Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.AFRICA/TANZANIA - Nomina di Vescovo Ausiliare di Dar-es-Salaamhttps://www.fides.org/it/news/77922-AFRICA_TANZANIA_Nomina_di_Vescovo_Ausiliare_di_Dar_es_Salaamhttps://www.fides.org/it/news/77922-AFRICA_TANZANIA_Nomina_di_Vescovo_Ausiliare_di_Dar_es_SalaamCittà del Vaticano - Il Santo Padre Leone XIV ha nominato Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi Metropolitana di Dar-es-Salaam il Rev.do Vincent Lawrence Mpwaji, del clero della medesima Arcidiocesi, finora Cancelliere diocesano, assegnandogli la Sede titolare di Tacarata in Numidia.<br /><br />Vincent Lawrence Mpwaji è nato il 5 giugno 1978 a Morogoro, Tanzania. Ha studiato Filosofia presso il St. Anthony of Padua di Bukoba e Teologia presso il St. Charles Lwanga di Dar-es-Salaam. È stato ordinato sacerdote il 7 luglio 2008.<br /><br />Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Segretario diocesano, Segretario per l’Educazione e Notaio del Tribunale arcidiocesano ; Dottorato in Teologia Dogmatica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma ; membro del Comitato arcidiocesano per i progetti ; dal 2021, finora, Cancelliere dell’Arcidiocesi e Viceparroco della Cattedrale di St. Joseph a Dar-es-Salaam. .Sat, 11 Jul 2026 12:59:15 +0200ASIA/FILIPPINE - Padre Sebastiano D'Ambra: "Il dialogo viene da Dio e conduce a Dio. Questo è stato il filo di tutta la mia vita in missione"https://www.fides.org/it/news/77916-ASIA_FILIPPINE_Padre_Sebastiano_D_Ambra_Il_dialogo_viene_da_Dio_e_conduce_a_Dio_Questo_e_stato_il_filo_di_tutta_la_mia_vita_in_missionehttps://www.fides.org/it/news/77916-ASIA_FILIPPINE_Padre_Sebastiano_D_Ambra_Il_dialogo_viene_da_Dio_e_conduce_a_Dio_Questo_e_stato_il_filo_di_tutta_la_mia_vita_in_missioneZamboanga – "Non è facile fare un bilancio di 60 anni di vita missionaria. Posso solo raccontare quello che ho nel cuore, quello che il Signore mi ha concesso di vivere. Posso dire cosa è stato e cosa è per me l’impegno e il cammino nel dialogo islamo-cristiano: significa crescere insieme nello spirito, percorrere insieme il cammino che conduce a Dio". A poche settimane dal 60° anniversario di ordinazione sacerdotale, celebrato il 25 giugno 2026, e pensando a cinquant'anni di missione nel Sud delle Filippine, padre Sebastiano D'Ambra, 84enne missionario del Pontificio Istituto Missioni Ester , in un colloquio con l'Agenzia Fides ripercorre il cammino che lo ha portato a diventare uno dei principali testimoni del dialogo tra cristiani e musulmani nell'isola di Mindanao, dove tuttora risiede, nella città di Zamboanga.<br /><br />Nato ad Aci Trezza, in Sicilia, dopo gli studi nel seminario di Acireale scelse il PIME. Ordinato sacerdote nel 1966, trascorse i primi anni nel servizio di animazione missionaria. Ma già allora, ricorda, insieme ai confratelli padre Salvatore Carzedda e padre Antimo Villano maturava un sogno: "Eravamo agli inizi degli anni Settanta e desideravamo intraprendere quelle che allora, nel clima del Concilio Vaticano II, venivano chiamate le 'nuove vie della missione'. Non volevamo limitarci a parlare della missione: volevamo viverla, dare una testimonianza concreta".<br />Quel sogno prese forma nel 1977, quando il PIME li inviò nelle Filippine, scegliendo una delle frontiere più delicate della missione: il dialogo interreligioso. Padre D'Ambra fu destinato a Siocon, sull’isola di Mindanao, nel Sud dell’arcipelago. Era un tempo segnato dalla legge marziale imposta nelle Filippine dal regime di Ferdinando Marcos, dal conflitto armato e dalla presenza dei movimenti ribelli musulmani: "Quando arrivammo c'era violenza. Ho cercato di comprendere quali fossero i segni di Dio in quella situazione", dice a Fides. Per questo, con un’esperienza pionieristica, decise di provare a vivere, da solo, in un villaggio musulmano. Fu un'esperienza che avrebbe cambiato per sempre il suo modo di intendere la missione: "Lì il Signore mi ha fatto comprendere quello che è diventato il messaggio centrale di tutta la mia vita missionaria: il dialogo viene da Dio e conduce a Dio".<br /><br />Da quella intuizione spirituale nacque il movimento “Silsilah”, parola araba che significa "catena". Una catena che, spiega il missionario, non indica soltanto il legame tra persone di religioni diverse: "Generalmente il dialogo con i musulmani viene inteso come collaborazione in campi specifici. Per noi è qualcosa di molto più profondo: è una catena spirituale che unisce cristiani e musulmani a Dio. Da questa relazione nasce la fraternità tra noi".<br />Il cammino del movimento, tuttavia, non è stato privo di difficoltà, ostacoli e prove. Nel 1981 un attentato costò la vita a un suo collaboratore filippino. I superiori gli chiesero di lasciare temporaneamente Mindanao e rientrare a Roma. "È stato un tempo di grazia", ricorda. Nella capitale frequentò il PISAI , approfondendo lo studio dell'arabo e dell'islam. "Ho potuto consolidare la riflessione sulla dimensione spirituale e sui fondamenti del dialogo interreligioso", nota.<br />La prova più dura arrivò però nel 1992, quando padre Salvatore Carzedda, confratello del PIME, fu assassinato a Zamboanga City in un agguato organizzato da estremisti islamici. "Molti dicevano che era meglio chiudere tutto, abbandonare il cammino. Ma, dopo un profondo discernimento spirituale, abbiamo scelto un'altra parola: 'Padayon', che significa 'andiamo avanti'. Se quest'opera era di Dio, Lui stesso l'avrebbe sostenuta".<br />Quella scelta segnò una svolta. Il movimento Silsilah continuò a crescere, dando vita a nuove iniziative come l'Harmony Village, luogo di formazione, incontro e convivenza tra cristiani e musulmani.<br /><br />Negli anni padre D'Ambra è stato anche chiamato a svolgere il servizio di segretario nazionale per il dialogo interreligioso della Conferenza Episcopale delle Filippine, contribuendo a diffondere in tutto il Paese la riflessione maturata nell'esperienza di Silsilah. Dal movimento è nata anche una comunità specificamente cattolica, l'Emmaus Dialogue Movement, riconosciuta dai Vescovi filippini, che riunisce consacrati, laici e famiglie chiamati a vivere il dialogo come autentica vocazione cristiana.<br />L'ultima tappa di questo lungo percorso è l'Emmaus College of Theology, inaugurato cinque anni fa, dove giovani provenienti da diverse realtà seguono un corso quadriennale di teologia con specializzazione nel dialogo interreligioso, conseguendo un titolo accademico riconosciuto dallo Stato. "L'obiettivo è continuare a formare missionari del dialogo. Non si tratta semplicemente di imparare a convivere, ma di vivere una spiritualità del dialogo", spiega a Fides.<br />Oggi le comunità musulmane che partecipano al cammino di Silsilah sono presenti soprattutto nei quartieri più poveri di Zamboanga e la missione si è estesa anche all'isola di Basilan, mentre sono molti i religiosi e fedeli che, avendo conosciuto e frequentato Silsilah, portano quello spirito nelle diocesi del territorio filippino ma anche in altre parti del mondo.<br /><br />Guardando ai 60 anni di sacerdozio e ai 50 anni di missione nelle Filippine, padre D'Ambra non mette al centro i risultati raggiunti, ma la fedeltà di Dio: "Ringrazio il Signore perché mi ha sempre guidato. Ho imparato che siamo condotti da Lui in tutto quello che facciamo. Tutto ciò che siamo e facciamo è un segno di speranza per il Vangelo, è un’opera per comunicare il suo amore".<br />Con umiltà osserva che l'opera compiuta in questi decenni "ha contribuito a lasciare nelle Filippine un orientamento spirituale sul dialogo, strada che viene da Dio e che conduce a Dio", dice, ricordando i quattro aspetti interconnessi della "spiritualità del dialogo" che si coltivano in Silsilah: dialogo con Dio; dialogo con se stessi; dialogo con il prossimo; dialogo con il creato. Il missionario tiene a chiarire un punto essenziale: "Una volta un Vescovo mi disse: a Mindanao il dialogo è necessario perché ci sono cristiani e musulmani; nella mia diocesi invece non serve, perché non abbiamo musulmani. Credo non sia l'approccio giusto. Il dialogo non è una strategia, non è uno strumento per gestire i rapporti con altre religioni. Significa crescere insieme nello spirito, percorrere insieme il cammino verso Dio. Da qui nascono la fraternità, la convivenza e la pace".<br />È questa, dice, l'eredità che desidera consegnare alle nuove generazioni, mentre altre persone si preparano a guidare il movimento. "Rimetto tutta quest'opera nelle mani di Dio, perché è un progetto suo. Anni fa ho scritto un libro intitolato 'A Call to a Dream', il sogno della convivenza pacifica; poi abbiamo pubblicato la raccolta 'Dreaming Together'. Spero che, con la grazia di Dio, possiamo continuare a sognare insieme".<br /> <br /><br />Sat, 11 Jul 2026 15:58:18 +0200“Il cristianesimo non fa che cominciare”. Ecco come lo sguardo missionario di Leone XIV affonda le sue radici negli Atti degli Apostolihttps://www.fides.org/it/news/77921-Il_cristianesimo_non_fa_che_cominciare_Ecco_come_lo_sguardo_missionario_di_Leone_XIV_affonda_le_sue_radici_negli_Atti_degli_Apostolihttps://www.fides.org/it/news/77921-Il_cristianesimo_non_fa_che_cominciare_Ecco_come_lo_sguardo_missionario_di_Leone_XIV_affonda_le_sue_radici_negli_Atti_degli_Apostolidi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma - «Il vostro libro abituale di preghiera e di meditazione siano gli Atti degli Apostoli. Andate lì per trovare l’ispirazione. E il protagonista di questo libro è lo Spirito Santo». Aveva detto questo Papa Francesco ai direttori delle Pontificie Opere Missionarie, ricevendoli in udienza nel Palazzo apostolico, nel 2018. <br />I primi tempi del cristianesimo hanno costituito un riferimento costante in ogni epoca di grande riflessione nella Chiesa. Ciò è avvenuto anche durante il Concilio Vaticano II, Concilio del “ressourcement”, il “ritorno alle sorgenti”, nel quale vescovi e teologi sono tornati alle fonti antiche – Scrittura, liturgia antica, Padri della Chiesa – per trovare le vie più convenienti al cammino della Chiesa nel mondo contemporaneo. <br />Erede di questa storia, anche Leone XIV, che ha avviato una serie di catechesi sul Vaticano II, nutre il suo sguardo sulla missione alla fonte degli Atti degli Apostoli, come a un libro delle origini: quello di una Chiesa resa viva dallo Spirito, configurata dal ministero di Pietro, segnata dal martirio di Stefano e sempre «nascente». Da qui scaturisce il suo approccio missionario, plasmato dalla Pentecoste, dalla prossimità ai feriti, dalla via disarmata dei martiri e dalla convinzione che ancora oggi «il cristianesimo non fa che cominciare», come diceva il sacerdote ortodosso russo Alexandr Men’, assassinato nel 1990.<br /><br />Pentecoste: lo Spirito che apre le porte<br /><br />A un mese dalla sua elezione, l’8 giugno 2025, nell’omelia pronunciata per la solennità di Pentecoste, Leone XIV rilegge il secondo capitolo degli Atti come la scena fondativa in cui lo Spirito «apre» le porte del Cenacolo, mentre gli apostoli vi sono rinchiusi per paura. Questa dinamica dell’«apertura delle porte» struttura la sua visione missionaria. <br />Lo Spirito «apre le frontiere anzitutto dentro di noi», liberandoci dalle nostre rigidità, chiusure, egoismi, paure che ci bloccano e narcisismi. «Apre anche le frontiere nelle nostre relazioni», aiutandoci a superare la paura dell’alterità, smascherando «i pericoli più nascosti che inquinano le relazioni, come i fraintendimenti, i pregiudizi, le strumentalizzazioni», e facendo «maturare in noi i frutti che ci aiutano a vivere relazioni vere e buone», cioè «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» . Al di là dell’individuo, lo Spirito «apre anche le frontiere tra i popoli», sostituendo al caos conflittuale di Babele la possibilità di una comprensione reciproca. Questo episodio insegna che una Chiesa è veramente apostolica quando lascia allo Spirito il compito di sbloccare le sue chiusure e superare i suoi ripiegamenti per andare incontro all’altro.<br />Nel 2026, sempre in occasione della Pentecoste, Papa Prevost precisa questa prospettiva presentando lo Spirito come Spirito di pace, di missione e di verità: affermando che il perdono affidato alla Chiesa è un’opera divina offerta «perché non esclude nessuno» e che l’annuncio non si fonda «non certo per nostro merito, né per privilegio, ma per la parola del Signore, che santifica il peccatore, risana il lebbroso, fa di chi lo ha rinnegato un apostolo.» Richiamandosi ad Agostino , rilegge il dono delle lingue come segno di un’unità nella «unica fede» e denuncia esplicitamente «faziosità», «ipocrisie», e «mode» che oscurano il Vangelo, sottolineando al tempo stesso che la verità di Dio è una parola liberatrice che «trasforma dall’interno ogni cultura». Da qui deriva anche la sua critica della «guerra giusta» nell’enciclica “Magnifica humanitas” : il ricorso a tale categoria appare ormai superato e pericoloso, nella misura in cui l’umanità vive oggi in un universo di reti e algoritmi capaci di alterare profondamente le condizioni della comprensione reciproca.<br /><br />Pietro e il ministero della prossimità<br /><br />La missione nata dalla Pentecoste prende corpo in modo particolare nella figura di Pietro. In un discorso nella Sala Clementina , Leone XIV propone una lettura personale di Atti 3,1-10, applicata al ministero petrino e alla diplomazia pontificia. L’episodio narra l’incontro tra un uomo storpio seduto alla «Porta Bella», ridotto a mendicare, prima di essere rialzato da Pietro che gli dona la guarigione nel nome di Cristo piuttosto che del denaro. Trasponendo questo racconto al ruolo del Successore di Pietro, al servizio di una «umanità rassegnata», raffigurata dall’infermo nel testo biblico, egli pone al centro del ministero del Papa e dei Nunzi apostolici la capacità di costruire ponti, di ascoltare il grido degli infermi di oggi e di guarirli con una parola di salvezza.<br />La risposta di Pietro allo storpio – «Guardateci!» – manifesta la necessità di vivere l’annuncio attraverso la relazione. Il non far conto su «argento e oro» e il confidare solo nel «nome di Gesù» è inoltre uno dei tratti caratteristici delle comunità primitive descritte negli Atti degli Apostoli, segnate dalla comunione dei beni, della preghiera e dei carismi al servizio della missione. Invitando i rappresentanti pontifici a essere lo «sguardo di Pietro» nelle periferie del mondo, il Papa fa della diplomazia pontificia un programma missionario al servizio della relazione, della dignità e della guarigione, lontano dalle logiche di potere.<br />Stefano, il martirio cristiano e la via disarmata<br />Attraverso la figura di Stefano, Leone XIV approfondisce il legame tra gli Atti degli Apostoli e la sua prospettiva missionaria, proponendo una riflessione sul significato cristiano del martirio. <br />Nell’Angelus del 26 dicembre 2025, riprende il linguaggio delle prime generazioni cristiane che parlavano del «Natale di santo Stefano», «certe che non si nasce una sola volta». Leone XIV sottolinea lo stupore di coloro che hanno visto Stefano andare incontro al martirio davanti «alla luce del suo volto e delle sue parole». Quel volto «come quello di un angelo» è quello del testimone della fede, «di chi non se ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore».<br />«La vita di Gesù e di coloro che vivono come lui è anche una bellezza respinta: è proprio la sua forza calamitante ha suscitato, fin dall’inizio, la reazione di chi teme per il proprio potere, di chi è smascherato nella sua ingiustizia da una bontà che rivela i pensieri dei cuori», osserva il Papa, ripetendo anche lui – come già avevano fatto Benedetto XVI e Papa Francesco - che la missione procede «per attrazione». Nota inoltre che Stefano muore perdonando, scegliendo così di rispondere alla violenza senza violenza e di puntare sulla forza paradossale dell’amore. «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende», prosegue il Pontefice.<br />Nasce così la via disarmata, questa «pace disarmata e disarmante», secondo l’espressione ripresa dai martiri d’Algeria, Pierre Claverie e Christian de Chergé. In loro come nel protomartire, la forza della testimonianza non risiede nella dimostrazione spettacolare, ma nella semplicità e nella gioia di una vita nascosta in Dio e donata fino alla fine. <br />Nell’omelia del 29 giugno 2026 per la solennità dei santi Pietro e Paolo, il Papa presenta Paolo come «annunciatore instancabile della Buona Notizia», con i suoi due simboli, il libro e la spada. Due simboli che evocano «ciò che Dio ha compiuto nel cuore del giovane Saulo conquistandolo e conducendolo, anzitutto, a convertirsi al Vangelo assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e, infine, a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita». «L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore», aveva concluso. Questo è il senso più profondo del martirio: una testimonianza d’amore, offerta nella semplicità, che rivela la vera potenza del Vangelo, espressa dalle celebri parole dell’apostolo: «quando sono debole, è allora che sono forte».<br /><br />Una Chiesa «sempre nascente»<br /><br />Per Leone XIV, la «Chiesa sempre nascente» degli Atti degli Apostoli è il riferimento principale per vivere la missione nel mondo contemporaneo. Ne ha offerto una sintesi particolarmente sviluppata durante il suo viaggio in Africa, nella basilica di Sant’Agostino ad Annaba il 14 aprile 2026. <br />Meditando la conversione di Agostino, in quella occasione ha insistito sul fatto che «i cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù», vedendo negli Atti «lo stile che contraddistingue l’umanità rinnovata dallo Spirito Santo», segnata da fede, amore, giustizia, fraternità e comunione. «Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione.» Prima di lasciare Annaba, il Papa ha invitato il piccolo numero di cristiani d’Algeria a essere come un «granello d’incenso»: una presenza umile che diffonde il suo profumo perché arde della fede in Cristo, continuando a testimoniare accoglienza e apertura nel tempo e nelle prove.<br />Essere «sempre nascente» significa dunque accettare di essere destabilizzati, come la Chiesa degli Atti lo fu nel contesto in cui viveva e nel dibattito sull’accoglienza dei pagani culminato nel Concilio di Gerusalemme, senza lasciarsi paralizzare dal fatto di essere un piccolo numero.<br /><br /> Fedeltà all’origine, non per nostalgia, ma perché le origini possono costituire per ogni generazione una sorgente di acqua viva, mentre ogni generazione è una generazione di primi cristiani, chiamata a fare l’esperienza incandescente della conversione, cioè di una vita nuova. <br />Fri, 10 Jul 2026 12:28:27 +0200Il "grazie" di tutto il Vietnam per il "miracolo" della beatificazione di padre Truong Buu Diephttps://www.fides.org/it/news/77920-Il_grazie_di_tutto_il_Vietnam_per_il_miracolo_della_beatificazione_di_padre_Truong_Buu_Diephttps://www.fides.org/it/news/77920-Il_grazie_di_tutto_il_Vietnam_per_il_miracolo_della_beatificazione_di_padre_Truong_Buu_Diepdi Andrew Doan Thanh Phong<br /><br />Tac Say – «Ringraziamo Dio per aver donato una gioia così grande ai cattolici vietnamiti, con la beatificazione di Padre Diep proprio qui nella sua terra natale», dichiara una pellegrina di Ho Chi Minh City, nel sud del Vietnam, Nguyen Thi Kim Thoa, 55 anni, che aveva già visitato Tac Say molte volte e che esprime così la sua emozione, affermando che questo è stato per lei il pellegrinaggio più speciale.<br /><br />«Si è trattato di un momento estremamente significativo nella storia della Chiesa cattolica in Vietnam, poiché ha segnato la prima volta in cui una Messa di beatificazione è stata celebrata sul suolo vietnamita», ha dichiarato il signor Nguyen Ho Hai, segretario del Comitato del Partito della provincia di Ca Mau, al termine della Messa di beatificazione del 2 luglio, presieduta dal cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e inviato pontificio a nome di Papa Leone XIV. Ha aggiunto: «Questa solenne celebrazione non è soltanto una gioia per i cattolici vietnamiti, ma anche una gioia condivisa per il popolo della provincia di Ca Mau, nonché un’occasione per far conoscere la terra e la gente di Ca Mau agli amici, sia a livello nazionale che internazionale».<br /><br />La maggior parte delle persone che hanno partecipato alla Messa, di persona o online, così come coloro che hanno seguito le notizie relative alla beatificazione di Padre Francesco Saverio Truong Buu Diep del 2 luglio, hanno manifestato il loro grande apprezzamento. Come ha dichiarato il signor Ho Thanh Thuy, vice segretario del Comitato del Partito della provincia di Ca Mau, nel sud del Vietnam, durante la riunione di valutazione: «La Messa di beatificazione di Padre Francesco Saverio Truong Buu Diep si è svolta con successo, in modo solenne e sicuro, lasciando una splendida impressione della terra e della gente di Ca Mau».<br /><br />Anche altri importanti giornali dello Stato comunista vietnamita hanno contribuito a rendere questo evento religioso speciale più accessibile e vicino al popolo, attraverso una copertura caratterizzata da parole positive e immagini vivide: «Lunghe file di persone si sono recate alla tomba di Padre Francesco Saverio Truong Buu Diep, pregando e immortalando momenti significativi. Molti hanno portato foto di famiglia, lettere di preghiera o piccoli mazzi di fiori da deporre davanti alla tomba in segno di venerazione», oppure «I pellegrini hanno cantato inni di lode a Dio e commemorato i meriti del nuovo Beato. Tutti hanno condiviso una preghiera comune per la pace e un’attenzione ai valori positivi della vita».<br /><br />Tutte le notizie riguardanti la beatificazione di Padre Francesco Truong Buu Diep, insieme alla partecipazione di oltre 70.000 persone, al di là delle differenze religiose, culturali e sociali, hanno generato un senso di unità tra molti. Secondo il vescovo della diocesi di Can Tho, luogo ospitante della celebrazione, mons. Pietro Nguyen Tan Loi, si è trattato di un vero miracolo. Dopo la Messa ha infatti dichiarato: «Padre Diep non è soltanto per i cattolici, ma è anche un punto d’incontro di compassione. Il fatto che milioni di cuori appartenenti a fedi diverse si siano inchinati con rispetto davanti a questo sacerdote è un grande miracolo di armonia e unità».<br /><br />La presenza di autorità governative, rappresentanti di altre religioni e innumerevoli volontari — cattolici e non — impegnati in un servizio silenzioso ha trasformato l’evento in una celebrazione della fede e della compassione. Ciò incarna pienamente la bellezza dell’unità, soprattutto in un mondo ancora segnato da divisioni causate da guerra, odio ed egoismo: la scena vissuta quel giorno a Tac Say è stata una testimonianza viva del fatto che le persone possono ancora unirsi attraverso la compassione e il rispetto reciproco. Forse, questo è anche l’opera che il Beato Truong Buu Diep continua a compiere, unendo i cuori anche dopo il suo passaggio alla presenza di Dio.<br /><br />«Speriamo che lo spirito di compassione e di abnegazione di Padre Diep continui a illuminare il cammino dei responsabili governativi, affinché siano sempre servitori fedeli del popolo, attenti alla pace e alla felicità dei nostri connazionali. Ai nostri fratelli e sorelle non cattolici, auguriamo che Tac Say resti per sempre una casa comune di pace, dove l’amore senza limiti di Padre Diep possa riscaldare i cuori di tutti e aiutarli a scoprire Dio», ha sottolineato mons. Pietro Phan Tan Loi al termine della Messa. <br />Fri, 10 Jul 2026 12:08:39 +0200ASIA/FILIPPINE - “Harmony in Diversity Award” al Cardinale Quevedo per una vita dedicata all'opera di pacificazione a Mindanaohttps://www.fides.org/it/news/77919-ASIA_FILIPPINE_Harmony_in_Diversity_Award_al_Cardinale_Quevedo_per_una_vita_dedicata_all_opera_di_pacificazione_a_Mindanaohttps://www.fides.org/it/news/77919-ASIA_FILIPPINE_Harmony_in_Diversity_Award_al_Cardinale_Quevedo_per_una_vita_dedicata_all_opera_di_pacificazione_a_MindanaoCotabato - Riconoscere l’impegno profuso per il dialogo, per l’opera di mediazione nelle relazioni tra governo e gruppi ribelli, per costruire armonia tra le fedi e per la pacificazione a Mindanao: con questa motivazione il Cardinale Orlando B. Quevedo, religioso degli Oblati di Maria Immacolata e Arcivescovo emerito di Cotabato, diocesi sull’isola di Mindanao, nel Sud delle Filippine, è stato prescelto per ricevere il 15 luglio prossimo a Giacarta, in Indonesia, il premio “Harmony in Diversity Award”, riconoscimento che “promuove le aspirazioni all’armonia sociale e mira ad amplificare l’impatto della promozione della coesione sociale nel Sudest asiatico”.<br />L’87enne arcivescovo emerito dell’Arcidiocesi di Cotabato è stato proposto dall’Autorità di Transizione della Regione Autonoma Bangsamoro , poichè ha compiuto “sforzi eccezionali per promuovere la coesione sociale e l’armonia tra persone di culture diverse nel Sudest asiatico”.<br />La Commissione giudicatrice ha riconosciuto l’impegno del Cardinale “nell’incarnare i valori che sono alla base del premio ‘Harmony in Diversity’: promuovere la comprensione tra le differenze, costruire ponti tra le comunità e favorire uno spirito di rispetto reciproco e inclusione”, ha affermato Halimah Yacob, presidente della Commissione, prima donna Presidente del Parlamento di Singapore, oggi Cancelliera dell’Università di Scienze Sociali di Singapore.<br />La fondazione del premio Harmony in Diversity Award ha evidenziato che, secondo il “Southeast Asian Social Cohesion Radar” del 2025 – uno studio condotto dalla S. Rajaratnam School of International Studies –, l’indice di coesione sociale della regione si attesta in media al 72,4%, indicando una crescente consapevolezza, tra i popoli delle nazioni regionali, del concetto di “armonia nella diversità”, che è proprio la finalità del premio stesso.<br />“In tempi di incertezza, non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Dobbiamo continuare a costruire ponti tra le divisioni e camminare fianco a fianco. L’Harmony in Diversity Award è un riconoscimento per quanti hanno scelto di colmare le divisioni e promuovere la coesione e l’armonia sociale nel Sudest asiatico, e di ispirare ulteriori iniziative”, ha detto Yacob, ringraziando la Temasek Foundation e il Movimento Globale 5P , enti che promuovono e sostengono il premio “Harmony in Diversity Award”.<br />Il Cardinale Orlando Quevedo è stato Rettore dell’Università di Notre Dame a Cotabato, Vescovo di Kidapawan dal 1980 al 1986, Arcivescovo di Nueva Segovia dal 1986 al 1998 e Arcivescovo di Cotabato dal 1998 al 2018, anno in cui Papa Francesco lo ha creato Cardinale. <br />Da presidente della Conferenza episcopale delle Filippine per due mandati , periodo in cui a Mindanao vi erano scontri armati, è stato sempre promotore di mediazione e di colloqui di pace. È stato tra gli artefici e i promotori dell’accordo globale sul Bangsamoro tra il governo e il Moro Islamic Liberation Front , firmato nel marzo 2014, e della Legge organica per l’istituzione della Regione Autonoma di Bangsamoro nella Mindanao Musulmana , approvata nel luglio 2018 e ratificata nel gennaio 2019, seguita dalla creazione dell’Autorità di Transizione di Bangsamoro. Secondo il calendario, la BARMM terrà le sue prime elezioni parlamentari – a lungo rinviate – il 14 settembre 2026. <br /> <br /><br />Fri, 10 Jul 2026 11:19:29 +0200ASIA/BAHRAIN - Visite pastorali in tempo di guerra nel Vicariato Apostolico di Arabia del Nordhttps://www.fides.org/it/news/77917-ASIA_BAHRAIN_Visite_pastorali_in_tempo_di_guerra_nel_Vicariato_Apostolico_di_Arabia_del_Nordhttps://www.fides.org/it/news/77917-ASIA_BAHRAIN_Visite_pastorali_in_tempo_di_guerra_nel_Vicariato_Apostolico_di_Arabia_del_Norddi Aldo Berardi, O.SS.T. *<br /><br />Awali – Il 2026 ci ha riservato molte sorprese. Abbiamo vissuto con gioia, a gennaio, la proclamazione della Basilica Minore Nostra Signora d’Arabia di Ahmadi, in Kuwait. Poco dopo, però, siamo entrati in un periodo di instabilità sociale ed economica a causa della guerra.<br /><br />Il 2026 era anche l’anno delle visite pastorali alle undici parrocchie del Vicariato. Siamo riusciti a mantenere il programma nonostante le difficoltà causate dagli attacchi e dalla chiusura degli aeroporti. Il vescovo doveva visitare il suo gregge, soprattutto in questo tempo di tensione e di paura.<br /><br />Una pastorale che si adatta alle circostanze<br /><br />Tra la chiusura temporanea delle chiese e la preghiera online, è stato possibile mantenere viva la comunione. Abbiamo fatto tutto il possibile per riaprire le chiese e offrire sollievo alle persone in cerca di consolazione e di pace. È proprio così che siamo rimasti uniti nella difficoltà e ci siamo sentiti Chiesa, nella solidarietà e nella spiritualità.<br />La visita del vescovo è stata importante per incoraggiare i fedeli, assisterli ed esprimere la sua presenza paterna. Ci siamo uniti nella preghiera per la pace e abbiamo organizzato momenti speciali per incontrarci e stare insieme. Nessun sacerdote ha chiesto di rientrare nel proprio Paese, e questo è stato motivo di consolazione per tutti.<br /><br />Un tempo di difficoltà e di paura<br /><br />Tra gli allarmi, i droni e i missili, la paura si è diffusa nelle città. Si temevano vittime e feriti. Il rumore delle esplosioni sulle basi militari e negli aeroporti ha reso la vita quotidiana particolarmente difficile. Bambini e adulti hanno vissuto momenti di grande sofferenza e il livello di stress, soprattutto tra i più piccoli, è aumentato. Il ruolo del clero – vescovo e sacerdoti – è stato quello di ascoltare le richieste dei fedeli e di essere loro vicini. La visita pastorale ha permesso di raggiungere le comunità e di ascoltare le loro preoccupazioni, offrendo speranza, coraggio e benedizione.<br /><br />Un’economia che fa soffrire<br /><br />La guerra ha portato sofferenza e instabilità economica. Molti hanno perso il lavoro o non hanno ricevuto lo stipendio per mesi. Altri sono stati invitati a rimpatriare. Le partenze e gli addii si sono moltiplicati.<br />La visita pastorale ha contribuito a rafforzare la solidarietà e la carità. Le chiese sono diventate luoghi di speranza e di solidarietà. La Chiesa, nella sua missione, continua a essere una casa e una famiglia: un luogo dove tutti sono accolti.<br /><br />Centrati su Cristo<br /><br />La forza della fede ci ha guidati e l’amore fraterno ci ha aiutati a vivere insieme questo tempo di sofferenza.<br />La visita pastorale ha rivelato un desiderio ancora più profondo di preghiera, di formazione cristiana, di unità e di solidarietà. Mi ha permesso di toccare con mano la realtà delle nostre comunità e di cercare di offrire risposte e sostegno. In questo contesto, la nostra presenza ha assunto tutto il suo significato: essere presenza di Cristo, il Buon Pastore.<br /><br /><br /><br />*Vicario Apostolico di Arabia del Nord che comprende Bahrain, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita<br />Fri, 10 Jul 2026 08:28:58 +0200Difendere la terra è difendere la vita: le Chiese latinoamericane accanto alle comunità nei conflitti minerarihttps://www.fides.org/it/news/77914-Difendere_la_terra_e_difendere_la_vita_le_Chiese_latinoamericane_accanto_alle_comunita_nei_conflitti_minerarihttps://www.fides.org/it/news/77914-Difendere_la_terra_e_difendere_la_vita_le_Chiese_latinoamericane_accanto_alle_comunita_nei_conflitti_mineraridi Laura Gómez Ruiz<br /><br />Chitré – “Il nostro unico interesse è salvaguardare la vita di ogni essere umano”. Con queste parole Rafael Valdivieso, vescovo di Chitré, ha recentemente riassunto la preoccupazione della comunità ecclesiale panamense di fronte al dibattito sulla possibile riapertura di progetti minerari nel Paese. Per il Vescovo, qualsiasi attività che possa mettere a rischio la salute e la vita delle comunità deve essere valutata con responsabilità.<br />In diversi Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, le Chiese locali accompagna le comunità colpite dagli impatti sociali e ambientali legati all’attività mineraria, difendendo la dignità umana, i diritti dei popoli e la cura del Creato. Non si tratta di un rifiuto di ogni attività mineraria, ma di un invito al discernimento alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa: lo sviluppo economico non può essere separato dal rispetto della vita, del bene comune e dalla tutela della Casa Comune.<br /><br />Nel luglio 2025, il Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi , insieme alla Rete Chiese e Miniere e con l’accompagnamento del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha presentato gli “Orientamenti pastorali di fronte agli impatti dell’attività mineraria in America Latina e nei Caraibi”. Il documento, frutto di un percorso di discernimento al quale hanno partecipato circa 20 vescovi impegnati nell’accompagnamento delle comunità colpite dall’attività mineraria, offre criteri pastorali per affrontare i conflitti socio-ambientali a partire dalla difesa della vita, dei diritti umani e della cura della creazione.<br />A un anno dalla presentazione delle Orientaciones, questo cammino prosegue attraverso iniziative formative promosse dal centro teologico CEBITEPAL, dalla Rete Chiese e Miniere e dalla CLAR. Il corso online “Orientamenti pastorali delle Chiese di fronte alla realtà mineraria”, in programma dal 19 giugno al 4 settembre, intende offrire strumenti di discernimento e di azione pastorale per accompagnare le comunità coinvolte in questi conflitti. “Oggi in America Latina l’attività mineraria sta entrando in ogni angolo dei nostri territori, soprattutto nelle comunità contadine e nei popoli indigeni. In molti casi provoca lo spostamento delle comunità, genera conflitti sociali ed è accompagnata da attività profondamente distruttive per la natura e l’ambiente”, afferma Pedro Sánchez, membro della Rete Chiese e Miniere, uno degli organizzatori. <br />Il corso affronta temi legati alla Dottrina Sociale della Chiesa, alla spiritualità ecologica, alla difesa dei diritti socio-ambientali, all’accompagnamento delle comunità vulnerabili e alla costruzione di alternative pastorali volte a promuovere giustizia, partecipazione e cura del Creato.<br /><br />Uno sviluppo che rispetti vita<br /><br />A Panama, il dibattito sulla possibile riattivazione di alcuni progetti minerari ha spinto nuovamente la Chiesa a esprimere la propria preoccupazione per le conseguenze che le attività estrattive possono avere sulle comunità e sull'ambiente. Il Vescovo di Chitré, Rafael Valdivieso, ha ricordato che i Vescovi hanno ascoltato sia esperti sia rappresentanti delle imprese minerarie e che permane la preoccupazione per gli effetti che questi progetti potrebbero avere sulle popolazioni dei territori interessati. “Tutto ciò che mette in pericolo la salute e la vita umana rappresenta un grave rischio”, ha affermato il presule, riferendosi ai pericoli connessi all'attività mineraria. Valdivieso ha inoltre ribadito che la posizione dell'episcopato non risponde a interessi politici o economici, ma nasce dalla difesa della persona e dalla ricerca del bene comune.<br />La posizione espressa dal Vescovo si inserisce nel solco della Lettera pastorale "Querida Panamá", pubblicata nel 2024 dalla Conferenza Episcopale Panamense, nella quale i vescovi invitavano ad ascoltare “il grido della terra e dei popoli”, promuovendo una visione di ecologia integrale e ponendo il bene comune come criterio fondamentale nelle decisioni riguardanti lo sviluppo del Paese.<br /><br />Difendere chi difende il territorio<br /><br />Il caso dell’Honduras mostra una delle dimensioni più dolorose dei conflitti legati alla difesa del territorio: la violenza contro coloro che proteggono i beni comuni e accompagnano le comunità più vulnerabili.<br />La morte di Juan Antonio López, delegato della Parola di Dio, operatore pastorale e difensore della Casa Comune, ha segnato profondamente la Chiesa honduregna ed è stata raccontata anche dall’Agenzia Fides . López è diventato un punto di riferimento di una pastorale che considera la cura del Creato come un’espressione concreta dello sguardo sulla realtà illuminato dalla fede cristiana. Per molte comunità ecclesiali latinoamericane, l’ecologia integrale non rappresenta un’agenda estranea alla missione della Chiesa, ma è parte integrante dell’annuncio del Vangelo e della scelta preferenziale per i più vulnerabili.<br />La violenza contro i difensori del territorio continua a suscitare forte preoccupazione nel Paese. Dopo l’uccisione di alcuni contadini avvenuta nel maggio 2026 a Rigores, nel dipartimento di Colón, la Conferenza Episcopale dell’Honduras ha espresso “profonda tristezza e indignazione”, ricordando che “ogni vittima è una persona creata a immagine e somiglianza di Dio”. I vescovi hanno condannato questi episodi di violenza e hanno invitato a lavorare per la costruzione di “giustizia, verità e pace”.<br />La Rete Chiese e Miniere ha ricordato che la regione del Bajo Aguán, “terra del ministro della Parola Juan Antonio López”, è diventata un’area nella quale coloro che difendono il territorio sono esposti a gravi minacce. Secondo l’organizzazione, le morti registrate nella regione evidenziano “una problematica dalle radici strutturali che genera povertà, disuguaglianza, violenza, impunità e assenza dello Stato”. Per la Chiesa, la difesa della Casa Comune passa necessariamente attraverso la difesa di coloro che si impegnano per essa, in particolare di quanti accompagnano le proprie comunità alla luce della fede e dell’impegno per la dignità umana.<br /><br />L’acqua come bene comune<br /><br />In Ecuador, la comunità ecclesiale prende parte alla difesa dell’acqua, dei territori comunitari e dei diritti delle popolazioni che vivono in aree interessate da progetti estrattivi.<br />Uno dei casi più significativi è quello di Intag, nella provincia di Imbabura, dove le comunità contadine hanno resistito alla realizzazione di progetti minerari per i possibili impatti su un territorio considerato di grande ricchezza ecologica. Dopo mesi di mobilitazione comunitaria, nel giugno 2026 l’impresa Semperterra ha ritirato i propri macchinari dalla zona. In questo contesto, Geovanni Paz, vescovo di Latacunga, ha espresso la propria vicinanza alle comunità e ha affermato: “Sono molto felice dell’organizzazione di Intag per difendere il territorio. Bisogna continuare a difendere i diritti umani e i diritti della natura”.<br />La difesa di questi territori si inserisce nell’impegno cristiano per la custodia del Creato e per la tutela delle comunità più vulnerabili. Lo sviluppo economico, infatti, non può essere separato dalla protezione degli ecosistemi, dall’accesso all’acqua e dalla partecipazione delle popolazioni locali alle decisioni che riguardano i loro territori.<br />Anche la Rete Chiese e Miniere ha sottolineato come i conflitti legati all’attività mineraria in Ecuador rivelino una problematica più ampia, connessa all’inquinamento ambientale, alla contaminazione delle fonti idriche e alle tensioni sociali generate attorno ad alcuni progetti estrattivi. Per la comunità ecclesiale, questi conflitti pongono una questione più profonda: quale modello di sviluppo può garantire una vita dignitosa alle generazioni presenti e future.<br /><br />Quando il territorio interpella la pastorale della Chiesa<br /><br />Anche nella Repubblica Dominicana, la difesa dell’acqua è diventata uno dei principali motivi di preoccupazione di fronte all’avanzare di progetti minerari.<br />La Chiesa dominicana, attraverso la Pastorale dell’Ecologia e dell’Ambiente e la Conferenza dell’Episcopato Dominicano, ha espresso la propria vicinanza alle comunità impegnate nella difesa della Cordigliera Centrale e della Cordigliera Settentrionale, sottolineando che l’acqua costituisce un diritto umano fondamentale e un criterio essenziale per valutare la sostenibilità di qualsiasi progetto minerario.<br />Questa preoccupazione è emersa con particolare evidenza nel maggio 2026, quando alcuni sacerdoti hanno accompagnato migliaia di persone in una marcia a la città di Santiago de los Caballeros per difendere la Cordigliera Settentrionale, considerata un’importante riserva idrica per numerose comunità contadine. Tra i partecipanti vi erano i sacerdoti Ramón Ramos e Rogelio Cruz, che hanno ribadito con forza come “la vita non si negozia” e hanno chiesto che le decisioni riguardanti i territori coinvolgano anche le comunità che li abitano.<br />La presenza dei sacerdoti accanto ai fedeli rende visibile una modalità pastorale che si ripete in tutto il Continente: saper ascoltare e accompagnare, discernendo insieme ai popoli il modo di agire di fronte alle conseguenze delle decisioni economiche e ambientali che incidono direttamente sulla loro vita reale e quotidiana.<br /><br />Custodia del Creato e predilezione per i poveri<br /><br />Dall’America Centrale alle Ande e ai Caraibi, le esperienze riportate mostrano una medesima sollecitudine pastorale: i conflitti legati all’attività mineraria non sono soltanto dibattiti sulle risorse naturali, ma riguardano persone concrete, comunità, culture e territori. In questo cammino, le Chiese latinoamericane ribadiscono che la cura del Creato fa parte dell’annuncio del Vangelo. L’opzione preferenziale per i più vulnerabili e la custodia della Casa Comune sono dimensioni inseparabili.<br />Il Cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, presentando nel luglio 2025 le orientamenti pastorali sulla realtà mineraria, ha affermato: “È tempo di passare dalle parole ai fatti”, sottolineando la necessità di trasformare la riflessione ecclesiale in azioni concrete.<br />In continuità con questo cammino, Papa Leone XIV ha ribadito che la questione ambientale non può essere separata dalla giustizia sociale e dalla difesa dei più vulnerabili. Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato del 2025 ha ricordato che “distruggere la natura non danneggia tutti allo stesso modo” e che le conseguenze ricadono soprattutto “sui più poveri, gli emarginati, gli esclusi”. Nell’enciclica “Magnifica Humanitas” , il Pontefice è tornato sul tema affermando che “la qualità dello sviluppo si misura dalla capacità di tenere unite la giustizia verso le persone e la cura della Casa Comune”.<br />In un continente ricco di risorse naturali, ma segnato anche da profonde disuguaglianze, la domanda che attraversa l’impegno pastorale della Chiesa è come costruire un modello di sviluppo che non lasci indietro i più fragili e che protegga la vita come dono di Dio.<br />Thu, 09 Jul 2026 15:12:28 +0200VATICANO - Giornata Missionaria Mondiale: terzo appuntamento di approfondimento “on line”per il mondo francofono sul messaggio di Leone XIVhttps://www.fides.org/it/news/77915-VATICANO_Giornata_Missionaria_Mondiale_terzo_appuntamento_di_approfondimento_on_line_per_il_mondo_francofono_sul_messaggio_di_Leone_XIVhttps://www.fides.org/it/news/77915-VATICANO_Giornata_Missionaria_Mondiale_terzo_appuntamento_di_approfondimento_on_line_per_il_mondo_francofono_sul_messaggio_di_Leone_XIVCittà del Vaticano – Al via venerdì 10 luglio alle 12:30 il terzo appuntamento del ciclo di incontri di formazione missionaria on line rivolto al mondo francofono sul messaggio del Santo Padre per la Giornata Missionaria Mondiale 2026. <br />Nato dalla collaborazione tra il segretariato internazionale della Pontificia Unione Missionaria e le Direzioni Nazionali delle Pontificie Opere Missionarie dell’Africa francofona, il percorso di approfondimento è iniziato il 6 maggio scorso con una relazione introduttiva del Segretario generale della PUM, padre Dinh Anh Nhue Nguyen, OFMConv, che ha inquadrato il messaggio di Papa Leone XIV nel contesto generale della missione oggi. <br />«Questo messaggio rivolge un chiaro appello alla Chiesa: riscoprire la propria natura missionaria, non solo come un'attività tra le altre, ma come la sua identità più profonda – ha affermato il segretario generale della PUM –. Esso Invita ogni battezzato a riconoscersi come inviato, ogni comunità a diventare missionaria e tutta la Chiesa ad andare avanti con fiducia in questa “nuova era missionaria”». <br />Il 12 giugno è stata invece la volta di una “tappa” del percorso sul tema “Uno in Cristo. Approfondimento spirituale-missionario”. Padre Lawrence Iwuamadi, sacerdote della Diocesi nigeriana di Owerri, Preside e docente di Ermeneutica biblica ecumenica presso l'Istituto ecumenico di Bossey, in Svizzera, è intervenuto insieme a padre Nguyen sul tema. «Essere una cosa sola in Cristo non è uno slogan, ma una vocazione. È l’identità della Chiesa, la sua credibilità e la sua missione - ha evidenziato nelle sue conclusioni Padre Iwuamadi -. Il mondo non crederà al nostro messaggio di riconciliazione se non vedrà riconciliazione tra di noi».<br />Venerdì 10 luglio, al centro del terzo appuntamento on line, che come di consueto si svolgerà dalle 12:30 alle 14:00 , verrà messo a tema un interrogativo “Uniti nella missione. Come vivere e promuovere le indicazioni concrete del Santo Padre?”. A dialogare con padre Anh Nhuen Nguyen su questa provocazione vi sarà l’Arcivescovo di Tunisi, Nicolas Lhernould, direttore delle POM in Tunisia.<br />Il ciclo, che si concluderà l’11 settembre con una conferenza su “La missione di Amore: alla sequela di Cristo e dei Santi”, è già attivo anche nella lingua inglese e previsto in altre lingue. <br /> <br /><br /><br /><br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="https://www.fides.org/it/attachments/view/file/LINK_PER_PARTECIPARE.docx">LINK PER PARTECIPARE</a>Thu, 09 Jul 2026 15:37:48 +0200AMERICA/PERU'- Nomina del Vicario Apostolico di Jaén en Perùhttps://www.fides.org/it/news/77913-AMERICA_PERU_Nomina_del_Vicario_Apostolico_di_Jaen_en_Peruhttps://www.fides.org/it/news/77913-AMERICA_PERU_Nomina_del_Vicario_Apostolico_di_Jaen_en_PeruCittà del Vaticano - Il Santo Padre ha nominato Vicario Apostolico del Vicariato Apostolico di Jaén en Perù il Rev.do P. Juan Carlos Morante Buchhammer, S.J., finora Superiore della Casa San Ignacio de Loyola di Piura.<br />S.E. Mons. Juan Carlos Morante Buchhammer, S.J., è nato il 25 gennaio 1958 a Piura . Ha ottenuto la Laurea in Ingegneria Industriale presso la Universidad Nacional de Ingeniería di Lima, la Licenza in Filosofia presso la Pontificia Universidad Católica del Perú e quella in Teologia presso la Jesuit School of Theology di Berkeley, California.<br />È stato ordinato sacerdote il 31 luglio 1992 e ha emesso la professione solenne nella Compagnia di Gesù il 30 maggio 2000 a Lima.<br />Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Dottorato in Filosofia presso la Universidad Pontificia de Comillas de Madrid ; Professore di Filosofia presso la Escuela Superior de Pedagogía, Filosofía y Letras Antonio Ruiz de Montoya e Direttore Esecutivo dell’Instituto de Filosofía, Sociología y Política ; Membro dell’Equipo Jesuita Latinoamericano de Reflexión Filosófica ; Consigliere e Consultore della Provincia Peruviana dei Gesuiti; Superiore della Casa Virgen de Nazaret, El Agustino, Lima ; Professore , Decano della Facoltà di Filosofia e Rettore presso la Universidad Antonio Ruiz de Montoya; Superiore della Casa San Francisco de Borja, Lima ; Superiore Provinciale della Compagnia di Gesù in Perù ; Professore e Responsabile della Unidad Académica de la Escuela Superior de Pedagogía Víctor Andrés Belaunde, in Jaén ; Superiore della Casa San Ignacio de Loyola di Piura e Coordinatore delle Plataformas Territoriales di Piura e Chiclayo .<br /> Thu, 09 Jul 2026 12:57:21 +0200AFRICA/NIGERIA - Il parroco di St Joseph Kutaho: il catechista Victor Paul rapito e ucciso, era appena giunto da noi per annunciare il Vangelohttps://www.fides.org/it/news/77912-AFRICA_NIGERIA_Il_parroco_di_St_Joseph_Kutaho_il_catechista_Victor_Paul_rapito_e_ucciso_era_appena_giunto_da_noi_per_annunciare_il_Vangelohttps://www.fides.org/it/news/77912-AFRICA_NIGERIA_Il_parroco_di_St_Joseph_Kutaho_il_catechista_Victor_Paul_rapito_e_ucciso_era_appena_giunto_da_noi_per_annunciare_il_Vangelodi Antonella Prenna<br /><br />Kaduna - “Il catechista Victor Paul è stato assegnato alla nostra parrocchia di St. Joseph il 31 gennaio 2026 per iniziare il suo primo apostolato nell'arcidiocesi. Insieme a lui c’erano la moglie incinta e un altro loro figlio. Tutta la comunità, sia cattolica sia battista, li ha accolti con grande gioia e calore. Al loro arrivo, le donne della comunità hanno organizzato un incontro fraterno e gli hanno dedicato un canto di benvenuto. Abbiamo poi preparato del cibo, condiviso il pasto insieme accompagnandolo con le nostre bevande tradizionali e pregato affinché il suo soggiorno e il suo ministero nella nostra comunità fossero sereni, fecondi e ricchi di benedizioni.” E’ la testimonianza di p. Linus Bobai, parroco di St Joseph Kutaho, dell’Arcidiocesi di Kaduna, situata nella Kagarko Local Government Area, pervenuta all’Agenzia Fides tramite il Cancelliere dell’Arcidiocesi, padre Christian Okewu Emmanuel. Padre Linus ha condiviso la storia del catechista, Victor Paul, rimasto ucciso insieme ad altre vittime che erano state rapite il 9 febbraio 2026 .<br /><br />“Victor Paul era considerato l'assistente dei sacerdoti della comunità, sia dai cattolici sia dai battisti. Tutti lo stimavano. Finché, il 9 febbraio, un gruppo di banditi ha fatto irruzione nella nostra comunità" prosegue padre Linus. "Purtroppo lui, insieme alla moglie incinta e al figlio, era tra le persone rapite. Quella stessa notte, alcune delle vittime implorarono i banditi di risparmiare il catechista e la sua famiglia, spiegando che erano appena arrivati e che lui era il loro catechista. I banditi, però, si rifiutarono e insistettero nel portarli con sé, sostenendo che, proprio perché erano visitatori, li avrebbero condotti via con loro.”<br /><br />“Il 5 aprile 2026, come richiesto dai rapitori, è stato effettuato un pagamento per il rilascio di tutti i prigionieri. In realtà abbiamo ritrovato solo la moglie del catechista, il loro figlio e altre donne con i rispettivi bambini, liberati proprio quel giorno. Subito dopo la loro liberazione li abbiamo accompagnati tutti in ospedale per gli accertamenti medici. Poco dopo il ricovero, la moglie del catechista ha dato alla luce un bambino. Il neonato sta bene, così come l’altro figlio della coppia, che però continuava a chiedere dove fosse suo padre. Siamo quindi rientrati nel nostro villaggio, ma il nostro stato d’animo era profondamente segnato: affrontare tutto questo non è stato affatto facile.”<br /><br />“La maggior parte della nostra comunità e dei parrocchiani è ancora profondamente provata. Victor Paul era venuto tra noi per annunciare il Vangelo di Gesù Cristo, e la notizia della sua morte, insieme a quella delle altre vittime uccise nella foresta, ha sconvolto tutti. Non ci è rimasto altro che organizzare la loro sepoltura.”<br /><br />“L'intera comunità è scoraggiata, ma rimaniamo uniti nella preghiera, chiedendo a Dio di donarci consolazione e forza. Come cristiani, crediamo che Dio conosca il perché di tutto ciò che è accaduto. Non vogliamo incolpare nessuno; piuttosto, affidiamo ogni cosa nelle Sue mani. Preghiamo affinché Dio tocchi il cuore di coloro che hanno causato tanto dolore e tanto male alla nostra comunità.”<br /><br />Thu, 09 Jul 2026 12:53:08 +0200ASIA/PAKISTAN - A Lahore una Chiesa vibrante, guidata dall'Arcivescovo cappuccino Rehmat, costruisce dialogo, speranza e fraternità, nel segno di san Francescohttps://www.fides.org/it/news/77911-ASIA_PAKISTAN_A_Lahore_una_Chiesa_vibrante_guidata_dall_Arcivescovo_cappuccino_Rehmat_costruisce_dialogo_speranza_e_fraternita_nel_segno_di_san_Francescohttps://www.fides.org/it/news/77911-ASIA_PAKISTAN_A_Lahore_una_Chiesa_vibrante_guidata_dall_Arcivescovo_cappuccino_Rehmat_costruisce_dialogo_speranza_e_fraternita_nel_segno_di_san_Francescodi Paolo Affatato<br /><br />Lahore – In Pakistan il dialogo interreligioso "non è una scelta opzionale, ma è una necessità". Da questa convinzione parte il ministero pastorale dell'arcivescovo di Lahore, Khalil Rehmat OFM Cap, frate cappuccino chiamato a guidare una delle comunità cattoliche più antiche e significative del Paese. Nominato dal Papa Arcivescovo metropolita di Lahore il 10 marzo 2026, Rehmat ha ricevuto il pallio dal Pontefice il 29 giugno scorso – nella celebrazione nella Basilica di San Pietro in cui ha consegnato l'insegna liturgica a 35 nuovi arcivescovi, nominati nel corso dell'ultimo anno. Nell'anno in cui ricorre l'ottavo centenario della morte di San Francesco d'Assisi , proclamato da Papa Leone XIV “Anno giubilare francescano” - celebrato in Pakistan con grande devozione e anche con incontri interreligiosi - mons. Rehmat rilegge in un colloquio con l’Agenzia Fides il carisma del santo di Assisi come una bussola per orientare la missione della Chiesa pakistana tra sfide quotidiane, cura del creato, testimonianza evangelica e costruzione della pace.<br /><br />L'arcidiocesi di Lahore, definita la “diocesi madre” del Punjab, raccoglie oltre mezzo milione di cattolici in una metropoli abitata da circa 33 milioni di persone, a larga maggioranza musulmana. Qui la presenza cristiana affonda le sue radici nelle missioni gesuite del XVI secolo e poi, dalla fine dell'Ottocento, è stata profondamente plasmata dall'opera dei Frati Minori Cappuccini, ai quali fu affidata la diocesi nel 1888. Oggi la guida dell'Arcidiocesi è affidata proprio a un cappuccino pakistano, segno della maturità raggiunta dalla Chiesa locale.<br />Secondo Rehmat, la spiritualità francescana conserva una sorprendente attualità ed è un patrimonio comune dei battezzati: "La spiritualità di San Francesco è sempre fonte di ispirazione per tutti, non solo per i suoi seguaci della famiglia francescana, sacerdoti e suore, ma a per tutti i fedeli", osserva. Il santo di Assisi, sottolinea, aveva intuito già otto secoli fa il rapporto di fraternità che lega gli uomini tra loro e gli uomini con l'intero creato: "Invitava l'umanità a considerare questo universo come la nostra ‘casa comune’, e ad apprezzare ogni essere umano e ogni creatura come fratello e sorella. Essendo una persona semplice e con il cuore secondo Dio, San Francesco ha indicato all'umanità la via per non cadere in una crisi dei rapporti umani – oggi pesantemente segnati da guerra e violenza – e in una crisi ecologica".<br /><br />L'eredità francescana si intreccia con il magistero pontificio sulla custodia del creato: “Papa Leone, e prima di lui Papa Francesco con l’enciclica Laudato si’, sottolineano chiaramente che la Madre Terra è la nostra casa comune e dobbiamo prendercene cura. Non siamo i padroni di questa terra e delle sue risorse, siamo amministratori. E, in spirito di condivisione e di responsabilità, siamo chiamati a garantire la vita alle generazioni future", afferma l'Arcivescovo.<br />Ma è soprattutto sul terreno delle relazioni tra le comunità religiose che la testimonianza francescana assume in Pakistan un valore concreto e cruciale: "Il dialogo interreligioso non è un'opzione per noi. È una necessità, è un nostro bisogno", spiega, ricordando l’esempio di San Francesco che fece visita e andò a dialogare con il Sultano. In un Paese dove i cristiani rappresentano una esigua minoranza, “costruire rapporti di fiducia quotidiani con la maggioranza musulmana significa contribuire alla convivenza dell'intera società”, nota.<br />"Il Pakistan è un Paese bellissimo. Amiamo i suoi paesaggi, la sua cultura, il suo cibo, la gente e riceviamo tante benedizioni dalla nostra amata patria. Ma le crisi e i problemi ci sono", riconosce il frate. Per questo, aggiunge, "l'intera conferenza episcopale e le comunità francescane stanno facendo un lavoro meraviglioso nel costruire armonia sociale, pace, fraternità”. L'impegno continua anche grazie all'eredità lasciata da figure come il cappuccino padre Francis Nadeem OFM Cap, alfiere del dialogo interreligioso, scomparso nel 2020; la sua eredità oggi è raccolta da padre Nakash Azam, direttore diocesano per il dialogo interreligioso.<br /><br />Le difficoltà non mancano nel contesto sociale pakistano. I cristiani continuano a vivere situazioni di discriminazione sociale ed economica, restano vulnerabili agli abusi della legislazione sulla blasfemia e alle conversioni e ai matrimoni forzati che colpiscono soprattutto le ragazze appartenenti alle minoranze religiose. A questo si aggiungono povertà, analfabetismo e la necessità di mantenere elevate misure di sicurezza intorno alle chiese e ai quartieri cristiani.<br />Di fronte a queste sfide, mons. Rehmat indica e sceglie la via della collaborazione con le istituzioni e con tutte le persone di buona volontà: "Riconosciamo che ci sono dei problemi, come quello delle ragazze cristiane rapite e date in spose a uomini musulmani, o come episodi di violenze sui cristiani. Ma nel Paese le istituzioni, i politici, le organizzazioni sociali, i leader religiosi islamici e tante persone comuni riconoscono questa sfida, ci appoggiano e credono nella giustizia. Per questo lavoriamo in stretta collaborazione con i capi musulmani, che sono nostri fratelli, e con le istituzioni del governo. Questa è la nostra patria, questo è il nostro Paese. Crediamo che, affrontando insieme questi problemi, gradualmente le cose possano migliorare, proprio grazie allo spirito di collaborazione che costruisce il bene comune".<br /><br />Nonostante le difficoltà, ciò che più colpisce il Pastore di Lahore, arrivato nella città del Punjab dopo i primi anni di ministero episcopale nel Vicariato Apostolico di Quetta, è la vitalità della comunità cattolica: "La fede qui è vitale, è molto forte. Ma vorrei notare che non c'è una Chiesa in Pakistan che non sia giovane. Siamo una comunità vibrante, che il Signore guarda con benevolenza e ricolma di doni”, afferma. I giovani con meno di 30 anni rappresentano circa il 60% della popolazione pakistana e, secondo i vescovi del Pakistan, costituiscono anche circa il 60% della comunità cristiana. Nelle diocesi pakistane i giovani sono particolarmente presenti – ricorda l’Arcivescovo – “nella liturgia e nell'animazione delle celebrazioni, nei gruppi biblici e di preghiera, nelle attività della Caritas e del volontariato, nei programmi di dialogo interreligioso, impegnandosi nei movimenti giovanili diocesani e nazionali”. “La presenza di bambini, adolescenti e giovani famiglie è uno dei segni più evidenti della vitalità della Chiesa pakistana ed è fonte della nostra speranza per il futuro”, rileva.<br />In una terra dove i cristiani sono una comunità piccola – prosegue – la testimonianza della Chiesa di Lahore continua a esprimersi attraverso il servizio, il dialogo e la fraternità. Nello spirito di San Francesco, ribadisce l'Arcivescovo, “la pace nasce dalla convinzione che ogni persona è un fratello o una sorella e la nostra terra appartiene a tutti”. Con questo spirito di predicare e praticare la pace, la Chiesa continua a servire la società attraverso scuole, università, opere sanitarie, programmi di formazione professionale e iniziative umanitarie della Caritas, che beneficiano cittadini di ogni appartenenza religiosa. “L'opera di istruzione – ricorda l’Arcivescovo – resta il principale strumento per rompere il circolo della povertà e della marginalizzazione”.<br /><br />Guardando al suo ministero episcopale, iniziato nella diocesi di Quetta e che oggi prosegue a Lahore, l'Arcivescovo affida la sua missione a Dio con lo spirito del Magnificat: “Voglio ringraziare Dio, come fa Maria col Magnificat, per il bene che ha fatto a me a tutta la comunità. Il Signore ha fatto grandi cose per noi e santo è il suo nome”. E conclude: "Metterò tutto il mio impegno per servire l'Arcidiocesi di Lahore con tutto il cuore, in vincolo collegiale con gli altri vescovi e in obbedienza al Papa. Sono qui per prendermi cura della fede del popolo di Dio. La mia priorità è la cura pastorale dei fedeli: celebrare per loro e con loro i sacramenti, nutrire la speranza, incoraggiare la carità e spronare i miei sacerdoti a lavorare in unità".<br /><br />Thu, 09 Jul 2026 09:14:54 +0200AFRICA/ALGERIA - Nelle urne algerine vince ancora l’astensionismohttps://www.fides.org/it/news/77910-AFRICA_ALGERIA_Nelle_urne_algerine_vince_ancora_l_astensionismohttps://www.fides.org/it/news/77910-AFRICA_ALGERIA_Nelle_urne_algerine_vince_ancora_l_astensionismoAlgeri - Come nel 2021, anche alle ultime elezioni parlamentari in Algeria, che si sono tenute lo scorso 2 luglio, l’affluenza alle urne è stata bassissima. Rispetto a cinque anni fa, quando andò a votare circa il 23 % degli aventi diritto, quest’anno solo il 21% dei più di 24 milioni e 700mila potenziali elettori si è presentato ai seggi elettorali.<br /><br />Quest’ultima tornata di elezioni parlamentari è stata la seconda organizzata da quando la scena politica è dominata dal movimento di protesta dell’Hirak, che nel 2019 portò nelle strade del Paese moltitudini di persone e innescò la fine della presidenza ventennale di Abdelaziz Bouteflika. Al suo posto venne eletto Abdelmadjid Tebboune, confermato alla presidenza nel 2024. <br /><br />In questi anni gruppi di opposizione hanno denunciato limitazioni all’attività di partiti politici e organizzazioni sociali.<br />La campagna elettorale in preparazione alle elezioni è stata caratterizzata dall’esclusione di più di tremila settecento candidati, mentre coloro la cui candidatura è stata approvata sono stati diecimila, riporta la testata Al Jazeera. <br /><br />L’esclusione di più di un quarto delle candidature è stata giustificata da parte del governo con la presenza di un conflitto di interessi o con la presenza di “attività sospette”, applicando un emendamento costituzionale approvato nell’aprile del 2026 per prevenire l’influenza di finanziamenti illeciti sulla politica. Le esclusioni sono state trasversali: non hanno riguardato solo Partiti che possono essere considerati di opposizione, come il Fronte delle Forze Socialiste – che ha partecipato nuovamente dopo l’assenza del 2021 – o come il Movimento Islamico della Società della Pace , ma anche Partiti considerati vicini all’establishment, come il Fronte di Liberazione Nazionale e il Partito Nazionale Democratico .<br /><br />Durante la campagna elettorale, forse il dato più rilevante registrato è stato lo scettiscismo e la conseguente apatia dell’elettorato nei confronti della classe politica, un fenomeno particolarmente diffuso in quella fascia della popolazione di età inferiore ai quarant’anni che rappresenta più del 50% di tutta la popolazione del Paese. Per raggiungere questa enorme porzione della popolazione, molti dei candidati alle elezioni hanno usato metodi “alternativi” ai normali comizi di campagna elettorale, come incontri nei mercati o nei caffè, senza la presenza di enormi folle. Questi metodi, seppur ampiamente usati, non sono serviti a superare questo problema, come testimonia la bassa affluenza alle elezioni.<br /><br />Le elezioni sono state vinte dal Fronte di liberazione nazionale, che ha ottenuto novanta seggi, otto in meno rispetto al 2021. Il secondo partito più votato è stato il Raggruppamento nazionale democratico , che con settantatré seggi è il Partito che ne ha guadagnati di più, seguito dal Fronte EL Moustakbal, che si è aggiudicato cinquantanove seggi, guadagnandone undici rispetto alle precedenti elezioni. Tra i Partiti di opposizione il Msp ha perso ventidue seggi, ottenendone quarantatré, e il Ffs ne ha ottenuti dodici.<br /><br />Dalle urne dovrebbe uscire una maggioranza, formata da Partiti favorevoli alla presidenza di Tebboune. Ciò potrebbe portare ad una maggiore convergenza sul programma di riforme economiche e politiche della “Nuova Algeria”, lanciato dal Presidente in carica durante il suo primo mandato. Il programma mira a riformare dal punto di vista istituzionale ed economico il Paese, ma in questi sette anni sono stati fatti pochi passi avanti nella direzione riformatrice, dato che spiega almeno parzialmente l’apatia elettorale. <br />Thu, 09 Jul 2026 16:38:40 +0200Il tesoro nascosto della Papua Nuova Guinea: la sapienza dei missionari anzianihttps://www.fides.org/it/news/77909-Il_tesoro_nascosto_della_Papua_Nuova_Guinea_la_sapienza_dei_missionari_anzianihttps://www.fides.org/it/news/77909-Il_tesoro_nascosto_della_Papua_Nuova_Guinea_la_sapienza_dei_missionari_anzianidi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Port Moresby Padre Christian Sieland, direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Papua Nuova Guinea, è figlio di un missionario laico tedesco che ha vissuto la sua vocazione apostolica per oltre due decenni accanto a sacerdoti e religiosi. Riconoscendo nella gratitudine il grande valore alla sua prima esperienza come giovane volontario in Papua Nuova Guinea e del contatto diretto con i missionari provenienti da diverse nazioni, oggi padre Christian partecipa all’avventura di una Chiesa locale in transizione da una «dipendenza missionaria» a una piena assunzione di responsabilità, promuovendo una rinnovata inculturazione del Vangelo. <br />In questo contesto, il suo recente viaggio compiuto per visitare i missionari anziani che hanno operato nella sua terra e oggi vivono nelle residenze di riposo in alcuni Paesi europei diventa insieme un gesto di gratitudine e una lezione vivente: onorando coloro che per primi hanno testimoniato la fede, egli invita le nuove generazioni a ricordare le proprie sorgenti, a custodire il proprio patrimonio culturale e a lasciar mettere radici sempre più profonde al Vangelo nel terreno della vita del suo popolo.<br /><br />Negli ultimi tempi Lei ha trascorso un periodo visitando missionari anziani che hanno servito per molti anni in Papua Nuova Guinea. Che cosa l’ha colpita di più nel modo in cui oggi guardano alla loro missione?<br /><br /> -Sì, dopo l’Assemblea Generale delle POM ho viaggiato nei Paesi Bassi e in Germania per visitare alcuni dei nostri missionari olandesi e tedeschi in pensione nelle loro case di riposo. Sono stato a Teteringen, nei Paesi Bassi, per i missionari olandesi, e a Steyl, sempre nei Paesi Bassi, per i missionari tedeschi. Questi missionari appartengono alla Società del Verbo Divino e alle Suore Missionarie Serve dello Spirito Santo . Entrambe le congregazioni sono state fondate da sant’Arnold Janssen ed inviate nel mondo. I loro pionieri sono arrivati in Nuova Guinea nel 1896, iniziando la loro opera missionaria lungo le zone costiere, prima di spingersi verso l’interno negli altipiani centrali. La maggior parte dei missionari che ho visitato oggi ha tra la fine degli ottant’anni e i novant’anni. Il mio Vescovo emerito, Henk Te Maarssen, SVD, si trovava a Teteringen quando l’ho visitato; a settembre compirà 93 anni. Ha trascorso quasi 60 anni in Papua Nuova Guinea — più di 50 come sacerdote e 8 come vescovo.<br />In generale, questi missionari avrebbero desiderato rimanere nei Paesi di missione e essere sepolti nella terra che hanno servito. Tuttavia, a causa del deterioramento della salute e della disponibilità di servizi medici specializzati nei loro Paesi d’origine, hanno dovuto rientrare. Eppure, sebbene siano fisicamente presenti in Europa, il loro cuore e i loro pensieri rimangono completamente in Papua Nuova Guinea. Ascoltando le loro storie, è chiaro che non hanno alcun rimpianto per aver scelto la vita missionaria; se potessero, farebbero esattamente la stessa scelta, ancora e ancora. Ciò di cui spesso non si rendono pienamente conto è che, evangelizzando il nostro popolo, hanno posto anche le basi per la nazione moderna di Papua Nuova Guinea, che oggi è formata per il 90% da cristiani. Ciò che mi ha colpito di più in loro è la profonda umiltà. In molti casi hanno svolto un lavoro missionario pionieristico — predicando, battezzando e costruendo una vasta rete di infrastrutture, tra cui parrocchie, scuole e ospedali al servizio della nostra gente. Eppure non si vantano mai dei loro risultati; hanno fatto tutto unicamente per la gloria di Dio.<br /><br />Quando questi missionari anziani parlano delle persone e delle comunità che hanno accompagnato, quali parole o immagini ricorrono più spesso e che cosa rivelano, secondo lei, del loro modo di intendere la missione?<br />-La prima cosa che si nota, ascoltandoli, è che si identificano al 100% con il popolo e le comunità della Papua Nuova Guinea, che hanno servito in alcuni casi per oltre mezzo secolo. Nelle loro riflessioni e nei ricordi condivisi c’è pochissima negatività. Le loro parole esprimono invece un profondo rispetto e, direi, persino una vera venerazione per le persone, le loro tradizioni e la loro cultura. Le esperienze missionarie li hanno radicati completamente nella realtà, nella semplicità e nell’umiltà. Molti di loro sono arrivati negli anni Cinquanta e Sessanta. All’epoca dovettero imparare da zero le lingue vernacolari locali, acquisendo così una comprensione molto profonda delle varie culture e tradizioni del nostro Paese. Ho la sensazione che questo spirito missionario delle origini si sia talvolta affievolito fra molti dei nuovi missionari che arrivano oggi, anche perché gran parte del lavoro di base è già stato svolto. I missionari di oggi continuano a costruire sulle fondamenta poste da questi primi pionieri, ma lo slancio e l’energia “grezzi” di quei primi esploratori erano qualcosa di assolutamente unico.<br />-<br />Dalla loro esperienza sul campo — spesso in aree molto remote e difficili — quali lezioni sulla pazienza, sulla perseveranza e sull’umiltà l’hanno colpita in modo particolare?<br /><br />-Quando parlo dei missionari stranieri che vengono in Papua Nuova Guinea e vi restano dai pochi anni ai cinque decenni, dico spesso che sono stati “contagiati dal virus della Nuova Guinea”. Questo contatto profondo con il Paese cambia una persona per sempre. In quanto pionieri, sono entrati nelle zone più remote dove non esistevano strade, scuole o centri sanitari. Vivevano a stretto contatto con la gente, dormivano nei villaggi e mangiavano il cibo che veniva loro offerto. In questo modo hanno imparato che la definizione occidentale di “povertà”, così come la si trova nei dizionari, non ha un vero significato in un Paese come la Papua Nuova Guinea. Pur non avendo denaro — e non avendone bisogno per la sopravvivenza quotidiana — la popolazione in realtà aveva tutto. Dio ha benedetto questo popolo con una terra che provvede a tutte le sue necessità. Ancora oggi, il 90% della terra appartiene tradizionalmente alle persone e alle loro tribù; la terra è il bene più grande che un abitante della Papua Nuova Guinea possieda. Lavorando accanto alla gente, i missionari si sono naturalmente adattati a uno stile di vita semplice e umile. Questo stile di vita era intrinsecamente legato ai sistemi sociali tradizionali della Papua Nuova Guinea, che già contenevano molti dei valori evangelici che i missionari venivano ad annunciare. Dio aveva preparato per secoli il nostro popolo a questo incontro con la Parola. Ecco perché il Vangelo è stato accolto così facilmente e rapidamente: la gente riconosceva i propri valori riflessi nel messaggio cristiano, ma ora poteva comprenderli e apprezzarli alla luce della fede.<br />A cosa si riferisce in particolare?<br /><br />-Pazienza, perseveranza e umiltà sono davvero le tre virtù forgiate da decenni di evangelizzazione. Lasciare il cosiddetto “mondo civilizzato” per entrare in una società tribale con una struttura sociale complessa richiede queste tre qualità; senza di esse non si può mai raggiungere davvero il cuore delle persone. Con la pazienza e l’umiltà nasce una profonda apertura che permette al missionario di apprezzare veramente ciò che ha davanti. Non si tratta di una “cultura primitiva dell’età della pietra”, come molti occidentali dei primi tempi la descrivevano con disprezzo, ma di una società altamente sofisticata composta da mille tribù e culture diverse. I missionari lo avevano compreso. Nel mio cammino accanto al nostro popolo, la lezione più importante che mi hanno insegnato è che la vera felicità si trova nella semplicità. Da quella semplicità si imparano naturalmente l’umiltà e la pazienza — le chiavi ultime per aprire il cuore umano.<br /><br />Questi missionari sono giunti in un contesto culturale molto diverso dal loro. Come hanno imparato a rispettare e valorizzare le tradizioni locali e quali aspetti del loro approccio all’inculturazione vorrebbe trasmettere alle nuove generazioni di missionari e sacerdoti?<br /><br />-La prima condizione indispensabile è la mentalità aperta. Non si può essere missionari efficaci se non si apprezza la bellezza nascosta e la complessità di altre culture. Nessuna cultura è superiore a un’altra; ogni cultura ha piuttosto la funzione di arricchire le altre. Non si può arrivare in una terra straniera e condannare tradizioni, usi e costumi locali, né prima né durante l’annuncio del Vangelo. I nostri primi missionari meritano un grande riconoscimento per il loro approccio aperto. Hanno dedicato tempo allo studio delle culture e delle lingue locali, compilando persino dizionari e grammatiche per idiomi che fino ad allora erano solo orali. Hanno messo in luce i valori belli già presenti nella cultura e, al tempo stesso, hanno avuto il coraggio di dire con dolcezza quando alcune pratiche tribali non erano compatibili con il Vangelo. Questo processo di inculturazione si è sviluppato nel corso di molti decenni. Ritengo che abbia dato i frutti più maturi con la nascita dei catechisti formati sul posto. Questi catechisti erano ben istruiti, solidamente preparati in teologia e conoscevano a fondo le proprie tradizioni. Perciò erano in grado di annunciare efficacemente il Vangelo al loro stesso popolo, nelle loro lingue. Spesso venivano inviati in avanscoperta dai missionari stranieri in territori ancora inesplorati per svolgere il lavoro di base, e sono stati loro i migliori «traduttori e interpreti culturali» per la Chiesa. <br />Wed, 08 Jul 2026 13:05:04 +0200EUROPA/GRECIA- Nominato il nuovo direttore delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77908-EUROPA_GRECIA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77908-EUROPA_GRECIA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_MissionarieCittà del Vaticano - Il Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione , ha nominato, in data 25 maggio 2026, Don Giovanni Varthalitis, sacerdote dell’Arcidiocesi di Atene, direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Grecia per un periodo di cinque anni .<br />Don Varthalitis è nato nel 1985, dal 2003 al 2009 ha studiato presso il Pontificio Seminario Regionale Pugliese, nella città di Molfetta. Ha completato gli studi presso la facoltà teologica pugliese conseguendo il baccellierato in teologia presso l’Istituto teologico “Regina Apuliae”.<br />Da settembre 2009 ad ottobre 2010 ha svolto un anno di preparazione pastorale nelle parrocchie di Santa Maria Veterana a Triggiano e di Santa Teresa a Kypseli, ad Atene. Ordinato presbitero nel 2012 nella Cattedrale di San Dionigi ad Atene, ha ricoperto l’incarico di parroco della parrocchia dell’Annunciazione del Signore a Kalithea e poi quello di vicario parrocchiale della cattedrale di San Dionigi dal 2012 al 2015 e dal 2023 ad oggi. Tra le mansioni lui affidate risulta anche quella di cancelliere arcivescovile e responsabile dell’archivio diocesano, maestro delle celebrazioni liturgiche e presidente della Commissione catechetica. La Conferenza Episcopale greca lo ha inoltre nominato membro della Commissione per il catechismo e membro della Commissione per il Culto Divino. E’ presidente dell’Associazione “SKEKE”, associazione che riunisce il clero diocesano della Grecia ed è stato il responsabile per le cerimonie durante la visita di Papa Francesco in Grecia nel 2021.<br /> <br /><br /><br /><br />Wed, 08 Jul 2026 12:46:35 +0200AFRICA/SUD SUDAN - Nuove violenze intercomunitarie nello Stato di Warrap: 19 morti e 14 feritihttps://www.fides.org/it/news/77907-AFRICA_SUD_SUDAN_Nuove_violenze_intercomunitarie_nello_Stato_di_Warrap_19_morti_e_14_feritihttps://www.fides.org/it/news/77907-AFRICA_SUD_SUDAN_Nuove_violenze_intercomunitarie_nello_Stato_di_Warrap_19_morti_e_14_feritiJuba – Sale a 19 morti e 14 feriti il bilancio delle vittime degli scontri scoppiati nell'area meridionale della contea di Tonj, a circa 200 chilometri dalla capitale Juba. Secondo la stampa locale, le violenze si inseriscono in un contesto di crescenti tensioni intercomunitarie, aggravate dal clima politico in vista delle elezioni previste per dicembre 2026 e dalla persistente crisi umanitaria che colpisce il Paese.<br />Le autorità dello Stato di Warrap hanno riferito che gli scontri sono iniziati nelle prime ore di lunedì 6 luglio. «Abbiamo ricevuto una segnalazione intorno alle 5 del mattino dalle autorità della contea di Tonj Sud, secondo cui un gruppo di criminali ha attaccato la comunità di Manyangok, prendendo di mira i villaggi di Ajiwel e Manyin. Lo scontro ha provocato vittime da entrambe le parti», ha dichiarato alla stampa locale il ministro dell'Informazione dello Stato di Warrap. Secondo il ministro, un numero imprecisato di abitazioni è stato completamente distrutto dalle fiamme durante gli attacchi, lasciando numerose famiglie senza un tetto.<br />Le autorità collegano le nuove violenze al ciclo di attacchi e rappresaglie che interessa l'area dalla fine del 2025. «Il conflitto tra le comunità è in corso dalla fine del 2025 e potrebbe essere legato alla persistente spirale di attacchi e vendette. Tuttavia, l'episodio più recente richiede un'indagine indipendente», ha aggiunto il ministro.<br />Per contenere l'escalation della violenza, il governo dello Stato di Warrap ha dispiegato le Forze di Difesa del Popolo del Sud Sudan , affiancate dalla polizia e da altre forze di sicurezza, con l'obiettivo di ristabilire l'ordine nell'area interessata dagli scontri.<br /> <br />Wed, 08 Jul 2026 11:53:16 +0200ASIA/PAKISTAN - La comunità cattolica in prima linea contro gli abusi sui minori, "per promuovere la dignità e la protezione dei bambini", dice l'Arcivescovo Arshadhttps://www.fides.org/it/news/77906-ASIA_PAKISTAN_La_comunita_cattolica_in_prima_linea_contro_gli_abusi_sui_minori_per_promuovere_la_dignita_e_la_protezione_dei_bambini_dice_l_Arcivescovo_Arshadhttps://www.fides.org/it/news/77906-ASIA_PAKISTAN_La_comunita_cattolica_in_prima_linea_contro_gli_abusi_sui_minori_per_promuovere_la_dignita_e_la_protezione_dei_bambini_dice_l_Arcivescovo_ArshadIslamabad - Un "Anno dei Bambini", scandito da incontri, celebrazioni, manifestazioni e preghiere per tutelare l'infanzia, promuoverla e rimetterla al centro dell'attenzione sociale e pastorale, in un contesto in cui i bambini sono usati, sfruttati e violati. Così l'Arcivescovo Joseph Arshad, Vescovo della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, ha spiegato all'Agenzia Fides gli obiettivi e le ragioni dello speciale anno che sta vivendo la comunità cattolica nel nord del Pakistan. <br />"La tutela dell'infanzia è cruciale", ha detto, esprimendo "profonda preoccupazione per il crescente numero di casi di abuso sui minori nella società". "Il problema dell'abuso sessuale sui minori in Pakistan rimane una questione pesantemente diffusa e richiede un'attenzione urgente: nell'anno 2025 – ha riferito, citando le cifre del rapporto "Cruel Numbers" pubblicato dalla Ong pakistana "Sahil", che monitora quotidianamente il fenomeno a livello nazionale – si è registrato un allarmante incremento dell'8% delle denunce, con 3.630 casi di violenza accertati, ovvero una media di oltre nove bambini abusati al giorno". Secondo i dati riportati, i reati più comuni sono il rapimento e lo stupro. Le ragazze rappresentano il 53% delle vittime, mentre i bambini di età compresa tra gli 11 e i 15 anni sono i più vulnerabili. <br />Condannando fermamente gli abusi sui minori rilevati in diverse parti del Pakistan, "esprimiamo come comunità cattolica profondo dolore, sgomento e preoccupazione, e rileviamo la crescente paura tra genitori, bambini e comunità", ha detto Arshad. Ricordando il tragico e recente caso della piccola Muntaha Zahra, bambina di sette anni di famiglia musulmana originaria di Sargodha, rapita nel giugno scorso e uccisa dopo orribili maltrattamenti e torture – un caso che ha scosso profondamente la società –, Arshad ha affermato che tale "brutalità contro un bambino innocente è un crimine che ferisce la coscienza dell'intera nazione", ricordando casi simili segnalati a Karachi, Swat e in diverse parti del Paese.<br />"I crimini contro i bambini sono tra le violazioni più vergognose e intollerabili della dignità umana. Nessuna società può definirsi giusta, pacifica o civile finché i suoi bambini vivono sotto minaccia, paura e insicurezza. I bambini sono un dono sacro di Dio e devono essere protetti con il massimo livello di responsabilità morale, sociale, legale e istituzionale", ha auspicato. L'Arcivescovo esorta il Governo del Pakistan, le forze dell'ordine, i dipartimenti per la protezione dell'infanzia e tutte le istituzioni competenti "ad adottare misure immediate, rigorose, trasparenti ed esemplari contro gli individui coinvolti in tali crimini", chiedendo che "i responsabili di abusi sui minori siano assicurati alla giustizia senza indugio e che non vengano tollerati il silenzio, la negligenza o la mancata applicazione delle leggi".<br />È questo il contesto ed è per queste ragioni che la comunità cattolica di Islamabad-Rawalpindi ha dedicato il 2026 all'infanzia e sta celebrando l'Anno dei Bambini. Questo esprime "il solenne impegno della Chiesa a promuovere la dignità, la protezione, l'educazione, la formazione e il benessere olistico dei bambini". La comunità diocesana, in tutte le sue articolazioni come parrocchie, scuole e associazioni, "continuerà a sensibilizzare e a incoraggiare famiglie, scuole, parrocchie e comunità a collaborare per la sicurezza e lo sviluppo di ogni bambino".<br />Arshad ha rivolto un appello a genitori, insegnanti, leader religiosi, media, società civile e a tutti i cittadini affinché "riconoscano la propria responsabilità nella protezione dei bambini", invitando i genitori a "rimanere vigili, costruire un rapporto di fiducia con i propri figli, ascoltarli attentamente e guidarli in materia di sicurezza personale". "La società dovrebbe rifiutare il silenzio, la paura, lo stigma e l'indifferenza, e deve segnalare ogni sospetto caso di abuso alle autorità competenti", ha auspicato.<br />"Tutte le persone di buona volontà, di ogni religione – ha detto – sono chiamate a diventare ambasciatori di pace, protezione e speranza per il Pakistan. La sicurezza dei bambini non è solo una questione familiare, ma una responsabilità morale nazionale". E ha concluso: "I nostri amati bambini meritano una società in cui possano vivere senza paura, crescere con dignità e guardare al futuro con speranza, e tutti noi dobbiamo lavorare insieme e contribuire al benessere dei nostri figli".<br />L'abuso sui minori in Pakistan è un'emergenza sociale cronica e in costante crescita, aggravata da tabù culturali, povertà e debolezza del sistema giudiziario. Gli esperti Onu e le ONG locali concordano sul fatto che il fenomeno sia fortemente sottostimato, poiché la gran parte degli abusi domestici o comunitari non viene denunciata per paura del disonore sociale o per le minacce.<br /> Wed, 08 Jul 2026 11:48:38 +0200L’Assemblea plenaria della FABC riunirà a Giacarta oltre 120 responsabili delle Chiese asiatichehttps://www.fides.org/it/news/77905-L_Assemblea_plenaria_della_FABC_riunira_a_Giacarta_oltre_120_responsabili_delle_Chiese_asiatichehttps://www.fides.org/it/news/77905-L_Assemblea_plenaria_della_FABC_riunira_a_Giacarta_oltre_120_responsabili_delle_Chiese_asiatichedi padre John Mi Shen*<br /><br />Giacarta - Più di 120 responsabili ecclesiali provenienti da tutta l’Asia si riuniranno a Giakarta, in Indonesia, dal 20 al 26 luglio 2026, per la XII Assemblea plenaria della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche .<br /><br />Ospitata dall’Arcidiocesi di Giakarta presso l’Hotel Mulia Senayan, l’Assemblea sarà focalizzata sul tema: «Conversione sinodale e missione per essere ponti e costruttori di ponti in Asia», e si lascerà ispirare dal versetto evangelico: «Vedrai cose più grandi di queste» .<br /><br />Tra i partecipanti vi saranno vescovi provenienti da tutta l’Asia, rappresentanti della Santa Sede, segretari degli uffici della FABC, teologi ed esperti di pastorale. Nel corso della settimana saranno uniti nella preghiera, nel dialogo e nel discernimento per riflettere sulla missione futura della Chiesa in Asia.<br /><br />La liturgia eucaristica di apertura, il 21 luglio, sarà presieduta dal cardinale Oswald Gracias, inviato speciale di Papa Leone XIV. Il cardinale Filipe Neri Ferrão, Presidente della FABC, terrà la relazione principale, mentre il cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione guiderà una giornata di preghiera e di ritiro sulla spiritualità sinodale.<br /><br />L’Assemblea prevede inoltre interventi principali affidati a monsignor Tomáš Halík e della dott.ssa Choong Pui Yee, insieme a discussioni regionali e sessioni di «Conversazione nello Spirito» sui principali urgenze e opportunità che la Chiesa in Asia si trova ad affrontare.<br />Il 25 luglio i partecipanti riceveranno un messaggio di Papa Leone XIV, prima di esaminare la bozza del messaggio finale dell’Assemblea e il quadro di attuazione. L’Assemblea plenaria si concluderà il 26 luglio con l’approvazione del messaggio finale, seguita dall’Eucaristia conclusiva presso la Cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione a Jakarta e da una visita alla vicina moschea Istiqlal attraverso il “Tunnel dell’Amicizia”, simbolo dell’impegno dell’Indonesia per l’armonia interreligiosa.<br /><br />In qualità di Segretario esecutivo dell’Ufficio per la Comunicazione Sociale della FABC, considero questa Assemblea plenaria più di un importante incontro ecclesiale. È un momento per le Chiese dell’Asia per ascoltarsi reciprocamente, discernere insieme e rinnovare il loro impegno missionario condiviso. Attraverso il ministero della comunicazione, auspichiamo di accompagnare questo cammino di fede e di rendere accessibili le sue riflessioni e i suoi frutti ai cattolici del continente e oltre, promuovendo una maggiore comunione, partecipazione e missione.<br /><br /><br />* Segretario esecutivo dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Federation of Asian Bishops' Conferences Wed, 08 Jul 2026 08:59:24 +0200AFRICA/NIGERIA - L'arcidiocesi di Kaduna conferma la morte in prigionia per stenti e sevizie del catechista Victor Paul, rapito a febbraiohttps://www.fides.org/it/news/77904-AFRICA_NIGERIA_L_arcidiocesi_di_Kaduna_conferma_la_morte_in_prigionia_per_stenti_e_sevizie_del_catechista_Victor_Paul_rapito_a_febbraiohttps://www.fides.org/it/news/77904-AFRICA_NIGERIA_L_arcidiocesi_di_Kaduna_conferma_la_morte_in_prigionia_per_stenti_e_sevizie_del_catechista_Victor_Paul_rapito_a_febbraioKaduna – Continua incessante il susseguirsi di attacchi, rapimenti e omicidi che colpiscono anche le comunità cristiane.<br /><br />E’ di questi giorni la notizia che Victor Paul, catechista cattolico rapito dalla sua abitazione nel distretto di Kagarko, nello Stato di Kaduna, è morto in prigionia. L’arcidiocesi di Kaduna ne ha dato conferma in un comunicato stampa del 2 luglio scorso, nel quale si legge che insieme al catechista sono morte altre 4 persone. <br /><br />Victor Paul era stato rapito insieme alla moglie incinta, al loro figlio che in seguito è stato ucciso, e ad altre 30 persone in un attacco terroristico del 9 febbraio 2026 contro le comunità di Kutaho e Kugur .<br /><br />Padre Christian Okewu Emmanuel, Cancelliere dell’arcidiocesi di Kaduna, ha dichiarato, tramite un comunicato, che il catechista è stato gravemente torturato e lasciato morire di fame, mentre gli altri sono stati brutalmente assassinati dai loro carcerieri. Al momento il governo dello Stato di Kaduna e il comando di polizia non hanno ancora rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale sulla morte delle vittime.<br /><br />Delle 30 persone rapite a febbraio, e per le quali era stato richiesto un riscatto, 11 persone tra donne e bambini, inclusa la moglie del catechista, sono state liberate lo scorso 5 aprile. Successivamente, altri nove uomini sono stati rilasciati venerdì 1 maggio 2026.<br /><br />“Siamo profondamente grati a Dio che anche i restanti quattro uomini abbiano riacquistato la libertà il 30 giugno 2026. Mentre ci rallegriamo per il loro ritorno sani e salvi, i nostri cuori sono ancora colmi di dolore per la tragica perdita di coloro che non sono tornati vivi” ha dichiarato padre Emmanuel.<br /><br /> <br /><br /><br /><br />Tue, 07 Jul 2026 16:23:59 +0200AMERICA/ARGENTINA - “Camminare insieme con spirito missionario significa migliorare il mondo”: il vescovo Dante Braida celebra la memoria dei 4 martiri lariojanihttps://www.fides.org/it/news/77903-AMERICA_ARGENTINA_Camminare_insieme_con_spirito_missionario_significa_migliorare_il_mondo_il_vescovo_Dante_Braida_celebra_la_memoria_dei_4_martiri_lariojanihttps://www.fides.org/it/news/77903-AMERICA_ARGENTINA_Camminare_insieme_con_spirito_missionario_significa_migliorare_il_mondo_il_vescovo_Dante_Braida_celebra_la_memoria_dei_4_martiri_lariojaniLa Rioja – “Quest'anno ricordiamo l'assassinio del Vescovo Enrique Angelelli, dei sacerdoti Murias e Longueville, e del marito e padre Wenceslao Pedernera. Questa memoria ci porta a riconoscere la generosa offerta delle loro vite. Oggi dobbiamo attingere alla sorgente di vita e di insegnamenti che ci hanno lasciato. Sono stati testimoni di misericordia, particolarmente vicini e sensibili a coloro che ne avevano più bisogno”. In una nota inviata all’Agenzia Fides il Vescovo di La Rioja, Dante Braida, ha condiviso una riflessione sul significato della commemorazione della morte dei martiri della diocesi argentina a 50 anni dal loro assassinio .<br /><br />“Così come quel tempo aveva bisogno di martiri, questo tempo in cui viviamo ha bisogno del nostro generoso impegno – rimarca il vescovo Braida che è anche Presidente della Pastorale Sociale Argentina - per superare la tentazione dell'individualismo ed essere incoraggiati da sogni comuni; per promuovere comunità più aperte e inclusive per tutti coloro che sono senza speranza nella vita e hanno bisogno di sperimentare la misericordia di Dio attraverso semplici e empatiche relazioni con gli altri; incoraggiare a camminare insieme in uno spirito di maggiore comprensione e pazienza, accettandoci a vicenda nelle nostre differenze e valorizzandoci per le nostre capacità; promuovere una vita di preghiera a tutte le età e in ogni situazione di vita, e trovare il vero significato della nostra esistenza nell'incontro con il Signore”.<br /><br />Passando in rassegna un breve profilo dei quattro martiri lariojani Braida ne evidenzia le principali caratteristiche. “Il vescovo Enrique Angelelli ci invita a vivere la nostra fede nella storia che si dispiega nelle nostre vite di oggi e che continua a illuminare l'impegno cristiano contemporaneo. L'eredità dei martiri ci invita a ‘coltivare la dimensione sociale della fede’ e ad affrontare responsabilmente le sfide del presente. I padri Carlos e Gabriele hanno vissuto la Parola che avevano ascoltato nella quotidianità, negli aspetti semplici e ordinari di ogni giorno, al servizio degli altri. Ma lo hanno fatto anche con voce profetica quando è stato necessario denunciare abusi e minacce che mancavano di rispetto alla dignità umana. Infine – aggiunge il vescovo Braida - vorrei sottolineare l'eloquente messaggio della vita del Beato Martire Venceslao Pedernera. Egli ha lavorato instancabilmente per un mondo più giusto, nella formazione del matrimonio e della famiglia cristiana; nella responsabilità dei suoi impegni sociali e, in particolare, nella ricerca della giustizia nelle attività produttive che valorizzavano il lavoro dei lavoratori. Alla fine della sua vita, la ricerca di giustizia si trasformò in una generosa effusione di misericordia verso coloro che non lo avevano compreso e lo avevano ucciso. «Perdonate, perdonate e non odiate», fu il suo ultimo messaggio, colmo di pura misericordia, una misericordia che è espressione della fede maturata nel corso della sua vita. Tutti loro rappresentano vocazioni diverse e ciascuno, nel proprio cammino, ci insegna a donarci completamente agli altri; in questo modo, la memoria che celebriamo oggi sarà sincera.”<br /><br />“Diedero la loro vita, non solo nel giorno in cui furono uccisi, ma anche nella loro quotidiana testimonianza del Vangelo, abbracciando le diverse situazioni della vita con la sua luce e cercando la trasformazione attraverso l'azione concreta nel mondo. Le loro vite sono state una testimonianza di come vivere il Vangelo in mezzo alle difficoltà e di come amare Dio e il prossimo con tutte le forze, cercando la loro liberazione da ogni forma di schiavitù e guidandoli a una vita piena come membri di una comunità e all'interno di essa. Qui, in questa terra della Rioja, i martiri hanno lavorato per la pace come frutto della giustizia. Qui sono stati perseguitati per aver vissuto le loro missioni individuali, per aver praticato la giustizia. Pertanto, camminare insieme con spirito missionario significa migliorare il mondo, portare la buona novella a tutte le persone e famiglie, a tutti i settori della società. Significa essere canali di liberazione da tutto ciò che ci lega e limita la nostra crescita.”<br /><br />“Quali sono le sfide che più ci troviamo ad affrontare in questo tempo? Quali realtà umane e sociali richiedono maggiormente un processo di liberazione? Come cresciamo come comunità di preghiera e come viviamo la nostra comunione? Sono alcune domande che il vescovo di La Rioja in conclusione rivolge alla comunità della sua diocesi invitandola a “cercare le risposte insieme, ascoltandoci a vicenda, dialogando, discernendo come comunità e camminando insieme con spirito missionario. Sempre.”<br /><br /> <br />Tue, 07 Jul 2026 11:56:51 +0200ASIA/MYANMAR - Nel cuore della crisi umanitaria birmana, la Chiesa di Kalay inaugura una nuova parrocchiahttps://www.fides.org/it/news/77902-ASIA_MYANMAR_Nel_cuore_della_crisi_umanitaria_birmana_la_Chiesa_di_Kalay_inaugura_una_nuova_parrocchiahttps://www.fides.org/it/news/77902-ASIA_MYANMAR_Nel_cuore_della_crisi_umanitaria_birmana_la_Chiesa_di_Kalay_inaugura_una_nuova_parrocchiaKalay - L'apertura della nuova parrocchia di San Patrizio, nella diocesi di Kalay, nel Nordovest del Myanmar, è un motivo di profonda gioia e speranza per la travagliata popolazione di quel territorio. La diocesi di Kalay, situata tra la regione di Sagaing e lo Stato Chin, rappresenta una delle aree più colpite in assoluto dalla guerra civile esplosa dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021 e attraversa una situazione sociale e umanitaria drammatica. <br />Ora, con una celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo di Kalay, Felix Lian Khen Thang, e concelebrata da 12 sacerdoti, cui hanno preso parte oltre 600 fedeli, la popolazione cattolica della zona, per lo più composta da sfollati interni, si è riunita nei giorni scorsi nella località di Khaikam Myo per celebrare la storica inaugurazione. Al suo arrivo, il Vescovo ha ricevuto un’accoglienza calorosa: i parrocchiani, vestiti con abiti tradizionali Chin, lo hanno salutato all’ingresso con danze culturali, canti tradizionali e una gioiosa processione, accompagnandolo all’interno della chiesa, dove c’era padre Sylvester Pau Van Sang, nominato primo parroco della chiesa di san Patrizio. Nel corso della messa , il Vescovo Felix Lian Khen Thang ha inoltre conferito il sacramento della Confermazione a 60 ragazzi, spiegando nell’omelia che “la creazione della parrocchia è una benedizione di Dio e un segno di speranza per lo sviluppo della diocesi di Kalay”. <br />Il Vescovo ha riferito che la nuova parrocchia comprende sei villaggi con 210 famiglie cattoliche. Lo scopo dell’istituzione è “offrire una cura pastorale più stretta e attenta, garantire la regolare celebrazione dei sacramenti e rendere la celebrazione quotidiana della Santa Messa più accessibile ai fedeli”, ricordando che “l’Eucaristia è fonte di grazia, consolazione e forza nella condizione di precarietà che la gente vive”. “La presenza di un sacerdote stabile, inoltre, è un segno visibile della presenza di Cristo in mezzo al suo popolo”, ha sottolineato il Vescovo Felix, ricordando poi che nel Sacramento della Confermazione “i candidati ricevono i doni dello Spirito Santo che vengono a confortare, incoraggiare, sostenere le loro famiglie e l’intera comunità parrocchiale”.<br /><br />La diocesi di Kalay, suffraganea dell’Arcidiocesi di Mandalay, si trova nella parte nordoccidentale del Myanmar, nella regione di Sagaing, con parti di territorio che si estendono anche nello Stato Chin. È centrata sulla città di Kalay, dove si trova la sede vescovile con la cattedrale di Santa Maria e conta circa 60.000 fedeli cattolici. Confina con l’India e abbraccia un territorio con popolazione etnicamente mista, con forte presenza chin e di altre minoranze. L’area di Kalay è fortemente colpita dalla guerra civile scoppiata dopo il colpo di stato militare del 2021 ed è immersa in una policrisi: il tessuto sociale è azzerato, i giovani sono fuggiti per evitare la coscrizione forzata, l’emergenza umanitaria è drammatica.<br />Sagaing è una delle regioni più violente del Paese, epicentro della resistenza armata contro la giunta: nella zona si registrano scontri frequenti tra forze dell’esercito birmano, PDF locali e gruppi di resistenza Chin. In questa cornice la situazione umanitaria è grave: vi è un altissimo numero di sfollati interni, crisi alimentare, mancanza di elettricità prolungata, accesso limitato a sanità e aiuti, con condizioni di povertà estrema che toccano l’80% della popolazione. <br />La Chiesa cattolica locale e le comunità di altre confessioni cristiane forniscono supporto alle comunità colpite, ma operano in condizioni molto difficili. A causa dell’intensità degli scontri la Chiesa locale ha dovuto chiudere circa la metà delle sue parrocchie, mentre la maggior parte dei cattolici della diocesi sono fuggiti verso le foreste, le montagne dello Stato Chin o il confine con l’India, cercando scampo dalla violenza. In una condizione di emergenza, la diocesi ha trasformato molte delle strutture rimaste agibili in centri di prima accoglienza e si stima che ospiti circa 40.000 sfollati di diverse etnie e fedi in fuga da zone di guerra. Secondo fonti locali, a volte i militari dell’esercito regolare hanno colpito chiese, conventi e scuole cattoliche sospettando che queste strutture offrano supporto logistico o rifugio ai ribelli. Tra le strutture colpite e danneggiate nell’area di Kalay vi sono: la chiesa cattolica a Lungtak, colpita da bombardamenti aerei dell’esercito nel maggio 2024, insieme a una chiesa battista vicina; la chiesa battista nel villaggio di Pyidaw, distrutta da raid aerei nell’aprile 2023; la chiesa battista nel villaggio di Kanan, nel corso di intensi combattimenti.<br /> <br />Tue, 07 Jul 2026 09:36:38 +0200