Roma (Agenzia Fides) - Oggi la rete globale delle Pontificie Opere Missionarie (POM) rappresenta una realtà vivace mossa da un «obiettivo semplice: aiutare a portare il messaggio di Gesù» in luoghi e situazioni dove le comunità ecclesiali stanno germogliando. Una missione che può essere abbracciata con fecondità solo se «crediamo nella Resurrezione».
Alla fine della Assemblea generale delle POM 2026, è stato l’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione, a richiamare il Mistero di redenzione e salvezza donate da Cristo come orizzonte di ogni autentica e feconda opera apostolica e missionaria. Lo ha fatto nell’omelia della concelebrazione eucaristica da lui presieduta mercoledì 3 giugno nella chiesa del Collegio San Lorenzo da Brindisi, a conclusione della intensa settimana di lavori condivisa da più di 100 direttori e direttrici nazionali delle POM arrivati a Roma dai 5 Continenti.
«Se non crediamo nella Risurrezione» ha aggiunto l’Arcivescovo nigeriano, con un accenno che illumina bene anche le tante iniziative concrete e i progetti sostenuti dalle Pontificie Opere Missionarie nei singoli Paesi «la nostra attenzione finirà per fissarsi sulle cose materiali di questo mondo».
Il servizio delle POM alle comunità ecclesiali - ha ricordato il Segretario del Dicastero missionario - viene reso «fino a quando le Chiese locali diventino abbastanza forti e autosufficienti». Papa Leone XIV - ha aggiunto - «insiste molto in questa direzione: lo scopo non è soltanto aiutare quelle Chiese finché diventano autosufficienti e poi lasciarle, ma aiutarle a diventare autosufficienti in modo che tutti continuiamo a sostenerci gli uni gli altri».
Un’esperienza di comunione che abbraccia anche le generazioni di chi ha donato corpo e anima all’annuncio del Vangelo nei tempi che ci hanno preceduto. Come Carlo Lwanga e i compagni martiri dell’Uganda, la cui memoria liturgica viene celebrata nella Chiesa cattolica proprio il 3 giugno.
«Ricordo personalmente in modo speciale» ha detto l’Arcivescovo nigeriano nella sua omelia «tutti quei martiri e tutti gli altri martiri che hanno reso possibile che il Vangelo raggiungesse altri Paesi, grazie ai giovani missionari che hanno lasciato una vita comoda e sono partiti, spesso a caro prezzo, donando la loro vita».
Nelle epoche passate, i mezzi di trasporto e quelli di comunicazione non erano quelli di adesso. E quando i missionari partivano, «molti di loro non tornavano più. Si può immaginare - ha sottolineato l’Arcivescovo - la quantità di lacrime versate. Per questo mi riferisco al Salmo 126, versetto 6: “Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare; ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni”. Sono partiti in lacrime, portando il seme; hanno seminato il seme, il seme ha portato frutto, e ora è il tempo della seconda parte: tornano con gioia, portando i loro covoni». (GV) (Agenzia Fides 4/6/2026).