Il Corso di Nemi, laboratorio aperto sul “mandato missionario” dei Vescovi

giovedì, 17 settembre 2026 dicastero per l'evangelizzazione   missione   vescovi   formazione  

Photo:Marco Sungsu Kim

Nemi (Agenzia Fides) – C’è un “mandato missionario” nella chiamata di Gesù ai suoi discepoli, che anche oggi interpella ogni nuovo “Successore degli Apostoli. Un mandato che va seguito come “criterio guida” per ispirare scelte, iniziative e riforme che ogni Vescovo è chiamato a compiere al servizio del popolo di Dio nella sua diocesi.
È questo i filo conduttore che unisce le giornate del Corso di formazione per i vescovi ospitato in questi giorni a Nemi, nell’area dei Castelli Romani, promosso dal Dicastero per l’Evangelizzazione (Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari) con il sostegno e il contributo della Fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre”.
Il Corso si svolge presso il Centro “ad Gentes”, residenza dei Padri della Società del Verbo Divino (Verbiti), Alle sessioni di lavoro e condivisione prendono parte stavolta 21 Vescovi provenienti da Paesi africani anglofoni, che hanno ricevuto la consacrazione episcopale tra il 1999 e il 2022.
Le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides confermano il tratto sperimentale e innovativo dell’iniziativa promossa dal Dicastero missionario, un tratto percepibile nella gestione “elastica” della programmazione dei lavori. Col passare dei giorni, il Corso ha assunto la fisionomia di un “cantiere aperto”, un laboratorio interattivo dove si segue un’agenda riorientata e rimodellata passo dopo passo anche sulla base delle istanze poste dai Vescovi partecipanti.

L’Arcivescovo Nwachukwu: il ministero del Vescovo è un “mandato missionario”

All’inizio dei lavori, i partecipanti hanno votato “la missione e l’identità” della Chiesa e dei vescovi oggi come il tema più rilevante tra le numerose unità tematiche proposte in alternativa.
A orientare verso tale scelta hanno contribuito anche gli spunti offerti dall’intervento di ampio respiro realizzato lunedì 14 settembre dall’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione, sviluppatosi intorno ai focus tematici dell’esclusione, della comunione e della identità episcopale.

Nel suo intervento, l’Arcivescovo Nwachukwu ha preso le mosse da quella che lui ha definito come una delle questioni più delicate affrontate dai vescovi in tutto il mondo: l’esclusione di coloro «che sono considerati o percepiti come diversi e quindi trattati come se non appartenessero alla comunità». Questa dinamica, ha affermato, è alla base sia del sistema delle caste in alcune parti dell’Asia sia dell’esclusivismo etnico in Africa, che ha descritto senza mezzi termini come «la bestia chiamata tribalismo».
Le molteplici forme di esclusione in ambito ecclesiale - ha spiegato l’Arcivescovo - hanno come denominatore comune il fatto di «escludere l’altra persona perché quella persona è considerata o percepita come diversa». L’arcivescovo Nwachukwu ha collegato direttamente i riferimenti alle dinamiche di esclusione con l’esercizio del ministero episcopale, insistendo sul fatto che la comunione deve rimanere il tratto distintivo di un vescovo.
La chiamata di Gesù ai suoi discepoli - ha poi ricordato l’Arcivescovo nigeriano - era, prima di tutto, un mandato missionario piuttosto che gestionale: «Gesù non chiamò i suoi discepoli all’inizio per farne pastori, per farne guida del gregge. Marco 1,17 è molto chiaro: “Mentre passava lungo il mare limpido della Galilea, vide Simone e suo fratello Andrea. Erano pescatori che gettavano le reti, ed egli li chiamò”. Non disse loro: Venite, seguitemi, e vi farò pastori. disse “vi farò pescatori di uomini”. Questa era la chiamata di Gesù ai discepoli: diventare pescatori di uomini. Questo è il mandato missionario».

Chiamati a sconfiggere la “bestia del tribalismo”

Nel suo intervento, l’Arcivescovo Nwachukwu ha rimarcato che la comunione non dovrebbe mai essere confusa con un’uniformità imposta all’interno di una diocesi, e. He «L’armonia non elimina le differenze, ma le unisce per formare la bellezza delle voci corali».
Criteri che vanno tenuti presenti anche nei processi di nomina episcopale, un ambito di competenza specifica del Dicastero missionario. «Qualsiasi vescovo che non rappresenti la comunione, che diventi un agente di divisione, vive in contrasto con la propria identità di pastore», ha detto all’assemblea, prima di rivolgersi direttamente ai nuovi vescovi: «Contiamo su di voi per aiutarci a sconfiggere questa bestia, questa bestia chiamata tribalismo. Vogliamo poter selezionare i candidati migliori per diventare vescovi, non la persona che proviene da un gruppo etnico o dall’altro».
Passando alla questione dell’identità episcopale, l’arcivescovo ha ricordato ai partecipanti che, secondo la Lettera agli Ebrei, il sacerdozio di Cristo è modellato su quello di Melchisedek, una figura priva di discendenza tribale o familiare: «Non aveva padre. Non aveva madre. Non aveva discendenza familiare, né ascendenza umana, ma è venuto come figlio dell’Altissimo Dio». E tutti i Vescovi cattolici sono chiamati a essere «Sacerdoti secondo l’ordine di Melchisedek».
L’arcivescovo Nwachukwu ha accennato anche a alcune esigenze fisiche ed emotive del ministero episcopale. «Prendersi cura della propria salute, concedersi un po’ di riposo» ha affermato «non è un lusso per il sacerdote. E non è un lusso nemmeno per il vescovo. È una necessità. È qualcosa che impariamo da Gesù»

Percorsi pratici per realizzare il “mandato missionario” dei Vescovi

Dopo la prima sessione, il Corso è entrato nelle fasi operative, ricalibrate a partire dalla scelta tematica indicata dagli stessi Vescovi.
Nella prima giornata, ai Vescovi è stato proposto di verificare in termini concreti se nella loro esperienza il mandato missionario sia davvero percepito e vissuto come criterio di riferimento nell’esercizio del proprio ministero episcopale, e se tale chiarezza possa essere attestata da qualche documento di programmazione e ispirazione della vita della diocesi.
Un discernimento diagnostico analogo è stato condotto in merito all’esercizio da parte del singolo vescovo dei tre “munera” (uffici) del ministero episcopale – insegnamento (magistero), santificazione e governo.
Lo scopo del Corso, emerso in maniera progressiva, è quello di aiutare ciascun vescovo a chiarire la visione pastorale per la propria diocesi e, successivamente, sulla base delle risorse attualmente disponibili, delineare orientamenti concreti per scelte e programmi pastorali che contribuiscano e realizzare il mandato missionario delle singole comunità diocesane tenendo onto dei diversi contesti, carenze e priorità.

Gli stimoli e le metodologie di discernimento proposti dai responsabili del Corso - tra cui il professor Peter Beer e padre Olivier Soma, dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana, e don Marco Sungsu Kim, Officiale del Dicastero per l’Evangelizzazione e professore presso l’Istituto di Psicologia dello stesso Ateneo - hanno aiutato i vescovi presenti a individuare i “punti di forza” e quelli di debolezza, le opportunità e i pericoli che connotano la condizione, la storia e il presente delle comunità ecclesiali affidate alla loro guida, da valutare anche rispetto alle diverse componenti comunitarie (Sacerdoti, religiosi e religiose, famiglie, giovani, bambini e anziani).

Il lavoro di diagnosi e confronto finora compiuto si pone come premessa per tentare di favorire scelte, proposte e programmi pastorali mossi dal desiderio di veder fiorire il “potenziale missionario” delle diverse comunità diocesane. Un intento che i Vescovi presenti stanno ponendo al centro dei lavori nelle sessioni finali del Corso di formazione, fino a sabato 19 settembre. Un tentativo da abbracciare tenendo realisticamente conto anche delle “forze in campo” disponibili, delle urgenze, delle vulnerabilità e di tutte le evenienze non programmabili che sempre in maniera gratuita possono fiorire nell’ordinarietà della vita ecclesiale. (GV) (Agenzia Fides 17/9/2026)


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