Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.ASIA/INDONESIA - Il Vescovo di Larantuka, dopo il sisma: “Avvertiamo tanta solidarietà e restiamo uniti”. “Le vocazioni a Flores: un dono per tutta la Chiesa”https://www.fides.org/it/news/78246-ASIA_INDONESIA_Il_Vescovo_di_Larantuka_dopo_il_sisma_Avvertiamo_tanta_solidarieta_e_restiamo_uniti_Le_vocazioni_a_Flores_un_dono_per_tutta_la_Chiesahttps://www.fides.org/it/news/78246-ASIA_INDONESIA_Il_Vescovo_di_Larantuka_dopo_il_sisma_Avvertiamo_tanta_solidarieta_e_restiamo_uniti_Le_vocazioni_a_Flores_un_dono_per_tutta_la_Chiesadi Paolo Affatato<br /><br />Larantuka – «La situazione nella mia diocesi è ancora caratterizzata da sofferenza e precarietà: ma avvertiamo tanta solidarietà e questo ci commuove e ci incoraggia». Yohanes Hans Monteiro, da pochi mesi alla guida della diocesi di Larantuka, nella parte orientale dell'isola indonesiana di Flores, racconta all’Agenzia Fides la vita di una comunità che, in queste settimane, accompagna la popolazione ancora segnata dalla paura e dalla provvisorietà. Il terremoto che ha colpito Flores il 15 agosto scorso, con magnitudo 7,7, ha provocato vittime e gravi danni in diverse aree dell'isola. La rete di Caritas Indonesia e le diocesi locali hanno avviato un intervento coordinato per l'assistenza alla popolazione colpita.<br /><br />A Larantuka i danni sono stati relativamente contenuti, ma la situazione resta fragile, anche perché il terremoto si inserisce in un contesto già segnato dall'attività vulcanica. «È un disastro venuto dopo l'eruzione di un vulcano a Larantuka, due anni fa», racconta il Vescovo. «Alcuni dei fedeli erano già dovuti fuggire in un altro luogo e sono profughi. Il vulcano rappresenta ancora una minaccia».<br />Sono sfollati interni che la Chiesa cerca di accompagnare attraverso la Caritas. «Sono preoccupato per la mia gente che vive in questa regione in condizioni precarie», spiega Monteiro. «A Flores, dopo il terremoto, c'è ancora paura, la gente è scossa». Ma accanto alla paura il Vescovo vede anche una incoraggiante risposta di solidarietà: «Questo terremoto ha generato molta solidarietà. Devo dire che tutto il popolo indonesiano, tramite le istituzioni civili e la Caritas, ci sta aiutando».<br />La risposta, aggiunge, non è soltanto quella della sua diocesi. I Vescovi dell’isola di Flores sono in contatto tra loro per coordinare gli aiuti e sostenersi reciprocamente. «Siamo molto uniti e questo ci rafforza», afferma. La comunione è stata sperimentata in modo particolare davanti alla tragedia del Seminario Maggiore Interdiocesano San Pietro di Maumere, che ha riportato gravi lesioni e crolli parziali: lì un giovane seminarista della diocesi di Labuan Bajo è morto in ospedale a causa delle ferite riportate. «Abbiamo vissuto insieme questa tragedia e manifestato la nostra vicinanza», racconta Monteiro. «Siamo in comunione con la preghiera e con la condivisione materiale, per trovare insieme soluzioni». La Chiesa locale avverte anche «la vicinanza e il sostegno» della Conferenza episcopale indonesiana.<br /><br />In questa situazione di emergenza si trova una diocesi caratterizzata da una forte presenza cattolica e da una particolare vivacità nelle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Secondo i dati condivisi dal Vescovo, Larantuka conta circa 250mila cattolici, 55 parrocchie e circa 150 sacerdoti, tra diocesani e religiosi. I dati confermano il peso significativo della presenza cattolica nel territorio.<br />«Nella nostra Chiesa abbiamo molti sacerdoti, dai sacerdoti diocesani ai sacerdoti delle congregazioni religiose. Significa che è una diocesi benedetta dal Signore con tante vocazioni», osserva Monteiro. La formazione dei futuri sacerdoti passa anche attraverso il Seminario interdiocesano, una presenza ormai storica nell’isola. «Siamo nel “cuore cattolico dell'Indonesia” e le vocazioni fioriscono – possiamo dirlo con questo termine, proprio a Flores – per nutrire la Chiesa non solo in Indonesia, ma in tutto il mondo».<br />È una vocazione missionaria che supera i confini dell'isola: «Da questo Paese, da questa regione, molti vanno nel mondo per l'evangelizzazione», sottolinea. Secondo il Vescovo, circa un migliaio tra sacerdoti e religiose originari di Flores sono oggi impegnati in missioni e comunità in tutto il mondo, oltre 300 di loro provenienti dalla sola diocesi di Larantuka. «Queste vocazioni sono un dono speciale da parte di Dio ma non sono 'solo per noi': sono un dono per la Chiesa universale, per tutte le Chiese del mondo, là dove c'è bisogno».<br /><br />Monteiro legge questa storia anche attraverso il nome stesso dell'isola. Nel XVI secolo, ricorda, i navigatori portoghesi chiamarono Flores l'isola che avevano incontrato, colpiti dalla sua vegetazione floreale. Con loro arrivarono i missionari domenicani dal Portogallo: «Hanno seminato il Vangelo, e il giardino di Flores ha cominciato a fiorire, con i fiori della fede, della speranza e della carità».<br />Quella storia missionaria sopravvive oggi in una fede profondamente radicata nella cultura locale. A Larantuka la devozione popolare conserva ancora tracce della presenza dei missionari portoghesi, soprattutto durante i riti della Settimana Santa. «La gente ha una fede salda e la esprime con la devozione popolare e con la carità fraterna», racconta il vescovo. Tra le tradizioni più sentite, quelle ereditate da secoli, ci sono il pellegrinaggio e la preghiera presso la cappella di Tuan Ana, dedicata alla Passione di Cristo, e presso la cappella della Madre di Dio.<br />La trasmissione della fede passa anche attraverso una catechesi costante: «I tempi forti dell'Anno liturgico, Avvento e Quaresima, sono dedicati alla catechesi. I nostri catechisti preparano ogni anno un programma con il sacerdote e tengono cicli di catechesi nei villaggi e nelle parrocchie». Particolare attenzione viene riservata ai giovani: «Cerchiamo di motivare i giovani a leggere la Bibbia e a passare dal Vangelo alla vita. Sono molti i giovani che vengono in chiesa e su di loro, sulla loro fede e sulla loro carità, si fonda il presente della nostra comunità. I giovani sono la nostra speranza».<br /><br />La Chiesa cattolica opera dentro una società nella quale, diversamente da quanto accade in molte altre regioni dell'Indonesia, i cattolici costituiscono la maggioranza. «Oltre il 90% della gente è cattolica», afferma Monteiro, ricordando che nel territorio di Larantuka i musulmani sono una piccola minoranza, circa il 2%. Tale condizione, per il Vescovo, non cambia la necessità e la via maestra del dialogo: «Sia quando si è una minoranza, sia quando si è una maggioranza, l'approccio è sempre il dialogo, per costruire la convivenza e la fraternità».<br />A Larantuka, spiega, il dialogo interreligioso non consiste nel discutere di questioni teologiche, ma è piuttosto un modo di vivere insieme. «Dialogo non significa tanto “parlare di Dio”, ma è vivere insieme, collaborare, costruire una società armoniosa». È quello che definisce un «dialogo di vita, capace di generare speranza anche quando la realtà è segnata dalle difficoltà».<br />«Siamo molto uniti, nella comunità ecclesiale, e costruiamo ponti di collaborazione e di unità nella società», ripete il Vescovo. Nella situazione attuale dell'isola, mentre paura e precarietà toccano la vita della gente, la fede non elimina le ferite, ma spinge a non affrontarle da soli.<br /><br />Fri, 02 Oct 2026 12:08:31 +0200AFRICA/REPUBBLICA CENTRAFRICANA - Nominato il nuovo direttore delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/78245-AFRICA_REPUBBLICA_CENTRAFRICANA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/78245-AFRICA_REPUBBLICA_CENTRAFRICANA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_MissionarieCittà del Vaticano - ll Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione , ha nominato, in data 10 agosto 2026, S.E. Mons Juan José Aguirre Muñoz M.C.C.J., direttore delle Pontificie Opere Missionarie nella Repubblica Centrafricana, per un periodo di cinque anni .<br />Secondo Vescovo di Bangassou, 72 anni di età , 46 di sacerdozio e 28 di episcopato , è stato nominato Coadiutore nel 1997 , ed è succeduto per coadiutoria nel 2000. Il 24 giugno 2026 il Santo Padre ha accettato la sua rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Bangassou . Gli è succeduto S.E. Mons. Aurelio Gazzera, O.C.D., già Vescovo Coadiutore della medesima Sede.<br /> Fri, 02 Oct 2026 11:29:44 +0200AFRICA/ZAMBIA - Preoccupazione dei Vescovi africani per l'arresto dell'Arcivescovo Bandahttps://www.fides.org/it/news/78244-AFRICA_ZAMBIA_Preoccupazione_dei_Vescovi_africani_per_l_arresto_dell_Arcivescovo_Bandahttps://www.fides.org/it/news/78244-AFRICA_ZAMBIA_Preoccupazione_dei_Vescovi_africani_per_l_arresto_dell_Arcivescovo_BandaLusaka –"A nome del Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar , desideriamo esprimere la nostra solidarietà fraterna e la nostra vicinanza nella preghiera alla Conferenza Episcopale dello Zambia e, in modo particolare, a Sua Eccellenza Mons. Alick Banda, Arcivescovo di Lusaka, in questo momento difficile per la vita della Chiesa in Zambia". Così i Vescovi africani riuniti nel SECAM esprimono la loro solidarietà nei confronti dei loro omologhi dello Zambia e, in particolare, di Mons. Alick Banda, Arcivescovo di Lusaka, che era stato arrestato alla fine di settembre.<br />"Abbiamo appreso con grande preoccupazione delle recenti vicende che hanno coinvolto l'Arcivescovo Banda, a seguito della sua convocazione da parte della Commissione per la lotta contro gli stupefacenti dello Zambia il 28 settembre 2026, nell'ambito di indagini in corso", continua la dichiarazione, rilasciata il 1° ottobre.<br />Il 28 settembre Mons. Banda era stato arrestato e incriminato dalla Commissione per la lotta contro gli stupefacenti dello Zambia per il possesso di una Toyota Hilux che sarebbe stata ottenuta in modo illecito. Secondo la DEC, che si occupa anche di riciclaggio di denaro e reati finanziari, vi sarebbe il "fondato sospetto che la Toyota Hilux sia stata ottenuta illecitamente dalla Zambia Revenue Authority".<br />Mons. Banda si è dichiarato non colpevole davanti al tribunale di Lusaka ed è stato rilasciato su cauzione di 80.000 kwacha , dopo aver trascorso una notte in custodia cautelare.<br />La notizia dell'arresto del loro Arcivescovo ha spinto i fedeli a riunirsi in preghiera nella cattedrale di Lusaka.<br />L'arresto di Mons. Banda viene messo in relazione con quello di diverse figure dell'opposizione, arrestate dopo le elezioni del 13 agosto, tra cui il principale candidato dell'opposizione, Brian Mundubile. Undici persone erano state arrestate il giorno successivo al voto durante un blitz delle forze di sicurezza nell'abitazione di Mundubile, operazione nel corso della quale era stato ucciso a colpi d'arma da fuoco l'ex ministro Mutotwe Kafwaya .<br />I Vescovi dello Zambia hanno indetto una sessione plenaria straordinaria della ZCCB il 29 settembre, sotto la presidenza di Mons. Ignatius Chama, Arcivescovo di Kasama. Nel loro comunicato finale, i presuli avevano affermato: "Se le fondamenta vengono distrutte, che cosa può fare il giusto?" , avvertendo che i pilastri democratici del Paese stanno crollando sotto il peso della polarizzazione politica, delle intimidazioni e degli arresti arbitrari.<br />I Vescovi hanno collegato la crescente tensione alle contestate elezioni generali del 13 agosto, che – a loro avviso – hanno minato la fiducia dell'opinione pubblica nelle istituzioni democratiche. "La fiducia dei cittadini nelle elezioni è fondamentale per la legittimità e la stabilità delle istituzioni democratiche", affermano.<br />La dichiarazione elenca una serie di preoccupazioni: la strumentalizzazione delle identità tribali, la restrizione degli spazi per la libera espressione, le vessazioni ai danni dei partiti di opposizione e l'indebolimento dello Stato di diritto. <br />Fri, 02 Oct 2026 11:01:08 +0200ASIA/KAZAKHSTAN - La cura come linguaggio di pace: religioni in dialogo sulla dignità dei bambini vulnerabilihttps://www.fides.org/it/news/78243-ASIA_KAZAKHSTAN_La_cura_come_linguaggio_di_pace_religioni_in_dialogo_sulla_dignita_dei_bambini_vulnerabilihttps://www.fides.org/it/news/78243-ASIA_KAZAKHSTAN_La_cura_come_linguaggio_di_pace_religioni_in_dialogo_sulla_dignita_dei_bambini_vulnerabiliAstana – La cura dei bambini affetti da malattie incurabili, la tutela della loro dignità e il contributo che le religioni possono offrire nel rispondere alla vulnerabilità umana. Sono questi i temi al centro del Secondo Colloquio congiunto tra il Kazakhstan’s International Center for Interfaith and Interreligious Dialogue e il Dicastero per il Dialogo Interreligioso della Santa Sede, in programma al Museo Nazionale di Astana il 2 e 3 ottobre. La delegazione della Santa Sede al Colloquio è guidata dal Cardinale George Jacob Koovakad, Prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso che incontrerà il vicepresidente della Repubblica del Kazakhstan e Capo del Segretario del Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, Erlan Karin.<br />L'incontro, intitolato “Promuovere la salute, promuovere la pace: un impegno condiviso per la cura dei bambini vulnerabili”, riunisce rappresentanti delle istituzioni, esponenti di comunità religiose, pediatri, specialisti di bioetica e teologia, studiosi ed esperti. Secondo il programma ufficiale, il confronto si sviluppa attorno a tre ambiti: i fondamenti etici della cura dei bambini e la solidarietà interreligiosa; la protezione dei diritti e della dignità dei bambini nel contesto della malattia; lo sviluppo della cooperazione medica, scientifica e istituzionale. Un'attenzione specifica sarà dedicata anche alle opportunità e alle questioni etiche legate all'impiego dell'intelligenza artificiale in pediatria.<br /><br />Al centro dei due giorni di dialogo vi è una questione morale fondamentale: come garantire a un bambino affetto da una malattia incurabile non soltanto cure mediche appropriate, ma anche il pieno rispetto della sua dignità umana e la dovuta attenzione ai bisogni psicologici, sociali, familiari e spirituali?<br />La dignità di un bambino non è sminuita dalla malattia, né dipende dalla possibilità di una guarigione completa. È questo il principio che orienta anche il confronto sulla “Carta dei diritti del bambino affetto da malattia incurabile”, elaborata dall'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Il documento pone il bambino anzitutto come persona, non come semplice paziente o caso clinico, e richiama il diritto a essere accompagnato e curato anche quando la medicina non può più guarire. La Carta del Bambino Gesù, elaborata nel 2018, è già parte del ampio dibattito internazionale sui diritti dei bambini con malattie inguaribili e sulle cure palliative pediatriche.<br /><br />In questa prospettiva, il dovere di cura non viene meno quando termina la possibilità di una terapia risolutiva. Al contrario, comprende l'alleviamento della sofferenza, l'accompagnamento del bambino e della famiglia, il sostegno psicologico e, quando richiesto, anche l'attenzione alla dimensione spirituale. <br />Il dialogo di Astana va così oltre le questioni strettamente mediche. Tocca il valore della vita umana, il significato della cura e la responsabilità della società verso chi è più fragile. Ed è proprio qui che il dialogo interreligioso assume una dimensione concreta: tradizioni religiose differenti, pur partendo da prospettive teologiche diverse, possono incontrarsi nella difesa della dignità e dei diritti dei bambini e nella costruzione di una cultura della cura.<br /><br />Un secondo fronte riguarda l'intelligenza artificiale. Le nuove tecnologie stanno offrendo strumenti sempre più avanzati per la diagnosi, l'analisi dei dati e il supporto alle decisioni cliniche. Ma il loro sviluppo pone interrogativi sulla responsabilità, sulla protezione dei dati personali, sull'equità nell'accesso alle cure e sul ruolo dei medici. La questione di fondo è evitare che il paziente venga ridotto a una somma di dati: la tecnologia può assistere la cura, ma non sostituire la relazione umana che della cura è parte essenziale.<br /><br />Per il Kazakhstan, la protezione dei bambini vulnerabili si inserisce in un percorso più ampio di collaborazione con la Santa Sede sul terreno del dialogo interreligioso. Il Paese ha fatto del Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, istituito ad Astana nel 2003, una delle principali piattaforme internazionali di confronto tra rappresentanti delle diverse tradizioni religiose. Papa Francesco partecipò personalmente al VII Congresso nel settembre 2022, sottolineando il ruolo delle religioni nella costruzione della pace e nella difesa della dignità umana.<br />Da quel percorso è nata una collaborazione più strutturata con la Santa Sede: i primo Colloquio congiunto tra il Dicastero per il Dialogo Interreligioso e il Kazakhstan’s International Center for Interfaith and Interreligious Dialogue si è svolto a Roma nell'aprile 2024. La questione dei bambini vulnerabili è diventata uno dei terreni concreti di questa collaborazione. Nel 2025, durante l'VIII Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali ad Astana, l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù aveva proposto alle autorità religiose e politiche la costruzione di una “cultura della cura”, a partire dai bambini più fragili, e aveva siglato una lettera d'intenti con l'University Medical Center della capitale kazaka.<br />Il Secondo Colloquio rappresenta una nuova tappa: dal dialogo sulle grandi questioni della pace a una collaborazione che cerca di misurarsi con una domanda molto concreta, quella di come una società possa prendersi cura dei suoi membri più vulnerabili.<br /><br />In tale prospettiva, la salute e la cura diventano temi che si legano alla pace. Perché proteggere un bambino malato significa riconoscere che nessuna persona perde valore quando diventa fragile, dipendente dagli altri o impossibilitata a guarire. E significa chiedere a istituzioni, professionisti sanitari, famiglie, società civile e comunità religiose di concorrere, ciascuno secondo la propria responsabilità, a una stessa cultura della cura, ponendo il dialogo a servizio alla persona e alla pace.<br /> Fri, 02 Oct 2026 17:40:00 +0200VATICANO - Nasce la Fondazione "Donum Missionis": un unico ente per i Collegi missionari di Romahttps://www.fides.org/it/news/78241-VATICANO_Nasce_la_Fondazione_Donum_Missionis_un_unico_ente_per_i_Collegi_missionari_di_Romahttps://www.fides.org/it/news/78241-VATICANO_Nasce_la_Fondazione_Donum_Missionis_un_unico_ente_per_i_Collegi_missionari_di_RomaCittà del Vaticano – Dal 1° novembre 2026 le Fondazioni "Domus Missionalis" e "Domus Urbaniana" non esisteranno più come enti distinti: confluiranno in un'unica realtà, la Fondazione "Donum Missionis". Lo stabilisce un Rescriptum ex Audientia Sanctissimi firmato dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e pubblicato oggi, 1° ottobre, dalla Sala Stampa della Santa Sede insieme al nuovo Statuto . Papa Leone XIV, nell'Udienza del 28 luglio 2026, ne ha approvato lo Statuto, "considerata la necessità di armonizzare lo status canonico delle Fondazioni 'Domus Missionalis' e 'Domus Urbaniana' al quadro giuridico vigente".<br /><br />E’ stato nominato Direttore nella neo-istituita Fondazione padre Stefano Fossi, della Provincia italiana della Compagnia di Gesù, che finora aveva ricoperto incarichi pastorali e amministrativi nella Diocesi di Rieti. <br />E’ stato nominato Vice-Direttore della medesima Fondazione don Alessandro Brandi, sacerdote della Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, Direttore del Centro internazionale di animazione missionaria , che finora era anche Officiale della Pontificia Opera San Pietro Apostolo . <br /><br />Le due Fondazioni che ora confluiscono in “Donum Missionis” erano nate lo stesso giorno, il 20 maggio 2005, per volontà di Benedetto XVI, come enti strumentali dell'allora Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli. Come spiega il sito ufficiale vaticano della Fondazione Pontificia Domus Missionalis, essa aveva come scopo "la cura e l'accompagnamento di seminaristi e sacerdoti, religiosi e religiose che vengono a Roma, dalle Chiese di Africa, Asia, America e Oceania, nel loro percorso di formazione universitaria". <br /><br />Ogni anno, vi si legge, "più di 600 sacerdoti vengono guidati e accompagnati dalla Domus Missionalis" nei loro percorsi presso le università pontificie. L'Osservatore Romano ricordava nel 2021 che la Domus Missionalis "si prende cura" dei Collegi San Pietro Apostolo, San Paolo Apostolo, Mater Ecclesiae e San Giuseppe, mentre la Fondazione Domus Urbaniana, "Fondazione autonoma, con personalità giuridica, canonica e civile" con sede in Vaticano, era legata al Pontificio Collegio Urbano.<br />Che cosa cambia<br />Il nuovo ente non nasce dal nulla. Il Preambolo dello Statuto ricostruisce il percorso: la riforma della Curia Romana con la Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium , il motu proprio del 5 dicembre 2022 sulle persone giuridiche strumentali della Curia e il Decreto del 1° agosto 2022 con cui Papa Francesco attribuì al Pro-Prefetto della Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari del Dicastero per l'Evangelizzazione la piena rappresentanza legale delle amministrazioni a lui affidate .La confluenza, deliberata dal Congresso Amministrativo della Sezione su proposta del Cardinale Luis Antonio Gokim Tagle, Pro-Prefetto, era stata approvata da Leone XIV nell'Udienza del 13 giugno 2025, che ha disposto "la costituzione di un'unica Istituzione, denominata 'Donum Missionis'". <br /><br />Si tratta di un accorpamento amministrativo e patrimoniale: un unico ente strumentale del Dicastero, con organi di gestione propri e inserito nei meccanismi di vigilanza economica della Santa Sede, in linea con la riforma curiale. La "Donum Missionis" ha sede legale in Vaticano, in Via del Pellegrino, e sede operativa nel Palazzo di Propaganda Fide. Il Pro-Prefetto ne è di diritto il legale rappresentante; la presiede il Segretario della Sezione e ne è vicepresidente il Segretario Aggiunto per l'Amministrazione. Il patrimonio iniziale è di un milione di euro; i finanziamenti provengono soprattutto dal contributo annuale delle Pontificie Opere Missionarie, cui si aggiungono quelli del Dicastero, le rendite del patrimonio e i ricavi dell’ospitalità del CIAM.<br /><br />Alla Fondazione sono affidate "la cura, la conservazione e la manutenzione, ordinaria e straordinaria" degli immobili di sei realtà: il Pontificio Collegio Urbano de Propaganda Fide, i Collegi San Pietro Apostolo, San Paolo Apostolo, San Giuseppe e Mater Ecclesiae e il Centro Internazionale di Animazione Missionaria . Collegi destinati, precisa lo Statuto, a ospitare "candidati al sacerdozio, chierici, religiose e religiosi che vengono inviati a Roma dai territori di Missione per un adeguato periodo di formazione, iniziale o permanente, e per frequentare corsi universitari e/o scuole di perfezionamento, sostenendo così la loro formazione accademica e spirituale, che viene affidata, in particolare, ai docenti e ai Superiori dei Collegi.” Per il CIAM, lo Statuto aggiunge una disciplina specifica: il Centro ospita la formazione missionaria permanente delle Pontificie Opere Missionarie, oltre a pellegrini, gruppi di spiritualità e preghiera e laici; i rapporti con soggetti terzi restano tuttavia amministrati dal Dicastero, proprietario dell’immobile. <br />Quattro secoli di Collegi<br /><br />La storia di queste case l'ha raccontata l’Arcivescovo Samuele Sangalli, Segretario Aggiunto per l'Amministrazione del Dicastero missionario, intervenendo l'8 settembre scorso al Corso di formazione per i nuovi Vescovi. "Sin dai primi anni della sua fondazione , la Congregazione de Propaganda Fide, della quale oggi il nostro Dicastero è erede, si è impegnata a garantire in Roma istituzioni formative per il personale ecclesiastico e religioso nei territori di prima evangelizzazione", ha spiegato.<br />Il primo è il Collegio Urbano, che nel 2027 celebrerà il quarto centenario: "istituito quale seminario", ha ricordato l’Arcivescovo, "ancora oggi ospita annualmente circa 170 seminaristi, provenienti da Africa, Asia, Oceania e dai Vicariati Apostolici dell'America Latina". Nel Novecento, ha proseguito, "si sono aggiunti due Collegi sacerdotali , per la formazione di sacerdoti diocesani provenienti dalle medesime terre", che ospitano ciascuno dai 150 ai 200 sacerdoti l'anno.<br /><br />"Nel 1979 si è costituito il Collegio Mater Ecclesiae, per l'analoga formazione di giovani suore", oggi circa 130, a Castel Gandolfo. Sempre dal 1979 esiste il Collegio San Giuseppe, dal 2006 al Gianicolo, dove si svolgono corsi per i rettori e gli educatori di "425 seminari minori, 135 seminari propedeutici e 270 seminari maggiori" dei territori di missione. Accanto ai Collegi, la Pontificia Università Urbaniana conta circa 1.130 studenti e 97 Istituti collegati in 40 nazioni. Per Sangalli queste istituzioni "svolgono un'opera insostituibile": assicurano "la formazione alla missionarietà nel clero diocesano dei nostri territori", preparano formatori per seminari e case religiose e offrono "quell'esperienza unica di cattolicità e universalità della Chiesa, che solo a Roma, sub Petri Sedem, si può fare". Di qui il suo appello ai nuovi Vescovi: "abbiamo bisogno del sostegno di tutte le Chiese locali, perché questi Collegi possano garantire il servizio per il quale sono stati istituiti". Con la "Donum Missionis", il "dono della missione", quel servizio avrà ora un'unica casa giuridica. <br /> . <br /><br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="https://www.fides.org/it/attachments/view/file/BOLLETTINO.pdf">ALLEGATO</a>Thu, 01 Oct 2026 17:06:03 +0200L'emergenza scolastica e educativa tra migranti e rifugiati. Convegno alla Pontificia Università Urbanianahttps://www.fides.org/it/news/78240-L_emergenza_scolastica_e_educativa_tra_migranti_e_rifugiati_Convegno_alla_Pontificia_Universita_Urbanianahttps://www.fides.org/it/news/78240-L_emergenza_scolastica_e_educativa_tra_migranti_e_rifugiati_Convegno_alla_Pontificia_Universita_UrbanianaRoma – Si è aperto mercoledì 30 settembre presso la Pontificia Università Urbaniana il Convegno internazionale "Refugee & Migrant Education: Voices in Action: Transformative Collaboration and Educational Solidarity with Refugees & Migrants. <br /><br />Promosso dal Refugee & Migrant Education Network , il simposio si conclude venerdì, 2 ottobre. Riunisce accademici, rappresentanti delle agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni internazionali, studiosi e studenti rifugiati, esponenti della società civile e realtà ecclesiali, con l’obiettivo di individuare strategie condivise per ampliare l’accesso all’istruzione e promuovere l’inclusione delle persone costrette a lasciare il proprio Paese.<br /><br />Il convegno si svolge in un momento in cui, come ricorda la presentazione dell’iniziativa, milioni di persone restano sfollate a causa di guerre, povertà, violenze e cambiamenti climatici. Le famiglie sono costrette ad abbandonare le proprie case, i percorsi educativi dei giovani vengono interrotti e molte comunità faticano a garantire anche le opportunità formative di base. "In tutti i continenti, milioni di persone rimangono sfollate a causa di guerre, povertà, violenza e cambiamenti climatici. Le famiglie vengono sradicate, l'istruzione dei giovani viene interrotta", si legge nel testo di presentazione del Network. <br /><br />Il RMEN è stato fondato nel 2018 per mettere in relazione università, organizzazioni non governative, agenzie internazionali e persone impegnate nell’educazione di rifugiati, migranti e sfollati. La convinzione alla base della rete è che il lavoro dei singoli soggetti possa essere rafforzato dalla collaborazione e dal sostegno reciproco. «L'istruzione è un percorso da intraprendere insieme e i suoi obiettivi si raggiungono al meglio attraverso la collaborazione reciproca», sottolineano i promotori del convegno.<br /><br />Nel messaggio di benvenuto, Anthony J. Cernera, presidente e fondatore del Network, ha indicato tra gli obiettivi dell’incontro la definizione di proposte concrete e il rafforzamento dei legami tra i partecipanti: «Il nostro obiettivo principale per questa conferenza è elaborare raccomandazioni concrete che promuovano l'istruzione dei rifugiati e dei migranti, favorendo al contempo una maggiore collaborazione tra i partecipanti». <br />Il confronto riguarda non solo l’istruzione per le persone in movimento, ma anche l’educazione sui temi delle migrazioni e della mobilità umana. <br /><br />Nel discorso inaugurale, il professor Aldo Skoda, dello Scalabrini International Migration Institute e della Pontificia Università Urbaniana, ha richiamato il decimo anniversario del Network, sottolineandone la crescita come spazio di collaborazione tra istituzioni, educatori, ricercatori e comunità di diversi Paesi. Ha inoltre invitato a non ridurre le migrazioni a una questione di crisi o a un problema da gestire: ogni spostamento porta con sé una storia, aspirazioni, capacità, culture e conoscenze. In questa prospettiva, l’educazione non è soltanto un servizio, ma uno strumento per restituire dignità, rafforzare la capacità di scelta e crear« L'istruzione non è semplicemente un servizio da fornire, ma un potente strumento per restituire dignità, rafforzare l'autonomia e creare opportunità».,ha affermato. <br />Il diritto all’istruzione, tuttavia, resta lontano dall’essere pienamente garantito a milioni di rifugiati, migranti, richiedenti asilo e vittime della tratta. Il discorso di Skoda menziona gli ostacoli che possono presentarsi nelle diverse fasi del percorso: dalla fuga e dal transito all’arrivo e all’inserimento nelle comunità di accoglienza. Risorse limitate, interruzioni scolastiche, barriere linguistiche, difficoltà giuridiche e amministrative e disuguaglianze nell’accesso alla tecnologia possono impedire ai giovani di proseguire gli studi.<br />Il programma affronta questi nodi attraverso sessioni plenarie, tavole rotonde e gruppi di lavoro. Tra i temi in discussione figurano l’accesso all’istruzione superiore e la continuità educativa nei diversi contesti, l’impatto dei tagli ai finanziamenti e le lacune nella ricerca. Un confronto è dedicato ai modelli di cooperazione tra università e organizzazioni, tra cui il Mother Cabrini Institute of Immigration, la University of Sanctuary dell’Università di Exeter, la Saint Joseph University di Beirut e Jesuit Refugee Service, Jesuit Worldwide Learning e Refugee Education UK. <br /><br />La giornata di apertura, il 30 settembre, ha previsto un workshop sull’ampliamento dell’accesso dei rifugiati all’istruzione superiore, interventi sulla collaborazione e la solidarietà con rifugiati e migranti e testimonianze di studenti rifugiati reinsediati e di giovani che vivono situazioni di emergenza. Sono stati inoltre avviati gruppi di lavoro su quattro aree: educazione di rifugiati e migranti; educazione sui temi dei rifugiati e delle migrazioni; advocacy e accompagnamento; ricerca. <br />Oggi, 1° ottobre, i lavori sono dedicati alla continuità dell’istruzione nei diversi contesti e livelli formativi, ai modelli di collaborazione tra istituzioni e alle pratiche educative fondate su principi etici. Nel pomeriggio sono previste sessioni parallele su leadership dei rifugiati, accesso e permanenza nell’istruzione superiore, pedagogie della solidarietà, resilienza dei giovani sfollati e collaborazione tra istituzioni e comunità. Domani, 2 ottobre, è in programma una sessione sulle opportunità e le sfide dell’intelligenza artificiale nell’educazione di rifugiati e migranti, affidata a padre Maurice Emelu della John Carroll University. La conclusione sarà dedicata alla presentazione delle raccomandazioni dei gruppi di lavoro e a un appello all’azione comune. <br /> .Thu, 01 Oct 2026 12:23:38 +0200AFRICA/ETIOPIA - Tigray, l’allarme dell’eparca di Adigrat: «Siamo totalmente isolati, urgente l’accesso umanitario»https://www.fides.org/it/news/78239-AFRICA_ETIOPIA_Tigray_l_allarme_dell_eparca_di_Adigrat_Siamo_totalmente_isolati_urgente_l_accesso_umanitariohttps://www.fides.org/it/news/78239-AFRICA_ETIOPIA_Tigray_l_allarme_dell_eparca_di_Adigrat_Siamo_totalmente_isolati_urgente_l_accesso_umanitarioAdigrat – «È estremamente urgente favorire l’accesso umanitario, il dialogo per la pace e ogni forma di confronto. Siamo totalmente isolati, i mezzi di comunicazione sono bloccati e non abbiamo contatti con nessuno». È quanto riferisce all’Agenzia Fides l’eparca di Adigrat, Tesfaselassie Medhin, in un breve messaggio inviato con il supporto dell’Unicef, che continua a sostenere la Chiesa e, laddove possibile, a garantire un minimo di collegamento con il mondo esterno.<br /><br />«Tutte le comunicazioni sono interrotte; la nostra Chiesa, le nostre missioni, i religiosi e il clero locale rimangono al loro posto, come sempre», afferma l’eparca. «Saremo al fianco della popolazione, offrendo aiuto concreto o semplicemente la nostra presenza, attraverso la quale portiamo avanti la missione di incarnazione della Chiesa».<br /><br />Medhin descrive una situazione di crescente difficoltà: «Anche le banche sono chiuse. Non sappiamo con certezza come potranno continuare a operare i nostri Seminari e le nostre scuole, ma è nostra intenzione proseguire. Non abbiamo idea di come gestiremo gli approvvigionamenti. Solo Dio lo sa; noi confidiamo nella Divina Provvidenza».<br /><br />Nel frattempo, la situazione nella regione settentrionale dell’Etiopia continua a deteriorarsi . Al termine dell’udienza generale di ieri, mercoledì 30 settembre, Papa Leone XIV ha espresso «profonda preoccupazione» per il riemergere delle ostilità nel Tigray, rivolgendo un appello a tutte le parti.<br /><br />«Rivolgo un accorato appello a tutte le parti affinché scelgano la via del dialogo», ha detto il Papa. «Il conflitto armato non risolve mai i problemi, ma li aggrava soltanto, lasciando dietro di sé una scia di morte, distruzione e risentimento. Solo un impegno sincero può gettare le basi per una pace duratura».<br /><br />Leone XIV ha inoltre auspicato «che la comunità internazionale offra il proprio contributo generoso e tempestivo, per garantire che tutti gli aiuti umanitari giungano a chi ne ha bisogno».<br /><br /> <br />Thu, 01 Oct 2026 10:04:18 +0200ASIA/PAKISTAN - A Mariamabad la memoria di padre Frank Van Butsele, missionario Cappuccino che diede la vita per il Vangelohttps://www.fides.org/it/news/78238-ASIA_PAKISTAN_A_Mariamabad_la_memoria_di_padre_Frank_Van_Butsele_missionario_Cappuccino_che_diede_la_vita_per_il_Vangelohttps://www.fides.org/it/news/78238-ASIA_PAKISTAN_A_Mariamabad_la_memoria_di_padre_Frank_Van_Butsele_missionario_Cappuccino_che_diede_la_vita_per_il_VangeloLahore – In vista della della festa di San Francesco d’Assisi, nell'ottavo centenario della sua morte , la comunità cattolica del villaggio di Mariamabad, nel Punjab pakistano, guarda alla propria storia e affida ancora una volta alla Vergine Maria il cammino della missione. Nella “Città di Maria”, uno dei luoghi più significativi della presenza cattolica in Pakistan, il ricordo dei missionari Cappuccini belgi rimane vivo soprattutto nella memoria di padre Frank Van Butsele, il frate che donò la sua vita alla gente del Punjab e morì assassinato nella chiesa di Mariamabad 1953, a soli 40 anni, nel luogo stesso in cui aveva svolto il suo ministero.<br /><br />Mariamabad, oggi sede del Santuario mariano nazionale del Pakistan, è nata alla fine dell’Ottocento dall’opera dei Cappuccini fiamminghi. Nel 1892 il vescovo cappuccino belga Emmanuel Van Den Bosch acquistò circa 150 acri di terreno per dare una casa e una possibilità di riscatto a famiglie cristiane povere e sottoposte a discriminazioni. Nel gennaio 1893 le prime tre famiglie cristiane si trasferirono, accompagnate dai missionari francescani, in quella terra che sarebbe stata chiamata "Maryabad", “Città di Maria”. Padre Felix van de Putte, arrivato nel 1896, ne promosse lo sviluppo agricolo, sociale e religioso e guidò la costruzione della chiesa di Santa Maria e San Giuseppe, consacrata nel 1898.<br /><br />In questa lunga storia si inserisce la figura di padre Frank Van Butsele, nato a Ronse, in Belgio, nel 1913. Entrato tra i Cappuccini nel 1930 e ordinato sacerdote nel 1937, dedicò circa quindici anni alla missione nel subcontinente indiano. Lavorò ad Amritsar e successivamente nel Pakistan appena nato dopo la "partizione". Le fonti storiche cappuccine lo ricordano come uomo di fede e di carità, profondamente animato dalla devozione alla Vergine Maria, legato alla popolazione e alla sua missione, impegnato nella catechesi, nella formazione dei catechisti, nella cura delle comunità. A Mariamabad , assunse la responsabilità della missione e si adoperò per la pastorale, lo sviluppo e la diffusione della devozione mariana, la promozione umana e sociale delle famiglie cattoliche. <br /><br />Il suo nome è rimasto legato in modo particolare alla nascita della tradizione del pellegrinaggio mariano. Nel 1949, pochi anni prima della sua morte, padre Frank contribuì a trasformare la chiesa di Mariamabad in un centro di devozione mariana e ad avviare il pellegrinaggio annuale dell’8 settembre, festa della Natività della Vergine Maria. Quella intuizione è diventata nel tempo una delle espressioni più significative della fede cattolica in Pakistan. Ancora oggi il santuario richiama ogni anno centinaia di migliaia di pellegrini e rappresenta anche un luogo di incontro, di dialogo, di preghiera tra cristiani e musulmani .<br /><br />Padre Frank morì il 2 novembre 1953, all’interno della sua chiesa di Mariamabad. Venne ucciso con un pugnale da un uomo, Diwan Masih in un contesto di forte instabilità, sei anni dopo la nascita del Pakistan, in una regione ancora segnata dalle profonde fratture lasciate dalla Partizione del 1947 tra India e Pakistan, che aveva provocato migrazioni di massa e violenze tra comunità religiose. Fu ucciso in chiesa, davanti ai suoi parrocchiani, mentre pregava.<br />La sua morte non ha interrotto, anzi ha rinsaldato la storia di missione iniziata dai francescani. Il sacrificio di padre Frank, ucciso da innocente, è entrato nella memoria della comunità come parte della stessa storia della missione: la presenza dei missionari europei è divenuta sorgente per la nascita di vocazioni locali al sacerdozio e alla vita consacrata, consentendo così la crescita Chiesa locale. La missione dei Cappuccini ha cercato di accompagnare persone povere ed emarginate annunciando il Vangelo, ma anche costruendo comunità, scuole, opere sociali, promuovendo la dignità della persona.<br /><br />A Mariamabad questa eredità continua oggi davanti alla statua della Vergine. Il Santuario, nato dalla missione dei Cappuccini belgi, è diventato un luogo nel quale cristiani e fedeli di altre religioni si ritrovano per affidare a Maria le proprie preoccupazioni e speranze. In questo luogo che la Chiesa del Pakistan ricorda padre Frank, che è sepolto nel cimitero di Mariamabad, alla vigilia della festa di San Francesco: non soltanto come una figura del passato, ma come dono del Signore in una storia missionaria che è viva ancora oggi. Il seme piantato da quei missionari continua a portare frutto nella comunità cattolica pakistana.<br />La missione di oggi viene affidata a Maria, alla quale il villaggio di Mariamabad è consacrato fin dalle sue origini. A distanza di oltre settant’anni dalla morte di padre Frank, la “Città di Maria” custodisce e dona ai fedeli di oggi la memoria dei suoi missionari; nello stesso tempo, a guarda avanti con speranza e benedice la vita dei cattolici nella "terra dei puri". <br /> Thu, 01 Oct 2026 09:38:06 +0200ASIA/PAKISTAN - La famiglia francescana celebra gli 800 anni del Transito di San Francesco, nel segno del dialogo e della pacehttps://www.fides.org/it/news/78235-ASIA_PAKISTAN_La_famiglia_francescana_celebra_gli_800_anni_del_Transito_di_San_Francesco_nel_segno_del_dialogo_e_della_pacehttps://www.fides.org/it/news/78235-ASIA_PAKISTAN_La_famiglia_francescana_celebra_gli_800_anni_del_Transito_di_San_Francesco_nel_segno_del_dialogo_e_della_paceIslamabad - Le fraternità francescane in Pakistan celebrano l'800° anniversario della morte di San Francesco , in vista del 4 ottobre, festa liturgica di San Francesco di Assisi, rinnovando il loro impegno a vivere e annunciare il Vangelo, secondo lo spirito del Santo, nella nazione pakistana.<br />In occasione del Transito di San Francesco, nella diocesi di Islamabad-Rawalpindi, la comunità cattolica locale si è stretta attorno alla fraternità francescana, composta da frati, suore e laici, per commemorare la vita, la spiritualità e l'eredità di San Francesco d'Assisi in Pakistan.<br />I francescani presenti in diocesi hanno organizzato una celebrazione giubilare che ha voluto sottolineare il tema della pace, anche tramite una simbolica liberazione di colombe bianche, simbolo di riconciliazione e dello spirito evangelico vissuto da San Francesco. Una rappresentazione teatrale sulla vita e la missione del santo ha aiutato i partecipanti a riflettere sul suo amore per Cristo e per i poveri e sul suo stile di vita semplice e umile.<br /><br />Nell'Eucaristia, celebrata il 29 settembre a Islamabad come momento centrale del programma giubilare, l'Arcivescovo Arshad, nel fare memoria dell'800° anniversario della morte del santo di Assisi, ha sottolineato che "la sua vita continua a ispirare i cristiani attraverso il suo radicale impegno per il Vangelo, la semplicità, l'umiltà e l'amore per Dio e per il creato". "La sua straordinaria testimonianza di fede, che abbraccia povertà, semplicità, umiltà e totale dedizione a Dio, sequela del Vangelo in modo autentico e radicale, è modello e fonte di ispirazione per i battezzati in Pakistan e in tutto il mondo", ha affermato.<br />La sua eredità, ha rimarcato, è che "chi si fa il più piccolo è colui che riceve di più agli occhi di Dio" e ha incoraggiato i fedeli a essere discepoli di Cristo, che chiama i suoi seguaci all'umiltà, al servizio e all'amore disinteressato. "Questo messaggio - ha osservato - è particolarmente significativo per quanti di noi chiamati a servire gli altri, nella Chiesa e nella società, perché i bisogni dei più vulnerabili siano prioritari rispetto al proprio benessere e ai propri interessi".<br />Per i consacrati in Pakistan, in particolare - ha detto - "la vita di San Francesco rimane un forte monito affinché la vocazione religiosa sia una chiamata a seguire fedelmente Cristo e perché i consacrati siano autentici testimoni del Vangelo nel mondo".<br />"La spiritualità di San Francesco - ha sottolineato - chiama inoltre tutti i credenti a distaccarsi dall'eccessiva preoccupazione per i beni terreni e a vivere l'amore per Dio, i poveri, il creato e il prossimo. La sua testimonianza ricorda ai cristiani che il Vangelo non va solo proclamato a parole, ma testimoniato con la vita". Il raduno si è concluso con un momento di condivisione, convivialità e fraternità, in stile francescano.<br /><br />La famiglia francescana in Pakistan conta complessivamente circa 600 persone, comprendendo frati religiosi, suore di diverse congregazioni francescane e laici dell'Ordine Francescano Secolare. La presenza si articola principalmente in due grandi regioni geografiche ed ecclesiastiche del Paese: i frati Minori sono concentrati storicamente soprattutto nella provincia del Sindh e nell'arcidiocesi di Karachi; i frati Cappuccini operano principalmente nella provincia del Punjab, territorio che fu affidato alla cura pastorale dei frati già alla fine dell'Ottocento. Nel Paese operano diverse congregazioni femminili che lavorano a stretto contatto con la popolazione . I laici francescani e la Gioventù francescana sono una parte numericamente significativa, con numerose fraternità locali sparse nelle province del Punjab e del Sindh.<br />L'apostolato della famiglia francescana in Pakistan si sviluppa in tre ambiti fondamentali: la pace e il dialogo interreligioso, per cui i francescani si dedicano a tessere relazioni costanti con la comunità islamica, al fine di promuovere la coesistenza pacifica; il servizio ai poveri, dato che gran parte dei fedeli pakistani appartiene alle fasce sociali più svantaggiate o emarginate; l'apostolato nelle opere sociali, gestendo numerose scuole, cliniche e ospedali accessibili a tutta la popolazione, senza alcuna discriminazione etnica o religiosa.<br /> <br />Thu, 01 Oct 2026 11:12:52 +0200I Cieli aperti, la missione del Vescovo e la grazia di essere un piccolo greggehttps://www.fides.org/it/news/78237-I_Cieli_aperti_la_missione_del_Vescovo_e_la_grazia_di_essere_un_piccolo_greggehttps://www.fides.org/it/news/78237-I_Cieli_aperti_la_missione_del_Vescovo_e_la_grazia_di_essere_un_piccolo_greggedel Cardinale Giorgio Marengo* <br /><br /><br />Roma - Martedì 29 settembre il padre gesuita Anthony James Corcoran è stato ordinato Vescovo sotto le volte della Basilica di San Paolo fuori le Mura, a Roma. Il Cardinale Giorgio Marengo, che ha tenuto l’omelia, lo ha invitato a tenere lo sguardo rivolto alle “cose più grandi” promesse da Cristo, anche in mezzo alle esigenze concrete del ministero pastorale a servizio della piccola comunità cattolica del Kirghizistan.<br /> <br />Amministratore apostolico del Kirghizistan dal 2017, il vescovo Corcoran inizia ora un nuovo capitolo del suo servizio in quella terra. Con il permesso del cardinale Marengo, pubblichiamo qui di seguito la sua omelia, tradotta dall’inglese.<br /><br />§§§<br /><br /><br />«Vedrete il cielo aperto…».<br /><br />In Kirghizistan – come in Mongolia e nei Paesi dell’Asia centrale – il cielo si estende vasto oltre l’orizzonte. Sembra quasi più reale della terra stessa sotto i propri piedi. <br /><br />Per questi popoli, il cielo eterno – Tengri – è l’elemento determinante della loro spiritualità ancestrale e del loro rapporto con Dio. Eppure, in Cristo, quel cielo si è aperto e rimane aperto, permettendoci di contemplare Dio fatto uomo e di entrare in un rapporto unico e personale con Lui. Un accesso nuovo e definitivo al Dio Trino è ora disponibile per tutti, in Cristo Gesù.<br /><br />Questo dono della salvezza in Cristo ci giunge in forma sacramentale — mediato, cioè, da Colei che Cristo ha unito a Sé come Sua Sposa: la Santa Chiesa. Come ha ricordato il Concilio Vaticano II, «la Chiesa è in Cristo come un sacramento, cioè come segno e strumento sia di una unione intimissima con Dio sia dell’unità di tutto il genere umano» . Il Santo Padre Leone XIV ha recentemente ribadito questa verità, osservando che la Chiesa «non si identifica perfettamente con il Regno di Dio, ma ne è il seme e l’inizio, poiché il suo compimento sarà concesso all’umanità e al cosmo solo alla fine; […] non proclama se stessa; al contrario, tutto in essa deve rimandare alla salvezza in Cristo».<br /><br />È proprio per questo motivo che lo stesso Santo Padre – in quanto successore di San Pietro e attento al bene del Popolo di Dio in Kirghizistan – ha voluto che il loro Ordinario fosse un vescovo, e partecipasse così al carisma degli Apostoli, ai quali è indissolubilmente legata la trasmissione della fede attraverso le generazioni e in tutto il mondo. È, quindi, un giorno di grande festa per la Chiesa in Kirghizistan e per l’intera Conferenza Episcopale dell’Asia Centrale, felicemente rappresentata qui da diversi suoi membri.<br /><br />Siamo tutti riuniti stretti attorno a te, caro vescovo eletto Anthony, contemplando come il Signore ti abbia guidato fino a questo giorno. Infatti, il Vangelo appena proclamato ci ricorda quanto siamo conosciuti e amati da Cristo: «Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto sotto il fico». <br /><br />Natanaele era un uomo colto – un’allusione probabilmente contenuta nell’immagine del fico, che era associato all’albero della Legge – e ben versato nella pratica religiosa. Così è anche per te, caro Anthony, con le tue lauree in scienze politiche e teologia e la vasta esperienza apostolica maturata in oltre quarant’anni di vita religiosa e missionaria. Eppure, sia tu che ciascuno di noi scopriamo che la conoscenza che Cristo ha di noi è di gran lunga superiore e precede i nostri stessi sforzi. <br /><br />Lo hai seguito entrando nella Compagnia di Gesù, prestando servizio nella Federazione Russa – in particolare in Siberia – come superiore provinciale, rettore del seminario minore di Novosibirsk, parroco e vicario generale di quella stessa diocesi; e successivamente in Kirghizistan, dove hai prestato servizio per diversi anni.<br />Oggi si apre una nuova tappa della tua sequela di Cristo, mentre entri a far parte del collegio degli Apostoli.<br /><br />Essere conosciuti e amati così profondamente dal Signore ci apre alla conoscenza e alla contemplazione di cose «più grandi». Un vescovo è un discepolo del Signore dallo sguardo penetrante — colui che sceglie ogni giorno di alzare gli occhi verso «cose più grandi» e così conduce il popolo a lui affidato verso il Signore. <br /><br />Il ministero episcopale — specialmente nella sua forma attuale, in mezzo alle complessità di un mondo in rapido cambiamento e nel contesto di una Chiesa ancora giovane come quella del Kirghizistan — comporta affrontare quotidianamente questioni pastorali altamente concrete: strutture, progetti e iniziative. Sappiamo, ad esempio, che state supervisionando la costruzione della cattedrale di Bishkek, oltre a promuovere buoni rapporti con il governo locale e a dedicarvi a molte altre iniziative. <br /><br />Eppure, il vescovo si occupa di tutte queste questioni non come amministratore delegato di un’azienda, ma come uomo di Dio — pienamente conformato a Cristo, il Buon Pastore — che sa come rivolgere costantemente lo sguardo e il cuore a Dio.<br /><br />Il luogo scelto per questa solenne liturgia ci ricorda con forza questa verità fondamentale: essere conformi a Cristo — come san Paolo, che è arrivato al punto di dare la vita per Lui, la testimonianza suprema di fedeltà e di abnegazione. «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» . <br /><br />Qui, proprio sotto l’Altare della Confessione, sono conservate per la venerazione dei fedeli le catene che, secondo la tradizione, avrebbero incatenato il corpo di San Paolo durante la sua prigionia a Roma. Grande Apostolo perché grande contemplativo, Paolo era consapevole di aver ricevuto un dono soprannaturale e che l’annuncio del Vangelo era innanzitutto una questione spirituale — nel senso più profondo del termine — con lo Spirito Santo come protagonista e il servitore del Vangelo come uomo trasfigurato dall’intimità con Cristo Signore. <br /><br />Questo vale anche per te, oggi, caro vescovo eletto Anthony, mentre inizi il tuo ministero episcopale. Esso darà tanto più frutto quanto più sarai tu il primo a ricevere dentro di te la grazia che sei poi chiamato a riversare su coloro che ti circondano.<br /><br />Oggi prendiamo parte a una liturgia ricca di segni evocativi: al di là dei testi della preghiera della Chiesa — ricevuti e tramandati in una catena ininterrotta che risale ai primi tempi della comunità apostolica — incontriamo gesti antichi e solenni, come la sacra unzione, la prostrazione dell’eletto e il Libro dei Vangeli aperto sopra il suo capo; e poi le insegne episcopali: l’anello, la mitra e il pastorale. Tale è la bellezza della Sacra Liturgia, qui preservata e coltivata dalla comunità benedettina.<br /><br />Tutto parla di un dono soprannaturale che unisce te, caro vescovo Anthony, al Collegio degli Apostoli e ti conferisce — attraverso la grazia che ti è stata concessa — il potere di guidare il santo popolo di Dio nella fede, specialmente quello del Kirghizistan. Come ci ha ricordato Papa Francesco, rivolgendosi a noi Ordinari dell’Asia centrale durante la sua visita apostolica in Kazakistan nel 2022:<br /><br />«Il Vangelo dice che essere “piccoli”, poveri di spirito, è una benedizione, una beatitudine, e anzi la prima delle beatitudini . Infatti, una volta riconosciuta la nostra piccolezza, possiamo affidarci umilmente alla potenza di Dio, che ci insegna a non basare la nostra attività ecclesiale sulle nostre capacità. Questa è una grazia!» Ha poi proseguito, descrivendo la realtà delle nostre Chiese particolari: «Ripeto: c’è una grazia nascosta nell’essere una piccola Chiesa, un piccolo gregge, perché invece di mettere in mostra le nostre forze, il nostro numero, le nostre strutture e altre cose che sono umanamente importanti, possiamo lasciarci guidare dal Signore e avvicinarci umilmente agli altri. Ricchi di nulla e poveri di tutto, camminiamo con semplicità al fianco delle nostre sorelle e dei nostri fratelli, portando la gioia del Vangelo nelle situazioni della vita quotidiana. Come il lievito nell’impasto e come il più piccolo dei semi seminati nella terra , possiamo immergerci negli eventi gioiosi e dolorosi della società in cui viviamo, per servirla dall’interno».<br /><br />Solo poche ore prima, quel giorno, caro mons. Anthony, avevi incontrato il Santo Padre insieme ai tuoi confratelli gesuiti; la foto di Papa Francesco con indosso il tradizionale copricapo del Kirghizistan aveva già fatto il giro del web… In effetti, il nostro servizio in Asia centrale favorisce il dialogo con la società e arricchisce la Chiesa universale con i doni unici dei popoli con cui camminiamo nella fede.<br /><br />Cari fratelli e sorelle, lasciamoci quindi coinvolgere e attrarre dai misteri che stiamo celebrando – avvolti dalla luce e dalla vita del Risorto – mentre il nostro fratello Anthony entra a far parte del Collegio Apostolico. Preghiamo per lui, affinché la nuova fase della sua vita che inizia oggi possa essere sempre sotto la protezione degli Arcangeli e della Regina degli Apostoli e degli Angeli: la Beata Vergine Maria, la Mater Domini tanto cara a sant’Ignazio di Loyola. È proprio davanti a questa immagine che si può dire che la Compagnia di Gesù sia veramente nata. Affidiamo Voi, Eccellenza, alla Vergine Maria — di cui continuerete ad essere un figlio devoto, diffondendo il suo messaggio di consolazione e di gioia evangelica.<br /><br /><br /><br />* Prefetto apostolico di UlaanbaatarWed, 30 Sep 2026 12:19:14 +0200AFRICA/ETIOPIA - Torna la tensione in Tigray: timori per una nuova guerra civilehttps://www.fides.org/it/news/78236-AFRICA_ETIOPIA_Torna_la_tensione_in_Tigray_timori_per_una_nuova_guerra_civilehttps://www.fides.org/it/news/78236-AFRICA_ETIOPIA_Torna_la_tensione_in_Tigray_timori_per_una_nuova_guerra_civileMekelle – Cresce il timore di una nuova escalation in Etiopia, dopo la ripresa dei combattimenti nel nord del Paese e l'offensiva dei combattenti del Tigray nelle vicine regioni di Afar e Amhara. A preoccupare è anche la formazione di una nuova alleanza di gruppi armati che ha dichiarato di voler rovesciare il governo del primo ministro Abiy Ahmed.<br /><br />Il 23 settembre, i combattenti del Tigray hanno preso il controllo dell'aeroporto principale di Mekelle e si sono scontrati con le forze federali nelle regioni di Afar e Amhara. Nei giorni precedenti, il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray , partito politico e formazione paramilitare che ha governato la regione, aveva aderito a una nuova coalizione composta da sette gruppi ribelli e nata con l'obiettivo dichiarato di deporre il governo di Addis Abeba.<br /><br />Le forze federali hanno reagito con attacchi di droni e operazioni terrestri. Tra gli episodi segnalati figura anche un attacco contro un convoglio della Catholic Relief Services impegnato nel trasporto di aiuti alimentari.<br /><br />La situazione umanitaria nel Tigray resta particolarmente critica. La regione è sottoposta da mesi a una condizione di isolamento, con il governo federale che limita l'afflusso di carburante e forniture mediche e ha bloccato il pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici. Tra gli scenari temuti vi sono anche nuove interruzioni delle forniture elettriche e delle comunicazioni.<br /><br />Fonti locali riferiscono inoltre di gravi danni alle infrastrutture pubbliche provocati dai combattimenti, con ripercussioni su ospedali, scuole e istituzioni religiose.<br /><br />Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha reso noto di essere riuscito a evacuare dal Tigray circa 160 persone, tra cui agenti della Polizia federale etiope, dipendenti di Ethiopian Airlines e osservatori dell'Unione Africana. La preoccupazione degli osservatori riguarda non soltanto la popolazione del Tigray, ma più in generale la sicurezza dei civili in tutta l'Etiopia settentrionale.<br /><br />Il 25 settembre, sette gruppi armati provenienti da diverse aree del Paese, tra cui il TPLF, hanno annunciato la costituzione dell'Alleanza delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza, dichiarando come obiettivo la destituzione del governo di Addis Abeba.<br /><br />Nello stesso periodo, il TPLF aveva sottratto alla polizia federale il controllo di tre aeroporti. Ethiopian Airlines ha quindi annunciato la sospensione dei voli verso il Tigray "a causa della situazione attuale". Il giorno successivo sono stati sospesi anche i collegamenti con la storica città di Lalibela, a causa dei combattimenti nelle aree circostanti. Nel Tigray, intanto, la popolazione ha iniziato a fare scorte di generi alimentari e contanti, nel timore di un ulteriore deterioramento della situazione.<br /><br />Il TPLF ha governato l'Etiopia dal 1991 al 2018, quando è stato estromesso dall'ascesa al potere di Abiy Ahmed. La successiva rottura tra il governo federale e le autorità del Tigray ha portato alla guerra civile combattuta tra il 2020 e il 2022.<br /><br />La ripresa degli scontri mette nuovamente sotto pressione l'accordo di Pretoria, o Cessation of Hostilities Agreement , firmato il 2 novembre 2022 sotto la mediazione dell'Unione Africana. L'intesa aveva sancito la cessazione delle ostilità tra il governo federale etiope e il TPLF, ponendo fine a due anni di guerra.<br /><br />Di fronte alla nuova escalation, il 22 settembre il presidente della Commissione dell'Unione Africana, Mahmoud Ali Youssouf, ha esortato tutte le parti a esercitare la "massima moderazione" e a riprendere i colloqui diretti.<br /><br />Durante il conflitto del 2020-2022, il Tigray era rimasto in gran parte isolato dal resto del mondo. Le comunicazioni erano state interrotte e l'accesso a cibo, contanti e medicinali fortemente limitato, spingendo centinaia di migliaia di persone verso condizioni assimilabili alla carestia. La nuova escalation riaccende così il timore di una crisi umanitaria e di un conflitto di più ampia portata nel nord dell'Etiopia.<br /> Wed, 30 Sep 2026 11:38:39 +0200Il Vangelo porta frutto tra i gruppi etnici minoritari delle montagne del Nord Vietnam
https://www.fides.org/it/news/78234-Il_Vangelo_porta_frutto_tra_i_gruppi_etnici_minoritari_delle_montagne_del_Nord_Vietnamhttps://www.fides.org/it/news/78234-Il_Vangelo_porta_frutto_tra_i_gruppi_etnici_minoritari_delle_montagne_del_Nord_Vietnamdi Andrew Doan Thanh Phong <br /><br />Păc Năm - Anziché aspettare che gli abitanti del posto vadano da lui, il sacerdote Pietro Nguyen Quang Doan li va cercare. <br />La prima occasione utile arriva quando si va a fare acquisti al mercato locale, e lì si allacciano relazioni semplici e dirette con le persone, e si può far sapere a loro che che di domenica nella chiesa si celebra la messa. Poi si va nei villaggi per visitare le singole famiglie e stringere amicizia con loro, condividendo conversazioni quotidiane e ascoltandole con attenzione. Così anche padre Pietro sperimenta ogni giorno il dato elementare che «per annunciare il Vangelo, occorre innanzitutto comprendere la cultura locale, entrare in empatia con le circostanze delle persone e camminare al loro fianco». <br /><br />Dopo anni di semina evangelica, quasi 500 persone appartenenti a gruppi etnici come gli H’Mông, i Tày, i Dao Rossi e i Sán Chí hanno ricevuto il sacramento del battesimo e si sono uniti alla Chiesa cattolica. <br />In particolare, solo nel periodo 2025-2026, sono state battezzate più di 200 persone appartenenti a gruppi etnici minoritari tra le montagne e le foreste di Păc Năm.<br />Il 4 ottobre 2025, la comunità locale cattolica è stata ufficialmente elevata al rango di parrocchia cattolica. Una piccola Chiesa nascente, guidata dal primo parroco, padre Pietro Nguyen Quang Doan, della Congregazione del Santissimo Redentore, che si trova a circa 270 chilometri a nord della sede vescovile di Bac Ninh. <br /><br />Si tratta di uno dei territori missionari più remoti e impegnativi della diocesi di Bac Ninh, e si estende su una vasta area montuosa di circa 473,64 chilometri quadrati, caratterizzata da un terreno ripido e collinare e da un paesaggio disseminato di numerosi villaggi sparsi. <br />La popolazione locale è costituita principalmente dai gruppi etnici Hmong e Tay, insieme ad altre comunità etniche quali i San Chi e i Dao Rossi, che traggono il proprio sostentamento principalmente dall’agricoltura, dai beni tratti dalle foreste e dall’allevamento.<br /><br /> Nel 2021, poco dopo l’ordinazione sacerdotale, padre Pietro Nguyen Quang Doan è stato assegnato come vicario alla parrocchia di Bac Kan, dove si è dedicato alla cura pastorale della comunità parrocchiale ed è diventato responsabile anche per i cattolici presenti a Păc Năm. <br /><br />A quel tempo, la comunità non disponeva né di una propria chiesa né di un terreno per il centro pastorale; pertanto, padre Pietro Doan prese in affitto una piccola casa a un solo piano che fungeva da sua residenza privata e, al contempo, da luogo in cui celebrare la Messa quotidiana per una minuscola comunità composta da appena cinque famiglie, migranti provenienti dal delta del fiume Rosso nel Vietnam settentrionale.<br /><br /> All’inizio del 2026, tra la gioia di tutta la comunità cattolica, la chiesa di Păc Năm è stata inaugurata e da subito è diventata uno spazio comune per pregare, imparare il catechismo e celebrare la Santa Messa quotidiana, in sostituzione della piccola casa a un piano utilizzata per molti anni. Inoltre, la chiesa funge anche da luogo comune di incontro culturale per persone di diversi gruppi etnici. I fratelli e le sorelle appartenenti alle minoranze etniche vengono solitamente qui per dialogare tra loro; qui le culture indigene sono rispettate e loro stessi vengono accompagnati nel coltivare la loro giovane fede cattolica. <br /><br />Il 25 agosto 2026, il vescovo Joseph Do Quang Khang, della diocesi di Bac Ninh, ha effettuato una visita pastorale alla parrocchia di Păc Năm. Durante la visita, ha inaugurato la Sala di preghiera dedicata a San Gerardo, ha presieduto la benedizione di una statua della Vergine Maria raffigurata in abiti tradizionali dell’etnia Hmong e ha celebrato il sacramento del battesimo per 105 catecumeni provenienti da vari gruppi etnici, tra cui gli Hmong, i Tay, i Dao Rossi e i San Chi. Gli abiti etnici colorati, insieme ai volti illuminati da sorrisi gentili e sinceri dei partecipanti alla Messa, hanno creato un’atmosfera incantevole, solenne e accogliente in questa zona di missione montuosa. <br /><br />L’immagine della Madonna di Păc Năm, nell'abito tipico del popolo Hmong, è come un segno di vicinanza alla cultura locale e rappresenta l’immagine della Madre che accompagna, protegge e guida costantemente i suoi figli verso Gesù. Nella sua omelia, il vescovo Joseph Do Quang Khang non ha potuto nascondere la propria gioia nel vedere queste anime semplici e umili entrare oggi a far parte della famiglia della nostra Chiesa, e ha affermato: «Il frutto di oggi non è solo il risultato dello sforzo umano; è, soprattutto, un dono di grazia di Dio che, in silenzio, ha seminato, nutrito e fatto crescere i semi della fede tra tante difficoltà e prove». Dopo aver ricevuto i sacramenti, il vescovo ha inoltre invitato i 105 neo-battezzati a continuare a nutrire e far crescere la propria fede per diventare testimoni del Vangelo all’interno delle proprie famiglie, dei propri villaggi e delle comunità locali,, nell’ordinarietà della vita quotidiana. La loro stessa esistenza pota diventare proclamazione tangibile e vivace del Vangelo nell’ambiente in cui vivono. Agenzia Fides 30/9/2026).Wed, 30 Sep 2026 10:43:44 +0200Le esperienze missionarie di “Wecare”/II - Quando la missione diventa un cammino di fedehttps://www.fides.org/it/news/78232-Le_esperienze_missionarie_di_Wecare_II_Quando_la_missione_diventa_un_cammino_di_fedehttps://www.fides.org/it/news/78232-Le_esperienze_missionarie_di_Wecare_II_Quando_la_missione_diventa_un_cammino_di_fededi Laura Gómez Ruiz<br /><br />Roma – Un’esperienza missionaria può iniziare da un gesto concreto: costruire, aiutare, condividere la vita quotidiana con una comunità. Ma le domande che nascono durante quel periodo possono aprire altre strade. Chi sono? Cosa può abbracciare il desiderio che ho nel cuore? Che cosa può rendermi davvero felice?...<br /><br />Per i giovani che partecipano alle esperienze di Wecare, il servizio è accompagnato da un percorso di riflessione che vuole dare spazio proprio a queste domande.<br /><br />Come raccontato nella prima parte di questa storia , alcuni incontri con gli altri possono cambiare il modo di guardare alla propria vita. E ci sono prossimità gesti e parole che possono accompagnare le domande che emergono durante il viaggio.<br /><br />Le radici di Wecare risalgono alle prime esperienze di volontariato avviate nel 2005 in Perù, mentre la realtà associativa nella sua forma attuale è nata nel 2023, dopo aver riunito le diverse iniziative sviluppate negli anni. «Non vogliamo che sia semplicemente un’esperienza di volontariato», spiega Fernando Lozada Baldoceda, iniziatore delle esperienze di volontariato all’estero e oggi direttore di Wecare.<br /><br />Preparare il terreno<br /><br />Accanto al lavoro concreto, l’organizzazione propone un itinerario di riflessione ispirato ai valori del Vangelo, senza tuttavia presentarli in modo esplicito. Per questo lo definisce un percorso di «pre-evangelizzazione».<br />La proposta prende le mosse da interrogativi radicati nel cuore di ognuno circa la propria identità, la sofferenza, l’amore, l’amicizia, la felicità, la missione e la vocazione. «Sono domande che possono portare a interrogarsi anche sul soprannaturale», osserva Fernando. Non si tratta, dunque, di offrire risposte già confezionate, ma di creare uno spazio nel quale ogni giovane possa confrontarsi con ciò che sta vivendo e con le domande che attraversano la propria esistenza.<br />Il percorso alterna momenti di riflessione comunitaria e incontri in piccoli gruppi. «Sono conferenze», spiega Fernando, ma poi i giovani hanno la possibilità di condividere e confrontarsi tra loro. La riflessione, inoltre, non rimane circoscritta a quanto accaduto durante il viaggio: le domande chiamano in causa anche la propria storia, le proprie scelte, le relazioni e il modo di guardare alla vita.<br />A questo cammino si aggiunge un diario di viaggio. Ogni tema è accompagnato da testi, anche della letteratura cristiana, e da domande che aiutano a trasformare la lettura in una riflessione personale. I contenuti sono legati a ciò che i giovani stanno vivendo: «L’idea è che il tema non rimanga scollegato dall’esperienza», spiega Fernando.<br /><br />Un accompagnamento discreto <br /><br />È proprio qui che assume un ruolo particolare la presenza del sacerdote. Padre Gonzalo Len Alvarez, vicerettore della chiesa di San Paolo alla Regola, a Roma, accompagna i giovani durante le esperienze missionarie e condivide con loro il cammino, la vita quotidiana e i momenti di riflessione. Per lui, uno degli elementi fondamentali della proposta è permettere ai giovani di arrivare «all’incontro con Cristo attraverso due esperienze fondamentali: l’incontro con l’altro e l’incontro con se stessi».<br />Il primo, spiega padre Gonzalo, nasce dalla vicinanza a persone e comunità che vivono situazioni diverse dalle proprie. Il giovane entra in contatto con storie che non fanno parte della sua quotidianità e «impara a vivere il servizio, la gratuità, la carità e il dono di sé», spiega il sacerdote. <br />Da qui può nascere il secondo incontro: quello del giovane con se stesso. Padre Gonzalo spiega che «c’è anche un vero e proprio percorso interiore che invita ciascuno a confrontarsi con le grandi domande della vita: chi sono, che cosa rende veramente felici, perché c’è la sofferenza o che cosa significa amare». Non tutti i giovani percorrono la stessa strada né arrivano alle medesime conclusioni. Ognuno risponde a partire dalla propria storia e nella propria libertà.<br />Per alcuni, racconta padre Gonzalo, l’esperienza può significare «riscoprire una fede che si era allontanata dalla propria vita; per altri, trovare una luce di fronte a una decisione importante o riscoprire la bellezza della preghiera e della vita cristiana». In alcuni casi, e non sono pochi, l’incontro con Cristo si presenta in modo nuovo: «Cristo non è semplicemente una proposta religiosa, ma la risposta più profonda ai desideri del cuore».<br />In questo percorso, la presenza di un sacerdote che condivide con i giovani l’esperienza missionaria assume un significato particolare. L’accompagnamento non arriva soltanto dopo, per interpretare ciò che è stato vissuto, ma fa parte del cammino dall’interno. Il sacerdote partecipa all’esperienza concreta e può accompagnare le domande che nascono da essa. La dimensione spirituale, così, non appare come un elemento aggiunto alla fine di un progetto di volontariato, ma è legata all’incontro con le persone, al lavoro svolto e allo sguardo che ogni giovane rivolge alla propria vita.<br /><br />Nessuna risposta preconfezionata <br /><br />Per Lozada Baldoceda, è anche questa la ragione per cui il percorso non si presenta come una semplice attività formativa. L’esperienza cerca di mettere in relazione ciò che il giovane vede fuori di sé con ciò che porta dentro di sé. I testi e le domande del diario, le conversazioni di gruppo e l’esperienza di servizio fanno parte di un unico cammino. L’obiettivo non è offrire risposte già confezionate. Le domande possono aprire un processo che ciascuno percorrerà in modo diverso e che può proseguire anche dopo il ritorno.<br /><br />Padre Gonzalo conclude spiegando che «è proprio in questi piccoli e grandi cambiamenti che scopro lo spirito missionario della Chiesa: giovani che, dopo aver sperimentato l’amore di Cristo e essersi lasciati trasformare dal Vangelo, sentono naturalmente il desiderio di condividere con gli altri ciò che loro stessi hanno ricevuto». Non si tratta di un obbligo da aggiungere alla fine dell’esperienza, ma della conseguenza di un incontro che ha lasciato un segno: chi ha ricevuto qualcosa di buono desidera comunicarlo.<br /><br />La storia stessa di Wecare offre un esempio di come il servizio possa continuare assumendo forme diverse. <br />Durante la pandemia, quando i viaggi previsti dovettero essere sospesi, alcuni giovani che avevano partecipato alle esperienze precedenti cercarono un altro modo per aiutare. Nacque così ‘Sosteniamoci’, un progetto che iniziò con la raccolta di generi alimentari e la preparazione di pacchi destinati alle famiglie bisognose di Roma e, successivamente, di Milano. Nel tempo, questa esperienza e le iniziative internazionali confluirono nella realtà che oggi è Wecare.<br /><br />Vent’anni dopo quelle prime esperienze in Perù, la sfida rimane la stessa: fare in modo che la missione non si riduca a fare qualcosa per qualcuno, ma diventi un incontro capace di trasformare lo sguardo. L’aiuto concreto conta. Ma conta anche ciò che accade quando un giovane si domanda che cosa significhi per lui aver incontrato quella persona, aver visto quella realtà e aver condiviso con essa il proprio tempo. Dall’incontro con l’altro all’incontro con se stessi; e da qui, per alcuni, all’incontro con Cristo. Da ciò che si è ricevuto può nascere, infine, il desiderio di uscire nuovamente incontro agli altri. <br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="https://www.wecareprojects.com/esperienze">Link alla pagina di Wecare:</a>Wed, 30 Sep 2026 16:30:45 +0200AFRICA/BENIN - Famiglie che formano i seminaristi missionari: passi piccoli e concreti per superare i conflitti e costruire la pacehttps://www.fides.org/it/news/78233-AFRICA_BENIN_Famiglie_che_formano_i_seminaristi_missionari_passi_piccoli_e_concreti_per_superare_i_conflitti_e_costruire_la_pacehttps://www.fides.org/it/news/78233-AFRICA_BENIN_Famiglie_che_formano_i_seminaristi_missionari_passi_piccoli_e_concreti_per_superare_i_conflitti_e_costruire_la_paceCalavi – Giovedì 1° ottobre prenderà il via al Centre Brésillac di Abomey-Calavi, arcidiocesi di Cotonou, in Benin, l’anno internazionale di spiritualità per 42 seminaristi della Società delle Missioni Africane . Provengono da 12 Paesi dell’Africa e dell’Asia, hanno un’età compresa tra i 20 e i 30 anni e hanno già concluso gli studi di filosofia previsti per quanti si preparano al sacerdozio missionario.<br /><br />« Accompagnati da un’équipe di cinque formatori, per nove mesi vivranno un’esperienza di discernimento, attraverso momenti di interiorità, ascolto della Parola e preghiera, in vista di una decisione sul proprio futuro: proseguire la propria vocazione come membri della SMA oppure orientarsi verso un’altra forma di vita e di servizio. »<br /><br />La testimonianza giunge all’Agenzia Fides da padre Antonio Porcellato che, dopo sei anni di servizio come Superiore generale della SMA, ha ricevuto un nuovo incarico dal suo successore, padre François du Penhoat, che lo ha nominato formatore per un mandato di tre anni, rinnovabile.<br /><br />«Continuo a offrire il mio servizio nel campo della formazione iniziale dei seminaristi, un ambito nel quale ho già lavorato dal 1989 al 2001: sei anni a Genova, un anno proprio a Calavì e cinque anni a Ibadan, in Nigeria”, spiega il missionario. Lo stesso padre Porcellato aveva suggerito di assumere un incarico nel settore della formazione. “Sono infatti convinto che il discernimento e la formazione iniziale siano tra i compiti più urgenti per la SMA di oggi, che registra una grande fioritura di vocazioni in Africa, una crescita più moderata in Asia e una presenza quasi nulla in Europa e America».<br /><br />«Anche quest’anno una trentina di famiglie beninesi ha contribuito attivamente alla formazione missionaria dei giovani, accogliendo gratuitamente nelle proprie case, per tutto il mese di settembre, i seminaristi che necessitano di perfezionare la conoscenza della lingua francese prima dell’inizio del<br />Programma annuale» prosegue il missionario.<br /><br />Ogni mattina i seminaristi si recano al Centre Brésillac, dove ritrovano i compagni per le lezioni di francese e consumano il pranzo. Nel pomeriggio ciascuno torna nella propria famiglia di accoglienza, dove trascorre la sera e la notte, per rientrare al Centro il mattino seguente. In genere le famiglie hanno figli in età scolare: con loro il seminarista interagisce e conversa in modo naturale, partecipando anche alle attività quotidiane, ai pasti e ai momenti di preghiera.<br /><br />«Il gruppo delle famiglie che offrono la propria ospitalità esiste ormai da decenni e si è progressivamente auto-organizzato, individuando ogni anno le famiglie disponibili ad accogliere un seminarista. Nel solco della tradizione africana dell’ospitalità, queste famiglie vivono l’accoglienza come un’occasione di incontro e sono felici di poter ospitare giovani provenienti da altri Paesi. Nascono così relazioni che spesso proseguono ben oltre i nove mesi dell’anno di spiritualità trascorso in Benin.»<br /><br />È il caso di Pascaline Assogba, docente universitaria da poco in pensione, che racconta con gioia l’esperienza maturata in vent’anni di accoglienza: oggi può contare su una vera e propria famiglia allargata in diversi Paesi africani. «Se mi devo spostare sul Continente, praticamente in ogni Paese trovo sempre qualche missionario SMA che ho ospitato a casa mia e che ormai è parte della mia famiglia», racconta.<br /><br />Sabato 26 settembre si è svolta una festa conclusiva durante la quale i 24 seminaristi accolti nelle famiglie hanno espresso la loro gratitudine per l’esperienza vissuta.<br /><br />Il mese trascorso in una famiglia beninese, oltre a favorire la pratica della lingua francese, rappresenta un passaggio significativo nella formazione dei futuri missionari. I giovani sono chiamati ad adattarsi a cibi che non conoscevano, a ritmi di vita differenti – come, ad esempio, l’abitudine a cenare molto tardi – e a forme di devozione talvolta nuove per loro.<br /><br />Si tratta, in sostanza, di una scuola concreta di prossimità, interculturalità e capacità di adattamento, competenze fondamentali per chi è chiamato a vivere la missione in contesti diversi dal proprio. L’esperienza contribuisce inoltre a creare conoscenza e fiducia reciproche tra persone provenienti da Paesi e continenti differenti, anche quando segnati da tensioni o conflitti.<br /><br />Sono piccoli passi concreti, per superare le divisioni, tessere relazioni e contribuire alla costruzione della pace.<br /><br /> <br />Wed, 30 Sep 2026 09:48:53 +0200ASIA/BANGLADESH - Nell'area tribale di Joypurhat, "la nuova diocesi tra povertà e speranza", racconta il Vescovo Gomeshttps://www.fides.org/it/news/78229-ASIA_BANGLADESH_Nell_area_tribale_di_Joypurhat_la_nuova_diocesi_tra_poverta_e_speranza_racconta_il_Vescovo_Gomeshttps://www.fides.org/it/news/78229-ASIA_BANGLADESH_Nell_area_tribale_di_Joypurhat_la_nuova_diocesi_tra_poverta_e_speranza_racconta_il_Vescovo_Gomesdi Paolo Affatato<br /><br />Joypurhat – “Nella povertà e nella debolezza c'è la Provvidenza di Dio, c'è il Suo Spirito che ci accompagna e ci porta doni che ci sorprendono. Lo sperimentiamo ogni giorno nella vita della nostra comunità a Joypurhat, nel nordovest del Bangladesh”, dice in un colloquio con l'Agenzia Fides Paul Gomes, primo Vescovo della nuova diocesi di Joypurhat, istituita il 25 marzo 2026 da Papa Leone XIV, nata dai territori delle diocesi di Rajshahi e Dinajpur, come suffraganea dell'Arcidiocesi metropolitana di Dhaka.<br />“Ad esempio - racconta - nella neonata diocesi, le strutture sono ancora da costruire. Attualmente, vivo nella chiesa parrocchiale di Maria Aiuto dei Cristiani a Khanjanpur, affidata ai religiosi Salesiani, che fa da cattedrale. Dobbiamo pensare e costruire una vera e propria sede vescovile e un centro pastorale: c'è tanta buona volontà ma abbiamo bisogno di aiuto e già ne riceviamo tanto”, dice il Vescovo che a giugno scorso si è insediato nella diocesi.<br /><br />La comunità di Joypurhat consta di circa 25mila fedeli cattolici, distribuiti in 13 parrocchie, in netta maggioranza appartenenti alle comunità indigene e tribali, come i Santal, gli Oraon, i Mahali, i Munda e i Paharia, che caratterizzano la popolazione dell'intero territorio di Joypurhat, circa 7,7 milioni di abitanti.<br />Il Vescovo riferisce che “i fedeli cattolici indigeni dell'area sono tra i gruppi socialmente più vulnerabili del Bangladesh. Vivono in condizioni di povertà, lavorando principalmente come braccianti agricoli a giornata o piccoli coltivatori. Soffrono una cronica disparità e discriminazione nell'accesso alle risorse e alla terra”. Le comunità indigene della zona, ricorda, "si confrontano anche con analfabetismo, vulnerabilità alle calamità naturali e migrazione verso le città o all'estero in cerca di lavoro".<br /><br />In un contesto geografico e sociale segnato da forti criticità, “la nascita della diocesi di Joypurhat ha generato grande speranza in tutti, tra i fedeli ma anche nelle comunità musulmane e indù della zona”, rileva.<br />Infatti, “la Chiesa cattolica in Bangladesh è riconosciuta per le opere caritative e per la qualità dei suoi servizi sociali, offerti senza alcuna distinzione di caste, cultura, religione”, ricorda il Vescovo. Dunque, “a Joypurhat, il nostro impegno si concentra su due binari fondamentali per lo sviluppo del territorio: istituire scuole accessibili a tutti e potenziare i servizi sanitari, specialmente nei villaggi periferici”. La Chiesa è già impegnata nella regione attraverso opere educative, sanitarie e programmi di sviluppo umano, compresi microcredito e formazione professionale. In tal modo, nota il Vescovo, “la comunità cattolica promuove l'inclusione sociale e un dialogo interreligioso quotidiano che serve a disinnescare la violenza settaria che a volte attraversa la società”.<br /><br />Un aspetto il Vescovo tiene a rimarcare: “In una diocesi che ha solo 15 sacerdoti e 18 religiose, i catechisti e i laici sono pilastri insostituibili dell'apostolato e del servizio sociale”. “Nei villaggi rurali remoti, la sopravvivenza stessa della fede dipende dal loro operato quotidiano”, riconosce.<br />Nel nordovest del Bangladesh, il loro ruolo è quello di "custodi della fede nelle periferie", dato che molti villaggi indigeni della diocesi si trovano in aree isolate, difficilmente raggiungibili dai sacerdoti se non poche volte l'anno: “I catechisti laici vivono stabilmente in queste comunità: guidano la preghiera domenicale della Parola, mantengono aperte e animano le cappelle di fango e bambù, assistono i malati e preparano i bambini e gli adulti ai sacramenti”.<br /><br />“I catechisti - osserva - sono, poi, protagonisti del processo di inculturazione della fede: essendo quasi tutti membri delle tribù locali, superano le barriere linguistiche e culturali, traducono i testi sacri e i canti nelle lingue tribali e integrano i simboli e i costumi tradizionali locali nelle celebrazioni. Così la gente avverte il Vangelo come vicino alla propria identità e e alla propria vita”.<br /><br />Inoltre, sul fronte socio-politico, i laici fungono da mediatori e difensori delle le popolazioni indigene di Joypurhat, spesso vittime di espropriazioni terriere illegali, discriminazioni civili e abusi a causa della loro vulnerabilità sociale e dell'analfabetismo: “I laici cattolici, spesso formati attraverso i programmi diocesani e di Caritas Bangladesh, aiutano i capi dei villaggi a difendere i propri diritti legali, a proteggere le proprietà ancestrali e a denunciare le violazioni”, racconta mons. Gomes.<br /><br />Date le grandi necessità pastorali di una Chiesa nascente, i laici cooperano attivamente nell'organizzazione di incontri pastorali e incoraggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, accompagnando i giovani nel percorso vocazionale, “perché siano protagonisti nella Chiesa e nella società”. <br />Nella nuova diocesi, dunque, conclude il Vescovo, evangelizzazione e promozione umana procedono insieme, “in una comunità cattolica giovane, povera, ma che ha fiducia nel fatto che, come dice il salmo, Il Signore completerà l'opera sua”.<br /><br />Wed, 30 Sep 2026 09:42:20 +0200ASIA/KIRGHIZISTAN - “Il destino del gregge è il mio destino”: il percorso missionario del Vescovo Anthony Corcoranhttps://www.fides.org/it/news/78228-ASIA_KIRGHIZISTAN_Il_destino_del_gregge_e_il_mio_destino_il_percorso_missionario_del_Vescovo_Anthony_Corcoranhttps://www.fides.org/it/news/78228-ASIA_KIRGHIZISTAN_Il_destino_del_gregge_e_il_mio_destino_il_percorso_missionario_del_Vescovo_Anthony_Corcorandi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Biškek Oggi, 29 settembre, il cardinale Giorgio Marengo impone le mani sul capo di padre Anthony Corcoran, gesuita di origine statunitense, per consacrarlo Vescovo. Lui viene così confermato con il crisma della successione apostolica nel compito che esercita ormai da quasi un decennio: pastore di poche centinaia di cattolici sparsi in un Paese a maggioranza musulmana dell’Asia centrale, il Kirghizistan. <br />Se gli si chiede come sia arrivato fin lì, sorride prima di rispondere. «Adoro questa domanda: come ha fatto un ragazzo del Texas a diventare vescovo del Kirghizistan? Può essere solo il mistero della Provvidenza di Dio. Penso che ogni passo che compiamo abbia a che fare con un piano più ampio per le nostre vite. Quando cerchiamo di dire sì a Lui e di affidarci a Lui, Egli ci guida verso il passo successivo», ha raccontato all’Agenzia Fides, nei giorni in cui partecipava al corso di formazione per i nuovi vescovi organizzato dal Dicastero per l’Evangelizzazione.<br /><br />Il ragazzo del Texas è nato, in realtà, in Arizona, il 19 aprile 1963, a Tucson. Come evidenziato nei profili pubblicati dalla diocesi di Tucson, entrambi i suoi genitori provenivano da Bisbee, nella contea di Cochise, e due dei suoi nonni erano a loro volta figli dell’Arizona meridionale. È stato battezzato nella chiesa di Sant’Andrea, a Sierra Vista, prima che la famiglia si trasferisse in Texas durante la sua infanzia. <br />Nella memoria familiare che ha descritto in una precedente intervista pubblicata dalla diocesi, la fede faceva parte del tessuto della vita quotidiana, indissolubilmente legata a una comunità formata da persone di diverse origini e confessioni. L’amico più caro di suo padre, un cattolico polacco-americano praticante, divenne una delle prime e concrete testimonianze di quella fede. Corcoran ricorda anche l’ammirazione dei suoi genitori per i vicini messicani cattolici: non per compiacere una qualche astratta lezione di convivenza, ma come riconoscimento della della generosità e della dignità con cui quei vicini vivevano la loro fede. <br /><br />Quell’esperienza precoce di una zona di confine pluralistica e accogliente sarebbe rimasta con lui. Tuttavia, il sacerdozio non era nei suoi piani. Non all’inizio. «Avevo intrapreso studi che non avevano nulla a che vedere con il sacerdozio», ricorda a Fides. «Frequentavo un’università dove insegnavano i gesuiti e lì ho conosciuto i gesuiti. Non mi consideravo un gesuita fino alla fine dei miei studi, quando ci invitarono a fare gli Esercizi Spirituali. Mi sono innamorato di Ignazio, degli Esercizi, e dell’idea di diventare missionario».<br /><br />In Siberia dopo il crollo dell’URSS<br /><br />Anthony Corcoran entrò nella Compagnia di Gesù a Grand Coteau, in Louisiana, nel 1985. Dietro quella decisione c’era qualcosa di più antico, qualcosa che aveva imparato in ginocchio da bambino. «Da lì sono entrato in noviziato. Avevo sempre sognato di diventare missionario. Da bambini pregavamo ogni giorno tre Ave Maria per la conversione della Russia, come aveva chiesto la Madonna di Fatima. Credo che questo abbia permesso a Maria di entrare nel mio cuore e nella mia anima, per prepararmi a raggiungere queste persone».<br /><br />Ha conseguito una laurea in scienze politiche alla Marquette University, un master in sviluppo politico-economico internazionale alla Fordham e, in seguito, una licenza e un dottorato in teologia sacra alla Weston Jesuit School of Theology. È stato ordinato sacerdote l’8 giugno 1996 allo Spring Hill College di Mobile, in Alabama. A quel punto, la storia aveva già esaudito, a modo suo, la sua preghiera d’infanzia. «Quando ero pronto per l’ordinazione sacerdotale, l’Unione Sovietica era appena crollata e San Giovanni Paolo II aveva chiesto che dei sacerdoti si recassero in quella regione. La mia comunità mi ha mandato in Russia, inizialmente in Siberia. Da lì ho conosciuto il Kirghizistan, e dopo sono stato assegnato lì», racconta a Fides.<br />Trascorrerà più di vent’anni in Russia come Vicario generale a Novosibirsk, poi come superiore maggiore della Regione russa dei gesuiti a Mosca, dove ha professato i voti perpetui nel 2002. Nel 2017, Papa Francesco lo ha nominato Amministratore apostolico del Kirghizistan. <br /><br />Guardando indietro all’intero percorso, rifugge da spiegazioni semplicistiche. «Certo», afferma, «è tutta opera della Provvidenza di Dio: quando cerchiamo di dire sì a un passo, per quanto imperfettamente lo facciamo, quel passo ci porta da qualche parte. Non è così importante per noi sapere esattamente dove e come. Ciò che conta è sapere con chi: con Dio. È così che sono arrivato in Kirghizistan».<br /><br />Confinando con la Cina <br />In Kirghizistan, un Paese di oltre sette milioni di abitanti al confine con la Cina, i cattolici sono solo poche centinaia, dice Corcoran. Papa Francesco ha trovato le parole giuste per descriverlo. «La Chiesa in Kirghizistan è incantevole», dice padre Corcoran a Fides. «È minuscola. Papa Francesco ha definito la Chiesa dell’Asia centrale e della Mongolia un “germoglio”. Perché siamo un piccolo gregge».<br /><br />Il germoglio tra i deportati<br />La loro storia inizia in esilio. «Le loro famiglie furono mandate in Asia centrale e in Siberia durante la guerra, da Joseph Stalin. Sono soprattutto con i loro figli e nipoti che abbiamo lavorato, dalla fine dell’Unione Sovietica». Poi, quasi non appena la comunità ha ritrovato un punto d’appoggio, ha cominciato a svuotarsi. «La stragrande maggioranza di queste persone è emigrata all’estero: non è affatto esagerato affermare che forse il novantotto, il novantanove per cento della nostra popolazione cattolica se n’è andata. Speriamo, se Dio vuole, che le basi che hanno ricevuto nella fede consentano loro di portarle altrove. Ho sentito dire dalle parrocchie in cui si sono trasferiti — in Germania, in Russia — che le persone provenienti dal Kirghizistan erano spesso molto devote. Faceva parte del piano di Dio».<br /><br />Ciò che rimane è esiguo sotto ogni punto di vista, e lui non finge il contrario. Nove sacerdoti prestano servizio in tutto il Paese. Le preghiere vengono recitate per lo più in russo; alcuni sacerdoti, lui compreso, stanno imparando il kirghiso. Alcuni giovani di etnia kirghisa ora partecipano alla Messa, insieme alla comunità eterogenea che è rimasta. Eppure lui lo definisce una gioia. «È una bellissima testimonianza di speranza, il fatto che Gesù abbia la Sua Chiesa qui, dove Lui la vuole — forse per la prossima generazione, o forse, se saremo fedeli, vedremo i Suoi frutti già in questa generazione. È opera Sua. Come vescovo, capisco che a volte la gente dice che io sono il capo, ma in realtà spero di essere un fedele collaboratore al Suo fianco. È così che intendiamo la nostra piccola comunità».<br /><br />Terre e popoli uniti dalla Via della Seta<br /><br />Parla dei kirghisi stessi con l’attenzione di chi ha trascorso anni a osservare un popolo dall’interno, con fede e grande intelligenza emotiva. «La storia del popolo kirghiso è breve rispetto a molte altre culture del mondo, ma ha sicuramente un senso della propria identità, e la dignità di quell’identità, l’orgoglio che ne deriva, in senso positivo. Allo stesso tempo, grazie alla loro cultura, sono piuttosto aperti verso popoli diversi. Questa era la zona della Via della Seta, e la Via della Seta fu possibile in parte grazie a popoli come i kirghisi. Qualcuno ha osservato con grande acume che ai kirghisi in genere non piace il fanatismo. Prendono la vita per quello che è, incentrata su come si manifesta la natura, su come agisce Dio, su come sono le loro famiglie. Penso che queste siano virtù naturali: Dio le dona a un popolo che le sviluppa, per costruire la propria società, per incontrare Dio nel modo in cui Lui lo desidera».<br />Torna, spontaneamente, a una lezione dei suoi tempi vissuti nella scuola cattolica. «Quando ero bambino alla scuola cattolica, ci insegnavano che una virtù è come un muscolo: un dono di Dio. Senza di essa, non potremmo fare nulla, non potremmo muoverci. Ma poi dipende quasi interamente da noi svilupparla ogni giorno. Un muscolo cresce in modo più efficace quando c’è una forza opposta che lo contrasta: può persino indebolirsi, per poi rafforzarsi di nuovo. Questo è ciò che vedo tra i kirghisi e gli asiatici centrali: un’ospitalità, un’apertura e, allo stesso tempo, un senso di chi sono, della loro identità. Questo è un tratto caratteristico della gente di qui».<br /><br />Appartenere a Cristo, appartenendo al Suo popolo<br /><br />Diventare il loro vescovo, dice, non è un titolo conferito da alcuna comunità. È qualcosa di completamente diverso. «La chiamata al sacerdozio, o all’episcopato, proviene da Gesù Cristo stesso», assicura. «Non è qualcosa che una comunità ci dà. Eppure, come ogni spiritualità che si incarna, la spiritualità dell’essere vescovo si incarna in persone specifiche, in un momento specifico, in circostanze specifiche. Dio lo sa. Lui sa tutto e sceglie di far combaciare le cose. Quando Dio sceglie il vescovo, sceglie anche le persone; il rapporto è sigillato nel Suo amore per loro e nella loro bontà. Apparteniamo tutti a Gesù Cristo, e penso che ciò avvenga in modo concreto: apparteniamo attraverso persone concrete, luoghi concreti, tempi concreti. Come dice Lui stesso, è Lui che ci ha chiamati, non siamo stati noi a chiamare Lui».<br /><br />Tutti i nomi del proprio piccolo gregge<br /><br />È un’affermazione che lui ha sperimentato con la propria vita, non solo a parole. Recentemente ha ottenuto la cittadinanza kirghisa ed è ora un cittadino locale. «Essere vescovo lo conferma ancora di più. Ci si impegna totalmente. Quindi ottenere la cittadinanza mi sembra del tutto naturale. Il destino del gregge è il mio destino. Non sarò mai uno del posto, ma posso fare mio tutto ciò che è loro, in modo che, si spera, io possa diventare uno di loro, e loro siano nel mio cuore». Ha conosciuto parrocchie affollate. Ora conosce quasi tutti per nome.<br /><br /><br />«Quando sono stato ordinato per la prima volta, ancora negli Stati Uniti, mentre terminavo la mia preparazione per venire in Russia, mi trovavo in una parrocchia con centinaia e centinaia di persone, a volte con diverse messe contemporaneamente. Ora, arrivare in un luogo dove ci sono diverse centinaia di cattolici è davvero commovente». Corcoran afferma di aver interpretato la decisione di Papa Leone XIV come un segno che, anche se lì sono pochissimi, dovrebbero avere un proprio pastore, un vescovo. <br /><br />L’opportunità di essere piccoli<br /><br />«Per me è molto commovente conoscere personalmente quasi tutti i cattolici, far parte delle loro vite. Naturalmente, preghiamo affinché le persone si avvicinino a Gesù Cristo e la Chiesa cresca». La piccolezza, per lui, non è un problema da risolvere. È una forma che la missione ha sempre assunto.<br />«Essere missionario e essere del posto, non nato lì, non autoctono, ma, si spera, radicato, significa essere missionario come sempre, anche come tutti quelli che sono missionari, anche quando rimangono nella città in cui si è nati. Perché la missione non riguarda esclusivamente il territorio o la geografia, anche se questi sono parte del luogo in cui si incarna. La missione riguarda il territorio dei cuori, delle menti e delle anime.<br /><br /> Durante la nostra visita ad limina, e in altre occasioni, Papa Francesco ripeteva che per Dio il piccolo non è un problema, ma una possibilità, un’opportunità. Pensiamo alla prima comunità di Betlemme: quanto erano pochi, e quanto preziosi. Il suo piano è lì, per ogni singola persona, che lo conosca o creda in Lui, o che un giorno si troverà al suo cospetto e avrà il compito di conoscerlo, amarlo e condividerlo. Far parte di una piccola comunità, per me, è una vera gioia e una consolazione — e allo stesso tempo una sfida. Un giorno, possa la nostra Chiesa essere più grande, con più persone. E allo stesso tempo, rimanga questo nucleo che è qui ora. Dio opera attraverso il Suo piccolo resto».<br /><br />Il piccolo resto<br /><br />Due ricordi sono il fondamento di tutto ciò in cui crede riguardo a quel piccolo resto. Il primo è recente ed è così piccolo da stare in una mano. «C’è una storia che adoro», ricorda con un sorriso. «Un venerdì, in una piccola città dove mi trovavo, un ragazzino uscì dalla moschea. Io ero vestito da sacerdote. Ovviamente aveva sentito parlare di noi a scuola. Indossava un cappellino. Mi si avvicinò, mi guardò con totale innocenza, curiosità e vero rispetto, e disse: ‘Tu sei un seguace di Cristo’. Non parlava russo e non conosceva la parola ‘discepolo’ in kirghiso — credo fosse semplicemente incuriosito, come se non ne avesse mai incontrato uno, o non avesse mai pensato di chiederlo a qualcuno. Ricordo di esserne rimasto molto commosso, pensando: che grazia poter dire di sì. Che grazia, se le persone possono venire da noi e guardarci con curiosità, scetticismo o speranza – ma quali parole più grandi potremmo mai sentire, e lasciare che penetrino nei nostri cuori, se non quelle parole, “Sei un seguace di Cristo?” Spero, per tutta la mia vita, di poter essere riconosciuto come una persona – come un seguace di Cristo».<br /><br />In un segno di croce, tutta la fede avuta dalle nonne deportate<br /><br />Il secondo ricordo è più antico e risale a prima ancora che mettesse piede in Kirghizistan. «Negli anni Novanta, quando arrivai per la prima volta in Siberia, a volte visitavo l’Asia centrale. Rimanevo sempre colpito quando incontravo persone che si definivano cattoliche. Le nonne, le babushka, erano state arrestate nel 1937, nel 1941, e mandate in Siberia e in Asia centrale. È in gran parte così che, per Provvidenza, la Chiesa esiste oggi come struttura. Ricordo di aver incontrato persone che non avevano mai visto un sacerdote, ma erano fermamente convinte di essere cattoliche. Chiedevo loro: cosa significa essere cattolici, se non siete mai stati a Messa, non avete mai ricevuto alcun sacramento se non il battesimo? Alcuni erano stati battezzati dalle loro nonne. Chiedevo: “Cosa sapete dell’essere cattolici? Come avete mantenuto la vostra fede?”. C’erano tre cose che accomunavano queste persone, sebbene le risposte fossero tante quante erano le persone stesse. Una ci sembra molto semplice: sapevano farsi il segno della croce, proprio come noi. Me lo mostravano con tale devozione che ancora oggi mi commuovo nel ricordarlo.<br /><br />Oggi, 29 settembre, con queste immagini impresse profondamente nella sua anima, Anthony Corcoran dice di nuovo «sì». Tue, 29 Sep 2026 01:03:07 +0200Il Vescovo Martinelli al Simposio inter-cristiano di Salonicco: i migranti hanno reso la Penisola arabica un “Laboratorio di Chiesa inter-culturale”https://www.fides.org/it/news/78227-Il_Vescovo_Martinelli_al_Simposio_inter_cristiano_di_Salonicco_i_migranti_hanno_reso_la_Penisola_arabica_un_Laboratorio_di_Chiesa_inter_culturalehttps://www.fides.org/it/news/78227-Il_Vescovo_Martinelli_al_Simposio_inter_cristiano_di_Salonicco_i_migranti_hanno_reso_la_Penisola_arabica_un_Laboratorio_di_Chiesa_inter_culturaleSalonicco - I flussi migratori globali che connotano il tempo presente incrociano in maniera sorprendete e misteriosa le vie dell'opera apostolica. <br /><br />Così, negli ultimi decenni, le moltitudini di lavoratori immigrati affluiti nella Penisola arabica hanno reso quell'area del mondo una sorta di "laboratorio" dove fiorisce una Chiesa plurale e "interculturale", che diventa anche spazio di incontro tra popoli e culture. Lo ha documentato il Vescovo Paolo Martinelli, Vicario apostolico dell'Arabia meridionale, in un articolato intervento da lui dedicato alle trasformazioni provocate dalla mobilità dei popoli. <br /><br />L'Intervento del Vescovo Martinelli ha rappresentato la relazione d'apertura del XVIII Simposio intercristiano di Salonicco, rilevante iniziativa ecumenica promossa dall'Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università "Antonianum" e dal Dipartimento di Teologia della Facoltà teologica ortodossa dell'Università Aristotele di Salonicco. L'edizione di quest'anno, dedicata a "La fede cristiana in un contesto multiculturale", ha affrontato le trasformazioni di una società segnata dalle migrazioni. <br /><br /><br />Papa Leone XIV, in un messaggio inviato ai partecipanti al Simposio, ha osservato che "nella società contemporanea, la fede cristiana non costituisce più l'unico riferimento culturale", e ciò "impone alle Chiese e ai credenti di ripensare il modo di esprimere e testimoniare il Vangelo". <br /><br />Anche Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, ha inviato al convegno un suo messaggio, in cui ha ricordato che "la multiculturalità crea nuove possibilità di comunicazione e collaborazione, ma al tempo stesso pone dinanzi ai cristiani la domanda su come essi possano dare testimonianza della fede in tali condizioni". <br /><br />Processi che accadono “senza chiedere il nostro permesso”<br /><br />Nella sua relazione, intitolata "La fede cristiana in un contesto multiculturale. Mappatura delle questioni in gioco", il Vescovo Martinelli ha ricordato che la mobilità appartiene da sempre alla storia dell'umanità, della salvezza e della Chiesa. Ma oggi movimento e mescolamento dei popoli avvengono "in proporzioni che non sono state mai raggiunte in precedenza". E proprio la Penisola Arabica costituisce un osservatorio privilegiato per sperimentare alcuni effetti imprevedibili di tale fenomeno epocale. <br /><br />Negli Emirati Arabi Uniti, ha ricordato il Vescovo, oltre il 90 per cento della popolazione è costituito da migranti, e sono rappresentate più di 200 etnie e nazionalità. Anche i battezzati che frequentano le chiese cattoliche provengono da oltre cento nazioni e formano una comunità "multiculturale, multietnica, multispirituale". <br /><br />Martinelli la definisce "un laboratorio di Chiesa interculturale". Da questa esperienza nasce una domanda: come vivere la differenza senza cancellarla e senza trasformarla in separazione? Il Vicario apostolico osserva che il processo di mescolamento delle culture non può in alcun modo essere arrestato: "Non si tratta di una scelta politica […] ma di un processo che accade senza chiedere il nostro permesso. Questo processo richiede di essere governato con saggezza e lungimiranza".<br /><br />Né assimilazione né “melting pot”<br /><br />La relazione del Vescovo, che appartiene all'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, ha preso quindi in esame le diverse categorie di “assimilazione”, “multiculturalismo” e “melting pot”. Per Martinelli tutti questi modelli risultano insufficienti. Il sentiero da imboccare è invece quello dell'"interculturalità", intesa come apertura e disponibilità a "fare interagire le differenze e non superarle". Il riferimento paradigmatico, per uno sguardo di fede, è quello che accade nel giorno della Pentecoste: "A Pentecoste non abbiamo il superamento delle lingue ma l'unità che si manifesta nella diversità delle lingue e delle culture". Una dinamica che si declina in tre dimensioni: l'inculturazione del Vangelo, l'evangelizzazione delle culture e l'interculturalità della fede. <br />Il “paradigma” della Pentecoste<br />L'inculturazione - ha chiarito il Vicario dell'Arabia del Sud - è il processo attraverso cui la fede in Cristo può incontrare e assumere la cultura dei popoli; l'evangelizzazione della cultura ricorda che il Vangelo interpella e trasforma ogni cultura; l'interculturalità porta le diverse culture - con le loro connotazioni proprie - a incontrarsi intorno alla medesima fede. Il punto decisivo è dunque la reciprocità. "La Chiesa - ha riconosciuto il Vescovo francescano - vive non dell'autonomia delle singole culture in cui è presente, ma della feconda reciprocità delle differenze culturali". Lungo questa via, proprio le migrazioni stanno segnando e ridisegnando anche il volto delle comunità cristiane, e l'interculturalità diventa una dimensione concreta della vita ecclesiale. <br /><br />Così, la domanda posta da Leone XIV e Bartolomeo - come esprimere e testimoniare il Vangelo in una società multiculturale - trova nella riflessione di Martinelli una prospettiva: favorire "l'interazione delle differenze culturali intorno all'unica fede cristiana", offrendo il proprio contributo specifico di comunità ecclesiale al servizio della coesistenza e della pace. .<br />Tue, 29 Sep 2026 23:41:46 +0200PAPA IN FRANCIA/XI - Leone XIV a Metz: nella «Lanterna del Buon Dio» l’Europa cerca la pacehttps://www.fides.org/it/news/78226-PAPA_IN_FRANCIA_XI_Leone_XIV_a_Metz_nella_Lanterna_del_Buon_Dio_l_Europa_cerca_la_pacehttps://www.fides.org/it/news/78226-PAPA_IN_FRANCIA_XI_Leone_XIV_a_Metz_nella_Lanterna_del_Buon_Dio_l_Europa_cerca_la_pacedi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Metz - «Un Papa americano che parla da Metz, al confine con la Germania, di “De Gasperi” con l’accento francese», scrive il giornalista Iacopo Scaramuzzi sul social network X. Forse in questa frase si condensa ciò che è accaduto durante la visita di Leone XIV nella città delle tre frontiere, dove le tracce della guerra sono ancora visibili sulle pietre di alcune case e nella storia dei suoi abitanti. È questo il significato della visita del Vescovo di Roma nella città della Francia orientale, che forse più di altre ricorda perché alcuni dei suoi figli, come Robert Schuman — che riposa a pochi chilometri da qui, nel comune di Scy-Chazelles — vollero un giorno costruire l’Europa.<br /><br />Al termine del suo viaggio in Francia, il Papa ha celebrato la Messa nella cattedrale di Saint-Étienne, nel cuore di una città plasmata dai conflitti e dai mutamenti delle frontiere. Qui ha affidato al Signore «il cammino della comunità diocesana di Metz come quello di tutta l’Europa». La pace, ha ricordato, è un dono di Dio, ma richiede anche una risposta umana: «la pace, che è un dono di Dio, esige una risposta da parte degli uomini, in uno sforzo condiviso». <br /><br />Partendo dalle immagini del profeta Isaia, il deserto, il giardino e la casa, Leone XIV ha richiamato il diritto, la giustizia e la pace, per poi soffermarsi sul perdono, la misericordia e la riconciliazione.<br /><br /><br />La luce e le differenze<br /><br /><br />L’immagine più suggestiva dell’omelia è quella della cattedrale, chiamata «Lanterna del Buon Dio» per i suoi 6.500 metri quadrati di vetrate istoriate. I suoi costruttori, osserva il Papa, sembrano aver «ridotto al minimo le pareti, che restano solide, perché la luce possa giungere in abbondanza ai fedeli». Le vetrate fanno della cattedrale una «biblia pauperum», una «fonte di preghiera e di meditazione, attraverso i riflessi dai mille colori». Questa luce si è arricchita del genio di Marc Chagall. Le opere del «grande pittore ebreo», incastonate nelle finestre della cattedrale, trasformano, secondo Leone XIV, la «Lanterna del Buon Dio» in un «simbolo ecumenico e di straordinario dialogo interreligioso». Un’immagine di unità che non significa uniformità: «La luce di Dio non cancella le specificità, ma unisce storie e culture diverse in un unico e meraviglioso mosaico di pace», ha dichiarato Leone XIV.<br /><br /><br />«Il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze», ha proseguito. In questa armonia, ha aggiunto, «la ferita del passato diventa una breccia che lascia passare la luce». A Metz, città in cui le cicatrici della storia rimangono visibili, l’idea che le differenze e le ferite possano contribuire a un’opera comune risuona in modo particolare sotto le volte della cattedrale, le cui pareti sono ancora segnate dalle cicatrici lasciate dai proiettili e dalle schegge durante i combattimenti per la liberazione della città, nell’autunno del 1944.<br /><br />Applicando questa metafora alla Chiesa, il Papa ha sottolineato che le sue strutture «hanno senso solo nella misura in cui ci aiutano a portare nel mondo la luce del Vangelo». Senza le vetrate, le finestre della cattedrale sarebbero soltanto «spazi inondati da una luce abbagliante». Con esse, «diventano libri che ci raccolgono per fare memoria di storie meravigliose, piene di eroismo, di bene, di misericordia, di amore e di bellezza morale».<br /><br /><br />Alle radici dell’Europa<br /><br /><br />In mattinata, al Centro Congressi Robert Schuman, il Papa aveva già posto la tappa di Metz sotto il segno della memoria europea. Rivolgendosi ai partecipanti all’incontro «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità», ha reso omaggio a Robert Schuman, la cui vita fu segnata dalle vicissitudini di questa regione e dai mutevoli confini. La Dichiarazione del 9 maggio 1950, ha ricordato, fu al tempo stesso «il punto di partenza e di arrivo» del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente.<br /><br />Leone XIV ha inserito la costruzione europea in una storia di incontri, attraversata da crisi e conflitti, ma capace di rinascere quando i popoli sanno accogliere l’altro e reinterpretare la propria eredità. Ha ricordato in particolare il contributo del cristianesimo e del monachesimo alla formazione culturale e sociale dell’Europa, richiamando anche san Crodegango e lo spirito di fraternità, comunione e condivisione legato a Metz.<br /><br />L’eredità di Schuman, ha sottolineato, invita oggi a difendere il dialogo, il diritto internazionale e il multilateralismo, mentre la guerra è tornata a colpire l’Europa. La pace non può essere confusa con un «ingenuo irenismo»: esige «sforzi creativi», coraggio nella negoziazione. aServe anche la disponibilità a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace. Il Papa ha invitato a guardarsi dall’illusione del riarmo e a chiedersi se si stiano davvero compiendo sforzi creativi per promuovere la pace.<br /><br /><br />L'Appello di Metz e la responsabilità dei credenti per la pace<br /><br />Durante l’incontro interreligioso, anch’esso organizzato al Centro Robert Schuman, il Papa aveva insistito sulla responsabilità comune dei credenti. Metz, «città di confini e di passaggi», ricorda che le linee di frattura possono trasformarsi in ponti, ha detto. «Il dialogo non diminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità, aprendola alla diversità dell’altro».<br /><br />Invocare Dio per giustificare la violenza o l’oppressione, ha ammonito, «significa profanare il suo nome». «Nulla di ciò che deturpa la dignità umana può pretendere di essere ispirato da Dio», ha proseguito, esortando il discorso religioso a «disarmare i cuori e le parole». Secondo il Papa, le tradizioni religiose hanno inoltre una responsabilità nella tutela della vita e dei più vulnerabili: «La grandezza di una civiltà non si misura dalle sue realizzazioni materiali, ma dal modo in cui si prende cura della persona umana, la protegge e la difende».<br /><br />L’incontro è stato segnato dalla firma dell’«Appello di Metz» da parte di rappresentanti di diverse confessioni religiose, a quarant’anni dall’incontro interreligioso di Assisi. Il testo sottolinea che, in un mondo in cui l’aumento dei conflitti minaccia il diritto internazionale, le tradizioni religiose hanno la responsabilità di contribuire al dialogo e alla pace.<br /><br />Dall’omaggio a Schuman all’incontro tra le comunità di credenti, fino all’omelia in cattedrale, la tappa di Metz ha così riunito tre esigenze: ricordare le fratture, ricostruire la fiducia e fare spazio all’altro senza rinunciare alla propria identità. <br /><br />Al termine del suo viaggio in Francia, Leone XIV ha auspicato che la comunità di Metz sia «un faro di speranza per questo Paese, per l’Europa e per il mondo». Nella «Lanterna del Buon Dio», la sua immagine conclusiva è stata quella di una luce che non schiaccia le differenze con un’intensità abbagliante, ma permette loro di armonizzarsi. <br /><br />Tue, 29 Sep 2026 19:29:10 +0200AFRICA/ETIOPIA - “Come essere Chiesa laddove una chiesa ancora non c'è?” Nuova presenza missionaria a Ghinnir, nel Bale esthttps://www.fides.org/it/news/78225-AFRICA_ETIOPIA_Come_essere_Chiesa_laddove_una_chiesa_ancora_non_c_e_Nuova_presenza_missionaria_a_Ghinnir_nel_Bale_esthttps://www.fides.org/it/news/78225-AFRICA_ETIOPIA_Come_essere_Chiesa_laddove_una_chiesa_ancora_non_c_e_Nuova_presenza_missionaria_a_Ghinnir_nel_Bale_estGhinnir – Dopo sette anni di presenza a Robe, la fraternità della Comunità Missionaria di Villaregia ha compiuto un nuovo passo nel proprio cammino missionario, trasferendosi a Ghinnir, nel cuore del Bale Est. Una scelta maturata attraverso un lungo percorso di discernimento e l’esperienza vissuta in questi anni in una regione dove la presenza della Chiesa cattolica è ancora molto limitata.<br /><br />“Ci sono momenti in cui la missione chiede di stare, di mettere radici, di costruire relazioni, e ce ne sono altri in cui chiede di rimettersi in cammino, di varcare nuovi orizzonti. È arrivato per noi il tempo di ripartire”, racconta Teresa Zullo, missionaria della Comunità di Villaregia, presente in Etiopia da sette anni, dopo l’invito di padre Angelo Antolini, OFM Cap., prefetto della Prefettura Apostolica di Robe.<br /><br />“Ci siamo trasferiti a Ghinnir, nel cuore del Bale Est. Questa scelta è nata da un cammino di discernimento e dagli anni di esperienza vissuti in un territorio che abbiamo imparato a conoscere sempre più da vicino”, spiega la missionaria. Dal 2023 la comunità ha iniziato a raggiungere con maggiore continuità le comunità del Bale Est, impegnandosi in particolare nella sensibilizzazione contro le mutilazioni genitali femminili e il matrimonio precoce . Incontrando persone e comunità, percorrendo strade e raggiungendo villaggi lontani, è cresciuta in noi una domanda: forse non basta continuare ad andare verso queste realtà”.<br /><br />Il trasferimento rappresenta così una nuova tappa del cammino missionario: “Uscire dal conosciuto, entrare in una realtà nuova e imparare a essere presenti là dove non esiste ancora una comunità cattolica”. In un contesto a larghissima maggioranza musulmana, la presenza dei missionari vuole essere anzitutto “una presenza di relazione, ascolto, servizio e fraternità”.<br /><br />Da Ghinnir, inoltre, sarà possibile raggiungere più facilmente le zone remote del Bale Est, comprese quelle vicine alla Regione Somala dell’Etiopia. “Il trasferimento non è quindi semplicemente un cambio di luogo. È un nuovo passo: una nuova realtà da conoscere, nuove persone da incontrare e nuove strade da percorrere. Una casa da abitare, ma una tenda nel cuore: pronti a fermarci, a incontrare e, quando sarà il momento, a ripartire”.<br /><br />Sette anni fa la Comunità Missionaria di Villaregia aveva assunto la responsabilità pastorale delle piccole parrocchie di Robe e Goba. “Abbiamo iniziato a muovere i primi passi in questo contesto non privo di sfide. Un lento cammino di conoscenza della lingua, gli scambi con le persone e il tempo trascorso sulla strada hanno permesso, pian piano, l’inizio delle attività pastorali e il nostro inserimento in questa nuova realtà”.<br /><br />A spingere verso una presenza più stabile nel Bale Est è stata anche un’esperienza concreta. “Tre anni fa, un periodo prolungato di siccità ha costretto molte persone a lasciare la regione del Bale Est per dirigersi verso Robe in cerca di fortuna. Passando vicino alla stazione degli autobus di Robe ci siamo accorti della loro presenza. Ci siamo avvicinati, abbiamo chiesto informazioni e abbiamo scoperto che provenivano dalla regione del Bale Est. Ci siamo così trovati davanti a un vasto territorio quasi completamente disatteso dall’azione missionaria della Chiesa. Questo è diventato per noi un appello insistente alla nostra identità di missionari ad Gentes”.<br /><br />“Oggi nel Bale siamo presenti nelle quattro province di Golcia, Sauena, Laga Gaida e Daarar”, aggiunge padre Emanuele Ciccia, missionario della Comunità di Villaregia. “Ma in questi anni un interrogativo continuava a interpellarci: questa area, dove il Vangelo non è ancora penetrato, ci chiede forse un impegno esclusivo? La città di Ghinnir può essere un luogo in cui essere presenti, proprio perché non ci sono ancora una chiesa e una comunità cattolica?”<br /><br />Con il passare del tempo, spiega il missionario, la risposta è maturata attraverso le relazioni. “Ci siamo accorti che qualcosa stava cambiando. Il Bale Est non poteva essere soltanto un territorio nel quale realizzare alcune attività missionarie. Le relazioni costruite in questi tre anni di lavoro ci hanno fatto capire che era arrivato il momento di fare un passo ulteriore: non soltanto continuare ad andare verso queste comunità, ma avvicinarci a loro in modo stabile. In altre parole, non più una missione verso la frontiera, ma una missione nella frontiera. Da qui nasce la scelta di Ghinnir”.<br /><br />“È un passo che ci porta fuori dal conosciuto e, dopo sette anni di lavoro a Robe, significa ricominciare: abitare la città, costruire relazioni, prestare costantemente attenzione ai segni dello Spirito”, sottolinea padre Emanuele. Una scelta che pone anche una domanda concreta: “Come essere Chiesa laddove una Chiesa ancora non c’è? Come esserlo in un contesto a maggioranza islamica? La risposta non sarà innanzitutto una struttura, sarà una presenza”.<br /><br />“Essere numericamente insignificanti può rappresentare una grande opportunità per il Vangelo, un’occasione preziosa per avvicinarsi agli altri, per non fare paura, per intercettare le forze positive del territorio e con esse fare rete”, osserva Teresa. “In alcuni contesti non sarà possibile annunciare direttamente la persona di Gesù, ma ci sono mille modi per raccontare il Vangelo”, aggiunge padre Emanuele. “Anzitutto attraverso la condivisione dei valori del Regno di Dio, nel modo in cui ci relazioniamo con le persone, nell’attenzione agli ultimi e nella capacità di costruire ponti con gli altri”. Proprio per questo, secondo il missionario, il trasferimento a Ghinnir rappresenta “una tappa di maturità missionaria”. “Crescere nella missione significa imparare a uscire dalle nostre sicurezze, a non dipendere troppo dalle strutture, a essere disponibili a ciò che ancora non conosciamo”.<br /><br />Anche la scelta di una casa in affitto assume un significato simbolico: “Suggerisce l’agilità missionaria, ma ci ricorda anche che, in una Prefettura come la nostra, la fisionomia più adatta è quella della tenda, più che quella di una casa. La tenda offre riparo e permette di abitare un luogo, ma rimane leggera, essenziale, pronta a essere smontata e rimontata altrove. Una Chiesa che sa mettere radici, ma che non si lascia appesantire dalle proprie strutture; una Chiesa che sa abitare un territorio, ma che rimane libera di ripartire quando la missione lo richiede. Per questo Ghinnir non sarà soltanto una nuova destinazione, ma una nuova base da cui partire”.<br /><br />“La mobilità, quindi, non è soltanto una questione pratica, è parte del nostro modo di intendere la missione”, riprende Teresa. “Una Chiesa che si muove, una Chiesa che esce, una Chiesa che si avvicina. Questa scelta non riguarda solo la nostra fraternità, ma si inserisce nel cammino della Prefettura Apostolica di Robe, chiamata a crescere e ad allargare sempre di più il proprio raggio di evangelizzazione”<br />.<br />“Abbiamo lasciato Robe pochi giorni fa ed eccoci ora a Ghinnir, senza sapere che cosa ci aspetta”, conclude Teresa. “Vorremmo rimetterci in cammino con una casa da abitare, ma con una tenda nel cuore, pronti a fermarci, a incontrare e, quando sarà il momento, anche a ripartire”.<br /><br />La Comunità Missionaria di Villaregia è una comunità cattolica composta da consacrati, consacrate, chierici, coppie di sposi e singoli di diversa nazionalità, uniti dalla stessa spiritualità e dalla medesima missione: essere comunità per la missione ad Gentes.<br /><br /> <br />Tue, 29 Sep 2026 12:53:31 +0200EUROPA/POLONIA - Si tengono martedì 29 settembre i funerali di padre Zbojnowicz, ucciso nell’assalto al monastero di Jarosławhttps://www.fides.org/it/news/78224-EUROPA_POLONIA_Si_tengono_martedi_29_settembre_i_funerali_di_padre_Zbojnowicz_ucciso_nell_assalto_al_monastero_di_Jaroslawhttps://www.fides.org/it/news/78224-EUROPA_POLONIA_Si_tengono_martedi_29_settembre_i_funerali_di_padre_Zbojnowicz_ucciso_nell_assalto_al_monastero_di_JaroslawVarsavia – Si terranno domani, 29 settembre, le esequie di padre Stanisław Zbojnowicz, sacerdote benedettino, vittima il 24 settembre di un’aggressione nel monastero delle suore benedettine di Jarosław, nella Polonia sud-orientale, vicino al confine con l’Ucraina.<br />Un rifugiato ucraino, Ihor M., di 31 anni, è entrato nel complesso monastico, ha preso un coltello da cucina e ha aggredito cinque persone: quattro uomini e una donna.<br />Padre Stanisław Zbojnowicz, che ha tentato di fermarlo, ha riportato ferite che si sono rivelate mortali. Altri due uomini rimangono ricoverati in ospedale in gravi condizioni. Uno di questi è un altro sacerdote, padre Marek Pieńkowski, a capo del Consiglio della Fondazione per la Pastorale Familiare e molto impegnato nell’assistenza ai rifugiati ucraini.<br />Gli esperti psichiatrici hanno rilevato che l’aggressore presenta sintomi di un disturbo psicotico.<br />Sabato 26 settembre, nei pressi del monastero di Jarosław, si è tenuta una marcia silenziosa per ricordare il sacerdote ucciso, preceduta da una Messa di suffragio. «Da questo luogo, come discepolo di Gesù Cristo, voglio dire molto chiaramente, a mio nome, nel nome di padre Marek e nel nome di padre Stanisław, che noi perdoniamo!», ha affermato durante l’omelia padre Adrian Mantykiewicz, un sacerdote originario di Czeladź, nella regione della Slesia, rimasto ferito in modo meno grave durante l’aggressione.<br />Il sacerdote, con la testa fasciata e il volto tumefatto, ha inoltre esortato ad astenersi dal biasimare la nazione di provenienza dell’aggressore: «Vi chiedo di non incolpare la nazione di provenienza del colpevole, perché il male è stato commesso da una persona specifica, una persona specifica che ha un proprio nome, una propria vita ed è responsabile delle proprie azioni».<br />Padre Stanisław Zbojnowicz era stato rettore della chiesa di San Nicola Vescovo e dell’abbazia di Jarosław dal 2010. Era nato il 13 ottobre 1958 a Grzęska, vicino a Przeworsk. Fu ordinato sacerdote nel 1986. Prestò servizio come parroco a Wola Zarczycka, Rogi, Domostawa e Rzeszów, presso la parrocchia dell’Esaltazione della Santa Croce, nella chiesa parrocchiale di Przeworsk e presso l’ospedale provinciale di Krosno. Trascorse gli ultimi anni della sua vita come confessore presso la canonica di San Nicola Vescovo e l’abbazia di Jarosław. <br /><br />Mon, 28 Sep 2026 11:31:58 +0200