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Timika (Agenzia Fides) - "Il recente bombardamento con droni contro una chiesa cattolica di Intan Jaya, ha provocato vittime civili e un profondo trauma nella comunità locale. Come frati minori della Commissione 'Giustizia e pace' esprimiamo grave preoccupazione per la crescente violenza che prende di mira i luoghi di culto e i residenti disarmati. Ribadiamo che la protezione della vita umana, la dignità delle comunità indigene e la sacralità degli spazi religiosi e devono essere tutelate senza eccezioni; e chiediamo un'indagine indipendente , nonché garanzie immediate di sicurezza e accesso umanitario per tutte le famiglie colpite": lo dice all'Agenzia Fides p. Alexandro Rangga OFM, Direttore della Commissione "Giustizia e Pace" dei Frati Minori della Papua Indonesiana.
Il 17 maggio scorso, dopo la messa domenicale, un ordigno è esploso nel cortile della chiesa cattolica St. Paul nel villaggio di Mbamogo, nella reggenza di Intan Jaya, all'interno della provincia di Papua Centrale. L’esplosione ha ferito quattro civili (tutti indigeni papuani cattolici). mentre molti fedeli erano nel cortile della chiesa al momento dell’esplosione.
Secondo varie testimonianze locali, l’ordigno sarebbe stato lanciato da un drone. L’incidente ha provocato la fuga di centinaia di civili nei boschi e ha aumentato la tensione nella zona.
L’esercito indonesiano (TNI) ha negato ogni coinvolgimento, parlando di possibile “provocazione” per creare scompiglio e aumentare la tensione tra l’esercito e la popolazione.
La polizia di Papua centrale ha aperto un’indagine per chiarire dinamica e responsabili.
Padre Yanuarius Yance Yogi, parroco catolico locale, ha coordinato l’evacuazione dei feriti e ha espresso preoccupazione per la sicurezza dei fedeli, mentre Tino Mote, presidente della Gioventù cattolica di Papua centrale, chiedendo un’indagine trasparente, ha invitato il Presidente indonesiano Prabowo Subianto ha intervenire "con serie politiche di pace".
I fedeli nella comunità cattolica locale, nella diocesi di Timika, sono profondamente scioccati.
L’area è già segnata da decenni di conflitto tra forze di sicurezza indonesiane e gruppi separatisti papuani. A capo della Commissione "Giustizia e Pace" , p. Alexandro Rangga rileva con preoccupazione la situazione di violenza diffusa: "Sparatorie, operazioni di sicurezza che colpiscono i civili, morte di bambini, donne, studenti e indigeni, recenti esplosioni di bombe vicino a luoghi di culto, non solo hanno portato a un'ondata di rifugiati, ma hanno anche causato profonde ferite e dolore. Questa situazione dimostra che la Papua rimane intrappolata in un ciclo di sofferenza che non ha ancora trovato una via verso la vera pace".
Aggiunge il frate: "Il conflitto in corso ha privato il popolo papuano del suo senso di sicurezza, del suo futuro e del suo diritto alla vita. Bambini e donne papuani sono il volto dell'umanità; sono un'immagine ferita di Dio stesso, che dovrebbero vivere e crescere in un ambiente pacifico, ricevere un'istruzione adeguata e vivere senza l'ombra della violenza e il rumore delle armi".
I francescani rifiutano la militarizzazione negli spazi civili: "L'eccessiva presenza di forze armate nelle aree civili - rileva - ha finora creato traumi, paura, sfollamento e nuove vulnerabilità per le comunità. Chiediamo un'indagine indipendente su tutti gli incidenti che causano vittime civili, nel pieno rispetto dei principi di giustizia, e garantendo la responsabilità morale e materiale dei responsabili. Come affermato nell'Enciclica 'Pacem in Terris', la vera pace si fonda solo su verità, giustizia, amore e libertà. Senza giustizia, la pace diventa solo un silenzio imposto".
Conclude il francescano: "Invitiamo tutto il popolo di Dio d intensificare le preghiere per la pace in Papua; a creare uno spazio di solidarietà per le vittime; e diventare operatori di pace all'interno della comunità. Crediamo che la Papua non sia una terra maledetta, ma una terra di vita. La Papua non dev'essere un luogo di guerra senza fine. La Papua è la nostra casa comune".
Attualmente nella Papua indonesia (anche detta Itia Jaya) persiste un conflitto a bassa-media intensità, concentrato soprattutto negli altipiani centrali della regione. Le operazioni militari indonesiane sono aumentate negli ultimi anni, causando imponenti spostamenti di popolazione: sono oltre 105.000 gli sfollati interni registrati solo dall'inizio 2026, soprattutto indigeni papuani che fuggono nei boschi. Le popolazioni locali accusano l'esercito di uccidere i civili, incendiare villaggi, attaccare chiese e scuole, violare potentemente i diritti umani, mentre i militari negano, affermando di combattere solo i separatisti armati.
Mentre vi è la presenza attiva della formazione politica Organisasi Papua Merdeka (OPM), membri separatisti armati compiono attacchi o agguati contro forze di sicurezza, infrastrutture e talvolta contro minatori, considerati “invasori”. Le principali rivendicazioni della popolazione di Papua sono l'indipendenza, o almeno maggiore autonomia, nel quadro del riconoscimento dell’identità melanesiana distinta da quella indonesiana. L’Indonesia, dal canto suo, considera la Papua parte indivisibile del proprio territorio nazionale e vede il movimento come una minaccia separatista e terrorista.
Un fattore chiave, in una regione ricchissima di materie prime, è il controllo sulle risorse naturali (rame, oro, legname, gas, ecc.) sfruttate da grandi multinazionali con concessioni date dal governo centrale indoensiano e nessuna ricaduta di sviluppo sulle popolazioni locali.
Altro fattore di conflitto è rappresentato dalla politica dei trasferimenti demografici, da decenni promossa dal governo centrale (la "transmigrasi", ovvero di migrazione di persone da Giava e altre isole indonesiane), che ha reso i papuani indigeni minoranza e aumentato le tensioni per la terra e le risorse.
In tale complessa situazione, vi sono accuse di torture, abusi dei diritti umani, sparizioni e impunità per le forze di sicurezza. La Chiesa cattolica e le Chiese protestanti in Papua giocano un ruolo importante nella difesa della dignità umana, dei diritti umani e nel promuovere il dialogo e la pace.
Parte occidentale della grande isola di Nuova Guinea, la Papua è stata una colonia olandese fino al 1962, per poi essere integrata nell’Indonesia nel 1969 tramite un referendum in cui solo circa 1.000 rappresentanti scelti votarono l'integrazione, senza un voto popolare . Da allora i gruppi indipendentisti non hanno mai smesso di portare avanti una campagna politica e le rivendicazioni delle popolazioni locali.
(PA) (Agenzia Fides 21/5/2026)