di Chiara Dommarco
Brno (Agenzia Fides) – “I regimi, le ideologie e le paure passano, ma la verità, l’amore e la fedeltà hanno una forza che sopravvive alla storia stessa”. Così, dialogando con l’Agenzia Fides, don Karel Orlita sintetizza la cifra delle vite di Jan Bula e Václav Drbola, i due sacerdoti cechi che il 6 giugno vengono beatificati a Brno. Durante la celebrazione eucaristica, presieduta dal cardinale Michael Czerny, sarà utilizzato il calice appartenuto a Bula.
Postulatore della fase diocesana e amministratore della fase romana, don Karel ha seguito da vicino lo svolgimento della causa di beatificazione e canonizzazione dei due martiri: i primi in assoluto a essere proclamati beati nella diocesi di Brno e nella storia contemporanea della Repubblica Ceca ad essere beatificati o canonizzati.
“Viviamo in un’epoca segnata da guerre, polarizzazioni, crisi culturali, paura e smarrimento morale. In questo contesto, la loro testimonianza ricorda che l’uomo non può vivere senza verità e senza speranza. Essi mostrano che anche quando tutto sembra dominato dalla violenza e dalla menzogna, è possibile restare umanamente liberi”, commenta don Karel.
Václav Drbola nacque nel 1912 a Starovičky, nella Moravia meridionale, da una famiglia di modeste condizioni. Conseguito il diploma nel 1933, entrò quello stesso anno nel seminario diocesano di Brno. Ordinato sacerdote nel 1938, si dedicò in particolare ai bambini e ai giovani, organizzando incontri di catechismo, spettacoli teatrali ed eventi sportivi. Membro del Partito popolare cecoslovacco, partecipò attivamente alla vita pubblica di Bučovice, dove svolse gran parte del suo servizio pastorale, guadagnandosi la benevolenza di tutti per la mitezza che lo caratterizzava.
Jan Bula nacque nel 1920 a Lukov, un villaggio moravo ai confini con la Germania, anche lui da una famiglia molto modesta. Come Drbola, subito dopo aver conseguito il diploma di maturità entrò nel seminario diocesano di Brno nel 1939. Durante la seconda Guerra Mondiale fu impiegato come forza lavoro dai tedeschi in una fabbrica di ceramica, dove il suo talento artistico venne sfruttato per decorare utensili. Nel 1944, tornato in una Brno devastata dai bombardamenti, dipinse su cartone alcune scene della Passione e si dedicò allo studio e alla stesura di testi sull’iconografia russa. Al termine della guerra, fu ordinato sacerdote e inviato a Rokytnice, dove si guadagnò la stima di tutti i parrocchiani per la sua generosità. Il suo breve ministero si svolse fra le gite fuori porta, gli spettacoli teatrali per bambini e giovani, i lavori di ristrutturazione della chiesa parrocchiale, l’impegno nella vita locale come membro del Partito Popolare e i dipinti che realizzava nel tempo libero.
A seguito del colpo di stato comunista del 1948, per la Chiesa cattolica, reduce dalle persecuzioni naziste, iniziò un nuovo periodo di prova. Dopo la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, la chiusura di scuole e seminari e numerosi arresti di religiosi e laici, la campagna sistematica contro la Chiesa subì un’accelerazione: nel giugno 1949 il governo mise in atto un piano per inquadrare i cattolici nelle file di una nuova sedicente “Azione Cattolica”, creata ad hoc. Vietata la stampa cattolica e messi agli arresti domiciliari i vescovi, il governo si adoperò per convincere il clero e il popolo che quella era la nuova associazione cattolica a cui dovevano iscriversi.
Aderendo alla richiesta fatta a tutti i sacerdoti dall’arcivescovo di Praga, Josef Beran, sia Bula che Drbola lessero la circolare - da lui emanata - durante la messa domenicale del 19 giugno: si chiedeva ai fedeli di vigilare e di rimanere fedeli alla Chiesa di Roma. Bula in quell’occasione chiarì anche che la firma col suo nome, comparsa tra gli aderenti all’“Azione Cattolica” governativa, era falsa: «(…) Siate fedeli. Non deludete la fiducia della vostra Chiesa, nella quale siete nati. (…) Pregate affinché lo Spirito Santo illumini la ragione e conceda vera conoscenza in questi momenti difficili».
Finirono così nel mirino della Stb (polizia politica ceca), la quale si servì di un agente sotto copertura, il “Capitano Malý”, per arrestare i due sacerdoti. Nel febbraio 1951 Ladislav Malý, compagno di classe di Bula, gli fece visita e gli parlò di un piano per liberare l’arcivescovo Beran dalla prigionia, aggiungendo che questi avrebbe espresso il desiderio di confessarsi da un prete cattolico rimasto fedele a Roma. Bula dichiarò la propria disponibilità ad accogliere la confessione dell’arcivescovo e il capitano tornò più volte dal sacerdote, ma alle sue domande circa l’incontro con il vescovo non rispondeva. Bula venne arrestato nell’aprile di quell’anno. Il copione si ripeté con Drbola: Malý gli raccontò la stessa storia sull’arcivescovo e il sacerdote promise di confessarlo, ma il momento della confessione non arrivava mai. Drbola fu arrestato nel giugno del 1951. Accusati di aver ispirato l’attentato di Babice del 2 luglio 1951 − nel quale il Capitano e altri uccisero tre funzionari del partito comunista − Drbola e Bula, in carcere al momento dei fatti, furono costretti entrambi, sotto tortura, ad autoaccusarsi e a ripetere più volte un copione da recitare poi davanti al giudice, secondo cui Drbola sarebbe stato uno dei principali istigatori del triplice omicidio e Bula il capo di un gruppo sovversivo che avrebbe fiancheggiato il Capitano.
Drbola fu giustiziato il 3 agosto 1951 e Bula il 20 maggio 1952, entrambi nel carcere di Jihlava, nella Moravia occidentale: la loro fama di innocenza era diffusa tra la gente sin dal momento dell’arresto.
Due giorni dopo la conclusione del processo che vedeva tra gli imputati Drbola e altri 13 cattolici (compreso un altro sacerdote), Radio Vaticana ne diede notizia commentando: «Non conosciamo il vero motivo della condanna dei sacerdoti e dei laici alla pena capitale. Non lo conosceremo nemmeno dalle notizie ufficiali. (…) Se sono stati condannati per aver difeso i diritti naturali e inalienabili della persona umana, allora sono dei veri martiri».
“Durante il lavoro sulla Positio – racconta don Karel − ho avuto spesso l’impressione che il vero protagonista della loro storia non fosse tanto la persecuzione, quanto la forza della grazia di Dio che li ha sostenuti fino alla fine”.
Inoltre, in una società sempre più segnata dalla fragilità emotiva e psicologica, soprattutto tra i più giovani, “l’esempio di vita e le circostanze della morte dei due martiri può favorire la maturazione di una sana e libera coscienza cristiana non asservita a false ideologie (politiche o culturali), allora come oggi, influenti e manipolatrici”, ha osservato, in dialogo con Fides, la dott.ssa Maria Cristina Bresciani, postulatrice della fase romana della causa di beatificazione.
Le lettere che Bula scrisse dal carcere ai suoi familiari, trattenute dalla polizia e fatte recapitare solo tempo dopo, testimoniano la serenità d’animo con cui il giovane visse i mesi di prigionia: «Il Signore Dio mi ha dato una vita breve, ma credo non sia stata vana. Sono lieto oggi di averLo servito e di essere rimasto Suo servo fino alla fine. Me ne vado in pace con Lui. Non vedo l’ora di riposare e di incontrare tutti coloro che mi hanno preceduto nell’eternità. (…) Avevo tanti programmi, ma tutti erano subordinati alla volontà di Dio».
“Anche la figura di Václav Drbola – ha commentato don Karel − colpisce profondamente. Dalle testimonianze emerge un sacerdote molto vicino alla gente, umile, paterno, semplice. E forse proprio questa normalità rende ancora più grande la sua testimonianza. Non erano uomini in cerca di eroismo: erano sacerdoti che volevano semplicemente restare fedeli a Cristo e alla Chiesa”.
Due figure attuali per la società tutta, ha sottolineato don Karel, non solamente: “Per i credenti sono un esempio di fedeltà a Cristo e alla Chiesa anche nel tempo della prova. Ci insegnano che la fede non è soltanto una tradizione culturale o un sentimento privato, ma una realtà per cui vale la pena vivere e, se necessario, soffrire. Ma il loro messaggio parla anche ai non credenti, perché il loro sacrificio tocca valori universali: il coraggio morale, la difesa della coscienza, il rifiuto della menzogna imposta dal potere. Anche chi non condivide la fede cristiana può riconoscere in loro uomini che non svendono la propria dignità”.
(Agenzia Fides 30/5/2026)