulla Terra Santa.<br />Ogni popolo ha diritto a vivere in sicurezza e, in questo continuo gioco di forza e di potere, sono i più indifesi a subire le conseguenze tragiche della guerra. <br />La notte tra sabato e domenica, chi ha potuto avere la forza di sperare? <br />La paura e la disperazione non fanno dormire, oscurano il futuro. I bambini in particolare sono spaventati e non capiscono il gioco assurdo e sconsiderato degli adulti. <br />Papa Francesco, dopo il Regina Caeli di domenica 14 aprile, ieri ha chiesto, con voce provata ma determinata, di fermare la guerra e di favorire al più presto la soluzione dei due Stati a cui entrambi i popoli, israeliani e palestinesi, hanno diritto per avere una vita sicura e dignitosa.<br />Cerco di capire le ragioni dell'una e dell'altra parte. Non sempre ci riesco. Non posso giustificare il continuo uso della violenza e l'odio che distrugge la vita di innocenti. <br />Il conflitto si sta allargando, sta assumendo aspetti sempre più distruttivi, si usano mezzi e strumenti di morte con tecnologie sempre più avanzate. <br />Da anni la comunità internazionale è sorda alla necessità e alla possibilità di fermare ogni azione di guerra in questo martoriato Medio Oriente. Decisioni prese non sono state messe in atto, e non è stata verificata e realizzata la loro esecuzione. Negli anni ci sono stati incontri, accordi e tavoli di mediazione.<br /> Papa Francesco ha fatto ogni possibile passo per spingere le parti ad incontrarsi per raggiungere la pace. Insieme a lui i bambini, gli innocenti e gli indifesi chiedono la pace e chiedono agli adulti irresponsabili di fermarsi, perché la guerra si è già allargata su più fronti con la sua violenza. <br />Fermarsi ora significa fermare ogni vendetta, ogni azione distruttiva che colpisce soprattutto chi non ha colpa. <br />Uniamoci all'appello di Papa Francesco a mettere in atto un immediato cessate il fuoco, e procedere nel definire e realizzare la soluzione dei due Stati. <br />Uniamoci nella preghiera. Il Signore ascolti la supplica di pace implorata da Papa Francesco, dai bambini e da chi è testimone credibile della pace. Chiediamo, imploriamo, gridiamo cercando la pace, senza stancarci e senza abituarci al male della guerra. <br />*Vicario della Custodia di Terra Santa<br />Tue, 16 Apr 2024 17:17:29 +0200AFRICA/MALAWI - Arrestato un uomo per l’aggressione a una suora cattolica; i vescovi “no all’intolleranza religiosa”https://www.fides.org/it/news/74904-AFRICA_MALAWI_Arrestato_un_uomo_per_l_aggressione_a_una_suora_cattolica_i_vescovi_no_all_intolleranza_religiosahttps://www.fides.org/it/news/74904-AFRICA_MALAWI_Arrestato_un_uomo_per_l_aggressione_a_una_suora_cattolica_i_vescovi_no_all_intolleranza_religiosaLilongwe – Un uomo con problemi psichiatrici è stato arrestato dalla polizia di Blantyre in relazione alla violenza commessa contro una suora cattolica a Zomba. Secondo la polizia la persona arrestata è un paziente dell'ospedale psichiatrico Zomba.<br />Il giorno in cui avrebbe aggredito la suora, il sospettato avrebbe anche disturbato le celebrazioni dell'Eid al Fitr, il giorno di festa che conclude il Ramadan, che si teneva allo stadio Kamuzu di Blantyre.<br />In una nota la Conferenza Episcopale del Malawi aveva denunciato che la mattina dell’11 aprile a Zomba una suora cattolica era stata rapita da sconosciuti che le avevano offerto un passaggio sulla loro automobile. La religiosa è stata però aggredita e torturata dagli occupanti dell’auto. “Gli aggressori hanno detto alla suora che la violenza era dovuta al fatto che non aderivano alla sua fede e alla sua identità religiosa e hanno dimostrato la loro intolleranza rimuovendo con la forza e gettando dal finestrino dell'auto il Rosario e la Croce che indossava, lasciandola così ferita, impotente e traumatizzata” afferma la nota.<br />“Nella nostra recente Lettera pastorale, La triste storia del Malawi, abbiamo messo in guardia i malawiani dallo sviluppo di tendenze che dimostrino intolleranza religiosa” ricordano i vescovi. “Ogni malawiano amante della pace sa che la Legge Suprema della nostra Nazione, che è la nostra Costituzione, prevede la libertà di culto e quindi ogni cittadino ha il diritto di appartenere a qualsiasi gruppo religioso di sua scelta e non può quindi essergli impedito di praticarlo e anzi, manifestare la religione di sua scelta ovunque nel Paese”.<br />“Ci auguriamo tuttavia che, poiché questa particolare questione è stata lasciata nelle mani delle forze dell'ordine, indagheranno diligentemente su questo orribile attacco alla suora cattolica e su altri casi simili, in modo che sia fatta giustizia e che queste degenerate tendenze odiose delle intolleranze religiose siano ridotto e risolto una volta per tutte” afferma la Conferenza Episcopale. <br />Mon, 15 Apr 2024 11:52:02 +0200ASIA/TERRA SANTA - Padre Bouwen: dopo l’attacco iraniano, sviluppi imprevedibili. Serve una «Conferenza di pace»https://www.fides.org/it/news/74903-ASIA_TERRA_SANTA_Padre_Bouwen_dopo_l_attacco_iraniano_sviluppi_imprevedibili_Serve_una_Conferenza_di_pacehttps://www.fides.org/it/news/74903-ASIA_TERRA_SANTA_Padre_Bouwen_dopo_l_attacco_iraniano_sviluppi_imprevedibili_Serve_una_Conferenza_di_pacedi Gianni Valente <br />Gerusalemme - «Dalla nuova esplosione di violenza in Israele-Palestina del 7 ottobre 2023, la regione è stata travolta da una serie di eventi tragici che sembrano sfuggire all'analisi razionale».<br />Padre Frans Bouwen, sacerdote belga dei Missionari d'Africa , vive a Gerusalemme da più di 50 anni. Impegnato nel dialogo ecumenico, ha diretto per 46 anni, dal 1969 al 2015, la prestigiosa rivista Proche Orient Chrétien. Anche per questo padre Bouwen è avvezzo a analizzare con lucido realismo anche le emergenze e le convulsioni che attraversano lo scenario geo-politico mediorientale. Ma adesso - sottolinea il missionario dei «Padri Bianchi», interpellato dall’Agenzia Fides - «I calcoli e le ragioni alla base delle azioni o delle chiusure appaiono per lo più emotivi, addirittura passionali. Di conseguenza, è praticamente impossibile prevedere cosa accadrà dopo la preoccupante accelerazione dell'attacco iraniano nella notte tra sabato 13 e domenica 14 aprile».<br /><br />Gli sviluppi dell’attacco iraniano non si possono prevedere. Invece l’allarme sul lancio di droni e missili contro il territorio israeliano era stato preannunciato con largo anticipo dai servizi di intelligence… <br /><br />FRANS BOUWEN: La risposta iraniana era in effetti prevedibile, dopo l'attacco israeliano alla missione iraniana a Damasco che ha ucciso diversi alti dirigenti iraniani. In un certo senso, l'Iran sentiva l’obbligo di vendicarsi dopo le numerose minacce che i suoi leader avevano fatto di recente. Si è trattato innanzitutto di un atto per tutelare la propria reputazione, mi sembra, e per salvare la faccia. In questo modo, l'Iran ha in qualche modo soddisfatto la parte più reattiva della sua società e ha mostrato a Israele che le sue minacce devono essere prese sul serio. <br /><br />Quali sono le intenzioni dell'Iran per il futuro? <br /><br />BOUWEN : A quanto pare l'Iran non vuole andare oltre. Molto dipenderà dalla reazione di Israele e degli Stati occidentali che esprimono il loro sostegno a Israele. Questa situazione è vista da tutti come un campanello d'allarme che richiede un'azione rapida, congiunta e risoluta. <br /><br />Quale strada va intrapresa per tentare di evitare il peggio ?<br /><br />BOUWEN : Lo ha detto bene Papa Francesco domenica 14, dopo la preghiera del Regina Caeli. Bisogna soprattutto astenersi da qualsiasi azione che possa portare il Medio Oriente in una nuova spirale di violenza che potrebbe far precipitare l'intera regione in una guerra generalizzata, che avrebbe inevitabilmente gravi ripercussioni a livello mondiale. Tutti gli Stati interessati, in Medio Oriente e nel mondo, devono accettare di chiedere la cessazione delle ostilità e di sedersi insieme per un serio negoziato volto a trovare una soluzione ai conflitti politici e nazionali sottostanti e a costruire una situazione stabile per tutto il Medio Oriente.<br /><br />Quali sono, in un simile scenario, le responsabilità degli antri Paesi e degli organismi internazionali?<br /><br />BOUWEN : Negoziati di questo tipo non possono essere condotti solo tra israeliani e palestinesi, perché le disuguaglianze tra le due parti coinvolte sono troppo grandi. Differenze tra l'occupante e l'occupato, tra uno dei Paesi più armati del mondo e un popolo indifeso. Gli Stati occidentali hanno una grande responsabilità in questa vicenda, perché, con la loro azione o inazione, hanno permesso che la situazione si deteriorasse gradualmente fino a raggiungere l'impasse odierna.<br /><br />Quali sono tentativi di soluzione realisti? <br /><br />BOUWEN : Solo una conferenza di pace di questo tipo sarà in grado di risolverla. Per noi che viviamo in questi Paesi, le due possibili soluzioni - due Stati per due popoli o un unico Stato con uguali diritti e doveri per tutti - sembrano al momento umanamente irrealizzabili. Eppure In Terra Santa, da entrambe le parti coinvolte nel conflitto, ci sono molte persone disposte a vivere insieme e a costruire un mondo migliore per tutti, a cominciare dai genitori in lutto, i cui rappresentanti sono stati ricevuti da Papa Francesco qualche giorno fa.<br /> <br />Lei, dalla sua residenza a Gerusalemme, che affaccia sulla «Via Dolorosa», dove intravede segnali concreti utili per custodire speranze di cambiamento?<br /><br />BOUWEN : Noi che viviamo vicino alla spianata della Moschea di al-Aqsa siamo rimasti profondamente colpiti dalla dignità e dall'autocontrollo delle decine di migliaia di fedeli musulmani che sono venuti a pregare ogni giorno per tutto il mese di Ramadan, senza causare alcun incidente degno di nota. Questo dimostra che la stragrande maggioranza dei palestinesi vuole vivere in pace, essere se stessa, fedele alla propria identità e alle proprie tradizioni. In segno di solidarietà con i loro fratelli e sorelle che soffrono la morte della violenza a Gaza e in alcune parti della Cisgiordania, si sono astenuti da tutte le feste pubbliche, limitandosi a pregare e a osservare il Ramadan con le loro famiglie.<br /><br />E i cristiani ?<br /><br />BOUWEN : Le celebrazioni cristiane della Settimana Santa e della Pasqua, secondo il calendario gregoriano, si sono svolte con lo stesso spirito di solidarietà e sobrietà, e con un particolare fervore religioso. Durante la processione della Domenica delle Palme, i cristiani hanno dimostrato il loro desiderio di seguire fedelmente Gesù nella sua passione, guidati dalla loro fede, che insegna loro che questo cammino conduce alla Risurrezione, alla vittoria sul male e sulla morte. È compito dei pastori sostenere i fedeli in questa "speranza oltre la speranza", riconoscendo, come insegna San Paolo nella Lettera ai Romani, che "la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" Agenzia Fides 15/4/2024).Mon, 15 Apr 2024 11:45:15 +0200AFRICA/SUDAN - Un anno di guerra civile che non sembra volere cessarehttps://www.fides.org/it/news/74902-AFRICA_SUDAN_Un_anno_di_guerra_civile_che_non_sembra_volere_cessarehttps://www.fides.org/it/news/74902-AFRICA_SUDAN_Un_anno_di_guerra_civile_che_non_sembra_volere_cessareKhartoum - 16.000 morti e oltre 8 milioni di sfollati e rifugiati, la crisi di sfollamento più grave nel mondo. Queste crude cifre riassumono la tragedia umanitaria della guerra dimenticata in Sudan scoppiata un anno fa, il 15 aprile 2023, quando dopo mesi di tensione l’esercito regolare guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan e le milizie paramilitari delle Forze di Supporto Rapido di Mohamed Hamdan “Hemedti” Dagalo entrarono in conflitto .<br />I disaccordi erano legati all’integrazione delle RSF nell’esercito nazionale, in particolare alla tempistica dell'integrazione e alla struttura di comando e controllo. Il conflitto avviato nella capitale, Khartoum, si è esteso presto al Darfur, la roccaforte delle RSF e poi in pratica all’intero Paese. In Darfur la guerra ha preso subito una dimensione etnica scoprendo ferite mai cicatrizzate del precedente conflitto risalente ai primi anni 2000. Le RSF sono derivate dalle famose milizie arabe a cavallo Janjaweed, usate dal regime precedente, quello di Omar al Bashir, per reprimere le popolazioni non arabe di questa vasta regione nell’ovest del Sudan. Alle due fazioni in lotta, SAF e RSF, si sono poi aggiunti i diversi gruppi armati già presenti in Sudan, che si sono uniti all’una o all’altra parte .<br />La guerra ha devastato l’agricoltura del Paese, così alle cifre riportate sopra bisogna aggiungere i 5 milioni di persone a rischio fame e i 18 milioni che devono far fronte a una grave crisi alimentare.<br />E il cibo è diventato un’arma: entrambe le fazioni in lotta impediscono i movimenti dei convogli carichi di aiuti alimentari inviati dalle agenzie umanitarie nelle aree controllate dall’avversario.<br />Le accuse di gravissime violazioni dei diritti umani da parte di militari e miliziani continuano a susseguirsi, comprese violenze sessuali, torture ed esecuzioni sommarie.<br />Le due fazioni non sembrano volere sedersi al tavolo delle trattative perché entrambe pensano di potere vincere il conflitto. Sui calcoli dei due leader rivali possono pesare pure gli appoggi esterni che entrambi ricevono. Le RSF da parte dei mercenari russi della ex Wagner, dagli Emirati Arabi Uniti, che inviano aiuti passanti per Repubblica Centrafricana, Ciad e la Cirenaica libica. L’esercito regolare è appoggiato da Egitto, Turchia e Iran , mentre le forze speciali ucraine di tanto in tanto pubblicano video nei quali si vedono loro uomini colpire i mercenari russi che appoggiano le RSF. Nel teatro bellico sudanese, in mezzo a una tragedia umanitaria infinita, si creano strane commistioni. <br /><br />Mon, 15 Apr 2024 11:21:52 +0200AFRICA/CONGO RD- Nomina del Vescovo di Butahttps://www.fides.org/it/news/74905-AFRICA_CONGO_RD_Nomina_del_Vescovo_di_Butahttps://www.fides.org/it/news/74905-AFRICA_CONGO_RD_Nomina_del_Vescovo_di_ButaCittà del Vaticano - Il Santo Padre ha nominato Vescovo della Diocesi di Buta il Rev. P. Martin Banga Ayanyaki, O.S.A, finora Vicario Regionale dell’Ordine di Sant’Agostino nella Repubblica Democratica del Congo.<br />S.E. Mons. Martin Banga Ayanyaki, O.S.A., è nato il 1° dicembre 1972 a Dungu nella Provincia amministrativa dell’Haut-Uélé . Dopo aver completato gli studi al Filosofato Sant’Agostino e di Teologia all’Università Saint’Eugène de Mazenod, a Kinshasa ha emesso la Professione Solenne il 30 novembre 2002 ed è stato ordinato sacerdote il 28 agosto 2003, a Poko, Diocesi di Dungu-Doruma. Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Viceparroco a Poko, Diocesi di Doruma-Dungu ; Consigliere del Vicariato degli Agostiniani e Parroco a Poko ; Vicario Regionale dell’Ordine di Sant’Agostino ; collaboratore pastorale al Convento di Santa Maria del Popolo, a Roma ; Dottorato in Sociologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma . Dal 2022 è Vicario Regionale dell’Ordine di Sant’Agostino e Professore di sociologia e antropologia all’Università Sant’Agostino di Kinshasa.<br /> Mon, 15 Apr 2024 12:39:35 +0200ASIA/MYANMAR - Il Vescovo di Loikaw: "C'è luce nei volti della gente che soffre, ma urge un'alba di nuova speranza per la nazione"https://www.fides.org/it/news/74901-ASIA_MYANMAR_Il_Vescovo_di_Loikaw_C_e_luce_nei_volti_della_gente_che_soffre_ma_urge_un_alba_di_nuova_speranza_per_la_nazionehttps://www.fides.org/it/news/74901-ASIA_MYANMAR_Il_Vescovo_di_Loikaw_C_e_luce_nei_volti_della_gente_che_soffre_ma_urge_un_alba_di_nuova_speranza_per_la_nazioneLoikaw - "Mi trovo nella parrocchia di Soudu, un villaggio della diocesi di Loikaw. E' una delle parrocchie dove è ancora possibile la vita pastorale. La nostra cattedrale a Loikaw è ancora occupata dall'esercito birmano. Oltre la metà delle chiese della diocesi sono chiuse e svuotate perchè i fedeli sono fuggiti. Viviamo una condizione di sfollamento e di tribolazione, ma ringrazio il Signore perchè con questa esperienza mi ha dato l'opportunità di essere più vicino al mio popolo, più vicino alla gente, che ha tanto bisogno di consolazione e di solidarietà", dice all'Agenzia Fides Celso Ba Shwe, Vescovo di Loikaw, che vive anch'egli la condizione di profugo, costretto dal novembre del 2023 a lasciare la sua cattedrale e l'annesso centro pastorale, occupati dall'esercito birmano che ha fatto del complesso una base militare. Il Vescovo ha trascorso prima il Natale, poi la Quaresima e la Pasqua lontano dalla sua chiesa, dedicandosi a visitare i profughi e celebrando con loro le festività religiose. <br />Oggi, a tre anni dal colpo di stato, dice amareggiato: "Non possiamo continuare una guerra intestina per così tanto tempo. La nazione e la popolazione tutta ne uscirà prostrata, indebolita, annichilita. E' necessario adesso trovare una via di uscita, avviare percorsi di negoziato, dialogo e di riconciliazione. Siamo molto preoccupati per la situazione sociale e politica, il tessuto sociale è lacerato, la gente è confusa e disorientata. Ci sono sfollati dappertutto, la violenza infuria, la città di Loikaw ora è occupata solo dalle forze combattenti, cioè i soldati e le milizie dell'opposizione. Assistiamo a una morte lenta, giorno dopo giorno, della nostra bella nazione. Siamo davvero provati da tutto questo. Preghiamo Dio perchè apra una via di pace, in quanto non si può andare avanti così" . Nonostante la tragedia, il Vescovo ha anche parole di speranza: "Cristo è risorto anche per noi, vedo luce nei volti della gente che soffre e questo mi consola. Non perdiamo la speranza perché è Dio che ce la dona. La gente soffre, resiste, spera. Ma abbiamo bisogno di un'alba di nuova speranza. Ringraziamo Papa Francesco che continua a ricordare al mondo la nostra sofferenza e a pregare per noi".<br />Intanto, nella guerra civile, i ribelli, dopo il successo della "Operazione 1027" , stanno cercando di conquistare strategicamente le aree di confine per impedire i rifornimenti alla giunta, che controlla invece la parte centrale del paese e le città più grandi. Nei giorni scorsi le forze dell'opposizione hanno conquistato un'altra città chiave, infliggendo un colpo significativo ai militari: è la città di Myawaddy, nella zona sud-orientale, al confine con la Thailandia, dove si trovava una base militare, abbandonata dall'esercito regolare in rotta. Importante valico di frontiera, snodo per il commercio e gli approvvigionamenti dalla Thailandia al Myanmar, Myawaddy è caduta in seguito all'offensiva dell'esercito Karen, una delle milizia etniche che si sono alleate con l'opposizione birmana.<br />L'altro capitolo sui cui i rappresentanti della Chiesa cattolica esprimono notevole preoccupazione è la situazione economica che in Myanmar è degenerata, con l'impennata dei prezzi e la scarsità dei beni di prima necessità: il che si traduce in indigenza e malnutrizione diffusa. In tale quadro, il piano di emergenza dell' Onu per il Myanmar per il 2024 ha bisogno di un finanziamento di un miliardo di dollari Usa per raggiungere oltre 5 milioni di persone in stato di bisogno in territorio birmano. Secondo i dati dell’Onu, gli sfollati interni sono oltre 2,6 milioni e la cifra continua ad aumentare. <br /> Mon, 15 Apr 2024 11:15:30 +0200AFRICA/TANZANIA - Inondazioni causano centinaia di sfollati e raccolti distrutti a Rufiji: la popolazione a rischio epidemie e malnutrizionehttps://www.fides.org/it/news/74900-AFRICA_TANZANIA_Inondazioni_causano_centinaia_di_sfollati_e_raccolti_distrutti_a_Rufiji_la_popolazione_a_rischio_epidemie_e_malnutrizionehttps://www.fides.org/it/news/74900-AFRICA_TANZANIA_Inondazioni_causano_centinaia_di_sfollati_e_raccolti_distrutti_a_Rufiji_la_popolazione_a_rischio_epidemie_e_malnutrizioneMuhoro – L’area di Rufiji, nella Tanzania occidentale, vive enormi difficoltà e il distretto sta affrontando una delle peggiori crisi umanitarie. Migliaia di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria immediata in diversi settori, tra cui assistenza sanitaria, nutrizione, acqua potabile e servizi igienici. Si rischia un dilagare di malattie trasmesse dall'acqua e di casi correlati.<br /><br />La denuncia arriva da Camillian Disaster Service International, l’organismo che fa capo ai Missionari Camilliani, che sta prontamente intervenendo in aiuto alle migliaia di sfollati gravemente colpiti dalle inondazioni.<br /><br />Secondo quanto riporta la nota di Cadis pervenuta all’Agenzia Fides, la recente alluvione del 4 aprile 2024 ha provocato devastazione, sfollando migliaia di famiglie e lasciandole in un disperato bisogno di assistenza. Le case sono state distrutte, i raccolti spazzati via e l'accesso all'acqua potabile e ai servizi essenziali è stato interrotto. Particolarmente a rischio i membri più vulnerabili della comunità, tra cui donne, bambini e anziani, che hanno bisogno di un sostegno urgente. Nel distretto di Muhoro, il 75% dell'area è sott'acqua, sono state colpite circa 17.000 persone, sfollate che ora vivono negli edifici delle scuole elementari senza i fabbisogni basilari. Nel distretto di Chumbi sono state sfollate circa mille persone. Le inondazioni di quest'anno hanno sommerso 28.374 ettari di terreno agricolo, distruggendo colture come mais, riso, sesamo e banane.<br /><br />CADIS Tanzania è impegnata, insieme al governo, alla comunità locale e alle organizzazioni umanitarie, a fare fronte a questa emergenza e ridurre gli alti tassi di malattia e di decessi causati dalla cattiva alimentazione e dai servizi igienici, nonché dalla mancanza di acqua pulita nei campi o nei centri di evacuazione degli sfollati interni . L’organismo dei Camilliani sarà particolarmente coinvolto nella tutela della salute, nutrizione, acqua, servizi igienici e sanitari, in particolare per madri e bambini; oltre a tavolette per la purificazione dell'acqua, latrine temporanee, strutture per lavarsi le mani e vestiti.<br /><br />Storicamente soggetta a inondazioni a causa della sua posizione geografica e dell'andamento stagionale delle precipitazioni la situazione nella zona è esacerbata dalla costruzione e dal funzionamento della diga idroelettrica Nyerere. Da un lato la diga rappresenta un'importante fonte di energia rinnovabile per la Tanzania, dall'altro la sua presenza ha alterato il flusso naturale del fiume Rufiji, aumentando il rischio di inondazioni durante i periodi di forti piogge.<br /><br /> <br />Mon, 15 Apr 2024 09:02:47 +0200VATICANO - A Roma un nuovo corso di formazione per i direttori diocesani delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/74897-VATICANO_A_Roma_un_nuovo_corso_di_formazione_per_i_direttori_diocesani_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/74897-VATICANO_A_Roma_un_nuovo_corso_di_formazione_per_i_direttori_diocesani_delle_Pontificie_Opere_MissionarieCittà del Vaticano – Kenya, Camerun, Liberia, Malawi, Nigeria, Pakistan, Sudafrica, Spagna e Bahrein sono tra i Paesi di provenienza dei circa 30 partecipanti al corso di formazione in inglese rivolto ai direttori diocesani delle Pontificie Opere Missionarie . Il corso si apre lunedì 15 aprile presso il Centro Internazionale di Animazione Missionaria e segue a ruota il primo appuntamento formativo realizzato nel mese di febbraio . A coordinarlo è padre Dinh Anh Nhue Nguyen, OFM Conv, segretario generale delle Pontificia Unione Missionaria e direttore del CIAM, coadiuvato da padre Anthony Chantry, Direttore Nazionale POM Missio England & Wales e Coordinatore Continentale Europeo. Saranno cinque giornate in cui la formazione, proposta attraverso relazioni di oratori che operano fattivamente nell’ambito della missione, si alterneranno a momenti di condivisione e riflessione, ed inoltre verrà offerta la possibilità di un pellegrinaggio alla scoperta di luoghi cruciali per la vita e l’attività dell’attività del Dicastero per l’Evangelizzazione .<br />Lunedì la celebrazione eucaristica di apertura prevista nel pomeriggio verrà presieduta dall’Arcivescovo Emilio Nappa, Presidente delle POM. Martedì sarà la volta della relazione di Mons. Samuele Sangalli, Sottosegretario del Dicastero per l’Evangelizzazione cui seguirà l'intervento di padre Tadeusz Nowak OMI, segretario generale della Pontificia Opera della Propagazione della Fede con conseguente dibattito; il pomeriggio sarà invece dedicato alla visita alla sede delle Pontificie Opere Missionarie e a quella del Dicastero missionario.<br />La mattinata di mercoledì vi sarà l’opportunità di partecipare all’Udienza Generale con il Santo Padre, mentre nel pomeriggio sono previste la presentazione di suor Roberta Tremarelli AMSS, segretario generale della Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria, e la relazione di padre Anthony Chantry sul futuro della missio ad gentes, cui faranno seguito i gruppi di lavoro.<br />Padre Guy Bognon PSS, segretario generale della Pontificia Opera San Pietro Apostolo , aprirà la mattinata di giovedì che proseguirà con i gruppi di lavoro e si chiuderà con la relazione del segretario generale della PUM su mission e attualità delle POM attraverso i messaggi di Papa Francesco a loro indirizzati. Nel pomeriggio sono in programma le visite al Collegio Urbano, alla Pontificia Università Urbaniana e all’archivio storico di Propaganda Fide. Venerdì, penultimo giorno del corso, è in programma la celebrazione eucaristica sulla tomba di San Pietro nella Basilica Vaticana, successivamente sarà la volta della presentazione di padre Anh Nhue Nguyen che, oltre a illustrare il servizio della PUM, si soffermerà sui messaggi del Papa per le Giornate Missionarie Mondiali 2022/2023/2024 e parlerà di animazione e formazione missionaria alla luce di una rinnovata prospettiva di Fath-Fundraising e Comunicazione. A seguire, nel pomeriggio, la visita al Collegio San Pietro. Con la celebrazione eucaristica e la successiva consegna degli attestati di partecipazione si concluderà il corso che verrà proposto nella stessa modalità ai direttori diocesani francofoni delle POM il prossimo settembre.<br /> <br /><br />Sat, 13 Apr 2024 11:06:36 +0200Il martirologio dei cattolici in Ruanda nel 1994https://www.fides.org/it/news/74890-Il_martirologio_dei_cattolici_in_Ruanda_nel_1994https://www.fides.org/it/news/74890-Il_martirologio_dei_cattolici_in_Ruanda_nel_1994di Stefano Lodigiani<br /><br />Roma - Nel Ruanda travolto dall’immane carneficina del 1994, che raggiunse il numero impressionante di un milione di vittime su una popolazione all’epoca di 6.733.000 abitanti , anche la Chiesa e i suoi membri non furono risparmiati dall’ondata di violenza e di morte che investì tutto il Paese . “Si tratta di un vero e proprio genocidio, di cui purtroppo sono responsabili anche dei cattolici” sottolineò Papa Giovanni Paolo II prima di recitare la preghiera del Regina Coeli domenica 15 maggio 1994, e ammonì: “vorrei nuovamente richiamare la coscienza di tutti quelli che pianificano questi massacri e li eseguono. Essi stanno portando il Paese verso l’abisso. Tutti dovranno rispondere dei loro crimini davanti alla storia, e anzitutto, davanti a Dio”. <br /><br />Nel corso del “Grande Giubileo dell’Anno 2000”, durante una celebrazione liturgica, i Vescovi del Ruanda presentarono a Dio la richiesta di perdono per i peccati commessi dai cattolici durante il genocidio. Il 4 febbraio 2004, a dieci anni dalle violenze fratricide, i Vescovi ruandesi pubblicarono un lungo messaggio, in cui invitavano a “non dimenticare quanto è successo, e quindi a rafforzare la verità, la giustizia ed il perdono”. “Abbiamo sofferto molto per essere stati testimoni impotenti mentre i nostri connazionali subivano morti ignobili, torturati sotto lo sguardo indifferente della comunità internazionale; siamo stati anche profondamente feriti dalla partecipazione di alcuni nostri fedeli alle uccisioni” scrivevano i Vescovi, che ringraziavano Papa Giovanni Paolo II per la sua vicinanza durante il genocidio, e il suo grido dinanzi alla comunità internazionale. Ricordando i massacri, frutto di una cattiveria senza pari, i Vescovi invitavano “a costruire l’unità dei ruandesi”, sollecitando il contributo di ognuno “per salvaguardare la verità e la giustizia”, “domandando e accordando il perdono che viene da Dio”. <br /><br />Anche nel giorno della conclusione del “Giubileo della Misericordia” , i Vescovi pubblicarono una lettera che venne letta in tutte le chiese, con un nuovo “mea culpa” per i peccati commessi dai cristiani durante il genocidio. Come spiegò il Presidente della Conferenza Episcopale ruandese, Monsignor Philippe Rukamba, Vescovo di Butare, “non si può parlare di misericordia in Ruanda senza parlare di genocidio”. Nel testo si ribadiva la condanna del crimine di genocidio perpetrato contro i tutsi nel 1994 e di tutte le azioni e ideologie legate alla discriminazione su base etnica. Durante la visita del Presidente ruandese Paul Kagame a Papa Francesco in Vaticano, il 20 marzo 2017, la prima visita dopo il genocidio, il Vescovo di Roma “ha manifestato il profondo dolore suo, della Santa Sede e della Chiesa per il genocidio contro i tutsi, ha rinnovato l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri… che hanno ceduto all’odio e alla violenza, tradendo la propria missione evangelica”.<br /><br />I dati sugli operatori pastorali uccisi nel 1994 furono raccolti, come di consueto, dall’Agenzia Fides non senza difficoltà. Vennero regolarmente interpellati gli istituti missionari , le congregazioni religiose, le diocesi, gli organi cattolici di informazione, oltre a verificare le scarne notizie che giungevano dalla Chiesa locale ruandese all’allora Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Tali dati rilevano che le vittime tra il personale ecclesiastico furono 248, compresi una quindicina di morti in seguito a maltrattamenti e a mancanze di cure mediche, e gli scomparsi di cui non si ebbero più notizie e quindi furono considerati uccisi. <br /><br />L’elenco di operatori pastorali uccisi stilato a suo tempo dalla Agenzia Fides viene qui riproposto come allegato, in calce a questo articolo. Tale elenco è comunque è senza dubbio incompleto, in primo luogo perché prese in considerazione solo vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laiche consacrate, mentre a loro vanno aggiunti seminaristi, novizi, novizie e un gran numero di laici, come catechisti, animatori della liturgia, operatori della carità, membri di associazioni che nella Chiesa rivestivano un ruolo non secondario, coinvolgendo un gran numero di cattolici, soprattutto giovani. In molti casi neanche le diocesi avevano informazioni certe su quanti, in tempi normali, garantivano la vita delle comunità cristiane disseminate anche nei luoghi più impervi del “Paese delle mille colline”. Inoltre nel 1994 non si disponeva ancora dei moderni strumenti di comunicazione che consentono di superare in pochi secondi distanze planetarie. <br /><br />L’Agenzia Fides, come è possibile constatare scorrendo i bollettini cartacei di quel periodo, pubblicava regolarmente gli aggiornamenti di quel drammatico elenco, a mano a mano che riusciva a raccogliere e verificare le notizie relative ai massacri ed ai vescovi, sacerdoti e religiosi uccisi. Secondo il quadro ricostruito da Fides, nel 1994 hanno perso la vita in modo violento in Ruanda 3 Vescovi e 103 sacerdoti ; 47 fratelli di 7 istituti .<br />Le 65 religiose appartenevano ad 11 istituti: 18 suore Benebikira, 13 suore del Buon Pastore, 11 suore Bizeramariya, 8 suore Benedettine, 6 suore dell’Assunzione, 2 suore della Carità di Namur, 2 domenicane Missionarie d’Africa, 2 Figlie della Carità, 1 rispettivamente delle Ausiliatrici, di Notre Dame du Bon Conseil e delle Piccole sorelle di Gesù.<br />A loro vanno aggiunte almeno 30 laiche di vita consacrata di 3 istituti .<br /><br />A 30 anni dal genocidio ruandese, riportiamo di seguito alcune testimonianze di quel tragico periodo, che furono pubblicate da Fides: nelle atrocità cui parteciparono anche alcuni cattolici, fiorirono atti di eroismo di quanti arrivarono al sacrificio della propria vita per salvare quella degli altri. <br /><br />“Qualunque cosa accada, resteremo qui”: tre Vescovi uccisi a Kabgayi <br />Tre Vescovi furono uccisi a Kabgayi, il 5 giugno 1994, insieme ad un gruppo di sacerdoti che li accompagnavano mentre portavano aiuto e conforto alle popolazioni sfollate, stremate dalla violenza. Erano l’Arcivescovo di Kigali, Mons. Vincent Nsengiyumva; il Vescovo di Kabgayi e Presidente della Conferenza Episcopale Ruandese, Mons. Thaddee Nsengiyumva, e il Vescovo di Byumba, Mons. Joseph Ruzindana. In una lettera che avevano scritto pochi giorni prima della morte, il 31 maggio, supplicavano la Santa Sede e la Comunità internazionale di dichiarare Kabgayi “città neutrale”: qui si erano radunati 30.000 sfollati, sia hutu che tutsi, che avevano trovato rifugio nelle strutture cattoliche aperte a tutti, senza distinzioni, come l’episcopio, le parrocchie, i conventi, le scuole, ed un grande ospedale. <br />“Qualunque cosa succeda a noi, resteremo qui, per proteggere la popolazione e gli sfollati” avevano scritto nella lettera-appello. Nonostante fosse stata data loro la possibilità di mettersi in salvo, vollero restare lì, perché pensavano che la loro presenza avrebbe in qualche modo protetto l’intera popolazione, compresi i rifugiati. Posti sotto la protezione di alcuni soldati ribelli del Fpr vennero assassinati da questi. In quei giorni si susseguirono altri massacri attribuiti a membri del Fpr, tra cui quello di Kigali in cui vennero uccise una settantina di persone, tra cui dieci religiosi, che insieme ad altre centinaia di rifugiati si erano raccolti in una chiesa.<br />“Che i Pastori, scomparsi con tanti altri loro fratelli e sorelle caduti nel corso di scontri fratricidi, trovino per sempre nel Regno dei cieli, la pace che è stata loro negata nella loro amata terra” scrisse il Santo Padre Giovanni Paolo II in un messaggio ai cattolici del Ruanda del 9 giugno 1994. “Imploro il Signore per le comunità diocesane, private dei loro Vescovi e di numerosi sacerdoti, per le famiglie delle vittime, per i feriti, per i bambini traumatizzati, per i rifugiati” proseguiva il Pontefice, supplicando tutti gli abitanti del Ruanda come i responsabili delle nazioni, “di fare subito tutto il possibile affinché si aprano le vie della concordia e della ricostruzione del paese così gravemente colpito”. <br /><br /><br />La prima Messa celebrata nel luogo dove era stata sterminata la sua famiglia<br /><br />Padre Gakirage ha celebrato la prima Messa nello stesso luogo in cui erano stati uccisi i suoi fratelli. Questo il racconto che fece della sua vita e dei momenti che precedettero la sua ordinazione sacerdotale.<br />"Sono nato a Musha, vicino Kigali, la capitale del Ruanda, il 14 novembre 1960, da una famiglia numerosa e profondamente religiosa della tribù tutsi. Sin da bambino ho sentito sempre una certa attrazione per la vita religiosa e missionaria. Quando ero nel seminario minore della mia diocesi mi si presentò la prima prova: scoppiò il primo conflitto tra hutu e tutsi, e molti compagni vennero uccisi. Nel seminario non mi sentivo a mio agio perché, mentre fuori la gente si ammazzava, avevo l'impressione che i sacerdoti non denunciassero abbastanza questi mali. Così volevo essere sacerdote? Lasciai il seminario ed andai in Uganda per studiare altre materie. Stavo per entrare alla facoltà di medicina, quando sentii fortemente la chiamata di Gesù. Entrai nel seminario comboniano e nel 1990, finito il noviziato, sono andato in Perù per studiare teologia. Quattro anni più tardi sono rientrato nella mia patria per essere ordinato sacerdote. L'ordinazione doveva avvenire nel mio paese, ma passando da Roma, seppi che la mia famiglia era stata assassinata da un gruppo di militari hutu. Ciò è avvenuto alla vigilia della mia ordinazione, e per me cambiò tutto. Dopo la triste notizia, non potendo tornare in Ruanda, proseguii per l'Uganda, dove sono stato ordinato sacerdote.<br /><br />Volendo sapere se qualcuno dei miei familiari si fosse salvato, lo stesso giorno dell'ordinazione cercai di superare la frontiera ed arrivare in Ruanda. Il mio viaggio non avrebbe avuto successo senza la provvidenza di Dio. Infatti alla frontiera incontrai la scorta che accompagnava il Cardinale Roger Etchegaray, Presidente del Pontificio Consiglio "Justitia et pax", che si recava in visita ufficiale in Ruanda a nome del Papa. <br /><br />Il giorno dopo, era il 28 giugno, alcuni soldati mi accompagnarono a Musha. Già nel mio paese, desolato e distrutto dalla guerra, il primo desiderio fu quello di celebrare la prima Messa tra quelle rovine. Era doloroso pensare che quel luogo in cui mi trovavo era lo stesso in cui erano stati assassinati fratelli e sorelle, oltre a 30 giovani tutsi. Quando mi fermai a pensare che non avrei trovato nessun familiare vivo, mi assalì una profonda tristezza. Sorprendentemente però, rivolgendo lo sguardo oltre la pietra che mi faceva da altare, vidi tre bambini: le due figlie di una delle mie sorelle e il figlio di una cugina. Erano gli unici sopravvissuti di un clan che, prima del 6 aprile, era formato da 300 persone. Fui colto dall'emozione e non riuscii a trattenere le lacrime che inondavano i miei occhi. Mi calmai, alzai la testa e continuai la celebrazione ringraziando Dio perché, miracolosamente, quei tre bambini erano rimasti vivi.<br /><br />Nella mia prima omelia parlai della resurrezione. Non furono parole vuote né di commiserazione. Ho parlato della nostra resurrezione, ho detto che noi siamo la nostra resurrezione. E' davvero difficile far riferimento a questa realtà in mezzo a tanta morte e distruzione. E' come la debole fiamma di una candela che il vento tempestoso cerca di spegnere”.<br /><br />La fede Maria Teresa e di Felicitas: “E’ il momento di testimoniare”, “ci ritroveremo in Paradiso”<br /><br />Maria Teresa è hutu. Insegna a Zaza. Suo marito Emmanuel è tutsi. E’ operaio specializzato presso la scuola di Zaza. Hanno 4 figli, 3 maschi e una femmina. Domenica 10 aprile Emmanuel parte con il figlio maggiore per nascondersi. “Lunedì notte sono tornati per darci l’addio” racconterà Maria Teresa. Infatti il 12 aprile sono individuati e massacrati. Maria Teresa apprende la notizia mentre è dai suoi genitori, dove si è rifugiata insieme ai figli dopo che la loro casa è stata saccheggiata. Il 14 aprile 4 uomini vengono a cercare i suoi figli maschi per ucciderli.<br /><br />Maria Teresa sente di dover preparare i figli: “Bambini miei, gli uomini sono cattivi in questo momento, hanno fatto morire il vostro papà e vostro fratello Olivier. Sicuramente vi cercheranno, ma non abbiate paura. Soffrirete un po’ ma poi vi riunirete al vostro papà e a Olivier, perché c’è un’altra vita con Gesù e con Maria, e noi ci ritroveremo e saremo molto molto felici”. Il giorno stesso sono venuti a cercare i bambini e chi ha assistito ha testimoniato che erano stati molto coraggiosi e molto calmi.<br /><br />Felicitas ha 60 anni, è hutu ed è Ausiliaria dell’Apostolato a Gisenyi. Lei e le sue consorelle hanno accolto nella loro casa dei rifugiati tutsi. Suo fratello, colonnello dell’esercito a Ruhengeri, sapendola in pericolo, le chiede di partire e quindi di sfuggire ad una morte certa. Ma Felicitas gli risponde per lettera che preferisce morire con le 43 persone di cui è responsabile piuttosto che salvarsi da sola. Continua quindi a salvare decine di persone aiutandole a passare la frontiera.<br /><br />Il 21 aprile arrivano le milizie a cercarla e la caricano insieme alle consorelle su di un camion, dirigendosi al cimitero. Felicitas incoraggia le consorelle: “E’ il momento di testimoniare”. Sul camion cantano e pregano. Al cimitero, dove sono pronte le fosse comuni, i miliziani temendo la collera del colonnello, offrono a Felicitas la possibilità di salvarsi, anche dopo aver ucciso tutte le 30 sorelle Ausiliarie dell’Apostolato, ma lei risponde: “Non ho più ragione di vivere dopo che avete ucciso le mie sorelle”. Felicitas sarà la 31.ma vittima. <br /><br />I missionari: nella brutalità sono fioriti anche i frutti della fede<br /><br />Padre Jozef Brunner, dei Missionari d’Africa, Padri Bianchi, condivise la testimonianza di un suo confratello, che per molti anni aveva diretto il Centro di formazione per i leader delle comunità cristiane, a Butare. “Le orecchie e gli occhi dei giornalisti non hanno notato qualcosa, affermava il missionario: la fede radicata e vissuta profondamente dai cristiani, dai più semplici fino agli istruiti, dai funzionari, dai soldati, che hanno sacrificato le loro vite per il prossimo. Nella stessa misura delle brutalità commesse, sono anche fioriti atti di autentico eroismo. Certamente la Chiesa è stata nel mirino della violenza: il suo messaggio di pace e di unità era un ostacolo per gli estremisti. Non si spiegherebbe altrimenti come mai siano state massacrate dalle 4 alle 6 mila persone rifugiatesi nelle chiese e non quelle radunate nei municipi. Diversi sacerdoti sono stati uccisi mentre tentavano di salvare queste persone. Alla televisione ho visto otto dei miei alunni che lavavano e curavano alcuni bambini abbandonati: in questo modo i miei alunni sono diventati i miei maestri”.<br />Anche le Suore Bianche hanno condiviso la loro esperienza con queste parole: “Siamo state testimoni della pace di Dio e dell’accettazione completa del suo volere, dimostrate da quanti sono stati condotti alla morte come l’agnello che si porta al macello”.<br /><br /><br />L’elenco completo stilato da Fides di Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose uccisi nel 1994 <br />https://www.fides.org/it/news/2700-IL_MARTIROLOGIO_DELLA_CHIESA_IN_RWANDA_NEL_1994<br /><br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="https://www.fides.org/it/attachments/view/file/Lista_dei_vescovi_sacerdoti_religiosi_religiose_e_laiche_consacrate_uccisi_nel_1994.pdf">Lista_dei_vescovi_sacerdoti_religiosi_religiose_e_laiche_consacrate_uccisi_nel_1994</a>Sat, 13 Apr 2024 10:26:04 +0200