Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.Il Pontificato di Leone XIV e gli scenari globali: conferenza di Massimo Faggioli alla Gregorianahttps://www.fides.org/it/news/77831-Il_Pontificato_di_Leone_XIV_e_gli_scenari_globali_conferenza_di_Massimo_Faggioli_alla_Gregorianahttps://www.fides.org/it/news/77831-Il_Pontificato_di_Leone_XIV_e_gli_scenari_globali_conferenza_di_Massimo_Faggioli_alla_GregorianaRoma – Lunedì 22 giugno, presso la Pontificia Università Gregoriana, si terrà la sessione inaugurale dei “Rome Summer Seminars on Religion and Global Politics 2026”, iniziativa accademica internazionale dedicata ai rapporti tra religione e politica globale. Il programma, promosso nell’ambito di una collaborazione che coinvolge in particolare la Gregoriana, la University of Notre Dame e la Fondazione Sinderesi, riunisce studenti, ricercatori ed esperti chiamati a riflettere sui grandi equilibri del mondo contemporaneo.<br /><br />L’incontro inaugurale, ad ingresso libero, si svolgerà dalle 17 alle 19 nell’Aula F007 di Palazzo Frascara. I saluti introduttivi saranno affidati a p. Dariusz Kowalczyk, Presidente del Collegium Maximum della Gregoriana, e a mons. Samuele Sangalli, coordinatore della Scuola Sinderesi.<br /><br />Al centro della sessione pubblica vi sarà la keynote lecture del professor Massimo Faggioli, del Trinity College Dublin, dedicata al tema: «Pope Leo XIV and Global Politics: from the 2025 Conclave to Magnifica Humanitas». Il suo intervento intende proporre una riflessione sul posto della Santa Sede nell’attuale contesto internazionale, sottolineandone in particolare la vocazione a servire la pace, il dialogo e il multilateralismo.<br /><br />Il contributo di Faggioli contribuirà a mettere in luce il ruolo della Santa Sede come possibile «custode del multilateralismo» e come uno dei «ponti neutrali» al servizio della riconciliazione, in una fase storica segnata da profonde tensioni geopolitiche. La riflessione prenderà in esame anche la specificità dell’azione della Santa Sede, distinta dalle logiche di potenza, nonché il contributo proprio della Città del Vaticano alla missione di pace del pontificato, in vista del centenario della sua fondazione nel 2029.<br /><br />La conferenza sarà seguita da una tavola rotonda con Michael Driessen, Fabio Petito, Adrian Pabst e Antonella Piccinin, esperti di riconosciuto prestigio nel campo delle relazioni tra religione, società e politica internazionale. L’intero programma intende offrire uno spazio qualificato di dialogo sulle sfide contemporanee, valorizzando l’apporto della tradizione cattolica a una cultura dell’incontro e della pace. Sat, 20 Jun 2026 09:58:20 +0200ASIA/PAKISTAN - Padre Channan: "La comunità cattolica in Pakistan rafforza il dialogo interreligioso, la formazione sociale, la promozione della pace"https://www.fides.org/it/news/77822-ASIA_PAKISTAN_Padre_Channan_La_comunita_cattolica_in_Pakistan_rafforza_il_dialogo_interreligioso_la_formazione_sociale_la_promozione_della_pacehttps://www.fides.org/it/news/77822-ASIA_PAKISTAN_Padre_Channan_La_comunita_cattolica_in_Pakistan_rafforza_il_dialogo_interreligioso_la_formazione_sociale_la_promozione_della_paceLahore – "Il Vangelo ci chiama a essere operatori di pace. I cristiani del Pakistan sono un popolo della speranza: continuiamo a diffondere il messaggio di pace, dignità umana e giustizia che ci è stato affidato da Gesù Cristo". È quanto sottolinea, in un colloquio con l'Agenzia Fides, padre James Channan OP, domenicano e direttore del "Peace Center" di Lahore, che richiama l'urgenza di far conoscere e applicare la Dottrina Sociale della Chiesa in un contesto segnato da pluralismo religioso, disuguaglianze sociali e sfide alla libertà religiosa.<br />Pur rappresentando appena l'1,37% della popolazione del Pakistan, la comunità cattolica – nota – continua a svolgere "un ruolo significativo nel promuovere la pace, il dialogo interreligioso, i diritti umani, la formazione delle coscienze".<br />Con oltre 230 milioni di abitanti, il Pakistan è un Paese a maggioranza musulmana , mentre i cristiani sono circa 3,3 milioni. "Essendo una comunità di minoranza, spesso ci troviamo ad affrontare discriminazioni e, talvolta, persecuzioni a causa della nostra fede", rileva padre Channan, evidenziando anche l'alto tasso di analfabetismo che interessa la comunità cristiana, stimato tra il 65% e l'80%.<br />Nonostante tali difficoltà, la Chiesa cattolica continua a offrire "un contributo rilevante alla società pakistana attraverso scuole, centri di formazione professionale, strutture pastorali e programmi educativi che promuovono la dignità della persona, la parità dei diritti di cittadinanza e la libertà religiosa". Secondo il religioso domenicano, questi strumenti "rappresentano vie concrete per costruire una società più inclusiva e rispettosa delle differenze".<br />Al centro dell'impegno ecclesiale vi è, in particolare nel contesto pakistano, il dialogo interreligioso, soprattutto quello tra cristiani e musulmani. In tale prospettiva, la Conferenza episcopale del Pakistan ha istituito la Commissione nazionale per il dialogo interreligioso e l'ecumenismo, organismo che promuove seminari, incontri e iniziative in tutto il Paese, favorendo occasioni di confronto e collaborazione tra appartenenti a diverse tradizioni religiose.<br />Un ruolo importante in questa cornice – nota padre Channan – è svolto dall'Ordine Domenicano attraverso l'"Ibn-e-Mariam Center for Peace" di Lahore, inaugurato nel 2010 dal cardinale Jean-Louis Tauran. La struttura, comunemente chiamata "Peace Center", organizza durante tutto l'anno programmi di formazione, conferenze e attività rivolte soprattutto ai giovani e alle famiglie, "con l'obiettivo di promuovere la cultura dell'incontro, della pace e della convivenza armoniosa", informa.<br />Padre Channan rileva: "Negli ultimi anni anche le istituzioni civili hanno mostrato una crescente attenzione al tema, creando Commissioni per l'armonia interreligiosa a livello federale e provinciale. Tuttavia – afferma – resta fondamentale rafforzare il dialogo soprattutto a livello locale, dove spesso nascono tensioni e incomprensioni tra comunità diverse".<br />Situando la situazione del Pakistan nel più ampio contesto asiatico, il domenicano ricorda che l'Asia ospita quasi il 60% della popolazione mondiale e circa 415 milioni di cristiani, pari all'8% della popolazione del continente. "In una realtà caratterizzata da uno straordinario pluralismo religioso, culturale ed etnico, la Dottrina Sociale della Chiesa rappresenta una risorsa preziosa per promuovere buon governo, leadership responsabile e sviluppo umano integrale", osserva.<br />Richiamando il magistero della Chiesa, dalla "Rerum Novarum" di Leone XIII alla "Centesimus Annus" di san Giovanni Paolo II, padre Channan sottolinea che "il progresso economico, sociale e tecnologico che caratterizza le società asiatiche non può essere separato dalla responsabilità morale e dal rispetto della dignità umana": è un tema, questo, sul quale - auspica - è importante coinvolgere i credenti di tutte le religioni.<br />"In Asia il pluralismo religioso non è una teoria, ma una realtà vissuta ogni giorno da milioni di persone", nota il sacerdote. Per questo, conclude, "è necessario moltiplicare iniziative formative, pubblicazioni, seminari e attività condivise tra cristiani, musulmani e fedeli di altre religioni, anche attraverso un maggiore sostegno economico alle opere ecclesiali impegnate in questo campo".<br /> Sat, 20 Jun 2026 12:33:53 +0200EUROPA/CROAZIA - Nominato il nuovo direttore delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77830-EUROPA_CROAZIA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77830-EUROPA_CROAZIA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_MissionarieZagabria - Il Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione , ha nominato, in data 4 maggio 2026, Suor Ivana Gelo della Congregazione delle "Ancelle della Carità", Direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Croazia per un periodo di cinque anni . <br />Suor Ivana Gelo è nata il 27 novembre 1986 a Livno, in Bosnia ed Erzegovina. Dal 2008 appartiene alla Congregazione delle Ancelle della Carità. Il suo percorso formativo ha avuto inizio a Split, dove ha completato la scuola secondaria superiore ad indirizzo economico-amministrativo. Successivamente, ha intrapreso gli studi teologici superiori, specializzandosi a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana, dove nel 2022 ha conseguito la licenza in teologia dogmatica. All'interno della sua comunità religiosa, Suor Ivana ha ricoperto incarichi di grande responsabilità gestionale e di governo. Dal 2021 al 2024 ha svolto il servizio di economa provinciale a Split e, dal 2023, ricopre il ruolo di consigliera generale della sua Congregazione. Parallelamente ai suoi incarichi nella comunità, svolge un'intensa attività accademica a livello internazionale. Dal 2022 insegna presso l'Università Cattolica del Ruanda e, dal 2024, è docente di teologia dogmatica presso la facolà di teologia cattolica di Split. <br /> <br /><br />Fri, 19 Jun 2026 12:54:55 +0200Cardinale Chow: sulla “sinicizzazione” serve una riflessione fondata sulla conoscenza e non un rifiuto basato sull’ignoranzahttps://www.fides.org/it/news/77829-Cardinale_Chow_sulla_sinicizzazione_serve_una_riflessione_fondata_sulla_conoscenza_e_non_un_rifiuto_basato_sull_ignoranzahttps://www.fides.org/it/news/77829-Cardinale_Chow_sulla_sinicizzazione_serve_una_riflessione_fondata_sulla_conoscenza_e_non_un_rifiuto_basato_sull_ignoranzadi Marta Zhao<br /><br />Chengdu –Una riflessione fondata sulla conoscenza della “sinicizzazione delle religioni” è molto più costruttiva di un rifiuto basato sull’ignoranza. Così il Cardinale gesuita Stephen Chow Sau-yan, Vescovo di Hong Kong, ha delineato i criteri più appropriati per prendere in considerazione la questione della “sinicizzazione” richiesta anche alle dinamiche ecclesiali nella Repubblica popolare cinese. Lo ha fatto durante il recente viaggio nella provincia di Sichuan, nella Cina continentale, prima di recarsi a Roma per prendere parte alle Visite “ad Limina Apostolorum” insieme agli altri vescovi di Hong Kong e Macao, ricevuti tutti in udienza da Papa Leone XIV giovedì 18 giugno insieme ai Vescovi di Macao. <br /><br />Anche Peter Choy Wai-man, Vicario Generale della diocesi di Hong Kong, ha condiviso col cardinale Chow la visita in Sichuan, e ha poi condiviso sul settimanale diocesano KungKaoPo la sua riflessione sul viaggio. “Ho potuto comprendere in modo più profondo” ha confidato il Vescovo Choy “come la Chiesa del Sichuan attui la ‘sinicizzazione’…. Non dovrebbe quindi essere considerata una minaccia, ma piuttosto un’opportunità per annunciare il Vangelo e testimoniare la fede nella Cina contemporanea”. <br /><br />Il viaggio in Sichuan ha coinvolto una nutrita delegazione composta da 11 membri, guidata dal cardinale Chow, che ha visitato la provincia per una settimana, a inizio giugno. I partecipanti al viaggio hanno anche avuto incontri e conversazioni con 5 vescovi della provincia , con i quali è stata concelebrata la liturgia eucaristica. Il programma del viaggio ha incluso anche la visita al Seminario Filosofico-Teologico cattolico della Provincia di Sichuan, incontri con sacerdoti, suore, seminaristi e laici, e ha rappresentato una occasione preziosa per approfondire la conoscenza della situazione della Chiesa locale. <br /><br />Tutti i membri della delegazione hanno percepito come i giovani seminaristi, sacerdoti e religiose rappresentino una fonte di speranza per la Chiesa locale. Come ha ribadito il cardinale Chow dopo la visita al Seminario, “i giovani sono davvero la speranza della Chiesa e del Paese; dobbiamo prendercene cura e formarli con attenzione”. Questo viaggio – ha aggiunto - “ci ha offerto numerose occasioni per comprendere meglio la ‘sinicizzazione delle religioni’ e il contesto storico del movimento delle Tre Autonomie nella Chiesa. Una riflessione fondata sulla conoscenza è molto più costruttiva di un rifiuto basato sull’ignoranza. Queste esperienze costituiscono una base preziosa per proseguire il dialogo e gli scambi. Questa è anche una condizione indispensabile per realizzare l’unità nella diversità”.<br /><br />Anche il Vescovo ausiliare Joseph Ha Chi-shing ha affermato che il viaggio gli ha permesso di conoscere direttamente la situazione delle cinque diocesi del Sichuan e l’attuazione delle politiche religiose nazionali. “Abbiamo costruito rapporti di amicizia con cinque vescovi, cosa che favorirà gli scambi futuri tra le Chiese…. Ciò che mi ha colpito maggiormente è l’incontro con numerosi giovani sacerdoti, religiose e seminaristi. Tutti rispondono alla loro vocazione con entusiasmo. In loro si possono vedere la grazia di Dio e la speranza della Chiesa”.<br /><br />Il Vicario Peter Choy ha anche condiviso una riflessione illuminante: “Da una parte, ho avuto l’opportunità di dialogare con i cinque vescovi del Sichuan, che appartengono alla prima generazione di pastori formati teologicamente dopo la politica di riforma e apertura. Sono cresciuti in anni difficili, segnati dalla scarsità di risorse, e la loro fede perseverante suscita grande ammirazione. Dall’altra, ho potuto comprendere più a fondo come la Chiesa del Sichuan attui la ‘sinicizzazione delle religioni’. Sebbene essa rappresenti un orientamento politico dell’intera società cinese, nella sua applicazione presenta molti punti di contatto con il processo di inculturazione che la Chiesa ha sempre perseguito. Non dovrebbe quindi essere considerata una minaccia, ma piuttosto un’opportunità per annunciare il Vangelo e testimoniare la fede nella Cina contemporanea”.<br /><br />Anche Tam Chi-man, la presidente dell’Associazione dei Laici, padre Franco Bellati, superiore regionale per Hong Kong del PIME, suor Teresa Chong Chun-yi delle Suore del Preziosissimo Sangue, il Vicario generale Dominic Kam Po-wai, padre Leo Liu Ya-lun, assistente dell’economo diocesano, Wong Chin-to, diacono permanente, e il Vicario Chan Wing-chiu hanno espresso il proprio entusiasmo per le occasioni di preghiera comune, condivisione e dialogo vissute durante il viaggio, da tutti raccontato come esperienza di forte comunione, “che ci ha permesso di vedere l’opera di Dio nella Chiesa in Cina”.<br /><br />Fri, 19 Jun 2026 12:46:47 +0200AMERICA/ARGENTINA - La diocesi di La Rioja ad un mese dalla celebrazione del 50° anniversario del martirio dei 4 beatihttps://www.fides.org/it/news/77828-AMERICA_ARGENTINA_La_diocesi_di_La_Rioja_ad_un_mese_dalla_celebrazione_del_50_anniversario_del_martirio_dei_4_beatihttps://www.fides.org/it/news/77828-AMERICA_ARGENTINA_La_diocesi_di_La_Rioja_ad_un_mese_dalla_celebrazione_del_50_anniversario_del_martirio_dei_4_beatiLa Rioja – Ad un mese dal 50° anniversario del martirio dei quattro beati di La Rioja, l’intera popolazione si sta preparando a commemorare il vescovo Enrique Angelelli, i sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville, e il laico, marito e padre Wenceslao Pedernera che hanno dato la vita per il Vangelo e per i loro fratelli. Durante il periodo di regime militare, pur desiderando il bene comune, furono considerati sospetti e assassinati. “La Chiesa li ha proclamati beati nel 2019 e quest'anno, nel 50° anniversario del loro martirio, li celebriamo rendendo grazie per le loro vite donate al servizio degli altri”, scrive all’Agenzia Fides il vescovo della diocesi di La Rioja, Dante Braida. <br /><br />I quattro Beati saranno ricordati in diversi eventi che si protrarranno dal 17 luglio al 2 agosto 2026. Tra questi, il 17 luglio sarà celebrata una Messa nella Cattedrale di La Rioja, dedicata a San Nicola da Bari, a cui seguiranno altre celebrazioni nei luoghi dove queste figure esemplari hanno perso la vita in maniera violenta.<br /><br />Nel mese di gennaio 2026 il vescovo Braida aveva annunciato l'apertura del Giubileo diocesano per il 50° anniversario del loro martirio . A seguire si riportano brevi biografie dei 4 beati riojani.<br /><br />Il vescovo Enrique Ángel Angelelli nacque a Córdoba il 17 luglio 1923, fu ordinato sacerdote a Roma il 9 ottobre 1949. Nel 1951, conseguì la Licenza in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Al suo ritorno nella natia Córdoba nel settembre del 1951, prestò servizio come Vicario Ausiliare presso la Parrocchia di San José nel quartiere di Barrio Alto Alberdi, occupandosi anche dell'assistenza ai malati presso l'Hospital Clínicas. Fu nominato Segretario Aggiunto della Curia Arcivescovile. Nel dicembre del 1960 fu nominato vescovo titolare di Listra e vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Cordova. Di fronte alla sofferenza e alla miseria derivanti dalle ingiustizie sociali, divenne voce, nelle sue omelie e nei suoi interventi pubblici, di campagne di solidarietà per alleviare la fame e l'abbandono dei bisognosi. In una delle sue attività episcopali, chiamato a benedire le abitazioni per i lavoratori delle cave di calce di Malagueño, sottolineò, sia ai datori di lavoro che ai lavoratori, il valore dell'impegno verso "il Cristo sofferente incarnato nei lavoratori"; e scelse di pranzare con loro piuttosto che nello spazio riservato ai datori di lavoro. Da sempre sostenitore dell'opera di sacerdoti e suore impegnati a favore dei poveri, partecipò ai dibattiti del Concilio Ecumenico Vaticano II a Roma, dove nel 1965 insieme ad altri quarantadue vescovi, firmò il "Patto delle Catacombe", promuovendo una Chiesa al servizio dei poveri. All'età di 45 anni, il 24 agosto 1968, assunse la guida della Diocesi di La Rioja. Valorizzando la storia e la cultura di La Rioja, rafforzò la religiosità popolare, promosse la formazione di cooperative contadine e incoraggiò la sindacalizzazione di braccianti agricoli, minatori e lavoratori domestici, con la partecipazione dei quattro decanati in cui era organizzata la diocesi. La persecuzione della Chiesa nella Rioja si intensificò dopo l'instaurazione della dittatura militare nel marzo del 1976, con vessazioni e arresti di sacerdoti, suore e laici, e persino torture. Al vescovo fu consigliato di lasciare la Rioja, ma egli rifiutò, affermando: "È proprio quello che vogliono, che me ne vada così che le pecore si disperdano". Il 4 agosto 1976, il vescovo Angelelli fu assassinato vicino a Punta de Los Llanos mentre tornava da Chamical a La Rioja. Il tribunale stabilì che la morte del Vescovo fu un "omicidio premeditato a freddo, previsto dalla vittima". Le indagini furono quindi sospese fino alla loro riapertura definitiva nel 2006, culminata nella condanna di alcuni dei responsabili nel 2014.<br /><br />Padre Carlos de Dios Murias nato nella provincia di Córdoba il 10 ottobre 1945, fu ordinato sacerdote a Buenos Aires il 17 dicembre 1972 dal vescovo di La Rioja Enrique Angelelli, che conosceva fin dall'adolescenza. Nel 1976 fu assegnato in modo permanente al servizio pastorale nella diocesi di La Rioja, dove il vescovo Angelelli lo nominò vicario assistente della parrocchia di "El Salvador" a Chamical, insieme al sacerdote francese p. Gabriel Longueville, giunto in quella comunità nel 1971. Nelle sue omelie, denunciò diverse ingiustizie a Chamical, come le precarie condizioni di vita dei contadini, che ricevevano salari miseri per il loro lavoro. Durante la dittatura militare, p. Carlos continuò a predicare con incrollabile convinzione, denunciando con fervore le ingiustizie di quell'epoca. Degno di nota è il suo coraggio nel difendere i più poveri; alzò la voce con forza e senza timore in difesa degli emarginati. Dopo aver ricevuto minacce, dichiarò in un'omelia: "Possono mettere a tacere la voce di questo sacerdote. Possono mettere a tacere la voce del vescovo, ma non potranno mai mettere a tacere la voce del Vangelo". Nella notte del 18 luglio 1976, p. Carlos e p. Gabriel stava cenando a casa delle Suore di San Giuseppe quando arrivarono degli uomini sconosciuti, muniti di tesserini di riconoscimento, che affermavano di essere agenti della Polizia Federale. Chiesero a p. Carlos di accompagnarli nella città di La Rioja con il pretesto di testimoniare a favore di alcuni detenuti di Chamical. Padre Gabriel si rifiutò di lasciarlo andare da solo e disse: "Vengo con voi". Tuttavia, invece di essere condotti nella capitale, furono portati lungo la Strada Statale 38, a 8 km da Chamical, dove furono torturati e poi crivellati di proiettili. I loro corpi furono ritrovati due giorni dopo da alcuni operai ferroviari. Padre Carlos aveva 30 anni e p. Gabriel 45 quando furono assassinati. <br /><br />Padre Gabriel Longueville nacque il 18 marzo 1931 a Étables, una piccola città dell'Ardèche, nel sud della Francia. Fin da giovanissimo, espresse la vocazione al sacerdozio e nel 1948 entrò nel seminario maggiore di Viviers. Nel 1952 la sua formazione fu interrotta dalla chiamata alle armi durante la guerra coloniale francese contro gli algerini che lottavano per l'indipendenza. Questa dura esperienza lo segnò profondamente. Nel 1956, tornò in seminario per completare la sua formazione sacerdotale e il 23 luglio 1957 fu ordinato sacerdote. Nel 1968, decise di rispondere all'appello di Papa Pio XII, che incoraggiava i sacerdoti diocesani a impegnarsi nell'opera missionaria nei paesi in cui il dono della fede doveva essere diffuso, nell'enciclica "Fidei Donum". Il 1° febbraio 1970 arrivò in Argentina, precisamente nell'Arcidiocesi di Corrientes, ma prima trascorse tre mesi a Cuernavaca, in Messico. Nel 1971, di comune accordo con il responsabile argentino del Comitato Episcopale Francia-America Latina, si trasferì nella Diocesi di La Rioja, dove si unì al progetto pastorale del Vescovo Angelelli. Il 7 maggio 1971 fu nominato viceparroco della parrocchia di El Salvador a Chamical, La Rioja. Gli abitanti del luogo lo ricordano come un uomo semplice, gentile e disponibile, che visitava i vicini in bicicletta, in particolare i più poveri, e la sua personalità lo rendeva molto benvoluto da tutti. Come parroco, si impegnò a conoscere tutti, visitando ogni angolo della parrocchia. La sera del 18 luglio 1976, p. Gabriel volle seguire il suo amico p. Carlos che venne prelevato da sconosciuti che affermavano di appartenere alla Polizia Federale, con la scusa di accompagnarli a La Rioja per testimoniare a favore di alcuni detenuti di Chamical. I loro corpi furono ritrovati due giorni dopo nella zona di Bajo de Lucas, a 8 km dalla chiesa parrocchiale, dove erano stati assassinati. È opportuno sottolineare lo spirito missionario di p. Gabriel, che lo spinse a lasciare la sua terra natale per servire come sacerdote in luoghi dove ce n'erano pochissimi. Era un uomo di vera dedizione, costantemente impegnato nella sua missione. Sapeva benissimo cosa stava accadendo quella notte del 18 luglio; era pienamente consapevole della situazione. Avevano già ricevuto minacce e, dal profondo del cuore, dichiarò con fermezza: "Io sono con voi", come raccontarono le suore che lo aveva ospitato per la cena quella sera in cui fu ucciso insieme all'amico p. Carlos.<br /><br />Wenceslao Pedernera nacque il 28 settembre 1936 nella provincia di San Luis. Nel 1961 si stabilì a Mendoza, dove lavorò come bracciante nelle tenute dei vigneti "Gargantini". Marito e padre, nel 1968 si avvicinò alla Chiesa durante la novena alla Madonna di Carrodilla. Nel 1972 insieme alla moglie Ramona Cornejo prese parte a due corsi di formazione nella diocesi di La Rioja. Grazie al suo impegno e alla sua disponibilità, alla fine del 1973 fu nominato coordinatore del Movimento Rurale di Azione Cattolica in Argentina per la regione di Cuyo. Nel 1974, entrarono a far parte del progetto comunitario "La Buena Estrella", fino a quando il vescovo Angelelli chiese loro di lasciarlo per motivi di sicurezza. Si trasferì con la famiglia in un appezzamento di terreno vicino alla parrocchia di Nostra Signora della Candelaria a Sañogasta. Insieme a sua moglie erano catechisti a "La Puntilla", alla periferia di Sañogasta, e raccoglievano vestiti da distribuire ai bisognosi. Wenceslao continuò a collaborare con gli abitanti di Sañogasta, fu un grande promotore del lavoro cooperativo tra i contadini, insegnando loro ad arare, seminare, scavare canali di irrigazione e mietere. Cercò di mettere in pratica il messaggio del Vangelo dando priorità ai più vulnerabili e si impegnò a difendere i diritti dei lavoratori rurali che, ai suoi tempi, subivano lo sfruttamento da parte dei proprietari terrieri che pagavano ai loro braccianti salari miseri, pochissimo denaro e talvolta solo una piccola parte del raccolto, dopo lunghe giornate di lavoro. Durante la dittatura militare in Argentina, coloro che sostenevano le cooperative venivano etichettati come sovversivi e, per questo motivo, Wenceslao e sua moglie ricevettero minacce che si concretizzarono nelle prime ore del mattino del 25 luglio 1976, quando qualcuno bussò alla loro porta. Spaventata, la moglie lo implorò di non aprire, al che Wenceslao rispose che poteva essere qualcuno che aveva bisogno di un favore. Aprì la porta e quattro uomini incappucciati gli spararono contro davanti alla moglie e alle figlie. Testimoni oculari hanno riferito che tra le sue ultime parole alle figlie ci furono: "Non odiate, perdonate".<br /><br /> <br />Fri, 19 Jun 2026 11:47:15 +0200AFRICA/NIGER- Almeno 35 morti nell’assalto all'aeroporto di Niameyhttps://www.fides.org/it/news/77827-AFRICA_NIGER_Almeno_35_morti_nell_assalto_all_aeroporto_di_Niameyhttps://www.fides.org/it/news/77827-AFRICA_NIGER_Almeno_35_morti_nell_assalto_all_aeroporto_di_NiameyNiamey -È pesante il bilancio ufficiale dell’attacco jihadista di ieri, 18 giugno, all’aeroporto internazionale Diori Hamani, di Niamey, capitale del Niger.<br />Secondo il comunicato diffuso dal Ministero della Difesa del Niger 11 soldati e 2 civili hanno perso la vita nell'attacco mentre 22 attentatori sono stati “neutralizzati”; circa 20 sospetti sono stati arrestati.<br />Il comunicato precisa che la sicurezza dell'aeroporto è stata ripristinata che quest'ultimo è aperto al traffico aereo.<br />L’attacco è iniziato nelle prime ore del mattino, quando sono stati segnalati spari ed esplosioni vicino all'ingresso principale dell'aeroporto. I primi colpi sono stati uditi intorno alle 6 ora locale e gli scontri sono durati diverse ore, con il ritorno della calma a metà mattinata. Gli attentatori hanno tentato di penetrare nel perimetro aeroportuale e si sono scontrati con le forze di sicurezza.<br />Diversi testimoni hanno riferito che alcuni attentatori indossavano cinture esplosive e utilizzavano veicoli leggeri per avvicinarsi al perimetro di sicurezza; altri hanno indicato che gli attentatori sono arrivati in taxi.<br />L'aeroporto internazionale Diori Hamani era già stato oggetto di un attacco tra il 28 e il 29 gennaio di quest’anno , Lo Stato Islamico ha in seguito rivendicato quell’attacco. <br />Fri, 19 Jun 2026 11:42:20 +0200AFRICA/KENYA - Verso le elezioni del 2027, cresce la presenza dei politici keniani nei luoghi di cultohttps://www.fides.org/it/news/77826-AFRICA_KENYA_Verso_le_elezioni_del_2027_cresce_la_presenza_dei_politici_keniani_nei_luoghi_di_cultohttps://www.fides.org/it/news/77826-AFRICA_KENYA_Verso_le_elezioni_del_2027_cresce_la_presenza_dei_politici_keniani_nei_luoghi_di_cultoNairobi – In vista delle elezioni generali del 2027, i principali esponenti politici keniani hanno intensificato la loro presenza presso chiese appartenenti a diverse confessioni cristiane. Nonostante i divieti imposti dalle autorità delle principali denominazioni religiose contro lo svolgimento di comizi e attività di propaganda politica nei luoghi di culto, questa settimana si sono verificati almeno due episodi di questo genere.<br />Domenica 14 giugno i leader dell'opposizione, tra cui Rigathi Gachagua e Kalonzo Musyoka della coalizione United Opposition, hanno partecipato alla messa presso la chiesa cattolica di Santa Maria a Kibabii, nella contea di Bungoma, nel Kenya occidentale. Al termine della celebrazione hanno effettuato una donazione destinata a sostenere il servizio mensa degli studenti della scuola collegata alla parrocchia.<br />Nella stessa giornata il presidente William Ruto ha preso parte a una funzione religiosa presso la Chiesa Avventista del Settimo Giorno di Kiserian, nella contea di Kajiado, unendosi ai fedeli durante il culto.<br />Sempre il 14 giugno, i dirigenti del movimento Linda Mwananchi si sono recati presso la AIPCA Thika Cathedral, nella contea di Kiambu, nel Kenya centrale. L'African Independent Pentecostal Church of Africa è una delle più importanti Chiese di Iniziazione Africana del Kenya e rappresenta la più grande chiesa autoctona del Paese. Fondata negli anni Venti del Novecento tra il popolo Kikuyu del Kenya centrale, la sua storia è strettamente legata ai movimenti nazionalisti che si opposero alle politiche coloniali britanniche, comprese quelle relative al lavoro forzato.<br />Linda Mwananchi — espressione swahili che significa “Proteggere il cittadino” o “Difendere il cittadino” — è un movimento civico e politico che promuove l'emancipazione dei cittadini, la responsabilità pubblica e il buon governo. Tra i suoi obiettivi vi è il superamento delle divisioni etniche e regionali, a favore di un'attenzione maggiore alle questioni sociali ed economiche che interessano l'intera popolazione keniana.<br />L'arrivo della delegazione del movimento durante la funzione religiosa ha tuttavia suscitato proteste tra i fedeli, al punto che il celebrante ha rivolto un duro richiamo agli esponenti politici presenti.<br />Sia la Kenya Conference of Catholic Bishops sia i leader di altre confessioni cristiane hanno più volte ribadito il divieto di utilizzare i luoghi di culto per attività di propaganda politica. Nel 2020 i vescovi cattolici keniani affermarono che le chiese “non sono arene politiche” e vietarono ai politici di rivolgersi alle assemblee liturgiche, denunciando la crescente trasformazione delle celebrazioni religiose in occasioni di campagna elettorale.<br />Nel luglio 2024 la KCCB ha nuovamente espresso la propria contrarietà all'utilizzo delle chiese come piattaforme di consenso politico, criticando in particolare la pratica di esibire pubblicamente donazioni o contributi economici durante le celebrazioni religiose allo scopo di accrescere la propria popolarità o ottenere sostegno elettorale. Nel marzo 2025 Cleophas Oseso Vescovo di Nakuru, ha criticato le donazioni dei politici alla Chiesa perché “non sappiamo da dove provengano queste enormi somme di denaro” . <br />Fri, 19 Jun 2026 11:18:20 +0200MISSIONARI COREANI NEL MONDO/5 - Le 33 cappelle boliviane di padre Limhttps://www.fides.org/it/news/77825-MISSIONARI_COREANI_NEL_MONDO_5_Le_33_cappelle_boliviane_di_padre_Limhttps://www.fides.org/it/news/77825-MISSIONARI_COREANI_NEL_MONDO_5_Le_33_cappelle_boliviane_di_padre_Lim<p ><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/F4-DSvP9NwU?si=LfTuQoqHJ43TUkiJ" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p><br /><br />di Pascale Rizk <br /><br />Okinawa Uno – Sono 33 le capelle che aspettano almeno una volta al mese l’arrivo di Padre Angel Lim Jaejong per la celebrazione eucaristica. Le strade che collegano queste cappelle su un raggio di 50km² sono ripide e prive di asfalto. Il trentacinquenne, che vive in Bolivia da circa 5 anni, viene dall’Arcidiocesi coreana di Kwangju, ed è viceparroco della parrocchia di San Francesco Xavier ad Okinawa.<br /><br />In un Paese dove i cattolici costituiscono il 70- 85% della popolazione “le feste religiose sono generalmente molto sentite con una particolare devozione mariana. Le persone hanno il cuore generoso e sostengono con grande dedizione le opere e le iniziative nella chiesa”, racconta padre Lim. “Mi accorgo solamente visitandoli a casa della loro vera e propria povertà economica.”<br /><br /> Okinawa si trova a 146 chilometri dalla città di Santa Cruz de la Sierra, la principale metropoli della Bolivia. La città accolse nel 1899 i primi migranti del Giappone; dopo essere inizialmente arrivati in Perù, alcuni decisero di spostarsi in Bolivia, e cosi portarono con loro il nome della città originaria del Paese del Sol levante. <br /><br />Soffermandosi sull differente modo di esercitare il ministero sacerdotale Nel Proprio Paese di origine e nel Paese dove ora svolge la sua missione, padre Lim riflette: “Pensandoci un attimo, i bambini in Corea chiamano il prete “chibunim” 신부님, che vuole dire “padre”, mentre nella realtà dove sono, tendono a chiamare il sacerdote “papà”. “In realtà i bambini hanno la tendenza a sentirsi un po' trascurati dai loro padri a casa, dato che essi si occupano dei figli nel poco tempo che rimane dopo il lavoro; così sia i bambini che gli adulti cercano spesso di ricevere l’affetto nella figura del sacerdote” spiega il diocesano di Kwangju. <br /><br />Già da seminarista, Jaejong aveva vissuto un anno nelle Filippine dove aveva iniziato ad interrogarsi sulla chiamata missionaria. “Non avevo pensato alle difficoltà. Per me l’appello era chiaro e mi sono messo a studiare la lingua spagnola” spiega Lim.<br /><br />“Grazie alle piccole iniziative come, ad esempio, la vendita degli snack organizzata dalle varie associazioni in parrocchia, si fa la raccolta dei sussidi” racconta il missionario. “Poiché Okinawa è una comunità prevalentemente agricola , molti residenti lavorano nel settore agricolo, ma lo scarso sviluppo delle infrastrutture permette loro un accesso limitato ai mercati locali come fonte di reddito stabile. Le richieste di aiuto che ci arrivano sono tante.”<br /><br />Il missionario continua a spiegare come gli aiuti vengano poi distribuiti secondo un processo di verifica. Questa premura ha fatto sì che, con il tempo, vengano a chiedere aiuto solo coloro che ne hanno davvero bisogno. “Con i soldi raccolti facciamo visita ai malati. Oltre al sostegno spirituale che offriamo, c’è un modulo da compilare per cui visitiamo le case insieme al personale medico per verificare la situazione e stabilire un importo massimo che possiamo dare ” chiarisce padre Lim. <br /><br />“Una tematica particolarmente sensibile nel contesto boliviano soprattutto rurale è quella dei certificati di battesimo. Tanti anziani vengono in chiesa a chiedere il Certificado de Bautizo per poter usufruire dei loro diritti di cittadini”, racconta padre Angel. “Se lo si fa senza ritardi, le persone nate prima del 1940 possono avvalersi di una vecchiaia dignitosa.”<br /><br />Secondo il SEGIP , le ultime statistiche sui boliviani senza registri civili risalgono al 2014 ed evidenziano che il 7% della popolazione boliviana è priva di documenti di identità. La legge promulgata il 5 aprile 1945 ha permesso ai boliviani nati prima del 1940 - quando ancora non esisteva la registrazione civile - di ottenere dei certificati di nascita presentando il loro certificato di battesimo, perciò, il Certificado de Bautizo ha acquisito un valore storico importante. <br /><br />La Bolivia è presentata come la nazione più corrotta dell'America Latina e dei Caraibi, secondo gli ultimi dati del World Justice Project del 2024, e come il secondo Paese più corrotto al mondo, con 141 punti su 142, dopo la Repubblica Democratica del Congo. Una delle urgenze più avvertite è quella di trovare e gestire risorse e donazioni senza dover pagare pegno a dinamiche non trasparenti. <br /><br />Circa dieci giorni fa, la Camera boliviana ha approvato una legge che amplia i poteri del governo per dichiarare lo Stato di emergenza. Questo avviene dopo cinque settimane di proteste e blocchi stradali, centinaia di arresti e una decina di morti. Approvata da due terzi dei voti, la norma permette al Presidente Rodrigo Paz di adottare misure straordinarie fino a 3 mesi, e ha scatenato polemiche soprattutto da parte dell’ex Presidente Evo Morales e delle organizzazioni dei diritti umani.<br /><br />“Io vivo lontano da casa e ritrovo aspetti della Corea nella condivisone con gli altri sacerdoti presenti in Bolivia, ma non provo un sentimento di nostalgia particolare, perché so che vengo ricordato nelle preghiere di mia madre, e questo mi dà anche la forza di andare avanti”, conclude padre Angel Jeajong Lim. <br />Fri, 19 Jun 2026 11:14:45 +0200Leone XIV a Pavia: alle fonti di uno stile missionario agostinianohttps://www.fides.org/it/news/77823-Leone_XIV_a_Pavia_alle_fonti_di_uno_stile_missionario_agostinianohttps://www.fides.org/it/news/77823-Leone_XIV_a_Pavia_alle_fonti_di_uno_stile_missionario_agostinianodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma - La visita di papa Leone XIV a Pavia, sabato 20 giugno, assume un significato simbolico. è come un ritorno di un Pontefice agostiniano alle radici spirituali. <br />Presso la basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, dove sono custodite da secoli le reliquie di sant’Agostino, si manifesta infatti il legame profondo tra Papa Prevost e il “Doctor Gratiae”.<br /><br />Più di tredici anni prima di diventare Papa, quando era ancora priore generale dell’Ordine di sant’Agostino, Robert Francis Prevost in una intervista descriveva così l’identità della sua famiglia religiosa: «Il Papa nel sec. XIII ci ha dato un’identità che ha due ambiti di riferimento. Uno è chiaramente Agostino: fonte di dottrina, speranza e luce, egli ci dà il nostro carisma, vivere in comunità secondo la sua Regola. Per l’altro aspetto dobbiamo rifarci ai tempi della nostra fondazione giuridica: il sec. XIII è per la Chiesa l’epoca degli Ordini mendicanti, espressione per trovare una maniera nuova di risposta alle necessità dei tempi. È questa una fonte importante per la nostra storia». Una prospettiva che unisce radicamento nella tradizione e attenzione alle urgenze del proprio tempo.<br /><br />Nell’intervista, raccolta da Antonello Sacchi e pubblicata nel volume "Sant’Agostino a Pavia" , l’allora padre Prevost insisteva sulla natura aperta e disponibile del carisma agostiniano: «L’Ordine non è stato fondato con un fine specifico: il nostro carisma non è lavorare negli ospedali o nelle scuole. Parte fondamentale della nostra vita è rispondere ai bisogni del Popolo di Dio oggi. C’è sempre questa sfida: scoprire come meglio rispondere a questa necessità della Chiesa e del Popolo di Dio oggi! Lavoriamo in molte nazioni, siamo impegnati nell’educazione a vari livelli, l’Ordine lavora a livello teologico però non è solo quello: anche in campo di Missione siamo attivi, penso ad esempio alle missioni in America Latina, Asia, India; ricordo che i primi missionari a giungere nelle Filippine furono Agostiniani. Il nostro Ordine cresce oggi in Africa, America Latina, India, Filippine. L’Ordine oggi prende Agostino e l’esperienza degli Ordini mendicanti e forti di questo patrimonio di fede guardiamo alle necessità dei tempi.» <br /><br />La giornata pavese di Leone XIV – l’incontro con il personale e e alcuni bambini in cura, con i genitori del Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, quello con la comunità agostiniana e ecclesiale, con i cittadini, la celebrazione della Parola e la venerazione delle Reliquie di S. Agostino – appare come una concreta attuazione di questa vocazione.<br /><br />Alla domanda su cosa significhi San Pietro in Ciel d’Oro per l’Ordine, l’allora padre Prevost dichiarava nello stesso volume: «Per noi, usando le parole del papa Giovanni XXII che nel 1327 affidò agli Agostiniani la custodia del corpo di Sant’Agostino permettendoci di aprire il nostro convento presso la tomba del Santo, essere accanto al nostro maestro spirituale è molto importante perché ci troviamo con la responsabilità di custodire e promuovere il senso di devozione e rispetto e amore alla figura di Agostino da secoli, durante la storia della Chiesa, servizio che continua ancora oggi». <br /><br />È precisamente questa vicinanza al Dottore della Grazia che Leone XIV viene a condividere come Vescovo di Roma, venerando le reliquie di Sant'Agostino. «La nostra presenza in questa città è la rappresentazione di ciò che vogliamo fare nel mondo», sottolineava infatti il Priore generale. <br /><br />In questo senso, ciò che l’Ordine vive presso la tomba di Agostino a Pavia manifesta ciò che cerca di vivere ovunque, nella predicazione, nella missione e nella ricerca di una comunione concreta. <br /><br />A fine giornata il Papa secondo il programma diffuso nelle scorse settimane dalla Sala Stampa della Santa Sede, si reca a Sant’Angelo Lodigiano, patria di santa Francesca Saverio Cabrini, fondatrice delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Così, questa doppia visita dovrebbe permettere di approfondire ulteriormente la specificità dello stile missionario di colui che è dall’8 maggio 2025 è diventato papa Leone XIV. Fri, 19 Jun 2026 07:27:34 +0200ASIA/INDIA - Giornata di preghiera e un Memorandum da consegnare al governo per la tutela delle opere sociali, a rischio per un nuovo disegno di leggehttps://www.fides.org/it/news/77824-ASIA_INDIA_Giornata_di_preghiera_e_un_Memorandum_da_consegnare_al_governo_per_la_tutela_delle_opere_sociali_a_rischio_per_un_nuovo_disegno_di_leggehttps://www.fides.org/it/news/77824-ASIA_INDIA_Giornata_di_preghiera_e_un_Memorandum_da_consegnare_al_governo_per_la_tutela_delle_opere_sociali_a_rischio_per_un_nuovo_disegno_di_leggeNew Delhi - I cattolici indiani, su invito della Conferenza episcopale dell'India , celebreranno il 28 giugno 2026 una Giornata nazionale di preghiera per la tutela delle opere sociali e caritative, messe a rischio da un nuovo disegno di legge sulla Regolamentazione dei contributi esteri . La legge, che dovrebbe essere discussa e votata in Parlamento durante la sessione estiva del Parlamento , ha sollevato preoccupazioni per il suo impatto sulle attività caritative, educative, sanitarie e sociali gestite da istituzioni cristiane e non. <br />«La Chiesa in India ha sempre servito la società, in particolare i poveri e gli emarginati, come espressione dei valori evangelici di amore, giustizia e compassione», ha scritto il Cardinale Anthony Poola, Arcivescovo di Hyderabad e presidente della CBCI, in una lettera in cui incoraggia le parrocchie a organizzare celebrazioni di preghiera e digiuno. Diocesi e comunità, inoltre, stanno preparando un "Memorandum" da presentare al governo centrale, raccogliendo le firme dei fedeli e di "tutte le persone di buona volontà", per esprimere le preoccupazioni e segnalare i possibili effetti negativi del disegno di legge.<br />"Il Foreign Contribution Amendment Bill 2026, disegno di legge presentato dal governo federale del Bharatiya Janata Party , è una normativa stringente che potrà mettere in crisi molte organizzazioni e associazioni benefiche: il governo, infatti, potrà deviare la destinazione di fondi erogati in favore di opere sociali, utilizzandoli per propri scopi", osserva all'Agenzia padre Cedric Prakash SJ, scrittore ed editorialista indiano con sede in Gujarat, spiegando l'opposizione di ampi settori della società civile e delle comunità religiose.<br />Il Foreign Contribution Regulation Amendment Bill 2026 modifica e integra il quadro normativo del Foreign Contribution Regulation Act del 2010, la legge già esistente che disciplina la ricezione e l'utilizzo di fondi provenienti dall'estero da parte di Organizzazioni non governative , associazioni, fondazioni e altri enti senza scopo di lucro. Il nuovo documento è stato approvato dal Consiglio dei ministri a marzo 2026 ed è stato presentato alla Lok Sabha il 25 marzo 2026 per la discussione e l'approvazione.<br />Secondo il governo, il disegno di legge mira a colmare le lacune legislative nella gestione dei beni creati tramite fondi esteri e a semplificare la responsabilità dei funzionari delle Ong. L'aspetto più controverso del disegno di legge è la creazione di una nuova "Autorità designata" che sarà nominata dal Governo centrale. Questa Autorità avrà il potere di assumere il controllo provvisorio o permanente dei contributi e dei beni esteri nel caso in cui la registrazione di un'organizzazione presso la FCRA venga annullata, ceduta, considerata invalida, cessata o scaduta , per qualsiasi ragione. Secondo il dettato legislativo, l'Autorità avrà il compito di supervisionare, gestire e disporre di tali beni, con il potere di amministrare quelle proprietà e utilizzare il denaro per non meglio precisati "scopi pubblici". Ma, "se la registrazione di una qualsiasi organizzazione venisse successivamente rinnovata o ripristinata, i fondi e i beni non verrebbero restituiti alle organizzazioni che li avevano ricevuti", fa notare padre Prakash.<br />L'intero spettro dei partiti politici di opposizione si è unito nel chiedere che questo disegno di legge venga ritirato. Nel corso del dibattito, - che ha visto numerosi interventi e commenti anche sui mass media indiani - alcuni analisti hanno sollevato obiezioni di incostituzionalità, perché, in base alla Costituzione indiana, lo Stato può acquisire una proprietà privata solo attraverso una apposita legge, valida e adeguatamente motivata, per un fine pubblico e con un giusto indennizzo.<br />Il testo ha suscitato il giudizio sfavorevole di intellettuali, accademici, leader e operatori di Ong, capi religiosi e membri della società civile. Il dibattito all'interno della società indiana ha coinvolto le comunità religiose e, tra queste, la Chiesa cattolica. Infatti, sono molti i contributi che le istituzioni cattoliche indiane e le congregazioni religiose ricevono dall'estero o attraverso organizzazioni del "terzo settore". Il governo del BJP guidato da Narendra Modi ha rinviato il dibattito e il voto alla Lok Sabha a causa delle tensioni politiche e delle critiche dell'opposizione e ha sospeso la discussione. Attualmente il disegno di legge resta pendente in Parlamento, ma non è stato ritirato dal governo, che potrebbe rimetterlo in agenda per il voto nella sessione estiva.<br />Nota il gesuita indiano: "Le attuali norme e regolamenti della FCRA sono già estremamente rigide, prevedono innumerevoli controlli e contrappesi: non vi è necessità di inasprirle. Il governo in passato ha già sospeso, revocato o non rinnovato la registrazione alla FCRA di diverse Ong impegnate in un servizio sociale, e molte di queste appartengono a comunità minoritarie".<br />"Le nuove disposizioni - osserva il religioso - rappresentano una ferita per le numerose opere svolte per il bene comune e per il miglioramento della società; tra queste vi sono assistenza sanitaria, istruzione, sviluppo comunitario, emancipazione femminile, protezione dell'infanzia, contrasto alla tratta di esseri umani, risposta alle catastrofi, soccorso e riabilitazione. Se questa normativa entrasse in vigore, a soffrirne sarebbero milioni di beneficiari".<br />Ricorda p. Prakash: "I poveri e gli emarginati, le vittime di disastri naturali, i disabili, gli indigenti e i moribondi, così come altre fasce vulnerabili della società, oggi godono di aiuti per vivere una vita più dignitosa ed equa, basata sui principi costituzionali, proprio grazie al lavoro straordinario svolto dal 'terzo settore'. Come cittadini indiani, cristiani e non, chiediamo il ritiro completo di questa legge".<br /> <br /><br />Fri, 19 Jun 2026 10:38:46 +0200ASIA/TERRA SANTA - Il Patriarcato Ortodosso di Gerusalemme denuncia il sequestro di una proprietà ecclesiastica a Silwanhttps://www.fides.org/it/news/77821-ASIA_TERRA_SANTA_Il_Patriarcato_Ortodosso_di_Gerusalemme_denuncia_il_sequestro_di_una_proprieta_ecclesiastica_a_Silwanhttps://www.fides.org/it/news/77821-ASIA_TERRA_SANTA_Il_Patriarcato_Ortodosso_di_Gerusalemme_denuncia_il_sequestro_di_una_proprieta_ecclesiastica_a_SilwanGerusalemme - «Un sequestro illegale e illegittimo» che crea «un pericoloso precedente». Così il Patriarcato Ortodosso di Gerusalemme ha definito il sequestro, avvenuto il 15 giugno, di una proprietà adiacente al Monastero di Sant'Onofrio, a Silwan, nella Gerusalemme Est occupata, da parte delle autorità israeliane.<br /><br />In una dichiarazione pubblicata il 17 giugno, il Patriarcato Ortodosso di Gerusalemme ha espresso «profonda preoccupazione per il raid e l'appropriazione indebita di terreni da parte delle autorità israeliane, avvenuti il 15 giugno 2026, ai danni di una proprietà della Chiesa a Silwan».<br /><br />«Durante l'operazione – afferma il comunicato – il rappresentante del Patriarcato nella zona è stato allontanato con la forza. Le sue attrezzature sono state confiscate, gli alberi sradicati e la proprietà recintata e chiusa con cancelli». Secondo il Patriarcato, «questo incidente costituisce un'illegittima appropriazione di una proprietà ecclesiastica nel cuore di Gerusalemme».<br /><br />«Il Patriarcato afferma che il terreno, particella n. 6 del blocco 29985, registrato a suo nome nei registri ufficiali, si trova adiacente all'antico Monastero di Sant'Onofrio ed è di grande valore storico, archeologico e religioso. Respinge inoltre la dichiarazione, rilasciata proprio il giorno dell'operazione, che descrive l'intervento come il “recupero di un terreno demaniale” di importanza archeologica», prosegue il comunicato.<br /><br />Il testo della dichiarazione, pervenuto all'Agenzia Fides, aggiunge: «Il Patriarcato sottolinea che il sequestro di questa proprietà privata della Chiesa, con il suo patrimonio cristiano e il suo significato religioso, crea un pericoloso precedente per i diritti della Chiesa a Gerusalemme. Inoltre, evidenzia che il ricorso a un'ordinanza comunale sulla manutenzione del verde, emessa il 18 aprile 2019 e scaduta nell'aprile 2024, non fornisce alcuna base legale per sradicare alberi, rimuovere il legittimo custode, isolare terreni ecclesiastici o negare al Patriarcato l'accesso alla propria proprietà».<br /><br />La dichiarazione conclude esprimendo «crescente preoccupazione» per il fatto che gli eventi di Silwan si inseriscano «in un quadro più ampio di attacchi volti a indebolire la presenza cristiana autoctona in Terra Santa». Il Patriarcato richiama inoltre l'attenzione sull'aumento degli attacchi contro cristiani e luoghi di culto, denunciando un contesto di «inaccettabile tolleranza internazionale». Secondo quanto riportato nel comunicato, nel 2024 sono stati registrati 111 attacchi o atti di violenza contro membri del clero, religiose, fedeli e comunità cristiane, di cui 35 diretti contro chiese, monasteri e simboli religiosi. <br />Thu, 18 Jun 2026 11:50:23 +0200AFRICA/NIGERIA - Appelli di leader cristiani e musulmani contro la crescente insicurezzahttps://www.fides.org/it/news/77820-AFRICA_NIGERIA_Appelli_di_leader_cristiani_e_musulmani_contro_la_crescente_insicurezzahttps://www.fides.org/it/news/77820-AFRICA_NIGERIA_Appelli_di_leader_cristiani_e_musulmani_contro_la_crescente_insicurezzaAbuja – “Ogni giorno, al nostro risveglio, sentiamo notizie di atrocità commesse da Boko Haram, banditi e criminali di ogni genere in tutto il Paese”. Con queste parole Mons. Alfred Adewale Martins, Arcivescovo di Lagos e Vicepresidente della Catholic Bishops' Conference of Nigeria , ha deplorato il continuo susseguirsi di rapimenti, attacchi contro le forze dell’ordine e sfollamenti forzati di intere comunità in diverse regioni della Nigeria.<br /><br />Nel corso della Messa di ringraziamento celebrata il 16 giugno nella Cattedrale della Santa Croce di Lagos, in occasione del 90° compleanno, del 60° anniversario di ministero sacerdotale e del 55° anniversario di servizio episcopale del Cardinale Anthony Okogie, Arcivescovo emerito dell’Arcidiocesi cattolica di Lagos, Mons. Martins ha esortato il Presidente Bola Tinubu ad agire con decisione per ristabilire la pace e la sicurezza nel Paese.<br /><br />“Non passa giorno senza che giungano notizie di persone rapite dai cosiddetti banditi e da altri criminali, di soldati caduti in imboscate e uccisi, compresi generali, di persone costrette ad abbandonare le proprie case e persino di capi tradizionali che fuggono dai loro territori per timore di attacchi violenti”, ha affermato Mons. Martins, aggiungendo: “Sta diventando sempre più difficile capire cosa stia accadendo nel nostro Paese”.<br /><br />La questione dell’insicurezza che affligge diverse aree della Nigeria è stata sollevata anche dal Sultano di Sokoto, Alhaji Muhammad Sa’ad Abubakar, presidente della Jama’atu Nasril Islam , una delle principali organizzazioni islamiche del Paese. In una dichiarazione rilasciata anch’essa il 16 giugno, il Sultano ha invitato i fedeli a pregare con fervore per il benessere della Nigeria e per il consolidamento della pace e della sicurezza, sottolineando come la nuova ondata di violenza e insicurezza sembri resistere a tutte le misure adottate finora per contrastarla.<br /><br />In particolare, il Sultano ha chiesto che la preghiera del venerdì 19 giugno sia dedicata a speciali suppliche per affrontare i mali sociali che affliggono la Nigeria, tra cui il crescente fenomeno dei rapimenti e del banditismo. <br />Thu, 18 Jun 2026 11:12:11 +0200ASIA/SRI LANKA - “La Chiesa è ponte di riconciliazione dopo le ferite della guerra”, dice il Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77819-ASIA_SRI_LANKA_La_Chiesa_e_ponte_di_riconciliazione_dopo_le_ferite_della_guerra_dice_il_Direttore_nazionale_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77819-ASIA_SRI_LANKA_La_Chiesa_e_ponte_di_riconciliazione_dopo_le_ferite_della_guerra_dice_il_Direttore_nazionale_delle_Pontificie_Opere_Missionariedi Paolo Affatato<br /><br />Colombo – «La riconciliazione tra le diverse comunità dello Sri Lanka e la guarigione delle ferite lasciate da quasi trent'anni di guerra civile fanno oggi parte integrante della missione della Chiesa in Sri Lanka», afferma all'Agenzia Fides p. Nayagam Roy Clarence, sacerdote della diocesi di Kandy e Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie dello Sri Lanka, ricordando una vicenda che per 26 anni ha scosso la nazione e che fa ancora sentire le sue pesanti conseguenze sociali e politiche. «Sia i tamil sia i singalesi - rileva p. Clarence - hanno sofferto profondamente durante il conflitto. Ancora oggi esistono comunità segnate dal dolore, vedove, famiglie che hanno perso i propri cari, persone che attendono una piena restituzione delle loro terre e una soluzione politica stabile. In questo contesto delicato e segnato dalla sofferenza, la Chiesa continua a essere un luogo di incontro, dialogo e riconciliazione».<br />«Nella comunità cattolica - osserva il Direttore nazionale delle POM - convivono tamil e singalesi. Per questo la Chiesa ha svolto e continua a svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione della pace, accompagnando le persone nel cammino di guarigione dai traumi della guerra». <br />Enti come Caritas Sri Lanka, le Pontificie Opere Missionarie e numerose congregazioni religiose, hanno promossi programmi di dialogo, sostegno e riconciliazione. «Il perdono e la ricostruzione delle relazioni sono diventati parte essenziale della nostra testimonianza cristiana», racconta.<br />Durante la guerra, racconta, esisteva una sorta di muro tra il Nord e il Sud del Paese, che impediva alle persone di incontrarsi. «Dopo il conflitto, la libertà di movimento ha favorito nuove relazioni e una maggiore comprensione reciproca», ricorda p. Clarence riportando la sua esperienza personale: «Ero seminarista quando la guerra terminò. I seminaristi provenienti dalle diocesi del Nord poterono finalmente recarsi nel Sud e viceversa. In questo modo abbiamo conosciuto direttamente il dolore degli altri e compreso la sofferenza vissuta da tante famiglie. Da questa consapevolezza sono nati il perdono e la guarigione delle relazioni. Molti giovani singalesi dicevano: "I tamil non sono come li avevamo immaginati". E lo stesso affermavano i giovani tamil riguardo ai singalesi».<br />«Oggi come srilankesi, un solo popolo, – aggiunge – continuiamo a imparare dalla nostra storia e dai nostri errori. Vogliamo costruire una nazione pacifica, fondata sulla convivenza armoniosa e sul rispetto reciproco».<br /><br />A dieci anni di distanza dalla conclusione della guerra civile, un’altra ferita profonda ha lacerato lo Sri Lanka: quella degli attentati pasquali del 21 aprile 2019: «La Chiesa ha sempre chiesto trasparenza e giustizia - afferma il sacerdote - . Il Cardinale Malcolm Ranjith, Arcivescovo di Colombo, insieme a tutti i vescovi del Paese, ha affrontato la questione con grande determinazione. Continuiamo a chiedere che tutta la verità venga alla luce». Secondo padre Clarence, dopo gli attentati il rischio di una spirale di violenza era molto alto. «I leader della Chiesa - ricorda - si sono esposti personalmente per evitare qualsiasi forma di vendetta. Hanno invitato la popolazione alla calma e sono diventati strumenti e simboli di pace. Si è sviluppato un importante impegno interreligioso che ha coinvolto leader musulmani, buddisti, indù e rappresentanti delle altre confessioni cristiane».<br />«Oggi resta molto alta l'attenzione sulla vicenda, come la volontà di proseguire nella ricerca della verità e della giustizia. Attualmente sono in corso nuove indagini e speriamo che possano portare risultati concreti. Le vittime erano persone innocenti: bambini, giovani, famiglie intere colpite mentre partecipavano alle celebrazioni pasquali. Hanno diritto alla verità e alla giustizia. L'intera nazione attende la conclusione delle indagini».<br /><br />Negli ultimi anni, poi, lo Sri Lanka ha affrontato anche una grave crisi economica e, nel novembre 2025, il devastante ciclone Ditwah, che ha colpito duramente il Paese, in particolare la regione centrale e la diocesi di Kandy, la diocesi di cui p. Clarence è originario: «Molte famiglie hanno perso tutto - riferisce - e stanno ricostruendo da zero. La situazione sociale resta difficile: la gente lotta quotidianamente per il sostentamento. Rispetto a tre anni fa si nota un lento miglioramento, ma la strada è ancora lunga. Il nuovo governo guidato dal presidente Anura Kumara Dissanayake sta cercando di affrontare i problemi, ma le sfide restano tante e, nella fase di ripresa, la Chiesa è sempre al fianco della popolazione». Durante gli anni della crisi economica, e all'indomani dell'avvento del ciclone, la Chiesa ha prontamente fornito aiuti materiali, ma soprattutto sostegno psicologico e spirituale, mostrando solidarietà a tutto tondo: «Abbiamo sostenuto e incoraggiato le famiglie più vulnerabili, mettendo a disposizione risorse e strutture ecclesiali. Abbiamo offerto beni di prima necessità, dispensando ascolto e consolazione. Così tante persone non si sono sentite abbandonate», dice.<br />Fra i problemi sociali persistenti - rileva il sacerdote con uno sguardo complessivo sulla situazione sociale - si notano disuguaglianze regionali , tensioni etniche ancora presenti, con commemorazioni divise per la fine della guerra civile, il fenomeno della disoccupazione, con la conseguente emigrazione di lavoratori, che risulta in aumento per mancanza di opportunità.<br /><br />Nota p. Clarence: «In tutte queste prove e difficoltà, la fiamma della fede non si è mai spenta. La Chiesa vuole continuare a essere segno di speranza e strumento di unità per il bene di tutto il popolo srilankese». Quella "fiamma", rimarca il Direttore nazionale, ha radici antiche e una storia cristiana ricca di testimonianze di fede e resilienza, che funge da ispirazione per il presente: «Sebbene comunemente si pensi che il cristianesimo sia arrivato con i portoghesi agli inizi del 1500, alcuni reperti archeologici, come una croce nestoriana, attestano una presenza cristiana già precedente. Con l’arrivo dei portoghesi la fede ha conosciuto un forte impulso missionario, ma ha anche attraversato periodi difficili. Durante la successiva dominazione olandese, a partire dalla metà del 1600, il cattolicesimo fu bandito, i sacerdoti espulsi e il Paese rimase quasi trent’anni senza sacramenti». Le autorità calviniste infatti della Compagnia Olandese delle Indie Orientali limitarono fortemente il cattolicesimo, favorendo la Chiesa riformata olandese. «Eppure il popolo non ha mai abbandonato la fede: furono soprattutto i laici a mantenerla viva. Un momento decisivo fu l’arrivo di san Joseph Vaz , il “secondo fondatore” della Chiesa cattolica in Sri Lanka, giunto da Goa, in India, con un solo aiutante. Grazie al suo coraggio e a quello dei sacerdoti che lo seguirono, la comunità cattolica ha vissuto una rinascita». «Imparando da questo storia di Provvidenza che il Signore ha fatto con noi, sappiamo che Dio non ci abbandona e andiamo avanti con fede e speranza», dice. <br />Il Direttore nazionale delle POM guarda con fiducia al futuro del suo Paese: «Lo Sri Lanka è una piccola e bellissima isola. La nostra gente è pacifica e accogliente. La speranza è che, restando uniti e solidali gli uni verso gli altri, possiamo continuare a vivere nella pace e nella prosperità».<br /><br />Thu, 18 Jun 2026 10:43:48 +0200AFRICA/SUD SUDAN - “Che tipo di generazione stiamo formando?”: il vescovo Hiiboro Kussala sui valori della Magnifica Humanitas di Papa Leone XIVhttps://www.fides.org/it/news/77818-AFRICA_SUD_SUDAN_Che_tipo_di_generazione_stiamo_formando_il_vescovo_Hiiboro_Kussala_sui_valori_della_Magnifica_Humanitas_di_Papa_Leone_XIVhttps://www.fides.org/it/news/77818-AFRICA_SUD_SUDAN_Che_tipo_di_generazione_stiamo_formando_il_vescovo_Hiiboro_Kussala_sui_valori_della_Magnifica_Humanitas_di_Papa_Leone_XIVTombura Yambio – “Siamo una nazione giovane. La nostra più grande ricchezza non è il petrolio, l'oro, la terra o il potere politico. La nostra più grande ricchezza sono i nostri figli e i nostri giovani. Oggi, molti bambini trascorrono più tempo davanti agli schermi che con i genitori. Conoscono gli influencer dei social media meglio dei loro insegnanti. Sono esposti alle informazioni molto prima di aver sviluppato la saggezza necessaria per distinguere il vero dal falso, il bene dal male.” Il vescovo della diocesi di Tombura Yambio, Eduardo Hiiboro Kussala, condivide la sua testimonianza in merito alla recente pubblicazione della ‘Magnifica Humanitas’, la prima enciclica di Papa Leone XIV, nella quale il Santo Padre ricorda che la tecnologia è un dono, ma non deve mai diventare nostra padrona e deve rimanere al nostro servizio.<br /><br />“Si tratta di un documento di grande impatto che invita l'umanità a porre la persona umana, la dignità umana, la moralità, la saggezza e la responsabilità al centro del progresso tecnologico” rimarca il presule nella nota inviata all’Agenzia Fides. <br /><br />“La tecnologia ha portato molti benefici. Ha connesso le persone, ampliato l'accesso alla conoscenza, migliorato la comunicazione e aperto opportunità che le generazioni precedenti non avrebbero potuto immaginare. Eppure, ogni beneficio comporta una responsabilità - spiega. I social media stanno plasmando le menti, influenzando i comportamenti, creando eroi, determinando i valori e formando le opinioni. In molti casi, stanno diventando la nuova aula, la nuova piazza del paese, il nuovo mercato e, purtroppo, a volte anche la nuova fonte di confusione. Stiamo formando pensatori o semplici consumatori di informazioni? Stiamo educando cittadini responsabili o dipendenti dal digitale? Stiamo allevando leader o seguaci di ogni moda passeggera? Stiamo aiutando i nostri figli a scoprire la propria identità, o stiamo permettendo a degli sconosciuti su internet di definirla per loro? Sono tutte domande che dobbiamo porci”.<br /><br />Riflettendo in particolare sulla realtà che lo vede maggiormente coinvolto il vescovo Hiiboro si sofferma sull’importanza di affrontare e rispondere a queste domande. “Nel Sud Sudan, dove stiamo ancora costruendo la nostra nazione, queste domande sono ancora più urgenti. Una società che emerge da un conflitto non può permettersi di perdere i propri figli a causa di dipendenze, disinformazione, sfruttamento online, odio tribale, pornografia, violenza e confusione morale. I nostri figli hanno bisogno di libri tanto quanto di telefoni. Hanno bisogno di parchi giochi tanto quanto di piattaforme. Hanno bisogno di amicizie vere tanto quanto di connessioni virtuali. Hanno bisogno di mentori più che di influencer. Hanno bisogno di carattere più che di popolarità. Credo che la discussione non debba limitarsi al divieto dei social media. Dovrebbe riguardare la tutela dell'infanzia, la promozione della responsabilità e la garanzia che la tecnologia sia al servizio dello sviluppo umano, anziché ostacolarlo. I genitori devono essere più coinvolti. Le scuole devono insegnare l'alfabetizzazione digitale. Le chiese devono parlare dell'uso etico della tecnologia. I governi devono sviluppare politiche che proteggano i bambini. Le aziende tecnologiche devono essere ritenute responsabili. Soprattutto, i giovani stessi devono imparare che la libertà senza responsabilità si trasforma inevitabilmente in schiavitù.”<br /><br />Tra le reazioni condivise in tutto il mondo alla pubblicazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, il vescovo Hiiboro si sofferma su quella del Primo Ministro del Regno Unito, Keir Starmer, il quale ha annunciato misure che limitano l'accesso ai social media per i minori di sedici anni. “La decisione di Starmer ha generato dibattiti, elogi, critiche e riflessioni in molte nazioni. Personalmente, la considero una decisione coraggiosa che va nella giusta direzione. Che si sia d'accordo o meno su ogni dettaglio, solleva un interrogativo importante per tutti noi: Che tipo di generazione stiamo crescendo? Questa domanda è particolarmente rilevante per il Sud Sudan.”<br /><br />“Il messaggio di Papa Leone XIV nella Magnifica Humanitas è quanto mai attuale – sottolinea il presule. Il progresso umano senza saggezza morale è pericoloso. La conoscenza senza valori può distruggere. La tecnologia senza etica può dividere la società. Nel nostro Paese non possiamo rimandare di affrontare questa importante tematica, non possiamo limitarci a costruire strade, scuole, ospedali e istituzioni. Dobbiamo costruire il carattere. Il futuro di una nazione non è determinato dalla ricercatezza della sua tecnologia, ma dalla qualità del suo popolo. Una nazione con valori solidi può usare la tecnologia con saggezza. Una nazione senza valori finirà per diventare vittima delle proprie invenzioni.”<br /><br />“La sfida che ci troviamo ad affrontare non è quindi tecnologica, ma umana – conclude Hiiboro. La vera domanda non è se i nostri figli possano accedere ai social media. La vera domanda è se i social media stiano aiutando i nostri figli a diventare gli uomini e le donne che Dio ha creato.”<br /><br /> <br />Thu, 18 Jun 2026 10:40:41 +0200Padre Camerlengo: Il dono di Osório, ucciso dai malvagi, diventa semehttps://www.fides.org/it/news/77817-Padre_Camerlengo_Il_dono_di_Osorio_ucciso_dai_malvagi_diventa_semehttps://www.fides.org/it/news/77817-Padre_Camerlengo_Il_dono_di_Osorio_ucciso_dai_malvagi_diventa_semedi padre Stefano Camerlengo*<br /><br />Dianra - Personalmente, ho conosciuto Osório Citora Afonso al Seminario teologico dei Missionari della Consolata di Kinshasa, dove arrivava dal nostro Noviziato del Mozambico. La prima impressione fu quella di un giovane pieno di vita e di gioia, un giovane desideroso di fare il bene e di farlo bene. Aveva una grande capacità di costruire relazione, caratteristica che lo ha accompagnato per tutta la vita. Ovunque sia stato, ha costruito ponti, ha creato comunione, ha aperto cammini.<br />Ricordo quando fu costretto a restare per diversi anni in Italia per cure mediche, dopo un grave incidente stradale che aveva subito insieme ad altri missionari in Congo e che lo aveva paralizzato a letto costringendolo a cure intensive dolorosissime. Tutto vissuto con gioia e gratitudine per quanti si davano da fare per lui. Conoscendo ed apprezzando la sua indole buona e accogliente, mi dà ancora più dolore pensare al modo in cui è morto. Lui, l’uomo del dialogo, dell’incontro, della gioia di restare insieme, è stato ucciso a casa sua.<br />La sua triste e dolorosa morte è un seme, un amore che abbraccia tutti e tutto e abbatte ogni barriera. Un amore che ci incoraggia a dare la vita per la fedeltà al Vangelo e che oggi mi spinge a fare alcune riflessioni che vorrei condividere con chi mi leggerà.<br /><br />La lotta contro il male<br /><br />Quanto è successo a Monsignor Osorio non ha spiegazioni e giustificazioni; è la forza del male che si impone e fa le sue vittime. Di fronte ad esso, si rivelano l’impotenza dell’uomo e la condizione tragica del suo esistere. Tragico è il non poter fare il bene che vorremmo e il non riuscire ad impedire il male.<br />L’apostolo Paolo ha descritto con incisività la condizione tragica dell’essere umano sfidato dal male nel capitolo settimo della Lettera ai Romani: è la condizione dell’io, impotente di fronte al bene che non fa e al male che fa. Per Paolo, è questa impotenza che il Figlio di Dio ha fatto propria, per la forza di un amore senza misura, grazie al quale il tragico viene ad essere accolto negli abissi della divinità. È l’inquietante rivelazione secondo cui Dio “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” , costruita sul modello del sacrificio che Abramo si dispone a fare del suo figlio amato, Isacco . Abissalmente proiettato in Dio, il tragico è abitato dal suo Spirito, i cui gemiti, descritti nella Lettera ai Romani, segnalano la distanza fra il male presente e il bene promesso, fra l’esperienza e l’attesa. Il tragico in Dio diventa così la vera rivelazione di ciò che siamo: solo grazie a questa rivelazione è possibile percepire in tutta la sua tragicità la contingenza del mondo. Proprio così, però, la redenzione è possibile: se Dio abita l’impotenza, questa è redenta. Solo l’infinita compassione riscatta la scena di questo mondo che passa, senza indebolirne la contingenza, esaltandola anzi nella sua dignità perché fatta propria dal Redentore.<br /><br />Un’attenta lettura della Lettera ai Romani dimostra che il messaggio cristiano è tutt’altro che la distruzione del tragico attraverso un moralismo facile, bensì l’evoluzione del tragico nella condizione stessa di quanti sperimentano la debolezza e la sofferenza, pur essendo stati giustificati per la loro adesione a Cristo. Il tragico cristiano coinvolge non soltanto il Figlio, ma anche Dio che non lo ha risparmiato per noi, e lo Spirito che condivide il nostro gemito e quello di tutta la creazione. Solo un Dio che abita la tragicità porta in essa la buona novella della grazia: solo il Dio umano, che si carica del peso del male che devasta la terra, può liberarci e liberare il mondo. Il male è stato assunto in Dio, l’unico che così poteva vincerlo. Questo dice la Lettera ai Romani, di così bruciante attualità di fronte al nostro presente e alla sua condizione di naufragio, che non cerca facili salvatori, ma una prossimità altra e profonda capace di restituire il senso del cammino comune. È Paolo a dirci che, in Cristo, Dio si è fatto compagno del dolore umano e fondamento della speranza possibile: in questa “follia”, il suo messaggio.<br /><br />Nel paradosso di questo “vangelo tragico” sta tutta la sua provocatoria attualità: è qui che la speranza cristiana si mostra per quello che è: non evasione consolatoria, ma anticipazione militante dell’avvenire entrato in questo mondo nel Figlio, che ha abitato il nostro dolore, il male che ci ferisce e la morte. Proprio l’esperienza e il riconoscimento di questo “male radicale” ci chiamano a un più bene grande, che non può esser frutto solo della carne e del sangue, ma viene da altrove. Dal male solo Dio ci può salvare: non un qualunque Dio, ma quello che ha abitato nella nostra condizione tragica e l’ha fatta sua, per vincerla al posto nostro e per noi. Il Dio della carità infinita: il Dio di Gesù Cristo. E il dono di Osorio diventa seme per vincere il male con il bene.<br /><br />Osorio martire della giustizia<br /><br />I tristissimi avvenimenti che hanno portato alla brutale uccisione del nostro Osorio fanno pensare ad una testimonianza piena ed autentica, ad un martirio della giustizia. Per un cristiano, Gesù Cristo è il testimone fedele ed autentico e i suoi discepoli sono i suoi testimoni. E i martiri sono, secondo l’etimologia del termine, dei testimoni, anzi i testimoni per eccellenza, tanto che in essi la testimonianza trova il suo compimento.<br />I martiri sono ammonitori scomodi, manifestano tratti di una durezza sconcertante, che nella società attuale provoca in molti uno strano malessere.<br />Osorio diceva che non si può tacere davanti alle ingiustizie, davanti al male. Per i primi cristiani, i martiri avevano una strettissima unione a Cristo; erano il compimento non solo del suo amore perfetto, ma anche della sua cruenta morte sulla croce.<br />Alcune considerazioni:<br />La confessione di fede e l’impegno per la realizzazione del regno di Dio non possono essere visti come due realtà disgiunte tra di loro. Per le prime comunità cristiane, la testimonianza non era un affare esclusivamente privato ma richiedeva una confessione pubblica, con evidenti ripercussioni anche di tipo politico sulla vita pubblica dei fedeli, in netto contrasto con la concezione totalitaria del culto romano dell’imperatore. Contro di lui, si reclamava infatti il diritto di Dio all’obbedienza degli uomini.<br />Tutto ciò si intrecciava e si combinava, a sua volta, con l’annuncio del regno di Dio e della sua giustizia e il Discorso della montagna, con i moniti a favore dell’impegno per la giustizia, che poteva condurre anche al martirio, alla persecuzione e alla morte, come Gesù stesso aveva annunciato e incarnato esemplarmente nella sua persona. L’impegno per la realizzazione del regno di Dio, dopo l’attestazione della fede nella creazione, deve essere visto come seconda motivazione fondamentale della concezione teologica del martirio. I perseguitati a causa della giustizia possono quindi legittimamente essere definiti martiri nel senso proprio e “qualificati testimoni di Cristo”. <br />Occorre tenere nella massima considerazione l’intreccio tra amore di Dio e amore del prossimo, come emerge da tutti i testi del Nuovo Testamento, che non ammette eccezioni: per Cristo non soffre solo chi tribola per la fede in Cristo, ma anche colui che per amore di Cristo soffre per qualsiasi opera della giustizia come il nostro caro Osorio.<br /><br />Il dolore della mamma<br /><br />Pensando alla tragica fine di Osorio, come non pensare alla sua mamma che, dopo l’immensa gioia di vederlo vescovo, lo trova ucciso da malvagi? Proprio come la madre di Gesù, il figlio inchiodato sulla croce… Come non immaginare - la tradizione popolare ce ne parla - il camminare della Vergine Maria accanto al Figlio verso il Calvario? La cosa strana è che di quel suo cammino, nei Vangeli, non si dice niente; non si riporta nemmeno un sospiro, un pianto, un grido. La troviamo, però, sotto la croce. Maria non apre bocca, non dice una parola. Possiamo immaginare le parole. Saranno state parole cariche di amore, come solo le mamme sanno pronunciare, come il Figlio le ha insegnato.<br />In questa situazione, si colloca il significato della morte nella vita del missionario: dove per morte s’intendono anche dolore e croce, tribolazione e prova, immolazione e sacrificio. Sì, si tratta d’una delle idee fondamentali e, direi, costitutive dell’apostolato in genere e di quello missionario in particolare. Il Missionario o regala e impegna tutta la sua vita mettendola a totale disposizione dei più bisognosi, o non è missionario.<br />L’apostolo è, per sua natura, una persona immolata e sacrificata nel modo più radicale e totalizzante. San Paolo, che si presenta come l’apostolo ideale, usa un frasario impressionante ed efficientissimo.<br />Secondo lui, l’apostolo è un uomo destinato alla morte, come una pecora da macello: perseguitato e abbandonato da tutti, deve affrontare fatiche e tribolazioni d’ogni genere. Paolo soffre per i suoi figli come una madre e, come una madre, li genera nel dolore, li protegge e li tiene caldi al seno; come una madre, è sempre in angoscia e si strugge; come una madre, ha l’onore e la gioia supremi di comunicare la vita con la sua morte.<br />Questa immagine splendida è usata anche da Gesù che si è compiaciuto di dire: “La madre, quando è arrivata la sua ora, soffre, ma quando ha dato alla luce il suo bambino, gode per la grande gioia che è arrivato al mondo un altro uomo!”.<br />L’immagine della madre che soffre ce ne richiama un’altra fondamentale e importante: quella di Abramo, nostro padre nella fede, che porta suo figlio Isacco, il suo “unico figlio che amava”, sul monte Moria per immolarlo, offrirlo a Dio. Anche la madre del missionario sacrifica, immola suo figlio a Cristo e ai suoi fratelli più bisognosi. Anche la madre imita e ripete il gesto eroico di Abramo, che, portando suo figlio sul monte, piange e soffre; tuttavia, ubbidisce coraggiosamente alla parola di Dio che mette alla prova la sua fede. Anche la madre, come Abramo, piange e soffre ancora i sacri dolori del parto generando il figlio all’apostolato missionario.<br />Si tratta di una seconda generazione e di un’altra fecondità, che necessariamente devono costare lacrime e sangue, secondo la sacra legge della generazione: “darai alla luce soffrendo!”. E, se grande è il dolore della madre che genera secondo la carne, tanto più grande dev’essere il dolore della madre che rigenera il figlio all’apostolato. Ma tanto più grande sarà anche la sua gioia. Dolore, gioia e apostolato sono un trinomio sacramentale indiscutibile.<br />È la legge pensata da Dio e sigillata dalla vita e dall’insegnamento di Gesù, che è morto in croce per noi e ci ha detto: “Se il grano di frumento, caduto in terra non muore, rimane solo”. Senza la morte del grano, la spiga e il buon pane che ci nutre sono impossibili. Rifiutare la sacra legge della morte e del dolore, del sacrificio e dell’immolazione, è scegliere il castigo tremendo dell’infecondità e della morte: in questo modo, la vita si spegne inesorabilmente.<br />Come la madre, anche il missionario deve farsi buon Pane spezzato e buon Vino versato, esattamente come Cristo nell’Eucaristia, che ripete il gesto supremo della sua morte per la nostra vita. Come la madre, anche l’apostolo deve vivere ciò che avviene sull’altare: farsi quotidianamente buon pane spezzato e buon vino versato. In questa quotidiana sacramentale immolazione, egli troverà tutta la sua gioia e il successo del suo apostolato missionario. Non possiamo non pensare alle celebri parole che la mamma di san Giovanni Bosco gli disse nel giorno della sua ordinazione sacerdotale: “Ricordati, figlio mio, che essere prete vuol dire soffrire”.<br />Concludendo questi pensieri sparsi, possiamo dire che il nostro Osorio ha lottato e ha donato la sua vita per questo. Affermando che la differenza la fa chi lotta, chi insegna a lottare, chi si offre e chi soffre. La differenza la fa chi insiste. La differenza la fa chi dal dolore non scappa e chi di sogni non ne ha più, ma continua a sognare. Chi non spera di vivere per sempre ma per sempre di vivere. Chi si salva da solo<br />perché gli altri hanno altro da fare. Chi non tace la felicità e per questo abbraccia più forte che può e, quando il freddo è finito, continua a tremare. La differenza la fa chi della solitudine ascolta il silenzio e chi del prendersi cura ne fa poesia. La differenza preferisce i fatti alle parole; per questo, sono in pochi a farla. Perché la differenza, come sempre, la fa chi rischia, chi resta, chi ama.<br />E lui, donando la vita per la causa della giustizia e di Cristo, ha amato restando un seme che produce frutti abbondanti! <br /><br />*Missionario della ConsolataThu, 18 Jun 2026 08:19:09 +0200EUROPA/SPAGNA - Canarie, “una frontiera che diventa ponte”: la riflessione del Delegato di Caritas Tenerife dopo la visita di Leone XIVhttps://www.fides.org/it/news/77816-EUROPA_SPAGNA_Canarie_una_frontiera_che_diventa_ponte_la_riflessione_del_Delegato_di_Caritas_Tenerife_dopo_la_visita_di_Leone_XIVhttps://www.fides.org/it/news/77816-EUROPA_SPAGNA_Canarie_una_frontiera_che_diventa_ponte_la_riflessione_del_Delegato_di_Caritas_Tenerife_dopo_la_visita_di_Leone_XIVSanta Cruz de Tenerife – La visita di Papa Leone XIV alle Isole Canarie ha lasciato un segno profondo nella Chiesa locale e ha rafforzato il ruolo dell’arcipelago come luogo di accoglienza e di incontro tra continenti. Lo sottolinea Juan Pedro Rivero González, delegato diocesano di Caritas Tenerife, in una riflessione condivisa con l’Agenzia Fides al termine del viaggio apostolico del Pontefice in Spagna.<br /><br />Secondo Rivero González, la presenza di Leone XIV nelle Canarie ha assunto un valore che supera la dimensione locale e va oltre il significato puramente pastorale. «Per chi vive in queste isole, abituate a guardare contemporaneamente verso l’Europa, l’Africa e l’America, le sue parole hanno risuonato come una conferma di una vocazione che fa parte della nostra stessa identità: essere terra di accoglienza, di incontro e di passaggio», afferma Rivero González.<br />Il delegato diocesano evidenzia come la presenza del Papa abbia richiamato l’attenzione sulla realtà migratoria vissuta dall’arcipelago, una delle principali porte d’ingresso in Europa per migliaia di persone provenienti dall’Africa. Secondo Rivero González, «il Santo Padre non è venuto semplicemente a osservare una situazione sociale complessa. Ha voluto essere presente proprio là dove la dignità umana viene messa alla prova».<br /><br />Riferendosi agli incontri che Leone XIV ha avuto con i migranti a Gran Canaria e a Tenerife, Rivero González sottolinea che «le sue parole rivolte a quanti rischiano la vita attraversando l’Atlantico alla ricerca di un futuro migliore hanno ricordato a tutta la Chiesa che dietro ogni numero c’è un volto, una storia e una speranza». In questo contesto, aggiunge, «quando ha affermato di voler chinarsi davanti alla dignità dei migranti, ha riportato al centro del dibattito una verità essenziale del Vangelo: la persona umana vale più di qualsiasi frontiera, interesse o calcolo politico».<br />«Tuttavia –prosegue nella sua riflessione– il messaggio del Papa non si è limitato a un appello alla solidarietà. È stato anche un invito alla conversione pastorale. In questi giorni le Canarie hanno potuto sperimentare che la missione comincia dall’ascolto. Dall’ascolto della sofferenza, delle domande, delle paure e delle speranze di chi approda sulle nostre coste. Una Chiesa che sa ascoltare è una Chiesa che può annunciare con credibilità la speranza cristiana», aggiunge il delegato di Caritas.<br /><br />A suo avviso, uno degli insegnamenti più profondi lasciati dalla visita del Pontefice è «la consapevolezza che le periferie non sono soltanto luoghi geografici. Sono spazi umani in cui qualcuno attende di essere riconosciuto, accompagnato e amato». Per questo motivo, osserva, «le isole, situate all’estremo occidentale dell’Europa, sono diventate per alcuni giorni un simbolo della missione universale della Chiesa. Da questa frontiera atlantica, Leone XIV ci ha ricordato che il Vangelo spinge sempre verso l’incontro e che nessuna comunità cristiana può chiudersi in se stessa».<br /><br />Al termine della sua visita a Tenerife, ricorda ancora Rivero González, il Papa ha invitato tutti ad «alzare lo sguardo», un’espressione che, a suo giudizio, riassume il significato di questi giorni per la Chiesa delle Canarie. «Guardare oltre i nostri problemi immediati, oltre le nostre sicurezze e anche oltre le nostre frontiere. Guardare il fratello, guardare il mondo con speranza e guardare Cristo, che continua a venirci incontro nei più vulnerabili. Per la Chiesa nelle Canarie, questa sarà probabilmente l’eredità più duratura di questi giorni davvero indimenticabili».<br /> Thu, 18 Jun 2026 07:51:00 +0200AFRICA/MALI - Nominato il nuovo direttore delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77815-AFRICA_MALI_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77815-AFRICA_MALI_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_MissionarieAFRICA/MALI - Il Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione , ha nominato, in data 30 aprile 2026, don Cyprien Diarra della diocesi di Ségou, Direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Mali per un periodo di cinque anni . Il neo direttore delle POM in Mali è nato nel 1970 a Béléko Diawarela. Ha compiuto gli studi scolastici tra Béléko e Niono , per poi dedicarsi dal 1986 al 1989 alla formazione per lavorare i metalli presso il Centro Padre Michel con i Salesiani a Bamako. <br />Dal settembre 1989 ad agosto 1992 è impiegato presso Air Liquide in Mali, "Maligaz" e milita nelle fila della Gioventù operaia cristiana. <br />Dall’ottobre del1992 al giugno 1996 si forma presso il seminario minore a Dapaong in Togo, successivamente dall’ottobre del 1996 al giugno 2003 prosegue la formazione presso il seminario maggiore Sant'Agostino a Samaya mentre da settembre 2003 ad agosto 2005 svolge il ruolo di segretario presso la diocesi di Ségou. <br />Ordinato sacerdote nel 2004, don Diarra da settembre 2005 ad agosto 2009 svolge la mansione di vicario presso la parrocchia della cattedrale di Ségou in qualità di coordinatore diocesano per la Santa Infanzia e le vocazioni; coordinatore parrocchiale per la Santa Infanzia, le vocazioni, la catechesi e le trasmissioni radiofoniche. Da settembre 2009 a luglio 2010 è anche amministratore della parrocchia della cattedrale di Ségou. A settembre 2010 viene a Roma per studiare e ottenere la licenza in teologia spirituale presso l'Università Teresianum e si trattiene fino al 2012, mentre da gennaio a giugno del 2013 frequenta il corso di formazione per direttori spirituali presso il Centro Spirituale dei Gesuiti, Le Châtelard, a Lione, in Francia. <br />Da settembre 2013 a luglio 2019 assume il ruolo di vicario presso la parrocchia di Nostra Signora del Sahel a Niono con i seguenti incarichi: responsabile della commissione diocesana per i gemellaggi, membro della commissione diocesana per la formazione; responsabile dei giovani parrocchiali, coordinatore del programma radiofonico, coordinatore della catechesi; e responsabile delle finanze e della segreteria parrocchiale. Da agosto 2019 ad agosto 2020 prende un anno sabbatico e si ritira in un monastero in Guinea dedicandosi alla formazione in studi islamici presso l'IFIC di Bamako. Poi a luglio e agosto 2021 effettua un corso di aggiornamento ICOF ad Abidjan. Da settembre 2020 ad oggi ricopre il ruolo di parroco di San Pietro Claver a Fana, mentre da giugno 2021 a giugno al 2024 è stato segretario generale dell'Unione Diocesana dei sacerdoti di Ségou.<br />Attualmente è direttore diocesano delle Pontificie Opere Missionarie; Coordinatore Diocesano per i gemellaggi e la cooperazione missionaria.<br /> <br /><br /><br /><br />Wed, 17 Jun 2026 13:12:18 +0200AFRICA/ZIMBABWE - Diamanti e povertà: a Chiadzwa aumenta la produzione, ma le comunità locali restano ai marginihttps://www.fides.org/it/news/77814-AFRICA_ZIMBABWE_Diamanti_e_poverta_a_Chiadzwa_aumenta_la_produzione_ma_le_comunita_locali_restano_ai_marginihttps://www.fides.org/it/news/77814-AFRICA_ZIMBABWE_Diamanti_e_poverta_a_Chiadzwa_aumenta_la_produzione_ma_le_comunita_locali_restano_ai_marginiHarare - Un incremento della produzione da 3,8 milioni di carati nel 2025 a 5 milioni nel 2026. È quanto annunciato dalla Zimbabwe Consolidated Diamond Company in relazione al sito estrattivo di Chiadzwa, nel distretto di Mutare, nella provincia di Manicaland, nella parte orientale dello Zimbabwe.<br /><br />Nonostante il rallentamento del mercato globale dei diamanti e la crescente concorrenza delle gemme sintetiche, la dirigenza della ZCDC sta proseguendo l'ampliamento dell'impianto di lavorazione dell'Area 3 di Chiadzwa. La sezione dedicata al recupero dei diamanti dovrebbe essere completata entro il 30 agosto 2026. L'obiettivo è aumentare l'efficienza e la capacità produttiva del sito.<br /><br />Le attività estrattive di Chiadzwa sono da anni al centro di controversie che vedono contrapposti la ZCDC e alcuni minatori artigianali, da una parte, e agricoltori e comunità locali, dall'altra.<br /><br />Gli abitanti di Chiadzwa continuano infatti a vivere in condizioni di povertà nonostante gli ingenti giacimenti diamantiferi, sfruttati dall'industria mineraria da quasi vent'anni. Le strade versano ancora in uno stato di grave degrado e le infrastrutture, comprese quelle sanitarie ed educative, restano in condizioni precarie. La popolazione ha inoltre subito sfratti forzati, mentre minatori industriali e artigianali si sono appropriati di terre comunitarie con il sostegno delle forze di sicurezza statali. Anche il bestiame è esposto a rischi significativi: può precipitare negli scavi lasciati aperti oppure essere contaminato dagli scarichi e dai rifiuti delle attività minerarie. L'intensa estrazione ha inoltre compromesso la fertilità dei terreni e alimentato la competizione tra agricoltori e minatori per l'accesso alle risorse idriche.<br /><br />Il caso di Chiadzwa è stato discusso durante la National Conference on Dialogue and Mediation in Mining-Affected Areas, tenutasi ad Harare dal 3 al 4 giugno. L'iniziativa è stata promossa dal Symposium of Episcopal Conferences of Africa and Madagascar , in collaborazione con l'Inter-Regional Meeting of the Bishops of Southern Africa .<br /><br />Nella dichiarazione conclusiva della Conferenza si sottolinea che «nonostante le ingenti ricchezze minerarie, le comunità che vivono nelle aree interessate dalle attività estrattive continuano a rimanere in condizioni di povertà, mentre molte delle promesse formulate dagli investitori non sono state mantenute».<br /><br />Per affrontare questa situazione, i partecipanti hanno raccomandato l'adozione di misure concrete volte a garantire una maggiore trasparenza nelle attività minerarie e nella gestione dei relativi profitti; a favorire la partecipazione delle comunità locali ai processi decisionali e di monitoraggio delle imprese estrattive; a rafforzare i meccanismi di prevenzione e risoluzione dei conflitti; e ad assicurare il rispetto delle normative ambientali e del lavoro, con particolare attenzione alla lotta contro il lavoro minorile. <br />Wed, 17 Jun 2026 10:53:31 +0200ASIA/FILIPPINE - Continue scosse di assestamento non favoriscono gli aiuti alle popolazioni colpite dal sismahttps://www.fides.org/it/news/77813-ASIA_FILIPPINE_Continue_scosse_di_assestamento_non_favoriscono_gli_aiuti_alle_popolazioni_colpite_dal_sismahttps://www.fides.org/it/news/77813-ASIA_FILIPPINE_Continue_scosse_di_assestamento_non_favoriscono_gli_aiuti_alle_popolazioni_colpite_dal_sismaMindanao – Continuano a susseguirsi centinaia di scosse di assestamento dopo il terremoto di magnitudo 7.8 registrato lo scorso 8 giugno dell'isola meridionale di Mindanao . Nello specifico si tratta di eventi sismici di minore entità registrati il 15 giugno scorso che fortunatamente non hanno aggravato la situazione ancora molto precaria per le popolazioni colpite. Il bilancio delle vittime rimane ancora provvisorio, numerose persone risultano ancora disperse, come anche infrastrutture gravemente danneggiate con conseguenti problemi di accessibilità alle zone colpite. <br /><br />Tra gli interventi a favore delle popolazioni, Camillian Disaster Service International, l’organizzazione umanitaria dell’Ordine dei Ministri degli Infermi , sta mobilitando un'operazione di soccorso a favore dei sopravvissuti. Secondo quanto riferito dai Camilliani, le popolazioni indigene vulnerabili, le comunità Moro, i pescatori e le famiglie contadine rurali sono quelli maggiormente colpiti.<br /><br />Il bilancio fornito da CADIS, riporta all’11 giugno 2026 un impatto umanitario devastante che continua ad aumentare. I decessi segnalati sono 61, i feriti 688, i dispersi 40, 75.324 le famiglie colpite, 12.641 le case danneggiate . Migliaia di famiglie rimangono sfollate, dormono all'aperto in rifugi di fortuna o in affollati centri di evacuazione. Gli sfollamenti sono causati dal timore di crolli strutturali, proprio a causa delle scosse di assestamento, tra cui una di magnitudo 5,9 registrata il 10 giugno. Le stime preliminari riportano compromesse strutture essenziali come ospedali e scuole, strade, ponti, reti di comunicazione e linee elettriche. Inoltre, le continue interruzioni delle comunicazioni e le strade impraticabili fanno sì che diversi ‘barangay’ sulla costa e dell'entroterra rimangano isolati, ritardando la consegna degli aiuti essenziali e la valutazione completa dei danni. Sono ancora migliaia le famiglie in attesa di aiuti.<br /><br />L’organizzazione umanitaria dei missionari Camilliani è guidata dalla sezione di Mindanao della CTF Filippine in collaborazione con altre agenzie di risposta locali come il Consortium for People’s Development Disaster Response e la Sisters Association of Mindanao . Da una rapida valutazione, Cadis International sollecita il bisogno urgente di beni essenziali tra i quali riso, pacchi alimentari e acqua potabile pulita. Alloggi di emergenza, teloni, fogli di plastica, materiali da costruzione, coperte e materassini. Forniture di primo soccorso, medicinali essenziali e kit per l'igiene. Supporto psicosociale, in particolare per i bambini e le famiglie sfollate. Le organizzazioni comunitarie locali hanno già avviato operazioni di soccorso, nonostante le risorse siano estremamente limitate. <br /><br />Le Filippine hanno una lunga e drammatica storia sismica. Il Paese si trova infatti lungo l’Anello di Fuoco del Pacifico, una delle zone più attive del pianeta. Negli ultimi anni, è stato colpito da diversi terremoti significativi: il 30 settembre del 2025 un forte sisma, di magnitudo 6,9, ha distrutto o danneggiato numerosi edifici all'estremità settentrionale dell'isola di Cebu ; nel 2019 una serie di scosse devastanti nell’isola di Mindanao causò ingenti danni ; nel 2013 il terremoto di Bohol, di magnitudo 7. 2, distrusse chiese storiche e provocò oltre 200 vittime . Nel 1976 un forte sisma generò uno tsunami catastrofico che uccise migliaia di persone.<br /><br /> <br />Wed, 17 Jun 2026 10:50:59 +0200I Cori delle Università cattoliche della regione Asia-Pacifico riuniti in Simposio a Hong Konghttps://www.fides.org/it/news/77812-I_Cori_delle_Universita_cattoliche_della_regione_Asia_Pacifico_riuniti_in_Simposio_a_Hong_Konghttps://www.fides.org/it/news/77812-I_Cori_delle_Universita_cattoliche_della_regione_Asia_Pacifico_riuniti_in_Simposio_a_Hong_KongHong Kong - Sono oltre gli studenti universitari riunitisi a Hong Kong per partecipare al primo Simposio Corale delle Università cattoliche dell’Asia-Pacifico del 2026.<br />L’evento, della durata di cinque giorni e intitolato “Armonia nella diversità”, si tiene dal 17 al 21 giugno presso la St. Francis University di Hong Kong. Il suo obiettivo è promuovere l’eccellenza musicale, favorire il dialogo interculturale e sostenere la formazione alla fede dei giovani che frequentano le università cattoliche.<br /><br />Il simposio, aperto da un concerto liturgico presso la chiesa di Sant’Andrea, prevede workshop, masterclass, conferenze, prove e esibizioni ospitati nel Campus universitario.<br /><br />Ila direzione artistica del Simposio - riferisce Radio Veritas Asia - è affidata a Ko Matsushita, noto compositore giapponese che coristi provenienti da diversi Paesi a preparare insieme una esibizione collettiva con canti sacri e contemporanei utilizzare dai cori della regione Asia-pacifico. Il Simposio si concluderà con un concerto pubblico ospitato dal Tsuen Wan Town Hall Auditorium. <br />Tra I coristi partecipanti al Simposio figurano anche quelli della Università cattolica Fu Jen alcuni coristi della De La Salle University e della Universidade Católica Timorose. Wed, 17 Jun 2026 10:50:41 +0200