foto. Vicariato apostolico di Méndez
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Nell'ambito del Corso di formazione per i nuovi Vescovi organizzato dal Dicastero per l'Evangelizzazione (Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari), quest'anno dedicato al tema "Servitori della Comunione nella Chiesa", Aurelio García Macías, Vescovo titolare di Rotdon e Sotto-Segretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha tenuto il 4 settembre una relazione dal titolo "La liturgia nel ministero episcopale. Continuità e novità nella liturgia nel contesto della prima evangelizzazione", rivolgendosi ai 49 Vescovi di recente nomina riuniti al Pontificio Collegio Missionario "San Pietro Apostolo”.
Richiamando le parole iniziali della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, secondo cui «il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti» (SC 1), il Vescovo ha ricordato che «la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (SC 10). La liturgia, ha spiegato, «non appartiene al sacerdote che celebra, al gruppo che la prepara o alla comunità particolare che vi partecipa», ma «appartiene a Cristo e alla Chiesa», raggiungendoci oggi, come insegna il Concilio, «per ritus et preces».
Il cuore dell'intervento ha riguardato l'inculturazione liturgica, questione che per molte Chiese affidate ai nuovi Vescovi «non è un problema teorico, ma una questione pastorale quotidiana».
Per l’inculturazione “non basta introdurre una danza”
Il Sotto-Segretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha precisato che inculturare «non significa semplicemente introdurre nella liturgia elementi della cultura locale»: non basta «aggiungere un canto tradizionale, introdurre una danza, utilizzare uno strumento musicale locale o tradurre un testo». L'inculturazione, ha detto, «avviene quasi "per osmosi", quando il mistero celebrato incontra veramente una cultura» : il Vangelo assume ciò che è «autenticamente umano, vero, buono e bello» in una cultura, ma al tempo stesso la purifica e la trasforma, perché «nessuna cultura è il Vangelo». «Questo vale per le culture africane, asiatiche, latino-americane o oceaniche, ma vale anche per la cultura europea», ha aggiunto, ricordando che «Ogni cultura ha bisogno di essere evangelizzata. Ogni cultura contiene dei semina Verbi, ma ogni cultura porta anche le ferite del peccato. Per questo il Vangelo accoglie e purifica, assume e trasforma, conferma e corregge, eleva e, quando necessario, chiede una rottura».
Tre rischi da evitare
Il presule ha indicato tre rischi da evitare: l'innovazione inutile, ricordando che secondo Sacrosanctum Concilium non vanno introdotte innovazioni «se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa» (cfr. SC 23); il sincretismo, «particolarmente delicato nei territori nei quali le religioni tradizionali rimangono culturalmente molto presenti»; e il folclore, poiché «la liturgia non è una rappresentazione culturale» e «un elemento culturale entra nella liturgia non perché è pittoresco, ma perché può servire il mistero celebrato». Citando l'istruzione Varietates legitimae (1994), ha ribadito che «la prima e più notevole misura d'inculturazione è la traduzione dei testi liturgici nella lingua del popolo» (VL 53), sottolineando comunque che ogni traduzione «deve essere fedele al testo».
Il Sotto-Segretario ha ricordato che l’inculturazione «non può essere improvvisata, non può essere decisa sulla base di una singola celebrazione riuscita e non può dipendere dall’entusiasmo di un sacerdote (Vescovo o presbitero) o di un gruppo. Richiede riflessione, preghiera, esperienza, valutazione e maturazione nella fede».
Occorre sempre tener presente - ha sottolineato il Vescovo spagnolo - che «Quando celebriamo l’Eucaristia nel più piccolo villaggio di una diocesi missionaria, quella celebrazione è azione della Chiesa universale, Quella piccola comunità non è isolata: è in comunione con il proprio Vescovo e, attraverso il Vescovo, con il collegio episcopale e con il Successore di Pietro, come si legge nella preghiera eucaristica quando si menzionano il Papa e il vescovo. La liturgia rende visibile questa comunione».
Il Vescovo non è il “poliziotto della liturgia”
Riguardo alla liturgia e ai processi di inculturazione, il compito del Vescovo - ha chiarito García Macias - non è quello di fare il «poliziotto della liturgia» ma quello di essere lui stesso «liturgo per eccellenza» nella propria Chiesa particolare, di «avere il coraggio sia di promuovere ciò che è autenticamente utile, sia di frenare ciò che non è ancora maturo», perché «non ogni prudenza è paura, e non ogni innovazione è coraggio».
L’inculturazione può diventare una delle forme più belle dell’evangelizzazione, «quando permette a un popolo di riconoscere che Cristo non gli è estraneo», ha aggiunto. « Il Vangelo non distrugge ciò che è autenticamente umano, ma lo porta alla sua pienezza». Per questo
l’inculturazione richiede « Pastori capaci di discernere». Perché «Non possiamo avere paura delle culture, ma non possiamo neppure idealizzarle. Non possiamo avere paura della diversità, ma non possiamo sacrificare la comunione. Non possiamo soffocare la creatività autentica dello Spirito, ma non possiamo confonderla con l’arbitrarietà. Non possiamo trasformare la liturgia in un museo di forme immutabili, ma non possiamo neppure trasformarla in un laboratorio permanente». Tra questi «estremi» - ha concluso il Vescovo Garcia Macias «si colloca «il compito difficile e bellissimo del Vescovo». E ci vuole «prudenza», «competenza» e «comunione », ma sopratutto «fede». Perché, «alla fine, la liturgia non è opera nostra. È Cristo che continua a agire nella sua Chiesa».
(MLK) (Agenzia Fides 5/9/2026)