Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.AFRICA/SUDAN - Darfur, la guerra aggrava la crisi umanitaria e sanitariahttps://www.fides.org/it/news/78275-AFRICA_SUDAN_Darfur_la_guerra_aggrava_la_crisi_umanitaria_e_sanitariahttps://www.fides.org/it/news/78275-AFRICA_SUDAN_Darfur_la_guerra_aggrava_la_crisi_umanitaria_e_sanitariaEl Fasher - Il Darfur resta uno dei principali epicentri della guerra che dal 2023 sconvolge il Sudan, contrapponendo le Forze Armate Sudanesi alle Forze di Supporto Rapido . A oltre tre anni dall'inizio delle ostilità, il quadro umanitario e sanitario continua a peggiorare. La popolazione civile è esposta a violenze, sfollamenti di massa, fame e malattie.<br />Le RSF controllano gran parte del Darfur. La conquista di El Fasher, capoluogo del Darfur Settentrionale, è stata accompagnata da gravi violenze contro la popolazione civile . Le Nazioni Unite hanno denunciato uccisioni di massa e violenze sessuali, in particolare ai danni di alcune comunità non arabe.<br />La guerra ha provocato complessivamente decine di migliaia di morti e costretto oltre 13 milioni di persone a lasciare le proprie case in tutto il Sudan. In diverse aree del Darfur e del Kordofan permane inoltre il rischio di carestia. A rendere ancora più difficile il quadro contribuiscono le reti di sostegno esterno alle due fazioni, che continuano ad alimentare le operazioni militari.<br />Di fronte all'aggravarsi dell'emergenza, l'Organizzazione mondiale della sanità ha chiesto un aumento urgente delle risorse destinate all'assistenza sanitaria e umanitaria. L'organizzazione richiama inoltre la necessità di garantire un accesso umanitario sicuro, continuo e senza ostacoli, indispensabile per permettere agli operatori di raggiungere le comunità più vulnerabili e ampliare gli interventi. I bisogni del Darfur superano ormai ampiamente le risorse disponibili. Particolarmente grave è il quadro a Tawila, dove oltre 700.000 sfollati devono fare i conti con gravi carenze nei servizi sanitari e nutrizionali, oltre che nella disponibilità di cibo, acqua, servizi igienici e protezione. Tawila è una delle manifestazioni più drammatiche di un'emergenza che investe l'intero Darfur. Insicurezza persistente, nuovi spostamenti forzati, infrastrutture essenziali insufficienti e ricorrenti focolai di malattie mettono a rischio milioni di persone.<br />Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni , nel Darfur si concentra circa il 65% degli 8,6 milioni di sfollati interni presenti in Sudan.<br />Alla guerra si sommano gli effetti delle difficili condizioni climatiche. La scarsità di piogge registrata nel 2026 ha danneggiato gravemente i raccolti, soprattutto nel Darfur Settentrionale e Occidentale. La conseguente riduzione delle risorse idriche ha fatto aumentare i costi dell'acqua e costretto molte comunità a percorrere distanze sempre maggiori per procurarsela. Una dinamica che rischia di aggravare ulteriormente l'insicurezza alimentare e idrica e di protrarsi fino al 2027.<br />Nei campi per sfollati del Darfur Meridionale, dove gli aiuti risultano particolarmente limitati, sono stati inoltre segnalati focolai di malattie, tra cui diarrea e malaria. L'accesso insufficiente all'acqua potabile, ai servizi igienico-sanitari e all'assistenza medica accresce il rischio di una nuova emergenza sanitaria.<br />Il Darfur si estende lungo gran parte della frontiera occidentale del Sudan ed è diventato il principale teatro della guerra tra SAF e RSF. Per milioni di civili, la guerra non rappresenta più soltanto una minaccia immediata alla sicurezza, ma una prova prolungata delle condizioni fondamentali di sopravvivenza.<br /> <br />Mon, 12 Oct 2026 12:13:15 +0200Da Sonsón-Rionegro a Mitú: «Siamo partiti pensando di portare qualcosa. Siamo tornati scoprendo di aver ricevuto molto»https://www.fides.org/it/news/78274-Da_Sonson_Rionegro_a_Mitu_Siamo_partiti_pensando_di_portare_qualcosa_Siamo_tornati_scoprendo_di_aver_ricevuto_moltohttps://www.fides.org/it/news/78274-Da_Sonson_Rionegro_a_Mitu_Siamo_partiti_pensando_di_portare_qualcosa_Siamo_tornati_scoprendo_di_aver_ricevuto_moltodi Laura Gómez Ruiz<br /><br />Sonsón – Per raggiungere alcune delle comunità del Vicariato Apostolico di Mitú, nell’Amazzonia colombiana, bisogna percorrere i fiumi, attraversare la foresta e affrontare lunghe distanze in un territorio con poche vie di comunicazione. <br />Nel dipartimento del Vaupés, una delle regioni più vaste e complesse della Colombia, vivono numerosi popoli indigeni che conservano le proprie lingue, tradizioni e forme di organizzazione. In questo contesto, le distanze condizionano anche l’accompagnamento pastorale delle comunità. La presenza, l’ascolto e la condivisione della vita quotidiana assumono così un significato particolare come forme di evangelizzazione. È in questa realtà che, lo scorso giugno, 54 missionari della Diocesi di Sonsón-Rionegro hanno vissuto un’esperienza di missione condivisa con una comunità sorella.<br />Non sono partiti soltanto per proporre attività pastorali. «Avremmo potuto pensare di andare a svolgere una missione. Con il passare dei giorni, abbiamo capito che, in realtà, eravamo lì per vivere un incontro», racconta a Fides padre Renzo Baltazar Martínez Ramírez, delegato episcopale per la pastorale missionaria e direttore delle Pontificie Opere Missionarie della Diocesi di Sonsón-Rionegro, in Antioquia, Colombia.<br /><br />La Diócesis de Sonsón-Rionegro è stata la prima della propria provincia ecclesiastica a realizzare una missione in presenza nel Vicariato Apostolico di Mitú, nell’ambito del gemellaggio tra le due Chiese. A questa prima esperienza hanno partecipato 54 missionari – sacerdoti, religiose e laici – inviati nelle comunità appartenenti alle parrocchie della Cattedrale di Maria Immacolata, di Nostra Signora di Fatima, di San Paolo Apostolo e della quasi-parrocchia di Santa Laura Montoya. Durante quei giorni hanno visitato le famiglie, incontrato bambini e giovani, accompagnato persone malate, celebrato liturgie, proposto momenti di catechesi e dato vita a occasioni di ascolto comunitario.<br />L’obiettivo era quello di cominciare a dare forma concreta a una relazione tra Chiese desiderose di conoscersi, condividere le proprie esperienze e assumere insieme la responsabilità della missione.<br />Il frutto di quei giorni non si misura soltanto in base alle attività svolte. Per padre Renzo, «Quando si pensa di andare a fare una missione, si corre il rischio di chiedersi anzitutto che cosa si porterà. Quando, invece, si capisce di andare incontro a una comunità sorella, la prima domanda cambia: che cosa veniamo a ricevere?».<br /><br />La missione come scambio di doni<br /><br />Mitú si trova in una regione amazzonica caratterizzata da una grande diversità culturale e dalle difficoltà legate alle distanze e alla conformazione del territorio. La presenza della comunità eclesiale in questa regione ha alle spalle oltre un secolo di storia missionaria e si è sviluppata a stretto contatto con le comunità indigene.<br />Il gemellaggio tra Chiese particolari mira proprio a fare in modo che questa relazione non si limiti a interventi occasionali, ma diventi un cammino di conoscenza reciproca, collaborazione e corresponsabilità missionaria.<br />Per chi è arrivato da Antioquia, questa realtà ha posto una domanda che è diventata una delle chiavi di lettura dell’esperienza: «Chi evangelizza chi?». «Possiamo arrivare in una comunità pensando di essere noi a portare il Vangelo. Ma il Vangelo è arrivato prima di noi. Dio era già lì», afferma il sacerdote. Non si tratta di una domanda retorica. Significa riconoscere, spiega, che anche il missionario ha bisogno di lasciarsi evangelizzare: «Deve lasciarsi sorprendere. Deve riconoscere che esistono modi di vivere la fede capaci di interpellarlo».<br />L’incontro ha permesso così di andare oltre una visione della cooperazione missionaria intesa soltanto come aiuto. Una Chiesa «può aver bisogno di missionari e, allo stesso tempo, essere essa stessa maestra di missione. Può ricevere aiuto e offrire speranza. Può chiedere risorse e donare la propria testimonianza», osserva padre Renzo.<br />Accanto alla domanda «che cosa possiamo fare per Mitú?», ne è emersa quindi un’altra: «Che cosa può insegnarci Mitú?». Per il sacerdote, è quando queste due domande si incontrano che la cooperazione comincia a trasformarsi in comunione.<br /><br />Ascoltare prima di parlare<br /><br />Una delle prime lezioni della missione è stata imparare ad ascoltare: la storia delle comunità, chi svolge il servizio pastorale nel Vicariato, sacerdoti, religiosi, operatori pastorali e leader, ma anche i popoli indigeni. «Ascoltare non significa semplicemente raccogliere informazioni. Significa riconoscere che Dio può parlarci attraverso l’altro», spiega.<br />Tra i ricordi più vivi dei missionari c’è l’incontro nella 'Maloca', la grande casa che, a seconda del popolo indigeno e della sua tradizione, può essere luogo di incontro comunitario, celebrazione e trasmissione dei saperi. Condividere il cibo in questo spazio ha permesso ai visitatori di scoprire il valore della tavola come luogo di incontro e di comunità e, a partire dalla propria esperienza cristiana, di metterlo in relazione con la 'tavola eucaristica'.<br />In questo contesto ha assunto un significato particolare il termine «eucaristizzare», con cui padre Renzo esprime la chiamata a tradurre nella vita quotidiana ciò che si celebra nell’Eucaristia: fare della propria esistenza un dono per gli altri. «L’Eucaristia ci riunisce, ma ci mette anche in cammino. Ci rende una cosa sola per inviarci verso gli altri», spiega il sacerdote. Il motto scelto per la missione, «Con Gesù, remiamo insieme verso la vita piena», esprime proprio questa idea. Remare richiede coordinamento, pazienza, impegno e una direzione condivisa. «Non remiamo semplicemente perché abbiamo un progetto pastorale. Remiamo perché Lui ci riunisce e ci invia», afferma.<br /><br />L’esperienza in Amazzonia e l’orizzionte “ordinario” della missione <br /><br />La missione non si è conclusa con il ritorno in Antioquia. L’esperienza ha portato i missionari a guardare nuovamente alla propria Chiesa locale. «Dopo aver guardato alle distanze di Mitú, abbiamo dovuto guardare alle nostre», riconosce padre Renzo. Chi hanno vicino e non hanno ancora incontrato? Chi vive nelle periferie delle parrocchie? Quali persone sono fisicamente vicine, ma pastoralmente lontane? «Chi si spinge lontano impara a guardare in modo diverso ciò che ha vicino», afferma.<br />Per il sacerdote, la sfida ora è fare in modo che le domande nate durante la missione non rimangano confinate alla riflessione personale, ma contribuiscano a ripensare il modo in cui la diocesi vive la propria missione evangelizzatrice.<br />Questa esperienza ha avuto un significato particolare per la Diocesi di Sonsón-Rionegro, che per il periodo 2026-2030 ha scelto un orizzonte pastorale incentrato su una Chiesa sinodale, nella comunione, nella partecipazione e nella missione. L’incontro con Mitú ha permesso di camminare con un’altra Chiesa, ascoltarla, condividere i propri doni e riconoscere anche ciò che essa può offrire. Per questo, osserva padre Renzo, «tornare non significa concludere. La sfida è fare in modo che la missione non si riduca a un ricordo, ma diventi un processo capace di portare frutto» nella comunità che ha inviato i missionari.<br /><br />Un cammino che continua<br /><br />L’esperienza di Mitú si inserisce in un più ampio percorso di cooperazione missionaria tra Chiese particolari della Colombia. Per Sonsón-Rionegro, la prossima tappa sarà il Congresso del Centenario del DOMUND, che la diocesi celebrerà dal 16 al 18 ottobre 2026 a La Ceja del Tambo, sul tema «Uno in Cristo, uniti nella missione».<br />Dopo l’esperienza di Mitú, queste parole assumono per i missionari un significato concreto. L’unità tra le Chiese non si costruisce soltanto attraverso documenti o progetti, ma camminando insieme, ascoltandosi e riconoscendo che ogni Chiesa ha qualcosa da ricevere e qualcosa da offrire. «Siamo partiti pensando di portare qualcosa. Siamo tornati scoprendo di aver ricevuto molto», conclude padre Renzo.<br /><br /><br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="https://www.fides.org/it/attachments/view/file/Deplian.jpeg">Brochure del Convegno per il Centenario del DOMUND</a>Mon, 12 Oct 2026 11:00:53 +0200100 ANNI DALLE ORDINAZIONI DEI PRIMI 6 VESCOVI CINESI - Il Vescovo Filippo Zhao Huaiyi e la Diocesi di Xuanhuahttps://www.fides.org/it/news/78273-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_6_VESCOVI_CINESI_Il_Vescovo_Filippo_Zhao_Huaiyi_e_la_Diocesi_di_Xuanhuahttps://www.fides.org/it/news/78273-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_6_VESCOVI_CINESI_Il_Vescovo_Filippo_Zhao_Huaiyi_e_la_Diocesi_di_XuanhuaA cento anni dalle ordinazioni dei primi 6 Vescovi cinesi consacrati in epoca contemporanea , l’Agenzia Fides dedica una serie di schede documentarie a quei Successori degli Apostoli e alle loro diocesi, al centro di quell’evento cruciale nel cammino della Chiesa cattolica in Cina. <br /><br />§§§
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del Prof. Liu Zhiqing<br /><br />Zhangjiakou - La Diocesi di Xuanhua fu la quarta circoscrizione ecclesiastica in Cina affidata alla guida di un membro del clero cinese. Fu istituita il 10 maggio 1926 come Vicariato Apostolico di Xuanhua. Il suo primo Vescovo, Filippo Zhao Huaiyi, appartiene al gruppo dei sei vescovi cinesi consacrati da Papa Pio XI nella Basilica vaticana cento anni fa, il 28 ottobre 1926 Roma. <br />Filippo Zhao era stato nominato Vicario apostolico di Xuanhua da Papa Pio XI 13 maggio 1926.<br /><br /><br />1. Storia della diocesi<br /><br />Il 10 maggio 1926, il Vicariato Apostolico di Xuanhua fu separato dal Vicariato Apostolico di Pechino.<br /><br />Il Vicariato Apostolico di Pechino era allora affidato alla alla Congregazione della Missione , di origine francese. All'epoca il Vescovo di Pechino era il lazzarista francese Stanislas-François Jarlin .<br /><br />Secondo quanto scrisse poi nelle sue memorie il Cardinale Celso Costantini, che nel 1922 era stato nominato da Pio XI primo Delegato pontificio in Cina, la diocesi di Pechino aveva allora raggiunto quasi i 300 mila battezzati cattolici. Vi erano soltanto 23 sacerdoti francesi, mentre i sacerdoti cinesi erano più di cento. <br />Xuanhua era considerato il “giardino” della diocesi di Pechino, e vi erano soltanto tre sacerdoti francesi. Eppure, davanti alla prospettiva di erigere lì una circoscrizione ecclesiastica e affidarla a un Vescovo cinese, diversi missionari francesi si mostravano perplessi e riluttanti.<br />Secondo le statistiche ecclesiastiche, nel 1925 il Vicariato Apostolico di Pechino contava 285.300 battezzati cattolici e 170 sacerdoti, di cui 114 cinesi e 56 stranieri. Il clero cinese rappresentava quindi il 67,06% del totale.<br /><br />Secondo l'Annuario della Chiesa cattolica in Cina del 1925, il Vicariato Apostolico di Pechino era suddiviso in cinque grandi distretti ecclesiastici : Pechino, Jingnan, Suqiao, Jingdong e Xuanhuafu .<br /><br />Il decanato di Xuanhua comprendeva 13 parrocchie: Xuanhuafu, Nihewan, Xihey­ing, Shuangshuzi, Nantun, Zhifanggou, Dongcheng, Lingluo, Yongningcheng, Xixiaozhuang, Shangzhuangzi, Zhangjiakou e Shangyingzhuangzi. Vi erano 31.063 cattolici e 16 sacerdoti, di cui 11 cinesi e 5 stranieri.<br /><br />Il 10 maggio 1926 fu istituito il Vicariato Apostolico di Xuanhua. Al momento della sua istituzione, il nuovo Vicariato contava 18 appartenenti al clero cinese, compreso il Vicario Apostolico, e 20 religiose cinesi.<br /><br />Secondo le statistiche del 1927, il nuovo Vicariato Apostolico di Xuanhuafu appariva già organizzato in quattro decanati, con 13 parrocchie che disponevano di sacerdoti residenti.<br /><br />Nel 1927, il Delegato Apostolico in Cina, Celso Costantini, fondò proprio a Xuanhua la prima Congregazione religiosa tutta formata da sacerdoti del clero cinese, la Congregazione dei Discepoli del Signore . La sede della congregazione fu stabilita nel villaggio di Penyao, fuori dalla porta settentrionale di Xuanhua.<br /><br />L'11 aprile 1946 il Vicariato Apostolico di Xuanhua fu elevato al rango di Diocesi di Xuanhuafu.<br /><br />Secondo le statistiche riportate da Zhao Qingyuan nella sua “Cronologia della suddivisione delle diocesi cattoliche in Cina e della successione dei loro vescovi”, nel 1940 alla diocesi facevano capo 258 chiese e cappelle, 43 sacerdoti cinesi e 36.027 cattolici.<br /><br />2. I vescovi della diocesi<br /><br />Il primo Vescovo di Xuanhua fu Filippo Zhao Huaiyi , noto anche come Bingyi. Nacque il 4 ottobre 1880 nel villaggio di Zhengfusi, a Changxindian, nella periferia occidentale di Pechino. Anche due suoi fratelli erano sacerdoti.<br />Il 7 novembre 1893 entrò nel seminario minore presso la chiesa di Beitang, a Pechino. Fu ordinato sacerdote il 27 febbraio 1904. In seguito insegnò per quattro anni nel seminario preparatorio di Pechino, svolse attività missionaria a Xuanhua per due anni e mezzo, fu poi parroco di Xin'an, nel territorio di Jingzhao, per dieci anni e preside della Scuola media Yuying di Pechino per quattro anni.<br /><br />L'8 gennaio 1923 divenne segretario di lingua cinese del primo Delegato apostolico in Cina, l’Arcivescovo Celso Costantini.<br /><br />Subito dopo l’istituzione del Vicariato Apostolico di Xuanhua , il 13 maggio Zhao Huaiyi fu nominato da Papa Pio XI primo Vicario apostolico, con il titolo di vescovo di Vaga. Il 28 ottobre 1926, nella Basilica di San Pietro in Vaticano fu consacrato vescovo da Papa Pio XI, facendo parte del gruppo dei primi sei chierici cinesi giunti d Roma per essere consacrati come Vescovi, ricevendo la successione apostolica dalle mani del Vescovo di Roma, il Successore dell’Apostolo Pietro.<br />Filippo Zhao morì a Xuanhua meno di un anno dopo, il 14 ottobre 1927, all'età di 47 anni.<br />Dopo la prematura morte di Filippo Zhao, il 28 marzo 1928 il sacerdote Pietro Cheng Youyou fu nominato Vicario apostolico di Xuanhua. Morì il 25 agosto 1935.<br /><br />Il 7 luglio 1936 divenne Vicario Apostolico di Xuanhua il sacerdote Giuseppe Zhang Runbo , che si dimise il 20 novembre 1947 per motivi di salute.<br /><br />L'8 gennaio 1948, il sacerdote Pietro Wang Muduo fu nominato vescovo della Diocesi di Xuanhua. Arrestato, fu mandato nei campi di lavoro, .<br /><br />3. Sviluppo della diocesi<br /><br />La Diocesi di Xuanhua ebbe origine dal decanato di Xuanhua del Vicariato Apostolico di Pechino. Dopo 24 anni di sviluppo, il numero dei fedeli raggiunse circa 36.000. Al termine di sull’arco temporale i componenti cinesi del clero erano 53, tra cui 1 vescovo; vi erano inoltre 43 religiose cinesi.<br /><br />Le statistiche sulla crescita della diocesi in quell’arco temporale, registrata anno per anno, sono riportate nella tabella seguente.<br /><br />Tabella delle statistiche pastorali della Diocesi di Xuanhua, 1926–1950<br /><br /><div ><table ><thead><tr><th rowspan="2" >Periodo/Anno</th><th rowspan="2" >Vescovi</th><th colspan="2" >Sacerdoti</th><th colspan="2" >Religiose</th><th rowspan="2" >Popolazione<br></th><th rowspan="2" >Fedeli cattolici</th></tr><tr><th >Stranieri</th><th >Cinesi</th><th >Straniere</th><th >Cinesi</th></tr></thead><tbody><tr><td >1926-1927</td><td >1</td><td ></td><td >17</td><td ></td><td >20</td><td >1.7</td><td >27644</td></tr><tr><td >1927-1928</td><td >1</td><td >17</td><td >31</td><td ></td><td >31</td><td >1.6</td><td >27431</td></tr><tr><td >1928-1929</td><td >1</td><td >14</td><td >30</td><td ></td><td >26</td><td >1.6</td><td >27644</td></tr><tr><td >1929-1930</td><td >1</td><td >2</td><td >22</td><td ></td><td >28</td><td >1.6</td><td >28644</td></tr><tr><td >1930-1931</td><td >1</td><td >3</td><td >23</td><td ></td><td >29</td><td >1.6</td><td >28649</td></tr><tr><td >1933</td><td >1</td><td >5</td><td >26</td><td ></td><td >29</td><td >1.6</td><td >30120</td></tr><tr><td >1934</td><td >1</td><td >2</td><td >24</td><td ></td><td >34</td><td >1.6</td><td >31561</td></tr><tr><td >1935</td><td >1</td><td >3</td><td >44</td><td ></td><td >30</td><td >1.7</td><td >32215</td></tr><tr><td >1936</td><td >1</td><td >2</td><td >36</td><td ></td><td >25</td><td >1.7</td><td >33056</td></tr><tr><td >1937</td><td >1</td><td >2</td><td >41</td><td ></td><td >34</td><td >1.7</td><td >34199</td></tr><tr><td >1938</td><td >1</td><td >2</td><td >41</td><td ></td><td >34</td><td >1.7</td><td >34109</td></tr><tr><td >1939</td><td >1</td><td >2</td><td >47</td><td ></td><td >30</td><td >1.7</td><td >34232</td></tr><tr><td >1940</td><td >1</td><td >2</td><td >52</td><td ></td><td >33</td><td >1.7</td><td >35241</td></tr><tr><td >1941</td><td >1</td><td >2</td><td >51</td><td ></td><td >33</td><td >1.7</td><td >36027</td></tr><tr><td >1942</td><td >1</td><td >3</td><td >54</td><td ></td><td >34</td><td >1.7</td><td >36723</td></tr><tr><td >1943</td><td >1</td><td >2</td><td >52</td><td ></td><td >43</td><td >1.7</td><td >36902</td></tr><tr><td >1947</td><td >1</td><td >2</td><td >52</td><td ></td><td >43</td><td >1.7</td><td >36902</td></tr><tr><td >1948</td><td >1</td><td >2</td><td >52</td><td ></td><td >43</td><td >1.7</td><td >36900</td></tr><tr><td >1949</td><td >1</td><td >2</td><td >52</td><td ></td><td >43</td><td >1.7</td><td >36900</td></tr><tr><td >1950</td><td >1</td><td ></td><td >52</td><td ></td><td >43</td><td >1.7</td><td >36000</td></tr></tbody></table></div><br /><br />Fonte: Les missions de Chine et du Japon, Les missions de Chine, Annuaire des Missions Catholiques de Chine.<br /><br />Mon, 12 Oct 2026 09:31:47 +0200Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia si riuniscono per discutere di tensioni e questioni aperte nel Corno d’Africahttps://www.fides.org/it/news/78271-Egitto_Sudan_Eritrea_e_Somalia_si_riuniscono_per_discutere_di_tensioni_e_questioni_aperte_nel_Corno_d_Africahttps://www.fides.org/it/news/78271-Egitto_Sudan_Eritrea_e_Somalia_si_riuniscono_per_discutere_di_tensioni_e_questioni_aperte_nel_Corno_d_AfricaEl Alamein - Mentre tensioni geopolitiche e conflitti interni alle singoli Paesi stanno scuotendo il Corno d’Africa, i Presidenti di Egitto, Somalia, Eritrea e il capo del Consiglio di Transizione del Sudan si sono riuniti domenica 4 ottobre a El Alamein, per discutere delle principali questioni che affliggono l’area. L’incontroNell’incontro sono stare riaffermate alcune delle posizioni assunte dai quattro Paesi, sia per quel che concerne la situazione interna di alcuni di essi, sia per quanto riguarda la situazione a livello regionale.<br /><br />Alla fine dell’incontro è stato pubblicato un breve resoconto in cui sono stati riaffermati i seguenti criteri a cui attenersi per smorzare le tensioni e prevenire nuovi conflitti: il rispetto per la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale come specificati dal diritto internazionale; il rispetto dell’integrità territoriale del Sudan e il sostegno alle istituzioni del Paese; il rispetto per l’integrità territoriale della Somalia e il sostegno alla sua lotta contro il terrorismo; il rispetto per la libera navigazione nel Mar Rosso; la cooperazione nello sfruttamento delle acque dei fiumi, a partire da quelle del Nilo.<br /><br />La dichiarazione finale rende note le posizioni dei quattro Paesi partecipanti su questioni non inserire esplicitamente nell’ordine del giorno. Per esempio, quelle connessa all’attivismo politico dell’Etiopia a livello regionale o al ruolo che il Somaliland - Stato auto-proclamato nella porzione settentrionale della Somalia - sta cercando di ritagliarsi.<br />La questione etiope è senza dubbio in cima alle preoccupazioni dei quattro presidenti presenti al summit. Tra Etiopia, Egitto e Sudan c’è la questione del funzionamento della Gerd, la diga sul Nilo la cui costruzione è finita nel 2015 e che Il Cairo ha messo sotto accusa per il fatto che farebbe diminuire lo sfruttamento egiziano del Nilo. In un Paese in cui il grosso della popolazione è concentrato lungo le rive del fiume, la questione dell’accesso alle acque è per l’Egitto una delle questioni regionali più importanti. <br />Per il Sudan la dichiarazione conclusiva del summit rappresenta un appoggio politico a livello regionale, soprattutto per il Consiglio di Transizione che all’interno della guerra civile fa capo alle forze armate sudanesi. In questo contesto il Consiglio di Transizione sudanese ha accusato il governo etiope di appoggiare l’organizzazione paramilitare delle Rapid Support Forces, accusa respinta da Addis Abeba. Infine per l’Eritrea la questione riguarda il recente scoppio del conflitto nel Tigrai. I due Paesi si stanno combattendo al momento, con l’Eritrea che è alleata delle milizie tigrine e di altre sigle locali. <br />Per la Somalia il sostegno ottenuto durante il summit serve a ribadire che ogni sforzo fatto dalla regione del Somaliland per la secessione non verrà appoggiato da Paesi della regione. Anche in questo caso però è la posizione dell’Etiopia a destare preoccupazioni. Addis Abeba sta cercando da anni l’accesso a Mar Rosso e al Golfo di Aden che era finora garantito da Gibuti. Per l’Etiopia la possibilità di accedere al porto di Berbera, l’infrastruttura individuata per l’accesso al Golfo di Aden, rappresenta un’opportunità per diversificare gli accessi e poter contare su un’alternativa all’accesso da Gibuti. <br />Questo interesse per l’infrastruttura nel Somaliland rende le relazioni tra Etiopia e Somalia alquanto tese, perché viene letto come un appoggio diretto alle istanze secessioniste del Somaliland.<br />Il summit ha ribadito alcuni punti di convergenza degli interessi di quattro Stati, ma non può essere al momento considerato come un embrione di alleanza. Una tale eventualità potrebbe prender forma solo come conseguenza di un potenziale e temibile peggioramento generale della situazione securitaria nell’area, con la possibile saldatura dei conflitti che già tormentano e rendono instabile i‘intera regione. Sun, 11 Oct 2026 09:48:57 +0200ASIA/KAZAKHSTAN - Il nuovo Vescovo di Karaganda: “La missione è andare incontro a chi non ha conosciuto Cristo o ha visto la fede sbiadirsi”https://www.fides.org/it/news/78265-ASIA_KAZAKHSTAN_Il_nuovo_Vescovo_di_Karaganda_La_missione_e_andare_incontro_a_chi_non_ha_conosciuto_Cristo_o_ha_visto_la_fede_sbiadirsihttps://www.fides.org/it/news/78265-ASIA_KAZAKHSTAN_Il_nuovo_Vescovo_di_Karaganda_La_missione_e_andare_incontro_a_chi_non_ha_conosciuto_Cristo_o_ha_visto_la_fede_sbiadirsidi Paolo Affatato<br /><br />Karaganda – “La missione non consiste nell’organizzare un numero sempre maggiore di eventi. A volte la missione si manifesta così: un sacerdote percorre molti chilometri per celebrare la Santa Messa, per parlare con le persone, per ascoltarle e semplicemente per stare con loro. E la missio ad gentes significa soprattutto andare incontro a chi non ha ancora incontrato Cristo, a chi non sa nulla di Lui o, magari, a chi ha visto la propria fede raffreddarsi o sbiadire nel tempo”. E’ quanto dice in una intervista all’Agenzia Fides Piotr Pytlovany, che viene ordinato Vescovo della diocesi di Karaganda il 10 ottobre, nella Cattedrale di Nostra Signora di Fatima, Madre di tutti i popoli, nella città kazaka.<br />Amministrazione Apostolica nel 1991, e poi elevata a diocesi nel 1999 da Papa Giovanni Paolo II, la diocesi di Karaganda abbraccia le regioni dell'Est Kazakistan, estendendosi su una superficie di circa 711.000 chilometri quadrati . La comunità cattolica conta di circa 8.500 fedeli, guidati da circa 20 sacerdoti e una trentina di religiose che animano una ventina di parrocchie. <br />Nativo della Polonia, Piotr Pytlovany ordinato sacerdote nel 1994, si è trasferito in Kazakhstan già nel 1995 come sacerdote fidei donum. Lì ha guidato diverse parrocchie ed è stato rettore del Seminario Maggiore Interdiocesano di Karaganda tra il 2011 e il 2018. Prima della nomina a Vescovo, era parroco della Cattedrale di Astana e portavoce ufficiale della Conferenza episcopale dell’Asia centrale. Alla vigilia dell’ordinazione l’Agenzia Fides gli ha rivolto alcune domande:<br /><br />Come ha accolto la chiamata a guidare la diocesi di Karaganda e cosa vorrebbe portare avanti del ministero del suo predecessore? In che modo i suoi anni di servizio missionario in Kazakistan influenzeranno il suo stile di guida?<br /><br />Intendo la chiamata al ministero episcopale soprattutto come una chiamata da parte di Dio e una nuova responsabilità di fronte alla Chiesa. Non si tratta di un onore o di una carica: riguarda le persone, le comunità e il futuro della Chiesa che mi è stata affidata.<br />Vivo e presto servizio in Kazakistan da oltre trent'anni, quindi questo Paese è diventato la mia casa. Ho avuto l'opportunità di conoscere la Chiesa non solo nelle grandi città, ma anche nelle piccole comunità rurali, spesso molto distanti tra loro. Grazie a questa esperienza ho compreso una cosa semplice: la Chiesa sulla terra non è sostenuta dalle strutture, ma dalla fede di persone concrete.<br />Vorrei portare avanti tutto ciò che di buono e fecondo è stato realizzato dai miei predecessori: la cura delle piccole comunità, la formazione di sacerdoti e fedeli laici, l'attenzione alle vocazioni, alle famiglie, ai giovani, ai malati e a chi soffre. Per me è importante anche che la Chiesa sia presente accanto alle persone nella vita pubblica. Pertanto, la collaborazione con le autorità civili su questioni che contribuiscono al bene comune, così come lo sviluppo di iniziative sociali congiunte con rappresentanti di altre comunità cristiane e religioni, rientra tra le mie priorità.<br />Allo stesso tempo, vorrei che diventassimo sempre più una Chiesa che va incontro alle persone, invece di limitarsi ad aspettare che esse vengano in chiesa. Per me, questo è il naturale proseguimento del cammino che io stesso ho cercato di seguire in tutti questi anni.<br /><br />Come si può mantenere l'unità all'interno di una comunità cattolica composta da fedeli di diversa provenienza culturale e linguistica?<br /><br />Credo che la diversità non sia un problema per la Chiesa in Kazakistan, ma un dono. La storia di questo Paese ha riunito persone di nazionalità, lingue e culture diverse. Questa ricca diversità fa parte della nostra realtà e, al contempo, dimostra che la Chiesa cattolica è veramente universale.<br />La lingua, le tradizioni e la storia di ogni comunità devono, naturalmente, essere rispettate. Tuttavia, è importante che le persone sentano che non siamo gruppi separati di polacchi, tedeschi, ucraini, russi o kazaki; siamo un’unica Chiesa, unita attorno a Gesù Cristo. L’origine nazionale non deve diventare una barriera tra noi.<br />Mi sembra che qui in Kazakistan si possa comprendere con particolare chiarezza il significato della parola "cattolico": universale. La Chiesa cattolica non appartiene a una singola nazione. In essa c’è posto per ogni persona. Allo stesso tempo, non è necessario abbandonare le proprie radici culturali; al contrario, esse possono arricchire l’intera comunità.<br />Vorrei che il mio ministero contribuisse all’unità: tra sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici, e tra generazioni e popoli.<br /><br />Cosa significa missio ad gentes oggi, in una diocesi vasta come quella di Karaganda, dove i cattolici costituiscono una piccola minoranza?<br /><br />Per me, la missio ad gentes significa soprattutto andare incontro alla persona: a chi non ha ancora incontrato Cristo, a chi non sa nulla di Lui o, magari, a chi ha visto la propria fede raffreddarsi o sbiadire nel tempo.<br />Nella nostra vasta diocesi di Karaganda, significa anche essere pronti a essere presenti laddove vi sono pochissimi cattolici, talvolta solo un pugno di credenti. Da un punto di vista puramente umano, ci si potrebbe chiedere: vale la pena mantenere una presenza per loro? Nella prospettiva del Vangelo, la risposta è ovvia: sì, perché ogni persona è infinitamente preziosa agli occhi di Dio. Se in un determinato luogo c’è anche un solo credente che ha bisogno della presenza della Chiesa, ciò è già sufficiente.<br />La missione non consiste nell’organizzare un numero sempre maggiore di eventi. A volte la missione si manifesta così: un sacerdote percorre molti chilometri per celebrare la Santa Messa, per parlare con le persone, per ascoltarle e semplicemente per stare con loro.<br />Oggi, la missio ad gentes significa anche presenza della Chiesa nella cultura, nell’istruzione, nell’attività sociale e tra i giovani. Dobbiamo essere presenti dove la gente vive.<br /><br />In una società post-sovietica e fortemente secolarizzata, quali sono i modi più efficaci per annunciare il Vangelo a chi non l'ha mai sentito o l'ha dimenticato?<br /><br />Credo che, innanzitutto, conti la testimonianza della propria vita. Le persone possono non essere interessate alle nostre argomentazioni religiose, ma sono molto sensibili alla sincerità. Pertanto, non possiamo annunciare il Vangelo solo a parole.<br />La gente deve vedere che la fede in Cristo trasforma davvero una persona: il modo in cui guarda gli altri, costruisce relazioni, vive in famiglia e affronta la sofferenza.<br />Serve anche pazienza. La storia del Novecento ha lasciato in molte persone una certa distanza dalle istituzioni religiose. Un singolo sermone non cambierà le cose: occorrono tempo, relazioni autentiche e fiducia.<br />Ecco perché le piccole comunità, il dialogo personale, la catechesi per adulti e la cura pastorale delle famiglie e dei giovani sono così importanti. E soprattutto, l'incontro personale.<br />A volte l'evangelizzazione inizia con una domanda molto semplice: "Come posso aiutarti?". Solo dopo la persona potrebbe chiedere: "Perché lo fai?". E allora si presenta l'opportunità di parlare loro di Cristo.<br /><br />Molte parrocchie storiche in Kazakistan sono nate dalla fede di polacchi, tedeschi e ucraini deportati. Come si evolve la pastorale da una Chiesa che "conserva la memoria" a una Chiesa che si apre al mondo?<br /><br />La memoria è molto importante per noi. Non dobbiamo dimenticare coloro che hanno conservato la loro fede in circostanze estremamente difficili e l'hanno trasmessa alle generazioni successive. Grazie a loro, la Chiesa è riuscita a sopravvivere a momenti molto difficili. La loro testimonianza fa parte del nostro patrimonio.<br />La Chiesa di Karaganda, per molti aspetti, è nata dalla sofferenza, dalla fedeltà e dal coraggio di queste persone.<br />Ma la memoria non deve imprigionarci nel passato. Dobbiamo guardare avanti e chiederci: a chi siamo chiamati a trasmettere la fede oggi? Ai giovani del Kazakistan, alle famiglie, alle persone che vivono nelle città e a coloro che non hanno alcuna radice cristiana.<br />Per questo, vorrei vedere una Chiesa che preservi la memoria e al tempo stesso guardi al futuro. L'eredità dei deportati non deve rimanere solo un ricordo del passato. Può e deve diventare fonte di ispirazione per una nuova evangelizzazione.<br />Il loro esempio dimostra che anche nelle circostanze più difficili la fede può essere preservata. Ora è nostro compito trasmettere questo dono.<br /><br />In Kazakistan, la presenza della Chiesa cattolica è strettamente legata all'attività sociale. Come può l'opera caritatevole diventare una forma di evangelizzazione e di dialogo con coloro che non condividono la fede cattolica?<br /><br />La carità e le opere di misericordia in generale sono un linguaggio comprensibile a tutti. Quando aiutiamo un malato, una persona che lotta contro una dipendenza, un bambino o qualcuno in difficoltà, non ci chiediamo prima di tutto quale sia la sua nazionalità o in cosa creda. Semplicemente vediamo la persona. Questa è una testimonianza molto importante del Vangelo.<br />L'amore cristiano non può fermarsi ai confini della Chiesa. La cura della persona umana deve essere incondizionata.<br />Anche l'attività sociale crea uno spazio di incontro. Possiamo lavorare insieme per aiutare una persona anche quando abbiamo convinzioni religiose diverse. Attraverso questo servizio condiviso, emergono relazioni umane e fiducia, e un dialogo autentico si costruisce sulla fiducia.<br />Pertanto, a volte una buona azione concreta compiuta insieme può dire di più sul cristianesimo, e dirlo più chiaramente, di discussioni filosofiche o parole astratte sulla religione.<br /><br />Quali sono i problemi sociali più urgenti che la Diocesi di Karaganda si trova ad affrontare oggi, e come cerca la Chiesa di rispondervi concretamente?<br /><br />Una delle sfide più serie è la situazione delle famiglie, soprattutto quelle che vivono in crisi, in povertà o che perdono i legami familiari. Tra gli altri gravi problemi, vorrei menzionare le dipendenze, la solitudine e le difficoltà affrontate dagli anziani.<br />Anche la situazione dei giovani mi sta a cuore, soprattutto nei piccoli centri e nelle zone rurali, dove non sempre vedono un futuro per sé stessi.<br />La Chiesa, naturalmente, non può risolvere tutti i problemi sociali, né questa è la sua missione. Ma può essere presente: aiutando, creando spazi di incontro, compiendo opere di misericordia e cooperando in questo con tutte le persone di buona volontà.<br />Per noi, un elemento è fondamentale: la dignità di ogni persona. Non aiutiamo una persona perché è cattolica. Aiutiamo perché è un essere umano. Credo che questo debba essere il fondamento di tutta l'attività sociale della Chiesa.<br />Molti giovani lasciano le zone rurali o perfino il Paese in cerca di un futuro migliore. Come può la Chiesa sostenere lo sviluppo delle giovani generazioni e dare loro motivi di speranza e di restare?<br />Un giovane non ha bisogno solo di un lavoro e di prospettive economiche. Ha anche bisogno di sentire che la sua vita ha un senso, di sentirsi utile e di poter essere d'aiuto agli altri.<br />La Chiesa può essere un luogo in cui i giovani scoprono le proprie capacità, imparano ad assumersi responsabilità e discernono la propria vocazione. Hanno bisogno di formazione, ma anche di spazi in cui possano assumersi responsabilità, sviluppare le proprie iniziative e imparare a servire gli altri.<br />Non possiamo semplicemente dire a un giovane: "Resta qui". È meglio chiedere: "Cosa possiamo fare perché tu possa vivere qui con dignità, crescere, realizzare il tuo potenziale e scoprire la tua vocazione?".<br />Naturalmente, la Chiesa non può sostituire le politiche economiche o governative. Ma può aiutare un giovane a riconoscere il valore della propria vita e a trovare speranza, in modo che il futuro sia visto come qualcosa di più di una carriera o di un successo materiale. La speranza cristiana non dipende dalle circostanze, perché la sua fonte è Cristo.<br /><br />Come si sviluppa una "cultura dell'incontro" in una società dove vi sono cattolici, musulmani e cristiani ortodossi? Le iniziative sociali sono un "laboratorio" di dialogo interreligioso in Kazakistan?<br /><br />Credo che l'impegno sociale possa effettivamente costituire un luogo d'incontro molto importante. Quando collaboriamo per aiutare chi si trova in difficoltà, le nostre differenze non scompaiono, ma cessano di essere un ostacolo al compimento del bene.<br />Il dialogo interreligioso non dovrebbe limitarsi alle conferenze ufficiali; deve far parte anche della vita quotidiana: prendersi cura insieme dei poveri, delle famiglie, dei bambini, degli anziani e di coloro che sono finiti ai margini della società.<br />Il Kazakistan è un luogo speciale sotto questo aspetto. Qui convivono persone di religioni e culture diverse, e abbiamo l'opportunità di incontrarci nella vita di tutti i giorni e di costruire relazioni umane.<br />Dunque, le iniziative sociali possono rappresentare una sorta di "laboratorio" per il dialogo. Attraverso di esse impariamo a rispettarci a vicenda e a collaborare per il bene comune, senza rinunciare alla propria fede e identità.<br /><br />Come valuta l'apertura delle autorità kazake in merito alla libertà religiosa, all'attività missionaria e all'evangelizzazione?<br /><br />Il Kazakistan possiede un contesto storico, sociale e giuridico peculiare. Pertanto, i rapporti tra Stato e comunità religiose richiedono dialogo, rispetto reciproco e una buona conoscenza della normativa vigente.<br />Per mia esperienza, è fondamentale mantenere un dialogo sereno e costruttivo con le autorità. La Chiesa non cerca di sostituirsi allo Stato né di impegnarsi in attività politiche; il suo compito è adempiere alla propria missione religiosa e sociale e servire la persona umana.<br />Per noi è importante avere la libertà di annunciare il Vangelo, di svolgere attività pastorali ed educative, di impegnarci in opere di carità e di prenderci cura dei fedeli.<br />Allo stesso tempo, sono convinto che il dialogo rimanga la strada maestra. Quando vi sono fiducia e rispetto reciproci, è possibile discutere con calma delle questioni critiche e cercare insieme soluzioni che promuovano il bene comune e la dignità della persona umana.<br />Il Kazakistan vanta un'esperienza unica di convivenza tra popoli e religioni diversi. Credo che la Chiesa cattolica possa continuare a contribuire a costruire una società fondata sul rispetto, sulla pace, sulla solidarietà e sulla comprensione reciproca.<br /><br /><br />Sat, 10 Oct 2026 06:46:19 +0200VATICANO - Il Cardinale Luis Antonio Tagle nuovo Decano del Collegio Cardinaliziohttps://www.fides.org/it/news/78269-VATICANO_Il_Cardinale_Luis_Antonio_Tagle_nuovo_Decano_del_Collegio_Cardinaliziohttps://www.fides.org/it/news/78269-VATICANO_Il_Cardinale_Luis_Antonio_Tagle_nuovo_Decano_del_Collegio_CardinalizioCittà del Vaticano – Il Cardinale Luis Antonio Gokim Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione nella Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, è il nuovo Decano del Collegio Cardinalizio. Papa Leone XIV ha approvato, in data 8 ottobre 2026, la sua elezione da parte dei Cardinali dell’Ordine dei Vescovi.<br /><br />Il Pontefice ha accettato la rinuncia all’ufficio di Decano presentata dal Cardinale Giovanni Battista Re, che assume il titolo di Decano emerito del Collegio Cardinalizio e conserva il Titolo della Chiesa Suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto. Il Cardinale Tagle assumerà il Titolo della Chiesa Suburbicaria di Ostia, conservando quello della Chiesa Suburbicaria di Albano.<br /><br />Nel Palazzo di Propaganda Fide, a notizia è stata letta al personale del Dicastero missionario dall’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero, in presenza del Cardinale Tagle, che ha poi espresso la propria riconoscenza e la propria emozione.<br /> <br />Il Decano presiede il Collegio Cardinalizio come «primus inter pares», senza esercitare potestà di governo sugli altri Cardinali, secondo il canone 352 del Codice di Diritto Canonico. A lui, tra le altre cose, spetta ordinare Vescovo il Romano Pontefice eletto, qualora questi non abbia ancora ricevuto l’ordinazione episcopale, come stabilisce il canone 355. Il suo mandato dura cinque anni ed è eventualmente rinnovabile, secondo il "Motu Proprio" di Papa Francesco del 21 dicembre 2019. <br />Fri, 09 Oct 2026 13:00:17 +0200VATICANO - Rinuncia del Decano e approvazione dell’elezione del nuovo Decano del Collegio Cardinaliziohttps://www.fides.org/it/news/78270-VATICANO_Rinuncia_del_Decano_e_approvazione_dell_elezione_del_nuovo_Decano_del_Collegio_Cardinaliziohttps://www.fides.org/it/news/78270-VATICANO_Rinuncia_del_Decano_e_approvazione_dell_elezione_del_nuovo_Decano_del_Collegio_CardinalizioCittà dei Vaticano - Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia all’ufficio di Decano del Collegio Cardinalizio presentata dall’Eminentissimo Signor Cardinale Giovanni Battista Re, il quale assume il titolo di Decano emerito del medesimo Collegio e conserva il Titolo della Chiesa Suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto.<br /><br />Inoltre, in data 8 ottobre 2026, il Romano Pontefice ha approvato l’elezione, fatta dagli Eminentissimi Signori Cardinali dell’Ordine dei Vescovi, del Decano del Collegio Cardinalizio, nella persona dell’Eminentissimo Signor Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione nella Sezione per la Prima Evangelizzazione e le Nuove Chiese Particolari, il quale assumerà il Titolo della Chiesa Suburbicaria di Ostia, conservando il Titolo della Chiesa Suburbicaria di Albano.Fri, 09 Oct 2026 15:03:42 +0200AFRICA/SUD SUDAN - “Partecipate alle elezioni, ma tutelate la famiglia. Servite il popolo, ma non distruggetevi a vicenda”: il vescovo Hiiboro Kussala in vista delle elezioni generalihttps://www.fides.org/it/news/78267-AFRICA_SUD_SUDAN_Partecipate_alle_elezioni_ma_tutelate_la_famiglia_Servite_il_popolo_ma_non_distruggetevi_a_vicenda_il_vescovo_Hiiboro_Kussala_in_vista_delle_elezioni_generalihttps://www.fides.org/it/news/78267-AFRICA_SUD_SUDAN_Partecipate_alle_elezioni_ma_tutelate_la_famiglia_Servite_il_popolo_ma_non_distruggetevi_a_vicenda_il_vescovo_Hiiboro_Kussala_in_vista_delle_elezioni_generaliTombura Yambio – «Partecipate alle elezioni, ma tutelate la famiglia. Servite il popolo, ma non distruggetevi a vicenda». È l’appello del vescovo di Tombura Yambio, Eduardo Hiiboro Kussala, in vista delle elezioni generali in Sud Sudan, fissate per il 22 dicembre 2026, le prime dall’indipendenza del Paese nel 2011.<br /><br />In un messaggio inviato all’Agenzia Fides, il presule si rivolge in particolare a quanti intendono candidarsi, proponendo una riflessione sulla responsabilità politica, sulla tutela della famiglia e sulla necessità di affrontare la competizione elettorale senza alimentare nuove divisioni.<br /><br />«Parlo non in veste di politico o analista, ma come Vescovo, cittadino sud-sudanese e padre che cammina accanto alla nostra gente», precisa Hiiboro, che racconta di incontrare quotidianamente «madri e padri, giovani, contadini, studenti, famiglie sfollate e leader comunitari», ascoltandone «speranze, paure e difficoltà».<br /><br />Il vescovo invita a considerare la tornata elettorale come un’importante occasione di crescita per la giovane democrazia sud-sudanese. «Abbiamo molto da imparare sulla partecipazione democratica, la competizione politica, la leadership, l’accettazione dei risultati e il dissenso pacifico», sottolinea. «Avendo già superato enormi sfide, non possiamo permetterci una stagione elettorale che crei nuove ferite laddove la saggezza potrebbe prevenirle».<br /><br />«Perché mi candido?» È la prima domanda che Hiiboro invita a porsi. Ogni cittadino dotato di «integrità, competenza, visione e un sincero desiderio di servire» dovrebbe essere libero di candidarsi, ma prima di entrare nella competizione dovrebbe verificare le proprie motivazioni e la propria preparazione. «Lo faccio per servire veramente il popolo o semplicemente per ottenere una carica?», chiede il presule. E ancora: «Ho pregato, mi sono consultato e mi sono preparato finanziariamente, emotivamente e spiritualmente? Comprendo la responsabilità che sto cercando? E posso accettare il risultato con serenità, qualunque esso sia?».<br /><br />Particolare attenzione viene dedicata alla famiglia, che rischia di essere coinvolta nelle divisioni politiche. «Marito e moglie possono candidarsi, anche di partiti diversi. Fratelli e sorelle possono competere. Genitori e figli possono avere diverse ambizioni politiche», osserva il vescovo, ricordando che «la democrazia ammette diverse convinzioni». Il rischio, tuttavia, è che la competizione politica finisca per entrare nella vita domestica. «Opinioni politiche diverse possono trasformarsi in litigi. I finanziamenti per la campagna elettorale possono creare tensione. I sostenitori possono diffondere voci e fare pressioni in famiglia». Anche i figli, aggiunge, possono essere esposti all’ostilità politica o sentirsi costretti a schierarsi, mentre fratelli e sorelle possono allontanarsi a causa delle rispettive appartenenze.<br />«Quando ciò accade – avverte –, la casa può lentamente diventare un’altra arena elettorale».<br /><br />Per questo il vescovo Hiiboro invita le famiglie a confrontarsi prima dell’avvio della fase più intensa della campagna: «Pregate insieme. Parlate onestamente. Discutete di finanze, figli e aspettative». E soprattutto, «qualunque cosa accada politicamente, la dignità di ogni persona e l’unità della famiglia devono essere tutelate».<br /><br />«Non permettete ai vostri sostenitori di dividervi. Non mettete a rischio il futuro della vostra famiglia in un’elezione», esorta il vescovo. «Che la famiglia sia quel luogo in cui si può tornare senza vergogna, sia che un candidato vinca o perda».<br />Nel suo messaggio il presule richiama anche il prezzo personale della competizione politica, fatta di pressioni, critiche, voci, ansia, stanchezza. «C’è chi oggi ti elogia e domani scompare. La tua famiglia, invece, resterà al tuo fianco». Un’elezione, sottolinea, «può durare pochi mesi, ma la tua famiglia dovrà convivere con le sue conseguenze per molti anni». Da qui alcuni consigli semplici: «Prega. Riposati. Chiedi consiglio a chi ti dice la verità, non solo a chi ti applaude. A volte, il silenzio è la risposta più saggia».<br /><br />Il vescovo auspica quindi che le prossime elezioni possano diventare «una scuola di democrazia» per il Paese. «I nostri figli ci osservano», afferma. Essi impareranno la democrazia «non solo dalle leggi e dalle istituzioni, ma dal modo in cui ci comportiamo quando vinciamo e quando perdiamo». L’invito è dunque a «dissentire pacificamente, competere senza odio, accettare i risultati con dignità e celebrare la vittoria senza umiliare gli altri».<br /><br />Il vescovo Hiiboro richiama inoltre l’importanza di una partecipazione politica «ampia e inclusiva», nella quale possano trovare spazio donne, giovani, professionisti, diverse comunità e cittadini responsabili. Al tempo stesso, avverte, «le cariche politiche non devono mai essere considerate una proprietà di famiglia». A dover contare sono «la competenza», «il carattere», «l’integrità» e «lo spirito di servizio», mentre «la libertà e la dignità delle persone devono rimanere al centro».<br /><br />In conclusione, il vescovo di Tombura Yambio invita quanti si sentono chiamati al servizio politico a prepararsi seriamente e a candidarsi «con coraggio», ma anche a interrogarsi sulla capacità di assumere una responsabilità pubblica senza mettere a rischio i propri legami familiari.<br /><br />«Il Sud Sudan ha già pagato un prezzo troppo alto a causa delle divisioni», ricorda. Per questo occorre offrire «pazienza alla nostra giovane democrazia, saggezza alle nostre ambizioni, protezione alle nostre famiglie e dignità gli uni agli altri».<br />«Spendete ciò che potete permettervi, ma non spendete il futuro della vostra famiglia», conclude Hiiboro. «Preparatevi a vincere, ma preparatevi ancora meglio a perdere con dignità. Una carica può durare qualche anno. La famiglia resta».<br /><br /> <br />Fri, 09 Oct 2026 12:18:36 +0200In Brasile le elezioni del 4 ottobre possono segnare il futuro del Paesehttps://www.fides.org/it/news/78266-In_Brasile_le_elezioni_del_4_ottobre_possono_segnare_il_futuro_del_Paesehttps://www.fides.org/it/news/78266-In_Brasile_le_elezioni_del_4_ottobre_possono_segnare_il_futuro_del_Paesedi Cosimo Graziani <br /><br />Brasilia - Il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile del 4 ottobre ha confermato le previsioni degli analisti. I due candidati principali - Flavio Bolsonaro del Partito Liberale e il presidente uscente Lula del Partito dei Lavoratori – il primo di destra e il secondo di sinistra – andranno al ballottaggio il 25 ottobre. <br /><br />Al primo turno Bolsonaro ha ottenuto il 47% mentre Lula il 45, ma la distanza in termini di voti è stata poco più di due milioni. Un margine che alla vigilia era previsto, ma a parti invertite, con Lula dato in vantaggio. Ora è iniziata la decisiva campagna elettorale per l’ultimo turno, settimane in cui i due candidati hanno obiettivi diversi per guadagnare i voti necessari per la vittoria. <br />Bolsonaro deve attingere ai voti degli altri candidati di destra, i quali hanno raccolto complessivamente il 7% delle preferenze, mentre Lula deve fare appello all’enorme porzione di astenuti, che in questa tornata elettorale sono stati il 21% degli aventi diritto al voto, il dato più alto da ventotto anni a questa parte.<br />Non si è votato solo per il Presidente della repubblica. Sono stati rinnovati anche cinquantaquattro degli ottantuno seggi del Senato e tutti i membri della Camera dei deputati. Proprio queste consultazioni sono il vero punto di svolta politico del Paese. Infatti, in entrambi i casi il Partito Liberale è risultato il primo partito, ottenendo ventinove seggi al Senato e centoventuno alla Camera, mentre il Partito dei Lavoratori è arrivato secondo alla Camera con ottantotto seggi e addirittura terzo al Senato con soli nove. <br />Nel frammentato contesto politico brasiliano essere il primo partito, specialmente se è quello del Presidente o di un candidato arrivato al ballottaggio, influisce pesantemente sulla direzione politica della legislatura. In tal senso, qualsiasi sia il risultato del 25 ottobre, il contesto politico brasiliano ha virato nuovamente a destra. Naturalmente bisognerà tenere in considerazione chi sarà il presidente, ma alla luce dei risultati gli analisti hanno fatto due previsioni: in caso di vittoria di Lula, una legislatura problematica e con una forte opposizione che creerà seri problemi al presidente; in caso di vittoria di Bolsonaro un ritorno a un tipo di politiche economiche, come lo sfruttamento delle risorse della foresta amazzonica e una certa influenza sul futuro panorama politico brasiliano.<br />Un elemento che sarà sicuramente influenzato dai risultati è la composizione del Tribunale Supremo Federale. Il prossimo presidente dovrà nominare tre nuovi giudici per sostituire quelli i cui mandati scadranno per raggiunti limiti di età e uno nuovo per coprire un membro vacante. Si tratta di un quarto degli undici membri che compongono il Tribunale. Il Senato ha la prerogativa di poter destituire i membri del Tribunale e ciò rende ancora più decisivo l’esito del ballottaggio. In caso di vittoria di Lula si creerebbe un meccanismo di contrappesi con il quale un’eventuale decisione del Senato potrebbe esser bilanciata da una decisione del Presidente per quel che riguarda le nomine; mentre con Bolsonaro c’è la possibilità che oltre alle nomine, il Senato possa decidere di far decadere alcuni membri del Tribunale – il primo candidato è Alxandre de Moraes, che fu uno dei principali accusatori di Bolsonaro padre – dando al Partito Liberale la possibilità di modellare il Tribunale ancor di più sulle sue posizioni politiche.<br />Ultimo fattore rilevanti di queste elezioni è il riflesso a livello internazionale. In primis, a livello regionale, dove la vittoria di Flavio Bolsonaro darebbe una definitiva svolta filostatunitenze e filotrumpiana a tutta l’America Latina, lasciando solo il Messico come grande paese ancora guidato da un partito di sinistra. Ci sono poi gli effetti sulla politica mondiale: se il Brasile dovesse cambiare presidente, tutti i partiti ideologicamente affini al Partito Liberale a livello mondiale riceverebbero una spinta politica da poter sfruttare. A giovarne sarebbero soprattutto quelli europei, alla vigilia di un anno elettorale di cruciale importanza per il continente che si aprirà con le elezioni anticipate in Spagna a fine novembre e che continuerà con le elezioni in Francia, Italia e Polonia. <br />Fri, 09 Oct 2026 11:22:11 +0200EUROPA/ITALIA - “La missione oggi: uscire dalla propria zona di comfort”. Intervista al Superiore Generale della Società delle Missioni Africanehttps://www.fides.org/it/news/78261-EUROPA_ITALIA_La_missione_oggi_uscire_dalla_propria_zona_di_comfort_Intervista_al_Superiore_Generale_della_Societa_delle_Missioni_Africanehttps://www.fides.org/it/news/78261-EUROPA_ITALIA_La_missione_oggi_uscire_dalla_propria_zona_di_comfort_Intervista_al_Superiore_Generale_della_Societa_delle_Missioni_Africanedi Antonella Prenna<br /><br />Roma – Padre François Marie Hervé du Penhoat, da quasi un anno e mezzo è alla guida della Società delle Missioni Africane in un momento di profonda trasformazione. Dopo molti anni trascorsi come Superiore provinciale a Lione, è stato eletto Superiore Generale, a maggio del 2025, durante la XXII Assemblea Generale dell'istituto a Rocca di Papa. Il nuovo incarico lo ha portato a confrontarsi con una realtà ancora più internazionale, fatta di lingue, culture, continui spostamenti e nuove responsabilità.<br /><br />In una conversazione con l’Agenzia Fides racconta le sfide di una congregazione missionaria chiamata a ripensare il proprio modo di essere e di operare. Il mondo in cui i missionari partivano per territori privi di comunità cristiane è profondamente cambiato: in molte regioni dell'Africa esistono ormai Chiese locali consolidate e la missione assume forme nuove. Non si tratta più soltanto di portare il Vangelo in terre lontane, ma di riscoprire la dimensione missionaria di ogni cristiano e di ogni comunità.<br /><br />Dalla formazione dei giovani missionari all'inculturazione, dalla collaborazione tra le diverse province alla scelta delle destinazioni, emergono così le domande che attraversano oggi gli SMA: come formare autentici missionari? Come vivere accanto alle persone senza limitarsi a parlare loro? E come mantenere una vocazione missionaria in un mondo sempre più globale, individualista e virtuale?<br />Questa di padre François è una riflessione che parte dall'esperienza personale, ma guarda alla missione nel suo insieme e al futuro di una congregazione che, pur attraversando una fase di cambiamento, continua a considerare la presenza accanto alle persone come il cuore della propria vocazione.<br /><br />“È stato un grande cambiamento per me: ero abituato alla Francia, dove tutto scorreva in modo piuttosto semplice. Adesso che sono Superiore Generale sono tante le sfide da affrontare, le lingue, gli spostamenti... e, una cosa piuttosto frustrante è recarsi in un luogo sapendo che probabilmente non vi si farà mai più ritorno. È molto diverso rispetto a prima”, racconta il missionario.<br /><br />“La settimana scorsa ero in Inghilterra e ho incontrato diverse persone, ma non credo che ci tornerò, perché ci sono tantissimi luoghi da visitare e poco tempo a disposizione. In effetti, sei anni sono un periodo molto breve – rimarca in merito alla durata del suo mandato. Una delle sfide che abbiamo dovuto affrontare, al nostro arrivo con la nuova squadra, è stata proprio la composizione del gruppo. La maggior parte dei membri dello staff tecnico proveniva dalle province o dai distretti; quindi, a parte due confratelli del precedente Consiglio, erano tutte persone nuove, provenienti da Paesi diversi. Abbiamo dovuto imparare un nuovo lavoro insieme a persone che non conoscevamo. E’ tutto nuovo e mi sento fortunato perché abbiamo una buona squadra e andiamo d'accordo.” <br /><br />Cosa ne pensa della missione in generale? Nota delle differenze tra quando ha iniziato, tanti anni fa, e le nuove comunità che ha incontrato?<br />Sì. Credo che oggi sia molto più difficile. Penso che un tempo fosse più semplice. Mi sentivo un po' come uno degli ultimi missionari "di vecchio stampo": andavo in luoghi dove non c'erano né cristiani né chiese. Oggi, invece, esiste una diocesi e noi ne facciamo parte. Un tempo ho avviato una nuova zona di missione e, per me, è stato un privilegio poter osservare il processo di conversione delle persone al cristianesimo e, successivamente, la costruzione di una chiesa. Una chiesa che nasceva da una piccola comunità nei villaggi. È stata davvero un'esperienza bellissima. Ricordo di essere stato spesso nei villaggi: alle 5.30 o alle 6 del mattino c'era la preghiera. Vedevo le persone inginocchiate nella cappella alle 5.30 del mattino, quando appena sei mesi prima non erano cristiane. C'era qualcosa di straordinario in tutto questo. Sentivo che eravamo testimoni di un mistero, qualcosa che riguardava il rapporto tra Dio e la singola persona. Per me è stato un momento privilegiato.<br /><br />Ma, tornando alla sua domanda, quel periodo è quasi finito. In tutta quella parte dell'Africa esistono ormai delle comunità: non ci sono più vaste aree prive di chiese o di cristiani. Ci è stato chiesto di andare in nuovi paesi, in alcune località specifiche; forse, se andremo lì, troveremo una situazione simile. <br /><br />Credo che dobbiamo ripensare l'intera missione in modo nuovo. All'inizio, quando arrivò Papa Francesco, rimasi piuttosto spiazzato. Insegnavo missiologia e, ai tempi di Papa Giovanni Paolo II, la distinzione era molto chiara: c'erano i sacerdoti diocesani e c'erano i missionari; noi eravamo i missionari. Con Papa Francesco, invece, la prospettiva è cambiata: tutti sono missionari, tutta la Chiesa è missionaria. La settimana scorsa, in Inghilterra, ovunque andassi dicevo alla gente: «Dovete aiutare il vostro sacerdote, affinché lui possa aiutarvi a lavorare insieme». Ma anche i vostri sacerdoti sono missionari: devono uscire dalla parrocchia per andare incontro alla gente. La missione non riguarda solo il sacerdote, ma coinvolge anche voi. Per questo dovrebbero spingervi a uscire dalla chiesa e andare verso gli altri. Personalmente, ho impiegato del tempo per assimilare questa nuova dimensione. Vedo che anche la nostra gente non l'ha ancora compresa appieno. Probabilmente ci vorrà ancora molto tempo. In realtà, dobbiamo compiere un grande cambiamento di mentalità, una vera conversione nel nostro atteggiamento, per essere missionari verso gli altri, per uscire allo scoperto. Spingere tutti a uscire dalla propria zona di comfort: questa è, di fatto, la grande sfida del nostro tempo di missione.<br /><br />Per me è una sfida anche stare accanto a chi soffre. Credo però che la nostra gente abbia bisogno di maggiore preparazione e sostegno per affrontare tutto questo. Al momento non stiamo facendo per loro tutto ciò che dovremmo. Eppure penso che la semplice presenza – il fatto di esserci, di restare lì – sia fondamentale per le persone. <br /><br />Come decidete di assegnare, un missionario in un determinato luogo? Tendete a mandare un nativo nella terra di origine?<br />No, siamo contrari a questa pratica. C'è la tendenza a farlo, ma noi ci opponiamo perché credo sia uno dei punti chiave della nostra vocazione missionaria. Questo aspetto verrebbe a mancare se ognuno fosse missionario nella propria terra d'origine. Credo che ciò che il vescovo ci chiede sia proprio di rappresentare qualcosa di diverso. Portiamo qualcosa di nuovo nella diocesi. Ricordo che in Nigeria mi dissero: «Voi siete estranei a tutte le discussioni e alle lotte di potere». Ero vicario generale in Benin e l'ambiente attorno al vescovo ricordava quasi la corte di una città medievale. Se sei straniero, porti qualcosa di diverso e, credo, in un certo senso porti pace, se svolgi il tuo ruolo come si deve.<br /><br />Come si inserisce tutto questo nell'attuale organizzazione della SMA?<br />Nella SMA siamo in una fase di transizione. Tradizionalmente, ogni Paese europeo aveva la responsabilità di un determinato Paese africano. Gli italiani lavoravano principalmente in Costa d'Avorio; gli irlandesi in Nigeria, Ghana e Liberia; i francesi in Costa d'Avorio, Benin e Togo.<br /><br />All'inizio, però, la SMA operava in modo internazionale e molto centralizzato. Poi siamo passati a un sistema fortemente decentralizzato, in cui ogni provincia europea gestiva un Paese. Ognuna era quasi un piccolo regno a sé stante. A quell'epoca, il ruolo del Consiglio Generale era soprattutto autoritativo; tutto veniva organizzato da Cork, in Irlanda, o da Lione, in Francia. Funzionava così.<br />Ora, da circa quarant'anni, stiamo cambiando rotta grazie alla nascita di nuove province e unità in Africa. Oggi abbiamo un sistema misto. Le province chiedono autonomia, ma la formazione riguarda l'intera Società; in passato, invece, ogni provincia aveva il proprio sistema formativo.<br /><br />Sono molte le questioni che affrontiamo come Consiglio Generale. Nell'ultimo anno, credo che abbiamo mantenuto un buon equilibrio. Per una nomina, due unità discutono e concordano sull'invio di una persona, per esempio, per favorire la crescita il Paese di destinazione.<br />L'aspetto importante è forse proprio questo: cambiare, stare al passo con i tempi e rispondere alle sfide di ogni singolo Paese. Visitando i luoghi, si può valutare la situazione e magari decidere diversamente per la Nigeria, il Togo o altre nazioni.<br /><br />Credo che abbiamo fatto passi avanti anche nella collaborazione tra le unità. Nella nostra storia, una provincia avviava autonomamente una nuova missione: la provincia di Strasburgo andava negli Stati Uniti, quella francese in Spagna... Funzionava un po' come per i monaci e i monasteri che ne generavano altri. Ora, invece, le decisioni sono condivise. Per esempio, quest'anno abbiamo deciso di andare in Ciad: è stata una decisione nuova, presa in sede di Consiglio Plenario. Stiamo avviando il progetto, anche per ragioni economiche. Stiamo costruendo due nuove case di formazione in Tanzania: una per il secondo noviziato, o anno spirituale, e l'altra per gli studi di filosofia. In Zambia, invece, abbiamo una struttura per la formazione religiosa.<br /><br />Ieri abbiamo incontrato tutti i responsabili della SMA nel mondo per collaborare e cercare soluzioni comuni. In un certo senso, è una chiamata profetica. E anche una congregazione missionaria deve essere profetica. Dunque, dovremmo esserlo due volte.<br />Abbiamo dei missionari nelle Filippine e in India. Abbiamo molti giovani in formazione: credo di contarne più di 400. È una grande sfida. Ma come rendere queste persone dei veri missionari? Per me, questo è il punto fondamentale. È facile mandare persone in tutto il mondo; molto più difficile è formare veri missionari, persone che desiderino davvero portare il Vangelo. Nell'ultima Assemblea Generale abbiamo parlato proprio dello zelo missionario.<br /><br />A proposito della formazione e dell'inculturazione, che cosa ritiene particolarmente importante?<br />Un aspetto che ho compreso bene in Francia è quello dell'inculturazione. Io lavoravo in Africa e ho dovuto imparare la cultura locale, quella della zona in cui operavo. Ma ho capito che, proprio come ho fatto io in Africa, i miei confratelli africani che vengono in Francia devono fare lo stesso.<br /><br />È un compito fondamentale per noi. Allo stesso tempo, però, si pone una nuova sfida nel rapporto tra cultura e annuncio del Vangelo, anche alla luce della cultura universale e, in particolare, di quella individualistica della nostra società. Non possiamo semplicemente adeguarci a questo tipo di cultura. Dobbiamo creare la nostra cultura cristiana e, in quanto missionari, anche una nostra cultura missionaria. È qualcosa che oggi ci manca. Un tempo, quando si entrava in una Società missionaria, esisteva un modo preciso di essere missionari: si entrava e si veniva plasmati dall'atmosfera, dall'ambiente, dall'esperienza comune. Oggi ci manca qualcosa, perché ci manca un punto di riferimento.<br /><br />Quanti siete nella congregazione?<br />Siamo novecentodue. Non è una congregazione enorme.<br />Quando ero in Francia, ho cercato di entrare in contatto con un nuovo movimento missionario. Alcuni di loro vivono un'esperienza missionaria molto intensa e quotidiana, rivolta soprattutto ai giovani sulle spiagge, dicendo loro: «Gesù vi ama». Sono persone squisite. Tuttavia, personalmente, non mi trovo a mio agio con questo approccio. Credo che il nostro modo di agire consista nello stare in mezzo alla gente e nel vivere con essa. In questo senso, il nostro approccio va controcorrente rispetto alla nuova cultura, quella virtuale. Una parte della nostra vita – anzi, la parte principale – dovrebbe consistere nel vivere con le persone. L'inculturazione significa condividere la vita della gente e trasmettere la presenza di Cristo attraverso la nostra stessa vita e attraverso ciò che siamo.<br /><br />A proposito della Francia, cosa ne pensa dell'ultimo viaggio di Papa Leone XIV?<br />Ero in Inghilterra, molto impegnato, ma ho seguito l'evento. Credo che tutti abbiano apprezzato quella visita e il modo di porsi del Papa: la sua capacità di ascoltare le persone, la grande attenzione verso tutti, inclusi i malati a Lourdes. Direi che i riscontri sono stati molto, molto positivi. Persino gli intellettuali anticlericali non hanno avuto nulla da ridire. Nessuno ha sollevato obiezioni, se non riguardo ai costi elevati. Ma ha agito bene, rispondendo alle esigenze del momento. È incredibile quanto sia attento. In qualità di provinciale, mi occupo occupavo di questioni legate agli abusi. Ho quindi osservato ciò che ha fatto a Lourdes, dove ha ricevuto sette vittime di abusi, dedicando a ciascuna circa quindici minuti. È una porzione di tempo considerevole nell'agenda di un fine settimana. Tutte hanno percepito di essere state ascoltate, ascoltate davvero.<br /><br />Qui nella Casa, invece, come vivete?<br />Qui in casa siamo una ventina, al momento. Ospitiamo degli studenti. C'era anche una comunità di suore francescane indiane, ma sono andate via quest'anno: hanno aperto una sorta di casa provinciale per l'Europa a Roma. Così abbiamo deciso di non accogliere nuovi studenti per quest'anno. Dobbiamo imparare a gestire la casa da soli e capire come fare. La presenza delle suore, infatti, rendeva la vita molto più comoda. Certo, anche noi davamo il nostro contributo, ma c'erano molte cose di cui loro si occupavano senza che ce ne accorgessimo. Gestivano moltissimi aspetti della quotidianità. Anche per me questa è una sfida. Qual è il ruolo di questa casa? Non abbiamo bisogno di una struttura così grande. Ci serve una casa a Roma per due o tre persone: una che curi i rapporti con il Vaticano e due o tre studenti. Potrebbe bastare. Se decidiamo di mantenere questa casa, che comporta anche costi elevati, dobbiamo però dare un senso alla sua esistenza.<br /><br />Fri, 09 Oct 2026 13:02:10 +0200CINA/VATICANO - Da “evento eccezionale” a consuetudine: la partecipazione dei vescovi cinesi a iniziative della Santa Sedehttps://www.fides.org/it/news/78264-CINA_VATICANO_Da_evento_eccezionale_a_consuetudine_la_partecipazione_dei_vescovi_cinesi_a_iniziative_della_Santa_Sedehttps://www.fides.org/it/news/78264-CINA_VATICANO_Da_evento_eccezionale_a_consuetudine_la_partecipazione_dei_vescovi_cinesi_a_iniziative_della_Santa_Sededi Marta Zhao<br /><br />Roma – Nel 1998, quando Papa Giovanni Paolo II aveva invitato due vescovi della Repubblica popolare cinese a Roma, per partecipare al Sinodo sull’Asia, le loro sedie erano rimaste vuote. Per i due invitati - Mattia Duan Yinming e Giuseppe Xu Zhixuan – non era stato possibile raggiungere la Città Eterna per attestare anche con la loro presenza fisica la loro comunione col Vescovo di Roma. <br /><br />In questi giorni, due Vescovi provenienti dalla Repubblica popolare cinese - Matteo Zhen Xuebin, Vescovo coadiutore di Pechino, e Giuseppe Huang Bingzhang, Vescovo di Shantou – si possono incrociare negli ambienti dell'Aula Nervi, dove è in corso l’incontro convocato da Leone XIV in occasione del decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia. E’ un dato che conviene tener presente, se si vuole considerare in maniera oggettiva il cammino compiuto negli ultimi decenni riguardo alla possibilità di attestare la comunione dei Vescovi cattolici cinesi con il Vescovo di Roma, che oggi è Leone XIV.<br /><br />Papa Prevost attesta la benevolenza del Vescovo di Roma che due anni fa era stata manifestata verso i Vescovi cinesi anche da Papa Francesco. Allora, Giuseppe Yang Yongqiang Vescovo di Hangzhou e Vincenzo Zhang Silu, vescovo di Funing/Mindong, si erano seduti accanto a Papa Francesco e avevano conversato con lui in occasione della seconda sessione dell'Assemblea sinodale sulla Sinodalità. Qualche mese prima, nel maggio 2024, Giuseppe Shen Bin vescovo di Shanghai, era intervenuto pubblicamente al Convegno sui 100 anni dal “Concilium Sinense” organizzato dalla Pontificia Università Urbaniana sotto l’egida del Dicastero per l’Evangelizzazione, e aveva avuto scambi fraterni con il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, e con il Cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero missionario. <br /><br />Il Vescovo Giovanni Battista Yang Xiaoting, partecipando insieme al Vescovo Giuseppe Guo Jincai al Sinodo sui giovani nel 2018, aveva definito la loro presenza nell'Aula Paolo VI un "miracolo". Ora, tali eventi, allora considerati eccezionali, iniziano a divenire consuetudine. <br /><br />L'incontro convocato da Leone XIV si intitola "A dieci anni da Amoris laetitia: annunciare il Vangelo con le famiglie oggi", e riunisce i capi delle Chiese orientali cattoliche e i presidenti delle Conferenze episcopali. I partecipanti all'incontro sono 187. <br /><br />.<br />"Tutto io faccio per il Vangelo": Ha ripreso la frase di San Paolo Apostolo il Vescovo coadiutore della diocesi di Pechino Matteo Zhen Xuebin, dopo che è stato consacrato il 25 ottobre 2024 a Beitang, , la cattedrale dedicata al Salvatore. "Questo candidato è stato approvato dal Papa", è stato specificato nella Lettera di approvazione dell'organismo denominato "Collegio dei Vescovi cattolici cinesi". <br /><br />Matteo Zhen Xuebin è nato a Changzhi, villaggio dalla provincia cinese di Shanxi, il 10 maggio 1970. Dal 1988 al 1993 ha condotto gli studi presso il Seminario Filosofico e teologico di Pechino; dal 1993 al 1997 ha proseguito gli studi presso la St. John's University, Università fondata dai Padri Vincenziani e con sede a New York , conseguendo la licenza in Liturgia. Il 25 giugno 1998 ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale, e si è incardinato nella diocesi di Pechino. Dal 1998 al 2007 ha ricoperto l'incarico di Vice-Rettore del Seminario di Pechino. Ha svolto, in seguito il proprio ministero presso alcune parrocchie della città. <br /><br />Giuseppe Huang Bingzhang era stato ordinato Vescovo nel luglio 2011 senza mandato pontificio. L'8 settembre 2018, poco prima della firma dell'Accordo provvisorio tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese sulle nomine dei Vescovi cinesi, Papa Francesco aveva accolto nella piena comunione ecclesiale il Vescovo Huang insieme a altri sei Vescovi cinesi consacrati in precedenza senza il mandato pontificio. Il suo insediamento ufficiale come Vescovo di Shantou è avvenuto il 22 gennaio 2019. La diocesi conta circa 140,000 fedeli con trentina di sacerdoti, una congregazione femminile di Cuore Immacolata di Maria, 150 chiese e asilo Santa Teresa. <br /><br />La presenza dei due Vescovi cinesi a Roma attesta la partecipazione concreta della Chiesa in Cina a un processo ecclesiale universale. L'incontro in corso in Vaticano tocca anche le questioni legate alla pastorale familiare, muovendosi su un terreno particolarmente interessante per la cultura e tradizione cinese<br />. <br />Vescovi cinesi per la prima volta che hanno potuto partecipare ai lavori di una Assemblea sinodale Sinodo risale 2018, la firma dell'Accordo provvisorio tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese sulle nomine episcopali . Due settimane dopo la firma, Giovanni Battista Yang Xiaoting, vescovo di Yan'an, e Giuseppe Guo Jincai, vescovo di Chengde, su invito personale del Papa Francesco, si si sono seduti insieme ai vescovi della chiesa universale per parlare dei giovani.<br /><br />Sei anni dopo, Giuseppe Yang Yongqiang e Vincenzo Zhan Silu, vescovo di Funing/Mindong, per nomina papale, hanno preso parte alla XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicata al tema "Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione". <br /><br />Nel 2005 Benedetto XVI, per il Sinodo sull'Eucaristia, aveva invitato 4 vescovi cinesi, due cosiddetti "ufficiali" e due non riconosciuti dagli apparati politici . Ma nessuno dei quattro aveva avuto il permesso per venire a Roma.<br /> <br /><br /><br />Thu, 08 Oct 2026 17:12:35 +0200VATICANO - Nomina del Segretario Aggiunto del Dicastero per l’Evangelizzazione nella Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, con incarico di Presidente delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/78263-VATICANO_Nomina_del_Segretario_Aggiunto_del_Dicastero_per_l_Evangelizzazione_nella_Sezione_per_la_prima_evangelizzazione_e_le_nuove_Chiese_particolari_con_incarico_di_Presidente_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/78263-VATICANO_Nomina_del_Segretario_Aggiunto_del_Dicastero_per_l_Evangelizzazione_nella_Sezione_per_la_prima_evangelizzazione_e_le_nuove_Chiese_particolari_con_incarico_di_Presidente_delle_Pontificie_Opere_MissionarieCittà del Vaticano - Il Santo Padre Leone XIV ha nominato Segretario Aggiunto del Dicastero per l’Evangelizzazione nella Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, con incarico di Presidente delle Pontificie Opere Missionarie, la Reverenda Suora Mary Teresa Barron, N.S.A., Superiora Generale delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, che assumerà il nuovo incarico il 4 gennaio 2027.<br /><br /><br />Mary Teresa Barron è nata a Donegal il 7 novembre 1968. Ha conseguito il Master in “Public Healthcare Administration” presso l’Institute for Public Administration di Dublino e in “International Development” presso il Kimmage Institute di Dublino . Dal 2022 al 2025 è stata Presidente del Service of Documentation and Study on Global Mission e dal 2023 al 2025 è stata Presidente della Unione Internazionale Superiore Generali a Roma . Dal 2018 è Superiora Generale delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli. Thu, 08 Oct 2026 15:45:09 +0200VATICANO — Suor Mary Teresa Barron nominata Segretario Aggiunto del Dicastero per l'Evangelizzazione e Presidente delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/78262-VATICANO_Suor_Mary_Teresa_Barron_nominata_Segretario_Aggiunto_del_Dicastero_per_l_Evangelizzazione_e_Presidente_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/78262-VATICANO_Suor_Mary_Teresa_Barron_nominata_Segretario_Aggiunto_del_Dicastero_per_l_Evangelizzazione_e_Presidente_delle_Pontificie_Opere_MissionarieCittà del Vaticano — Papa Leone XIV ha nominato suor Mary Teresa Barron, Superiora Generale delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, Segretario Aggiunto del Dicastero per l’Evangelizzazione nella Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, con incarico di Presidente delle Pontificie Opere Missionarie. Assumerà il nuovo incarico il 4 gennaio 2027.<br /><br />Oggi intorno alle ore 12, prima della recita dell'Angelus, Suor Mary Teresa Barron è stata presentata alla comunità di lavoro del Dicastero Missionario, nel Palazzo di Propaganda Fide. <br /><br />Nata a Donegal, in Irlanda, il 7 novembre 1968, suor Mary Teresa Barron ha conseguito un master in “Public Healthcare Administration” presso l’Institute for Public Administration di Dublino e un master in “International Development” presso il Kimmage Institute di Dublino. Superiora Generale delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli dal 2018, è stata Presidente del Service of Documentation and Study on Global Mission dal 2022 al 2025 e dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali , a Roma, dal 2023 al 2025, come riporta il curriculum ufficiale che accompagna la nomina.<br /><br />L’esperienza missionaria, il dialogo tra le culture e il legame tra sinodalità e annuncio del Vangelo attraversano i suoi interventi pubblici. In un’intervista al settimanale spagnolo Vida Nueva, pubblicata il 10 gennaio 2025, sottolineava l’importanza di aver vissuto e lavorato in contesti ecclesiali diversi e di essere in contatto con «la Chiesa e i popoli di diversi continenti». Un’esperienza che considerava «estremamente importante per qualsiasi ruolo nella Chiesa che abbia una portata mondiale». Interpellata, in quell’occasione, su ciò che l’appartenenza a una congregazione missionaria potesse accomunare nel suo percorso e in quello di suor Simona Brambilla, appena nominata Prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, spiegava: «Credo che una prospettiva e una comprensione missionarie siano molto importanti in una Chiesa sinodale, perché l’esperienza ci insegna ad apprezzare e a custodire la diversità come una ricchezza». Aggiungeva che «lo spirito missionario è spesso inclusivo e invita volentieri al dialogo», qualità importanti nelle relazioni con persone provenienti da tutto il mondo.<br /><br />Il legame tra missione e sinodalità era già al centro delle sue parole al termine dell’assemblea del Sinodo sulla sinodalità, nell’ottobre 2024. In un’intervista a iCatholic, suor Barron ricordava con emozione un processo al quale aveva partecipato fin dall’apertura, tre anni prima. Esprimeva soddisfazione per il documento finale, che considerava un sostegno per proseguire «come Chiesa su questa via sinodale». Interrogata sulle prospettive aperte per il cammino sinodale irlandese, indicava nell’«orientamento missionario» uno dei punti di forza del documento. La sfida, spiegava, era formare discepoli missionari e aiutare le persone a vivere la fede nella quotidianità: «La fede non è un evento della domenica; è qualcosa che viviamo ogni giorno». Si trattava di portare l’amore di Cristo nella vita ordinaria e di condividerlo. Richiamava anche lo spazio riservato alla famiglia come Chiesa domestica, vedendovi un invito a una presenza più missionaria nella società.<br /><br />Il 19 marzo 2026, in un’intervista congiunta rilasciata a Vatican News insieme a padre François Marie Hervé du Penhoat, Superiore Generale della Società delle Missioni Africane, suor Barron tornava sulle nuove forme della presenza missionaria. Le due congregazioni celebravano, tra gli altri anniversari, i 150 anni della fondazione delle Suore di Nostra Signora degli Apostoli e i 170 anni della Società delle Missioni Africane. «La Chiesa sta diventando più sinodale. Questo spirito missionario è fondamentale», dichiarava. «Oggi la nostra risposta potrebbe comprendere l’accompagnamento dei migranti, delle donne vittime della tratta a fini di sfruttamento e un maggiore impegno nella pastorale sociale, anche se i nostri apostolati tradizionali nella sanità e nell’istruzione restano essenziali». Ricordava inoltre la dimensione internazionale della congregazione, che riunisce suore provenienti da 21 Paesi, e l’importanza di coltivare tra loro uno spirito di famiglia.<br /><br />L’attenzione alle persone ferite dallo sfruttamento è uno degli ambiti che le stanno a cuore, come testimonia il messaggio rivolto ai partecipanti a una maratona di preghiera contro la tratta, promossa nel 2025 dall’UISG e dall’Unione dei Superiori Generali. «Le nostre preghiere oggi non sono soltanto parole. Sono anche un appello all’azione», sottolineava, invitando a camminare in solidarietà con le vittime e a lasciarsi ispirare dal coraggio dei sopravvissuti. Durante la celebrazione novendiale dopo la morte di Papa Francesco, il 3 maggio 2025, nella Basilica di San Pietro, aveva infine espresso, a nome delle donne consacrate, l’impegno a proseguire una missione di vicinanza: «Essere la carezza del nostro amorevole Dio Creatore verso chi soffre, essere il fuoco che accende altri fuochi». Una missione che riconduceva all’appello del Vangelo a uscire incontro alle persone, per servire, guarire e accompagnare chi è più nel bisogno. <br />Thu, 08 Oct 2026 15:24:46 +0200ASIA/KAZAKHSTAN - I leader religiosi approvano tre documenti: dal dialogo all’azione comune per la pace e per la dignità umanahttps://www.fides.org/it/news/78260-ASIA_KAZAKHSTAN_I_leader_religiosi_approvano_tre_documenti_dal_dialogo_all_azione_comune_per_la_pace_e_per_la_dignita_umanahttps://www.fides.org/it/news/78260-ASIA_KAZAKHSTAN_I_leader_religiosi_approvano_tre_documenti_dal_dialogo_all_azione_comune_per_la_pace_e_per_la_dignita_umanadi Paolo Affatato<br /><br />Astana – La 24ma sessione del Segretariato del Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, tenutasi il 7 ottobre ad Astana, consegna un'immagine precisa dell'evoluzione che il dialogo interreligioso sta vivendo: dal confronto alla collaborazione, dalla conoscenza reciproca alla ricerca di risposte comuni alle grandi questioni che attraversano l'umanità. È la traiettoria che padre Laurent Basanese SJ, capo ufficio del Dicastero vaticano per il Dialogo Interreligioso, intervenuto ad Astana, illustra all’Agenzia Fides parlando di “diplomazia spirituale”. Non una diplomazia alternativa a quella degli Stati, né un tentativo delle religioni di assumere un ruolo politico, ma uno spazio ulteriore nel quale i leader religiosi possono incontrarsi, ascoltarsi e mettere a disposizione della società la propria autorità morale.<br />La sessione di Astana ha adottato tre documenti su temi apparentemente differenti — intelligenza artificiale, cambiamento climatico, tutela dei bambini affetti da malattie incurabili — che in realtà convergono su una stessa domanda: come custodire la dignità della persona in una fase in cui le trasformazioni tecnologiche, ambientali e geopolitiche avanzano più rapidamente della capacità delle istituzioni di elaborare risposte condivise?<br /><br />Dal dialogo all’azione comune<br /><br />«La 24ma sessione del Segretariato del Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali conferma la bontà e l'utilità di questa diplomazia spirituale», osserva a Fides padre Basanese, ricordando che l'espressione è stata utilizzata dagli stessi rappresentanti dell'organizzazione, in tal caso dal vice presidente del Kazakhstan, Erlan Karin.<br />Il gesuita sottolinea la natura particolare di questo incontro: «È inevitabile che vi sia anche una dimensione politica – osserva - perché alcuni dei partecipanti — in particolare diversi leader musulmani o rappresentanti legati alle istituzioni statali — hanno rapporti con i governi». L'interesse della Chiesa cattolica, precisa, è soprattutto «avere un incontro fraterno, spirituale, per verificare ciò che possiamo fare, come possiamo lavorare insieme».<br />Sta qui il passaggio più significativo dell'esperienza di Astana: per anni il dialogo interreligioso è stato soprattutto un dialogo di conoscenza. «E’ una fase necessaria: prima di poter agire insieme, occorre conoscere l'altro, comprenderne la fede, la filosofia di vita, la storia e le sensibilità. Ma quella fase – osserva Basanese - può ora aprire a un secondo momento: quello della collaborazione concreta. Dall'incontro si vogliono cercare oggi vie più operative». <br />Non soltanto dialogo, dunque, ma azione. La scelta dei tre temi discussi ad Astana riflette precisamente questa evoluzione. Intelligenza artificiale, crisi climatica e tutela dei bambini vulnerabili sono questioni nelle quali la dimensione spirituale non può rimanere estranea. Sono, al tempo stesso, ambiti nei quali la normativa degli Stati presenta difficoltà o tempi di elaborazione più lenti rispetto alla velocità dei cambiamenti.<br />Per padre Basanese, la Chiesa cattolica arriva a questo confronto con un patrimonio già significativo come l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone e la Laudato si’ di Papa francesco, «testi accomunati dalla presa di coscienza che tali questioni non riguardano soltanto i governi, le grandi imprese tecnologiche o gli specialisti, ma riguardano tutti», sottolinea. «Riguardano anche l'uomo spirituale – spiega - perché credenti e comunità di fede sono nello stesso tempo parte della società e cittadini».<br />I documenti approvati ad Astana «non sono documenti giuridici - riconosce il gesuita - ma possono formare un quadro e contribuire alla riflessione di chi è chiamato a prendere decisioni». È la funzione di una voce che Basanese definisce “fuoricampo”: una voce che non appartiene al potere politico o economico, ma che può accompagnarne e orientarne la riflessione. La prospettiva è dunque quella di una responsabilità condivisa: «Apparteniamo tutti alla stessa umanità, alla stessa terra», afferma Basanese. «Le competenze sono diverse — politiche, economiche, finanziarie, spirituali — ma ciascuno è chiamato a contribuire al bene comune». La grammatica della diplomazia spirituale non sostituisce gli attori della politica, ma aggiunge alla discussione una dimensione morale capace di interrogare le decisioni sul loro impatto sull'uomo e sulla società.<br /><br />Tre documenti, un'unica domanda: la dignità umana<br /><br />I tre testi approvati ad Astana riguardano ambiti differenti, ma possono essere letti come parti di una medesima riflessione sulla tutela della dignità umana e sulla responsabilità comune verso il futuro dell’umanità.<br />Il primo è il “Codice etico per l'uso dell'intelligenza artificiale in ambito religioso”, sviluppato su iniziativa del presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev. Il punto di partenza è il riconoscimento di una realtà ormai evidente: l'IA sta entrando anche nella vita delle comunità religiose. Le nuove tecnologie possono essere utilizzate per comunicare, educare, produrre contenuti e raggiungere persone e soprattutto giovani generazioni. Ma proprio per questo possono anche diventare strumenti di manipolazione dei sentimenti religiosi, di diffusione dell'odio o di alterazione dei contenuti della fede. Il Codice intende quindi offrire linee guida morali ed etiche affinché l'impiego dell'IA nelle comunità religiose rimanga subordinato alla dignità della persona e al rispetto dei valori spirituali. Il tema non viene affrontato soltanto come questione tecnologica: le religioni sono chiamate a porre una domanda precedente alla tecnologia stessa: non semplicemente che cosa l'intelligenza artificiale sia capace di fare, ma che cosa sia lecito fare con essa.<br /><br />La seconda questione è la crisi climatica. Il documento approvato sul ruolo delle religioni nella lotta al cambiamento climatico raccoglie l'idea che la tutela dell'ambiente non possa essere affidata esclusivamente alle politiche pubbliche: le comunità religiose possono contribuire a educare i fedeli alla responsabilità verso il creato, promuovere comportamenti concreti di sostenibilità e richiamare l'attenzione sulle conseguenze dello sfruttamento incontrollato delle risorse e dei disastri climatici, che colpiscono in modo particolare le popolazioni più vulnerabili. Anche qui la dimensione spirituale si traduce in responsabilità sociale. La crisi climatica non è soltanto un problema scientifico o economico: riguarda il modo nel quale l'umanità concepisce il proprio rapporto con la terra, con le risorse e con le generazioni future.<br /><br />Il terzo documento, la “Carta dei diritti del bambino malato terminale”, porta in sé la riflessione sul terreno più immediatamente umano. Presentata come iniziativa congiunta tra il Kazakistan e lo Stato del Vaticano , la Carta pone al centro la dignità del minore affetto da patologie incurabili. Il testo richiama il diritto a cure umane, all'assistenza medica e palliativa e al sostegno psicologico. Ma introduce anche una dimensione particolarmente significativa per il dialogo interreligioso: l'accompagnamento spirituale, nel rispetto delle esigenze religiose e della visione del mondo del bambino e della sua famiglia. In questo terzo documento la tecnologia e la politica lasciano emergere la questione fondamentale che attraversa anche gli altri due testi: la persona non può essere ridotta né a un dato, né a un consumatore, né al fruitore di un servizio.<br />IA, ambiente e malattia infantile diventano così tre luoghi diversi nei quali riaffermare un medesimo principio: la dignità umana precede l'efficienza, la tecnologia e l'interesse economico.<br /><br />Dal dialogo al Movimento globale per la pace<br /><br />La discussione sul Movimento Globale per la Pace, affrontata nella 24ma sessione, rappresenta il possibile passo successivo della “diplomazia spirituale” promossa da Astana.<br />La proposta, avanzata dal presidente Tokayev, mira a tradurre i messaggi spirituali in una forma più stabile di collaborazione. Lo slogan dell'VIII Congresso — “Sinergia per il futuro” — acquista così un significato operativo: mettere in rete le diverse capacità delle comunità religiose per affrontare le fratture di un mondo segnato da guerre, polarizzazione e crisi di fiducia.<br />Uno dei compiti indicati è particolarmente delicato: impedire che le credenze religiose vengano manipolate o strumentalizzate come pretesto per alimentare conflitti armati, ostilità e discorsi d'odio. Questa responsabilità riguarda direttamente i leader religiosi: la religione può essere utilizzata per dividere e legittimare la violenza, ma può anche diventare una risorsa di riconciliazione. La diplomazia spirituale nasce precisamente dalla necessità di rafforzare questa seconda possibilità.<br />Il Movimento prevede inoltre, secondo il materiale presentato ad Astana, una collaborazione con l'Alleanza delle Civiltà delle Nazioni Unite per programmi dedicati alla protezione dei luoghi di culto, particolarmente vulnerabili nei contesti di guerra.<br />Il progetto punta a costruire percorsi permanenti, coinvolgendo giovani, accademici e professionisti dei media, con l'obiettivo di diffondere una cultura della tolleranza e del rispetto reciproco già nelle nuove generazioni.<br />Si misura così la distanza tra una conferenza interreligiosa e una vera infrastruttura di pace: un incontro può produrre una dichiarazione; un movimento produce relazioni, formazione, reti, e azioni capaci di continuare nel tempo.<br />Se la “diplomazia spirituale” insegna che i leader religiosi, con la loro forza morale, educativa e comunitaria, possono nutrire la riflessione dei responsabili politici, la domanda è che cosa le diverse tradizioni religiose possono fare insieme per proteggere la persona, la pace e il futuro del pianeta. Il “Movimento Globale per la Pace” sarà, in questa prospettiva, un banco di prova concreto.<br /><br /><br /><br />Thu, 08 Oct 2026 20:55:50 +0200Le missioni nella bufera: la Giornata Missionaria Mondiale negli anni della guerrahttps://www.fides.org/it/news/78259-Le_missioni_nella_bufera_la_Giornata_Missionaria_Mondiale_negli_anni_della_guerrahttps://www.fides.org/it/news/78259-Le_missioni_nella_bufera_la_Giornata_Missionaria_Mondiale_negli_anni_della_guerradi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma – «I nostri Missionari sono là, fermi sulle trincee della fede, come sentinelle vigili sui posti avanzati». <br /><br />Il 19 ottobre 1940, mentre la guerra sconvolgeva anche le comunità cattoliche nei territori di missione, l’Arcivescovo Celso Costantini, allora segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide , rispondeva così alla domanda da lui stesso rivolta agli ascoltatori del suo radiomessaggio: «Che cosa fanno, come vivono, come operano in questi tempi i nostri Missionari?». <br /><br />Segretario della Congregazione di Propaganda Fide, Costantini affidava alla radio una parola destinata a raggiungere i fedeli alla vigilia della Giornata Missionaria Mondiale. Nei bollettini dell’Agenzia Fides, l’appuntamento annuale appare come un richiamo a non dimenticare chi era lontano: missionari internati, comunità isolate, sacerdoti e religiose senza mezzi, popolazioni travolte dalla violenza.<br /><br />Tra il 1939 e il 1944, questi messaggi raccontano una missione che cerca di mantenere aperti i suoi luoghi di preghiera, educazione e cura mentre vengono meno aiuti, collegamenti e possibilità di movimento. Chiedono offerte, ma anche preghiere e una solidarietà capace di attraversare le divisioni del conflitto. Al centro non pongono il prestigio delle nazioni, bensì le persone affidate ai missionari e il futuro delle Chiese locali. <br />Dalla distinzione tra Vangelo e interessi politici alla speranza di ricostruire sulle rovine, le parole di Costantini attestano una fedeltà messa alla prova dalla guerra.<br /><br /><br />Il Vangelo oltre le nazioni<br /><br /><br />Un documento del 21 ottobre 1939 pubblicato su Fides riferisce di una conferenza tenuta da Costantini alla Pontificia Università Gregoriana in preparazione alla Giornata Missionaria del 22 ottobre. Il titolo, «Cristo e Cesare nelle Missioni», introduce il rapporto tra annuncio cristiano e potere politico. Richiamando la parola evangelica «A Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», il segretario di Propaganda Fide afferma la libertà della missione rispetto alle interferenze degli Stati e alle tentazioni nazionalistiche che possono colpire «qualche missionario».<br /><br />«Il Cristianesimo non si presentò al mondo come la religione di un popolo, ma come la religione dell’umanità», si legge nel resoconto. Costantini respinge «un grave e diffuso equivoco»: che i missionari siano «preziosi propagatori dell’idea e dell’influenza nazionale del proprio Paese», capaci di aprire la strada alla sua espansione politica e commerciale. Il missionario non può diventare uno «pseudo agente consolare». <br />All’inizio del conflitto, queste parole sottraggono esplicitamente la missione alla competizione tra potenze. La conferenza richiama anche una necessità che la guerra renderà sempre più evidente: formare un clero locale che «anche in caso di guerra rimane al suo posto», superando i danni provocati alle missioni dalla politica estera. Il discorso si conclude contrapponendo alla distruzione una diversa possibilità di agire: «Mentre gli uomini si uccidono tra loro», la carità missionaria può ancora accendere «una luce di bontà e di speranza su questo torbido orizzonte del mondo».<br /><br /><br />Il radio messaggio di Pio XII<br /><br />Nel radiomessaggio del 1940, Costantini rievoca la propria esperienza in Cina. Durante un periodo di rivoluzioni, un missionario aveva scritto al suo vescovo: «Vi ringrazio di offrirmi il modo di mettermi in salvo; ma i nostri predecessori, in tempi di pericolo, non hanno abbandonato il loro posto». La lettera terminava con una decisione: «Se noi dobbiamo aggiungere una pagina alla storia della nostra missione, dobbiamo saperla scrivere nello stesso stile. Noi resteremo». Costantini la presenta come espressione di uno «stile eroico», nel quale la fedeltà alla missione prevale sulla ricerca della sicurezza personale. Il messaggio riconosce tuttavia che l’attività è «necessariamente intralciata» e talvolta «del tutto paralizzata» dall’internamento o dal confino dei missionari. Alla loro perseveranza deve quindi corrispondere un sostegno concreto. Nella seconda parte, Costantini ricorre al lamento biblico «Parvuli petierunt panem et non erat qui frangeret eis», spiegando: «alcuni Missionari sono veramente ridotti alla fame. Noi stendiamo la mano per essi». Gli aiuti dei connazionali e degli istituti religiosi non arrivano più; agli ascoltatori viene chiesto concretamente almeno «un po’ di pane per la loro dura vita».<br /><br />Quella stessa vigilia, sabato 19 ottobre 1940, anche Pio XII pronuncia personalmente un radiomessaggio, rivolto ai vescovi e ai cattolici degli Stati Uniti. La sua parola attraversa l’Atlantico per incoraggiare il loro zelo missionario. Il Papa richiama i missionari e le religiose che lavorano negli ospedali e nelle scuole, ma anche «le grandi regioni insanguinate e desolate dai conflitti dei popoli». L’immagine della messe evangelica si sovrappone a quella dell’«uragano di conflitti, di rovine, di miserie, di bisogni senza numero». Pio XII unisce preghiera e aiuto materiale: «Dall’obolo della preghiera non sia disgiunto l’obolo della mano». Le offerte devono permettere di «promuovere il bene iniziato, restaurare il danneggiato o distrutto», sostenere ciò che è fragile e accrescere quanto già esiste. Il richiamo alla missione diventa così anche un richiamo alla riconciliazione: «Giacché anche la pace nel mondo è una missione della Chiesa». Nel resoconto della Giornata, Fides ricorderà questa parola pontificia, indirizzata particolarmente agli statunitensi, ma sentita dai credenti come rivolta a ciascuno.<br /><br /><br />L’appello di Costantini per il 19 ottobre 1941 comincia invece con un ringraziamento: le offerte delle diverse nazioni hanno superato di alcuni milioni i bilanci precedenti. «Se si pensa alla guerra, alle privazioni inevitabili che in quasi tutto il mondo i popoli hanno dovuto e devono sopportare, questo aumento di carità ha un profondo significato», scrive. Il dono acquista valore proprio perché nasce dentro una privazione condivisa. I documenti di contesto misurano questa mobilitazione. In Italia la raccolta della Pontificia Opera della Propagazione della Fede era passata da 6.635.216 lire nel 1939 a 7.564.559 nel 1940. Per preparare la Giornata del 1941 si diffondevano circolari ai parroci, materiale per la predicazione, immagini sacre e foglietti; il radiomessaggio veniva trasmesso dall’EIAR, , predecessore della RAI, e riproposto dalla Radio Vaticana in più lingue. La solidarietà prendeva forma attraverso parrocchie, stampa e radio.<br /><br /><br />Costruire dentro la distruzione<br /><br />«I costruttori della città di Dio» è il titolo del messaggio per la Giornata del 18 ottobre 1942. Costantini parte dall’attesa di un mondo diverso, con un evidente riferimento agostiniano : «Tutto il mondo aspetta che sulle rovine fumanti di questa guerra si edifichi un nuovo ordinamento». Ma la ricostruzione, afferma, «prima che un fatto materiale, deve essere un fatto spirituale». Accanto ai soldati che combattono indica «altri soldati, silenziosi, inermi», dispersi nelle regioni più lontane, che soffrono e lavorano per quel nuovo ordinamento. <br /><br />Le lettere arrivate a Propaganda Fide rendono concreto il racconto. Un vescovo dell’Africa centrale riferisce di aver mantenuto le proprie opere grazie ai contributi ricevuti e di aver sostituito, almeno in parte, i missionari internati di un vicariato vicino. Un vescovo dell’Africa occidentale guarda alla crescita del clero africano: «La Missione sarà adulta quando avrà ben formato il Clero africano». Toccherà allora ai sacerdoti africani trasmettere a loro volta «la fiaccola della fede». Costantini commenta che la missione «deve sboccare nella Chiesa indigena». Il conflitto dimostra quanto questo sia necessario: dove i missionari stranieri sono internati, i sacerdoti locali possono sostituirli e «salvare la situazione». Ma la formazione del clero non è considerata come una risposta all’emergenza, bensì come un dato imprescindibile del cammino verso la maturità delle comunità cristiane, «nei piani di Dio» e «voluto dal Papa.»<br /><br />Nel settembre 1943, l’appello porta un titolo che tiene insieme devastazione e fiducia: «Le missioni risorgeranno». La guerra è un uragano che irrompe in un giardino, strappando fiori e fronde. Le piante robuste si piegano, ma possono rialzarsi e rifiorire. A Propaganda arrivano «voci di dolore, voci di implorazione» di missionari nell’inazione, nell’internamento e nella fame. Eppure, scrive Costantini, «non è mai giunta una parola di scoraggiamento». <br />Il testo non attenua le perdite. Una bomba esplosa in una casa di religiose ne ha uccise quindici in una sola volta; le sopravvissute, ferite, non hanno abbandonato il loro «posto di carità». Accanto alle vittime, Costantini ricorda quanti sono stati separati dalle comunità e internati nei campi di concentramento. Un vescovo chiama questa condizione «martirio bianco»: «È un martirio senza sangue, ma lungo, estenuante, terribilmente penoso», aggravato dall’assillo per i cristiani abbandonati. Un altro scrive da un campo di concentramento : «Noi qui ci sforziamo di occupare utilmente il nostro tempo nella preghiera e nello studio. Solo Iddio conosce ciò che il futuro ci apporterà. Noi, però, cercheremo, colla sua grazia, di essere pronti a tutto. Tutte le cose che abbiamo potuto avere nel passato, le abbiamo accettate ed offerte a Lui con piacere. Noi ci ricordiamo delle alte parole del nostro S. Colombano: "Christi sumus, non nostri : Noi siamo di cristo, non apparteniamo a noi stessi"».<br /><br />Anche qui germogli di speranza si intravedono nelle Chiese locali. «Per fortuna i Missionari avevano dappertutto fondati seminari», osserva Costantini. In moltissimi luoghi, i sacerdoti del posto sostituiscono quelli internati. I seminari restano quasi ovunque aperti, «ma a prezzi di inauditi sacrifici». La speranza della ripresa vive già in chi continua a formarsi e a sostenere le comunità.<br /><br /><br />Dalle rovine alla ricostruzione<br /><br />«Sursum corda!» è il titolo del radiomessaggio per la Giornata del 22 ottobre 1944. «Sono passati ormai cinque anni dacché la Giornata Missionaria si celebra tra le desolazioni della guerra», esordisce Costantini. Affiora l’attesa di una schiarita, ma la speranza non cancella le vittime: il messaggio ricorda sessanta missionari caduti, tra i quali un vescovo. La testimonianza più drammatica è quella di una religiosa. Trasportate da un’isola all’altra tra bombardamenti, fame e lunghe marce, lei e le compagne erano state imbarcate senza conoscere la destinazione. Un attacco aereo aveva colpito la nave. «Delle nostre 47 Suore soltanto quattro erano incolumi»; ventiquattro erano morte subito. I sacerdoti avevano assistito i moribondi e il vescovo, ferito alla spalla, sarebbe morto più tardi. «Con le Suore che non erano ancora passate all’altra vita rinnoviamo i sacri voti e pregammo». Costantini torna all’appello: i missionari sono pronti a riprendere il lavoro, ma hanno bisogno di aiuti. Ai fedeli, anch’essi segnati dalle perdite, chiede di offrire anche in memoria dei propri morti, guardando a un domani di pace: «Lavoriamo tutti con saldo e grande cuore perché sulle rovine della guerra, dappresso e da lontano, sorga un mondo nuovo, più umano e più cristiano».<br /><br />Con il passare dei mesi di guerra, la carta delle raccolte conservate nell'archivio dell'Agenzia Fides diventa più sottile, più ruvida e l’inchiostro più sbiadito. Nel 1944, si trova questo messaggio non lontano da quello per la Giornata Missionaria Mondiale : «Centoquindici pagine d'articoli e notizie è tutto quanto abbiamo potuto dare, e purtroppo solo per una parte minima della stampa italiana, in questo 1944. Non occorre appellarci ad Abbonati e Lettori perché comprendano che non era moralmente e materialmente possibile far più di cosi. Speriamo che presto gli eventi diano modi alle Missioni Lontane ed all'Agenzia Fides di riallacciare le comunicazioni interrotte dalla guerra : potremo cosi riprendere in pieno la nostra attività».<br /><br />Nel 1946, il tema della ricostruzione diventa esplicito. «Ricostruire: su quali basi?» domanda un articolo del 12 ottobre firmato da monsignor Lazzaro Acquistapace, dell’Agenzia Fides, dove fu redattore dal 1931 al 1955. Commentando l’appello di Costantini e un messaggio di Pio XII ai vescovi del Giappone, l’autore ricorda lo sforzo di riunire i cristiani dispersi, rialzare i muri e riaprire le opere cattoliche. Ma prima di tutto occorre una ricostruzione «morale e spirituale»: «Sulle basi del Vangelo, su Cristo pietra fondamentale ha sempre costruito ed ora ricostruirà ogni missionario».<br /><br /><br />Dal dopo guerra alla «terza guerra mondiale a pezzi»<br /><br />La fine della guerra non chiude però il tempo delle prove. Nel messaggio per la Giornata del 23 ottobre 1949, Costantini descrive la crescita delle opere in Africa e il passaggio dalle missioni estere alle Chiese locali in India, mentre in alcune regioni dell’Estremo Oriente la Chiesa «soffre e sanguina come la Chiesa delle Catacombe». Il titolo riprende san Paolo: «Maledicimur et benedicimus», «Ci maledicono e noi rispondiamo benedicendo». Costantini propone allora una riflessione molto profonda sullo sguardo cristiano davanti al martirio : « Andrei troppo in lungo se volessi riferirvi le tremende descrizioni che arrivano a Propaganda: devastazioni, fughe deportazioni, dispersione dei seminarista, sbandamento dei cristiani, rapine, uccisioni e morti per gli stenti. Pero, sé la carne è inferma, lo spirito è pronto», afferma. Aggiunge : «Non una parola di odio o di scoraggiamento è pervenuta a Propaganda, ma solo parole di profonda pietà. Maledicimur et benedicimus. A Propaganda siamo a continuo contatto, non solo con le cose naturali, ma col soprannaturale, Chiesa soffre e prega e resiste. » <br />Dalla guerra al dopoguerra, la Giornata Missionaria non è mai stata un evento mondano, ma affonda le sue radici in realtà molto concrete. Ed è proprio questo a dare senso al fatto che ancora oggi i fedeli siano chiamati a sostenere la missione: non come un concetto astratto, ma come una realtà che si incarna nelle persone che rimangono e lavorano per costruire la città di Dio. Mentre il mondo è entrato, secondo le parole di Papa Francesco, in una «terza guerra mondiale a pezzi», questa memoria merita oggi più che mai di essere conosciuta. <br /><br /><br />Thu, 08 Oct 2026 15:38:31 +0200Leone XIV: celebriamo con gratitudine e generosità i 100 anni della "Giornata Mondiale delle Missioni"https://www.fides.org/it/news/78257-Leone_XIV_celebriamo_con_gratitudine_e_generosita_i_100_anni_della_Giornata_Mondiale_delle_Missionihttps://www.fides.org/it/news/78257-Leone_XIV_celebriamo_con_gratitudine_e_generosita_i_100_anni_della_Giornata_Mondiale_delle_Missioni<p ><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/Mq14OrCxupg?si=FCppQ8yKEg8nvuNm" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p><br /><br /><br />Città del Vaticano - Riportiamo il testo del Video- messaggio di Papa Leone XIV diffuso in vista della Giornata Mondiale delle Missioni, istituita 100 anni fa da Papa Pio XI, che quest'anno viene celebrata domenica 18 ottobre. <br /><br /><br />§§§<br /><br />Cari fratelli e sorelle in Cristo, <br /><br />mentre ricordiamo la Giornata Mondiale delle Missioni, ringraziamo Dio per i frutti abbondanti che ha donato alla Chiesa da quando il mio predecessore, Papa Pio XI, ha istituito questa celebrazione annuale, cento anni fa. Egli desiderava così promuovere, in ogni Diocesi e parrocchia, una più profonda comprensione della grandezza del compito missionario e una fervente preghiera per l’opera di evangelizzazione, incoraggiando la vocazione missionaria e sostenendo l’impegno delle Pontificie Opere Missionarie. <br /><br />La realizzazione del fine scelto da Pio XI ha portato frutto anche nella mia vita. Guardando alla mia giovinezza, posso vedere come le preghiere offerte al Signore della messe abbiano misteriosamente aiutato a preparare il mio cuore per ascoltare la chiamata di Gesù a seguirlo come missionario agostiniano. Inoltre, le preghiere e le offerte dei fedeli hanno incoraggiato e sostenuto il mio lavoro missionario in Perù, così come quello di innumerevoli altri missionari in tutto il mondo. Per questo motivo vorrei esprimere la mia sincera gratitudine a tutti coloro che hanno sostenuto la Giornata Mondiale delle Missioni nel corso degli anni. <br /><br />Il tema di questo centenario, “Uno in Cristo, uniti nella missione”, ci invita a riflettere sul compito fondamentale di coltivare l’unità della Chiesa nel seguire Cristo, specialmente col nostro impegno e con la nostra responsabilità di diffondere il Vangelo di salvezza a tutte le persone. Attraverso il Battesimo, infatti, ciascuno di noi diventa membro del Corpo di Cristo e ha un ruolo unico nel contribuire all’opera salvifica di Gesù. Il Signore ci chiama a cooperare come una sola famiglia, con l’aiuto dello Spirito Santo, per portare ogni persona, ovunque sia, alla comunione della fede in Cristo. Ribadisco quindi lo speciale appello del Messaggio per la Giornata Mondiale delle Missioni: «impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore. Le vostre preghiere e il vostro sostegno concreto […] saranno di grande aiuto per portare il Vangelo dell’amore di Dio a tutti, specie ai più poveri e bisognosi» .<br /><br />Mentre celebriamo questo centenario, vi ringrazio per tutto ciò che farete portando avanti l’eredità della Domenica Mondiale delle Missioni, così da sostenere generosamente la missione di evangelizzazione che la Chiesa svolge in tutto il mondo.<br />Possa la benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, scendere su di voi e rimanere con voi per sempre. Amen.<br /><br />Agenzia Fides 7/10/2026)Wed, 07 Oct 2026 11:44:54 +0200ASIA/KAZAKHSTAN - La “diplomazia spirituale” davanti alle sfide globali: etica, intelligenza artificiale, crisi climaticahttps://www.fides.org/it/news/78256-ASIA_KAZAKHSTAN_La_diplomazia_spirituale_davanti_alle_sfide_globali_etica_intelligenza_artificiale_crisi_climaticahttps://www.fides.org/it/news/78256-ASIA_KAZAKHSTAN_La_diplomazia_spirituale_davanti_alle_sfide_globali_etica_intelligenza_artificiale_crisi_climaticadi Paolo Affatato<br /><br />Astana – Non è solo un appuntamento di dialogo tra le religioni, ma un laboratorio in cui le comunità di fede sono chiamate a interrogarsi sul proprio ruolo di fronte alle grandi crisi del nostro tempo. È questo il significato della XXIV riunione del Segreteriato del Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, in programma oggi, 7 ottobre, al Palazzo della Pace e della Riconciliazione di Astana, in Kazakistan.<br /><br />Islam, Cristianesimo, Ebraismo, Induismo, Buddismo, Taoismo, Shintoismo e Fede Bahá’í, insieme con rappresentanti di organizzazioni internazionali, istituzioni pubbliche ed esperti provenienti da una ventina di Paesi, si ritrovano per proseguire un processo avviato oltre vent’anni fa. Al centro dell’incontro vi sono due documenti destinati ad avere un particolare rilievo: un Codice etico per l’uso dell’intelligenza artificiale in ambito religioso; e un documento sul ruolo delle religioni nella lotta al cambiamento climatico.<br />Qui il percorso di Astana sembra assumere una dimensione nuova. Se in passato il dialogo interreligioso aveva come obiettivo principale la conoscenza reciproca, la prevenzione dei conflitti e la costruzione della pace, oggi le religioni vengono chiamate a confrontarsi con questioni che investono l’intera umanità. L’intelligenza artificiale, in particolare, pone interrogativi che non sono soltanto tecnici: riguardano la verità, la dignità della persona, la responsabilità, la libertà e il rapporto dell’uomo con la tecnologia, come ha rimarcato Papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica Humanitas.<br /><br />Il progetto di un codice etico per l’IA nasce dalla consapevolezza che anche le comunità religiose sono ormai profondamente coinvolte nella trasformazione digitale. L’intelligenza artificiale viene utilizzata per produrre contenuti, diffondere insegnamenti, raggiungere le giovani generazioni e ampliare la presenza delle comunità nello spazio digitale. Ma proprio questo apre problemi inediti: disinformazione religiosa, falsificazione di parole attribuite ad autorità spirituali, manipolazione dei testi sacri, discorsi d’odio generati artificialmente, radicalizzazione online.<br />Di fronte a una tecnologia che corre più rapidamente della capacità degli Stati di regolamentarla, la domanda che emerge da Astana è dunque anche una domanda sul ruolo pubblico delle religioni: cosa possono offrire le autorità spirituali quando il diritto non riesce ancora a definire regole globali efficaci?<br /><br />La risposta passa dalla cosiddetta “diplomazia spirituale”, che non intende sostituire la diplomazia politica né attribuire alle religioni competenze proprie degli Stati. Piuttosto, si propone come un canale complementare: uno spazio in cui l’autorità morale dei leader religiosi può contribuire a mantenere aperto il dialogo quando le relazioni politiche sono bloccate, a contrastare la disumanizzazione dell’avversario e a individuare principi condivisi al di là delle differenze confessionali.<br />In questo senso, la forza di Astana non risiede soltanto nelle dichiarazioni finali, ma nella continuità di un processo nato nel 2003 e progressivamente istituzionalizzato. Dalle 17 delegazioni di 13 Paesi del primo Congresso si è arrivati alle oltre 100 delegazioni provenienti da circa 60 Paesi dell’VIII Congresso, celebrato nel settembre 2025, mentre oggi si prepara il Congresso del 2028.<br /><br />In questo percorso la presenza della Chiesa cattolica non è marginale. La visita di Papa Francesco al VII Congresso, nel 2022, ha rappresentato un passaggio particolarmente significativo, confermando il valore del Congresso come spazio internazionale di dialogo tra le religioni. Nel 2025, inoltre, il messaggio di Papa Leone XIV all’VIII Congresso ha sottolineato l’importanza del “lavorare insieme”, ricordando che il dialogo non richiede di cancellare le differenze, ma può trasformarle in occasioni di cooperazione. La collaborazione tra Astana e la Santa Sede prosegue: alla sessione del Segretariato è presente padre Laurent Basanese SJ, Capo Ufficio del Dicastero prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso; <br /><br />La scelta di mettere sullo stesso tavolo intelligenza artificiale, cambiamento climatico e tutela della dignità umana tocca ambiti in cui la dimensione normativa appare ancora fragile o frammentata a livello globale. Qui - si afferma nella conferenza odierna - i leader religiosi possono avere un ruolo cruciale, non perché possano sostituire i parlamenti o le istituzioni internazionali, ma perché dispongono di una forma di autorità diversa: quella morale, educativa e comunitaria. Possono richiamare il primato della persona sull’algoritmo, possono educare a un uso responsabile degli strumenti digitali; dispongono di reti sociali capillari, di una forte capacità educativa e di una presenza quotidiana nelle comunità, incidendo sul tema della responsabilità ambientale, tema politico ma anche questione morale e spirituale: responsabilità verso il creato, verso i poveri e verso le generazioni future.<br /><br />La sfida oggi è trasformare il dialogo in iniziative concrete. Al Congresso di Astana si cerca di costruire quel consenso morale senza il quale anche le norme rischiano di rimanere inefficaci. Il fine è creare un terreno comune attorno ad alcuni principi fondamentali: la dignità della persona, il rispetto della vita, la verità, la responsabilità, la giustizia, la compassione, la pace. L’esperienza di Astana sembra voler dire proprio questo: le religioni non devono diventare attori politici per essere attori della pace. Possono esercitare una responsabilità pubblica attraverso l’educazione, la testimonianza, il dialogo e la formazione di una coscienza condivisa. La “diplomazia spirituale” di Astana contribuisce a ricordare che la questione non è soltanto come governare la tecnologia o i rapporti tra gli Stati, ma quale idea di persona e di umanità si vuole proteggere e promuovere.<br /><br />Wed, 07 Oct 2026 09:57:13 +0200In Malawi uno Stadio intero per celebrare 100 anni di Giornata Missionaria Mondiale: "Uniti in Cristo, uniti nella missione"https://www.fides.org/it/news/78255-In_Malawi_uno_Stadio_intero_per_celebrare_100_anni_di_Giornata_Missionaria_Mondiale_Uniti_in_Cristo_uniti_nella_missionehttps://www.fides.org/it/news/78255-In_Malawi_uno_Stadio_intero_per_celebrare_100_anni_di_Giornata_Missionaria_Mondiale_Uniti_in_Cristo_uniti_nella_missioneMZUZU - La Chiesa cattolica del Malawi ha celebrato sabato 3 ottobre, presso il Mzuzu Stadium, il Centenario della Giornata Missionaria Mondiale, istituita nel 1926 da Papa Pio XI come occasione per pregare e raccogliere risorse a sostegno dell’opera dei missionari in tutto il mondo. <br /><br />Alla celebrazione, incentrata sul tema del messaggio della Giornata Missionaria Mondiale 2026 “Uno in Cristo, Uniti nella Missione”, hanno partecipato vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli laici, rappresentanti del governo e invitati di diverse confessioni cristiane.<br /><br />Il centenario è stato occasione per ricordare il cammino della Chiesa nel Paese e il contributo di missionari e fedeli che, attraverso la preghiera, il sacrificio e la generosità, hanno favorito la diffusione del Vangelo. <br /><br />La cooperazione missionaria e il lavoro delle Pontificie Opere Missionarie hanno contribuito alla crescita della Chiesa locale partecipando all’annuncio del Vangelo,alla catechesi, alla formazione sacerdotale e dei religiosi e religiose, all’istruzione e alle opere nel campo della sanità e dello sviluppo umano. <br /><br />I segni di questo contributo generoso sono riscontrabili nella vita intreccio di vita buona che cresce intorno a chiese, scuole, ospedali, comunità e seminari in tutto il Paese.<br />Nel corso dell'evento, il vescovo Vincent Mwakhwawa, presidente della Commissione per la Missione della Conferenza episcopale del Malawi, ha sottolineato il ruolo delle POM nella crescita della Chiesa locale e ha invitato le parrocchie a partecipare alla raccolta fondi della Giornata Missionaria Mondiale. Le offerte confluiscono nel Fondo Universale di Solidarietà, attraverso il quale la Chiesa del Malawi contribuisce al sostegno delle comunità e delle opere missionarie nel mondo.<br /><br />Un segnale della crescente partecipazione della Chiesa malawiana alla missione universale arriva dalle offerte. Padre Peter Ephraim Madeya, direttore nazionale delle POM del Malawi, ha riferito che i contributi al Fondo Universale di Solidarietà sono aumentati dell'80% nel 2025, auspicando una risposta ancora maggiore nell'anno del centenario. Secondo Madeya, il Malawi sta progressivamente passando dalla condizione di Chiesa destinataria di aiuti missionari a quella di una Chiesa sollecita nella preghiera e nella raccolta di risorse da destinare alla missione della Chiesa universale.<br /><br />La celebrazione ha posto l'accento anche sul contributo dei laici all’opera missionaria. Con la forza della grazia ricevuta nel battesimo, ogni cattolico è chiamato a essere missionario nella propria famiglia, nella parrocchia, sul luogo di lavoro e nella comunità. <br /><br />I battezzati cattolici sono stati invitati a pregare per le missioni, a impegnarsi concretamente e a contribuire al Fondo Universale di Solidarietà. <br /><br />È stato inoltre riconosciuto il contributo delle POM nei settori dell'istruzione, della sanità, dei servizi sociali e dello sviluppo umano.<br />Sul tema della formazione missionaria, padre Dinh Anh Nhue Nguyen, segretario generale della Pontificia Missionaria, ha sottolineato la responsabilità di ogni battezzato nella missione della Chiesa. La sua presenza ha inoltre evidenziato il legame tra la Chiesa del Malawi e la Chiesa universale e l'idea che la missione appartenga all'intero Popolo di Dio.<br /><br />Nell'omelia, il vescovo Peter Adrian Chifukwa, vescovo di Dedzam, ha invitato i cattolici a rafforzare la propria identità missionaria, parlando della necessità di trasformare le comunità cristiane, le famiglie e i genitori in realtà autenticamente missionarie. Una comunità missionaria è chiamata a raggiungere il proprio territorio e portare Cristo agli altri; una famiglia missionaria a testimoniare la fede e trasmetterla alle nuove generazioni; i genitori a essere i primi testimoni e educatori della fede in casa.<br />Il centenario viene così presentato non soltanto come una celebrazione del passato, ma come l'avvio di una nuova fase missionaria. Dopo un secolo nel quale il Malawi ha ricevuto sostegno dalla cooperazione missionaria, la Chiesa locale è chiamata sempre più a condividere i propri doni con la Chiesa universale. <br /><br />Per i prossimi cento anni, il documento indica come priorità una formazione missionaria più profonda, famiglie e comunità più impegnate, una maggiore generosità e un rinnovato coinvolgimento di ogni battezzato nella missione di annunciare e testimoniare il Vangelo di Gesù. .<br />Wed, 07 Oct 2026 18:40:02 +0200Dalle pianure costiere dell’India meridionale alle pendici dell’Himalaya: il percorso missionario del vescovo Edward Barettohttps://www.fides.org/it/news/78258-Dalle_pianure_costiere_dell_India_meridionale_alle_pendici_dell_Himalaya_il_percorso_missionario_del_vescovo_Edward_Barettohttps://www.fides.org/it/news/78258-Dalle_pianure_costiere_dell_India_meridionale_alle_pendici_dell_Himalaya_il_percorso_missionario_del_vescovo_Edward_Barettodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Darjeeling – Quando il 29 novembre 2025 Papa Leone XIV ha nominato il sacerdote Edward Baretto vescovo coadiutore di Darjeeling, quella nomina ha connotato col suo tratto unico un percorso lungo quattro decenni che ha attraversato tutto il subcontinente indiano: da una famiglia cattolica di modeste condizioni nella diocesi di Mangalore, nel Karnataka, alle colline ricoperte di piantagioni di tè dove l’India confina con il Bhutan e il Sikkim. <br /><br />Ordinato vescovo il 21 gennaio 2026 a Kalimpong alla presenza del Nunzio Apostolico in India e Nepal, Leopoldo Girelli, ora opera al fianco del vescovo Stephen Lepcha al servizio di una diocesi in cui ha già ricoperto molti ruoli, fin da quando era adolescente.<br /><br />«Eravamo otto fratelli in famiglia ed eravamo molto poveri», racconta a Fides, ricordando la sua infanzia ad Alampuri, vicino a Mangalore, «Ciononostante, sono riuscito a completare gli studi, anche se con grande difficoltà». Suo padre si ammalò di cancro mentre Edward frequentava ancora la scuola elementare, costringendolo ad aiutare in casa mentre sua madre usciva per andare a lavorare. «Anche se non avessi perso quel tempo, la mia famiglia non avrebbe potuto permettersi di mandarmi a scuola», aggiunge, riflettendo su un percorso forgiato dalla grazia e dalla dedizione, in cui nulla era dato per scontato né dovuto a privilegi.<br /><br />Quella vocazione lo portò lontano da casa. Nel 1982, a diciassette anni, entrò nel Seminario Minore Giovanni XXIII a Darjeeling, a quasi 2.500 chilometri dal suo sud natale. In seguito ha studiato al Seminario regionale Morning Star di Calcutta, ha conseguito un master in filosofia a Pune e una licenza in diritto canonico a Bangalore, dopo la sua ordinazione sacerdotale a Darjeeling nel 1993.<br /><br /><br />Il trasferimento dal sud tropicale al nord himalayano non è stato facile. «Una volta imparata la lingua, quella è la chiave per entrare in una comunità», dice dei suoi primi anni sulle colline. «Da quel momento in poi, le cose sono diventate molto più facili per me». Si è rivolto ai villaggi per il ministero natalizio e alla musica come ponte verso la vita locale: «Anche questo è stato apprezzato, ed è così che mi sono ambientato rapidamente». Questo modello di integrazione si è ripetuto nel corso del suo ministero: vicedirettore del seminario minore, docente al Morning Star, parroco a Kalimpong, vicario giudiziario e, più recentemente, direttore del Centro Pastorale Divya Vani.<br /><br />Oggi quella diocesi conta circa 35.000 cattolici, «tutto qui», osserva senza enfasi, sparsi su un territorio di oltre 9.500 chilometri quadrati che comprende le colline di Darjeeling, il Sikkim e il Regno del Bhutan. Un piccolo gregge, che tuttavia, secondo il suo racconto, ha costruito una convivenza insolitamente serena con i propri vicini. «Per quanto riguarda l’armonia religiosa non abbiamo grossi problemi, a differenza di altre parti dell’India, dove avrete sicuramente sentito parlare di conflitti», afferma. «Viviamo in armonia e, tra i cristiani, l’armonia è finora eccellente. Partecipiamo alle reciproche iniziative e, quando ci incontriamo, va tutto molto bene». Cita iniziative concrete: «Ho organizzato un dialogo interreligioso e invitato molte persone. È andato molto bene, sono venuti tutti, abbiamo organizzato una cena per loro e c’è stato uno scambio di opinioni", a riprova del fatto che il dialogo, per lui, è una realtà concreta fatta di incontri e di tempo trascorso insieme.<br />Gran parte della sua vita pastorale si è svolta tra le comunità delle piantagioni di tè della regione, la cui presenza cattolica risale alla migrazione di manodopera del XIX secolo proveniente dal Chotanagpur. <br />«Qui la gente lavora per lo più nelle piantagioni di tè», osserva. «I lavoratori delle piantagioni di tè non possiedono terreni, sono semplicemente assunti dalle piantagioni. Trovare un alloggio è molto difficile per le famiglie che vivono nelle piantagioni di tè». <br /><br />Quando gli viene chiesto di raccontare un episodio che ha plasmato il suo approccio alla missione, ricorda di aver celebrato un matrimonio interreligioso tra un uomo cattolico e una donna indù. Percependo che la sposa e la sua famiglia erano a disagio, spiegò che non era lì per costringere nessuno e che rispettava profondamente la loro tradizione. Sollevata, la sposa iniziò a frequentare regolarmente la chiesa prima di chiedere, alla fine, di essere battezzata. «Mi ha ringraziato per aver lasciato lui libero e per non averle fatto pressioni», dice il vescovo. «È questo che le ha davvero permesso di trovare la propria strada». <br /><br />Riguardo ai matrimoni misti, comuni in una regione in cui i cattolici sono pochi, anche tra i cristiani, egli predilige un approccio delicato e rispettoso. Battezzare qualcuno senza un consenso autentico, osserva, «sarebbe contrario alla costituzione civile e anche all’insegnamento della Chiesa stessa, perché significherebbe imporre la nostra religione a qualcuno. Non si tratta di rifiutarli: se vogliono avvicinarsi, sono liberi di farlo».<br /><br />Data la posizione geografica della sua diocesi, il vescovo Baretto ha anche la responsabilità della piccola comunità cattolica del Bhutan, che conta un solo sacerdote locale: una storia singolare che affonda le sue radici nella stessa famiglia reale di questo regno ufficialmente buddista. «C’erano missionari gesuiti in Bhutan, invitati dal re», racconta, «molti membri della famiglia reale hanno studiato a Darjeeling, per lo più sotto la guida dei gesuiti». La storia è interessante. A metà del XX secolo, la St. Joseph’s School di Darjeeling, meglio conosciuta come North Point, si affermò come centro educativo di prim’ordine per le élite himalayane sotto la guida dei gesuiti. Diverse generazioni della dinastia reale bhutanese dei Wangchuck e di membri dell’aristocrazia bhutanese vi hanno ricevuto la loro istruzione, a partire dal terzo monarca del Paese, Jigme Dorji Wangchuck, egli stesso ex allievo della scuola, che a partire dal 1961 avviò un processo di modernizzazione del sistema educativo del proprio Paese. Fu in questo contesto che, nel 1963, il primo ministro del Bhutan Jigme Palden Dorji, cognato del re, invitò i missionari gesuiti di Darjeeling a sviluppare l’istruzione in Bhutan.<br /><br />«Da allora fino alla partenza dei gesuiti dal Bhutan nel 1989, molti gesuiti di Darjeeling hanno operato in tre località per sviluppare l’istruzione nel Bhutan, in particolare padre William Mackey, che vi ha vissuto fino alla sua morte nell’ottobre 1995, padre Gerard Leclaire, che ha fondato il primo college del Paese, e padre John Coffey, pioniere a Punakha, la capitale estiva del Bhutan», riporta il sito web ufficiale «Darjeeling Jesuits of North Bengal». «Dopo la morte di padre Mackey, il ministero pastorale nel regno ha sofferto per la mancanza di un missionario cattolico sul territorio», si legge. Tuttavia, poiché il Bhutan è sotto la cura della diocesi di Darjeeling, qualcuno da lì è venuto periodicamente a celebrare la messa per questa comunità cattolica – considerata un antico gruppo di credenti cristiani nel regno, molti dei quali avevano abbracciato la fede cattolica quando loro o i loro genitori si trovavano a Darjeeling . «Padre Kinley Tshering, il primo e unico sacerdote cattolico originario del Bhutan, di origini buddiste, incarna questa storia e costituisce un ponte in carne e ossa. Mandato da bambino alla St. Joseph’s School di Darjeeling e successivamente incoraggiato a seguire la sua vocazione da Madre Teresa durante un volo in cui gli capitò di sedersi proprio accanto a lei, entrò nella Compagnia di Gesù e fu ordinato nel 1995. «Ora svolge un bellissimo ministero di presenza», spiega il vescovo Edward Baretto.<br /><br />Riflettendo sui propri ripetuti sradicamenti, da sud a nord, dalla parrocchia al tribunale al seminario, il vescovo Baretto sintetizza una convinzione che sembra aver guidato il suo ministero: «Non si può forzare nulla, sapete, bisogna abbracciare la vocazione. Non dovremmo costringere nessuno in materia di fede. Siamo chiamati a viverla e a pregare». È la stessa logica tranquilla e paziente che ha portato un ragazzo da un villaggio del Karnataka alla guida di una Chiesa himalayana incastonata tra India, Sikkim e Bhutan. <br />Wed, 07 Oct 2026 12:37:59 +0200I Papi e la Giornata Missionaria Mondialehttps://www.fides.org/it/news/78254-I_Papi_e_la_Giornata_Missionaria_Mondialehttps://www.fides.org/it/news/78254-I_Papi_e_la_Giornata_Missionaria_MondialeRoma - Dall'appello di Pio XII in tempo di guerra ai messaggi pontifici annuali di Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco , la Giornata missionaria mondiale, istituita nel 1926, è stata l'occasione per richiamare tutta la Chiesa alla propria vocazione missionaria. <br /><br />Nell’antologia di brani qui raccolti, tratti da messaggi di diversi Pontefici, la missione si intreccia sempre con le urgenze del tempo: la pace, la libertà religiosa e le sfide della modernità.<br /><br />Pio XII, 19 ottobre 1940 : la pace come missione della Chiesa<br /><br />«La preghiera è l’arma che vince il cuore di Dio a pietà e misericordia; è l’obolo del vostro labbro, dell’affetto vostro per gli araldi di Cristo, per le pecorelle randage dall’ovile, per i miseri, che grava e tormenta la bufera dell’età nostra Questo è il regno di pace nell’anima nostra con Dio, di pace tra i fratelli nella reciproca corrispondenza di affetti, di pace fra i popoli e le nazioni nella riconciliazione e nella ordinata concordia. Quanto più l’umanità nell’ora presente è lontana da questa pace; quanto più la coscienza dei comuni valori naturali e soprannaturali minaccia di cedere il posto in molti cuori a contrari sentimenti, tanto più edificante e animatrice sarà la vostra efficace adesione al pensiero missionario cattolico. Giacché anche la pace nel mondo è una missione della Chiesa; nella tranquillità dell’ordine umano è la sua vita, la conquista e la salvezza delle anime, la dilatazione del bene della fede, il trionfo sul male, per giungere alla imperturbabile pace dell’eternità.»<br /><br />https://www.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1940/documents/hf_p-xii_spe_19401019_we-are.html<br /><br />Paolo VI, 25 maggio 1969 : il Concilio stabilisce il rapporto tra liberta religiosa e dovere apostolico<br /><br />«E già da sé questa organizzazione ufficiale e centrale della Chiesa risponde ad una difficoltà, che è diffusa in certi settori della mentalità moderna, e che minaccia di rendere stagnante l’operosità missionaria; ed è quella relativa alla proclamazione conciliare della libertà religiosa, quasi ch’essa favorisca un irenismo agnostico e autorizzi l’indifferenza nei riguardi della verità religiosa e dell’imperativo apostolico, a cui è collegato il piano della salvezza: cioè: lo sforzo missionario non sarebbe più necessario. L’esistenza di Opere pontificie, espressamente qualificate per promuovere e per sostenere tale sforzo dice ancor oggi il contrario, poiché la libertà religiosa, patrocinata dal Concilio, intende assicurare l’indipendenza della religione dalla incompetente ingerenza di ogni potestà profana ed esterna alla religione, ed anche da ogni abusivo esclusivismo sociale, o politico, in campo religioso; essa non snerva il dovere apostolico, ma costituisce piuttosto la condizione civile per l’esercizio della attività missionaria, mentre questa stessa ci obbliga al rispetto delle coscienze nell’annuncio dell’unico vero messaggio della salvezza derivante dalla religione. È questa una visione sostanzialmente antica nella vera tradizione della Chiesa, ma che il Concilio ha rinnovata e precisata.»<br /><br />https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/messages/missions/documents/hf_p-vi_mes_19690525_world-day-for-missions-1969.html<br /><br /><br />Giovanni Paolo II, 11 giugno 2000: la missione non dipende dalle forze umane<br /><br />«L'intera missione della Chiesa e, in modo speciale, la missione «ad gentes», ha bisogno di apostoli disposti a perseverare fino alla fine, fedeli alla missione ricevuta, seguendo la stessa strada percorsa da Cristo, "la strada della povertà, dell'obbedienza, del servizio e del sacrificio di sé fino alla morte..." . Possano i testimoni della fede, dei quali abbiamo fatto memoria, essere modello e stimolo per tutti i cristiani, in modo che l'annunzio di Cristo sia percepito come compito proprio da parte di ogni cristiano. In questo sforzo il cristiano non è solo. E' vero che non c'è proporzione tra le forze umane e la grandezza della missione. L'esperienza più comune e più autentica è quella di non sentirsi degni di tale compito. Ma è anche vero che "la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza" . Il Signore non abbandona colui che chiama al suo servizio. "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" . La presenza continua del Signore nella sua Chiesa, specie nella Parola e nei Sacramenti, è garanzia per l'efficacia della sua missione. Essa oggi si realizza attraverso uomini e donne che hanno sperimentato la salvezza nella propria fragilità e debolezza e la testimoniano ai fratelli, nella consapevolezza che tutti siamo chiamati alla stessa pienezza di vita Duemila anni dopo l'inizio della missione, sono ancora vaste le aree geografiche, culturali, umane o sociali in cui Cristo e il suo Vangelo non sono ancora penetrati. Come non sentire l'appello che emerge da questa situazione? Chi ha conosciuto la gioia dell'incontro con Cristo non può tenerla chiusa dentro di sé, deve irradiarla.»<br /><br />https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/messages/missions/documents/hf_jp-ii_mes_20000627_world-day-for-missions-2000.html<br /><br /><br />Benedetto XVI, 29 aprile 2006: la fecondità della missione nel non cercare il proprio interesse<br /><br />«Alla vigilia della sua passione Gesù lasciò come testamento ai discepoli, raccolti nel Cenacolo per celebrare la Pasqua, il “comandamento nuovo dell’amore – mandatum novum”: “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” . L’amore fraterno che il Signore chiede ai suoi “amici” ha la sua sorgente nell’amore paterno di Dio. Osserva l’apostolo Giovanni: “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” . Dunque, per amare secondo Dio occorre vivere in Lui e di Lui: è Dio la prima “casa” dell'uomo e solo chi in Lui dimora arde di un fuoco di divina carità in grado di “incendiare” il mondo. Non è forse questa la missione della Chiesa in ogni tempo? Non è allora difficile comprendere che l’autentica sollecitudine missionaria, primario impegno della Comunità ecclesiale, è legata alla fedeltà all’amore divino, e questo vale per ogni singolo cristiano, per ogni comunità locale, per le Chiese particolari e per l’intero Popolo di Dio. Proprio dalla consapevolezza di questa comune missione prende vigore la generosa disponibilità dei discepoli di Cristo a realizzare opere di promozione umana e spirituale che testimoniano, come scriveva l’amato Giovanni Paolo II nell’Enciclica Redemptoris missio, “l'anima di tutta l’attività missionaria: l’amore che è e resta il movente della missione, ed è anche l'unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato. E’ il principio che deve dirigere ogni azione e il fine a cui essa deve tendere. Quando si agisce con riguardo alla carità o ispirati dalla carità, nulla è disdicevole e tutto è buono” . Essere missionari significa allora amare Dio con tutto se stessi sino a dare, se necessario, anche la vita per Lui. Quanti sacerdoti, religiosi, religiose e laici, pure in questi nostri tempi, Gli hanno reso la suprema testimonianza di amore con il martirio! Essere missionari è chinarsi, come il buon Samaritano, sulle necessità di tutti, specialmente dei più poveri e bisognosi, perché chi ama con il cuore di Cristo non cerca il proprio interesse, ma unicamente la gloria del Padre e il bene del prossimo. Sta qui il segreto della fecondità apostolica dell’azione missionaria, che travalica le frontiere e le culture, raggiunge i popoli e si diffonde fino agli estremi confini del mondo».<br /><br />https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/messages/missions/documents/hf_ben-xvi_mes_20060429_world-mission-day-2006.html<br /><br />Francesco, 25 gennaio 2024: ritrovare la dimensione escatologica e eucaristica dei primi cristiani<br /><br />«Sappiamo che lo zelo missionario nei primi cristiani aveva una forte dimensione escatologica. Sentivano l’urgenza dell’annuncio del Vangelo. Anche oggi è importante tener presente tale prospettiva, perché essa ci aiuta ad evangelizzare con la gioia di chi sa che «il Signore è vicino» e con la speranza di chi è proteso alla meta, quando saremo tutti con Cristo al suo banchetto nuziale nel Regno di Dio. Mentre dunque il mondo propone i vari “banchetti” del consumismo, del benessere egoistico, dell’accumulo, dell’individualismo, il Vangelo chiama tutti al banchetto divino dove regnano la gioia, la condivisione, la giustizia, la fraternità, nella comunione con Dio e con gli altri.<br />Questa pienezza di vita, dono di Cristo, è anticipata già ora nel banchetto dell’Eucaristia, che la Chiesa celebra su mandato del Signore in memoria di Lui. E così l’invito al banchetto escatologico che portiamo a tutti nella missione evangelizzatrice è intrinsecamente legato all’invito alla mensa eucaristica, dove il Signore ci nutre con la sua Parola e con il suo Corpo e il suo Sangue. Come ha insegnato Benedetto XVI, «in ogni Celebrazione eucaristica si realizza sacramentalmente il radunarsi escatologico del Popolo di Dio. Il banchetto eucaristico è per noi reale anticipazione del banchetto finale, preannunziato dai Profeti e descritto nel Nuovo Testamento come “le nozze dell’Agnello” , da celebrarsi nella gioia della comunione dei santi» .<br />Perciò, siamo tutti chiamati a vivere più intensamente ogni Eucaristia in tutte le sue dimensioni, particolarmente in quella escatologica e missionaria. »<br /><br />https://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/missions/documents/20240125-giornata-missionaria.html<br /><br />Leone XIV, 25 gennaio 2026 : l’unità come condizione della missione<br /><br />«La prima responsabilità missionaria della Chiesa è rinnovare e mantenere viva l’unità spirituale e fraterna fra i suoi membri. In tante situazioni noi assistiamo a conflitti, polarizzazioni, incomprensioni, sfiducia reciproca. Quando questo accade anche nelle nostre comunità, ne indebolisce la testimonianza. La missione evangelizzatrice, che Cristo ha affidato ai discepoli, richiede anzitutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione. In quest’ottica, sarà importante intensificare l’impegno ecumenico con tutte le Chiese cristiane L’unità missionaria, ovviamente, non va intesa come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi per lo stesso scopo: rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con Lui. L’evangelizzazione si realizza quando le comunità locali collaborano tra loro e quando le differenze culturali, spirituali e liturgiche si esprimono pienamente e armonicamente nella stessa fede. Incoraggio perciò le istituzioni e le realtà ecclesiali a irrobustire il senso di comunione missionaria ecclesiale e a sviluppare con creatività le vie concrete di collaborazione tra loro per e nella missione Se l’unità è la condizione della missione, l’amore ne è la sostanza. La Buona Novella che siamo inviati ad annunciare al mondo non è un’ideale astratto: è il Vangelo dell’amore fedele di Dio, incarnato nel volto e nella vita di Gesù Cristo».<br /><br />https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/mission/documents/20260125-giornata-missionaria.html<br /><br /> <br />Tue, 06 Oct 2026 13:32:15 +0200