BEATIFICAZIONE DI FULTON SHEEN/II - Fuori dai cliché. La lezione del ‘comunicatore’ Fulton Sheen

lunedì, 7 settembre 2026 missione   media   comunicazioni sociali   testimoni   beatificazione  

Foundation Archbishop Fulton Sheen

di Marie-Lucile Kubacki

New York (Agenzia Fides) - Il futuro Beato non conquistò l’America soltanto grazie al decollo della televisione. La sua popolarità nacque dall’incontro fra una preparazione teologica rigorosa, un linguaggio che raggiungeva la vita quotidiana e l’attenzione alle domande reali di un pubblico vastissimo.

Quando Fulton J. Sheen comparve per la prima volta in televisione, il 12 febbraio 1952, il nuovo mezzo stava entrando nelle case statunitensi e iniziava a modificare abitudini e ritmi familiari. Il suo programma, significativamente intitolato Life Is Worth Living – “La vita vale la pena di essere vissuta” –, era collocato in una fascia competitiva, contro spettacoli di intrattenimento guidati da Milton Berle e Frank Sinatra.

A prima vista, la sfida sembrava sproporzionata: nessun varietà, nessuna scenografia spettacolare, nessuna successione di ospiti. Soltanto un vescovo, una scrivania, alcuni libri, una statua della Madonna col Bambino e, talvolta, una lavagna. Una austerità quasi provocatoria.

Eppure, come ricostruisce Thomas Reeves in America's Bishop: The Life and Times of Fulton J. Sheen ( Encounter Books, San Francisco, 2001), in poche settimane il programma diventò un fenomeno nazionale. L’emittente DuMont ricevette migliaia di lettere ogni settimana; le richieste per assistere alle registrazioni superarono largamente i posti disponibili; la trasmissione si estese rapidamente a nuove stazioni. Nel 1952 Sheen ottenne l’Emmy come personalità televisiva dell’anno, davanti a protagonisti già affermati dello spettacolo statunitense. Nel suo discorso di ringraziamento la buttò lì: “Vorrei ringraziare i miei quattro autori: Matteo, Marco, Luca e Giovanni,” disse citando i nomi dei quattro evangelisti.
Il ‘caso Fulton Sheen’ non si spiega, però, soltanto con il fascino di una figura naturalmente “televisiva”, con la sua voce inconfondibile, con lo sguardo diretto in camera o con una capacità scenica maturata in decenni di predicazione. Il mezzo offrì un’opportunità straordinaria; ciò che rese durevole il successo fu la sostanza di quello che diceva.


La semplicità non è semplicismo ma il frutto di un lavoro intenso

Sheen non trattò la televisione come una scorciatoia per rendere più ‘di moda’ il cristianesimo. La considerò piuttosto come un luogo in cui la fede poteva affrontare, con intelligenza e senza timore, le inquietudini della modernità.
Se ogni suo intervento sembrava scorrere come l'acqua di un fiume, ciò si doveva a un lavoro costante. Per le trasmissioni radiofoniche degli anni Trenta egli stimava di impiegare dalle quaranta alle sessanta ore di preparazione, racconta Reeves; per ciascuna puntata televisiva arrivava a dedicarne circa trenta. “Essere un buon oratore”, spiegava, “è per il dieci per cento esposizione e per il novanta per cento pensiero, studio, fatica e duro lavoro”. Non leggeva un testo davanti alle telecamere e non ricorreva a suggeritori: elaborava numerosi schemi, li rivedeva e li eliminava fino a quando la struttura dell’argomento gli era divenuta interiormente familiare. Da qui derivava quella naturalezza che molti spettatori scambiavano per improvvisazione.
Prima del piccolo schermo c’era stata la radio. Sheen vi debuttò già nel 1928 e dal 1930 divenne una voce consueta della Catholic Hour, la trasmissione nazionale promossa negli Stati Uniti per far conoscere la dottrina cattolica e favorire rapporti più cordiali tra le diverse comunità di fede. I suoi discorsi, sottoposti in precedenza all’esame delle autorità ecclesiastiche, erano brevi ma densissimi. Nel 1933 il programma veniva diffuso da 54 stazioni NBC; arrivavano circa tremila lettere al mese e più di 1,3 milioni di copie stampate degli interventi erano già state distribuite. Nel 1940 le stazioni erano diventate 106 e le ristampe dei discorsi dell’intera serie avevano raggiunto milioni di esemplari.

Purtroppo, La radio di Sheen non offriva una evasione o un facile "entertainment". Affrontava la crisi economica, la libertà, la dignità del lavoro, la guerra, la pace, il dolore, il rapporto fra fede e ragione, le ideologie del suo tempo. Nel prendere in considerazione fascismo e comunismo, ad esempio, metteva in luce un tratto comune: entrambi tendevano ad assorbire la persona nello Stato e a privarla, gradualmente, della libertà e della responsabilità. Le sue formule potevano essere vigorose e risentivano delle polemiche della stagione storica, ma il filo conduttore era la difesa dell’uomo come creatura chiamata a Dio, non come ingranaggio di un potere politico o economico.


Il vero protagonista dell’evangelizzazione non è il presentatore star ma lo Spirito Santo

Questa scelta segnò anche la televisione.
Life Is Worth Living non era pensato come una lezione confessionale per un pubblico già convinto. Prima di ogni intervento si poneva due domande: quale fosse lo scopo della trasmissione e quale impressione ne avrebbero ricavato i non cattolici. Alla prima rispondeva con le parole paoline: annunciare “Cristo, e Cristo crocifisso”. Quanto alla seconda, richiamava una precisa responsabilità culturale: non replicare alle caricature del cattolicesimo con l’autodifesa, ma mostrarne dall’interno la realtà e la ragionevolezza.

Sheen descrisse il suo metodo con queste parole: “Partendo da ciò che era comune al pubblico e a me, procedevo gradualmente dal noto all’ignoto, o alla filosofia morale e cristiana”. Per questa ragione non cercava di forzare adesioni. “Non vi fu mai un tentativo di ciò che si potrebbe chiamare proselitismo”, osservava; spettava allo spettatore riconoscere se quanto ascoltava corrispondesse a una mancanza, a una domanda, a un bisogno presente nella propria esistenza. La luce che poteva raggiungere una persona, aggiungeva, era opera dello Spirito, non di Sheen.
Il punto di partenza era spesso sorprendentemente concreto. Parlava della stanchezza e di come affrontarla; della noia nel lavoro; dell’educazione degli adolescenti; della solitudine; del carattere; della libertà; dell’ansia generata dalla guerra e dalla minaccia atomica. Apriva spesso con un aneddoto o una battuta, talvolta volutamente semplice, per disarmare la distanza fra il vescovo e chi era seduto a casa. Poi il discorso cambiava tono: dall’ironia passava alla diagnosi morale, dall’esperienza ordinaria alla domanda sul destino dell’uomo, fino alla proposta cristiana. Era un modo di riconoscere che l’annuncio del Vangelo incontra persone che hanno ognuno la loro storia e le loro domande proprie. A queste domande, Sheen non abbassava l’orizzonte della fede a un repertorio di consigli psicologici al volo; prendeva il tempo dell’ascolto e mostrava che i sacramenti, la preghiera, la vita morale e la grazia hanno a che fare con una vita piena. La sua formula conclusiva, “God love you”, dopo aver parlato di conflitti, fallimenti e inquietudini, lasciava lo spettatore in un atteggiamento di contemplazione della misericordia di Dio.
Si può raggiungere un pubblico popolare usando riferimenti teologici e culturali alti
Fulton Sheen aveva seguito una formazione compieta. Professore di filosofia alla Catholic University of America, formato anche a Lovanio, possedeva una conoscenza robusta della tradizione tomista. La sua riflessione era nutrita dalla metafisica e dall’antropologia cristiana, dalla dottrina della creazione, dal riconoscere la realtà del peccato originale, della libertà personale e della destinazione trascendente dell’uomo. Nelle sue opere e nelle sue trasmissioni, san Tommaso d’Aquino era la chiave per distinguere ragione e riduzionismo, libertà e arbitrio, speranza e utopia politica.
Ma la sua cultura non restava chiusa nel solo ambito teologico. Per raggiungere un pubblico plurale, Sheen sapeva convocare una vasta costellazione di riferimenti letterari, storici, filosofici e scientifici, in un modo esigente. L’accostamento con G. K. Chesterton, che in Inghilterra gli valse l’appellativo di “Chesterton americano”, indica una delle affinità più evidenti: il gusto per il paradosso, l’apologetica capace di stupore, la persuasione che il cristianesimo non restringa il reale ma lo renda più intelligibile. Nei suoi interventi comparivano anche Platone e Aristotele, sant’Agostino e Dante Alighieri, Blaise Pascal e John Henry Newman, Shakespeare e Charles Dickens, oltre a figure della riflessione moderna come Søren Kierkegaard o Karl Gustav Jung. Quando affrontava scienza, tecnica e guerra atomica, non esitava a citare o richiamare Democrito, Albert Einstein, Leo Szilard, il fisico e astronomo James Jeans, il genetista Hermann J. Muller, Winston Churchill e persino Alessandro Magno...
Questa ampiezza di riferimenti non aveva nulla dell’esibizione erudita del “name dropping”. Sheen usava la cultura come ponte. Faceva capire a chi ascoltava che la fede cristiana poteva parlare con la filosofia antica, con la letteratura, con la ricerca scientifica e con il dramma politico del Novecento. Partiva dall’idea che un pubblico popolare poteva essere introdotto a questioni complesse se il comunicatore rispettava la sua intelligenza e trovava parole, immagini e passaggi capaci di accompagnarlo. Un approccio antitetico a quello di una comunicazione sedicente ‘moderna’ plasmata dai social che punta su slogan e frasi shock, valutando il successo di un articolo o di una trasmissione con l’unico criterio del numero di click. Infatti, gli slogan e le frasi fatte non piacevano a Sheen.

La comunicazione di massa e l’incontro col singolo

Il successo di Sheen riposava anche sul dialogo e l’incontro. Negli anni della Catholic Hour il programma prevedeva un lungo spazio riservato a domande poste da ascoltatori presenti in studio e risposte offerte all’impronta. Le lettere arrivavano con richieste di chiarimento, domande personali, interrogativi sulla fede e appelli di aiuto. Negli anni Quaranta, l’enorme corrispondenza richiese segretarie e personale dedicato; Sheen dettava ogni giorno centinaia di risposte. Alle persone che chiedevano istruzione religiosa dedicava tempo personale, spesso per decine di ore. La comunicazione di massa non cancellava, ai suoi occhi, l’incontro con il singolo. Anzi. Partiva dall’incontro con il singolo, e proprio questo incontro raggiungeva la massa grazie al fascino che si sprigionava dall’autenticità di questi incontri singolari. cioè dalla sua esperienza mediatica-pastorale.
Tutta la sua opera e le sue attività avevano la loro sorgente in una vera vita di preghiera e di intimità con Dio. Prima di andare in onda, Sheen si fermava in silenzio a pregare. Poi entrava in scena con una disciplina quasi teatrale: tempi controllati, gesti sobri, pause studiate, uso della voce, sguardo rivolto direttamente all’obiettivo. Per lui, la telecamera era la soglia di una casa, e quindi di una coscienza. La sua capacità di “parlare a tutti” derivava dalla scelta di non umiliare nessuno con formule preconfezionate o contrapposizioni identitarie. Perché aveva una alta considerazione della missione, riteneva che il comunicatore cristiano non vende un prodotto né lavora per la sua propria gloria, ma annuncia Cristo… il che implica essere ancora più esigenti con se stessi per non ostacolare la forza di attrazione del Risorto. I proventi e la visibilità delle trasmissioni furono collegati al sostegno delle opere missionarie attraverso la Pontificia Opera per la Propagazione della Fede (Society for the Propagation of the Faith).
Il boom della televisione permise a Fulton Sheen di entrare in milioni di case. Ma non fu la tecnologia, da sola, a renderlo ascoltato. La sua voce trovò ascolto perché non trattava il pubblico come una platea da conquistare né come una massa a cui basta buttare qualche formuletta facile, bensì come un insieme di persone e di volti da prendere sul serio: pronte a lasciarsi interrogare, segnate da domande autentiche, aperte alla verità.
In questo incontro tra rigore intellettuale, magnetismo personale, fede vissuta e attenzione alle inquietudini del cuore umano si trova forse la ragione più profonda della sua singolare fortuna mediatica. (Agenzia Fides (07/09/2026)


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