AFRICA/MOZAMBICO - Alluvioni nella regione: “la gente è stanca, sta morendo per fame, povertà, calamità naturali e malattie”

mercoledì, 21 gennaio 2026

Conferenza Episcopale del Mozambico

Maputo (Agenzia Fides) - Il Mozambico sta affrontando una delle peggiori inondazioni degli ultimi anni, che hanno colpito oltre 600 mila persone, più della metà delle quali bambini. Oltre 50 mila persone sono state costrette a fuggire dalle loro case e sono ora ospitate in 62 centri temporanei, molti dei quali sovraffollati. Secondo l’Unicef questo può essere l’inizio di qualcosa di più grande e peggiore perchè il paese sta entrando nella stagione annuale dei cicloni.

“Il problema delle alluvioni si è ulteriormente aggravato con l’apertura della 4 porte della diga di Massingiri, provincia di Gaza. E’ come se avessero aperto un mare in una città. Tutto è andato sommerso. I responsabili avrebbero dovuto prima individuare un canale di uscita così da arrecare meno danni possibile alla popolazione”. Lo dice all’Agenzia Fides una missionaria Comboniana impegnata a Maputo. “La gente è stanca – prosegue suor Maria – sta morendo per la fame, per la povertà, per le calamità naturali e per le malattie… Siamo senza medicinali perché il camion del Ministero della Sanità è rimasto bloccato. La strada da sud a nord è interrotta, non si può passare, ci sono voragini di metri! E mi domando perché non mandano i farmaci via aerei o con le barche?”

“Mancano anche i medicinali per i diabetici che io seguo quotidianamente – rimarca la missionaria che segue i malati di cardiologia nell’ospedale che attende tutto il Nord del Mozambico. Ho chiamato il direttore del deposito esortando a cercare altri mezzi per portare i farmaci e di non indugiare troppo. Comunque sarà quello che il Signore vuole. Io sono stanca di vedere soffrire la gente. Ogni giorno portano bambini in condizioni gravissime. Uno è arrivato e mi ha detto: suora sono venuto da solo perché il mio papà non può attraversare la strada, con l’acqua è crollato il ponte e non si passa con la canoa. Gli ho risposto che ha fatto bene a venire lui. Ma tutti gli altri che fine faranno? Abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio”, conclude.

La testimonianza della Comboniana fa eco al messaggio che l'arcivescovo di Maputo, João Carlos Hatoa Nunes, ha inviato esprimendo vicinanza alle famiglie colpite, invitando alla preghiera, alla solidarietà e all'impegno concreto della Chiesa e della società. Nel messaggio diffuso dalla Conferenza Episcopale Mozambicana, il Prelato riconosce il momento particolarmente doloroso che il Paese sta attraversando e afferma di sentirsi chiamato, come Pastore della Chiesa, a offrire una parola di consolazione, vicinanza e incoraggiamento, sottolineando che "il dolore del nostro popolo è reale, concreto e grida compassione".

L'arcivescovo esorta all'unità spirituale e umana, chiedendo forza per chi ha perso tutto e coraggio per quanti si dedicano ad aiutare le vittime. Ricorda inoltre che la fede cristiana non si limita a gesti esteriori, ma richiede ascolto, discernimento e impegno responsabile verso i più vulnerabili e la cura della casa comune. Nunes mette inoltre in guardia dalla necessità di evitare discorsi divisivi e accuse sterili, invocando invece un tempo di consapevolezza, conversione e impegno, in cui la fede si traduca in gesti concreti di amore e solidarietà. A tale riguardo rimarca la campagna di sostegno della Caritas Arcidiocesana di Maputo e incoraggia parrocchie e comunità a mobilitarsi per alleviare le sofferenze dei più vulnerabili. Oltre all'aiuto immediato, richiama la responsabilità nella cura della casa comune e nella ricostruzione di relazioni e atteggiamenti, affinché il Mozambico diventi più solidale e preparato ad affrontare future calamità, confidando sempre nella protezione di Dio e nella forza della speranza. Il presule ha esortato ad intervenire in aiuto alle molte persone hanno perso case, beni e persino familiari, vivendo uno dei momenti più dolorosi degli ultimi tempi.

Il Mozambico è un Paese di bambini e giovani. Più di 17 milioni di persone hanno meno di 18 anni e l’età media è di soli 17 anni. L’UNICEF chiede che si agisca il prima possibile per evitare il peggio.

(AP) (Agenzia Fides 21/1/2026)


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