Fides News - Italianhttp://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.VATICANO - Ordinato Vescovo Mons. Dal Toso, "Pastore attento all’opera missionaria"http://www.fides.org/it/news/63414-VATICANO_Ordinato_Vescovo_Mons_Dal_Toso_Pastore_attento_all_opera_missionariahttp://www.fides.org/it/news/63414-VATICANO_Ordinato_Vescovo_Mons_Dal_Toso_Pastore_attento_all_opera_missionariaCittà del Vaticano - "Il sacerdozio e l’episcopato sono un dono, termine che esprime la gratuità della grazia che viene conferita, che non si acquista per meriti particolari ed è profondamente legata alla volontà di Cristo, inizio e sorgente di ogni bene spirituale. Non voi avete scelto me ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perchè andiate a portiate frutto, e il vostro frutto rimanga ": sono parole che il Cardinale Filoni ha pronunciato durante la messa tenutasi nella Basilica di san Pietro il 16 dicembre, in cui il Prefetto di Propaganda Fide ha conferito l’ordinazione episcopale a Mons. Giampietro Dal Toso, nominato da Papa Francesco, il 9 novembre scorso, Presidente delle Pontificie opere missionarie e Segretario aggiunto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. <br />Il Cardinale ha ricordato che, per tutti i vescovi e i sacerdoti, la “storia d'amore” inizia quando Dio pone nel cuore umano, come piccolo seme, "il dono della vocazione al sacerdozio, in modo semplice eppure profondamente misterioso". Una storia di amore che "trova una bellissima conclusione prima nel sacramento dell’ordine, in cui si realizza l’associazione a Gesù, sommo ed eterno sacerdote, e poi con la pienezza del sacerdozio, conferita attraverso l’ordinazione episcopale”, con cui “si perpetua la missione divina, che durerà fino alla fine dei secoli e affidata da Gesù agli apostoli, per predicare il Vangelo”<br />Ricordando che “la Chiesa sente l’impegno e la responsabilità nella cura di ogni vocazione”, il Prefetto ha invitato il nuovo arcivescovo a essere”Pastore attento verso tutta l’opera missionaria e di sostegno alle giovani Chiese”. Con il nuovo incarico, l'Arcivescovo conoscerà “la fatica di tanti operai che il Signore ha chiamato e continua a chiamare nella sua vigna”. Poi, rivolgendosi direttamente a Mons. Dal Toso, Il Cardinale Filoni ha aggiunto: “Sarai fratello verso i vescovi che ricorreranno a te per essere aiutati nel loro ministero pastorale in tanti territori difficili e poveri, ma ricchi di messe”. “E sarai per loro anche amico, nel senso in cui Gesù chiamava i suoi discepoli, e per questo ti farai carico di tante situazioni, come Cristo stesso che si caricava le più pesanti situazioni umane e condivideva ciò che egli aveva: la compassione di Dio. Sarai pertanto Vescovo attento a tutte le Chiese nel bisogno ed eserciterai, in tal modo, una paternità aperta alla più alta e completa missionarietà”.<br />Mons. Giovanni Pietro Dal Toso è stato consacrato vescovo dal cardinale Fernando Filoni, mentre co-consacranti erano il Vescovo Ivo Muser, alla guida della diocesi di Bolzano-Bessanone, da cui il presule proviene, e il Cardinale Paul Josef Cordes. L’ordinazione episcopale ha avuto luogo al termine della Liturgia della Parola attraverso l’imposizione delle mani sul capo e la preghiera. Durante la preghiera di ordinazione l’Evangeliario era tenuto aperto sul capo dell’eletto, a indicare che la Parola avvolge e custodisce il ministero del vescovo e che la sua vita deve essere interamente sottomessa alla Parola di Dio. Alla preghiera di ordinazione sono seguite l’unzione crismale, la consegna dell’Evangeliario e delle insegne episcopali . <br />Nello stemma prescelto dal nuovo Arcivescovo vi è l’agnello pasquale, simbolo della diocesi di Bolzano-Bressanone. L'agnello simboleggia Cristo, indicato così da Giovanni Battista e descritto nella sua gloria nel libro dell’Apocalisse. Nello stemma è presente anche una stella che rappresenta Maria, la stella della nuova evangelizzazione che indica il cammino verso Cristo. Il motto prescelto da mons. Dal Toso è "Oportet illum crescere” , tratto dal Vangelo di Giovanni, proclamato nella celebrazione dell’ordinazione. <br />Il 6 gennaio 2018 alle ore 10, su invito del Vescovo di Bolzano-Bressanone, Ivo Muser, l’Arcivescovo Dal Toso presiederà la S. Messa solenne nel Duomo di Bressanone. Numerosi fedeli della diocesi sono giunti in pellegrinaggio a Roma per partecipare alla solenne Eucarestia in San Pietro, manifestando affetto e stima verso il nuovo Arcivescovo. Sat, 16 Dec 2017 18:48:31 +0100NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Camerun in crisi: il rischio è la secessionehttp://www.fides.org/it/news/63412-NEWS_ANALYSIS_OMNIS_TERRA_Camerun_in_crisi_il_rischio_e_la_secessionehttp://www.fides.org/it/news/63412-NEWS_ANALYSIS_OMNIS_TERRA_Camerun_in_crisi_il_rischio_e_la_secessioneÈ una crisi annunciata quella scoppiata nelle province occidentali del Camerun. Da anni si sapeva dell’insoddisfazione delle popolazioni anglofone, che si sono sempre sentite marginalizzate dal governo centrale. Si conosceva il loro malcontento e si temeva che, prima o poi, sarebbe esploso. Probabilmente il governo centrale di Yaoundé ha sottovalutato il rischio e, quando ha deciso di affrontarlo, lo ha fatto in modo duro, scatenando una reazione altrettanto dura da parte della popolazione locale. Il risultato è la crescita della tensione con scontri che hanno provocato numerosi morti sia tra gli anglofoni sia tra le forze dell’ordine.<br />Per comprendere questa crisi bisogna fare un salto indietro nella storia <br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="http://omnisterra.fides.org/articles/view/69">Leggi la News analysis completa su Omnis Terra</a>Sat, 16 Dec 2017 10:13:12 +0100ASIA/KAZAKHSTAN - Tra sviluppo economico e democrazia "a trazione anteriore"http://www.fides.org/it/news/63413-ASIA_KAZAKHSTAN_Tra_sviluppo_economico_e_democrazia_a_trazione_anteriorehttp://www.fides.org/it/news/63413-ASIA_KAZAKHSTAN_Tra_sviluppo_economico_e_democrazia_a_trazione_anterioreAstana - La Repubblica del Kazakhstan celebra oggi il 26esimo anniversario dalla proclamazione d’indipendenza dall’Unione Sovietica. Era, infatti, il 16 dicembre 1991, quando il paese intraprese ufficialmente il suo cammino di nazione autonoma: in ventisei anni l’economia kazaka è cresciuta costantemente, grazie soprattutto allo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo, ma la realtà politica e il raggiungimento di una effettiva democrazia sono ancora da costruire.<br />“In Kazakhstan è lo stesso presidente Nursultan Nazarbayev a parlare non di democrazia, bensì di un processo di democratizzazione ancora in atto. D’altra parte, è impossibile pensare che nei paesi dell’Asia Centrale possa esservi un governo egualitario solo perché vengono formalmente rispettati parametri simili a quelli occidentali. Dopo 70 anni di regime comunista è difficile avere una grande tradizione politica o partitica”, spiega all’Agenzia Fides don Edoardo Canetta, per molti anni missionario in Kazakhstan. Don Canetta, oggi sacerdote della diocesi di Milano e docente presso la Biblioteca Ambrosiana, spiega ancora: “Definisco la democrazia in Asia centrale ‘a trazione anteriore’, caratterizzata cioè da leader politici con una connotazione piuttosto autoritaria; ma i leader, senza l’appoggio popolare, non hanno futuro. Sono convinto che, in qualche modo, Nazarbayev abbia il consenso del popolo, anche perché, in questo momento, non c’è un’alternativa che garantisca l’unità nazionale”.<br />Salito al potere nel 1991 e riconfermato ben quattro volte con elezioni definite “poco democratiche” dall’OSCE, il presidente Nazarbayev ha più volte dichiarato di governare secondo la formula "prima l’economia e poi la politica". Fatta eccezione per alcuni periodi di crisi, l’economia kazaka si consolida anno dopo anno: secondo recenti dati della Banca Mondiale, nei primi nove mesi del 2017 il PIL reale è cresciuto del 4,3% su base annua, rispetto allo 0,4% nello stesso periodo del 2016. L’obiettivo, come riportato nel documento del programma ‘Kazakhstan Strategy 2050’, è quello di condurre lo stato “tra i trenta paesi più sviluppati al mondo” entro la metà del secolo. <br />Ma, a dispetto dell’enorme progresso che ha investito i grandi centri come la capitale Astana, la realtà delle periferie risulta ben diversa: spesso, per esempio, mancano servizi essenziali come l’acqua o l’elettricità e vi sono ampi strati di popolazione bisognosi. È soprattutto a queste fasce che vengono rivolti, senza distinzione di religione o etnia, gli aiuti della Caritas Kazakhstan e dell’intera comunità cristiana. I cattolici in territorio kazako sono circa 150mila, meno dell'1% di una popolazione che è al 67,8% musulmana. Sat, 16 Dec 2017 10:23:35 +0100AFRICA/BENIN - L’impegno dei Salesiani per i bambini di strada, sfruttati o vittime della trattahttp://www.fides.org/it/news/63411-AFRICA_BENIN_L_impegno_dei_Salesiani_per_i_bambini_di_strada_sfruttati_o_vittime_della_trattahttp://www.fides.org/it/news/63411-AFRICA_BENIN_L_impegno_dei_Salesiani_per_i_bambini_di_strada_sfruttati_o_vittime_della_trattaCotonou – La vita di un bambini costa solo 30 euro. Centinaia di piccoli durante il giorno vivono a Dantokpa, l’enorme mercato aperto di Cotonou, la città più grande del Benin e, in uno dei più grandi dell’Africa Occidentale, vagano e sono sfruttati nel lavoro minorile. Tra i motivi che spingono questi bambini a vivere per le strade di Cotonou vi sono soprattutto problemi familiari, come la povertà o la separazione dei genitori. Altri subiscono maltrattamenti, molti vengono “ceduti” dai rispettivi genitori on il miraggio di ricevere un’istruzione o aspirare a un futuro migliore, ma finiscono spesso per essere sottomessi a lavori faticosi..<br />I Salesiani ogni giorno cercano di richiamare tanti piccoli di strada per offrire loro accoglienza, istruzione e apprendimento di un mestiere che permetta di lasciare la strada. Come racconta all’Agenzia Fides il direttore del Centro di accoglienza “Maman Margarite”, padre Celestine, i religiosi hanno messo a disposizione due scuole, dove i piccoli vengono seguiti, per completare l’educazione primaria, e seguire laboratori di formazione per lavori artigianali.<br />Al problema del lavoro minorile si aggiunge il fenomeno dei bambini vittime della tratta, organizzata da bande criminali. Secondo gli ultimi dati disponibili del Ministero degli Affari Sociali del Benin, oltre 40mila bambini e bambine tra 6 e 17 anni di età sono state vittime di tratta nel paese: Si tratta del 2% della popolazione beninese di questa fascia d’età. Si calcola che con meno di trenta euro è possibile comprare un bambino.<br />Di fronte a questi pericoli, il Centro dei Salesiani diventa un ambiente sicuro: ogni sera circa 50 piccoli vi giungono, accompagnati da educatori sociali. Sono gli stessi bambini che fino a qualche ora prima erano impegnati in lavori pericolosi o che subivano abusi e maltrattamenti. Padre Celestine parla con loro, li mette in guardia dai rischi della strada e poi prega con loro, “anche se la maggior parte non sono cattolici, ma animisti, musulmani o evangelici”, rileva. <br />In un paese dove vivono 9 milioni di abitanti, dei quali quasi la metà sono minori di 18 anni, il 68% dei piccoli tra 5 e 17 anni lavorano, un percentuale che raggiunge il 66% tra i 5 e 14 anni, cioè nella fascia di età della scuola dell’obbligo. <br />Sat, 16 Dec 2017 10:05:35 +0100AMERICA/HONDURAS - Tensione, morti in piazza e clima da colpo di Stato. I gruppi cristiani lanciano l’allarmehttp://www.fides.org/it/news/63410-AMERICA_HONDURAS_Tensione_morti_in_piazza_e_clima_da_colpo_di_Stato_I_gruppi_cristiani_lanciano_l_allarmehttp://www.fides.org/it/news/63410-AMERICA_HONDURAS_Tensione_morti_in_piazza_e_clima_da_colpo_di_Stato_I_gruppi_cristiani_lanciano_l_allarmeTegucigalpa – L’Honduras sembra tornato allo stato di conflitto sociale che seguì al colpo di stato del 28 giugno 2009, quando le forze di sicurezza proclamarono lo stato d’emergenza e coprifuoco, rendendosi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.<br />La nuova spirale di violenze che sembra sul punto di risucchiare il paese centro-americano si è innescata dopo le elezioni presidenziali del 26 novembre.Da quel momento, i pesanti sospetti di brogli impediscono di proclamare ufficialmente un risultato elettorale che sia riconosciuto da tutte le parti politiche.Mentre le manifestazioni di protesta e la repressione degli apparati militari sembra spingere il Paese verso la guerra civile.<br />Il magistrato presidente del Tribunale Supremo Elettorale , David Matamoros Batson, ha dichiarato di non potere dire chi abbia vinto le elezioni tra il presidente uscente Juan Orlando Hernandez e il candidato dell’opposizione Salvador Nasralla, almeno fino a quando non saranno risolte tutte le 126 contestazioni presentate alla segreteria generale del TSE in merito al processo elettorale.<br />Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch, Amnesty International, l’Organizzazione degli Stati americani e quella dell’Unione europea, avevano chiesto al TSE maggiore trasparenza e un riconteggio dei voti. Nei primi giorni di dicembre i forti indizi di frode hanno provocato le prime manifestazioni di piazza, spingendo il governo a decretare il coprifuoco: Col passare dei giorni, tumulti violenti e saccheggi hanno portato a un’escalation della repressione da parte delle forze dell'ordine, giustifacata con la necessità di "proteggere le persone".<br />Anche i gruppi d'ispirazione cristiana si sono uniti per chiedere giustizia, trasparenza, pace e garanzia dei diritti umani. "Vogliamo lavorare per un Honduras libero, per la convivenza democratica. Vogliamo superare ogni forma di violenza e costruire un Honduras riconciliato attraverso il dialogo, per una pace autentica", si legge nel comunicato inviato a Fides dalla ONG "Asociación para la Solidaridad".<br />In tale contesto, la Conferenza episcopale dell'Honduras ha diffuso un comunicato rivolto alla comunità nazionale in cui ricorda a tutti gli honduregni che nessuno ha il “diritto di fallire nella costruzione dello Stato dell'Honduras e della sua democrazia".<br />L’Honduras è uno dei paesi più violenti al mondo, con un alto tasso di omicidi. Il rapporto “La crisi politica post elettorale ed il suo impatto sui diritti umani” del Comitato dei familiari dei detenuti desaparecidos dell’Honduras ha censito 118 manifestazioni fino al 5 dicembre, 38 delle quali represse con la forza. Una repressione che fino a quel momento ha fatto registrare almeno 14 morti e l’arresto di 844 persone. Sat, 16 Dec 2017 09:54:17 +0100ASIA/TURCHIA - Crollo di visitatori nella chiesa di Trabzon trasformata in moschea. E i commercianti protestanohttp://www.fides.org/it/news/63409-ASIA_TURCHIA_Crollo_di_visitatori_nella_chiesa_di_Trabzon_trasformata_in_moschea_E_i_commercianti_protestanohttp://www.fides.org/it/news/63409-ASIA_TURCHIA_Crollo_di_visitatori_nella_chiesa_di_Trabzon_trasformata_in_moschea_E_i_commercianti_protestanoTrabzon – La trasformazione in moschea dell'antica chiesa bizantina di Santa Sofia ha avuto effetti pesanti sul turismo dell'area di Trabzon dove sorge il luogo di culto cristiano. Se ne sono accorti i commercianti della zona, che hanno espresso la loro protesta in forme tanto irruenti da costringere le autorità locali a modificare sensibilmente la sistemazione interna e la gestione degli accessi al sito. I media locali riferiscono ha gli affreschi danneggiati nel corso della trasformazione della chiesa in museo verranno restaurati, verranno rimpssi i pannelli di legno con cui sono stati ricoperti, e la moschea verrà riaperta alle visite delle comitive di turisti. La chiesa bizantina di Aghia Sophia a Trabzon, già trasformata in museo nel 1964, era stata riconvertita in moschea nel 2013, subendo gravi danni durante i lavori di ristrutturazione seguiti alla sua trasformazione in luogo di culto islamico. Le pesanti opere di riadattamento, come riferito a su tempo dall'Agenzia Fides , avevano comportato, tra l'altro, la distruzione di parte degli affreschi e la copertura totale dei mosaici. Anche la creazione di spazi distinti riservati agli uomini e alle donne aveva comportato pesanti interventi che hanno interessato le mura dell'ex chiesa, con l'introduzione di pareti divisorie. <br />La chiesa, costruita nel 1250, era già stata trasformata in moschea una prima volta in epoca ottomana, nel XVI secolo. Nel 1964 le autorità turche di allora ne avevano disposto la trasformazione in museo. Nel 2013, in linea con la vocazione “neo-ottomana” che caratterizzava già allora l'attuale leadership politica turca, l'edificio storico è stato di nuovo riconvertito in moschea, nonostante gli appelli con cui il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I aveva fatto notare che non c'era “alcuna necessità” di porre atto a una simile cambiamento. . Sat, 16 Dec 2017 09:27:15 +0100AFRICA/CONGO RD - Oltre 400.000 bambini a rischio fame nel Kasaihttp://www.fides.org/it/news/63408-AFRICA_CONGO_RD_Oltre_400_000_bambini_a_rischio_fame_nel_Kasaihttp://www.fides.org/it/news/63408-AFRICA_CONGO_RD_Oltre_400_000_bambini_a_rischio_fame_nel_KasaiKinshasa - Oltre 400.000 bambini sono a rischio fame nella provincia del Kasai nella Repubblica Democratica del Congo, dove la situazione umanitaria si aggrava di giorno in giorno a causa delle violenze che sconvolgono l’area dall’estate 2016. L’allarme è stato lanciato dall’UNICEF, che segnala l'urgenza di avviare con urgenza un programma di assistenza alimentare e sanitaria per evitare la morte di migliaia di bambini.<br />Nonostante la diminuzione degli scontri tra i militari dell’esercito e i miliziani di Kamuina Nsapu, un capo tradizionale locale ucciso in uno scontro con la polizia nell’agosto 2016, migliaia di famiglie sono ancora sfollate all’interno del Kasai, vivendo all’addiaccio nella foresta, mentre altre si sono rifugiate nella confinante Angola. <br />Nell’impossibilità di coltivare i campi, avendo perso le stagioni di semina dell'anno passato, la popolazione deve pure affrontare l'assenza di 220 centri sanitari, distrutti, saccheggiati o danneggiati. L'UNICEF sottolinea infine l'urgenza che le famiglie ritornino nei loro villaggi per accedere rapidamente ai servizi sanitari, altrimenti, oltre alla fame, potrebbero presto essere aggiunte malattie infettive come il morbillo.<br />Secondo l'Ufficio dell'Alto Commissariato per i Rifugiati e il Consiglio norvegese per i rifugiati, sommando i conflitti nel Kasai, nel Nord e Sud Kivu e nel Tanganika, nella RDC nel 2016 e nel 2017, le violenze hanno provocato il maggior spostamento interno di persone nel mondo, più che in Siria, Iraq o Yemen.<br />Si stima che nella RDC vi siano quattro milioni di sfollati interni oltre a decine di migliaia di congolesi hanno trovato rifugio in Zambia e Angola. A sua volta la RDC accoglie rifugiati provenienti da Burundi, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan. Sat, 16 Dec 2017 08:34:03 +0100ASIA/LIBANO - Summit interreligioso di Bkerké: Trump su Gerusalemme offende tre miliardi di credentihttp://www.fides.org/it/news/63407-ASIA_LIBANO_Summit_interreligioso_di_Bkerke_Trump_su_Gerusalemme_offende_tre_miliardi_di_credentihttp://www.fides.org/it/news/63407-ASIA_LIBANO_Summit_interreligioso_di_Bkerke_Trump_su_Gerusalemme_offende_tre_miliardi_di_credentiBkerkè - La decisione del Presidente degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele è “fondata su calcoli politici particolari” e rappresenta “una provocazione per tre miliardi di credenti”, “che offende profondamente la loro fede”. Così si legge nella dichiarazione diffusa al termine del summit inter-religioso convocato giovedì 14 dicembre nella sede patriarcale di Bkerké dal Patriarca maronita Bechara Boutros Rai per esprimere una posizione comune riguardo alla questione di Gerusalemme e alle nuove tensioni scatenatesi intorno alla Città Santa dopo che l'Amministrazione Trump ha reso operativa la decisione di trasferire lì l'ambasciata USA in Israele. Gerusalemme – si legge nella dichiarazione - “non è una città come le altre”. Essa “è piena di Luoghi Santi delle tre religioni monoteistiche, come il Santo Sepolcro e la Moschea di al Aqsa”. Riconoscendo questo fatto, “tutti i Paesi del mondo si sono impegnati a rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite, che considerano Gerusalemme e il resto della West Bank come territorio occupato” e “si sono astenuti dal creare ambasciate nella Gerusalemme occupata”. Anche <br />gli Stati Uniti “hanno condiviso questo impegno con la comunità internazionale fino a quando il Presidente Trump non lo ha violato la decisione disastrosa del 6 dicembre 2017”. Una decisione che, oltre a violare la legalità internazionale, “danneggia e contraddice il significato spirituale di Gerusalemme”. Il testo pubblicato dai capi religiosi che hanno partecipato al summit ribadisce il sostegno al popolo palestinese, e in particolare ai palestinesi che vivono a Gerusalemme, esprimendo apprezzamento per loro volontà di resistenza anche davanti ai tentativi di modificare il profilo religioso e multietnico della Città Santa. La dichiarazione chiede ai leader arabi e a quelli degli altri Paesi di fare pressione sull'Amministrazione Trump affinchè la disposizione relativa a Gerusalemme sia ritirata. E fanno appello anche al popolo statunitense e alle sue organizzazioni sociali e religiose, affinché manifestino il loro allarme per una decisione che rischia di scatenare nuove spirali di violenza. I leader religiosi che hanno sottoscritto la “dichiarazione di Bkerké”esprimono anche il proprio sostegno alla richiesta presentata dal Presidente libanese Michel Aoun all'ONU affinché il Libano sia riconosciuto come “centro internazionale” del dialogo tra le religioni e le culture. Tutte le principali comunità religiose presenti in Libano hanno aderito alla convocazione del Patriarca Rai: al “summit” di Bkerkè hanno partecipato, tra gli altri, il Gran Mufti sunnita Abdellatif Daryan, lo sheikh Abdul Amir Kabalan in rappresentanza dei musulmani sciiti, il Catholicos armeno apostolico Aram I, il Patriarca siro Ortodosso Ignatius Aphrem II, il rappresentante dei drusi al -Aql Naim Hassan, il Patriarca siro cattolico Ignatius Youssif III Younan, il Patriarca cattolico greco-melkita Youssef Absi. <br />Nella giornata di giovedì 14 dicembre, il ministro degli esteri libanese Gebran Bassil ha annunciato di aver sottoposto al governo libanese la proposta di stabilire a Gerusalemme Est l'ambasciata del Libano presso lo Stato di Palestina. . Fri, 15 Dec 2017 12:59:23 +0100EUROPA/POLONIA - Affidata alla Madonna di Czestochowa l’evangelizzazione del mondohttp://www.fides.org/it/news/63406-EUROPA_POLONIA_Affidata_alla_Madonna_di_Czestochowa_l_evangelizzazione_del_mondohttp://www.fides.org/it/news/63406-EUROPA_POLONIA_Affidata_alla_Madonna_di_Czestochowa_l_evangelizzazione_del_mondoCzestochowa - Approfondire lo spirito missionario e affidare alla protezione materna di Maria l’opera missionaria della Chiesa: con questo spirito oltre 400 persone hanno partecipato alla veglia notturna di preghiera per l’evangelizzazione del mondo che si è svolta al Santuario mariano di Jasna Gora, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre. La veglia, tradizionalmente organizzata ogni anno dalla Pontificia Unione Missionaria in occasione della festa di San Francesco Saverio, è stata preceduta da una sessione missiologica, cui hanno partecipato i membri della PUM e dell’Apostolato Missionario dei Malati, del Rosario vivente e i seminaristi dei circoli missionari. <br />Come riferito a Fides da mons. Tomasz Atlas, Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Polonia, la Santa Messa presieduta da Sua Ecc. Mons. Piotr Turzyński, Vescovo ausiliare della diocesi di Radom, ha aperto la sessione missiologica. Il Vescovo, nella sua omelia, ha indicato Maria come un esempio di apertura allo Spirito Santo, di accoglienza dei suoi doni e di trasmissione di tali doni agli altri. Alla fine Mons. Turzyński ha ringraziato le Pontificie Opere Missionarie perche sostengono il lavoro missionario della Chiesa attraverso la preghiera e il sacrificio, e perchè ricordano che essere cristiano è accettare e proclamare la parola di Dio senza tenerla per se stessi. Dopo l'Eucaristia ha avuto inizio la sessione scientifica, che ha toccato argomenti missiologici e mariologici riuniti sotto il tema "Maria come esempio di sposa dello Spirito Santo", che è stata aperta da mons. Atlas, cui sono seguiti diversi interventi. Padre Marek Tatar, professore all'Università Cardinale Stefan Wyszyński, ha parlato di Maria come modello di obbedienza. Ha sottolineato che Maria non ricevette direttamente il mandato missionario da Gesù, ma con l'obbedienza e l'apertura ai doni dello Spirito Santo è diventata nel Cenacolo un esempio di discepola e di missionaria, nell'insegnamento di Giovanni Paolo II è chiamata la “Stella dell'Evangelizzazione”.<br />P. Leon Nieścior, OMI ha tenuto la conferenza sull'apostolato, il profetismo e la maternità di Maria dalla prospettiva dei primi secoli del cristianesimo. Il fenomeno evangelizzatore e formativo della cultura che sgorga dai Santuari mariani in America Latina, è stato presentato da padre Tomasz Szyszka SVD, professore dell’Università Cardinale Stefan Wyszyński. E’ seguita la testimonianza di suor Aldona Wysocka SSpS, missionaria in Togo, che, parlando del suo ministero tra i togolesi, ha constatato che il cuore dell’uomo è il più importante territorio missionario. Hanno quindi concluso la sessione una proiezione di un video sulla Pontificia Unione Missionaria e la presentazione del libro del missiologo italiano Gianni Colzani.<br />Dopo l’Appello di Jasna Gora è iniziata la veglia di preghiera, durante la quale è stata chiesta la particolare protezione di Maria per padre Miroslaw Gucwa, della diocesi di Tarnow, eletto nuovo Vescovo della diocesi di Bouar, nella Repubblica Centrafricana, dove lavora da 25 anni. La preghiera del Rosario è stata guidata da un gruppo di seminaristi del Seminario maggiore della diocesi di Pelplin, mentre l'adorazione è stata animata dai giovani della pastorale universitaria di Lódź.<br />Sua Ecc. Mons. Jan Romeo Pawlowski, delegato per le Rappresentanze diplomatiche pontificie, ha presieduto l'Eucaristia a mezzanotte. Durante la Messa, un volontario, Przemyslaw Palka, che lavorerà con i Padri Bianchi in Algeria, ha ricevuto la croce missionaria. Durante la veglia sono stati ammessi alla PUM 15 nuovi membri: sette suore, cinque seminaristi e tre laici. La veglia si è conclusa alle 4 del mattino con l'affidamento alla Madonna di Jasna Góra delle attività missionarie della Chiesa in Polonia. <br />Fri, 15 Dec 2017 12:44:04 +0100ASIA/SIRIA - I rifugiati siriani sono "gli indesiderabili", dice l'Arcivescovo maronita Nassarhttp://www.fides.org/it/news/63405-ASIA_SIRIA_I_rifugiati_siriani_sono_gli_indesiderabili_dice_l_Arcivescovo_maronita_Nassarhttp://www.fides.org/it/news/63405-ASIA_SIRIA_I_rifugiati_siriani_sono_gli_indesiderabili_dice_l_Arcivescovo_maronita_NassarDamasco - I rifugiati del conflitto siriano "sono schiacciati tra due muri: non possono tornare a casa, dato che le strade sono bloccate e le loro case sono in rovina; d'altra parte il mondo li disprezza e chiude le porte. Sono gli indesiderabili. Mentre si avvicina il Natale queste famiglie si trovano in una situazione senza scampo, angosciante e deprimente": è quanto afferma l'Arcivescovo maronita Samir Nazssar, che guida la comunità di Damasco, ricordando in una nota inviata all'Agenzia Fides che il conflitto in Siria, che dura ormai da quasi sette anni, ha creato oltre 12 milioni di rifugiati, costretti a lasciare le loro case.<br />L'Arcivescovo osserva: "Queste povere persone hanno perso tutto e non hanno trovato un tetto; le organizzazioni caritatevoli le raggruppano in campi o edifici dove manca tutto. Di fronte a questa sofferenza alcuni cercano di fuggire verso altri luoghi più pacifici, ma spesso vengono rimandati indietro". <br />Mons. Nassar rileva che "molti hanno trovato la morte durante il viaggio o per annegamento, altri sono morti per malattia o perfino con suicidio" e ricorda che "in passato il popolo siriano ha dato prova di grande generosità ricevendo i rifugiati armeni nel 1915, i rifugiati assiri nel 1924, i profughi palestinesi nel 1948, i curdi nel 1960, i libanesi nel 1975, gli iracheni nel 2003. Ora i siriani stessi sono diventati profughi: isolati e amareggiati, sono divenuti indesiderabili". <br />L'Arcivescovo cita "l'affetto di Papa Francesco nei confronti dei rifugiati: il Papa indica la via della compassione. Il Dio Bambino sfida la nostra indifferenza. Possiamo ancora una volta chiudere gli occhi?", conclude. Fri, 15 Dec 2017 11:48:55 +0100AFRICA/NIGERIA - “Le somme pagate ai trafficanti per finire schiavi in Libia avrebbero potuto creare posti di lavoro in Nigeria”http://www.fides.org/it/news/63404-AFRICA_NIGERIA_Le_somme_pagate_ai_trafficanti_per_finire_schiavi_in_Libia_avrebbero_potuto_creare_posti_di_lavoro_in_Nigeriahttp://www.fides.org/it/news/63404-AFRICA_NIGERIA_Le_somme_pagate_ai_trafficanti_per_finire_schiavi_in_Libia_avrebbero_potuto_creare_posti_di_lavoro_in_Nigeria<br /><br />Abuja - Occorre investire in Nigeria per creare posti di lavoro, così come bisogna avviare efficaci campagne per scoraggiare i nigeriani a tentare la fortuna in Europa mettendosi nelle mani di trafficanti di esseri umani privi di scrupoli<br />È quanto affermano tre Vescovi nigeriani, Sua Ecc. Mons. Joseph Bagobiri, Vescovo di Kafanchan, Sua Ecc. Mons. Alaba Job, Arcivescovo Emerito di Ibadan, e Sua Ecc. Mons. Julius Adelakun, Vescovo Emerito di Oyo, in un’intervista al Catholic News Service.<br />La scoperta di un mercato di schiavi provenienti dall’Africa occidentale in Libia, sta suscitando forti emozioni in Nigeria, da dove provengono la maggior parte delle persone ridotte in schiavitù. A inizio di dicembre il governo nigeriano ha rimpatriato dalla Libia circa 3.000 connazionali. Secondo Mons. Bagobiri queste persone sono disposte a pagare fino a 1.400 dollari per recarsi in Libia e da lì cercare di raggiungere l’Europa nella speranza di trovare una vita migliore.<br />“Se ognuna di queste persone avesse investito questa somma in modo creativo in Nigeria in imprese realizzabili, sarebbero diventati datori di lavoro” sottolinea Mons. Bagobiri. “Invece sono finiti soggiogati alla schiavitù e ad altre forme di trattamento inumano da parte dei libici".<br />"Il governo nigeriano dovrebbe far loro capire che ci sono più prospettive di sopravvivenza in Nigeria di quanto pensiamo esistano in Europa e in altri luoghi" aggiunge Mons. Bagobiri. “In questo Paese vi sono ricchezze e risorse immense. I nigeriani non dovrebbero diventare mendicanti lasciando la Nigeria alla ricerca di una ricchezza illusoria all’estero” sottolinea il Vescovo di Kafanchan.<br />"Molti nigeriani viaggiano nel mondo sviluppato per godere dello sviluppo messo in atto dai loro governi, ma ci siamo rifiutati di sviluppare il nostro Paese” sottolinea dal conto suo Mons. Adelakun. “Iniziamo a sviluppare il nostro Paese per renderlo attraente e favorevole alla vita, in modo che siano i cittadini stranieri a volere venire da noi” ha concluso.<br />La Nigeria oltre ad essere ricca di petrolio, dispone di terre coltivabili ed altre ricchezza naturali che non sono ancora del tutto sfruttate. L’indica di corruzione stilato da Transparency International vede la Nigeria al 136 posto su 176 Stati di tutto il mondo, collocandolo tra i Paesi più corrotti del mondo. La corruzione frena lo sviluppo economico suscitando scoramento e delusione in diversi giovani che così tentano la strada della migrazione all’estero, finendo però nelle mani dei trafficanti di esseri umani. <br />Fri, 15 Dec 2017 11:45:13 +0100AMERICA/BRASILE - La Chiesa in difesa dei contadini: no alla riforma della previdenza socialehttp://www.fides.org/it/news/63403-AMERICA_BRASILE_La_Chiesa_in_difesa_dei_contadini_no_alla_riforma_della_previdenza_socialehttp://www.fides.org/it/news/63403-AMERICA_BRASILE_La_Chiesa_in_difesa_dei_contadini_no_alla_riforma_della_previdenza_socialeBrasilia – E' essenziale ascoltare le parti sociali, dialogare per trovare soluzioni sociali e politiche condivise: con questo spirito l'Arcivescovo di Brasilia e Presidente della Conferenza episcopale nazionale brasiliana , il Card. Sergio da Rocha, ha ricevuto i rappresentanti dei movimenti popolari coinvolti nelle mobilitazioni contro la riforma della Previdenza sociale la mattina di martedì 12 dicembre. Il gruppo di contadini e membri delle Commissioni Giustizia e Pace hanno presentato l'iniziativa di mobilitazione e sensibilizzazione, segnata dallo sciopero della fame, che ha avuto luogo otto giorni fa all'ingresso della Camera dei Deputati. Erano presenti all’incontro anche i consiglieri delle Commissioni Episcopali per la pastorale dell'Azione Sociale e dei Laici. Il Cardinale ha dato priorità all’ascolto dei rappresentanti, e tale atteggiamento è stato descritto dai presenti come un gesto umano, di solidarietà e, soprattutto, di un Pastore.<br />Bruno Pilon, dei movimenti dei piccoli agricoltori, ha affermato che i gruppi hanno analizzato il contesto brasiliano, in cui viene discussa la proposta di modifica della Costituzione n. 287/2016, sulla riforma delle pensioni, e ha osservato che i lavoratori brasiliani vedono in tale modifica il ritiro del "diritto più prezioso, che è la previdenza sociale, vale a dire, la sicurezza sociale".<br />Secondo Pilon, i movimenti non hanno trovato altro modo di attirare l'attenzione e di chiedere il ritiro del progetto dall'agenda che questo, e dopo più di 7 giorni di sciopero della fame, i manifestanti non sono ancora stati ricevuti dalla presidenza della Camera dei Deputati, che intende mettere la questione al voto il 19 gennaio.<br />Hanno partecipato allo sciopero della fame per otto giorni il frate francescano Sérgio Görgen, e Josi Costa e Leila Denise, membri del movimento dei piccoli agricoltori. I tre scioperanti, che rappresentano 300.000 famiglie contadine brasiliane, cercano di evitare il grande danno che l'approvazione della riforma della sicurezza sociale causerebbe e che la trasformerebbe in una tragedia sociale, che renderebbero impossibile il diritto alla pensione dei contadini, degli indigeni e dei quilombolas. Altri gruppi hanno preso provvedimenti anche a Sergipe, Rio Grande do Sul e Espírito Santo, e quattro persone hanno aderito all'azione a Brasilia.<br />Il Cardinale Sergio da Rocha ha sottolineato l'importanza del dialogo tra la Chiesa e la società, in particolare con i movimenti popolari, e di questi movimenti con il governo, per promuovere la pace. Riguardo al ruolo della Chiesa nel contesto delle riforme attuate, il Presidente della CNBB ha sottolineato che queste hanno "grandi implicazioni per la vita del nostro popolo" e che la Chiesa desidera sempre difendere i diritti della popolazione, specialmente di quelli più fragili.<br />In questa vicenda la Chiesa ricopre un ruolo da protagonista, non solo per la trasparenza nel dialogo sulla difesa dei diritti della popolazione, ma anche come presenza a tutti i livelli della società brasiliana. Lo testimoniano diversi comunicati pubblicati in questi giorni da parte di organismi, religiosi e laici impegnati: la Famiglia Francescana , la Conferenza di Religiosi del Brasile, pubblicato dal web delle Pontificie Opere Missionarie , quello della Commissione per la Pastorale delle Terre e quello della Caritas Brasile. Dalle ultime notizie si apprende che la votazione è stata rimandata al 19 febbraio per poter discutere seriamente il provvedimento, ma in diverse città del paese hanno già organizzato e svolto manifestazioni di protesta.<br /> <br />Fri, 15 Dec 2017 10:55:57 +0100VATICANO - L'Arcivescovo Dal Toso: “La missione è il termometro della Chiesa”http://www.fides.org/it/news/63402-VATICANO_L_Arcivescovo_Dal_Toso_La_missione_e_il_termometro_della_Chiesahttp://www.fides.org/it/news/63402-VATICANO_L_Arcivescovo_Dal_Toso_La_missione_e_il_termometro_della_ChiesaCittà del Vaticano - “Quando annuncia il Regno di Dio, Gesù ricorda che il Regno appartiene a Dio: come osserva Benedetto XVI nella sua trilogia su Gesù, si tratta di un genitivo soggettivo. Il Regno non appartiene all'uomo e nemmeno alla Chiesa, che pure ne è segno efficace. E' Dio che muove i cuori alla missione di donare il Vangelo. Lo Spirito Santo ha suscitato l'ardore di tanti missionari nella storia della Chiesa e agisce ancora oggi: tanto più si coltiva l'appartenenza a Cristo, tanto più nascono le forze per annunciare la Buona Novella”: lo dice in una intervista all'Agenzia Fides l'Arcivescovo Giampietro Dal Toso, nominato da Papa Francesco Presidente delle Pontificie Opere Missionarie. Alla vigilia della sua ordinazione episcopale, che si tiene in San Pietro il 16 dicembre, l'Agenzia Fides gli ha rivolto alcune domande.<br /><br />Eccellenza, con quale spirito e quali desideri inizia il suo servizio di Presidente delle Pontificie Opere Missionarie?<br /><br />Sono molto grato a Papa Francesco per avermi affidato questo incarico che vivo con grande entusiasmo. Sono contento perchè la missione mi sta molto a cuore. Ho avuto in passato l'occasione di conoscere alcuni territori sotto la giurisdizione di Propaganda Fide ma, al di là di questo, credo che la missione sia in qualche modo il termometro della situazione della Chiesa. L'idea di poter dare un contributo ad animare la dimensione missionaria di tutta la Chiesa è per me un grande privilegio.<br /><br />Ci racconta la sua esperienza dei “territori di missione”?<br /><br />In passato ho lavorato a quello che era il Pontificio Consiglio "Cor Unum", e questo mi ha portato in contatto con molte situazioni difficili in tutto il mondo. Nell'ultimo periodo mi sono occupato, in special modo, di Medio Oriente e di Sahel, una zona cruciale dal punto di vista politico, umanitario e religioso per l'Africa. Un altro canale che mi ha permesso di entrare nel “mondo missionario” è stata la rete di Caritas Internationalis, importante per conoscere le realtà ecclesiali locali soprattutto in Africa e in Asia, avvicinandole piuttosto a partire dal “versante umanitario”.<br /><br />Ora con le Pontificie Opere Missionarie, le apprezzerà da un altro versante...<br /><br />Le Pontificie Opere Missionarie hanno una valenza importantissima per due ragioni: in primis danno alle giovani chiese la possibilità di strutturarsi, di darsi una configurazione, una spina dorsale, finanziando seminari, chiese, corsi di studio. Questo rappresenta, per una comunità, un valido aiuto per stabilizzarsi. Un secondo compito è quello della animazione missionaria: l'aiuto finanziario ha senso solo se considerato all'interno di uno sguardo generale che è il desiderio di portare il Vangelo. Quando sono nate, in Francia, nel secolo XIX, l'idea originaria delle Opere missionarie era quella di risvegliare in ogni battezzato lo spirito missionario; poi ha fatto seguito il supporto economico alle missioni . Le POM oggi sono chiamate a tenere vivi questi due aspetti e sono dunque molto attuali.<br /><br />Si viaggia verso il Mese missionario straordinario annunciato dal Papa per l'ottobre 2019: quali sono gli obiettivi e le prospettive per questo evento?<br /><br />Sono convinto che il Mese missionario straordinario rappresenti una grande opportunità per tutta la Chiesa; e vorrei che in questo tempo possiamo spenderci, nelle forme che si stanno studiando, per preparare a livello universale questo evento, occasione preziosa per rilanciare lo spirito missionario: così lo ha voluto il Papa e così lo vivremo. Siamo nella fase preparatoria, ed è auspicabile che non venga percepito come “iniziativa centralista” ma che siano coinvolte le Chiese locali: la missione è cruciale per tutta la Chiesa, non certo un tema per pochi specialisti. Il mese missionario straordinario implica il coinvolgimento di tutti i fedeli. Con il medesimo spirito nacque la Giornata Missionaria Mondiale, per sottolineare che la missione è una chiamata che appartiene a tutto il popolo di Dio e che ogni battezzato ne è responsabile.<br /><br />Come interpreta oggi il concetto di “missione”, al tempo di Papa Francesco? Con quali speciali accenti e peculiarità?<br /><br />Il significato di “missione” è pregnante e ha avuto una sua evoluzione: lo vivo e lo interpreto, con Papa Francesco, con l'idea della pecora smarrita. Il Papa ci chiede di essere Pastori. La missione oggi è questa: siamo chiamati ad andare a cercare la pecora perduta. La “Chiesa in uscita” prende l'iniziativa per cercare quanti sono lontani da Dio e nel cuore percepiscono un vuoto da colmare. L'immagine della pecorella smarrita è utile perchè una pecora ha bisogno di un pascolo, altrimenti non sopravvive. Così l'uomo di oggi ha bisogno di trovare il pascolo che è Dio, la sua Parola, i Sacramenti, altrimenti non sopravvive, anche se crede di poterlo fare. Per questo, come dice il Concilio, la missio ad gentes è valida ancora oggi perchè ci sono persone e popolazioni che ancora non conoscono Gesù Cristo. Ma vale anche nelle regioni dove il Vangelo è già presente. La testimonianza della Pasqua di Gesù è vero annuncio ed offerta di vita nuova, divina ed eterna per tutti.<br /><br />La missione non è frutto di uno sforzo umano...<br /><br />Quando Gesù annuncia il Regno di Dio, ricorda che il Regno appartiene a Dio: come osserva Benedetto XVI nella sua trilogia su Gesù, si tratta di un genitivo soggettivo. Il Regno non appartiene all'uomo e nemmeno alla Chiesa, che pure ne è segno efficace, come dice il Concilio. E’ Dio che muove i cuori alla missione di donare il Vangelo. Lo Spirito Santo ha suscitato l'ardore di tanti missionari nella storia della Chiesa e agisce ancora oggi: tanto più si coltiva l'appartenenza a Cristo, tanto più nascono le forze per annunciare la Buona Novella. Abbiamo visto, per tanti secoli, missionari che partivano verso terre ignote, a volte senza sapere cosa li aspettasse o mettendo in pericolo la loro vita. Lo Spirito Santo suscitava in loro il desiderio di essere testimoni e annunciatori del Vangelo. Questa è la chiave per il risveglio di una coscienza missionaria: l'annuncio del Vangelo è un'azione dello Spirito Santo. Se la Chiesa si lascia animare dallo Spirito Santo, fa sì che il Vangelo trovi diffusione. Il Papa usa il termine “primear” per ribadire il primato di Dio: il Regno appartiene a Lui, che dà la grazia per annunciarlo.<br /><br />Ci sono santi o missionari che saranno per lei fonte di ispirazione? <br /><br />Vorrei citare un episodio e due santi. Alcuni anni fa ho visitato in Senegal l'abbazia di Keur Moussa, fondata dai benedettini francesi agli inizi del '900. Nel cimitero c'erano tombe di monaci, tutti tra i 30 e i 35 anni, partiti dalla Francia sapendo che probabilmente avrebbero vissuto pochi anni in quel paese: ma avevano nel cuore qualcosa di più grande dello loro stessa vita e sono un esempio di chi dà la vita per servire Cristo. Tra i santi vorrei citare Francesco d'Assisi, che è andato in Egitto senza paura, con semplicità, a presentare la sua fede al Sultano, donando la pace di Cristo. Inoltre porto nel cuore un missionario della mia diocesi di Bolzano-Bressanone, Giuseppe Freinademetz, uno dei primi verbiti: fu missionario in Cina, dove morì apprezzato dai cinesi per il suo esempio di vita. Nato in un contesto ambientale meraviglioso, aveva un fuoco dentro di sé che l'ha condotto ad andare oltre. Freinademetz ci aiuta a capire che il tesoro della fede è troppo grande per tenerlo solo per noi.<br /> Fri, 15 Dec 2017 10:36:50 +0100AMERICA/PERU’ - L'Amazzonia e i suoi abitanti protagonisti della visita di Papa Francesco in Perùhttp://www.fides.org/it/news/63401-AMERICA_PERU_L_Amazzonia_e_i_suoi_abitanti_protagonisti_della_visita_di_Papa_Francesco_in_Peruhttp://www.fides.org/it/news/63401-AMERICA_PERU_L_Amazzonia_e_i_suoi_abitanti_protagonisti_della_visita_di_Papa_Francesco_in_PeruPuerto Maldonado - L'Amazzonia sarà protagonista nella prossima visita apostolica di Papa Francesco in Perù . “Per un giorno, il 19 gennaio, Puerto Maldonado si trasformerà nella sede di un grande summit ecologico: i riflettori del mondo punteranno lì”, ha scritto Josè María Rojo, Superiore generale dell'Istituto Spagnolo Missioni Estere sul quotidiano "La República" di Lima. “Ma con due grandi differenze rispetto a Parigi 2015 o Bonn 2017. La prima: non saranno i potenti a riunirsi, ma saranno i popoli poveri dell'Amazzonia a dire la loro. La seconda: con loro si impegnerà Francesco, un alleato, che non ha nulla da perdere né da nascondere e che ha detto in tutti i modi: o ci impegniamo a prenderci cura della nostra casa comune, o il pianeta andrà alla deriva”. <br />Per il Vescovo locale, mons. David Martínez de Aguirre, sarà centrale l'incontro personale del Papa con i popoli nativi amazzonici: “Sarà l'opportunità di mostrare al Papa la realtà delle nostre culture, e il Papa potrà manifestare ciò che desidera a questi popoli. Vogliamo che possa percepire con i cinque sensi l'ambiente amazzonico e le sue culture, con la loro sapienza e ricchezze. Vogliamo che qui, in Perù, ci possa trasmettere un messaggio, e che possa anche ricevere il messaggio dei nostri popoli”, ha affermato mons. Martínez alla rivista Vida Nueva. Per il Vescovo, convinto che la visita sarà un anticipo di quello che avverrà nel Sinodo speciale per la regione Panamazzonica , “una Chiesa dal volto amazzonico è una Chiesa che guarda al mondo dal suo contesto, una Chiesa che dà uno spazio e un posto preferenziale ai popoli originari che vivono qui e sono i legittimi abitanti di queste terre. Una Chiesa dal volto amazzonico è anche una Chiesa accogliente per tutte le persone che, in modo rispettoso, sono venute qui e si sono fatte amazzoniche in questa terra, fratelli e sorelle dei popoli che la abitano”.<br />A Puerto Maldonado, tre gli incontri previsti per Francesco: nel palazzetto dello sport Coliseo de Madre de Dios con 4.000 rappresentanti dei popoli indigeni; nel piazzale dell'Istituto Jorge Basadre con la popolazione; all'orfanotrofio El Principito, con bambini di vari istituti.<br />Più di 30 comunità indigene della zona hanno confermato la loro partecipazione all'incontro. Saranno presenti almeno 30 rappresentanti per ciascuno degli altri sette vicariati apostolici della regione, grazie all'impegno del governo nazionale per i loro viaggi. Da Iquitos e San José del Amazonas è previsto un volo speciale delle Forze Armate. Annunciate anche delegazioni da Brasile e Bolivia. <br />Papa Francesco sarà in Cile dal 15 al 18 gennaio e visiterà Santiago, Temuco e Iquique. In Perú andrà dal 18 al 21 gennaio 2018 visitando le città di Lima, Puerto Maldonado e Trujillo. Fri, 15 Dec 2017 09:54:52 +0100ASIA/LIBANO - Summit a Bkerké: Capi cristiani e musulmani uniti nel “no” alle scelte USA su Gerusalemmehttp://www.fides.org/it/news/63400-ASIA_LIBANO_Summit_a_Bkerke_Capi_cristiani_e_musulmani_uniti_nel_no_alle_scelte_USA_su_Gerusalemmehttp://www.fides.org/it/news/63400-ASIA_LIBANO_Summit_a_Bkerke_Capi_cristiani_e_musulmani_uniti_nel_no_alle_scelte_USA_su_GerusalemmeBkerké – Ogni tentativo unilaterale mirante a imporre Gerusalemme come capitale esclusiva dello Stato di Israele rappresenta un atto “ingiusto” e contrario a tutte i pronunciamenti internazionali riguardanti il profilo della Città Santa. Lo ha ribadito il Patriarca maronita Bechara Boutros Rai, aprendo il summit inter-religioso da lui convocato nella sede patriarcale di Bkerké per esprimere una posizione comune riguardo alla questione di Gerusalemme e alle nuove tensioni scatenatesi intorno alla Città Santa dopo che l'Amministrazione Trump ha reso operativa la decisione di trasferire lì l'ambasciata USA in Israele. Tutte le principali comunità religiose presenti in Libano hanno aderito alla convocazione del Patriarca Rai: al “summit” di Bkerkè hanno partecipato, tra gli altri, il Gran Mufti sunnita Abdellatif Daryan, il Mufti Kabalan in rappresentanza dei musulmani sciiti, il Catholicos armeno apostolico Aram I, il rappresentante dei drusi, il Patriarca siro cattolico Ignatius Youssif III Younan, il Patriarca cattolico greco-melkita Youssef Absi e anche il rappresentante dei drusi. <br />Il Patriarca maronita Rai, nel suo intervento, ha anche ribadito la necessità di applicare tutte le risoluzioni internazionali che riconoscono e tutelano il profilo unico e lo statuto speciale di Gerusalemme, città santa per gli ebrei, i cristiani e i musulmani di tutto il mondo. Il Mufti della Repubblica libanese Daryan, nel suo intervento, ha ribadito la propria opposizione ai processi di “giudaizzazione” di Gerusalemme, confermando il sostegno ai palestinesi “nella loro lotta per la giustizia” e nel loro “legittimo diritto alla resistenza”. . Thu, 14 Dec 2017 12:27:41 +0100AFRICA/MALI - “Il Mali è l’epicentro dei gruppi jihadisti che imperversano nel Sahel”http://www.fides.org/it/news/63399-AFRICA_MALI_Il_Mali_e_l_epicentro_dei_gruppi_jihadisti_che_imperversano_nel_Sahelhttp://www.fides.org/it/news/63399-AFRICA_MALI_Il_Mali_e_l_epicentro_dei_gruppi_jihadisti_che_imperversano_nel_SahelBamako - “La situazione della sicurezza in diverse aree del Mali è preoccupante da alcuni mesi” dice all’Agenzia Fides Don Edmond Dembele, Segretario generale della Conferenza Episcopale del Mali, commentando il raggiungimento dell’accordo per la G5 Sahel, una forza di stabilizzazione regionale di 5.000 uomini creata con l’appoggio finanziario di Unione Europa, Usa, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e formata da soldati di Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania. La futura forza avrà il suo quartiere generale a Bamako, in Mali, e sarà dispiegata pure in Niger e Burkina Faso.<br />P. Dembele illustra la situazione di insicurezza del Mali che ha determinato la creazione della nuova coalizione militare. “Avevamo sperato che con la firma dell’accordo di pace di Algeri nel giugno 2015, si sarebbero create le condizioni per la pacificazione e la stabilizzazione del Paese. In effetti per qualche mese dopo la firma dell’accordo abbiamo vissuto un momento di pace relativa. Ma da circa un anno assistiamo ad un ritorno dell’insicurezza soprattutto nel centro del Mali e persino nella capitale Bamako, dove ci sono stati degli attentati” dice p. Dembele.<br />“Nel centro del Paese negli ultimi mesi si sono avuti diversi attacchi terroristici che diventano sempre più regolari” sottolinea il sacerdote.<br />“La creazione della forza G5 è quindi un segnale di speranza non solo per il Mali ma per tutta la regione sub-sahariana. In effetti il Mali sembra essere l’epicentro dell’insicurezza regionale perché la maggior parte dei gruppi terroristi fanno base in Mali e agiscono a partire dal nostro Paese per colpire in Burkina Faso e in Niger. Si comprende quindi la decisione di centrare sul Mali l’azione della nuova forza di stabilizzazione regionale” spiega p. Dembele.<br />L’accordo di Algeri ha inserito in un percorso di pacificazione i gruppi indipendentisti Tuareg che sono stati all’origine della crisi scoppiata nel gennaio 2012, quando il nord del Mali, era stato conquistato dai ribelli Tuareg, dando vita all’effimera Repubblica dell’Azawad. Gli indipendentisti erano stati quasi subito soppiantati da alcuni gruppi jihadisti che avevano iniziato a minacciare il resto del Paese. La loro avanzata era stata fermata e poi respinta dall’intervento delle truppe francesi e ciadiane che avevano riconquistato il territorio perduto.<br />“L’accordo di Algeri ha in effetti permesso di calmare le aspirazioni indipendentiste delle regioni settentrionali, che sono ora controllate dalle cosiddette Forze Miste, composte da ex ribelli dell’Azawad, da soldati dell’esercito regolare maliano, dai Caschi Blu della MINUSMA e da appartenenti a milizie pro governative” dice p. Dembele. “I gruppi terroristici sono presenti nel nord e sempre di più nel centro del Mali, in particolare nella zona di Ségou e in quella di Mopti, compresa l’area del Pays Dogon. Proprio nella zona di Mopti alcune settimane fa diverse chiese cattoliche sono state attaccate e per questo come Chiesa avevamo lanciato un allarme ”.<br /> “Questi gruppi sono legati ai traffici illegali che sono concentrati nel centro del Mali. Si tratta di traffici molto lucrosi e i contrabbandieri come i jihadisti hanno interesse a seminare il caos per impedire allo Stato di controllare la zona per far applicare la legge” conclude p. Dembele. <br />Thu, 14 Dec 2017 12:11:53 +0100AMERICA/MESSICO - Il Tribunale si pronuncia sul Chiapas: pace all'orizzonte, resta l'emergenza umanitariahttp://www.fides.org/it/news/63398-AMERICA_MESSICO_Il_Tribunale_si_pronuncia_sul_Chiapas_pace_all_orizzonte_resta_l_emergenza_umanitariahttp://www.fides.org/it/news/63398-AMERICA_MESSICO_Il_Tribunale_si_pronuncia_sul_Chiapas_pace_all_orizzonte_resta_l_emergenza_umanitariaSan Cristobal de las Casas - La pace è più vicina in Chiapas. Nel pomeriggio di ieri la Corte Agraria ha emesso una decisione definitiva sul processo per il conflitto di confini territoriali tra i comuni di Chenalhó e Chalchihuitán, favorendo Chenalhó. Dopo la sentenza della Corte, i comuni hanno ratificato l'accordo di pace per una soluzione al conflitto innescatosi, iniziando i lavori per riabilitare la strada che era stata interrotta e ripristinare il transito dei veicoli nella zona. Il conflitto aveva scatenato un'ondata di violenza diffusa, provocata da un gruppo armato che ha seminato il terrore in questi comuni e ha provocato lo sfollamento forzato di migliaia di persone. La controversia è sorta nel 1974, poiché i confini storici e naturali segnati dal fiume che divide le due città non erano stati rispettati. <br />Negli ultimi tempi la situazione degli sfollati si è fatta sempre più grave e la Chiesa ha lanciato l'allarme per l’emergenza umanitaria . Secondo le informazioni raccolte dall'Agenzia Fides, negli ultimi giorni sei abitanti del comune di Chalchihuitán sono morti di fame e di freddo. Si tratta principalmente di bambini e anziani sfollati, alcuni dei quali con diabete, che si trovano in pessime condizioni, con mancanza di cibo, medicine e vestiti caldi. La situazione è peggiorata a causa del blocco della strada che collega Chalchihuitán a Las Limas, che aveva interrotto i rifornimenti. <br />"Chiediamo a nome dell'umanità e nel nome di Dio: basta con la morte di innocenti a Chalchihuitán. Sono figli di Dio, sono esseri umani, hanno il diritto di vivere. Alziamo la nostra voce e ricordiamo il quinto comandamento: 'Non uccidere": è l’accorato appello lanciato, tramite l'Agenzia Fides, da p.Marcelo Perez Perez, sacerdote indigeno, coordinatore diocesano della pastorale sociale della diocesi di San Cristobal de las Casas. Ragazze, ragazzi e adolescenti vivono in condizioni disumane, indossando gli abiti con cui sono stati costretti a lasciare le loro case, inadeguati a proteggersi dalle basse temperature di questo periodo. La Caritas ha lanciato diversi appelli per raccogliere "medicine, cibo, coperte, vestiti invernali", sollecitando "una risoluzione equa e tempestiva a questa situazione", ma la zona resta difficile da raggiungere. La speranza è che, ristabilita la pace nell’area, l'emergenza umanitaria possa presto rientrare. Thu, 14 Dec 2017 12:07:08 +0100AFRICA/UGANDA - Una scuola di agribusiness per giovani imprenditori, con il contributo della Chiesahttp://www.fides.org/it/news/63396-AFRICA_UGANDA_Una_scuola_di_agribusiness_per_giovani_imprenditori_con_il_contributo_della_Chiesahttp://www.fides.org/it/news/63396-AFRICA_UGANDA_Una_scuola_di_agribusiness_per_giovani_imprenditori_con_il_contributo_della_ChiesaAlito - Un progetto di agribusiness, con una scuola di formazione professionale dedicata ai settori dell'agricoltura e dell'allevamento: è l'iniziativa voluta ad Alito, nella diocesi di Lira, nel Nord dell’Uganda, dal Vescovo locale, mons. Giuseppe Franzelli, e realizzata con la Ong "Africamission cooperazione e sviluppo", che da anni opera nel paese continuando l'opera dei suoi fondatori, il missionario don Vittorio Pastori e mons. Enrico Manfredini. La struttura oggi adibita alla formazione professionale per i giovani era fino al 1986 un piccolo villaggio-lebbrosario gestito dalle suore comboniane con medici tedeschi; ora è stata riconvertita e ospita aule, laboratori e una cucina. La scuola gratuita di agribusiness, destinata alla formazione di giovani agricoltori e allevatori, ha aperto lo scorso ottobre e ogni semestre, per tre anni, formerà circa 50 giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni. “Lo scopo - spiega all'Agenzia Fides Piergiorgio Lappo, che ad Alito segue il progetto per la Ong - è quello di aiutare i giovani che hanno un terreno coltivabile ma che non riescono a vivere del loro lavoro a causa della bassa produttività e delle difficoltà nell’accesso al mercato”. <br />In un paese a vocazione prevalentemente agricola e in cui i giovani sotto i 30 anni rappresentano oltre la metà della popolazione, fornire strumenti teorici e tecnici necessari a migliorare la coltivazione del terreno e l'allevamento di bestiame rappresenta un modo concreto per sviluppare le potenzialità umane e naturali del territorio. “Gli studenti di questo semestre, per il 40% ragazze e per il 60% ragazzi - continua Lappo - sono giovani delle zone circostanti che hanno abbandonato la scuola e che coltivano i campi di famiglia. Ogni mattina giungono al centro per seguire prima brevi lezioni teoriche in classe e poi mettere in pratica l’insegnamento coltivando il campo. Tutto quel che apprendono da questo corso lo mettono poi in pratica nella loro terra di famiglia”. Gli insegnanti sono tutti esperti del posto, la didattica è quasi totalmente in lingua locale. Oltre alle materie tecniche, c’è anche l’insegnamento della lingua inglese e dell’educazione civica per garantire una formazione completa che possa rendere i ragazzi in grado di gestire la propria impresa familiare. Al termine del semestre di corso, i giovani agricoltori e allevatori saranno seguiti da un gruppo di “facilitatori”, che li aiuterà nella pianificazione del lavoro e promuoverà la creazione di piccole reti affinché potranno scambiarsi esperienze e tecniche. “Le difficoltà maggiormente riscontrate - conclude il referente in Uganda di Africamission - consistono nel fatto che circa il 40% del prodotto, una volta raccolto non arriva nei mercati; per questo insegniamo loro anche come stoccare e mantenere i frutti dei campi fino alla vendita o al consumo familiare. Il governo sta aiutando, costruendo nuove strade che facilitino venditori ed acquirenti a raggiungere le zone in cui si tiene il mercato”. <br />L’agricoltura in Uganda rappresenta una delle maggiori voci del Pil, ma il settore risente di bassa produttività. Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Banca mondiale, negli ultimi 5 anni fattori interni ed esterni hanno rallentato la crescita economica nel paese, che invece nei decenni precedenti aveva conosciuto maggiori tassi di produzione. Thu, 14 Dec 2017 10:29:15 +0100ASIA/AFGHANISTAN - Presenza evangelica dei Barnabiti e testimonianza silenziosahttp://www.fides.org/it/news/63395-ASIA_AFGHANISTAN_Presenza_evangelica_dei_Barnabiti_e_testimonianza_silenziosahttp://www.fides.org/it/news/63395-ASIA_AFGHANISTAN_Presenza_evangelica_dei_Barnabiti_e_testimonianza_silenziosaCittà del Vaticano - “La missione dei cattolici in Afghanistan si basa su una particolarità: è fatta quasi esclusivamente di testimonianza silenziosa. Quando si è attivi nella fede, non c’è bisogno di parole, perché sono le azioni a donare il Vangelo. Ma preghiamo perché in futuro, se Dio vorrà, si possa costruire una chiesa”: lo racconta all’Agenzia Fides il Barnabita padre Giuseppe Moretti, missionario nella Repubblica Islamica afghana dal 1990 al 2015. Spiega padre Moretti: "La presenza dei Barnabiti in Afghanistan, infatti, è legata alla concessione, ottenuta nei primi decenni del Novecento, della presenza di un assistente spirituale cattolico all’interno dell’Ambasciata italiana a Kabul. A tale privilegio, concretizzatosi nel 1933, seguì il divieto assoluto di svolgere attività di proselitismo verso la popolazione locale". Tali condizioni sono rimaste invariate nel corso dei decenni, anche durante la guerra civile e dopo l’istituzione della Missio sui iuris di Giovanni Paolo II nel 2002, di cui padre Giuseppe Moretti fu primo Superiore Ecclesiastico. “In una situazione come quella afghana, in cui non si ha il permesso di evangelizzare, si può agire solo in due modi. Il primo è mettersi al servizio dei poveri. Questo compito attualmente è svolto con una dedizione esemplare dalle suore di Madre Teresa e dell’Associazione Pro Bambini di Kabul, una realtà intercongregazionale nata nel 2004”. Le prime, spiega padre Giuseppe, si dedicano all’assistenza delle famiglie disagiate e accolgono nella loro sede una decina di bambine in condizione di povertà estrema, mentre le seconde hanno aperto una casa per ragazzi affetti dalla sindrome di Down. <br />“L’altro campo di azione - prosegue - è l’assistenza spirituale della comunità internazionale. Si tratta di un compito delicatissimo, perché consiste in una missione pastorale di nuova evangelizzazione rivolta a militari, diplomatici o funzionari caratterizzati da una forte indifferenza religiosa”.<br />“Il messaggio che ho cercato di trasmettere loro nel corso degli anni - spiega ancora il Barnabita - è che il diplomatico cattolico è chiamato a vivere da vero credente partendo dalla quotidianità, svolgendo il proprio lavoro con responsabilità, senza parole di disprezzo nei confronti della popolazione. Il mio obiettivo era quello di formare dei testimoni che, attraverso la propria vita, mostrassero cosa significa credere in Cristo. Come può un afghano provare anche una semplice curiosità verso la nostra fede, se vede cristiani che non pregano?”.<br />La popolazione afghana è al 99,7% musulmana. Dopo il ritorno in Italia di padre Giuseppe Moretti, la missione è stata affidata al suo confratello Barnabita padre Giuseppe Scalese, ed ha ancora base nella cappella dell’Ambasciata italiana a Kabul. Fino al 2016, oltre alle suore di Madre Teresa di Calcutta e all’Associazione Pro Bambini di Kabul, vi erano le Piccole Sorelle di Charles de Foucauld, arrivate in territorio afghano negli anni Cinquanta. “Il desiderio per il futuro è che si possa avere una chiesa fuori dall’Ambasciata, dando così ai missionari la possibilità di avere una vera e propria organizzazione parrocchiale e di svolgere incontri di preghiera, catechesi e le attività pastorali".<br />La prima proposta per la costruzione di una chiesa "pubblica" giunse al responsabile della Missio sui iuris nel 1992 quando un rappresentante del governo di Najibullah, l'ultimo filocomunista, sottopose a p. Moretti un piano per edificare una chiesa, che includeva un piccolo compound, con tutte le garanzie di immunità. II progetto restò lettera morta dati i repentini mutamenti nella situazione politica afghana, con lo scoppio del conflitto civile, la salita al potere dei talebani e poi la guerra del 2001. <br />Oggi in Afghanistan esiste una chiesa ortodossa, l’unico vero e proprio edificio religioso cristiano su tutto il territorio afgano. Infatti, da quando, nel 2001, la Romania ha inviato un battaglione di fanteria in Afghanistan, il corpo di spedizione romeno ha voluto edificare una vera chiesetta in legno all'interno del suo compound, dove le truppe della base militare di Kandahar vengono a pregare prima di partire in missione. Thu, 14 Dec 2017 10:02:08 +0100AMERICA/MESSICO - Uccisi due danzatori della festa delle Madonna di Guadalupe, una violenza senza sensohttp://www.fides.org/it/news/63394-AMERICA_MESSICO_Uccisi_due_danzatori_della_festa_delle_Madonna_di_Guadalupe_una_violenza_senza_sensohttp://www.fides.org/it/news/63394-AMERICA_MESSICO_Uccisi_due_danzatori_della_festa_delle_Madonna_di_Guadalupe_una_violenza_senza_sensoCiudad Juárez – “Non c'è più rispetto per nessuno, è l'estremo del male, come osano?" si è chiesto il Vescovo della diocesi di Ciudad Juárez, Chihuahua , Mons. José Guadalupe Torres Campos, in un breve incontro con la stampa locale dopo aver appreso dell'omicidio di due "matachines", danzatori della festa in onore della Vergine di Guadalupe, il 12 dicembre, mentre si preparavano e facevano le prove.<br />Il Vescovo ha sottolineato che questo evento è motivo per aumentare la nostra fede, ma è triste e deplorevole che questi segni di violenza e morte continuino a verificarsi nella città. “Questi omicidi non sono come gli altri, anche se bisogna dire che nessun omicidio è buono, ma queste persone non erano a una festa o ad ubriacarsi, erano matachines che danzavano per la Vergine di Guadalupe, in un atto di fede e di amore, questo suggerisce che non c'è più rispetto per niente e per nessuno" ha concluso.<br />Secondo le informazioni della stampa di Ciudad Juarez, all'inizio di questa settimana, nell’arco di solo due giorni, sei persone sono state uccise. Ciò che è impressiona è che non ci sono ragioni chiare o definite, si può dire quasi che sia una violenza senza senso.<br />La denuncia, il lamento e la protesta di Mons. Torres Campos cadono in un momento difficile per il Messico, in quanto viene discussa la proposta di legge sulla sicurezza interna . Sull’argomento i Vescovi, attraverso la Commissione episcopale per la pastorale sociale , hanno lamentato il fallimento delle politiche di sicurezza nel paese: "Alcune regioni sono state colpite da crisi umanitarie che richiedono agenti di polizia veramente addestrati, in grado di fornire la sicurezza interna, lasciando all'esercito il proprio dovere di garantire la sicurezza nazionale".<br />Il CEPS ieri ha pubblicato una dichiarazione dal titolo "Con decisione costruiamo la pace, basta con la falsa sicurezza", che presenta la posizione della Chiesa al riguardo: "Le azioni legislative sono necessarie per contrassegnare un percorso critico che risolva le cause, ma anche per evitare le proposte di politiche come la presenza delle Forze armate con funzioni di polizia”, inoltre si auspica che tali provvedimenti legislativi “possano raggiungere il consenso di tutte le forze politiche e sociali, al fine di stabilire strutture di sicurezza nazionali, statali e municipali che siano efficaci e rispettose dei diritti di tutti".<br /> <br />Thu, 14 Dec 2017 10:01:39 +0100