Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.VATICANO/MONGOLIA - Leone XIV riceve il cardinale Marengo e l'abate del monastero di Gandan, cuore del buddismo mongolohttps://www.fides.org/it/news/78345-VATICANO_MONGOLIA_Leone_XIV_riceve_il_cardinale_Marengo_e_l_abate_del_monastero_di_Gandan_cuore_del_buddismo_mongolohttps://www.fides.org/it/news/78345-VATICANO_MONGOLIA_Leone_XIV_riceve_il_cardinale_Marengo_e_l_abate_del_monastero_di_Gandan_cuore_del_buddismo_mongolodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Città del Vaticano – Papa Leone XIV ha ricevuto questa mattina il cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar, e il venerabile D. Javzandorj, trentesimo Khamba Nomun Khan e abate del monastero di Gandantegchinlen, detto Gandan, il più grande del Paese.«Siamo molto felici dell'importante relazione di dialogo e di collaborazione tra la Chiesa cattolica e il mondo buddista in Mongolia», ha dichiarato all'Agenzia Fides il cardinale Marengo. «È stato un incontro cordiale. Apprezziamo molto la gentilezza e la magnanimità di Papa Leone, che, nonostante il suo ritmo così intenso e il decorso, a tutti noto, verso il pieno ristabilimento della sua salute, ha voluto questo incontro, dando così all'abate Javzandorj la possibilità di incontrarlo personalmente».<br /><br />«Siamo molto, molto grati al Santo Padre per questo gesto di grande bontà che ha avuto nel voler accogliere la delegazione del monastero di Gandan di Ulaanbaatar», ha aggiunto il cardinale. La delegazione era accompagnata dall'ambasciatrice di Mongolia in Italia, Bulgan Dansran, e dall'ambasciatrice di Mongolia presso la Santa Sede, Davaasuren Gerelmaa. Ne faceva parte anche il professor Thomas Cattoi, titolare della cattedra William e Barbara Moran di Teologia del cristianesimo antico e Relazioni interreligiose alla Pontificia Università San Tommaso d'Aquino . <br /><br />«Questa sinergia per il bene della società e per la pace del mondo», ha sottolineato il cardinal, «è stata espressa molto bene anche dal dono che il venerabile Javzandorj ha voluto fare a Papa Leone». Si tratta di un dipinto realizzato dai maestri dell'atelier di arte figurativa del monastero di Gandan su indicazione dello stesso abate. L'opera raffigura il Vecchio Saggio, figura che «nella tradizione mongola e in altri Paesi dell'Estremo Oriente rappresenta la lunga vita e la saggezza», insieme a «un disegno simbolico di quattro diversi animali, che rappresentano la diversità che, messa insieme, diventa forza, promessa di successo e di futuro». Il tutto è «decorato in stile mongolo» e arricchito da un'immagine che richiama il tempio principale del complesso di Gandan. «La visita al Santo Padre», ha aggiunto il cardinale, «si è poi conclusa con un altro momento di carattere spirituale e culturale nella Basilica di San Pietro, dove la delegazione ha potuto contemplare la bellezza dello spazio sacro. Abbiamo anche fatto una sosta nella parte più interna della basilica, all'altezza della tomba di Pietro».<br /><br />Si tratta della terza udienza concessa da un Pontefice a una delegazione buddista mongola. La prima risale al 28 maggio 2022, quando Papa Francesco accolse i rappresentanti ufficiali del buddismo mongolo nel trentesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Mongolia. La seconda, il 13 gennaio 2025, vide lo stesso Javzandorj ricevuto da Francesco insieme al cardinale Marengo. Nell'ottobre 2025, inoltre, monaci buddisti mongoli accompagnati dal porporato avevano preso parte alle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, alla presenza di Leone XIV.<br /><br />L'incontro di oggi assume un rilievo particolare per il ruolo di Gandan. Fondato nel corso della prima meta dell’Ottocento, Gandan è stato il motore della rinascita del buddismo dopo la svolta democratica del 1990. Oggi comprende tre collegi di filosofia e diversi collegi rituali e gestisce l'Università buddista della Mongolia. L'udienza pontificale è anche il segno di un'amicizia e di una fiducia cresciute nel tempo. Durante il ricovero di Papa Francesco, nel febbraio 2025, l'abate aveva fatto consegnare al nunzio apostolico un messaggio firmato e sigillato in cui esprimeva la vicinanza dei monaci di Gandan e, su richiesta del Presidente Ukhnaagiin Khürelsükh, aveva presieduto la recita di testi sacri per la guarigione del Pontefice. Dopo la morte di Francesco, il monastero aveva offerto un rito di preghiera per la sua anima, e aveva poi manifestato la propria vicinanza anche al momento dell'elezione del nuovo pontefice.<br /><br />Insediato alla guida di Gandan nel novembre 2023, Javzandorj, nato nel 1980, è una figura di grande levatura. Entrato in monastero nel 1991, nel 1998 è partito per l'India per studiare al collegio Gomang del monastero di Drepung, dove ha ricevuto l'ordinazione monastica completa nel 2001. Nel 2017 ha conseguito il titolo di Geshe Lharampa, il più alto grado accademico della tradizione gelug, classificandosi primo su circa mille candidati, prima di proseguire gli studi tantrici a Gyuto, come riporta il portale StudyBuddhism. <br /><br />«Il tema del dialogo e della collaborazione è centrale per la Chiesa cattolica in Mongolia», ha ricordato il cardinale Marengo. «Siamo convinti che da incontri di questo tipo, e sulla base del lavoro ordinario di dialogo, di incontri e di collaborazione che portiamo avanti sul posto, si possa dare un messaggio positivo all'intera società: quando le tradizioni religiose si impegnano reciprocamente in questo tipo di dialogo, si realizza quel contributo che ogni tradizione religiosa offre alla società. Le tradizioni religiose, dunque, come partner per la costruzione di un presente e di un futuro fondati sulla pace, sul rispetto reciproco e sul lavoro per il bene comune». <br /><br />Nel Paese la Chiesa cattolica, presente dal 1992, ha fatto del dialogo con il buddismo una dimensione costitutiva della propria missione. Come il suo predecessore Wenceslao Padilla, il cardinale Marengo partecipa regolarmente a incontri buddisti nazionali e internazionali ed è membro di un gruppo dei principali rappresentanti religiosi del Paese che si riunisce con frequenza. A Karakorum, antica capitale dell'impero mongolo, la Chiesa ha aperto un centro per il dialogo. <br /><br />Il buddismo è la religione più diffusa in Mongolia. La Costituzione del 1992 sancisce la separazione tra Stato e religioni, ma la legge del 1993 sui rapporti tra lo Stato e le istituzioni religiose stabilisce che lo Stato «rispetta la posizione dominante del buddismo» in considerazione dell'unità del popolo e delle tradizioni della sua civiltà, precisando che ciò non impedisce ai cittadini di seguire altre religioni. Il buddismo si è diffuso nel Paese in tre grandi ondate, secondo la periodizzazione tradizionale degli storici mongoli. La prima, nei primi secoli, giunse tramite l'Asia centrale dove il buddismo era arrivato dall'India lungo le vie commerciali : la sua presenza nel Paese è attestata fin da circa il V secolo. La seconda risale all'epoca dell'impero mongolo, quando Kubilai Khan si volse al buddismo tibetano. La terza, nel XVI secolo, fu suggellata nel 1578 dall'alleanza tra il principe Altan Khan e l'abate tibetano Sonam Gyatso, al quale i mongoli conferirono il titolo di Dalai Lama. <br /><br />In un'intervista pubblicata dal sito mongolo Zindaa.mn, l'abate ha sottolineato il ruolo di Zanabazar , il primo Bogd Jebtsundamba : «Una caratteristica unica del buddismo mongolo è la sua terza e più recente ondata di diffusione, profondamente legata al nostro primo Bogd Jebtsundamba, Öndör Gegeen Zanabazar, discendente diretto della Stirpe d'Oro di Gengis Khan. Sotto la sua guida è stata plasmata la struttura fondamentale del buddismo mongolo. Öndör Gegeen Zanabazar ha integrato con sapienza le dieci scienze tradizionali del buddismo, in particolare le arti e i mestieri e la conoscenza interiore, e ha contribuito in modo decisivo alla loro fioritura in Mongolia. Il nostro sistema di educazione monastica, compresa la traduzione dei testi sacri, lo stile peculiare delle vesti monastiche da lui stabilito e il loro ricco significato simbolico, come pure la nostra architettura templare e il nostro stile di canto, ci distinguono dalle altre tradizioni». Javzandorj ha aggiunto che il buddismo in Mongolia «si è sviluppato in modo singolare armonizzandosi con lo stile di vita e la cultura plasmati dalle quattro stagioni e dai vasti paesaggi del Paese», e che la Mongolia è tra le poche nazioni ad aver tradotto integralmente nella propria lingua il Kangyur, le parole del Buddha, e il Tengyur, i commentari dei maestri indiani.<br /><br />Il cardinale Marengo e l'abate Javzandorj parteciperanno domani, martedì 27 ottobre, all'incontro conclusivo di Assisi, promosso dalla Comunità di Sant'Egidio nel quarantesimo anniversario della Giornata di preghiera per la pace convocata da san Giovanni Paolo II nel 1986. Il Papa non sarà presente di persona, ma invierà un messaggio ai partecipanti. <br />Mon, 26 Oct 2026 13:19:03 +0100ASIA/MYANMAR - Messaggeri di pace nella tragedia della guerra: la missione dei catechisti in Myanmarhttps://www.fides.org/it/news/78344-ASIA_MYANMAR_Messaggeri_di_pace_nella_tragedia_della_guerra_la_missione_dei_catechisti_in_Myanmarhttps://www.fides.org/it/news/78344-ASIA_MYANMAR_Messaggeri_di_pace_nella_tragedia_della_guerra_la_missione_dei_catechisti_in_Myanmardi Paolo Affatato<br /><br />Portare la luce del Vangelo laddove regnano le tenebre del conflitto e seminare germogli di speranza in una popolazione stremata dalla violenza e dallo sfollamento: è questa la missione dei catechisti in Myanmar. In un paese lacerato da un devastante conflitto civile, in cui villaggi interi vengono distrutti e le comunità cristiane vivono precarietà e instabilità, con l'intera popolazione, i catechisti sono oggi veri e propri "fari di speranza", e pilastri per l'accompagnamento psicologico e spirituale dei più vulnerabili.<br />Un recente ritiro di formazione per i catechisti dell'arcidiocesi di Yangon, conclusosi il 20 ottobre 2026 nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, ha riacceso i riflettori su questo servizio di annuncio e catechesi, tanto straordinario quanto, spesso, nascosto. L'evento ha riunito un'ottantina di operatori pastorali che, sotto la guida del Cardinale Charles Bo, hanno rinnovato il proprio mandato: tornare nelle parrocchie, nelle cappelle remote e nei campi profughi per "guarire i cuori spezzati, portare conforto agli emarginati, sostenere i bisognosi, alleviare le pene dei sofferenti".<br /><br />I catechisti hanno raccontato di ritrovarsi spesso a dover viaggiare in territori insicuri, affrontando gravi privazioni economiche e scarsità di risorse di sussistenza. Inoltre percorrono vie di comunicazione interrotte o sotto il costante controllo delle milizie armate, con pericoli per la loro incolumità. "Spesso - hanno detto i presenti - visitiamo comunità terrorizzate dai bombardamenti aerei e costrette a spostarsi continuamente, famiglie senza pace e in continua itineranza, per cercare salvezza".<br />Come ricordato nel corso dell'incontro, in questa situazione tragica "i catechisti sono chiamati a insegnare a bambini, giovani e adulti a rifiutare l'odio, la discriminazione e la violenza, educandoli invece al perdono, della compassione e della riconciliazione reciproca".<br />La resilienza della Chiesa birmana è testimoniata oggi da una dedizione che attraversa le generazioni. Nell'arcidiocesi di Yangon si contano circa 100 catechisti che "svolgono il servizio di annuncio con indomita fedeltà", ha ricordato il Cardinale Bo, citando la storia di David U Htun Nho, un catechista che presta servizio ininterrotto da oltre 66 anni.<br /><br />"Molti di loro provengono dal Centro di formazione per catechisti 'San Pietro e Paolo' nell'arcidiocesi di Yangon, una delle principali strutture per la loro formazione", racconta a Fides Jerome Win Shwe Kyi, rettore della scuola di formazione biblica di Insein, a Yangon. Il Centro - sostenuto anche dalla Pontificie Opere Missionarie - offre programmi biennali di formazione biblica e pastorale, focalizzandosi su quattro aree fondamentali: umana, intellettuale, spirituale e pastorale. "Dopo aver terminato il biennio, i catechisti ritornano nelle rispettive parrocchie per iniziare il loro servizio pastorale. Nell'attuale, difficile situzione sono promotori di pace e giustizia, annunciatori di amore e perdono, sono portatori di consolazione e di aiuto ai bisognosi", riferisce p. Jerome.<br /><br />La presenza dei catechisti è significativa in tutte le diocesi birmane. Nella diocesi di Kalay oltre 50 catechisti si sono riuniti nelle scorse settimane per un analogo percorso di fraternità e aggiornamento presso la chiesa del Sacro Cuore. Anche in quel contesto, i Pastori locali hanno ringraziato e definito i catechisti "una luce per la comunità impaurita, ferita, disorientata e a volte disperata".<br />Mentre le scuole pubbliche chiudono e il sistema educativo nazionale è al collasso a causa della guerra, i catechisti, insieme alle congregazioni religiose, in molte regioni si fanno carico dell'accoglienza e dell'istruzione di base dei bambini, strappandoli alla strada e ai traumi delle armi. la loro opera "è silenziosa e preziosa, compiuta nella certezza evangelica che, anche nel cuore della notte birmana, vedrete cose più grandi di queste", ha detto a Fides don Stephen Sut Awng, parroco dell'area di Sagaing.<br /><br />La dedizione dei catechisti birmani contemporanei trova la sua più alta radice spirituale e ideale nella figura del beato Isidoro Ngei Ko Lat , il primo catechista laico del Myanmar elevato agli onori degli altari. Martirizzato nel 1950 insieme al missionario del PIME padre Mario Vergara, Isidoro rappresenta l'incarnazione perfetta di un servizio che si dona senza riserve, fino in fondo. In un'epoca che era lacerata da tensioni politiche e odi intestini, Isidoro scelse di rimanere accanto alle sue comunità sparse nei villaggi più remoti, testimoniando la fede con la parola e con la cura dei malati, fino all'effusione del sangue. Oggi, l'ispirazione e il coraggio di Isidoro continuano a vivere nei passi dei catechisti che attraversano le foreste e i campi profughi del Myanmar: il suo esempio, rileva don Stephen Sut Awng, "dice che la missione della catechesi non è una professione, ma una chiamata, un atto d'amore totale e gratuito, per donare il Vangelo a ogni creatura, capace di sconfiggere il terrore e di spalancare le porte alla speranza".<br /><br />Mon, 26 Oct 2026 12:47:25 +0100COLOMBIA - Nariño, la diocesi di Ipiales chiede una tregua per proteggere le comunità intrappolate negli scontri tra gruppi armatihttps://www.fides.org/it/news/78343-COLOMBIA_Narino_la_diocesi_di_Ipiales_chiede_una_tregua_per_proteggere_le_comunita_intrappolate_negli_scontri_tra_gruppi_armatihttps://www.fides.org/it/news/78343-COLOMBIA_Narino_la_diocesi_di_Ipiales_chiede_una_tregua_per_proteggere_le_comunita_intrappolate_negli_scontri_tra_gruppi_armatidi Laura Gómez Ruiz<br /><br />Ipiales – «Nella Chiesa, la parrocchia non è soltanto un tempio: è l’intera comunità, sono le famiglie, i bambini, i giovani e gli anziani che oggi vivono giorni di dolore, incertezza e paura a causa della violenza che colpisce i loro territori». Con queste parole, il vescovo di Ipiales, José Saúl Grisales Grisales, esprime la propria preoccupazione per le comunità del dipartimento colombiano di Nariño, colpite da scontri tra gruppi armati che hanno provocato sfollamenti e confinamenti, ostacolando anche l’arrivo degli aiuti umanitari.<br />Situato nel sud-ovest della Colombia, al confine con l’Ecuador e affacciato sull’Oceano Pacifico, Nariño conta 64 comuni e circa 1,71 milioni di abitanti. Il 56% della popolazione vive in centri abitati minori e in aree rurali disperse. La posizione strategica del dipartimento, attraversato da corridoi che collegano la frontiera alla costa, alimenta le contese per il controllo del territorio e accresce la vulnerabilità delle comunità, soprattutto quando gli scontri limitano gli spostamenti e l’accesso ai servizi essenziali.<br />Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari , riportati dal media colombiano ‘Minuto30’, dal 18 ottobre sono state coinvolte negli sfollamenti e nei confinamenti 1.824 persone, appartenenti a 749 famiglie, nei comuni di Linares, Los Andes e La Llanada. Di queste, 1.167 sono tuttora confinate, mentre 657 hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni.<br />Le violenze hanno danneggiato anche le infrastrutture e compromesso l’erogazione di servizi essenziali. Secondo le informazioni raccolte, gli scontri e gli attacchi con ordigni esplosivi sganciati da droni hanno colpito una chiesa, un acquedotto comunitario, una scuola e almeno cinque abitazioni. L’emergenza ha inoltre coinvolto circa 1.357 bambini e adolescenti, costringendo alla sospensione temporanea delle attività scolastiche in alcune zone.<br /><br />La diocesi in soccorso delle comunità sofferenti<br /><br />In questo contesto, il 22 ottobre la diocesi di Ipiales ha diffuso un comunicato per esprimere vicinanza e solidarietà alle popolazioni delle subregioni di Abades e Guambuyaco. Particolare preoccupazione è rivolta alle comunità delle parrocchie di Nuestra Señora del Rosario a Linares, San Juan Bautista a Sotomayor e Nuestra Señora de la Visitación a Tábiles.<br />Il vescovo ricorda le famiglie che hanno subito direttamente le conseguenze della violenza: «Ci uniamo nella preghiera per le famiglie, per i feriti, per quanti hanno perso la casa e sono stati costretti a sfollare, e per tutti coloro che oggi vedono minacciate la propria vita e la propria serenità».<br /><br />La diocesi rivolge inoltre un appello urgente ai responsabili delle violenze, affinché «rispettino il diritto internazionale umanitario e proteggano, sopra ogni cosa, la vita, la dignità e i beni delle comunità», afferma il vescovo Grisales. Il comunicato chiede anche la cessazione delle ostilità e una tregua che permetta di porre fine alle sofferenze e scongiurare nuovi danni.<br /><br />Quando la violenza impedisce di raggiungere le persone in necessità<br /><br />Le difficoltà nel raggiungere le popolazioni colpite sono emerse durante un’operazione umanitaria a Linares. Come riferito da ‘Caracol Radio’, il 19 ottobre una delegazione guidata da Álex González, segretario per la Pace e la Sicurezza di Nariño, è riuscita a evacuare oltre 300 persone da diverse località. Mentre si dirigeva verso Bella Florida, tuttavia, la delegazione è stata raggiunta da colpi d’arma da fuoco e ha dovuto interrompere l’operazione, lasciando circa un centinaio di abitanti senza possibilità di lasciare la zona attraverso il corridoio umanitario previsto.<br /><br />La Defensoría del Pueblo aveva già segnalato l’escalation di violenza a Linares e Los Andes, dove dal 17 ottobre erano in corso scontri tra il gruppo autoproclamatosi Estado Mayor Central, formato da ex guerriglieri dissidenti delle FARC , che avevano respinto l'accordo firmato con il governo colombiano nel 2016 - e le Autodefensas Unidas de Nariño.<br />Il confinamento limita l’accesso a cibo, acqua, assistenza sanitaria e altri servizi essenziali, mentre gli scontri ostacolano l’arrivo degli aiuti. <br /><br />La sospensione delle attività scolastiche aggrava ulteriormente le conseguenze della violenza per i bambini e gli adolescenti coinvolti.<br />Per queste ragioni, la diocesi ribadisce che la popolazione civile deve essere tenuta fuori dalle contese armate e ricevere protezione e assistenza adeguate. «Chiediamo inoltre che gli aiuti umanitari possano arrivare in sicurezza, senza mettere a rischio chi li porta, e che siano destinati innanzitutto a chi ne ha più bisogno», sottolinea il vescovo di Ipiales.<br /><br />Una risposta condivisa per proteggere le comunità<br /><br />«Ribadiamo il nostro impegno ad accompagnare le vittime e le comunità parrocchiali, ascoltandole e lavorando al loro fianco per la pace», afferma il vescovo Grisales. Invita inoltre le istituzioni, le organizzazioni umanitarie e la società nel suo insieme a unire gli sforzi, affinché le famiglie ricevano un’assistenza adeguata e i diritti umani siano effettivamente rispettati.<br />Questo impegno si colloca in un contesto di frontiera in cui la violenza, le economie illecite e le contese per il controllo del territorio colpiscono le comunità su entrambi i lati del confine tra Colombia ed Ecuador. Nel secondo Incontro binazionale di pastorale di frontiera, svoltosi a Tumaco all’inizio di ottobre, i rappresentanti di otto circoscrizioni ecclesiastiche, insieme a Caritas Ecuador e al Segretariato nazionale di pastorale sociale-Caritas colombiana, hanno richiamato l’attenzione sulle conseguenze di queste dinamiche per la popolazione, chiedendo una maggiore collaborazione per tutelare la vita e i diritti umani.<br />Le comunità partecipanti hanno sottolineato che la frontiera non può essere considerata soltanto una linea che divide due Paesi, ma è un territorio condiviso da popoli indigeni, comunità afrodiscendenti e contadine, famiglie e persone migranti. Nella dichiarazione finale hanno chiesto di coordinare interventi capaci di garantire la protezione umanitaria e contribuire alla costruzione della pace.<br />L’appello della diocesi di Ipiales si inserisce in questa prospettiva di collaborazione tra le Chiese di Colombia ed Ecuador, accomunate dalla preoccupazione per le persone la cui sicurezza è minacciata, che perdono la propria casa o incontrano ostacoli nel ricevere assistenza. La collaborazione tra le Chiese locali, le istituzioni e le organizzazioni umanitarie è fondamentale per garantire alle comunità colpite una risposta concreta.<br />Il vescovo Grisales per concludere, richiama le parole di Papa Leone XIV: «Esorto tutti a respingere ogni forma di violenza e a scegliere con decisione la via della pace» e affida alla preghiera il suo auspicio: «La pace di Cristo risorto, quella pace umile e perseverante di cui ci parla Papa Leone XIV, giunga presto in ogni casa». <br />Mon, 26 Oct 2026 12:40:19 +0100AFRICA/TANZANIA - Il 29 ottobre una giornata di preghiera per le vittime delle violenze durante le elezioni di un anno fahttps://www.fides.org/it/news/78342-AFRICA_TANZANIA_Il_29_ottobre_una_giornata_di_preghiera_per_le_vittime_delle_violenze_durante_le_elezioni_di_un_anno_fahttps://www.fides.org/it/news/78342-AFRICA_TANZANIA_Il_29_ottobre_una_giornata_di_preghiera_per_le_vittime_delle_violenze_durante_le_elezioni_di_un_anno_faDar es-Salaam – “A un anno dalle elezioni dello scorso anno, ricordiamo i nostri concittadini feriti, scomparsi o addirittura uccisi”, afferma Mons. Wolfgang Pisa, Vescovo di Lindi e Presidente della Conferenza episcopale della Tanzania , in una lettera pastorale intitolata in swahili Bwana Awape Amani! . Il titolo richiama le parole della Seconda lettera ai Tessalonicesi : “Il Signore della pace vi dia la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi”.<br />A un anno di distanza, il Presidente della TEC invita la Chiesa in Tanzania a celebrare Messe di suffragio per le vittime delle violenze scoppiate in occasione delle elezioni generali del 29 ottobre 2025. Il voto si svolse in un clima di forte tensione, segnato dalle contestazioni dell’opposizione, dopo l’esclusione dalle liste elettorali o l’arresto dei suoi principali candidati .<br /><br />Dopo la proclamazione della vittoria della presidente Samia Suluhu Hassan, alla quale fu attribuito circa il 98% dei voti, scoppiarono proteste in diverse località del Paese. Negli scontri con le forze di sicurezza si registrarono morti e feriti, mentre diverse persone risultarono disperse . Una commissione nominata dal governo ha successivamente stimato in 518 il numero delle vittime, per lo più civili, la maggior parte delle quali uccise da colpi d’arma da fuoco.<br />“Questo stato di dolore e tragedia è ancora presente tra la nostra gente”, scrive Mons. Pisa. “In questo contesto, siamo chiamati a restare uniti come comunità di credenti, affidando la nostra Nazione, i suoi leader e il suo popolo al Dio misericordioso”.<br />“Chiediamo che le Sante Messe siano celebrate per queste intenzioni: per coloro che sono stati feriti, scomparsi o uccisi e per la nostra Nazione”, prosegue il Vescovo. Raccomanda inoltre che, per quanto possibile, le celebrazioni si svolgano giovedì 29 ottobre 2026 nelle parrocchie, nei centri di preghiera e nelle istituzioni ecclesiastiche.<br />In una dichiarazione ufficiale diffusa il 15 novembre 2025, i Vescovi della TEC avevano espresso profondo dolore e condannato le uccisioni dei dimostranti, definendole “brutali e inumane” e qualificandole come “un abominio al cospetto di Dio”. Avevano inoltre chiesto l’apertura di un’inchiesta indipendente e il rilascio incondizionato delle persone detenute per motivi elettorali o politici. <br /><br />Mon, 26 Oct 2026 11:25:26 +0100Lula confermato Presidente del Brasilehttps://www.fides.org/it/news/78341-Lula_confermato_Presidente_del_Brasilehttps://www.fides.org/it/news/78341-Lula_confermato_Presidente_del_Brasiledi Cosimo Graziani - <br /><br />Brasilia - Con un risultato inatteso alla vigilia, il Presidente uscente brasiliano Luiz Ignacio Lula da Silva ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali. Un risultato inatteso per due ragioni: al primo turno Lula era arrivato secondo dietro allo sfidante Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro ora in carcere dopo essere stato riconosciuto colpevole di aver ordito un tentativo di golpe per restare al potere dopo la sconfitta elettorale del 2022; la seconda ragione perché mai nella storia democratica del Brasile chi era arrivato secondo al primo turno era riuscito a capovolgere i risultati al turno successivo. <br /><br />Alla fine Lula ha ottenuto il 51,8% dei voti, quasi quattro milioni e mezzo di più di Bolsonaro.<br /><br />Le prime dichiarazioni di Lula dopo la riconferma alla presidenza sono state di ringraziamento per il popolo brasiliano: si tratta infatti del suo quarto mandato non consecutivo. “Questa è una vittoria contro le menzogne” ha dichiarato. Poi facendo riferimento ai dibattiti televisivi che ha avuto con il suo rivale politico ha specificato: “Devo confessarvi che tutte le volte che partecipavo ad un dibattito, mi sentivo in imbarazzo.”<br /><br />Lo svolgimento delle consultazioni è stato caratterizzato dalla decisione del Tribunale Federale Supremo di estendere di due ore l’orario per votare, rispondendo alla richiesta dei due candidati. La decisione però è stata poi alla base della protesta di Flavio Bolsonaro, che non ha riconosciuto la vittoria di Lula e che ha chiesto di annullare le elezioni: “È impossibile riconoscere i risultati delle elezioni nel contesto in cui sono avvenute e cose” ha dichiarato l’esponente del Partito Liberale. Secondo quanto riporta l’Associated Press, il presidente della Commissione Elettorale Kassio Nunes Marques, che fu nominato da Jair Bolsonaro, ha dichiarato che l’estensione dell’apertura dei seggi non avrebbe avuto effetti sui risultati delle elezioni. In questa direzione vanno anche le dichiarazioni rilasciate alla stessa agenzia di stampa da parte del professore Joao Pedro Padua della Università Federale Fluminese, che ha dichiarato che Bolsonaro può presentare ricorso contro il risultato ma che al momento non ci sono basi legali per l’annullamento delle elezioni.<br /><br />Per il Brasile ora si apre una pagina politica caratterizzata numerose incognite. Durante il primo turno infatti il Partito Liberale è risultato quello più votato nella Camera dei Deputati e nel Senato, mentre il Partito dei Lavoratori di Lula ha subito una cocente sconfitta. Inoltre, nelle elezioni statali che si erano svolte lo stesso giorno la destra aveva ottenuto la maggior parte dei governatori, anche in stati chiave. Bisognerà vedere quindi come Lula saprà gestire un parlamento ostile alle sue politiche, soprattutto quelle sociali, in un momento in cui il paese non può permettersi misure espansive a causa di un debito pubblico all’82% e in crescita.<br /><br />La domanda è quale sarà l’effetto della vittoria di Lula in America Latina. Al momento infatti, Lula è l’unico presidente di sinistra in una regione che ha virato con forza a destra e vede diversi nuovi leader allineati con le posizioni politiche del Presidente USA Donald Trump.<br /> Sicuramente, che il Paese più grande per popolazione e per economia della regione sia governato da un esponente di sinistra rappresenta un argine al processo di progressiva espansione di leadership allineate con l'amministrazione USA che sembrava essersi innescato in America Latina. <br /><br />Più chiare invece sono le conseguenze geopolitiche. Con Lula presidente forum come quello dei Brics continueranno ad avere rilievo internazionale per i prossimi anni: la politica estera di Lula è stata sempre incentrata sul multilateralismo e sul riconoscimento di un mondo multipolare, una visione in cui i Brics rientrano pienamente. Se Bolsonaro avesse vinto le elezioni probabilmente saremmo andati incontro ad un indebolimento de forum dal punto di vista politico, sebbene non ad un totale abbandono, considerato che la Cina è il primo partner commerciale per Brasilia.<br />Alla vigilia del ballottaggio, la Conferenza Nazionale dei Vescovi Brasiliani aveva fatto appello per la difesa della costituzione e dello stato democratico di diritto. <br />Mon, 26 Oct 2026 11:13:12 +0100ASIA/INDONESIA - La vocazione missionaria non conosce confini: 27 nuovi sacerdoti nella diocesi di Maumerehttps://www.fides.org/it/news/78340-ASIA_INDONESIA_La_vocazione_missionaria_non_conosce_confini_27_nuovi_sacerdoti_nella_diocesi_di_Maumerehttps://www.fides.org/it/news/78340-ASIA_INDONESIA_La_vocazione_missionaria_non_conosce_confini_27_nuovi_sacerdoti_nella_diocesi_di_MaumereMaumere – Un vero e proprio mese di grazia per la Chiesa cattolica dell’isola di Flores, in Indonesia. Così si può definire ottobre 2026 per la diocesi di Maumere, dove una serie di celebrazioni religiose ha avuto il suo culmine in numerose ordinazioni sacerdotali di giovani appartenenti a diversi istituti religiosi.<br /><br />«Le date si sono susseguite come una splendida corona di doni per la Chiesa», racconta all’Agenzia Fides padre Luigi Galvani, missionario camilliano, oggi a Kupang, nel Timor indonesiano, dopo diversi anni di servizio sull’isola di Flores.<br /><br />Il calendario delle ordinazioni è particolarmente significativo: il 10 ottobre sono stati ordinati dodici nuovi sacerdoti della Società del Verbo Divino; il 15 ottobre, sette Carmelitani; il 18 ottobre, due Agostiniani; infine, il 25 ottobre, cinque Camilliani e un sacerdote diocesano. In totale, 27 nuovi sacerdoti, chiamati a mettere la propria vita al servizio di Dio e dei fratelli attraverso differenti carismi e spiritualità.<br /><br />«Queste ordinazioni – sottolinea padre Galvani – ci ricordano che la vocazione missionaria non conosce confini. Molti giovani che oggi si preparano al sacerdozio e alla vita consacrata potranno domani essere inviati in terre lontane, al servizio di comunità che attendono una presenza fraterna, una parola di consolazione e una testimonianza concreta dell’amore di Cristo».<br /><br />La diocesi di Maumere si conferma così una vera «miniera di vocazioni e di grazie». Nel suo territorio sono presenti circa 60 istituti religiosi, maschili e femminili, espressione di una vivace realtà ecclesiale e vocazionale. Particolarmente significativo è anche il Seminario filosofico e teologico di Ledalero, gestito dai Missionari Verbiti. La struttura accoglie circa 1.500 giovani seminaristi e rappresenta uno dei più importanti centri di formazione alla vita sacerdotale e missionaria della Chiesa cattolica. Al termine del percorso formativo, molti di questi giovani saranno chiamati a svolgere il proprio ministero non solo in Indonesia, ma anche in altri Paesi, portando il Vangelo e i diversi carismi missionari in numerose parti del mondo.<br /><br />Per padre Galvani, le ordinazioni celebrate nel mese di ottobre, dedicato in modo particolare alla missione, assumono un significato che va oltre la dimensione locale. “Sono – afferma - un invito a ringraziare il Signore, a sostenere con la preghiera i nuovi sacerdoti e a continuare a promuovere una cultura vocazionale nelle famiglie, nelle parrocchie e nei seminari”.<br /> <br />Mon, 26 Oct 2026 10:37:00 +0100100 ANNI DALLE ORDINAZIONI DEI PRIMI 6 VESCOVI CINESI - Il Vescovo Simone Zhu Kaimin e la diocesi di Haimenhttps://www.fides.org/it/news/78339-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_6_VESCOVI_CINESI_Il_Vescovo_Simone_Zhu_Kaimin_e_la_diocesi_di_Haimenhttps://www.fides.org/it/news/78339-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_6_VESCOVI_CINESI_Il_Vescovo_Simone_Zhu_Kaimin_e_la_diocesi_di_HaimenA cento anni dalle ordinazioni dei primi 6 Vescovi cinesi consacrati in epoca contemporanea , l’Agenzia Fides dedica una serie di schede documentarie a quei Successori degli Apostoli e alle loro diocesi, al centro di quell’evento cruciale nel cammino della Chiesa cattolica in Cina.<br /><br />§§§<br /><br />del Prof. Liu Zhiqing<br /><br />La Diocesi di Haimen fu la sesta circoscrizione ecclesiastica in Cina affidata alla direzione di un membro del clero cinese. Fu istituita l'11 agosto 1926 come Vicariato Apostolico di Haimen. Il suo primo Vescovo, Simone Zhu Kaimin, fu uno dei primi sei vescovi cinesi consacrati a Roma da Papa Pio XI il 28 ottobre 1926. Era stato nominato Vicario apostolico il 2 agosto 1926.<br /><br /><br />1.Storia della diocesi<br /><br />Nel processo volto a affidare la guida delle diocesi a membri del clero cinese, secondo le indicazioni espresse dal “Primum Concilium Sinense” , l’Arcivescovo Celso Costantini primo Delegato Apostolico in Cina, aveva espressamene manifestato il desiderio di affidare a un appartenente al clero cinese una circoscrizione ecclesiastica nuova, da erigere su parte del territorio allora affidato alla cura pastorale della diocesi di Shanghai, la più prospera della Cina. «Perciò» scrive l’arcivescovo Costantini nelle sue memorie «decisi di recarmi a Shanghai nel mese di maggio, allo scopo di cercare un luogo adatto e una persona adatta».<br /><br />A quell’epoca il Vicariato Apostolico di Nanchino era guidato dal gesuita francese Prosper Paris .<br />Nel 1926 il progetto di Costantini fu realizzato con la separazione del Vicariato Apostolico di Haimen dal Vicariato Apostolico di Nanchino.<br />Secondo le statistiche, nel 1925 il Vicariato Apostolico di Nanchino comprendeva dodici grandi distretti ecclesiastici : Shanghai Yangjingbang, Nanchino, Yangzhou, Suzhou, Songjiang Puxi, Songjiang Punan, Songjiang Pudong, Changzhou, Xuzhou, Xuzhou orientale, Xuzhou occidentale, Chongming e Haimen. Contava 202.028 fedeli e 211 sacerdoti, di cui 130 stranieri e 81 cinesi. Il clero cinese rappresentava il 38,39% del totale. I due decanati di Haimen e Chongming costituivano il territorio destinato alla nuova circoscrizione ecclesiastica.<br /><br />Nel 1925 i decanato di Haimen comprendeva 11 parrocchie. Il decanato di Chongming comprendeva 6 parrocchie. I due decanati contavano complessivamente 31.336 fedeli e 18 sacerdoti, di cui 16 cinesi e 2 stranieri.<br /><br />L'11 agosto 1926 fu istituito il Vicariato Apostolico di Haimen. In quello stesso anno il Vicariato arrivò a contare 32.571 fedeli e 22 membri del clero: oltre al Vicario Apostolico cinese, 20 sacerdoti cinesi e 1 sacerdote straniero. Vi erano inoltre 16 religiose cinesi.<br /><br />L'11 aprile 1946 il Vicariato Apostolico di Haimen fu elevato al rango di Diocesi di Haimen. Nel 1949 la diocesi comprendeva sette contee. <br /><br />Secondo le statistiche riportate da Zhao Qingyuan nella “Cronologia della suddivisione delle diocesi cattoliche in Cina e della successione dei loro vescovi”, nel 1949 la diocesi contava 156 chiese e cappelle, 40 sacerdoti cinesi e 38.899 battezzati cattolici.<br /><br /><br />2. Il vescovo della diocesi<br /><br />Il primo vescovo di Haimen fu il gesuita Simone Zhu Kaimin . Originario di Zhuxianghui, nella contea di Qingpu , nacque il 30 ottobre 1868 a Dongjiadu, presso Shanghai, in una famiglia di armatori di giunche. Era il sesto di sette figli. Sua madre era sorella di Giuseppe Ma Xiangbo , ex sacerdote gesuita, che aveva abbandonato l’Ordine e il sacerdozio dicendo di non sopportare l’arroganza dei missionari stranieri nei confronti della Cina, continuando la sua opera di grande innovatore della prassi educativa cinese . Zhu Zhiyao, terzogenito tra i fratelli di Simone Zhu, era invece un noto industriale di Shanghai. <br />Nel 1883 Simone entrò nel seminario minore di Dongjiadu, a Shanghai, dove studiò latino. Successivamente entrò nel seminario maggiore di Xujiahui, dedicandosi allo studio della filosofia e della teologia. <br /><br />Il 7 settembre 1888 entrò nella Compagnia di Gesù e fu ordinato sacerdote a Dongjiadu il 28 giugno 1898. Nei vent'anni successivi svolse attività missionaria a Pudong, Chuansha, Jinjiaxiang, Changshu, Jiangyin e Luyuan e altre località. Il 2 febbraio 1903 emise i voti perpetui. Nel 1924 divenne arciprete del decanato di Nantong, nel Jiangsu. L’anno successivo assunse anche l'incarico di arciprete del decanato di Haimen e quello di preside della Scuola elementare San Luigi di Maojiazhen.<br />Il 2 agosto 1926 fu nominato Vicario Apostolico di Haimen. Il 28 ottobre 1926, nella Basilica di San Pietro a Roma, fu uno dei sei vescovi cinesi consacrati da Papa Pio XI a Roma, nella Basilica Vaticana. <br />Dopo il ritorno in Cina, nel marzo 1927, celebrò l’insediamento presso la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Haimen. L'11 aprile 1946 fu nominato primo vescovo della nuova Diocesi di Haimen.<br />Nel 1959 fu classificato ingiustamente come «elemento di destra». Morì il 22 febbraio 1960, all'età di 92 anni. Nel maggio 1980, il governo della provincia del Jiangsu ne riconobbe ufficialmente l'innocenza, revocò la precedente classificazione politica e ne riabilitò la reputazione.<br /><br /><br />3. Sviluppo della diocesi<br /><br />La Diocesi di Haimen ebbe origine dai due decanati di Haimen e Chongming, prima appartenenti al Vicariato apostolico di Nanchino. Tra i primi sei Vicariati Apostolici affidati a vicari appartenenti al clero cinese, fu quella che disponeva delle risorse più consistenti.<br /><br />Dopo 24 anni di sviluppo , la diocesi contava 19.496 fedeli e 49 membri del clero, tra i quali 45 erano cinesi e 4 stranieri. Vi erano inoltre 59 religiose cinesi.<br /><br />Le statistiche annuali dell'attività pastorale della diocesi sono riportate nella tabella seguente.<br /><br />Tabella delle statistiche pastorali della Diocesi di Haimen, 1926–1950<br /><br /><table ><colgroup><col ><col ><col ><col ><col ><col ><col ><col ></colgroup><thead><tr><td rowspan="2" >Periodo/Anno</td><td rowspan="2" >Vescovi</td><td colspan="2" >Sacerdoti</td><td colspan="2" >Religiose</td><td rowspan="2" >Popolazione </td><td rowspan="2" >Fedeli cattolici</td></tr><tr><td >stranieri</td><td >cinesi</td><td >straniere</td><td >cinese</td></tr></thead><tbody><tr><td >1926-1927</td><td >1</td><td >1</td><td >20</td><td ></td><td >16</td><td >11</td><td >32571</td></tr><tr><td >1927-1928</td><td >1</td><td >1</td><td >21</td><td ></td><td >16</td><td >5.6</td><td >32350</td></tr><tr><td >1928-1929</td><td >1</td><td >2</td><td >20</td><td >6</td><td >14</td><td >5.2</td><td >32693</td></tr><tr><td >1929-1930</td><td >1</td><td >2</td><td >22</td><td >6</td><td >14</td><td >5.2</td><td >32992</td></tr><tr><td >1930-1931</td><td >1</td><td >1</td><td >25</td><td >9</td><td >14</td><td >5.2</td><td >33024</td></tr><tr><td >1933</td><td >1</td><td >2</td><td >23</td><td >9</td><td >23</td><td >5.2</td><td >33705</td></tr><tr><td >1934</td><td >1</td><td >2</td><td >25</td><td >9</td><td >31</td><td >5.2</td><td >33933</td></tr><tr><td >1935</td><td >1</td><td >2</td><td >23</td><td >9</td><td >33</td><td >5</td><td >34651</td></tr><tr><td >1936</td><td >1</td><td >3</td><td >24</td><td >9</td><td >24</td><td >5</td><td >34865</td></tr><tr><td >1937</td><td >1</td><td >2</td><td >24</td><td >9</td><td >17</td><td >5</td><td >35433</td></tr><tr><td >1938</td><td >1</td><td >4</td><td >21</td><td >9</td><td >18</td><td >5</td><td >35890</td></tr><tr><td >1939</td><td >1</td><td >3</td><td >20</td><td >9</td><td >42</td><td >5.4</td><td >36344</td></tr><tr><td >1940</td><td >1</td><td >3</td><td >24</td><td >9</td><td >39</td><td >5.3</td><td >37024</td></tr><tr><td >1941</td><td >1</td><td >2</td><td >27</td><td >8</td><td >44</td><td >5.3</td><td >37528</td></tr><tr><td >1942</td><td >1</td><td ></td><td >32</td><td >8</td><td >46</td><td >5.3</td><td >37662</td></tr><tr><td >1943</td><td >1</td><td ></td><td >82</td><td >8</td><td >48</td><td >5.3</td><td >38126</td></tr><tr><td >1947</td><td >1</td><td ></td><td >32</td><td >8</td><td >48</td><td >5.3</td><td >38126</td></tr><tr><td >1948</td><td >1</td><td >3</td><td >43</td><td >9</td><td >50</td><td >5</td><td >39744</td></tr><tr><td >1949</td><td >1</td><td >4</td><td >42</td><td >11</td><td >51</td><td >5.2</td><td >39496</td></tr><tr><td >1950</td><td >1</td><td >4</td><td >44</td><td ></td><td >59</td><td >5.2</td><td >39496</td></tr></tbody></table><br /><br />Fonte: Les missions de Chine et du Japon, Les missions de Chine, Annuaire des Missions Catholiques de Chine.<br /><br /><br />Mon, 26 Oct 2026 09:41:49 +0100AFRICA/MADAGASCAR - Rinuncia e successione dell’Arcivescovo di Fianarantsoahttps://www.fides.org/it/news/78338-AFRICA_MADAGASCAR_Rinuncia_e_successione_dell_Arcivescovo_di_Fianarantsoahttps://www.fides.org/it/news/78338-AFRICA_MADAGASCAR_Rinuncia_e_successione_dell_Arcivescovo_di_FianarantsoaCittà del Vaticano -Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi Metropolitana di Fianarantsoa, presentata da S.E. Mons. Fulgence Rabemahafaly. Gli succede S.E. Mons. Jean Nicolas Rakotojaona, finora Arcivescovo Coadiutore della medesima Arcidiocesi.<br /><br />Jean Nicolas Rakotojaona è nato il 18 gennaio 1973 ad Anosy Avaratra. È stato ordinato presbitero il 3 agosto 2002 per l’Arcidiocesi di Antananarivo.<br /><br />Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Vicario Parrocchiale nel distretto di Ihazolava ; Master in Filosofia della Religione presso l’Université Catholique de Madagascar; Vicario a Andohatapenaka e Ampefiloha ; Rettore del Seminario Propedeutico Victoire Rasoamanarivo; Professore di Dottrina Sociale della Chiesa presso l’Higher Institute of Technology di Antananarivo e di Filosofia presso il Seminario Minore ; Parroco di Ambanidia ; Dottorato in Teologia presso l’Université de Fribourg, in Svizzera ; Vice-Rettore e Rettore del Seminario Maggiore di Filosofia Saint Paul Apôtre.<br /><br />Eletto Vescovo titolare di Dragonara e Ausiliare di Morondava il 19 maggio 2023, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 2 luglio successivo. Il 25 ottobre 2025 è stato nominato Arcivescovo Coadiutore di Fianarantsoa.<br /><br />Attualmente, è co-Presidente della Commissione Episcopale per l’Apostolato dei Laici .Sun, 25 Oct 2026 15:24:01 +0100Finora niente exploit per i movimenti indipendentisti che agitano il Canadahttps://www.fides.org/it/news/78337-Finora_niente_exploit_per_i_movimenti_indipendentisti_che_agitano_il_Canadahttps://www.fides.org/it/news/78337-Finora_niente_exploit_per_i_movimenti_indipendentisti_che_agitano_il_CanadaOttawa - Mentre in Europa singoli Stati vedono affermarsi forze e movimenti che puntano a riaffermare le istanze nazionali in chiave anti-Unione Europea a la chiusura verso i flussi migratori, in Canada pulsioni analoghe prendono la forma di spinte all’isolazionismo o al separatismo su base regionale.<br /><br /> In questo scenario va letto si deve leggere lo svolgimento del referendum organizzato in Alberta lo scorso 19 ottobre. <br />Gli abitanti di quello Stato, più di quattro milioni, sono stati chiamati alle urne per decidere se iniziare l’iter di secessione da Ottawa. L’affluenza è stata bassa, con più di un milione e novecentomila persone che si è recata alle urne e che, secondo i risultati parziali – quelli definitivi arriveranno nei prossimi giorni –, ha espresso la volontà di non iniziare nessun processo indipendentista con il 76% dei voti.<br />I risultati sono stati accolti con favore da parte del primo ministro canadese Mark Carney, che nelle scorse settimane aveva partecipato alla campagna elettorale contro l’opzione indipendentista. “È un grande risultato per il Canada che gli abitanti dell’Alberta abbiano scelto l’unità” queste le sue prime parole non appena sono stati pubblicati i dati parziali. Carney ha aggiunto che i risultati permetteranno al Canada di guardare avanti, diversificando il commercio e facendo diventare il Paese una potenza energetica, con lo Stato federaleo al centro di questi processi. L’Alberta infatti è un produttore di petrolio e possiede la quarta riserva di greggio al mondo.<br />Il primo ministro locale Danielle Smith ha commentato la pubblicazione dei risultati enfatizzando il forte supporto per rimanere nella federazione: “gli abitanti dell’Alberta hanno votato per uno Stato forte in un Canada unito” ha scritto sui suoi social. È stata proprio lei però a proporre la consultazione sul tema, spinta dalle forze secessioniste in seno al suo Partito, il Partito Conservatore Unito . <br /><br />I movimenti indipendentisti, nonostante la sconfitta, promettono di continuare a promuovere l’indipendenza. Il leader dell’Alberta Prosperity Project ha dichiarato all’Associated Press che continuerà a promuovere i benefici dell’indipendenza alla popolazione come ha fatto negli ultimi mesi, sperando di creare spazio per la causa da una secessione interna dell’Upc.<br />Venti di secessione soffiano non solo in Alberta, ma anche in uno stato dove tradizionalmente il tema è più sentito: il Quebec. <br />Il 5 ottobre, alle elezioni nello Stato a maggioranza francofona, il Parti Québécois ha ottenuto sessanta seggi su centoventisette, risultando il primo Partito. Pur non avendo ottenuto la maggioranza assoluta per governare – avrà bisogno dell’appoggio esterno di un altro Partito –, il suo leader Paul St. Pierre Plamondon ha messo subito in chiaro che cercherà di organizzare un altro referendum per l’indipendenza, dopo i due già organizzati nel 1980 e nel 1995. <br />St. Pierre Plamondon ha chiarito che il suo obiettivo è puntare al referendum dopo che il Presidente USA Donald Trump avrà lasciato la Casa Bianca nel 2029. Come nel caso dell’Alberta, il primo Ministro canadese Carney dopo la vittoria del Parti Québécois ha rilasciato dichiarazioni concilianti nei confronti degli indipendentisti.<br />A differenza dell’Alberta, in Quebec gli indipendentisti hanno più chiaramente in testa l’obiettivo dell’indipendenza. Lo stesso St. Pierre Plamondon, nel suo discorso post-elezioni, ha detto che continua a “sognare e visualizzare” il Quebec indipendente e che il suo sogno un giorno “si realizzerà.” Ma secondo molti analisti il sostegno all’indipendenza al momento è basso e si attesta attorno al 30% Agenzia Fides 25/10/2026)Sun, 25 Oct 2026 15:08:46 +0100AFRICA/SENEGAL - Rinuncia e successione del Vescovo di Koldahttps://www.fides.org/it/news/78336-AFRICA_SENEGAL_Rinuncia_e_successione_del_Vescovo_di_Koldahttps://www.fides.org/it/news/78336-AFRICA_SENEGAL_Rinuncia_e_successione_del_Vescovo_di_KoldaCittà del Vaticano - Il Santo Padre Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Kolda, presentata da S.E. Mons. Jean-Pierre Bassène. Gli succede S.E. Mons. Joseph Francis Janvier Badji, finora Vescovo Coadiutore della medesima Diocesi. <br />Sat, 24 Oct 2026 19:04:34 +0200“Chiesa dei Covoni”: il “mandato missionario” conclude il primo Convegno internazionalehttps://www.fides.org/it/news/78335-Chiesa_dei_Covoni_il_mandato_missionario_conclude_il_primo_Convegno_internazionalehttps://www.fides.org/it/news/78335-Chiesa_dei_Covoni_il_mandato_missionario_conclude_il_primo_Convegno_internazionaleRoma – Con una “Messa di invio” si è concluso il Convegno internazionale dedicato alla “Chiesa dei Covoni”: iniziativa promossa dal Dicastero per l’Evangelizzazione , che ha riunito a Roma per due giornate di lavoro intenso e di scambi fecondi sacerdoti, religiosi, religiose e laici di tutto il mondo convolti nell’opera missionaria, nello studio intorno alla missione e nell'accompagnamento pastorale. Un evento ospitato presso la Pontificia Università Urbaniana, preceduto da un approfondito lavoro di riflessione condivisa svolto in tutti i Continenti, e che rappresenta soltanto una tappa di una riflessione più ampia sulla missione da vivere in un mondo multipolare, dove anche riguardo alle dinamiche ecclesiali i rapportii tra l’Occidente e il Sud globale appaiono già profondamente trasformati.<br /><br />A presiedere la celebrazione, sabato 24 ottobre, memoria liturgica del Vescovo missionario Sant’Antonio Maria Claret, è stato l’Arcivescovo Samuele Sangalli, Segretario aggiunto con incarico di Responsabile dell’Amministrazione del Dicastero per l’Evangelizzazione, nella Chiesa Santo Spirito in Sassia. <br /><br />Nell’omelia l’Arcivescovo ha richiamato le parole con cui il Santo fondatore dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria descriveva il missionario: «un uomo che arde di carità e che brucia dovunque passa», che «non si lascia spaventare da nulla» e «non pensa ad altro che a come seguire e imitare Gesù Cristo».<br /><br /><br />Arcivescovo Sangalli: l’opera missionaria richiede pazienza, non dogmatismi<br /><br />Oggi, ha osservato l’Arcivescovo, alla luce del Magistero del Concilio Vaticano II, e del cammino sinodale avviato in tutta la Chiesa, risuonano con ancora più forza le parole di Paolo agli Efesini riproposte nell’odierna liturgia della parola. In Segretario aggiunto del Dicastero missionario le ha rilette, nello spirito del Cardinale Carlo Maria Martini che insegnava come «la Scrittura va lasciata penetrare lentamente»: i diversi doni - richiamava l’Apostolo. delle Genti - «per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo», un corpo che, «ben compaginato e connesso», cresce «secondo l’energia propria di ogni membro».<br /><br />Di fronte ai «complessi e talvolta seriamente contraddittori processi di globalizzazione» che segnano la nostra epoca, ha proseguito, «ci rendiamo conto che gli itinerari di inculturazione del Vangelo», e «degli stessi missionari e missionarie», richiedono «davvero quella pazienza» che, nel Vangelo del giorno, il vignaiolo suggerisce al padrone perché il fico porti frutto. «Pazienza. Passi in avanti e anche indietro», ha insistito, senza affrontare le cose «automaticamente e irrimediabilmente», ma «tutte le volte con lo spirito del discernimento». <br /><br /><br /> Il sostegno del Dicastero per un nuovo tempo missionario<br /><br /><br />Anche il percorso avviato in questi giorni, ha aggiunto l’Arcivescovo Sangalli, può configurarsi come «uno dei tanti processi» con cui il Dicastero si prende cura dell’«aggiornamento degli stili e dei modi della missione» in tutto il mondo. Citando il Salmo 121, ha ricordato che il cammino verso la Gerusalemme celeste «accende il cuore di gioia e di desiderio di condivisione», perché i cristiani sentono «veramente custodito nel mistero di unità che è Dio, il destino di ogni uomo e di ogni donna che viene sulla terra».<br /><br />L’Arcivescovo ha infine affidato ai partecipanti al Convegno le esortazioni di Papa Leone XIV nel Messaggio per la centesima Giornata Missionaria Mondiale, celebrata domenica scorsa, «parole molto belle che indicano una traiettoria» e che il Papa consegna «perché le lasciamo penetrare profondamente dentro di noi»: la missione evangelizzatrice, che Cristo ha affidato ai discepoli, richiede anzitutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione». E ancora: «Se l’unità è la condizione della missione, l’amore ne è la sostanza».<br /><br /><br />Arcivescovo Nwachukwu: collaboratori in una “iniziativa missionaria globale” <br /><br />Al termine della celebrazione, l’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero missionario, ha pronunciato a nome della Santa Sede la formula di mandato. Si è rivolto ai partecipanti ricordando che, riuniti a Roma, essi hanno condiviso «i doni e le esperienze» delle loro Chiese locali e hanno compiuto insieme un’opera di discernimento insieme come far avanzare la missione di una «Chiesa per tutti: sinodale nel metodo, missionaria nello spirito, credibile nell’amore».<br /><br />«A nome della Santa Sede – ha detto l’Arcivescovo Nwachukwu – vi conferisco il mandato di collaboratori dell’Iniziativa missionaria globale della Chiesa dei Covoni». E ha esortato: «Andate a far crescere una comunione di Chiese in cui i doni di ogni Chiesa locale siano accolti con gratitudine e condivisi con generosità per il bene di tutti». Un invito a rivolgere «un’attenzione particolare a coloro che si trovano nelle periferie», a «costruire ponti tra culture e Continenti» e a testimoniare il Vangelo «attraverso il servizio umile e l’amore reciproco».<br /><br />Il Convegno svoltosi a Roma è il primo atto pubblico di un percorso che proseguirà fino alla Pentecoste del 2028. Mentre il multilateralismo è in crisi sul piano politico, l’iniziativa della Chiesa dei Covoni lascia intravedere che le Chiese continuano a condividere e alimentare insieme un “multilateralismo ecclesiale” vissuto come scambio di doni, manifestazione storica della comunione che fiorisce attingendo alla condivisa fede degli Apostoli. <br /><br /> Sat, 24 Oct 2026 18:07:51 +0200ASIA/BAHRAIN - 24 ottobre: I Martiri di Najran, una memoria che unisce i cristiani d’Arabiahttps://www.fides.org/it/news/78332-ASIA_BAHRAIN_24_ottobre_I_Martiri_di_Najran_una_memoria_che_unisce_i_cristiani_d_Arabiahttps://www.fides.org/it/news/78332-ASIA_BAHRAIN_24_ottobre_I_Martiri_di_Najran_una_memoria_che_unisce_i_cristiani_d_ArabiaAwali – Per secoli la loro memoria è rimasta ai margini della storia. Oggi, invece, i Martiri di Najran tornano a occupare un posto sempre più significativo nella vita della Chiesa nella Penisola Arabica. La loro festa, celebrata il 24 ottobre, è ormai memoria obbligatoria nei due Vicariati apostolici della regione, con l’approvazione della Santa Sede . E la loro testimonianza, riscoperta dopo il Grande Giubileo del 2023-2024 per i 1500 anni dal martirio , sta diventando anche un punto di incontro tra comunità cattoliche e ortodosse. La celebrazione è così entrata stabilmente nei Calendari propri dei Vicariati, accanto alla Solennità di Nostra Signora d’Arabia, Patrona principale della Penisola Arabica.<br /><br />Lo ricorda all’Agenzia Fides un documento condiviso dalla Confraternita di Sant’Areta e dei Compagni Martiri, cui promotore e guida episcopale è il vescovo Aldo Berardi, O.SS.T., Vicario Apostolico di Arabia del nord , che comprende Bahrain, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita.<br /><br />La loro vicenda, nonostante la relativa scarsità delle fonti storiche, ha conosciuto negli ultimi anni una rinnovata attenzione, sia nella regione sia nel mondo cristiano. La memoria di quei testimoni della fede è tornata così a essere conosciuta, celebrata e pregata. La loro presenza nella vita della Chiesa locale assume così una forma stabile. Per i cristiani che oggi vivono o giungono nella Penisola Arabica, Sant’Areta e i suoi Compagni non sono soltanto nomi legati alla storia antica, ma testimoni ai quali affidare il proprio cammino di fede. La riscoperta dei Martiri di Najran sta inoltre superando i confini della Penisola Arabica.<br /><br />La loro testimonianza assume oggi un significato particolare anche nel cammino verso l’unità dei cristiani. In Oman è stata dedicata a Sant’Areta una chiesa ortodossa. Il gesto rappresenta un’espressione concreta del patrimonio cristiano condiviso che unisce le diverse tradizioni ecclesiali presenti nel Golfo. Un altro momento significativo si è vissuto quest’estate, quando, su invito del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I, il Vescovo Aldo Berardi e una delegazione di sacerdoti ortodossi e cattolici provenienti dal Kuwait hanno compiuto un pellegrinaggio sul Monte Athos . Il pellegrinaggio è stato occasione di preghiera e fraternità, ma anche di riscoperta di una comune eredità cristiana. La delegazione ha visitato alcuni monasteri nei quali Sant’Areta è venerato da secoli, come testimoniano gli antichi affreschi che raffigurano il Martire. Particolarmente significativo è stato l’incontro con i monaci ortodossi custodi della reliquia del cranio di Sant’Areta. La sacra reliquia è stata esposta alla venerazione della delegazione. Sono incontri che mostrano come i Martiri di Najran non appartengano esclusivamente a una singola comunità o tradizione ecclesiale. La loro memoria è condivisa da cristiani di diverse confessioni, uniti dalla venerazione per la loro fedeltà a Cristo e per il dono della vita compiuto in nome della fede.<br /><br />Nel dialogo tra le Chiese, e in particolare nel rapporto tra cattolici e ortodossi, la storia dei Martiri arabi mostra come una memoria condivisa possa diventare una via verso una maggiore conoscenza reciproca, l’amicizia e la comunione. I santi possono diventare ponti. La loro memoria può riportare alla luce ciò che le diverse tradizioni cristiane hanno ricevuto insieme e che precede le divisioni della storia. È anche questo uno dei messaggi che Sant’Areta e i suoi Compagni consegnano ai cristiani di oggi. La loro testimonianza ricorda innanzitutto che il cristianesimo nella Penisola Arabica non è una realtà recente. Le sue radici affondano nei primi secoli della Chiesa. Ricorda inoltre che il sangue dei martiri è seme della Chiesa. La fede per la quale Sant’Areta e i suoi Compagni diedero la vita continua infatti a essere vissuta nelle stesse terre nelle quali essi testimoniarono Cristo. E forse proprio qui si trova uno degli aspetti più attuali della loro memoria: ciò che unisce i cristiani è più antico e più profondo di ciò che ancora li separa.<br /><br />La celebrazione dei Martiri assume un significato particolare anche mentre violenza e instabilità continuano ad affliggere alcune zone dell’Arabia meridionale. La Chiesa affida dunque Najran e le regioni circostanti all’intercessione dei Martiri, chiedendo pace, riconciliazione e protezione per tutti coloro che vivono in quelle terre. Najran, luogo segnato quindici secoli fa dalla testimonianza di uomini e donne che preferirono dare la vita piuttosto che rinnegare la propria fede, possa tornare a essere un luogo di pace, fraternità e armonia. Per quanti oggi vivono e testimoniano il Vangelo nel Golfo, - si legge nel documento della Confraternita - i Martiri di Najran possono essere non soltanto figure di un passato lontano, ma compagni di cammino e intercessori. <br /> <br />Sat, 24 Oct 2026 12:21:12 +0200ASIA/MYANMAR - A Loikaw la Chiesa rinasce tra gli sfollati: aumentano le difficoltà, ma cresce anche la fede, dice il Vicario generalehttps://www.fides.org/it/news/78331-ASIA_MYANMAR_A_Loikaw_la_Chiesa_rinasce_tra_gli_sfollati_aumentano_le_difficolta_ma_cresce_anche_la_fede_dice_il_Vicario_generalehttps://www.fides.org/it/news/78331-ASIA_MYANMAR_A_Loikaw_la_Chiesa_rinasce_tra_gli_sfollati_aumentano_le_difficolta_ma_cresce_anche_la_fede_dice_il_Vicario_generaledi Paolo Affatato<br /><br />Loikaw – Nei primi giorni, in cattedrale venivano soltanto poche persone. Poi, lentamente, la voce si è diffusa nei villaggi e tra le famiglie disperse dalla guerra: il sacerdote era tornato, la vita pastorale riprendeva, la comunità poteva nuovamente ritrovarsi. Oggi, racconta don Marko Phe Bya, Vicario generale della diocesi di Loikaw e parroco della cattedrale di Cristo Re, ogni domenica circa 500 fedeli partecipano alla messa. «Quando hanno capito che la vita pastorale della Chiesa tornava a pulsare in quel luogo, il centro della diocesi, sono tornati. È straordinario: la gente ha una fede incrollabile», racconta il Vicario, che l’Agenzia Fides ha incontrato a margine della IX Assemblea del Forum internazionale di Azione cattolica , svoltasi a Roma nei giorni scorsi.<br /><br />La storia di questa ripresa si intreccia con quella della guerra civile che, dal colpo di Stato militare del febbraio 2021, sconvolge il Myanmar. Nello Stato di Kayah , conosciuto anche come “stato Karenni”, i combattimenti e i bombardamenti hanno costretto intere comunità ad abbandonare le proprie case. La Chiesa di Loikaw ha subito direttamente le conseguenze del conflitto: a novembre 2023, i militari hanno occupato il complesso della cattedrale di Cristo Re e il Centro pastorale diocesano, costringendo il vescovo Celso Ba Shwe, sacerdoti, religiose e fedeli a lasciare il luogo. La cattedrale venne utilizzata come base militare.<br />Don Marko Phe Bya ricorda quel periodo come una dolorosa interruzione della vita ecclesiale: «Nel 2023 siamo stati tutti costretti ad abbandonare il nostro Centro pastorale, perché i soldati ci hanno sgomberato. Tutti i sacerdoti, i vescovi, le suore: siamo stati costretti ad andarcene». Per lungo tempo, nella cattedrale non c’è stato un parroco e il centro pastorale era occupato. Don Marko è tornato a settembre 2025: «La chiesa era un po’ rovinata e aveva dei danni, ma non gravi. I registri parrocchiali, i libri dei battesimi e gli altri documenti li avevamo portati con noi in un altro luogo per salvarli».<br /><br />Il ritorno, tuttavia, non significava che la guerra fosse finita. La città appariva ancora svuotata, mentre la maggior parte dei cattolici era dispersa nel territorio, fuggita a causa dei combattimenti: «Quando sono tornato, erano rientrate al massimo un centinaio di persone», racconta. Nei mesi successivi, però, la comunità ha ricominciato a raccogliersi. Oggi, riferisce il sacerdote, la cattedrale ospita circa 500 persone ogni domenica; e nelle grandi celebrazioni, come la festa di Cristo Re, patrono della chiesa e conclusione dell’anno liturgico, i presenti possono arrivare a 1.000 o persino 2.000.<br />Sono numeri che, nel contesto di Loikaw, raccontano la ripresa delle attività e della vita ecclesiale. Testimoniano il desiderio di ritrovare un luogo comune, di “essere comunità”, di pregare insieme e di non lasciare che la dispersione provocata dalla guerra spezzi i legami della comunità. «La gente viene in chiesa, viene a piangere, a pregare, cercare conforto – conferma don Marko –. In una situazione del genere ci sono tante difficoltà, non c’è abbastanza cibo, non c’è sicurezza, ci sono i bombardamenti. Noi predichiamo di tenere salda la fede, perché Dio è la nostra speranza. Vengono in chiesa per nutrirsi del cibo spirituale, che è importante quanto il sostentamento materiale».<br /><br />La diocesi di Loikaw si estende nello Stato di Kayah, una regione prevalentemente montuosa dell’area orientale del Myanmar, considerata una delle roccaforti del cattolicesimo nel Paese. La diocesi è stata eretta da Giovanni Paolo II nel 1989, in un territorio evangelizzato a partire dal XIX secolo dai missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere . I dati ecclesiastici disponibili indicano una comunità di circa 90mila cattolici e una rete di circa 40 parrocchie, distribuite tra la città e i villaggi. E’ una Chiesa radicata nel territorio, ma oggi costretta a confrontarsi con lo sfollamento di massa e con la difficoltà di mantenere unite comunità lontane dai loro luoghi di origine.<br /><br />Secondo quanto conferma il Vicario generale, gli sfollati nella diocesi superano, in tutto, le 300mila persone e sono distribuiti in centinaia di campi. Tra loro vi sono circa 40mila cattolici, che vivono ancora in insediamenti provvisori, in villaggi remoti o nei boschi: Numerose parrocchie sono rimaste vuote o chiuse a causa della fuga della popolazione. La crisi umanitaria, dunque, investe un territorio molto più ampio della sola città di Loikaw. Tra i profughi, la Chiesa cerca di mantenere viva la propria presenza: i sacerdoti non si limitano ad attendere il ritorno dei fedeli nelle chiese, ma raggiungono gli sfollati nei campi e nei villaggi: «Con gli altri sacerdoti ci prendiamo cura di loro: andiamo a visitarli - prosegue il sacerdote - celebriamo la messa nei campi, fuori dalla città di Loikaw, dove ci sono molte piccole comunità parrocchiali. I sacerdoti seguono gli sfollati e restano con loro. Costruiscono piccole tende, una capanna come chiesa, come cappella. È un segno di speranza che i sacerdoti vadano con loro. Ogni volta che la nostra gente scappa, noi li accompagniamo».<br /><br />La missione pastorale si intreccia così con l’assistenza umanitaria. La Chiesa cerca donatori per sostenere le famiglie con cibo, alloggio, istruzione e cure sanitarie. Per chi ha perso la casa, il lavoro e la possibilità di coltivare i propri campi, anche la sopravvivenza quotidiana è diventata incerta: «La gente sta tornando in città - spiega - ma non c’è lavoro. Cerca di trovare un impiego, qualunque lavoro riesca a ottenere», spiega don Marko. Nei villaggi, molti tentano di coltivare il riso, ma i combattimenti possono interrompere improvvisamente la vita quotidiana: «Quando arrivano gli scontri e le bombe, devi fuggire».<br /><br />Alla precarietà materiale si aggiunge la paura. Il sacerdote racconta che muoversi nel territorio richiede prudenza e che anche gli operatori ecclesiali sono esposti al rischio di arresti e sospetti. Don Marko Phe Bya riferisce di due sacerdoti arrestati nei mesi scorsi e poi liberati, mostrando quanto sia fragile lo spazio in cui la Chiesa cerca di continuare il proprio servizio educativo e pastorale. Ricorda, poi, il caso di suor Benedetta, religiosa della congregazione di Maria Bambina impegnata a garantire l’istruzione ai bambini in un villaggio in zona di conflitto. La religiosa è stata arrestata cinque mesi fa con il sospetto di avere contatti con il Governo di unità nazionale , l’esecutivo di opposizione ed è ancora in carcere. <br />La dolorosa vicenda di una religiosa detenuta è diventata, per la comunità, occasione di preghiera e solidarietà. Don Marko racconta che in carcere ci sono altri cattolici, con i quali suor Benedetta prega. Quando gli è possibile incontrarla , cerca di incoraggiarla e, in alcune occasioni, riesce anche a portarle l’Eucarestia: «La fede delle persone è ancora forte, anche nelle difficoltà. Più incontriamo difficoltà, più siamo chiamati a incoraggiarci, e a pregare. Questa è la nostra fede».<br /><br />La resilienza dei cattolici di Loikaw, dopo anni di guerra e sfollamento, nasce proprio dalla fede condivisa e dall’aiuto reciproco: «Le persone resistono grazie alla nostra fede e anche al fatto che si aiutano a vicenda», afferma il Vicario generale. La comunità ecclesiale cerca di non lasciare sole le famiglie: i sacerdoti visitano gli insediamenti, i vescovi incoraggiano i fedeli e la preghiera sostiene chi è stanco, affamato e spaventato.<br />In questa esperienza si comprende anche il significato delle parole pronunciate dal Vescovo Celso Ba Shwe durante gli anni dell’esilio, che don Marko ricorda e ripete: «La Chiesa non coincide con un edificio, ma con il popolo che si riunisce nel nome di Cristo. La nostra comunità è fatta di persone, non di edifici. Le persone sono le “pietre vive”». «Anche quando le chiese sono vuote o inaccessibili, la comunità continua a esistere là dove i fedeli pregano insieme, celebrano l’Eucaristia e si prendono cura gli uni degli altri», osserva.<br /><br />La speranza di una pace duratura rimane, tuttavia, fragile. Il sacerdote racconta che la popolazione è stanca di una guerra che continua a colpire soprattutto gli innocenti, le donne e i bambini: «Se una parte vuole vincere sull’altra e nessuno parla di dialogo, come è possibile iniziarlo? Per fermare il conflitto, bisognerebbe che entrambe le parti si convincano che nessuna può vincere, annientando l’altra». Dopo anni di violenza, cresce, secondo il don Marko, il desiderio di una soluzione negoziata. Anche la Chiesa cattolica, attraverso la predicazione e la preghiera, invita al dialogo e alla riconciliazione.<br />«Le persone desiderano ardentemente la pace, il dialogo, la riconciliazione. Speriamo che qualcosa possa cambiare nel prossimo futuro, anche se non sembra che accadrà molto presto», rileva. «Noi non possiamo prendere decisioni, ma preghiamo ogni giorno per la pace, perché il Signore illumini la mente e il cuore di chi decide, per la riconciliazione. Il futuro è nelle mani di Dio».<br /><br /><br />Sat, 24 Oct 2026 11:32:52 +0200Da una pioniera francese della frontiera americana a Papa Leone XIV: l'itinerario missionario di Suor Lyn Osiekhttps://www.fides.org/it/news/78329-Da_una_pioniera_francese_della_frontiera_americana_a_Papa_Leone_XIV_l_itinerario_missionario_di_Suor_Lyn_Osiekhttps://www.fides.org/it/news/78329-Da_una_pioniera_francese_della_frontiera_americana_a_Papa_Leone_XIV_l_itinerario_missionario_di_Suor_Lyn_Osiekdi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Saint Louis - Pioniera dell'opera educativa cattolica sulla frontiera americana, Filippina Duchesne portò la Società del Sacro Cuore negli Stati Uniti nel 1818. Il suo percorso si inserisce nella più ampia storia missionaria che ha plasmato il cattolicesimo americano, segnato alle sue origini anche da una forte influenza francese. È una storia che incrocia anche il cammino di Papa Leone XIV, da Chicago al Perù e poi a Roma. <br /><br />L'Agenzia Fides ha incontrato a Saint Louis suor Carolyn Osiek, religiosa della Società del Sacro Cuore di Gesù , per approfondire questa eredità, le sue belle opere e i suoi capitoli dolorosi, compresi quelli che hanno avuto a che fare con la pratica della schiavitù. <br /><br />Studiosa del Nuovo Testamento ed ex archivista della Provincia Stati Uniti-Canada della Società del Sacro Cuore, suor Lyn Osiek è stata anche docente di Robert Francis Prevost alla Catholic Theological Union di Chicago. La sua testimonianza collega le urgenze affrontate dai missionari dell'Ottocento alla formazione interculturale del primo Papa nordamericano.<br /><br />In che modo Filippina Duchesne ha contribuito alla vita della Chiesa sulla frontiera americana, segnata da una grande diversità culturale?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Innanzitutto, faceva parte di un movimento più ampio. Alla fine dell'Ottocento, la maggioranza relativa dei missionari cattolici nel mondo era francese. Inoltre, era stata ispirata dai resoconti di sacerdoti che tornavano dall'America del Nord, dalla Cina e da altri luoghi. In un primo momento voleva andare in Cina, poi in Canada, e alla fine ha avuto l'opportunità di venire in America del Nord. È arrivata nel 1818, e il Missouri è diventato uno Stato nel 1821. Filippina non pensava di venire negli Stati Uniti: credeva di arrivare nella civiltà coloniale francese della valle del Mississippi. Il suo interesse principale erano i nativi americani, ma questo desiderio è stato frustrato, perché non ha potuto trascorrere molto tempo con loro. Quanto alla diversità culturale, lei stessa non si è mai sentita a suo agio con l'inglese, e questo ha rappresentato per lei un grande ostacolo. Nei suoi primi anni in Missouri, la lingua stava passando rapidamente dal francese all'inglese. Nella valle del Mississippi si stavano trasferendo persone provenienti dagli Stati Uniti orientali, e lei non era preparata ad avere a che fare con loro. Così, invece di realizzare il suo sogno di raggiungere la frontiera, dove avrebbe trovato i nativi americani, si è ritrovata in una città di frontiera in piena crescita, alle prese con bambini francesi e anglo-americani. Gestire questa diversità culturale è stato estremamente difficile per lei.<br /><br /><br />Come ha reagito?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Ha seguito il modello della Società del Sacro Cuore, fondata da poco in Francia, basato sugli educandati europei femminili. Il modello comprendeva la distinzione tra religiose di coro e suore coadiutrici. Il vescovo l'aveva avvertita che in Missouri non avrebbe funzionato, ma lei ha mantenuto l'uso francese, anche se si è rivelato inadatto. In quei contesti coloniali c'era un bisogno urgente di sacerdoti e religiosi. Molte comunità sono diventate autonome rispetto alle loro fondazioni europee, ma Filippina si è rifiutata di farlo. Poteva aspettare fino a sei mesi una risposta da Maddalena Sofia Barat, la superiora generale in Francia, con grande frustrazione del vescovo. Mantenere quei legami ha contribuito a fare di noi una congregazione internazionale, oggi presente in quarantuno Paesi.<br /><br /><br />Che cosa può offrire oggi alla Chiesa negli Stati Uniti la sua missione educativa, iniziata a St. Charles?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Le religiose hanno partecipato alla colonizzazione e allo sviluppo di nuovi territori soprattutto attraverso scuole e ospedali. Gli ospedali non facevano parte della missione della Società del Sacro Cuore, che si esprimeva attraverso l'educazione. Il modello europeo distingueva tra educandati per le classi superiori e scuole gratuite per i poveri. Filippina era cresciuta con questa distinzione, sebbene la sua famiglia fosse borghese. Ha fondato entrambi i tipi di istituto, ma serviva una soluzione intermedia. Le scuole esterne a pagamento, che stavano nascendo anche in Europa, rappresentavano una nuova sfida. La sua opera si inserisce nella considerevole e duratura eredità dell'educazione cattolica negli Stati Uniti e in Canada, da cui col tempo sono nate grandi università. Credo che questo resti un contributo peculiare. Con un nuovo Papa e una nuova voce magisteriale, l'accento sulla dignità umana e sulla dottrina sociale della Chiesa è più importante che mai. Filippina ha preso parte agli inizi di questo impegno.<br /><br /><br />Come leggere il suo desiderio di vivere con i popoli indigeni alla luce delle ferite inflitte dalla storia coloniale?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Ha preso parte a quella storia senza l'intenzione di infliggere ferite. Quando è arrivata in Missouri, i nativi americani erano già stati in gran parte respinti verso ovest, lontano da Saint Louis e da St. Charles. Questo ha frustrato la sua speranza di lavorare tra loro. Il trasferimento forzato dei nativi americani è un elemento centrale della storia americana. Sono stati cacciati dalle terre coltivabili verso luoghi dove potevano essere confinati ed evangelizzati, sempre secondo la volontà dei bianchi. <br /><br />Filippina ha raggiunto la missione potawatomi di Sugar Creek, in Kansas, nel 1841. Nel 1848 i Potawatomi erano stati cacciati di nuovo. Le Religiose del Sacro Cuore li hanno seguiti a St. Mary's, prima che alla fine si disperdessero. Associamo i Potawatomi al Kansas, ma provenivano dall'Indiana e da regioni molto più a est. I gesuiti con cui Filippina collaborava cercavano di evangelizzare, di formare buoni cattolici. Lei condivideva questo obiettivo, con grande amore. Nonostante le sue difficoltà con le lingue, ha studiato il potawatomi, arrivando a ricopiare l'intero Padre Nostro in una lettera al fratello. Secondo testimoni oculari, la chiamavano «la donna che prega sempre». <br /><br />All'arrivo delle suore, nel 1841, una buona metà della tribù era già cattolica. Il loro lavoro consisteva quindi non tanto nel predicare ai non convertiti, quanto nello sviluppare la formazione spirituale. Vista oggi, è una storia fatta di luci e ombre.<br /><br /><br />Come vedeva i popoli indigeni?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Penso che la sua visione fosse idealizzata. In Francia, nel 1806, descriveva una visione: un'immagine sognata di sé circondata da bambini dalla pelle scura. Questo rivela le sue aspettative romantiche su quanto sarebbe stata meravigliosa quell'esperienza. A Sugar Creek le condizioni di vita erano dure, per gli indigeni come per le suore. Eppure lei amava vivere lì, anche nella privazione materiale: faceva parte di ciò che si aspettava.<br /><br />E Lucile Mathevon, la superiora di Sugar Creek?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Le ho dedicato una breve biografia. Era francese ed è arrivata nel 1822 con Anna Murphy, che poi è andata in Louisiana. Lucile è stata superiora a St. Charles per diversi anni, prima di guidare la missione potawatomi, dove ha trascorso il resto della vita: trentacinque anni in condizioni di estrema privazione. Tutta l'attenzione va a Filippina, che vi ha trascorso un solo anno. Altre sono arrivate e ripartite; Lucile è rimasta. La sua dedizione è stata eroica. Conserviamo i suoi resoconti manoscritti del viaggio e dei primi anni della missione. Pratica, energica e brava narratrice, era anche un'organizzatrice molto capace.<br /><br /><br />La vostra congregazione ha svolto un lavoro sulla propria storia e sui propri legami con la schiavitù. Che cosa può dirmi di questo lavoro di ricerca storica e di memoria, a Saint Louis e altrove?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Abbiamo iniziato a lavorarci nel 2016. Il 23 settembre 2018 abbiamo organizzato un evento significativo a Grand Coteau, in Louisiana, dove sono venuti i discendenti delle persone che erano state ridotte in schiavitù presso di noi: erano una cinquantina. Sul nostro sito c'è un video di circa dodici minuti che ripercorre l'intero cammino. Era qualcosa che desideravamo davvero fare. L'evento è stato interamente organizzato da un comitato di discendenti, non da noi, perché volevamo che si svolgesse come desideravano loro. Una suora della California, genealogista per passione, continua a mantenere i contatti con i discendenti. Arriva perfino a presentarli gli uni agli altri, quando non sapevano di essere parenti. Abbiamo inoltre una borsa di studio per uno studente afroamericano a Grand Coteau. Queste sono, per ora, le iniziative principali.<br /><br /><br />Che cosa ricorda in particolare di quella giornata?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: L'incontro si è svolto in Louisiana perché la situazione era diversa da quella del Missouri, dove credo che possiamo documentare soltanto sette persone ridotte in schiavitù. A Grand Coteau, invece, c'era una piantagione con famiglie schiavizzate. Dopo l'emancipazione, nel 1865, alcuni di quei cognomi ricompaiono nei registri contabili come lavoratori retribuiti, segno che le famiglie erano rimaste.<br /><br />All'inizio di quella giornata, tutti erano cauti. Nella chiesa parrocchiale, la nostra provinciale ha letto un messaggio di benvenuto e di scuse. Abbiamo scoperto che ciò che contava di più per i discendenti era il riconoscimento del contributo dei loro antenati: senza di loro non avremmo potuto fare ciò che abbiamo fatto. Poi ci siamo recati in processione al cimitero parrocchiale, dove avevamo eretto un monumento con i nomi delle persone schiavizzate che riteniamo vi siano sepolte. Il cimitero del convento era riservato alle suore. I registri parrocchiali si sono rivelati preziosissimi per identificare genitori, padrini e madrine, oltre che le sepolture. Davanti al monumento ci sono stati preghiere e canti, seguiti da una cena nella scuola e da una cerimonia nella sua cappella.<br /><br /><br />In che modo la formazione teologica di Papa Leone XIV può far luce sulle sue priorità?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: La Catholic Theological Union, dove ha studiato, è nata nel 1968 come un esperimento. Alcuni ordini religiosi maschili hanno chiuso i loro seminari situati in zone rurali e hanno portato la formazione in un contesto urbano. All'indomani del Concilio Vaticano II, la città era vista come il luogo in cui impegnarsi nella vita della Chiesa e con il suo popolo, insieme e non nell'isolamento. La Società del Verbo Divino vi ha portato studenti da tutto il mondo. L'internazionalità, la comprensione interculturale e la missione avevano un ruolo centrale. I docenti si sono confrontati con una questione teologica fondamentale: se Dio è presente in tutta la società e in tutta l'umanità, perché andiamo a predicare il Vangelo? Che cosa possiamo portare di più? Gli agostiniani erano profondamente impegnati nella loro missione in Perù, dove padre Bob Prevost ha svolto il suo ministero da giovane sacerdote. Fin dall'inizio ha mostrato la capacità di vivere all'interno di altre culture e di incarnarvi la sua missione. Penso che questa sia stata una parte importante della sua formazione. È statunitense o peruviano? Non c'è una risposta netta, e penso che sia un bene. Quando ho visitato la sua parrocchia a Trujillo, in Perù, l'ho visto all'opera. Aveva già quella flessibilità e quella capacità di ascolto che restano, credo, tra le sue qualità distintive. Sat, 24 Oct 2026 11:10:20 +0200"Lo scambio di doni tra le Chiese richiede conversione": padre Stan Chu Ilo sulla "Chiesa dei Covoni"https://www.fides.org/it/news/78334-Lo_scambio_di_doni_tra_le_Chiese_richiede_conversione_padre_Stan_Chu_Ilo_sulla_Chiesa_dei_Covonihttps://www.fides.org/it/news/78334-Lo_scambio_di_doni_tra_le_Chiese_richiede_conversione_padre_Stan_Chu_Ilo_sulla_Chiesa_dei_Covonidi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma – Chiese diverse, tante storie e uno scambio di doni che va in ogni direzione. A margine del primo Convegno internazionale su “La Chiesa dei Covoni”, in corso presso la Pontificia Università Urbaniana dal 22 al 24 ottobre 2026, l’Agenzia Fides ha incontrato padre Stan Chu Ilo. Sacerdote della diocesi di Awgu, in Nigeria, è Senior Research Professor presso il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University di Chicago. Insieme a padre Massimiliano Jaeho Chung dirige "The Church of the Sheaves: Equipping the Saints for Mission as Gift Exchange" , un'iniziativa del Dicastero per l’Evangelizzazione .<br /><br />Che cosa ha realizzato finora il progetto, e quali sono le sue impressioni su questi primi scambi?<br /><br />Prima di tutto, si vede la bellezza della Chiesa cattolica. È una Chiesa bellissima: ricca di diversità, di storie, di entusiasmo e di gioia. È opera dello Spirito Santo. All'inizio del progetto non sapevamo bene come sarebbe andata. La maggior parte dei collaboratori non si conosceva e veniva da tutto il mondo. Eppure si vede il loro entusiasmo mentre lavorano insieme, trovano un'armonia e costruiscono un racconto convincente di ciò che Dio sta compiendo nelle varie parti del mondo.<br />Ogni volta che ho il privilegio di partecipare a un'assemblea come questa, mi commuove vedere persone di tanti luoghi diversi che arrivano a convergere, guidate dallo Spirito Santo e spinte dalla gioia e dalla vocazione missionaria. Insieme portano alla Chiesa universale alcuni dei grandi racconti che stiamo ascoltando in questi giorni. Penso al video di una donna filippina che lavora in Scandinavia. Ha parlato del clima e di come riesce a tenere insieme tutto. Il messaggio è questo: da qualunque luogo tu provenga, trovi una casa. Non è sempre così, ma è lì che vogliamo arrivare: una Chiesa sinodale, una Chiesa davvero cattolica, in cui ognuno si senta a casa.<br />La Chiesa dei Covoni è incentrata sullo scambio di doni. Come possiamo cambiare le nostre pratiche e la nostra mentalità perché questo scambio diventi davvero un arricchimento reciproco?<br /><br />Il primo elemento è la conversione, che a mio avviso è al centro del discepolato. Nei Vangeli, una delle prime parole di Gesù è che il tempo favorevole di Dio è giunto: convertitevi e credete al Vangelo. Lo scambio di doni richiede conversione, perché gli occhi, la mente e il cuore devono essere purificati per poter vedere Dio. Noi esseri umani siamo spesso mossi dall'orgoglio e dall'autosufficienza: pensiamo di sapere tutto. La Chiesa che Dio vuole ci aiuta a vedere con gli occhi di Gesù, a pensare con la mente di Gesù e a sentire con il cuore di Gesù. Questo richiede una purificazione: meno io, più Dio.<br />Questo non vale solo per le persone, ma anche per le culture, perché le culture sono individui su scala più ampia. Come diceva Papa Giovanni Paolo II, il peccato sociale nasce da comportamenti, abitudini e pratiche personali. Nessuno convoca un sinodo per decidere: "Comportiamoci male con gli altri". Succede per imitazione, copiando gli altri.<br />Questo mi porta al secondo punto: l'esempio. Per questo nel progetto raccogliamo buone pratiche ed esperienze esemplari. È questa, in fondo, l'essenza della Chiesa: la fede trasmessa ai santi una volta per sempre e il coraggio della Chiesa delle origini. Non avevano denaro, potere né influenza. Erano persone comuni, ma audaci, e la loro testimonianza di fede, custodita nei racconti biblici, ancora oggi ci ispira. Oggi stiamo vivendo gli Atti degli Apostoli: non come un testo della Scrittura, ma come le opere che Dio continua a compiere nella vita quotidiana del nostro mondo. Vogliamo mostrare in concreto che cos'è lo scambio di doni. Per questo raccogliamo queste storie, perché si possa dire: "Ciò che in Europa ritenete impossibile sta accadendo in America del Nord". Il dono sta proprio qui: far vedere tutto ciò che sta accadendo.<br />Il terzo punto è la guida delle comunità. Se abbiamo cristiani convertiti, avremo sistemi e istituzioni convertiti, e pratiche che riflettono la vita della Trinità. Penso alla pericoresi, lo scambio di doni tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il cui dinamismo interiore genera la diversità e la bellezza del mondo. Ma servono anche pastori convertiti, perché nella Chiesa cattolica tutto si gioca nella parrocchia. La Costituzione Lumen Gentium, del Concilio Vaticano II, parla delle Chiese locali: la Chiesa è pienamente presente quando si riunisce per il culto e per celebrare l'Eucaristia. Allora, che tipo di parroci abbiamo nelle nostre parrocchie? Che tipo di vescovi abbiamo nelle nostre diocesi? Non dipende tutto da Roma. Papa Leone dà l'esempio quando dice di volere una Chiesa che costruisce ponti, ma non andrà in Nigeria a costruirli di persona. È compito dei sacerdoti, delle religiose e delle piccole comunità cristiane. Ecco come sarà la Chiesa quando le piccole comunità cristiane, in ogni angolo del mondo, cominceranno a tessere reti di relazioni che riflettono questa comunione.<br />C'è poi un ultimo punto: l'incompiutezza della vita. La vita è incompiuta, segnata da crepe. Ma Dio ci colma con la sua grazia e attraverso la presenza dell'altro. Il Sinodo sulla sinodalità e il suo Instrumentum laboris hanno messo in luce proprio questo bisogno reciproco, contro ogni senso di superiorità. Non "Non ho bisogno di te", ma "Abbiamo bisogno gli uni degli altri". Come dice una canzone famosa, possiamo appoggiarci l'uno all'altro.<br />Come sta cambiando la missione? Un tempo la si pensava come un movimento dal Nord e dall'Occidente verso il Sud del mondo. Oggi a volte si sente dire che è il Sud a inviare missionari a un Occidente secolarizzato e povero di vocazioni. È davvero così?<br />Gli antichi ci hanno lasciato l'immagine della pericoresi: le tre Persone divine che danzano insieme. Si tratta di diventare più trinitari. Non c'è uno che dà e un altro che riceve: tutti danno e tutti ricevono. Non si può dire che sia solo il Padre, o solo il Figlio, o solo lo Spirito Santo. Molti, tra cui credo anche Papa Benedetto XVI, hanno detto che la crisi che stiamo vivendo è una crisi antropologica. Io direi che la crisi che attraversa sempre la Chiesa è di natura trinitaria. Più diventiamo per grazia simili a Dio, più la Chiesa diventa credibile, fedele, feconda e, se vogliamo, generatrice di vita.<br />Una nuova visione della missione, dunque: sono d'accordo. Ma preferirei parlare di un ritorno al fondamento autentico della missione, cioè al suo fondamento trinitario. Nel progetto della Chiesa dei Covoni abbiamo unito le due realtà: la Chiesa dei Covoni, il Sud del mondo, e la Chiesa dei Semi, il Nord del mondo. Come ho detto ieri, i covoni sono diventati semi, e i semi diventeranno covoni. È così che la vita di Dio opera in noi.<br /><br />Fri, 23 Oct 2026 17:06:58 +0200CONVEGNO “LA CHIESA DEI COVONI” - Ascoltare i Continenti: doni, urgenze, domande e nuovi cammini missionarihttps://www.fides.org/it/news/78333-CONVEGNO_LA_CHIESA_DEI_COVONI_Ascoltare_i_Continenti_doni_urgenze_domande_e_nuovi_cammini_missionarihttps://www.fides.org/it/news/78333-CONVEGNO_LA_CHIESA_DEI_COVONI_Ascoltare_i_Continenti_doni_urgenze_domande_e_nuovi_cammini_missionaridi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma – "Dai territori di missione alle Chiese missionarie": il titolo di una delle sessioni riassume bene la seconda giornata del primo Convegno internazionale della "Chiesa dei Covoni", dedicata all'"Ascolto dei Continenti". <br /><br />I gruppi di lavoro di Europa, America del Nord, Africa, Asia e America Latina hanno delineato con voce concorde il passo che appare urgente per il presente e il futuro. Si tratta di superare quella che il programma definisce "una Chiesa divisa tra donatori permanenti e destinatari permanenti". È lo spirito indicato dall'Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, che aveva aperto i lavori ricordando che "ogni Chiesa locale ha doni da offrire e doni da ricevere".<br /><br />Superare lo schema “donatori-beneficiari”<br /><br />Suor Agnès Sory, a nome del gruppo africano, ha dato il tono: "Nessuna Chiesa locale è soltanto donatrice. Nessuna Chiesa locale è soltanto beneficiaria". I tre verbi "Dare – Ricevere – Inviare" "non descrivono tre tappe successive, ma tre dimensioni inseparabili della comunione missionaria". L'Africa, con i suoi Padri della Chiesa e le sue prime tradizioni monastiche, non ha cominciato a donare oggi: "Ciò che è nuovo è l'ampiezza e la visibilità del suo contributo". <br /><br />Il gruppo ha citato le parole pronunciate da Papa Leone XIV a Parigi il 26 settembre: "Nessuno è così povero da non avere nulla da dare; nessuno è così ricco da non avere nulla da ricevere". La missione circola ormai "dal Sud al Nord, dal Sud al Sud, dal Nord al Sud, e anche all'interno di ogni Chiesa locale". Come aveva avvertito l'Arcivescovo Nwachukwu, "non si tratta semplicemente di un capovolgimento". L'obiettivo, ha spiegato suor Agnès, è "superare la logica dei ruoli fissi".<br />Collaboratori, non destinatari passivi<br /><br />Il rapporto asiatico ricorda che il dialogo promosso dalla Federazioni delle Conferenze episcopali asiatiche considera anche religioni e culture dell'Asia "non oggetti di evangelizzazione, ma collaboratori della missione". Nelle zone più remote del Sud-Est asiatico, gli incontri non sono quelli "di missionari stranieri che danno mentre le comunità locali si limitano a ricevere". Sono invece segnati da "reciprocità e arricchimento reciproco". Per il gruppo africano, "la disponibilità di risorse finanziarie non determina da sola il valore di un collaboratore o di un dono". In Camerun, una parrocchia che aveva ricevuto da un'altra alcuni secchi di vernice ha organizzato una colletta per pagare il viaggio di ritorno dei visitatori, perché nessuna relazione fosse "ridotta a quella tra donatore e beneficiario". Il contributo dell'Oceania chiede ai missionari di "costruire partenariati tra Chiese locali, favorendo lo scambio reciproco di doni anziché limitarsi a fornire personale". La Chiesa filippina, che per il suo quinto centenario aveva scelto il tema "Gifted to Give", ricorda che "un dono che indugia e si trattiene cessa di essere un dono".<br />Nei Paesi come il Giappone, dove le comunità cattoliche sono piccole e anziane, il rapporto asiatico invita a passare dall'assimilazione a un'identità interculturale in cui "tutti i membri sono al tempo stesso ospitanti e ospiti". I cattolici filippini, indiani, srilankesi, vietnamiti e coreani portano intanto nel Nord del mondo il loro "dinamismo, la loro ospitalità e le proprie tradizioni cattoliche locali". Allo stesso modo, il gruppo europeo, che vede i migranti "rivitalizzare le parrocchie", annovera tra i suoi segni di speranza "l'apprendimento reciproco tra le Chiese del Sud globale e l'Europa".<br />Il missionario non è un tappabuchi<br />La persona inviata "non è né una soluzione tecnica alla carenza di sacerdoti né la rappresentante di una presunta cultura superiore", insiste il rapporto africano. Padre Cosmas Ajawara è un sacerdote Fidei Donum nigeriano che ha prestato servizio per 23 anni in Canada. Vi ha portato un'esperienza di "Chiesa-Famiglia" e ha ricevuto una cultura della tutela dei minori e delle persone vulnerabili, della responsabilità finanziaria e dell'amministrazione trasparente, che sta ora trasmettendo alla sua diocesi d'origine. <br /><br />Negli Stati Uniti un quarto del clero parrocchiale è nato all'estero. I vescovi consultati hanno espresso gratitudine per i sacerdoti e i religiosi provenienti da altri Paesi, pur riconoscendo che la fraternità tra clero locale e clero di provenienza straniera "richiede ancora maggiore attenzione". Il gruppo europeo ha rilevato a sua volta "incomprensioni tra clero locale e clero straniero, in particolare riguardo all'autorità e alla collaborazione con i laici".<br />Tra i preannunciati documentari previsti nel processo di formazione ispirato dalla formula della “Chiesa dei Covoni, quellostatunitense si intitolerà "Many Members, Many Gifts, One Body in Christ" . Quello canadese sarà dedicato al dono del nuovo arrivato in una Chiesa di immigrati: nell'arcidiocesi di Toronto la Messa domenicale è celebrata in una trentina di lingue. Racconterà anche il Québec, un tempo grande terra di missionari, oggi Chiesa piccola ma viva. Suor Agnès ha chiesto: "Siamo disposti ad accogliere gli altri solo per ciò che possono fare per n<br />oi, o siamo pronti anche a lasciarci trasformare dai doni che portano?".<br />Una collaborazione fondata su una memoria veritiera<br /><br />La collaborazione esige che si nominino le asimmetrie del passato. Il rapporto latinoamericano ricorda un'evangelizzazione "indissolubilmente legata ai progetti coloniali di entrambe le corone". Ricorda anche una crisi di credibilità, aperta dagli abusi, che "richiede un processo di accompagnamento riparativo delle vittime". Il documentario canadese si aprirà con il riferimento alle comunità autoctone e il cammino di riconciliazione con esse avviato. Per il gruppo europeo, "la tutela è una condizione dell'appartenenza, non un'aggiunta amministrativa". Il gruppo del'Africa ha proposto una "missione senza potere": i suoi missionari arrivano spesso "senza un sostegno politico, economico o culturale dominante". Ha messo inoltre in guardia da ogni romanticismo: "La sofferenza non è un dono. La violenza non è un dono. La povertà non è un dono".<br /><br />Doni da non idealizzare<br /><br />"Riconoscere i doni non significa idealizzarli", ha avvertito suor Agnès. La vitalità delle Chiese africane è reale, ma "i numeri, le vocazioni e il fervore delle celebrazioni non dicono tutto". Allo stesso modo, la Chiesa-Famiglia "non deve essere idealizzata fino a nascondere le divisioni, le esclusioni o le ferite" che attraversano le comunità. La missione dell'obolo della vedova, aggiunge il rapporto africano, "non deve né sacralizzare la povertà né giustificare l'impreparazione dei missionari", perché "attraversare una frontiera non basta a fare una missione".<br />L'équipe che ha presentato il Modulo 12, "Africa e Asia: centri emergenti di fede e solidarietà", ha individuato quattro segni di vitalità in queste Chiese: una Chiesa un tempo coloniale e ora "giunta alla maturità"; teologie più narrative che sistematiche; un forte senso di inclusività; una Chiesa giovane. Ha riconosciuto anche il patriarcato, la gerarchia e il clericalismo, le divergenze sulle questioni morali, l'arretramento democratico, la corruzione e l'ingiustizia sociale. Ha chiesto un "umile discernimento" che non respinga la saggezza indigena come primitiva e nemmeno la idealizzi in chiave romantica. Ha ricordato che "l'inculturazione non è mai una traduzione superficiale del vocabolario". Ha inoltre avvertito che "i progetti di pace finanziati dall'esterno, senza un'appropriazione locale, raramente sopravvivono al ciclo di finanziamento". Richiamandosi al gesuita camerunese Engelbert Mveng, ha descritto la povertà più profonda dell'Africa come "antropologica". Non si tratta solo di una povertà economica, ma della spoliazione dell'identità, della cultura, della voce e della dignità lasciata dalla schiavitù e dal colonialismo.<br /><br />Se la sinodalità diventa una “moda”<br /><br />Il teologo filippino Andrew Recepción, Presidente della International Association of Catholic Missiologists, esorta a impedire che le ricche intuizioni della sinodalità si irrigidiscano in slogan. La parola sinodalià "è diventata di moda", avverte, e rischia di trasformarsi in "un cliché ecclesiastico" o di chiudersi in "camere d'eco sinodali". Lì parlano tra loro "sempre le stesse persone", lontano dai poveri e dagli emarginati. Senza la missione, la sinodalità "si riduce a uno sforzo umano o semplicemente a un nuovo approccio pastorale", come la fiesta filippina, che riunisce "l'intero paese" attorno a "un'unica tavola", può "restare una festa senza invio".<br /><br />Collaboratori all'interno di ogni Chiesa<br /><br />Lo stesso passaggio riguarda la vita interna delle Chiese locali. Per il gruppo europeo, una Chiesa diventa casa quando "coloro che un tempo erano trattati come destinatari diventano partecipanti corresponsabili". Infatti "un'ospitalità senza possibilità di incidere resta incompiuta": "la semplice coesistenza non basta; la missione richiede incontro, culto condiviso e trasformazione reciproca". In Africa, catechisti, donne e giovani sostengono le comunità. La sfida è "passare dal considerare le persone come semplici beneficiarie al riconoscerle come protagoniste", perché "partecipare non significa semplicemente svolgere più compiti".<br />Agnes Brazal ha descritto le 17 stazioni missionarie aperte nei quartieri più poveri di Caloocan, nelle Filippine, per migranti che si dicono cattolici ma restano "unchurched", estranei alla vita parrocchiale. Ha illustrato anche le discriminazioni di casta in India, dove i dalit rappresentano circa il 7% dei vescovi e il 4% dei sacerdoti. Il teologo filippino Andrew Recepción mette in guardia dalle "camere d'eco sinodali", dove la conversazione finisce per svolgersi sempre tra "le stesse persone", mentre le voci subalterne "sono altrove". Per lui "la formazione sinodale è il passaggio dal kami al tayo", cioè dal "noi" esclusivo al "noi" inclusivo della lingua tagalog. Aggiunge che i milioni di filippini che lavorano all'estero sono missionari a pieno titolo: "Nessun ufficio missionario li ha inviati, eppure in virtù del battesimo sono discepoli missionari".<br />Il gruppo latinoamericano ha chiesto una maggiore partecipazione delle donne e dei laici "nelle strutture di governo e decisionali della Chiesa". Lo ha fatto attingendo all'esperienza di "una Chiesa vicina al popolo " e di una speranza "vissuta come virtù attiva". Prevede una conferenza regionale, forse nell'agosto 2027, anno del ventesimo anniversario della Conferenza di Aparecida. Padre Cosmas ha aggiunto che "l'unità della fede non esige l'uniformità delle sue espressioni", citando il monastero di Keur Moussa, in Senegal, e il rito congolese.<br />In Europa, dove il cristianesimo "è diventato una sottocultura tra le tante", il gruppo ha colto anche segni di speranza. In Francia, nel 2026, ci sono stati oltre 21.000 battesimi di adulti e adolescenti, e i giovani sono attratti "non da un cristianesimo annacquato, ma da una fede audace, gioiosa ed esigente". Non sono mancate preoccupazioni concrete: un partecipante, ad esempio, ha chiesto testi accessibili ai catechisti delle zone rurali. <br />Seguiranno consultazioni regionali, in Europa il 26 e 27 novembre e in tutta l'Africa. Suor Agnès ha concluso: "Non si diventa missionari quando non si ha più bisogno di ricevere. Si diventa missionari quando il dono ricevuto da Dio diventa, a sua volta, un dono condiviso".<br /><br /><br /><br /><p ><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/F5gZy3NNeHc?si=Jrx4NptyftnGoGWM" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>Fri, 23 Oct 2026 12:51:00 +0200AFRICA/MOZAMBICO - A cinquant’anni dall’indipendenza, la sfida educativa resta decisivahttps://www.fides.org/it/news/78330-AFRICA_MOZAMBICO_A_cinquant_anni_dall_indipendenza_la_sfida_educativa_resta_decisivahttps://www.fides.org/it/news/78330-AFRICA_MOZAMBICO_A_cinquant_anni_dall_indipendenza_la_sfida_educativa_resta_decisivaNampula – A cinquant’anni dall’indipendenza, il Mozambico ha compiuto importanti progressi nell’accesso all’istruzione, ampliando la rete scolastica anche nelle aree rurali e periurbane. Restano tuttavia profonde criticità che incidono sulla qualità dell’educazione e sulle prospettive delle nuove generazioni. E’ quanto emerge in una recente pubblicazione condivisa con l’Agenzia Fides.<br /><br />Tra i problemi più urgenti figurano la carenza di infrastrutture e materiali didattici, il sovraffollamento delle classi e i bassi livelli di apprendimento, soprattutto nella lettura e nella scrittura. In alcune zone gli studenti seguono ancora le lezioni in spazi improvvisati, talvolta sotto gli alberi, mentre biblioteche e strumenti didattici essenziali rimangono insufficienti. Il numero elevato di alunni per classe rende inoltre difficile per gli insegnanti seguire personalmente gli studenti e intervenire sulle situazioni di maggiore fragilità. A queste difficoltà si aggiungono le denunce relative a corruzione, favoritismi e molestie sessuali legate, in alcuni contesti, alle valutazioni e agli esami. <br /><br />Un’altra emergenza riguarda la presenza di alcol e droghe tra i giovani e, in alcuni casi, all’interno degli stessi ambienti scolastici. Il fenomeno può alimentare violenza e comportamenti devianti, aggravando le difficoltà delle famiglie e delle comunità. A Nampula, ad esempio, sono stati segnalati episodi legati al consumo di “maakha”, associati anche a casi di aggressione.<br /><br />In questo scenario, la scuola è chiamata a riscoprire la propria missione fondamentale: non soltanto trasmettere conoscenze, ma formare persone capaci di vivere responsabilmente nella società e di contribuire al bene comune. È qui che assume particolare rilievo la vocazione dell’insegnante cattolico. Di fronte alle fragilità del sistema educativo, l’insegnante è chiamato a essere innanzitutto testimone di integrità, professionalità e responsabilità. Il suo compito non si esaurisce nell’insegnamento delle discipline, ma comprende l’accompagnamento dei giovani nella crescita umana, aiutandoli a sviluppare rispetto, senso del dovere, tolleranza, solidarietà e attenzione verso gli altri. La testimonianza personale diventa così parte essenziale dell’educazione. Rifiutare la corruzione, il favoritismo, ogni forma di abuso e discriminazione significa contribuire concretamente a ricostruire la fiducia nella scuola e nelle istituzioni. Allo stesso modo, offrire ascolto e orientamento ai giovani può aiutare a prevenire fenomeni come la violenza e la dipendenza dalle sostanze.<br /><br />In un Paese che continua a confrontarsi con profonde sfide sociali ed educative, l’insegnante cattolico può dunque diventare un punto di riferimento e uno strumento di cambiamento. La sua presenza, soprattutto nelle situazioni più difficili, è una forma concreta di servizio alla persona e alla comunità.<br /><br />Il vero progresso del Mozambico, infatti, non dipenderà soltanto dal numero delle scuole costruite o degli studenti iscritti, ma dalla capacità del sistema educativo di formare donne e uomini liberi, competenti, responsabili e capaci di costruire una società più giusta e solidale.<br /> <br />Fri, 23 Oct 2026 11:24:20 +0200AFRICA/CAMERUN - “Nella Chiesa non ci sono differenze tra francofoni e anglofoni”https://www.fides.org/it/news/78328-AFRICA_CAMERUN_Nella_Chiesa_non_ci_sono_differenze_tra_francofoni_e_anglofonihttps://www.fides.org/it/news/78328-AFRICA_CAMERUN_Nella_Chiesa_non_ci_sono_differenze_tra_francofoni_e_anglofoniYaoundé – “Come diceva San Paolo, “non ci sono più Greci né Giudei”, così nella Chiesa in Camerun non vi sono differenze tra francofoni e anglofoni”. Lo afferma padre Florent Ze Ntongo, assistente generale nazionale dell’Apostolato dei Laici del Camerun, in un colloquio con l’Agenzia Fides in occasione del Forum internazionale di Azione cattolica , svoltosi a Roma dal 15 al 18 ottobre.<br />“Nell’ambito della Chiesa cattolica non vi sono problemi tra francofoni e anglofoni. I Vescovi sono un punto di riferimento nell’educare i cristiani a comprendere che, al di là di qualsiasi strumentalizzazione da parte dei politici, nella famiglia di Gesù, come diceva san Paolo, “non ci sono più Greci né Giudei, né schiavi né uomini liberi”. I nostri Vescovi sono i primi a educare i fedeli alla convivenza, qualunque sia la loro appartenenza linguistica. A Yaoundé ci sono diverse parrocchie in cui fedeli francofoni e anglofoni convivono in armonia. Un parroco francofono celebra tranquillamente la Messa per gli anglofoni e viceversa”.<br />Il compito di padre Ze Ntongo è quello di lavorare insieme alle diverse associazioni laicali presenti in Camerun, sulla base dei criteri indicati nell’esortazione apostolica Christifideles laici di san Giovanni Paolo II.<br />Tra le associazioni laicali figura l’Association Sainte-Marie «Ekoan Maria», che si propone di promuovere la formazione della donna cristiana attraverso la vita spirituale, la devozione alla Vergine Maria, la preghiera e l’impegno nella Chiesa e nella società. Non si tratta soltanto di un gruppo di preghiera, ma di un’associazione pubblica al servizio della comunità ecclesiale e della società, impegnata nella promozione della famiglia, nella catechesi, nelle opere caritative, nella solidarietà e nello sviluppo socioeconomico.<br />Nel 2026 l’associazione ha celebrato 120 anni di servizio alla Chiesa. La Messa conclusiva si è svolta presso il santuario di Maria Mediatrice, a Etoudi, a Yaoundé, ed è stata presieduta dal nunzio apostolico, monsignor José Avelino Bettencourt. Erano presenti anche Mons. Jean Mbarga, Arcivescovo di Yaoundé, Mons. Damase Zinga Atangana, Vescovo di Kribi, e la ministra Marie-Thérèse Abena Ondoa. Alla celebrazione hanno partecipato migliaia di donne e undici postulanti sono state consacrate.<br />“Stiamo preparando il congresso nazionale dell’Association Sainte-Marie “Ekoan Maria”, in programma dal 23 al 25 ottobre nella diocesi di Obala, il cui Vescovo, monsignor Sosthène Léopold Bayemi Matjei, è presidente della Commissione episcopale per i laici”, spiega padre Ze Ntongo.<br />“Nell’ambito della pastorale dei laici operano numerose realtà, oltre alle associazioni femminili: vi sono associazioni rivolte agli uomini, agli studenti e ai lavoratori. Sono più di cento le associazioni riconosciute dalla Conferenza episcopale del Camerun, espressione delle comunità sia francofone sia anglofone” riferisce padre Ze Ntongo.<br />“Tutto parte dalle parrocchie, dove ogni fedele può trovare l’associazione più adatta alla propria condizione di vita”.<br />Chiediamo al responsabile dell’Apostolato dei Laici se in Camerun esistono anche associazioni per le persone in cerca di lavoro.<br />“Sì, esistono organizzazioni che aiutano le persone disoccupate attraverso percorsi di formazione professionale” risponde. “In questo senso, la Chiesa è una madre che accompagna i propri figli, qualunque sia la loro condizione di vita. A chi, spesso, rischia di lasciarsi andare alla disperazione diciamo di non abbandonarsi allo sconforto, perché la Chiesa continua a incoraggiare i suoi figli. Come cristiani, crediamo che la vita dipenda da Dio. Grazie a queste associazioni, che offrono formazione professionale ai disoccupati, alcune persone sono riuscite a trovare lavoro”.<br /><br />“Accanto a queste realtà laicali vi sono anche scuole di formazione promosse dalle diocesi. A Yaoundé, per esempio, esistono almeno due scuole di formazione professionale rivolte ai giovani” conclude. <br />Fri, 23 Oct 2026 10:57:10 +0200ASIA/INDIA - Giovani in marcia per la democrazia: per il gesuita Prakash, “è un cammino per preservare l’anima dell’India”https://www.fides.org/it/news/78327-ASIA_INDIA_Giovani_in_marcia_per_la_democrazia_per_il_gesuita_Prakash_e_un_cammino_per_preservare_l_anima_dell_Indiahttps://www.fides.org/it/news/78327-ASIA_INDIA_Giovani_in_marcia_per_la_democrazia_per_il_gesuita_Prakash_e_un_cammino_per_preservare_l_anima_dell_Indiadi Paolo Affatato<br /><br />New Delhi – Una marcia per la democrazia, per chiedere il rispetto dei diritti elettorali e riforme istituzionali: è l’iniziativa organizzata oggi, 23 ottobre, dalla rete nazionale «People Against Special Intensive Revision », nata per coordinare la protesta contro il sistema di revisione delle liste elettorali. Il movimento contesta le modalità con cui la Commissione Elettorale indiana ha aggiornato le liste degli elettori. L'operazione di "pulizia" centralizzata delle liste ha portato all'esclusione di circa 130 milioni di cittadini dai registri, privandoli di fatto del diritto di voto. Il movimento accusa il governo di aver usato la SIR come "un'arma politica", escludendo in modo sproporzionato le minoranze, i migranti interni e le fasce più povere della popolazione. Si contesta, in particolare, la gestione reputata "unilaterale e opaca" del Capo della Commissione Elettorale, Gyanesh Kumar, di cui il movimento chiede le dimissioni.<br /><br />La mobilitazione, che invita a manifestare davanti alle sedi amministrative nelle capitali degli Stati indiani e nella capitale nazionale, si inserisce in una stagione di crescente partecipazione giovanile e di mobilitazione di diverse componenti della società indiana.<br />Padre Cedric Prakash, gesuita impegnato nella promozione dei diritti umani e della giustizia sociale, descrive all’Agenzia Fides «l’impegno per la verità e la giustizia, soprattutto dei movimenti giovanili», che richiamano anche il significato simbolico del “Festival di Dussehra”, importante festa indù celebrata in questo periodo: «È un momento in cui si celebra la vittoria del bene sul male, della verità sulla menzogna, della trasparenza sulla corruzione, dell’armonia sul settarismo, della luce sulle tenebre», spiega Prakash.<br /><br />Il cuore della mobilitazione è rappresentato dalle giovani generazioni: «Venti del cambiamento soffiano a Delhi e, di fatto, in tutto il Paese. La Generazione Z ne è il volto, sostenuta dalla Generazione Y, i Millennials, con la Generazione Alpha che non vuole restare a guardare», racconta. Tuttavia, questa non è una protesta circoscritta agli studenti: accanto ai giovani «si ritrovano agricoltori, avvocati, lavoratori precari, casalinghe, accademici, operatori dei media, anziani, organizzazioni della società civile: tutti sono determinati ad aprire un nuovo capitolo nella storia del Paese», nota.<br /><br />Le richieste della società civile<br /><br />Il movimento ha preso forza dopo la mobilitazione del 16 settembre a Delhi e nelle aree circostanti della capitale Delhi, dove migliaia di persone si sono radunate nonostante i divieti, rispondendo all’appello del «Cockroach Janata Party» . I manifestanti hanno cantato slogan e formato una catena umana davanti alla residenza presidenziale, sostenendo un tricolore lungo oltre 80 metri. <br />La risposta delle autorità è stata caratterizzata da un ampio dispiegamento delle forze di polizia e da fermi di manifestanti ed esponenti della “All India Students Association”. Due dirigenti del movimento, Ashutosh Ranka e Saurav Das, erano stati posti in custodia cautelare per “violazione delle norme sulle manifestazioni” e sono stati rilasciati il 21 ottobre, dopo sette giorni di detenzione.<br />I giovani denunciano anche le restrizioni imposte agli spazi di protesta, la chiusura di stazioni della metropolitana e l’interruzione della connessione Internet nelle aree interessate dalle manifestazioni: tutti atti promossi dal governo per indebolire la forza dei manifestanti. <br /><br />Un passaggio importante nel coordinamento delle proteste è stato l’incontro del 14 ottobre, dedicato alla consultazione tra organizzazioni nazionali e statali. Secondo Prakash, hanno partecipato oltre 200 realtà della società civile, tra cui gruppi giovanili, associazioni di agricoltori. Da quell’incontro è nata la rete «People Against SIR», che ha annunciato per il 23 ottobre la «Marcia popolare per la democrazia».<br />La mobilitazione chiede la revisione del sistema SIR e il reinserimento degli elettori cancellati dalle liste elettorali. I promotori chiedono inoltre una nuova Commissione elettorale, nominata attraverso un processo imparziale, una revisione equa delle liste, il ritorno al voto cartaceo e riforme che garantiscano elezioni corrette e trasparenti.<br />L’appello è rivolto alle associazioni di categoria e gruppi della società civile, invitati a mobilitarsi in modo pacifico «in ogni villaggio, ogni strada, ogni casa», recita uno degli slogan diffusi dalla campagna, che intende trasformare ogni luogo della vita quotidiana in uno spazio di partecipazione democratica.<br /><br />La mobilitazione supera i confini generazionali<br /><br />La protesta si inserisce in un contesto in cui le giovani generazioni indiane rivendicano un ruolo pubblico, utilizzando anche i social media per diffondere messaggi, slogan e testimonianze. Per p. Prakash, la loro presenza non è soltanto un elemento numerico, ma il segno di una nuova energia civile: «Gli eventi di Delhi hanno dato nuova linfa all’energia dei giovani e di tutte le componenti della società, orientandole verso un percorso futuro più determinato», mentre avvocati e personalità pubbliche sostengono la mobilitazione.<br />In un’udienza pubblica dedicata alle contestazioni sul sistema SIR, le testimonianze raccolte da diversi Stati, come Karnataka, Delhi, Rajasthan, Telangana, Bengala Occidentale e Odisha sono state presentate a una commissione indipendente composta da cinque ex giudici, che sarà chiamata a formulare le proprie conclusioni.<br /><br />Rileva p. Prakash: «La questione investe il diritto dei cittadini a partecipare alla vita politica e la fiducia nelle istituzioni che organizzano le elezioni. I cittadini si mettono in cammino per preservare l’anima dell’India». Per questo, nota, ricordano la tradizione della nonviolenza associata al Mahatma Gandhi, che perseguiva “verità e bontà”: «La mobilitazione giovanile – conclude – vuole raccogliere questa eredità e tradurla in una richiesta di partecipazione e responsabilità civile, finché prevalgano i valori della democrazia, l’uguaglianza, la giustizia e la verità».<br />Fri, 23 Oct 2026 09:01:57 +0200Le strade aperte della missione al centro del Convegno della “Chiesa dei Covoni”https://www.fides.org/it/news/78326-Le_strade_aperte_della_missione_al_centro_del_Convegno_della_Chiesa_dei_Covonihttps://www.fides.org/it/news/78326-Le_strade_aperte_della_missione_al_centro_del_Convegno_della_Chiesa_dei_Covoni<p ><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/X0lnaG4MZsU?si=yQMVZPu707vxwN5p" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p><br /><br />Roma – Le Chiese che un tempo accoglievano i missionari ora li inviano”. Per questo la missione affidata da Cristo alla sua Chiesa “non può più scorrere in una sola direzione”. E va riconosciuta e accolta come uno scambio di doni. Uno scambio che richiede anche un aiuto vicendevole a liberarsi di schemi culturali tramontati, nella gratitudine per ciò che lo Spirito ha suscitato e continua a suscitare nel cammino della Chiesa.<br />È questa l’intuizione che anima l’iniziativa realizzata in collaborazione con il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University, insieme ad alcune università cattoliche selezionate, istituzioni ecclesiali e partner missionari nei cinque continenti.<br /><br />Nella mattinata di oggi, l’orizzonte del Convegno è stato delineato nell’intervento introduttivo dell’’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero missionario.<br /><br /> <br />Nella prima sessione moderata da Mons. Agositno Han, capo ufficio del Dicastero missionario, il professor Vincenzo Buonomo Rettore della Pontificia Università Urbaniana, ha dato il benvenuto alla platea di teologi e teologhe, sacerdoti, suore e operatori pastorali provenienti da ogni parte del mondo, definendo i partecipanti al Convegno come un “segno concreto di cattolicità e reciprocità” e ponendo i lavori sotto la protezione di San John Henry Newman, patrono dell’università. <br />Il condirettore dell’iniziativa Padre Jaeho Chung Massimiliano, professore della Pontificia Urbaniana, ha presentato la singolare strutturazione del Convegno: presentazioni dei contributi elaborati da 14 gruppi di lavoro, con relazioni su base tematica o regionale, orientativa “criteri guida” della missione e della sinodalità. Il professor Jaeho ha anche prefigurato gi sviluppi futuri del percorso globale iniziato sotto la formula della “Chiesa dei Covoni” che si avvarranno anche di pubblicazioni di testi, podcast. Formativi, partecipazione e un corso di formazione on line, ispirato alla “Chiedo sei Covoni” «Gift Exchange: The Church of the Sheaves».<br />Il Professore Stan Chu Ilo, della University DePaul ha dato l’avvio ai lavori descrivendo la missione come uno scambio reciproco di doni: «Il seme è diventato un fascio di spighe. Ma il fascio contiene anche nuovi semi». Le Chiese che un tempo accoglievano i missionari ora sono quelle che danno, e quelle che un tempo inviavano missionari vengono a loro volta arricchite, perché « la missione non procede in una sola direzione». Padre lo ha riconosciuto le lacune nel modo in cui vengono formati i missionari, e ha sollecitato. A favorire un racconto della vicenda della missione della Chiesa che «non nasconda i capitoli dolorosi ma non finisca mai nella disperazione».<br /><br /><br />Nella giornata di giovedì 22 ottobre, le sessioni di lavoro si sono susseguite richiamando le sorgenti teologiche, storiche e pastorali a cui attinge l’iniziativa della “Chiesa dei Covoni” .Richiamando anche “l'economia della grazia”.<br /><br />Nella a giornata di venerdì 23 ottobre, interventi e dialoghi si intrecceranno intorno al tema ”Una Chiesa missionaria nello spirito, posta davanti alle urgenze e ai punti di sofferenza delle comunità ecclesiale nei diversi contesti. Convegnisti Europa e Nord America riflettono sulla conversione missionaria in società segnate da secolarizzazione, migrazioni e nuove forme di appartenenza ecclesiale. Nella sessione Partecipanti di Asia e Africa racconteranno il passaggio che vede fiorire in quelle atiche “terre di missioni” nuove Chiese missionarie che offrono doni alla Chiesa universale. Membri delle Chiese di America Latina e Caraibi racconteranno l'esperienza di una missione popolare, profetica e nata dalle periferie. <br />L’iniziativa ispirata dall’immagine della “Chiesa dei Covoni” si muove in sintonia con i richiami costanti del Magistero di Papa Francesco e Papa Leone IV alla natura e alla vocazione missionaria della Chiesa.: un ospedale da campo della misericordia, una casa spirituale per gli stanchi, una comunità di speranza che costruisce ponti e un sacramento dell’amore riconciliatore di Dio in un mondo che anela alla guarigione e al senso di appartenenza. Thu, 22 Oct 2026 16:29:43 +0200