Lima (Agenzia Fides) - «Chacas sembra più vicina al cielo che al resto del mondo…». La frase dello scrittore Mario Vargas Llosa ritorna inevitabilmente in mente attraversando il paese incastonato nella Cordillera Blanca, dove da quasi sessant’anni vive una esperienza suggestiva della avventura missionaria latino-americana. È qui che il padre salesiano padre Ugo De Censi, diede forma all’intuizione dell’Operazione Mato Grosso: coinvolgere i giovani nel servizio ai poveri attraverso il lavoro, la condivisione e una fede incarnata.
«Tutto ha avuto origine davanti all’antico retablo di quello che oggi è il santuario di Nostra Signora dell’Assunzione», racconta Mattia, lombardo trasferitosi stabilmente in Perù nella storica casa del “don Bosco delle Ande”. Accoglienza nel segno della gratuità: «Qui è un porto di mare. Chiunque arriva può chiedere un piatto di minestra, un caffè, ascolto… padre Ugo ha sempre voluto questa casa aperta a tutti, h24», dice Mattia.
Padre Ugo arrivò tra queste montagne negli anni Settanta, dopo avere fondato nel 1967 l’Operazione Mato Grosso insieme a gruppi di giovani italiani desiderosi di aiutare le popolazioni delle Ande. Non voleva assistere i poveri, ma vivere con loro, condividendone fatiche e speranze. Nascono così i laboratori e le cooperative, in cui decine di giovani peruviani lavorano alla realizzazione di mosaici, vetrate, sculture e opere religiose commissionate da tutto il mondo. Alcune hanno raggiunto anche il Vaticano. Tra queste, il mosaico mariano di Lenin Alvarez e la statua di santa Rosa da Lima dello scultore Edwin Morales, inaugurati e benedetti da Papa Leone XIV nei Giardini Vaticani, dono del Perù alla Santa Sede.
Ai suoi ragazzi padre Ugo ripeteva: «Quando avete perso Dio, avete perso tutto». E ancora: «A Lui ci arrivi con il lavoro, con la fatica, con le mani e con i piedi». Da Chacas a Lima, è questo il faticoso percorso, per niente scontato, che i ragazzi delle zone rurali più povere decidono di intraprendere con il desiderio di una vita migliore.
“Casa Argentina”: risposta alla domande del cuore dei ragazzi peruviani
A farsi famiglia dei giovani delle zone rurali più povere sono Claudia e Lorenzo, insieme ai loro otto figli. Una famiglia missionaria che da undici anni vive nel convitto maschile dell’Operazione Mato Grosso a Lima, diventando per trenta ragazzi arrivati dalla Sierra «i loro genitori». «Siamo una famiglia normalissima con il semplice desiderio di essere aperti agli altri e alla vita». Nel cuore della capitale peruviana, questa casa non è un collegio né un centro assistenziale, è una famiglia dove si condivide tutto, dalla preghiera ai pasti, dallo studio al lavoro quotidiano.
Claudia e Lorenzo, originari di Tivoli, hanno conosciuto l’Operazione Mato Grosso da adolescenti. «Dal tempo del liceo abbiamo iniziato a conoscere questa realtà», racconta Claudia. «L’abbiamo conosciuta e ce ne siamo innamorati». Una scelta nata da una domanda di senso che li accompagna ancora oggi. Lorenzo la racconta con disarmante sincerità: «Uno deve pensare come un ragazzo di diciotto anni che non riesce a capire che senso dare alla sua vita. C’è chi spacca le vetrine, chi prende un anno sabbatico, e c’è chi trova senso nel dedicare tutte le sue energie ad aiutare gli altri». Per lui la prospettiva di una vita “già scritta” era soffocante: «Mi faceva proprio star male il pensiero che la vita fosse già così: laurearsi, sistemarsi, sposarsi… mancava solo morire».
Oggi quella ricerca si traduce in una casa piena di vita. I ragazzi accolti arrivano dalle province più povere del Perù, spesso da famiglie contadine analfabete che «Firmano con una X». Molti arrivano a Lima senza aver mai visto una scala mobile o senza sapere usare un frigorifero. Ma soprattutto bisogna accompagnarli nella scoperta di un mondo nuovo senza far perdere loro le radici. Qui trovano vitto, alloggio e studio gratuitamente anche per sei anni, ma ciò che più conta è la vita condivisa.
Le giornate iniziano prestissimo. «Alle sei passo nelle stanze e li sveglio uno per uno», racconta Lorenzo. «Poi andiamo in cappella, facciamo meditazione, colazione con canti e preghiere, e da lì comincia il delirio». Alcuni ragazzi escono per andare all’università, altri restano per i turni pomeridiani. Nel frattempo, c’è chi si occupa del giardino, chi degli animali, chi va nel puericultorio a giocare con i bambini orfani. La sera ci si ritrova di nuovo insieme: cena, preghiera e “buonanotte”, il momento in cui viene lasciato ai ragazzi un pensiero sulla giornata o su ciò che accade nel mondo. «Qualcosa che possa accompagnarli a dormire con una riflessione».
L’educazione passa soprattutto attraverso la concretezza della carità. Nei fine settimana i ragazzi preparano spettacoli ai semafori di Lima: giocoleria, musica, flash mob improvvisati davanti alle auto ferme nel traffico. «Ragazzi che appaiono al semaforo per centoventi secondi di spettacolo», racconta Lorenzo, sorridendo. Il ricavato viene destinato alle missioni più povere. Con quei fondi vengono costruite scuole, sostenuti asili, aiutate parrocchie. Il 24 aprile scorso è stata inaugurata a Chimbote una nuova scuola costruita proprio grazie ai sacrifici di giovani come loro: cinque asili, una primaria e una secondaria che accolgono oltre millecinquecento studenti.
Negli ultimi due anni Claudia e Lorenzo hanno aperto anche un piccolo doposcuola in una baraccopoli poco distante dalla casa. «Per ora riusciamo ad andare solo una volta a settimana», racconta Claudia, «ma lì ci sarebbe da stare notte e giorno, viste le situazioni». Un impegno nato rispondendo ai bisogni che si incontrano.
Anche i loro figli crescono dentro questa esperienza di condivisione. E i più piccoli si mescolano ai ragazzi accolti «in maniera naturale, semplice», vivendo quella comunità come parte integrante della loro vita.
Per Claudia e Lorenzo tutto questo non è un progetto concluso, ma un cammino aperto. Aperto alla domanda di una vita intensa e condivisa, che fa rifiorire.
“Casa Santa Bernardita”: risposta alla domanda delle ragazze peruviane
A Lima, nella casa “Santa Bernardita” - il convitto femminile gemello di quello maschile - il Mato Grosso prende forma in una quotidianità fatta di volti, storie e relazioni. «Qui ho trovato una famiglia». Le parole di Sofía, arrivata da un villaggio della Sierra per studiare a Lima, definiscono questa Casa alla luce dell’esperienza di vita donata e condivisa.
Trentuno ragazze provenienti dalle zone rurali più povere del Perù vivono insieme: studio, lavoro, amicizia e fede, imparando a dare un senso alla propria vita.
Ad accompagnarle, da sedici anni, c’è Suelì, missionaria laica che racconta il proprio ruolo con semplicità: «Faccio la mamma di tutte loro… ». La sua storia nasce da una vita apparentemente piena, in Italia - studi universitari, lavoro, esperienze ecclesiali - ma attraversata da una profonda inquietudine: «Avevo tutto, ma ero infelice». L’incontro con i giovani del Mato Grosso cambia il suo sguardo: «Mi ha affascinato vedere ragazzi che lavoravano, faticavano e donavano tutto ai poveri». Si licenzia e parte in missione. Arrivata a Lima, non se n’è più andata.
Le ragazze affrontano studi universitari partendo spesso da una preparazione fragile e da condizioni familiari segnate dalla povertà. «Studiano fino a mezzanotte… con grandissima fatica», racconta Suelì che tiene alla formazione integrale della loro persona. La vita comune è fatta di regole e responsabilità reciproca. Molte arrivano da villaggi andini dove tutto è iniziato negli oratori o nei gruppi del Mato Grosso. «I miei genitori mi hanno trasmesso questo cammino… è un bel modo di vivere», racconta Catalina. Fabiola studia infermieristica «per poter aiutare chi ha bisogno», mentre Carla sogna di «aiutare i bambini in Africa». L’arrivo a Lima, però, è spesso uno strappo difficile. «All’inizio è stato difficile», ammette Eidy. La grande città può disorientare, ma dentro la casa nasce qualcosa che tiene unite. «Si crea una sorta di sorellanza», aggiunge Nicole. E Isabel sintetizza tutto in poche parole: «Il Mato Grosso è amore».
Le storie che arrivano nella casa portano spesso ferite profonde: famiglie spezzate, assenze paterne, violenze mai raccontate. «Almeno trenta su cento hanno subito abusi», confida Suelì. Eppure, proprio dentro questa fragilità emerge una ricchezza umana che la colpisce: «Hanno delle delicatezze incredibili». Così la quotidianità diventa luogo di guarigione e di crescita.
Dentro questa esperienza cambia anche il modo di guardare il futuro. Yorli, vent’anni, arrivata da Chacas per studiare Scienze dell’educazione, racconta che all’inizio «lavorava per inerzia», partecipando alle attività per stare con gli amici. Poi qualcosa cambia. È il passaggio dalla semplice partecipazione alla responsabilità. Per Yorli il senso della vita passa sempre più attraverso il dono di sé. E se dovesse riassumere la sua esperienza dell’Operazione Mato Grosso in tre parole, sceglierebbe: «Dio, dono e gratuità».
Per alcune ragazze questo cammino diventa una scelta ancora più radicale. Úrsula, laureata in Turismo e Beni culturali, dopo gli studi ha deciso di fermarsi un anno per dedicarsi completamente alla missione. «Un anno al servizio degli altri». Una decisione che la famiglia fatica a comprendere: «Pensano che sia un anno perso». Ma dopo la morte del padre, Úrsula sente di non poter più vivere nella dimenticanza di sé: «Mi sono chiesta come impiegare la mia vita». Così si ritrova nei cantieri del Mato Grosso a dipingere muri, costruire scuole, organizzare attività per bambini e giovani delle periferie. «Cerchiamo di invitare i ragazzi affinché non perdano tempo in cose futili».
Filo rosso che lega le loro vite in un’unica misteriosa coloratissima trama, sembra essere la gratuità. Suelì cita una frase di padre Ugo diventata regola di vita: «Fare gratis è il mestiere di Dio…».
Al termine del nostro incontro, prima di andare a fare servizio nel “Puericultorio Pérez Aranibar”, le ragazze si stringono una accanto all’altra sorridendo verso la telecamera, manifestando un desiderio: salutare Papa Leone, il “Papa peruano”, che sperano di poter incontrare nel prossimo viaggio apostolico in Perù.
L’Operazione Mato Grosso nel “Puericultorio Pérez Aranibar” di Lima
Nel distretto di San Miguel, all’interno di uno dei più grandi istituti per l’infanzia vulnerabile del Perù, gestito dalla Beneficencia de Lima, l’Operazione Mato Grosso ha avviato negli ultimi anni una radicale trasformazione. Il puericultorio della capitale è un complesso di oltre 14 ettari, che accoglie minori in stato di abbandono o di estrema vulnerabilità, provenienti da contesti familiari e sociali di profondo disagio. Prima dell’arrivo dei volontari dell’OMG - 2016 - era una struttura segnata da anni di difficoltà educative, sofferenza e progressivo degrado.
Padre Lorenzo, sacerdote veronese cresciuto dentro l’esperienza dell’Operazione Mato Grosso, ricorda l’impatto con quel luogo come l’incontro con una realtà profondamente ferita e complessa, dove interi padiglioni venivano lasciati vuoti e centinaia di bambini vivevano in dormitori impersonali. Quando padre Ugo gli chiese di trasferirsi a Lima per “guardare e capire”, padre Lorenzo era ancora seminarista. In quella situazione così delicata, vide la possibilità di ricominciare, proprio dai bambini.
La trasformazione è partita dagli spazi, ma soprattutto dallo sguardo educativo. I grandi dormitori collettivi sono stati progressivamente sostituiti da piccole case-famiglia. «Ogni bambino è un’anima», ripete padre Lorenzo. «Dobbiamo fare il possibile perché si senta amato». Oggi dentro il complesso sono nate scuole, laboratori, orti, spazi di gioco e case-famiglia dalle camere colorate e accoglienti, un forno per la pizza settimanale, la piscina…
I missionari sono giovani laici e laiche arrivati dall’Italia che vivono con i minori giorno e notte, condividendone la vita quotidiana. Miriam, trentina, vive nella casa “El amor todo lo puede”, dove abitano quattordici bambine tra gli otto e i dodici anni. «Non è giusto che queste bambine non abbiano dei genitori», riflette. «Desidero che la mia vita aiuti un po’ a render giustizia a chi nessuno rende giustizia». Elisa, ventotto anni, responsabile della casa dei più piccoli, descrive così la scelta di vivere lì: «C’era un desiderio di vivere una vita diversa, una vita regalata, in mezzo ai bambini». La loro è una donazione totale. «Viviamo qua 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. I bambini non vanno mai via. Siamo una grande famiglia», raccontano. Le giornate scorrono tra scuola, laboratori, compiti, compleanni, docce, merende e piccoli riti quotidiani: una pizza preparata insieme, un film guardato sul divano mangiando popcorn, una festa nel cortile. Gesti semplici, ma decisivi per bambini che non hanno mai sperimentato una vera casa.
Il puericultorio di Lima è oggi segno di rinascita dentro una realtà che per anni ha incarnato una delle ferite più dolorose dell’infanzia peruviana. Ed è forse proprio qui che una visita del Papa potrebbe assumere un significato particolare: non come denuncia, ma come gesto di vicinanza a bambini e bambine, giovani e adolescenti in attesa del “loro” Papa.
“Casa Virge de Guadalupe”, risposta all’emergenza sanitaria in Perù
Per i più poveri delle zone rurali ammalarsi e affrontare cure complesse significa dover scegliere tra la salute e la sopravvivenza. Mancano i soldi per le medicine, per il ricovero, persino per raggiungere gli ospedali. Lima resta l’unica possibilità. E per molti, la malattia significa anche sradicamento, solitudine e paura.
È proprio per rispondere a questa emergenza che padre Ugo De Censi volle la Casa Virgen de Guadalupe: una casa aperta da oltre trent’anni ai malati delle missioni, che possono trovare gratuitamente accoglienza, cibo, accompagnamento umano e sostegno durante visite, esami, interventi e ricoveri ospedalieri. La Casa non è soltanto un dormitorio per malati poveri. È pensata come una famiglia. Le volontarie accompagnano i pazienti negli ospedali, li aiutano a orientarsi nella burocrazia sanitaria, prendono appuntamenti, traducono le diagnosi a chi parla solo quechua. «Tanti non capiscono né la parte medica né lo spagnolo», spiegano Maria ed Elena. «Per questo bisogna stare con loro in tutto».
Accolgono soprattutto malati oncologici, ma anche bambini con sindromi rare, pazienti che necessitano di dialisi o di diagnosi impossibili da ottenere nei piccoli ospedali di montagna. «Le spese del viaggio, del mangiare e del dormire sono a carico nostro», spiega Maria, infermiera vicentina che vive nella casa. «Il nostro impegno è accompagnarli davvero come se fossimo i loro familiari». Alcuni si fermano pochi giorni, altri per mesi, qualcuno fino alla fine della propria vita. Condividono i pasti, collaborano nelle piccole attività quotidiane e ogni sera si raccolgono insieme nella preghiera del Rosario. «Nonostante il fiume di sofferenza che passa in questa casa, il clima è molto sereno», racconta Elena, missionaria bresciana in Perù da oltre trent’anni. «A volte hai la sensazione che qui passino degli angeli».
Una percezione che ho avuto anche io nell’incontrare Marcellina, cinquantenne arrivata dall’Apurímac dopo una drammatica operazione al cervello per un meningioma. Dodici ore in sala operatoria, poi complicazioni, edema cerebrale, tracheotomia. Quando venne dimessa dall’ospedale non riusciva nemmeno a stare seduta sulla sedia a rotelle e non poteva parlare. La figlia ricorda lo smarrimento di quei giorni: non avevano un posto dove andare, non sapevano come gestire le cure né le medicazioni. Alla Casa Virgen de Guadalupe trovarono invece assistenza continua, strumenti medici, persone che insegnavano loro ogni azione medica necessaria. «Se non fossimo arrivati qui, che cosa sarebbe stato di noi?», si chiede la famiglia. E proprio lì, lentamente, Marcellina ha ricominciato a parlare… Il suo volto non è sfigurato dal dolore, anzi, sembra trasfigurato da straordinaria tenerezza. Per loro quella casa è diventata «come una famiglia» grazie alla quale la guarigione è ricominciata insieme alla speranza.
Altra presenza luminosa della Casa è Carol, sedici anni, arrivata dalla Sierra con un tumore ovarico. Durante la chemioterapia continua a studiare grazie all’aiuto delle volontarie che le hanno trovato una scuola a Lima. «Qui mi danno molto amore». E ricorda come tutta la sua parrocchia pregasse per lei ogni domenica: «Non c’era una Messa senza che non si ricordassero di me». Oggi, sogna di diventare maestra o pediatra.
Il cuore della Casa Virgen de Guadalupe è la cappella. L’altare custodisce tre pietre segnate dal sangue di padre Daniele Badiali, missionario ucciso a trentacinque anni dopo essersi offerto al posto di Rosa Maria, catechista, in un rapimento a scopo di estorsione. Nelle case dell’Operazione Mato Grosso, padre Daniele viene ricordato come “martire della carità” e oggi per la Chiesa è Servo di Dio. Rosa Maria ha compreso grazie a lui cosa è davvero la vita donata: «Quel “vado io” non è stato un gesto eroico improvviso. È stato il compimento di tanti piccoli sì detti ogni giorno». Mi racconta del sequestro del 16 marzo 1997, sulle Ande peruviane, mentre tornavano in auto da una celebrazione religiosa: nel buio della strada, l’agguato. «Mi hanno fatto scendere dalla camionetta», racconta visibilmente commossa «Daniele è venuto subito dietro di me e mi ha detto: “Tu rimani, vado io”». Tre giorni dopo, il suo corpo venne ritrovato tra le pietre della montagna, con il rosario in tasca e il crocifisso al collo. Sull’altare, insieme alle pietre, sono intagliati nel legno il simbolo del pellicano e il chicco di frumento, memoria del Vangelo che padre Daniele stava meditando poco prima di morire. Una vita donata, come quella di padre Ugo De Censi, suo “padre spirituale” e come quella delle tante “figlie” e “figli” missionari acquisiti, eredi di un amore che può rigenerare a vita nuova. (Agenzia Fides 16/6/2026)