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Jayapura (Agenzia Fides) - "Dopo l'ennesimo massacro, è urgente proteggere i civili, rispettare il diritto umanitario, ridurre la presenza di truppe dell'esercito indonesiano. E mentre occorre consentire l'assistenza umanitaria a oltre 100.000 sfollati, è necessario aprire un dialogo autentico tra i gruppi indipendentisti e il governo centrale, per il bene di questa provincia martoriata della Papua occidentale": è l'appello consegnato all'Agenzia Fides da p. Alexandro Rangga OFM, direttore dell'ufficio Giustizia, pace e integrità del Creato nella provincia indonesiana di West Papua.
Il frate conferma che tre dipendenti cristiani dell'ufficio agricolo nella reggenza di Jayawijaya sono stati uccisi in un'imboscata il 9 settembre scorso, riportando in auge la questione della sicurezza dei civili nel contesto del lungo conflitto in Papua. Il frate francescano conferma a Fides che due delle vittime, la donna Aprida Rapi, di 49 anni, e Alfonsius Albinus Meha, di 35, erano cattoliche, mentre Willi Mbuik, di 25, era cristiano protestante. Tutti provenienti da altre province dell'Indonesia e si erano trasferiti in Papua.
A rivendicare l'attacco è stato l'Esercito di liberazione nazionale della Papua Occidentale-Movimento per la Papua libera, o TPNPB-OPM che, nel convoglio fermato, ha separato gli indigeni papuani dalle persone non native, che sono state uccise.
P. Rangga condanna gli omicidi, affermando che la condizione dei civili nelle zone di conflitto della Papua si è aggravata in quanto essi subiscono attacchi dei gruppi separatisti (TPNPB-OPM) da un lato; e sono spesso vittime delle operazioni delle forze di sicurezza indonesiane, dall'altro.
Accanto alla questione dello sfruttamento delle materie prime da parte di grandi multinazionali - grazie alle concessioni ottenute dal governo centrale, ma con scarsa ricaduta di sviluppo sulle popolazioni native - negli ultimi anni un altro elemento conflittuale è stato rappresentato dalla politica dei trasferimenti demografici promossa dal governo di Giacarta e (la “transmigrasi”, ovvero la migrazione di popolazioni da Giava e altre isole indonesiane), che ha reso i papuani indigeni minoranza nel loro territorio e aumentato le tensioni sociali.
Il frate esprime "profonda preoccupazione per la situazione in Papua", e ribadisce l'approccio dei francescani e di tutti i membri della Chiesa locale: "In quanto cittadini che sostengono i valori di umanità e giustizia, sentiamo il dovere di denunciare le sofferenze dei nostri concittadini in Papua. Rifiutiamo ogni forma di violenza che nuoce all'umanità in Papua e rigettiamo un approccio alla Papua basato sulla sicurezza o sulla militarizzazione". "Denunciamo ogni forma di politica e pratica di sviluppo che saccheggi, danneggi e sfrutti le risorse naturali della Papua, distruggendo la vita dei papuani e incoraggiamo il dialogo pacifico per trovare soluzioni al conflitto in Papua". "La vera pace può essere costruita solo su un fondamento di giustizia e riconoscimento in nome dell'umanità", nota.
Sulla travagliata regione della Papua si sono espressi di recente anche i vescovi locali: Yanuarius Teofilus Matopai You, Vescovo di Jayapura, condannando le “gravi violazioni dei diritti umani” che si registrano, ha sottolineato l’importanza di un dialogo pacifico tra Jakarta e Papua "per interrompere il ciclo di violenza che genera solo sofferenza". "L’approccio militare non può risolvere il conflitto e che tutte le forme di uccisione sono inaccettabili, perché la vita è un dono di Dio. Come comunità cattolica continuare a proteggere l’umanità e promuovere una vita dignitosa per tutti", ha detto.
Gli ha fatto eco il Vescovo di Timika, Bernardus Bofitwos Baru, che ha lanciato un appello al presidente Prabowo Subianto e al capo delle forze armate Agus Subiyanto, esortandoli a "cercare il dialogo", dopo che "il sangue di tanti civili innocenti è stato versato".
(PA) (Agenzia Fides 15/9/2026)