Fides News - Italianhttp://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.ASIA/SIRIA - Aleppo, Il Vescovo Audo: dopo 12 anni di guerra, il terremoto cade su di noi come una nuova bombahttp://www.fides.org/it/news/73375-ASIA_SIRIA_Aleppo_Il_Vescovo_Audo_dopo_12_anni_di_guerra_il_terremoto_cade_su_di_noi_come_una_nuova_bombahttp://www.fides.org/it/news/73375-ASIA_SIRIA_Aleppo_Il_Vescovo_Audo_dopo_12_anni_di_guerra_il_terremoto_cade_su_di_noi_come_una_nuova_bombaAleppo – «Ora è ancora più importante stare vicino al popolo, che è terrorizzato da questo terremoto». Per il gesuita Antoine Audo, Vescovo caldeo di Aleppo, «tra le tante che abbiamo avuto, questa è una sciagura a cui, per così dire, non siamo abituati. Dopo dodici anni di guerra, questa è una nuova bomba tremenda, letale e sconosciuta, che cade su di noi».<br />Il terremoto che alle 4,17 ora locale di lunedì 6 febbraio ha scosso la Turchia meridionale e la Siria centro-settentrionale è il più violento degli ultimi otto secoli. Lo ha riferito Marlène Brax, direttrice del centro libanese di geofisica, Interpellata dal quotidiano libanese L'Orient-Le Jour. il sisma ha avuto una magnitudo 7,8 sulla scala Richter, con epicentro localizzato nel sud della Turchia.<br /><br />Il Vescovo caldeo di Aleppo descrive all’Agenzia Fides «una città di due milioni e mezzo di abitanti senza elettricità, senza acqua e riscaldamento. Fa molto freddo, l’inverno è rigido. Vedo le persone che rimangono per strada, o si chiudono nelle automobili. Hanno paura, non sanno cosa accadrà, perché forse non è finita, e si dice che potrebbero arrivare nuove scosse forti e devastanti». Infatti, Una nuova scossa di terremoto di magnitudo 7.6 è stata registrata nella provincia turca meridionale di Kahramanmaras alle 13,24 ora locale, ed è stata avvertita anche a Damasco.<br />In Siria, il bilancio provvisorio riportato dalle fonti ufficiali siriane, destinato purtroppo a salire, parla per ora di 371 vittime e di più di mille feriti a causa del sisma. Altre centinaia di vittime vengono già contate nelle aree siriane fuori dal controllo del governo di Damasco. <br />Anche le Chiese dell’area cominciano a fare i conti con le devastazioni subite a causa del sisma. In Turchia, il Vescovo Paolo Bizzeti, Vicario apostolico dell’Anatolia, ha riferito che la Cattedrale di Iskenderun è crollata, e in quella città sono andate distrutte anche le chiese delle comunità siro-ortodossa e ortodossa.«Qui a Aleppo» riferisce all’Agenzia Fides il Vescovo Audo «l’Arcivescovo melchita Georges Masri è stato estratto vivo dalle macerie, ma il suo Vicario è ancora sotto il palazzo distrutto, e ancora non lo hanno trovato». Mon, 06 Feb 2023 14:21:26 +0100AFRICA/CONGO RD - Nuove manifestazioni a Goma mentre i ribelli dell’M23 avanzanohttp://www.fides.org/it/news/73374-AFRICA_CONGO_RD_Nuove_manifestazioni_a_Goma_mentre_i_ribelli_dell_M23_avanzanohttp://www.fides.org/it/news/73374-AFRICA_CONGO_RD_Nuove_manifestazioni_a_Goma_mentre_i_ribelli_dell_M23_avanzanoKinshasa – Barricate nelle strade, attività paralizzate, questa è la situazione da questa mattina 6 febbraio a Goma, capoluogo del Nord Kivu dove proseguono le manifestazioni iniziate il 3 febbraio per chiedere alla Forza regionale della Comunità degli Stati membri dell'Africa occidentale di intervenire per bloccare l’avanzata dei ribelli dell’M23. <br />Questo mentre la Missione ONU nella RDC deplora la morte di un Casco Blu sudafricano e il ferimento di un secondo quando l’elicottero sul quale operavano è stato colpito da alcuni colpi di arma da fuoco ieri domenica 5 febbraio mentre volava da Beni a Goma. <br />L’attacco contro l’elicottero dell’ONU avviene all’indomani del vertice straordinario dei capi di Stato della Comunità dell’Africa Orientale tenutosi a Bujumbura il 4 febbraio convocato dal Presidente del Burundi per affrontare la grave situazione venutasi a creare nell’est della RDC che rischia pure di provocare un conflitto tra Ruanda e RDC. Il vertice, che ha visto la partecipazione dei Presidenti di Ruanda, RDC, Uganda, Kenya, Tanzania e Burundi, si è concluso con appello "all’immediato cessate il fuoco di tutte le parti" e ritiro di tutti i gruppi armati, "compresi gli stranieri" nella RDC orientale.<br />Sempre il 4 febbraio il Coordinamento umanitario delle Nazioni Unite nella RDC ha affermato che decine di migliaia di persone “sono prese nella morsa della violenza armata" di fronte all’avanzata della ribellione.<br />I ribelli si sono impadroniti di diverse località tra cui Kitshanga, cittadina di circa 60mila abitanti, e Kirolirwe, provocando la fuga di diverse migliaia di persone nei giorni scorsi. Attualmente sono segnalati scontri a Kalake e a Tuonane, a pochi km a nord di Goma. <br />Mon, 06 Feb 2023 12:03:28 +0100AFRICA/SUD SUDAN - I medici con l’Africa Cuamm: la pace passa anche attraverso la cura della salute delle personehttp://www.fides.org/it/news/73373-AFRICA_SUD_SUDAN_I_medici_con_l_Africa_Cuamm_la_pace_passa_anche_attraverso_la_cura_della_salute_delle_personehttp://www.fides.org/it/news/73373-AFRICA_SUD_SUDAN_I_medici_con_l_Africa_Cuamm_la_pace_passa_anche_attraverso_la_cura_della_salute_delle_personeJuba – “Il Sud Sudan è una mamma che muore, a circa 20 anni, a causa di un parto andato male, perché assistita solo dalla nonna, nella sua capanna di terra e fango. Due bambini nati a casa, un terzo da far nascere e nessuno che si pone il problema di andare in ospedale o nel centro di salute. Il Sud Sudan è una bambina di circa 2 anni, che pesa 8,5 chilogrammi, è tutta gonfia, non riesce nemmeno ad aprire le gambe e gli occhi. Ha una forma molto grave di malnutrizione. Il Sud Sudan sono papà che camminano per giorni, decine e decine di chilometri, per portare i propri figli malati nel primo ospedale disponibile e che troppo spesso arrivano tardi”. Sono questi dati reali forniti direttamente all’Agenzia Fides da Elisa Bissacco del Settore Media Relations di Medici con l’Africa Cuamm.<br />“Non dimenticherò mai i volti dei bambini che ho curato, gli sguardi delle mamme accovacciate sotto le lettighe dei loro figli, il silenzio dei parenti dei malati che seduti nella veranda fuori dell’ospedale aspettavano, speravano e il loro dolore quando comunicavo che il loro caro non ce l’aveva fatta”, racconta Francesca, infermiera Cuamm.<br />“Qui il diritto alla vita, alla salute, alla sicurezza, non esistono. Si legge negli occhi rassegnati delle madri che non hanno nulla da mangiare per i propri figli, ma anche in quelli disillusi dei soldati che non sanno più perché combattono e muoiono lontano da casa, senza salario e cibo, ragazzi sempre affamati, alti come pertiche e magri come stecchi”, afferma Alessandra, chirurgo Cuamm.<br />È un impegno difficile e invisibile, quello dei medici e degli operatori del Cuamm, fatto di pazienza, perseveranza, tanta ostinazione e fiducia.<br />“È questo il nostro modo di rendere fattivo e concreto, ogni giorno, quell’ ‘Euntes, curate infirmos’, che ha ispirato le origini e continua a guidare il presente del Cuamm - prosegue Elisa. È il prendersi cura dell’altro che diventa Vangelo. Ci siamo sentiti interpellati nel profondo per portare aiuto a una popolazione bisognosa di tutto. E abbiamo scelto di andare nell’ultimo miglio, nel posto più lontano, dove nessuno vuole andare, in quelle periferie del mondo tanto care a Papa Francesco che adesso riaccende la speranza con la sua visita appena conclusa”.<br />Indipendente dal 2011 e in guerra civile dal 2013, il Sud Sudan è il paese più povero del mondo all’ultimo posto nella classifica per Indice di sviluppo umano. Un lembo di terra rossa, grande due volte l’Italia, adagiata su un mare di petrolio, che non viene sfruttato, perché in Sud Sudan manca tutto. Strade, infrastrutture, servizi, scuola, sanità. È uno dei paesi più fragili e bisognosi al mondo. Conta 12 milioni di abitanti, per lo più pastori seminomadi, di diverse etnie in continua lotta tra loro. 2 milioni circa sono gli sfollati. Persone che hanno abbandonato le loro capanne, rifugiandosi in altre zone interne al paese stesso. Si stima che circa 9 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria. Un bambino su due è malnutrito, così come due donne in gravidanza su tre. Il personale sanitario formato è scarsissimo. Un rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione di marzo 2022, conta 1 medico ogni 65.574 persone e 1 ostetrica ogni 39.000. Significa che solo 1 mamma in gravidanza ogni 1.953 può avere un parto assistito da una persona competente e formata. <br />“È un quadro drammatico – sottolinea la Bissacco. E di fronte alle sofferenze del fratello, abbiamo scelto di non voltarci dall’altra parte, perché i bisogni dei più poveri e ultimi diventano la nostra priorità. Sempre ‘con l’Africa’, accompagnando la popolazione e le autorità a camminare, passo dopo passo e a crescere insieme. <br />Abbiamo cominciato nel 2006, prima dell’indipendenza, nell’ospedale di Yirol. Da lì, l’intervento si è allargato all’ospedale di Lui con l’annessa Scuola per Ostetriche, a quello di Rumbek, all’ospedale di Maridi, fino ad oggi, che il Cuamm è partner ufficiale del Governo sud sudanese per dare assistenza sanitaria di base alla popolazione. Siamo presenti in 11 contee, dove supportiamo 103 strutture sanitarie periferiche; 4 ospedali ; 2 Istituti di Scienze Sanitarie, con circa 1.350 staff sanitari nazionali e 924 operatori sanitari di comunità, supportati da un team internazionale di circa 60 persone.<br />‘La vostra opera è un modo concreto di mettere in pratica ciò che chiediamo ogni giorno nel Padre nostro. Voi vi impegnate perché non manchi il pane quotidiano a tanti fratelli e sorelle che oggi non hanno accesso a un’assistenza sanitaria normale, di base’. Sono le parole che lo stesso Papa Francesco ci ha rivolto nel corso del Meeting tenuto in Vaticano il 19 novembre 2022 . E sono la realtà che viviamo ogni giorno, convinti che la pace passi anche attraverso la cura della salute delle persone.”<br />“Il cammino è solo all’inizio – conclude la responsabile del Settore Media Relations del Cuamm. La strada che il Sud Sudan ha davanti per diventare un paese in cui si vive in modo dignitoso è ancora lunghissima. Speriamo davvero che questo viaggio del Papa sia la prima pietra posta per ricostruire la pace, perché solo così ogni problema può trovare una soluzione”. <br /><br /> <br /><br />Mon, 06 Feb 2023 11:48:05 +0100OCEANIA/ISOLE FIJI - Assemblea dei Vescovi dell’Oceania: in ascolto del Popolo di Dio, per valorizzare il contributo di tuttihttp://www.fides.org/it/news/73372-OCEANIA_ISOLE_FIJI_Assemblea_dei_Vescovi_dell_Oceania_in_ascolto_del_Popolo_di_Dio_per_valorizzare_il_contributo_di_tuttihttp://www.fides.org/it/news/73372-OCEANIA_ISOLE_FIJI_Assemblea_dei_Vescovi_dell_Oceania_in_ascolto_del_Popolo_di_Dio_per_valorizzare_il_contributo_di_tuttiSuva - Davanti a un'assemblea composita di persone dei diversi arcipelaghi e nazioni dell'Oceania, si è aperta ieri, domenica 5 febbraio, con una messa celebrata nella Cattedrale del Sacro Cuore di Suva, capitale delle Isole Fiji, l'Assemblea della Federazione delle quattro Conferenze episcopali cattoliche dell'Oceania . In una celebrazione intrisa di spiritualità e tradizione delle Fiji, la cattedrale di Suva era straripante di centinaia di fedeli locali, insieme a decine di vescovi, sacerdoti e religiosi e altri partecipanti all'assemblea. <br />Il Cardinale Michael Czerny SJ, Prefetto del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che ha presieduto la Celebrazione eucaristica, riflettendo sul Vangelo del giorno, ha affermato che “per essere sale della terra e luce del mondo, dobbiamo riscoprire la forza di essere fratelli in Cristo”. “Come ci ricorda Papa Francesco in Fratelli tutti, siamo chiamati non solo a fare il bene ma ad essere buoni e a volere il bene degli altri”, ha affermato. “Se, come battezzati, non impariamo ad amare come figli di Dio e a vivere come fratelli in Cristo, la nostra esistenza cade nell'insignificanza e la nostra testimonianza come Chiesa diventa insipida e ottusa”, ha aggiunto.<br />Alla messa è seguita una tradizionale cerimonia di benvenuto alle Fiji, prima dell'inizio dei lavori dell'assemblea, incentrata sul tema "Salvare l'Oceano per salvare la madre terra" durerà fino alla sera di venerdì 10 febbraio. L'assemblea, tra le sue finalità ha quella di “promuovere i contributi al bene comune, valorizzando la ricchezza culturale dell’Oceania", e anche “approfondire lo spirito collegiale e rafforzare la solidarietà tra i membri delle quattro conferenze episcopali”. <br />Nel suo intervento di apertura, il Cardinale Czerny si è soffermato su due temi: il cambiamento climatico e la sinodalità. Il primo, ha detto, “rientra nella cura della nostra casa comune, che qui significa anche cura della oceano. Questo tema di grande attualità è profondamente connesso con lo sviluppo umano integrale”. “Di fronte al compito di promuovere lo sviluppo umano integrale - ha aggiunto – il ruolo della Chiesa è sia denunciare che annunciare. È altresì necessario perché il seguace di Cristo agisca e intervenga nella storia, arricchendo di bene il presente. In questo senso, il compito delle Chiese locali è accompagnare le gioie e le speranze, i dolori e angosce della gente in modo pastorale, pratico, profondo e costante".<br />Per “conoscere da vicino le situazioni”, ha proseguito, occorre “un approccio in cui l'ascolto, il dialogo e la riflessione in maniera sinodale diventino un punto costante di partenza, e poi discernere, proporre e sostenere risposte efficaci per aiutare a promuovere sviluppo umano integrale per tutti”. Rivolgendosi poi ai Vescovi, ha detto: “Un Pastore è pastore di tutti. Come dovrebbe pascere? Solo un processo sinodale può aiutarci a discernere e camminare insieme”.<br />“Poiché Dio parla attraverso il suo Popolo – ha detto - dobbiamo ascoltare i nostri fratelli e sorelle di Papua Nuova Guinea, Fiji, Tonga, Tuvali, Kiribati, Stretto di Torres, tra gli altri, mentre condividono le loro storie e lotte, desideri e sfide. Dobbiamo imparare dai nostri fratelli e sorelle indigeni, i Maori, gli aborigeni australiani, i papuani e gli austronesiani, come si sono presi cura del creato attraverso i secoli. Il loro timore reverenziale per la misteriosa grandezza della creazione e la gratitudine per la fecondità della terra hanno permesso loro di condividere i frutti della terra senza depredare oceani e fiumi, montagne e foreste”. La Federazione dei Vescovi Cattolici dell'Oceania, allora, ha rimarcato, è chiamata a valorizzare il contributo di tutti.<br />Parlando durante la cerimonia di apertura, il presidente della FCBCO, mons. Peter Loy Chong, Arcivescovo di Suva, ha espresso la speranza che dal confronto tra i Presuli possa scaturire un piano pastorale organico per la regione dell'Oceania. “Questo potrà accadere anche attraverso il documento preparato, in nome del Popolo di Dio in Oceania, per il Sinodo sulla sinodalità”, ha detto. Il Presidente ha voluto precisare che "tutto il popolo nelle quattro Conferenze episcopali dell'Oceania è stato consultato ora le diverse riflessioni e proposte vengono portate all'assemblea dei Vescovi per approvare il documento che sarà poi trasmesso alla Segreteria del Sinodo".<br />“Oggi è importante questa assemblea per la Federazione delle Conferenze episcopali dell'Oceania, perché inizia quella che chiamo 'una nuova pagina' nel modo in cui portiamo avanti la missione di Dio nella nostra regione”, ha detto l’Arcivescovo.<br />La Federazione delle Conferenze episcopali cattoliche dell'Oceania è l’organismo regionale che comprende 4 conferenze episcopali: la Conferenza episcopale dell'Australia; la Conferenza episcopale della Nuova Zelanda; la Conferenza episcopale cattolica di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone; la Conferenza episcopale del Pacifico . Quest'ultima include le Chiesa di: Isole Cook, Fiji, Polinesia Francese, Guam, Kiribati, Isole Marshall, Micronesia, Nuova Caledonia, Isole Marianne Settentrionali, Samoa, Tonga, Tuvalu, Vanuatu e Wallis e Futuna.<br /> <br />Mon, 06 Feb 2023 11:24:26 +0100AMERICA/PERU’ - Lettera aperta dei Vescovi ai Congressisti: “Non voltate le spalle, ascoltate il grido di tutto il popolo peruviano”http://www.fides.org/it/news/73371-AMERICA_PERU_Lettera_aperta_dei_Vescovi_ai_Congressisti_Non_voltate_le_spalle_ascoltate_il_grido_di_tutto_il_popolo_peruvianohttp://www.fides.org/it/news/73371-AMERICA_PERU_Lettera_aperta_dei_Vescovi_ai_Congressisti_Non_voltate_le_spalle_ascoltate_il_grido_di_tutto_il_popolo_peruvianoLima – Il Congresso del Perù ha respinto una nuova proposta di legge per anticipare le elezioni generali alla fine di quest'anno, che prevedeva anche un referendum sulla istituzione di un'Assemblea costituente. Dopo la nuova bocciatura, la Presidenza della Conferenza Episcopale Peruviana ha pubblicato una “Lettera aperta” rivolta ai 130 membri del Congresso della Repubblica, in cui ricorda anzitutto i precedenti pronunciamenti dei Vescovi che invitavano al dialogo, alla preghiera e alla pace.<br />“L’impegno e la responsabilità di ogni congressista è praticare la buona politica, contribuendo a dare stabilità, governabilità, e soprattutto benessere e tranquillità a tutto il paese” sottolinea la Lettera del 3 febbraio, che prosegue: “I nostri fratelli di tutto il Perù, di cui siete i rappresentanti al Congresso, vi interpellano. Avete ascoltato le loro richieste? I peruviani hanno bisogno di essere ascoltati nelle loro giuste rivendicazioni sociali, ma allo stesso tempo hanno bisogno di pace che permetta loro di continuare a lavorare per sopravvivere. Non voltate loro le spalle e ascoltate il grido di tutto il popolo peruviano”. <br />La Lettera quindi ribadisce ai congressisti: “la vostra decisione è urgente in vista delle elezioni” per salvaguardare l’istituzionalità democratica e creare le condizioni necessarie per un dialogo autentico, per affrontare le agende politiche e sociali prioritarie a livello locale e nazionale. “Tutti siamo il Perù! Nessuno deve restare fuori!”<br />I Vescovi ribadiscono che “il popolo sovrano ha il diritto di decidere i destini della nostra patria attraverso elezioni trasparenti e giuste, per rinnovare il potere Esecutivo e Legislativo”. Quindi ricordano quanto affermato nel loro ultimo messaggio : “Siamo tutti necessari per costruire la patria. Basta promuovere polarizzazioni! Finiamo di offenderci gli uni gli altri! Non più scontri! La violenza genera solo più violenza. Cambiamo direzione, conseguiamo la pace”.<br /> <br />Mon, 06 Feb 2023 10:53:32 +0100ASIA/INDIA - Nomina del Vescovo di Buxar, James Shekharhttp://www.fides.org/it/news/73370-ASIA_INDIA_Nomina_del_Vescovo_di_Buxar_James_Shekharhttp://www.fides.org/it/news/73370-ASIA_INDIA_Nomina_del_Vescovo_di_Buxar_James_ShekharCittà del Vaticano – Il Santo Padre Francesco, in data 4 febbraio 2023, ha nominato Vescovo della Diocesi di Buxar , il Rev. James Shekhar, del clero di Patna, finora Vice-Segretario del Consiglio Episcopale di Bihar, Jharkhand and Andaman.<br />S.E. Mons. James Shekhar è nato il 23 settembre 1967 a Singamparai , nella Diocesi di Palayamkottai. Ha frequentato il Seminario Minore di Muzaffarpur e successivamente il Seminario Maggiore San Giuseppe di Allahabad.<br />È stato ordinato sacerdote il 26 maggio 1996, incardinandosi nell’Arcidiocesi di Patna.<br />Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Vicario Parrocchiale a Mokama ; Direttore della Pastorale Giovanile dell’Arcidiocesi e Professore presso il Seminario St. Mary ; Studi per la Licenza in Teologia Biblica presso l’Università di San Tommaso d’Aquino di Roma ; Studi per il Dottorato in Teologia Biblica presso l’University of Innsbruck in Austria ; Segretario dell’Arcivescovo di Patna ; dal 2015, Vice Segretario del Consiglio Episcopale di Bihar, Jharkhand and Andaman.<br /> <br />Mon, 06 Feb 2023 08:39:32 +0100ASIA/INDIA - Nomina del Vescovo di Nongstoin, Wilbert Marweinhttp://www.fides.org/it/news/73369-ASIA_INDIA_Nomina_del_Vescovo_di_Nongstoin_Wilbert_Marweinhttp://www.fides.org/it/news/73369-ASIA_INDIA_Nomina_del_Vescovo_di_Nongstoin_Wilbert_MarweinCittà del Vaticano – Il Santo Padre Francesco, in data 4 febbraio 2023, ha nominato Vescovo della Diocesi di Nongstoin il Rev. Wilbert Marwein, del clero della medesima Diocesi, finora Vicario Generale e Parroco a Nonbah.<br />S.E. Mons. Wilbert Marwein nato il 17 febbraio 1970 a Rangblang-Sohsyniang, nell’Arcidiocesi Shillong. Dopo essere entrato nel St. Xavier's Minor Seminary a Shillong, ha studiato Filosofia al Christ the King College e Teologia all’Oriens Theological College di Shillong.<br />È stato ordinato sacerdote il 27 aprile 2003, prima per l’Arcidiocesi di Shillong e poi incardinato nella nuova Diocesi di Nongstoin.<br />Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Vice-Parroco a Ummulong ; Economo dell’Oriens Theological College di Shillong ; Licenza in Missiologia presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma ; Vice-Parroco di Santa Maria a Cosenza, Italia ; dal 2015, Vicario Generale e Parroco in Nonbah a Nongstoin.<br /> <br />Mon, 06 Feb 2023 08:37:38 +0100ASIA/INDIA - Dimissioni del Vescovo di Tanjore, Devadass Ambrose Mariadosshttp://www.fides.org/it/news/73368-ASIA_INDIA_Dimissioni_del_Vescovo_di_Tanjore_Devadass_Ambrose_Mariadosshttp://www.fides.org/it/news/73368-ASIA_INDIA_Dimissioni_del_Vescovo_di_Tanjore_Devadass_Ambrose_MariadossCittà del Vaticano – Il Santo Padre Francesco, in data 4 febbraio 2023, ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Tanjore presentata da S.E. Mons. Devadass Ambrose Mariadoss.<br /> <br />Mon, 06 Feb 2023 08:36:09 +0100AFRICA/SUD SUDAN - “Saper patire per l’Africa”. Il Papa esalta l’avventura missionaria di Daniele Combonihttp://www.fides.org/it/news/73366-AFRICA_SUD_SUDAN_Saper_patire_per_l_Africa_Il_Papa_esalta_l_avventura_missionaria_di_Daniele_Combonihttp://www.fides.org/it/news/73366-AFRICA_SUD_SUDAN_Saper_patire_per_l_Africa_Il_Papa_esalta_l_avventura_missionaria_di_Daniele_Combonidi Gianni Valente<br />Juba «Ho in cuor solo il bene della Chiesa. E per la conversione dei miei cari africani darei cento vite, se potessi». Così diceva di sé Daniele Comboni, rivelando anche con le espressioni forti del suo parlare il temperamento vulcanico e irruente. Per la sua passione missionaria, lui raccontava di aver dovuto «Combattere con i potentati, con i turchi, con gli atei, i frammassoni, i barbari, gli elementi, i preti… ma tutta la nostra fiducia è in colui che sceglie i mezzi più deboli per fare le sue opere». Oggi Papa Francesco ha richiamato la memoria del Santo missionario nella cattedrale di Santa Teresa a Juba, dove ha incontrato i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le consacrate e i seminaristi, nel secondo giorno del suo viaggio apostolico in Sud Sudan. «Possiamo ricordare» ha detto il Papa a chiusura del suo discorso «San Daniele Comboni, che con i suoi fratelli missionari ha compiuto in questa terra una grande opera di evangelizzazione: egli diceva che il missionario dev’essere disposto a tutto per Cristo e per il Vangelo, e che c’è bisogno di anime ardite e generose che sappiano patire e morire per l’Africa».<br />Daniele Comboni, uno dei più grandi missionari della storia recente, beatificato nel 1996 e proclamato Santo da Giovanni Paolo II il 5 ottobre 2003, veniva da una famiglia contadina. Nato a Limone sul Garda, unico sopravvissuto di otto figli, era entrato nel Seminario di Verona, iniziando poi a frequentare l’Istituto missionario fondato da don Nicola Mazza. Il sacerdote, con l’appoggio della Congregazione di Propaganda Fide, aveva portato in Italia alcuni giovani africani per formarli e poi incoraggiarli a compiere spedizioni missionarie nelle regioni dell’Africa centrale. <br />Ordinato sacerdote il 31 dicembre 1854, nel mese della proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, il 26enne Daniele era il più giovane dei cinque sacerdoti che don Mazza, 3 anni dopo, invia in missione. «Ricordatevi» dice a loro prima della partenza «che l’opera alla quale vi consacrate è opera Sua. Lavorate solamente per Lui, amatevi e aiutatevi scambievolmente, siate uniti in tutto, e la gloria di Dio, la sola gloria di Dio promuovete e intendete sempre, che tutto il resto è vanità». Dopo il lungo viaggio, che comprende anche un pellegrinaggio in Terra Santa, i giovani missionari arrivano a Khartoum e poi in barca sul Nilo Bianco, si spingono più a sud, per 1500 chilometri, fino a Santa Croce, ultima stazione missionaria davanti alla foresta impenetrabile. Ma in poco tempo tre dei cinque muoiono per gli stenti e le febbri. La spedizione missionaria finisce in un fallimento. Propaganda Fide affida le terre al Vicariato apostolico di Alessandria d’Egitto. <br />Al suo ritorno in Italia, arrivano altre tribolazioni. Comboni, dopo aver pregato in San Pietro, elabora un “piano missionario” che contempla tra le altre cose la creazione di primi avamposti missionari lungo le coste e il coinvolgimento di missionarie donne per annunciare il Vangelo tra le genti che nell’Africa subsahariana non conoscono Gesù. Ma intanto, il vescovo di Verona, dopo la morte di don Mazza, proibisce all’Istituto missionario da lui fondato di accogliere nuovi seminaristi.<br />Nel montante clima anti-clericale del nascente Stato italiano, Comboni riesce a dar vita al nuovo Istituto per le Missioni della Nigrizia grazie all’appoggio di Pio IX e del Cardinale Barnabò, Prefetto di Propaganda Fide. L’Istituto nasce a Verona nel 1867. E nel tempo che segue, Comboni gira l’Europa per cercare aiuti materiali e spirituali per la nuova opera. Frequenta conventi di clausura e cene in case aristocratiche. Affida l’istituto a San Giuseppe. Più tardi ringrazierà nei suoi scritti il padre putativo di Gesù, «che non mi ha mai permesso di fare bancarotta e non mi ha mai negato nessuna grazia temporale».<br />Intorno all’opera di Comboni si scatenano presto ostilità, maldicenze e attacchi clericali e anticlericali. Le sue intuizioni missionarie, tra l’altro, incrociano pericolosamente gli interessi che in Africa si muovono da secoli lungo le rotte dello schiavismo. <br />Nelle lettere agli amici, Comboni mostra consapevolezza di «Raggiri, inganni, illusioni, menzogne, suggestioni colpevoli» che gli girano intorno. Eppure Propaganda Fide sostiene la sua incondizionata dedizione per la missione. Nel 1877 viene ordinato Vescovo, e nel dicembre dello stesso anno inizia con un folto gruppo di missionarie una spedizione che dopo quasi un anno di viaggio lo porterà a Khartoum. Saranno per lui gli ultimi quattro anni di lavoro intenso, tempo in cui avrà la gioia di visitare e veder fiorire le missioni a sud di Khartoum: Delen, Gondòkoro, Gebel, Nuba, Santa Croce, El Obeid... Anche in quel tempo, mentre le malattie fisiche cominciano a intaccare inesorabilmente la sua salute, gli pesano soprattutto ostilità e malignità che gli arrivano addosso da ambienti ecclesiastici. In una lettera a un sacerdote, scrive che il clima estremo di El Obeid gli rende difficile dormire e mangiare. E racconta delle «pillole amare» che ha dovuto trangugiare, «che è un miracolo se riesco a sopravvivere. Io lavoro per la gloria di Dio e per le povere anime meglio che posso, e vado avanti e non mi curo d’altro, certo che tutte le croci che devo portare sono per volontà di Dio, e quindi mi saranno sempre più care». <br />Nel luglio 1881, i tremendi temporali e le febbri incrociate nel viaggio di ritorno da El Obeid verso Khartoum minano per sempre la sua salute. Negli ultimi mesi di vita vede morire intorno a se per le febbri maligne i suoi amici e collaboratori più cari. Intanto crescono le preoccupazioni per la situazione politica, nel Sudan dove stanno incubando conflitti e drammatiche rivoluzioni come la rivolta anti-britannica guidata dal capo islamico Mohammed Ahmed el Mahdi. In una lettera al Prefetto di Propaganda Fide, Comboni scrive che «le opere del Signore nacquero e crebbero sempre così», e gli racconta la storia «del nostro fratello laico Paolo Scandi di Roma, che aiutava la missione come ferraiolo. Era poco più che un ragazzo. È morto dicendo: ‘sono contento’. Dolce è quel ‘fiat’ che tutto dice, tutto comprende, tutto abbraccia». <br />Poco tempo dopo, anche Comboni finisce i suoi giorni a cinquant’anni di età, dopo aver chiamato i suoi intorno al suo capezzale di moribondo per ringraziarli e chiedere perdono. Prima di perdere i coscienza – raccontò il sacerdote che lo assisteva nella fase finale della malattia «volle abbracciare la croce... si è addormentato placido, come un bambino». <br />Sat, 04 Feb 2023 12:15:55 +0100ASIA/INDIA - Giornata internazionale della fraternità umana: per far appassire la politica dell'odiohttp://www.fides.org/it/news/73367-ASIA_INDIA_Giornata_internazionale_della_fraternita_umana_per_far_appassire_la_politica_dell_odiohttp://www.fides.org/it/news/73367-ASIA_INDIA_Giornata_internazionale_della_fraternita_umana_per_far_appassire_la_politica_dell_odioNew Delhi - "La Giornata internazionale della fraternità umana che celebriamo oggi, 4 febbraio, è una chiamata a essere coraggiosi nel difendere e promuovere la giustizia e i diritti di tutti, affinché possiamo vivere veramente come fratelli e sorelle, in dignità, pace equità e amore in questa nostra Casa comune": lo dice all'Agenzia Fides il Gesuita indiano p. Cedric Prakash SJ ricordando che la Giornata, indetta dalle Nazioni Unite, si è ispirata alla Dichiarazione sulla fratellanza umana firmata da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar il 4 febbraio 2019. "Quel documento fondamentale invita i credenti in tutto il mondo a impegnarsi in ricerca e riflessione in tutte le scuole, università e istituti di istruzione, per aiutare a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace, e difendano ovunque i diritti degli oppressi e degli ultimi", ricorda il Gesuita. <br />In linea con tale visione ieri, 3 febbraio, il Segretariato per la giustizia sociale e l'ecologia della Compagnia di Gesù, sotto la guida del Segretario padre Xavier Jeyaraj, ha organizzato un webinar globale dal titolo "Fraternity@Frontiers" che ha lanciato una mappa globale interattiva dei centri sociali della Compagnia di Gesù, inclusi quelli presenti nel subcontinente indiano, attivi promotori di giustizia, pace e fraternità tra comunità di religione diversa. <br />Nota p. Prakash: "Abbiamo accolto con gioia l'appello radicale alla fraternità soprattutto con quanti vivono nelle periferie del nostro mondo disumanizzato. Papa Francesco ha recentemente affermato che fraternità significa tendere la mano agli altri, rispettarli e ascoltarli con cuore aperto. E ha auspicato che i cristiani compiano passi concreti, insieme con i credenti di altre religioni e alle persone di buona volontà, per affermare che oggi è tempo di fraternità, evitando di alimentare scontri, divisioni e chiusure. Preghiamo e ci impegniamo, oggi e ogni giorno nel futuro, perché tutti possiamo vivere in pace in India in un clima di armonia a e fraternità”.<br />Il Gesuita ricorda, poi che, a distanza di un anno dalla Dichiarazione di Abu Dhabi, il 4 ottobre 2020 Papa Francesco ha consegnato al mondo la sua ultima enciclica sulla fraternità e l'amicizia sociale, dal titolo "Fratelli tutti": "E' un testo rivoluzionario, che evidenzia e sfida anche l'insegnamento fondamentale di tutte le principali religioni del mondo. Papa Francesco lancia un appello urgente e appassionato per una testimonianza autentica nel mondo di oggi. Invita al dialogo tra tutte le persone di buona volontà e, in sostanza, fornisce una chiara direzione a tutte le donne e gli uomini, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose: 'Fratelli Tutti' è il cammino che dobbiamo percorrere insieme. ‘Fratelli Tutti’ fornisce una road map affinché tutti diventiiamo più fraterni nelle azioni, a partire dal riconoscere la dignità fondamentale di ogni persona".<br />Secondo p. Prakash, quel documento può essere "una Magna Carta, un modo di procedere per tutta l'umanità e anche per l'India di oggi, a condizione che ci sia la volontà politica necessaria per garantirlo, per superare l'odio, la divisione e la violenza". In un tempo in cui, nella società indiana si avvertono e si vedono semi di intolleranza, “la fraternità - prosegue padre Prakash - significa riconoscere e abbracciare ogni singolo essere umano, nella pacifica coesistenza. La fraternità - ricorda - è anche una dimensione non negoziabile della Costituzione indiana che appare nel suo Preambolo. E' un pilastro della nostra democrazia e fa riferimento al senso di appartenenza al paese. Il Preambolo della Costituzione indiana dichiara che la fraternità deve assicurare due cose: la dignità dell'individuo e l'unità e l'integrità della nazione. Da qui oggi possiamo ripartire". <br />"Oggi - conclude il Gesuita - il nostro impegno comune, con i credenti indù e musulmani indiani, è quello di disinnescare e far appassire quella politica dell'odio che la scrittrice pakistano-americana Farahnaz Ispahani di recente ha ben descritto in Asia del Sud nel suo recente libro 'Politics of Hate' che analizza l'estremismo religioso nel subcontinente indiano". <br /> <br /><br />Sat, 04 Feb 2023 12:59:59 +0100AFRICA/SUD SUDAN - Una Chiesa che fiorisce, ma rimane la piaga del tribalismohttp://www.fides.org/it/news/73365-AFRICA_SUD_SUDAN_Una_Chiesa_che_fiorisce_ma_rimane_la_piaga_del_tribalismohttp://www.fides.org/it/news/73365-AFRICA_SUD_SUDAN_Una_Chiesa_che_fiorisce_ma_rimane_la_piaga_del_tribalismoJuba – Sono 64 le etnie che compongono il complesso mosaico sociale del Sud Sudan. Una convivenza non sempre facile tra le diverse popolazioni al punto che ha finito per alimentare la guerra civile scoppiata nel dicembre 2013 quando il Presidente Salva Kiir ha accusato il Vice Presidente Riek Machar di un tentativo di golpe. Il conflitto scoppiato ai vertici dello Stato ha assunto subito una dimensione etnica, con Kiir appartenente alla maggiore etnia del Paese, i Dinka, e Machar, invece alla seconda numericamente più importante, quella dei Nuer.<br />La piaga del tribalismo era stata definita “il più grande nemico del Paese” dall’Arcivescovo di Juba, Mons. Stephen Ameyu Martin Mulla, che sottolineava inoltre che “non possiamo costruire la nostra nazione o la Chiesa fondandole sul tribalismo: se le costruiamo sul tribalismo diremo che non c'è Battesimo, Santa Comunione, Cresima e cadremo perché è qualcosa che ci sta dividendo” .<br />Il richiamo di Papa Francesco nel corso dell’incontro con i membri del clero sud sudanese nella cattedrale di Juba può essere interpretato quindi anche come un invito a superare il “virus” del tribalismo che si insinua pure nella Chiesa.<br />Una Chiesa che ha beneficiato della libertà religiosa accordata dalla Costituzione al momento dalla formazione dello Stato nel 2011. “Da allora- riferisce all’Agenzia Fides Sua Elena Balatti missionaria comboniana a Malakal- il numero dei cristiani in Sud Sudan, inclusi i cattolici, è aumentato costantemente. I battesimi sono nell’ordine delle migliaia ogni anno nelle diocesi”.<br />La libertà religiosa ha permesso alle Chiese di professare la propria fede e predicare, ma ha portato pure al proliferare di sette e comunità cristiane autoctone, ormai nell’ordine delle centinaia nel Paese. <br />“Il numero dei battezzati" aggiunge suor Elena "è in continua crescita, e le chiese sono gremite la domenica, ma nelle scelte pratiche importanti gran parte dei cattolici segue le pratiche tradizionali, soprattutto per quanto riguarda la famiglia. I matrimoni celebrati in chiesa sono molto pochi, e prevalgono il matrimonio tradizionale e la poligamia”.<br />Suor Elena conclude ricordando che “oltre alle sfide pastorali, la Chiesa Cattolica, insieme agli altri membri del Consiglio Ecumenico delle Chiese del Sud Sudan, ha dovuto affrontare la grande instabilità che ha caratterizzato la vita della nuova nazione, segnata dal 2013 al 2018 dalla guerra civile. Nonostante l’accordo di pace del 2018, pace e stabilità sono ancora molto lontane e conflitti a bassa intensità, con occasionali episodi molto violenti, continuano. La gente in generale, non solo i cattolici, sperano che la visita ecumenica di Papa Francesco dia un impulso alla pace” conclude la missionaria. <br />Sat, 04 Feb 2023 11:58:19 +0100EUROPA/GRECIA - Addio a Ioannis Zizioulas, grande teologo degli Ultimi Tempihttp://www.fides.org/it/news/73364-EUROPA_GRECIA_Addio_a_Ioannis_Zizioulas_grande_teologo_degli_Ultimi_Tempihttp://www.fides.org/it/news/73364-EUROPA_GRECIA_Addio_a_Ioannis_Zizioulas_grande_teologo_degli_Ultimi_Tempi di Gianni Valente<br /><br />Lo sapevano sia Papa Francesco che Papa Benedetto XVI. Ambedue riconoscevano che, varcata la soglia del Terzo Millennio dalla nascita di Cristo, il più grande teologo cristiano in circolazione era lui, Ioannis Zizioulas, Metropolita ortodosso di Pergamo, già membro del Sinodo del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Venerdì 2 febbraio, la sua anima ha lasciato questo mondo. Zizioulas si è spento in un ospedale di Atene, per complicazioni respiratorie legate anche al contagio da Covid-19. Oggi, sabato 4 febbraio, nella capitale greca si celebrano i suoi funerali. <br />Ioannis Zizioulas Aveva 92 anni, e la sua dipartita lascia più soli tutti quelli che soffrono per le divisioni tra i battezzati, e hanno considerato per decenni la piena comunione la Chiesa di Roma e le Chiese ortodosse non come un sogno sentimentale, ma come una possibilità all’orizzonte. Un benefico e urgente “arrendersi alla realtà” da parte di “Chiese sorelle” che tra mille ferite e incomprensioni hanno tutte custodito lo stesso tesoro dei Sacramenti e la validità della successione Apostolica. <br />La teologia di Zizioulas partiva proprio dal riconoscimento che tutta la realtà e la vita della Chiesa ha la sua sorgente nel sacramento dell’Eucaristia, celebrato dalla comunità ecclesiale raccolta intorno al suo Vescovo. La sua “ecclesiologia eucaristica” attingeva sostanza dalla sua lettura penetrante dei Padri della Chiesa e sviluppava le intuizioni di teologi ortodossi come il russo Nicolay Afanasiev. Anche per lui, come per Afanasiev, «dove è l’Eucaristia, lì è la Chiesa». E ogni Chiesa locale è Chiesa in senso pieno, in virtù dell’eucaristia da essa celebrata secondo il mandato affidato da Gesù agli apostoli e ai loro successori. <br />Ioannis Zizioulas era nato nel nord della Grecia. Aveva studiato teologia presso le Università di Salonicco e Atene, per poi frequentare l’Istituto ecumenico di Bossey del Consiglio ecumenico delle Chiese. Dopo essere stato proeffore di storia della Chiesa e di Patristica, era stato professore di Teologia sistematica e Patristica in Istituti e Università del Regno Unito . All’inizio degli anni Ottanta, il grande teologo dominicano Yves Congar già lo definiva «uno dei più originali e profondi teologi della nostra epoca». <br />Proprio per la ricchezza inesauribile delle sorgenti di fede a cui attingeva la sua teologia, Zizioulas è divenuto anche figura chiave del dialogo teologico avviato dopo il Concilio Vaticano II per rimuovere gli ostacoli dottrinali al ripristino della piena comunione tra cattolici e ortodossi. Nel 1986 è stato nominato Metropolita di Pergamo in seno al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, e le sue linee teologiche, a partire dagli anni Novanta, hanno rappresentato il contributo più rilevante al tentativo di trovare un punto di consenso tra ortodossi e cattolici sulla dottrina del Primato e sul ruolo del Vescovo di Roma. <br />Negli ultimi anni di pontificato di Giovanni Paolo II e in quelli di Benedetto XVI, Zizioulas è stato Co-Presidente della Commissione di dialogo teologico tra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse. Le sue argomentazioni teologiche fondate su continui richiami alla Tradizione e alla storia della Chiesa, in quegli anni, hanno fornito un contributo cruciale alla ricerca di una definizione del primato universale del Papa che potesse essere accettata anche dagli ortodossi. <br />Per Zizioulas, anche le Chiese ortodosse, guardando alla propria storia e agli antichi canoni, potevano arrivare a riconoscere che l’esercizio del primato a tutti i livelli, da quello locale a quello universale, fa parte della struttura della Chiesa voluta dal Signore Gesù, e non è una questione di organizzazione pratica- canonica degli apparati e delle dinamiche ecclesiali. «Nella tradizione ortodossa» spiegava Zizioulas in un’intervista del 2005 rilasciata alla rivista cattolica 30Giorni - non c’è mai stato e non ci può essere un Sinodo o un Concilio senza un “protos”, ovvero un “primus”. Pertanto, se la sinodalità è di diritto divino, lo deve essere al medesimo titolo anche il primato».<br />Nel 2007, grazie in gran parte alle stimolanti e oggettive formulazioni teologiche di Zizioulas, si arrivò al “Documento di Ravenna”: in quel documento, prodotto dalla Commissione di dialogo teologico, anche gli ortodossi riconoscevano che il primato è necessario e saldamente fondato nella tradizione canonica della Chiesa, e non è solo un elemento “organizzativo” umano. Tra rappresentanti cattolici e ortodossi si era raggiunto il consenso anche nel riconoscere che nella Chiesa c’è sempre l’esercizio del primato a livello locale, regionale e universale. Poi, tutto si è complicato e il momento propizio è sfumato, dopo che la Chiesa ortodossa russa ha negato di concedere qualsiasi tipo di consenso al documento di Ravenna. <br />In interviste più recenti, il Metropolita Ioannis aveva riconosciuto che la ricerca di trovare nuove vie per ricomporre la piena comunione tra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse si era arenata, soprattutto a causa delle sempre più laceranti divisioni intra-ortodosse, rese ancor più devastanti dopo lo scontro tra Patriarcato di Mosca e Patriarcato ecumenico di Costantinopoli circa lo status canonico dell’Ortodossia in Ucraina. <br />«Se la Chiesa è ripiegata su se stessa, essa morirà. Perchè la Chiesa esiste per il mondo, non per se stessa», ripetava Ioannis Zizioulas. Per lui, l’unità tra i battezzati «serve anche a dare una testimonianza comune più forte davanti ai problemi he affliggono il mondo e le società di oggi». Ora che i conflitti della storia aprono inimaginabili lacerazioni anche tra Chiese che attingono alla stessa sorgente spirituale, la saggezza di fede del Metropolita Ioannis Zizioulas accende la memoria grata di quelli che lo hanno conosciuto. E aiuta a custodire la speranza di nuovi inizi e di nuove ripartenze, nel cammino per testimoniare in pienezza la comunione di quelli che portano il nome di Cristo. Sat, 04 Feb 2023 01:53:11 +0100AFRICA/CONGO RD - Papa Francesco ai Vescovi congolesi: la “profezia cristiana” non è “azione politica”http://www.fides.org/it/news/73363-AFRICA_CONGO_RD_Papa_Francesco_ai_Vescovi_congolesi_la_profezia_cristiana_non_e_azione_politicahttp://www.fides.org/it/news/73363-AFRICA_CONGO_RD_Papa_Francesco_ai_Vescovi_congolesi_la_profezia_cristiana_non_e_azione_politicaKinshasa – La “profezia cristiana” non è “un’azione politica”. Essa può certo concretizzarsi “in tante azioni politiche e sociali, ma il compito dei Vescovi e dei Pastori in generale non è questo. È quello dell’annuncio della Parola per risvegliare le coscienze, per denunciare il male, per rincuorare coloro che sono affranti e senza speranza. ‘Consola, consola il mio popolo’: quel motto che torna, torna, è un invito del Signore: consolare il popolo.”. Così Papa Francesco ha offerto criteri concreti confortanti riconoscere ciò che distingue ogni forma di presenza e esposizione pubblica della Chiesa dal protagonismo di lobby e apparati di matrice politica, sociale, culturale o religiosa. Lo ha fatto la mattina di venerdì 3 a Kinshasa, nella sede della Conferenza episcopale nazionale del Congo, rivolgendosi ai Vescovi cattolici della Repubblica Democratica del Congo, in quello che è stato anche il suo discorso di commiato a quel Paese e alla sua Chiesa, prima di partire per il Sud Sudan, seconda tappa del suo viaggio apostolico nel Continente africano. <br />Il Vescovo di Roma ha ha esordito esprimendo gratitudine per l’incontro avuto con “una Chiesa giovane, dinamica, gioiosa, animata dall’anelito missionario, dall’annuncio che Dio ci ama e che Gesù è il Signore”. Quella presente nella Repubblica Democratica del Congo – ha rimarcato il Pontefice rivolto ai Vescovi congolesi “è una Chiesa presente nella storia concreta di questo popolo, radicata in modo capillare nella realtà, protagonista di carità; una comunità capace di attrarre e contagiare con il suo entusiasmo”. Come le foreste congolesi, piene di tanto ossigeno, essa può essere paragonata “a un polmone” che dà respiro alla Chiesa universale”. Nel contempo, il suo volto “giovane, luminoso e bello” appare “solcato dal dolore e dalla fatica, segnato a volte dalla paura e dallo scoraggiamento”. La Chiesa congolese è soffre e si fa carico delle tribolazioni del suo popolo, “crocifisso e oppresso, sconvolto da una violenza che non risparmia, segnato dal dolore innocente, costretto a convivere con le acque torbide della corruzione e dell’ingiustizia che inquinano la società, e a patire in tanti suoi figli la povertà” Un popolo che pure in tutto questo, “abbraccia con entusiasmo la fede e guarda ai suoi Pastori, che sa ritornare al Signore e affidarsi alle sue mani” mendicando che la pace tanto desiderata, “soffocata dallo sfruttamento, da egoismi di parte, dai veleni dei conflitti e delle verità manipolate, possa finalmente giungere come un dono dall’alto”.<br />Papa ha abbracciato con gratitudine l’immanenza e compartecipazione della Chiesa locale alle vicende e sofferenze materiali e sociali del popolo congolese, lontano dall’impostura dell’astrazione intellettuale o spiritualista. “L’annuncio del Vangelo, l’animazione della vita pastorale, la guida del popolo” ha rimarcato il Successore di Pietro “non possono risolversi in principi distanti dalla realtà della vita quotidiana, devono toccare le ferite e comunicare la vicinanza divina”. E nell’esaltare la propizia immersione della Chiesa congolese al vissuto reale del suo popolo, Papa Francesco ha voluto richiamare i connotati che devono distinguere l’esercizio nel ministero pastorale di vescovo nei contesti e nelle situazioni critiche che segnano la vita dei congolesi e di tante altre nazioni africane. Lo ha fatto richiamando a modello la storia del Profeta Geremia, “chiamato a vivere la sua missione in un momento drammatico della storia di Israele, tra ingiustizie, abomini e sofferenze.<br />Come prima cosa - ha sottolineato il Pontefice – Geremia “ha sperimentato la vicinanza di Dio, e solo pe questa esperienza di vicinanza “ha potuto portare agli altri una coraggiosa profezia di speranza”. Allo stesso modo, anche Vescovi e pastori del popolo di Dio sono chiamati innanzitutto a lasciarsi “toccare e consolare dalla vicinanza di Dio” nella preghiera, “stando ore davanti a Lui”. Solo così – ha proseguito il Vescovo di Roma “si diventa veramente Pastori, perché noi, senza di Lui, non possiamo fare nulla”. La vicinanza del Signore libera dalla tentazione di “pensarci autosufficienti”, e da quella “di vedere nell’episcopato la possibilità di scalare posizioni sociali e di esercitare il potere. E soprattutto: che non entri lo spirito della mondanità, che ci fa interpretare il ministero secondo i criteri dei propri utili tornaconti”. La mondanità ha aggiunto Papa Bergoglio – “è il peggio che può accadere alla Chiesa, è il peggio. A me ha toccato sempre quel finale del libro del cardinale De Lubac sulla Chiesa, le ultime tre, quattro pagine, dove dice così: la mondanità spirituale è il peggio che può accedere, peggio ancora che l’epoca dei Papi mondani e concubinari. È peggio”.<br />La storia di Geremia – ha proseguito Papa Bergoglio – ricorda a tutti che solo la vicinanza al Signore può rendere “profeti per il popolo” quelli che seminano “la Parola che salva nella storia ferita della propria terra”. Geremia, aver ricevuto e assaporato la “la Parola amorevole e consolante di Dio,, confessa che quella stessa Parola ha seminato in lui “un’inquietudine insopprimibile” di comunicare agli altri la stessa esperienza. La dinamica propria della profezia cristiana è quella per cui “Non possiamo trattenere solo per noi la Parola di Dio, non possiamo contenerne la potenza: essa è un fuoco che brucia la nostra apatia e accende in noi il desiderio di illuminare chi è nel buio”. Anche i vescovi del Congo sono chiamati oggi a far sentire la loro voce profetica, per “sradicare le piante velenose dell’odio e dell’egoismo, del rancore e della violenza; demolire gli altari consacrati al denaro e alla corruzione; edificare una convivenza fondata sulla giustizia, sulla verità e sulla pace” e “piantare semi di rinascita”. E la loro profezia, proprio perché non è mero attivismo politico, non va manifestata nelle pose dell’indignazione auto-compiaciute e nelle ‘dichiarazioni di condanna’ distribuite a destra e a manca per guadagnare visibilità mediatica. Si tratta di un annuncio “fatto non solo di parole, ma di vicinanza e testimonianza: vicinanza, anzitutto, ai preti, ascolto degli operatori pastorali”, e testimonianza “nel coltivare la comunione, nella vita morale e nell’amministrazione dei beni. È essenziale, in questo senso – ha ricordato Papa Francesco - saper costruire armonia, senza ergersi su piedistalli, senza asprezze, ma dando il buon esempio nel sostegno e nel perdono vicendevoli, lavorando insieme, come modelli di fraternità, di pace e di semplicità evangelica”. Nella parte conclusiva, Papa Francesco ha anche reso omaggio a due Vescovi-profeti cari alla memoria della Chiesa congolese: il Cardinale Laurent Monsengwo Pasinya, e il gesuita Christophe Munzihirwa, Arcivescovo di Bukawu, ucciso nel 1996 da un commando armato per aver custodito il suo popolo e i rifugiati Hutu in fuga dai massacri genocidiari allora in atto nella Regione del Grandi Laghi. Papa Francesco ha ricordato il messaggio lanciato dal Vescovo Munzihirwa, il giorno prima di essere ucciso: «In questi giorni che cosa possiamo ancora fare? Restiamo saldi nella fede. Abbiamo fiducia che Dio non ci abbandonerà e che da qualche parte sorgerà per noi un piccolo bagliore di speranza. Dio non ci abbandonerà se noi ci impegniamo a rispettare la vita dei nostri vicini, a qualsiasi etnia essi appartengano». <br />Fri, 03 Feb 2023 13:06:30 +0100AFRICA/CONGO RD - Manifestazioni a Goma contro la forza di pace africana. Tensioni tra Kigali e Kinshasa: domani vertice straordinario in Burundihttp://www.fides.org/it/news/73362-AFRICA_CONGO_RD_Manifestazioni_a_Goma_contro_la_forza_di_pace_africana_Tensioni_tra_Kigali_e_Kinshasa_domani_vertice_straordinario_in_Burundihttp://www.fides.org/it/news/73362-AFRICA_CONGO_RD_Manifestazioni_a_Goma_contro_la_forza_di_pace_africana_Tensioni_tra_Kigali_e_Kinshasa_domani_vertice_straordinario_in_BurundiKinshasa – “Abbiamo diritto di studiare come avviene a Kinshasa" gridano gli studenti di Goma, scesi in piazza oggi, 3 febbraio, nella capoluogo del Nord Kivu così come in altre località della provincia nell’est della Repubblica Democratica del Congo, per denunciare l'inazione delle forze dell'EAC e la presunta complicità della missione ONU nella RDC nel mettere termine alla guerra in quest’area del Paese.<br />La Forza regionale multinazionale dell’Africa orientale ha il compito di sorvegliare il ritiro del principale movimento di guerriglia attivo nel Nord Kivu, l’M23, come previsto dagli accordi raggiunti lo scorso novembre. Ma come la MONUSCO, la forze degli Stati dell’Africa Orientale, a guida keniana, è stata presto accusata dalla popolazione locale di inerzia se non di complicità con i guerriglieri.<br />Le manifestazioni sono state segnalate per le strade della parte settentrionale della città di Goma dalla sera di ieri, 2 febbraio e si sono estese ad oggi. Appelli a manifestare e ad organizzare un giorno di sciopero civile, con la chiusura di tutte le attività commerciali e lavorative sono stati lanciati attraverso volantini anonimi sparsi per la città senza firme né organizzatori.<br />"Ci viene sempre detto di essere il futuro di domani, ma non vogliono proteggerci! esclama uno studente. “Da quando sono nato, ho vissuto e studiato sotto la guerra senza che si facesse nulla. Oggi decidiamo di abbandonare le aule per scendere in piazza a mostrare al mondo che è ora di e crescere e studiare come gli altri ragazzi del mondo”.<br />Nel frattempo sale la tensione tra il Ruanda e la RDC, dopo l’espulsione dei militari ruandesi che fanno parte della EACRF e le scaramucce tra i 2 eserciti dei giorni scorsi . <br />Di fronte a questa situazione allarmante, il presidente in esercizio dell'EAC, il burundese Evariste Ndayishimiye, ha convocato d'urgenza per domani, 4 febbraio a Bujumbura un vertice dei capi di stato dell'organizzazione dell'Africa orientale, per discutere della situazione della sicurezza nella RDC e le tensioni tra Kinshasa e Kigali. Il Presidente del Sud Sudan Salva Kiir, che riceve Papa Francesco, non potrà prendere parte al vertice, ma manderà un suo rappresentante.<br />Non è chiaro se il presidente Felix Tshisekedi parteciperà al meeting nella capitale del Burundi, tanto più che recentemente ha boicottato l'incontro a Doha, in Qatar, tra autorità congolesi e ruandesi per trovare una soluzione alla guerra contro l’M23, sostenuto da Kigali. <br /><br />Fri, 03 Feb 2023 12:11:12 +0100ASIA/GIAPPONE - Una petizione per tutelare la vita e la dignità di rifugiati e richiedenti asilohttp://www.fides.org/it/news/73361-ASIA_GIAPPONE_Una_petizione_per_tutelare_la_vita_e_la_dignita_di_rifugiati_e_richiedenti_asilohttp://www.fides.org/it/news/73361-ASIA_GIAPPONE_Una_petizione_per_tutelare_la_vita_e_la_dignita_di_rifugiati_e_richiedenti_asiloTokyo - Una raccolta di firme di tutti i cittadini di buona volontà è stata lanciata dalla Commissione cattolica giapponese per i rifugiati e i migranti, al fine di sensibilizzare l'opinione pubblica e il governo sul possibile inasprimento della legge sul controllo dell'immigrazione. Quel progetto di legge, afferma la Commissione, “opprime i rifugiati e mette in pericolo la vita di coloro che non hanno ancora lo status di residenti”. La petizione, diffusa tramite i canali della Conferenza episcopale nipponica, segue una dichiarazione, diramata nei giorni scorsi, in cui la Commissione, accanto ad altre sei organizzazioni della società civile, si dice contraria al disegno di legge sull'immigrazione che era stato già rifiutato dal Parlamento nel 2021 e che il governo giapponese vorrebbe ripresentare nel 2023. La dichiarazione, auspicando "una società in cui le vite e la dignità dei rifugiati e degli immigrati siano protette", ricorda che quel provvedimento “è stato ritirato due anni fa perché contrario all'umanità".<br />Quel disegno di legge - si afferma - contiene "gravi problemi che minacciano la vita ei diritti umani di molte persone". Ad esempio, si nota, "consente il rimpatrio dei richiedenti asilo e dei rifugiati nei loro paesi d'origine a rischio di persecuzione". Inoltre criminalizza chi "intende evitare la deportazione e punisce coloro che desiderano rimanere in Giappone"; prevede, poi, che gli immigrati senza permesso di soggiorno restino rinchiusi all'interno di luoghi deputati alla detenzione a tempo indeterminato e riduce drasticamente il “sistema dei permessi speciali”, restringendo la casistica per potevi rientrare.<br />Il comunicato delle sette associazioni ricorda che già nel 2021 sono state raccolte oltre 100.000 firme di cittadini che si opponevano a un provvedimento del genere. E, dopo un caso che fece scalpore, quello della morte di una donna immigrata srilankese, Wishma Sandamali, detenuta dall'Ufficio Immigrazione a Nagoya, il disegno di legge venne ritirato.<br />Oggi, si nota, la necessaria e generosa assistenza offerta da tanti cittadini ed enti della società ai rifugiati ucraini, mostra che “l'esclusione dei rifugiati è contro la volontà del popolo”. Il testo auspica che “non vi siano altre vittime di detenzioni disumane e non vengano escluse persone come i rifugiati che si trovano in una situazione difficile”. "La quotidianità di noi cittadini è fatta di connessioni e relazioni tra le persone. Stranieri, giapponesi, rifugiati, immigrati, persone con e senza permesso di soggiorno vivono insieme come esseri umani. Chiediamo di realizzare una società in cui la vita ei diritti umani di ogni persona che vive in questa società siano garantiti, dove tutti possano vivere con tranquillità e dove nessuno sia veramente lasciato indietro”, si legge.<br />La Commissione cattolica e le altre organizzazioni chiedono, invece, alle istituzioni di creare una apposita agenzia pubblica, legale e amministrativa, che possa gestire le questioni relative alla protezione dei rifugiati e al loro inserimento nel tessuto sociale.<br /> <br />Fri, 03 Feb 2023 11:48:33 +0100AMERICA/GUATEMALA - Le “Case del Migrante” rischiano la chiusura: Red Clamor sostiene i Vescovi nella richiesta di modifica della normahttp://www.fides.org/it/news/73360-AMERICA_GUATEMALA_Le_Case_del_Migrante_rischiano_la_chiusura_Red_Clamor_sostiene_i_Vescovi_nella_richiesta_di_modifica_della_normahttp://www.fides.org/it/news/73360-AMERICA_GUATEMALA_Le_Case_del_Migrante_rischiano_la_chiusura_Red_Clamor_sostiene_i_Vescovi_nella_richiesta_di_modifica_della_normaCittà del Guatemala – Le organizzazioni della Chiesa cattolica che in America Latina formano la Red Clamor, impegnata nel campo della migrazione, dei rifugiati, della tratta di esseri umani e degli sfollati, esprimono solidarietà alla Conferenza Episcopale del Guatemala che nel messaggio conclusivo dell’ultima Assemblea generale annuale, ha citato con preoccupazione le nuove disposizioni dello Stato che mettono a rischio il servizio delle Case del Migrante gestite dalla Chiesa . I Vescovi hanno chiesto di modificare le disposizione contenute nell'articolo 101 dell'Accordo dell'autorità nazionale per le migrazioni N. 7-2019. <br />“Sosteniamo la proposta di modifica di tale articolo che la Chiesa del Guatemala ha presentato alle Autorità Migratorie attraverso la Pastorale della mobilità umana – afferma Red Clamor -. Come organizzazioni che lavorano con le persone in mobilità forzata in 22 paesi dell’America Latina, siamo preoccupati che gli obblighi che si vogliono imporre alle Case del Migrante in Guatemala, attentino al diritto alla privacy dei dati personali dei migranti ospitati, screditandoli come centri degni di fiducia”. Red Clamor sottolinea che i servizi prestati dalle Case del Migrante in Guatemala “sono gratuiti e fondamentali per decine di migliaia di persone in situazione di estrema vulnerabilità e senza risorse per coprire le spese di alloggio in alberghi”. <br />Le organizzazioni che formano la Red Clamor reiterano la richiesta fatta in diverse occasioni alle Autorità migratorie della Regione perché definiscano e sostengono “politiche migratorie rispettose dei diritti umani, che non criminalizzano i migranti né chi porta aiuti umanitari”. Chiedono che tali politiche siano orientate ad ampliare le vie legali per “una migrazione ordinata, sicura e regolare”, secondo il Patto mondiale sottoscritto dai governi Latinoamericani, “evitando che i migranti cadano nelle reti crimiinali internazionali della tratta e traffico di esseri umani”.<br /><br />Secondo le informazioni raccolte da Fides, la Chiesa cattolica gestisce nel paese 9 Case del Migrante, che assistono circa 25mila migranti all’anno, per la maggior parte persone che cercano di migrare irregolarmente in un altro paese, alla ricerca di condizioni di vita migliori. Secondo il nuovo regolamento, chi ospita coloro che cercano di migrare irregolarmente in un altro paese commette il reato di traffico illegale di persone, per cui il servizio delle Case del Migrante viene seriamente messo a rischio a causa dei requisiti stabiliti dallo Stato. La Conferenza Episcoipale ha dichiarato nel suo messaggio al termine dell’Assemblea annuale: "esprimiamo il nostro disaccordo su ciò che è richiesto, poiché riteniamo che le nostre case dei migranti debbano essere mantenute come un servizio di carità rispettoso e gratuito. La rigida applicazione dei regolamenti lo impedirebbe e ci costringerebbe a chiuderle".<br />L'articolo 101 dell’Accordo richiede che le strutture devono avere una cartella individuale di ogni persona straniera che contenga almeno quanto segue: Documento di identificazione personale; Dati anagrafici e biometrici degli stranieri; Studio medico, psicologico, economico e sociale. Questi dati devono essere inviati in formato elettronico ogni giorno alla Sottodirezione di Attenzione e Protezione dei diritti fondamentali dei migranti. Inoltre devono essere inviate per scritto, ogni mese, entro i primi cinque giorni del mese immediatamente successivo.<br />La Pastorale della Mobilità Umana della Conferenza Episcopale ha proposto alle Autorità un emendamento a tale articolo, per semplificare i requisiti per l’assistenza ai migranti, come segue: “La Sottodirezione per la cura e la tutela dei diritti fondamentali dei migranti può richiedere periodicamente relazioni e dati statistici sulle persone di cui ci si prende cura ai fini dell'elaborazione di politiche migratorie. Il periodo di registrazione di ciascun Centro di accoglienza non potrà superare i sei mesi, nel caso in cui non si adatti alle norme, non sarà in grado di continuare a funzionare”.<br /> <br />Fri, 03 Feb 2023 11:15:00 +0100ASIA/TERRA SANTA - Gerusalemme, profanato il Santuario della Flagellazionehttp://www.fides.org/it/news/73359-ASIA_TERRA_SANTA_Gerusalemme_profanato_il_Santuario_della_Flagellazionehttp://www.fides.org/it/news/73359-ASIA_TERRA_SANTA_Gerusalemme_profanato_il_Santuario_della_FlagellazioneGerusalemme – Si allunga la serie di attacchi e atti intimidatori perpetrati nelle ultime settimane contro chiese e obiettivi cristiani nella Città Vecchia di Gerusalemme. Nella mattinata di oggi, giovedì 2 febbraio, un uomo – definito dai media israeliani come “turista americano” - ha fatto irruzione nella Cappella della Condanna, all'interno del Santuario della Flagellazione, sulla Via Dolorosa, nel cuore del quartiere cristiano della Città Vecchia, e ha vandalizzato una statua di Gesù lì collocata, gettandola a terra e poi colpendola con un martello. L’uomo è stato fermato e consegnato alla polizia israeliana. Nei video della sua cattura, circolanti su internet, si sente il vandalo urlare a alta voce che “non possono esserci idoli a Gerusalemme, che è la Città Santa”.<br />Le informazioni diffuse dalla polizia israeliana e rilanciate dai media locali collegano la profanazione a asseriti problemi di salute mentale del vandalo. Nel contempo, occorre tener presente che nelle ultime settimane proprio il quartiere cristiano e il quartiere armeno della Città Vecchia di Gerusalemme hanno registrato una serie di atti intimidatori nei confronti di persone e luoghi di culto, mentre aumenta di giorno in giorno il bilancio tragico di vittime nella catena di rastrellamenti, attentati e rappresaglie che da mesi si registra nei Territori Occupati palestinesi e in Israele. <br />La Custodia francescana di Terra Santa, dopo l’assalto alla cappella della Condanna, ha diffuso un comunicato, firmato dal Custode Francesco Patton e dal segretario padre Alberto Joan Pari, in "per espimere preoccupazione e deplorazione davanti “a questa sequenza crescente di gravi atti di odio<br />e di violenza nei confronti della comunità cristiana in Israele". La Custodia parla di "crimine in odio". E aggiunge: “Non è un caso che la legittimazione della discriminazione e della violenza nell'opinione pubblica e nell'attuale scenario politico israeliano si traduca poi anche in atti di odio e di violenza contro la comunità cristiana".<br /><br />Anche gli episodi di violenza e intimidazione ai danni di obiettivi cristiani nella Città Vecchia di Gerusalemme hanno fatto registrare un’impennata dopo l’insediamento del nuovo governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu e sostenuto anche da formazioni religiose ultra-nazionaliste che spingono sull’acceleratore della retorica anti-araba. <br />Una parte consistente del recente stillicidio di atti violenti e intimidatori ha preso di mira luoghi e abitanti del quartiere armeno. Lo scorso 11 gennaio, sulle mura degli edifici del quartiere sono comparse scritte intimidatorie, compresi gli slogan “morte agli armeni” e “morte ai cristiani”. Il 26 gennaio, una squadra di circa quaranta coloni ebrei hanno effettuato un raid contro un ristorante armeno vicino alla Porta Nuova, urlando slogan sacrileghi contro Gesù. Nei giorni successivi, sacerdoti e laici cristiani hanno subito aggressioni con sputi e uso di spray al peperoncino nelle strade del quartiere armeno. <br />Dopo l’assalto al ristorante armeno, i Vescovi ordinari cattolici di Terra Santa avevano diffuso un comunicato per deplorare “questa violenza non provocata” che “ha instillato paura nei negozianti e nei residenti del quartiere cristiano, come nei visitatori”, aggiungendo che tale incidente era “l’ultimo di una serie di episodi di violenza religiosa che sta colpendo i simboli della comunità cristiana, e non solo”. Venerdì 27 gennaio, l’Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, si era recato a visitare i proprietari del ristorante assalito e dei negozi circostanti, in segno di solidarietà. <br />La cappella oggi vandalizzata fa parte del Convento francescano della Flagellazione, e rappresenta una delle stazioni della pia pratica della “Via Crucis” compiuta dai gruppi di pellegrini che, durante la loro visita alla Città Santa, ripercorrono il cammino di Gesù verso il Calvario, nel giorno della sua condanna a morte. <br />Fri, 03 Feb 2023 16:14:15 +0100AFRICA/CONGO RD - Gli stupri nell’est della RDC sono una vera e propria arma di guerra per annientare intere comunitàhttp://www.fides.org/it/news/73358-AFRICA_CONGO_RD_Gli_stupri_nell_est_della_RDC_sono_una_vera_e_propria_arma_di_guerra_per_annientare_intere_comunitahttp://www.fides.org/it/news/73358-AFRICA_CONGO_RD_Gli_stupri_nell_est_della_RDC_sono_una_vera_e_propria_arma_di_guerra_per_annientare_intere_comunitaKinshasa – “Un’azione mirante a umiliare e a uccidere una comunità attraverso singolari e talvolta sistematici atti perpetrati in questo o quel villaggio”. Così un rapporto inviato all’Agenzia Fides, firmato da don Justin Nkunzi, Direttore della Commissione “Giustizia e Pace” dell’Arcidiocesi di Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, descriveva fin dal 2007 l’uso strumentale delle violenze sessuali come arma di guerra. Il fine è quello di annientare le popolazioni locali come comunità e indurle a lasciare le aree prese di mira da uno dei 120 diversi gruppi armati che imperversano nelle tre provincie nell’est della Repubblica Democratica del Congo.<br />“La donna è considerata in primo luogo come madre” sottolineava il rapporto. “Essa dona la vita. È tutto quello che c’è di sacro nella tradizione africana. In un contesto simile, le violenze contro le donne sono considerate come un modo d’infliggere la morte a un’intera comunità. È un modo di colpire al cuore stesso della comunità”.<br />Una situazione che dal 2007 ad oggi non è affatto cambiata. “Nella cultura congolese fare violenza su una donna significa fare violenza alla propria madre, perché è lei che dona la vita ed educa la prole. Gli stupri sono pianificati come una tattica di guerra da persone che conoscono bene la comunità locale. Le violenze sono, quindi, il marchio indelebile di una guerra senza fine. Le vittime sono spesso bambine, le più deboli e vulnerabili” riferiva all’Agenzia Fides da Bukavu nel 2021 p. Bernard Ugeux, sacerdote di origine belga, appartenente alla congregazione dei Missionari d’Africa .<br />L’incontro di ieri, 1° febbraio con Papa Francesco con alcune delle vittime provenienti dall’est della RDC di questa vera e propria strategia che potremmo definire di “genocidio culturale”, è un potente richiamo a una realtà che non deve essere ignorata. “La guerra - afferma il Papa - è scatenata da un’insaziabile avidità di materie prime e di denaro, che alimenta un’economia armata, la quale esige instabilità e corruzione. Che scandalo e che ipocrisia: la gente viene violentata e uccisa mentre gli affari che provocano violenze e morte continuano a prosperare!”.<br />Nel 2018 il Premio Nobel per la Pace è stato dato al dottor Denis Mukwege, medico e pastore protestante congolese, nato a Bukavu, che da decenni cure donne e ragazze vittime degli stupri di guerra nell’est della RDC nell’ospedale Panzi nel capoluogo del Sud Kivu. <br />Il dottor Mukwege sottolineava come gli stupri di guerra sono armi utilizzate in diversi conflitti in tutto il mondo, dall’ex Jugoslavia alla Siria: “Ho incontrato delle donne bosniache e dei medici siriani che mi hanno raccontato di stupri simili”.<br />Un operatore di pace che come ha detto Papa Francesco “risponde al male con il bene, all’odio con l’amore, alla divisione con la riconciliazione” in modo da “trasformare la realtà da dentro invece che distruggerla da fuori”. <br /><br />Thu, 02 Feb 2023 11:37:53 +0100AMERICA/COSTA RICA - La vita consacrata, testimone e fautrice di solidarietà e speranza di cui il mondo ha bisogno oggihttp://www.fides.org/it/news/73357-AMERICA_COSTA_RICA_La_vita_consacrata_testimone_e_fautrice_di_solidarieta_e_speranza_di_cui_il_mondo_ha_bisogno_oggihttp://www.fides.org/it/news/73357-AMERICA_COSTA_RICA_La_vita_consacrata_testimone_e_fautrice_di_solidarieta_e_speranza_di_cui_il_mondo_ha_bisogno_oggiSan José – “Nel nostro contesto attuale in cui sperimentiamo la fragilità, la solitudine, la disuguaglianza che causano inequità, violenza, scarto, incertezze di fronte a un futuro cupo, la vita consacrata si sente chiamata a rispondere diventando compagna nel cammino della Chiesa, rispondendo alla chiamata di Papa Francesco a favorire la sinodalità, facendosi compagna nel cammino della nostra società con la testimonianza della solidarietà e della speranza”. Nella Giornata della Vita Consacrata che si celebra ogni anno il 2 febbraio, festa della Presentazione al Tempio del Signore Gesù, Monsignor Bartolomé Buigues Oller T.C., Vescovo di Alajuela, in qualità di responsabile della Commissione Nazionale per la Vita Consacrata del Costa Rica, ha rivolto un messaggio ai consacrati e alle consacrate del paese, e a tutto il popolo di Dio.<br />“Viviamo con la Chiesa la gioia di aver ricevuto la vocazione di speciale consacrazione che approfondisce il nostro battesimo, di sentirci depositari dei vari carismi dello Spirito per favorire la sequela di Cristo, e di poter condividere la sua missione con i nostri vari apostolati” sottolinea il Vescovo, ricordando che tutto questo concorre all'edificazione della Chiesa stessa al servizio del Regno di Dio. Il motto che illumina la Giornata di quest’anno, “La vita consacrata cammina nella solidarietà e nella speranza”, evoca tanti episodi dell'azione del Signore in una lunga storia di salvezza. “Oggi più che mai abbiamo bisogno di essere solidali, di prenderci cura gli uni degli altri, di avvicinarci per superare la solitudine” esorta Monsignor Buigues Oller, citando Papa Francesco. <br />“La testimonianza della nostra vita consacrata è espressione e favorisce la solidarietà e la speranza di cui il nostro mondo ha bisogno oggi” sottolinea ancora il Vescovo, che ricorda come il tempo in cui viviamo invita a coltivare “una spiritualità della semplicità, della piccolezza, della consapevolezza evangelica di essere un po' di lievito in mezzo alle masse del mondo”. Il nuovo tipo di presenza di cui oggi il mondo ha bisogno “enfatizza maggiormente la testimonianza di vita, camminando con la Chiesa come persone consacrate, in mezzo a un popolo di consacrati, in una missione condivisa con i laici nelle nostre opere di apostolato, poiché tutti partecipiamo alla missione comune della Chiesa”. Citando San Giovanni Paolo II, il Vescovo conclude: “Ciò che deve essere assolutamente evitato è la perdita dell'adesione spirituale al Signore e alla propria vocazione e missione”.<br />Le principali preoccuzioni della Chiesa cattolica locale sono state più volte espresse dalla Conferenza Episcopale: povertà e disoccupazione , mancanza di case e di infrastrutture, aggressioni politiche che minacciano la vita e la famiglia, in contrasto con la cultura della vita che ha sempre caratterizzato la nazione, sistema sanitario carente, poca attenzione agli anziani, promozione dell'ideologia di genere e avanzata di una vera “colonizzazione ideologica”.<br />Secondo l’ultimo Annuario Statistico della Chiesa, in Costa Rica ci sono 627 sacerdoti diocesani e 183 sacerdoti religiosi, 110 religiosi non sacerdoti, 862 religiose, 27 membri di istituti secolari . <br /> <br />Thu, 02 Feb 2023 11:20:54 +0100ASIA/BANGLADESH - Donare la vita a Cristo per essere felici. La testimonianza di cinque sorelle consacratehttp://www.fides.org/it/news/73356-ASIA_BANGLADESH_Donare_la_vita_a_Cristo_per_essere_felici_La_testimonianza_di_cinque_sorelle_consacratehttp://www.fides.org/it/news/73356-ASIA_BANGLADESH_Donare_la_vita_a_Cristo_per_essere_felici_La_testimonianza_di_cinque_sorelle_consacrateGazipur - Si dona la propria vita a Cristo seguendo la sua promessa di felicità. E seguire i passi di Gesù conduce su sentieri sconosciuti, dove Lui non ci abbandona mai. E' quanto testimoniano, nella Giornata dedicata alla vita consacrata che la Chiesa celebra il 2 febbraio, cinque sorelle cresciute in una famiglia cattolica nella parrocchia di Doripara a Gazipur, vicino a Dhaka, oggi tutte religiose in diverse congregazioni. Accanto a loro, anche la nipote - figlia di uno dei due fratelli maggiori - è divenuta suora. Le sorelle ricordano con affetto i loro genitori, deceduti diversi anni fa, che, nella loro semplicità, hanno lasciato un'eredità: “Amare Dio e il prossimo non è mai tempo perso”. <br />Il padre era un flautista e la madre era una casalinga. Le donne hanno scoperto la loro vocazione alla vita religiosa in famiglia, poiché i loro genitori erano cattolici che "hanno messe sempre Dio al primo posto", raccontano.<br />Suor Beena, oggi Superiora Generale della sua congregazione religiosa, dice a Fides: “Nostra madre era una donna pia e nostro padre era anche capo del villaggio. Ci hanno educato a confidare in Dio. Senza la preghiera della sera, non ci si poteva godere la cena. Nostra madre un giorno ci raccontò dell'esempio di Santa Teresa di Lisieux, le cui quattro sorelle la precedettero o seguirono nella scelta della vita consacrata. E ci disse che il Signore chiama anche oggi alla consacrazione”.<br />Mentre Beena era adolescente, scrisse una lettera alla Superiora Generale delle Suore Catechiste del Cuore Immacolato di Maria Regina degli Angeli. Nella risposta, la Superiora Generale le diceva che ea pronta ad accogliere lei e altre ragazze del suo villaggio che volessero sperimentare la vita religiosa. Beena e suo padre, insieme con altre nove ragazze, si recarono a Dinajpur. Suor Beena ricorda: “Con entusiasmo e spensieratezza lasciammo la nostra casa. Nostro padre ci accompagnò alla Casa Madre della congregazione a Dinajpur. Su dieci ragazze che provarono quell'esperienza, in quattro siamo diventate suore”.<br />Suor Beena riferisce che le cinque sorelle oggi sono suore di diverse congregazioni religiose ma sono molto unite: “Nella vita religiosa, a volte si affrontano dolori e sfide: noi restiamo in comunione, condividiamo le gioie e le sofferenze. Ci aiutiamo a vicenda a crescere spiritualmente. Ci sosteniamo a vicenda. Abbiamo anche un gruppo del social network Facebook Messenger che ci collega l'una all'altra e ci aiuta a restare in contatto”.<br />Suor Beena racconta: “La famiglia ci ha dato le basi per vivere una vita cristiana. La famiglia è il terreno dove può germogliare una vocazione religiosa. Oggi noi visitiamo le famiglie e incontriamo altre ragazze, dando la nostra testimonianza. Quando veniamo battezzati, siamo tutti chiamati alla santità e a predicare il Vangelo”.<br />Sr. Supriti, la più giovane, dice a Fides: “Nella nostra famiglia, durante la mia infanzia, c'era un clima di preghiera. I nostri genitori ci hanno ispirato a essere sempre vicine a Gesù. Insieme recitavamo a preghiera del Rosario la sera. Il legame familiare mi ha aiutato molto nella vocazione”. E aggiunge: “Le mie sorelle maggiori mi hanno mostrato una vita semplice e santa e, soprattutto, felice. La loro opera, gentile e caritatevole verso il prossimo, mi ha attratto e ho deciso anch'io per la vita religiosa”. Da figlia più piccola, Supriti era molto affezionata a suo padre e viceversa: “Mio padre ha sofferto il distacco quando anch'io ho lasciato la nostra casa, ma non mi ha ostacolato. Non fare nulla che ci faccia vergognare”, mi ha esortato. Le sorelle ricordano sempre i consigli del padre: “Oggi tutte noi siamo felici e godiamo della nostra vita consacrata, portando nel cuore l'insegnamento dei genitori, soprattutto il confidare in Dio in ogni momento, nella quotidianità”, spiegano.<br />Il parroco di Doripara, p. Kajol Joachim Purification, sacerdote diocesano, riferisce che, nella loro parrocchia, su una popolazione di 3500 cattolici, sono nati 6 sacerdoti, 10 fratelli religiosi e 49 suore. “Il fatto che vi siano sei suore in un'unica famiglia è, certo, un fatto straordinario. Credo che i genitori abbiano avuto un ruolo fondamentale, allevando i figli con l'amore di Dio come alimento principale. Ma le ragazze hanno potuto anche osservare la vita di altre suore e sacerdoti”, nota.<br />Tra le cinque suore, Suor Lisbetha è missionaria in Congo, dove è Superiora della congregazione delle Missionarie della Carità. Suor Linsa vive a Khulna dove è Superiora di una comunità. Suor Mary Supriti Rozario lavora come direttrice della Bottomley Home Girls' High School nella città di Dhaka. La sorella maggiore, Suor Edvige Rozario, è stata Superiora a Suihari e da poco ha terminato il suo mandato. La nipote, Suor Lawrensa Rozario, opera come assistente alla direttrice della Tuital Girls 'High School a Dhaka. <br /> Thu, 02 Feb 2023 10:03:25 +0100