Cardinale Chow al Convegno sui primi Vescovi cinesi: la via “interculturale” può favorire il cammino dei cattolici nella Cina di oggi

venerdì, 6 novembre 2026 vescovi   chiese locali   inculturazione   politica  

foto Fides - Samuele Massimi

Il Cardinale Chow e il Cardinale Parolin al Convegno sulle consacrazioni dei primi Vescovi cinesi (Roma, 5 novembre 2026)

Roma (Agenzia Fides) – Per il Cardinale Stephen Chow Sau Yan., vescovo di Hong Kong, gli anniversari che la Chiesa in Cina celebra quest'anno invitano a una riflessione sulla formazione.
Intervenendo al Convegno internazionale promosso giovedì 5 novembre presso la Pontificia Università Urbaniana i occasione del Centenario della consacrazione dei primi sei vescovi cinesi, il Cardinale si è soffermato sulle nozioni di “inculturazione” e di “sinicizzazione”, per poi proporre la “interculturalità” come quadro di riferimento per la formazione del clero, dei religiosi e dei laici in Cina.

Il suo punto di partenza è stato storico. La consacrazione episcopale dei sei vescovi cinesi avvenuta a Roma, per mano di Papa Pio XI, il 28 ottobre 1926, «ha segnato l'inizio dell'indigenizzazione della Chiesa cattolica in Cina», ha ricordato, e ha condotto all'istituzione della gerarchia cinese da parte di Pio XII nel 1946 con la costituzione apostolica Quotidie Nos, che ha posto la Chiesa cinese «su un piano di parità con le altre nella Chiesa universale». Tuttavia, secondo le sue parole, «questi sviluppi istituzionali non hanno risolto, da soli, la sfida permanente di formare cattolici la cui fede sia profondamente radicata nella vita culturale cinese, rimanendo in comunione con la Chiesa universale».

Il porporato gesuita si è chiesto come si possa immaginare tale formazione, «considerando la storia della Chiesa in Cina e l'attuale politica del governo sulle religioni in Cina». L'obiettivo indicato è una formazione che risponda «alle esigenze dell'essere una Chiesa universale-locale e una fede religiosa che possa essere prontamente accolta dai cinesi come una delle loro». Ha portato l'esempio del buddismo in Cina, riconoscendo che quella religione viene percepita come “cinese, e aggiungendo che «il cristianesimo è nettamente diverso dal buddismo».
Il cardinale Chow ha quindi esaminato tre nozioni, presentate come «idee non del tutto nuove, ma che hanno già attirato l'attenzione degli studiosi in Cina».


La prima è l'inculturazione, che ha descritto come «un dialogo bidirezionale e continuo, in cui il Vangelo trasforma una cultura permettendo al tempo stesso ai valori e alle espressioni culturali locali di arricchire la vita della Chiesa». Come esempi ha citato i riti cinesi e le raffigurazioni di Maria e di suo Figlio in abiti cinesi. Ne ha indicato anche i limiti: l'inculturazione «solleva due problemi correlati, quello dell'evangelizzazione delle culture e quello della comprensione culturale del Vangelo senza la partecipazione integrale della fede».
La seconda nozione è la sinicizzazione. Il cardinale ha descritto la politica del Partito Comunista Cinese, che sotto il presidente Xi Jinping ha posto formalmente l'accento sulla «sinicizzazione della religione» come politica nazionale, chiedendo alle religioni, compreso il cattolicesimo, di «allinearsi all'ideologia del PCC e ai valori socialisti, e allo spirito del patriottismo». Ha ricordato che Xi ha definito questa politica «l'unica via» per garantire la stabilità a lungo termine del Paese. Ha menzionato la ristrutturazione dei luoghi di culto, come le cupole delle moschee sostituite da tetti in stile cinese, e ha fatto riferimento agli studiosi secondo i quali le campagne attuali riguardano meno l'assimilazione culturale han (Han hua) che lo «Zhongguohua», inteso come «cinesizzazione» o allineamento politico al Partito-Stato. Su questo punto ha espresso la propria valutazione: «Essere patrioti e credenti fedeli può aiutare il governo a esercitare una governance auspicabile per tutti coloro che vivono in Cina, nella misura in cui ciò sia fattibile e opportuno».
L'interculturalità, terza nozione, è quella su cui il cardinale ha costruito la sua proposta. Rifacendosi a definizioni accademiche, l'ha presentata come la «co-costruzione e negoziazione di significati, atteggiamenti e prospettive» negli incontri interculturali, nei quali i partecipanti «si aprono a lasciarsi influenzare o persino trasformare da altre tradizioni» ed esaminano il proprio etnocentrismo. Ha collegato questo approccio a Joseph Ratzinger, che da Cardinale, in un discorso pronunciato a Hong Kong nel 1993, aveva privilegiato il dialogo interculturale rispetto all'inculturazione. Secondo il cardinale Chow, il futuro Benedetto XVI vedeva l'interculturalità – un'interculturalità «fondata sull'universalità della legge naturale e della ragione umana, e una cultura della fede in ogni cultura in cui possano avvenire degli incontri» – come uno spazio in cui culture e tradizioni religiose si incontrano e «si correggono reciprocamente». Intesa in questo modo, ha osservato, l'interculturalità «presenta somiglianze con la sinodalità promossa dalla nostra Chiesa».

Da qui ha tratto le conseguenze.

La formazione interculturale, ha spiegato, «prende sul serio la fede cristiana e la politica dello Stato, poiché entrambe plasmano la situazione dei cattolici cinesi», e pone la questione di «che cosa potrebbe significare essere un cattolico fedele che sia patriottico verso il proprio Paese». Ha descritto un metodo fondato su «dialoghi intenzionali fatti di parola sincera, ascolto empatico, individuazione degli interessi convergenti del bene comune», che consente di mantenere le differenze «nel rispetto delle azioni successive», e ha osservato che «le differenze che alimentano le tensioni sono spesso bisogni né riconosciuti né soddisfatti». Una tale formazione dovrebbe aiutare chi si forma a prendere coscienza dei «propri punti ciechi» e a cercare i desideri condivisi per «creare un percorso alternativo che affronti in modo costruttivo le distanze o le tensioni». Ricordando la controversia dei riti cinesi come «un processo doloroso nella storia, ma con esiti utili ancora oggi», ha aggiunto: «Tuttavia, il dialogo potrebbe non essere concluso».
Il cardinale ha anche richiamato l'esperienza della sua diocesi, dove alle parrocchie è stato chiesto di utilizzare il metodo della «Conversazione nello Spirito» per elaborare i propri piani triennali. Secondo quanto riferito da alcune parrocchie, ha detto, è stata «un'esperienza che ha aperto gli occhi, con un maggiore senso di corresponsabilità per i parrocchiani». Ha concluso che, grazie alla formazione interculturale, clero, religiosi e laici «saranno dotati delle competenze necessarie per "diventare autentici" cattolici e cittadini allo stesso tempo».

(MLK) (Agenzia Fides 6/11/2026)


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