ASIA/PALESTINA - Il Ministro degli Esteri al Maliki: non c’è Terra Santa senza i cristiani

venerdì, 7 maggio 2021 medio oriente   gerusalemme   aree di crisi   minoranze religiose   geopolitica   diplomazia  

Roma (Agenzia Fides) – Quando si dice che la Palestina è Terra Santa, occorre aggiungere che “Non c’è Terra Santa Senza I cristiani”, e che le Autorità palestinesi considerano i cristiani come “parte integrale, essenziale e consistente del popolo palestinese, a prescindere da quale sia la percentuale dei cristiani in Palestina”. Lo rimarca con forza Riyad al Maliki, Ministro degli Esteri dello Stato di Palestina, enumerando a tal proposito anche alcuni provvedimenti istituzionali disposti dall’Autorità palestinese con l’intento di contrastare la progressiva erosione numerica della componente cristiana della società palestinese.”Noi”– spiega il Ministro al Maliki in una intervista esclusiva concessa all’Agenzia Fides “non vediamo i cristiani come una comunità a parte. Loro erano in Palestina prima dei musulmani. Quindi, in termini per così dire di ‘anzianità’, loro precedono i musulmani in Palestina”. A queste considerazioni il rappresentante del governo palestinese fa risalire anche la scelta di aumentare da 5 a 7 (su un totale di 132) la quota minima di seggi riservati a cittadini cristiani nel future Parlamento di Palestina (vedi Agenzia Fides 23/2/2021): “I cristiani” spiega al Maliki“sono una componente essenziale del popolo Palestinese. Anche se rappresentano meno del 7%, a loro saranno riservati almeno 7 seggi in Parlamento proprio per mostrare che il nostro desiderio di veder tornare I cristiani che sono emigrati, Per questo si è deciso che essi siano sovra-rappresentati nell’assemblea parlamentare”.
In realtà, nella società palestinese non sono mancati anche di recente segnali di insofferenza nei confronti dei cristiani. A dicembre (vedi Fides 21/12/2020), nella Striscia di Gaza, il Partito islamista palestinese Hamas aveva dato disposizione ai musulmani di limitare la loro “interazione” con le celebrazioni cristiane del Natale. “Questo tipo di approccio” rimarca categorico il Ministro al Maliki, interpellato a riguardo “è qualcosa che noi non accettiamo, e non fa parte della nostra cultura, della nostra tradizione e della nostra storia…Per questo tanti capi religiosi e non religiosi hanno espresso dissentito da quell pronunciamento in altre parti della Palestina, e Hamas alla fine l’ha ritirato. Per noi” aggiunge il Ministro “conta quello che fa il Presidente Mahmud Abbas. Lui, che è musulmano, prende parte alle messe di Natale. Ciò che fa il Presidente riflette quello che dovrebbe fare la Palestina. Il nostro è un messaggio di coesistenza e di fratellanza, noi apparteniamo alla stessa famiglia, dove uno è cristiano e un altro è musulmano. Non si può giocare con la composizione della società Palestinese. E per noi” prosegue il rappresentante del governo palestinese “la cristianità è una componente essenziale. Per questo un decreto presidenziale stabilisce che il sindaco di Betlemme deve essere sempre un Cristiano, e anche il sindaco di Ramallah, e lo stesso vale per Beit Sahour, e Beit Jala... a prescindere dalla percentuale di cristiani che abitano e abiteranno in quelle città”.
Della condizione dei cristiani in Palestina e in tutto il Medio Oriente il Ministro al Maliki ha potuto parlare giovedì 6 maggio a Roma con l’Arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati. “Con la Santa Sede” riferisce il Ministro a Fides “noi vogliamo sottolineare l’importanza delle nostre relazioni bilaterali, e parlare anche della situazione a Gerusalemme, dove c’è una crescita degli attacchi a moschee e chiese, e dei tentativi di impedire a musulmani e cristiani l’accesso ai propri luoghi di culto”. Con i rappresentanti vaticani al Maliki ha toccata anche alter questioni, compreso “il della crescita mondiale delle sette evangelicali”, un fenomeno che “dovrebbe preoccupare anche la Chiesa cattolica, e che preoccupa noi come palestinesi, visto il loro orientamento anti-palestinese”.
La visita di Al Maliki a Roma è avvenuta nel contesto di un tour europeo svolto dal Ministro palestinese per incontrare, tra gli altri, il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov e il Ministro degli esteri italiano Luigi Di Maio. La trasferta di al Maliki puntava a verificare cosa possono fare istituzioni e Paesi europei “per spingere Israele a consentire che le prossime elezioni palestinesi possano tenersi anche a Gerusalemme, e non solo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza”. L’Autorità Palestinese ha rimandato le elezioni politiche – che dovevano tenersi il prossimo 22 maggio – dopo che Israele ha respinto la richiesta di far aprire i seggi a Gerusalemme. I Ministri degli esteri dei Paesi dell’Unione Europea avranno una riunione lunedì prossimo, “e noi” spiega al Maliki “auspichiamo che in quella riunione venga sollevata la questione, in modo da poter esercitare una pressione collettiva su Israele, e permettere di svolgere le elezioni palestinesi anche a Gerusalemme”. In Palestina non si vota dal 2006, e alcuni osservatori hanno fatto notare che le autorità palestinesi, davanti al diniego di Israele, avrebbero potuto trovare soluzioni alternative per raccogliere i voti dei palestinesi di Gerusalemme. “Ma Gerusalemme” risponde il Ministro Maliki “si trova a Gerusalemme, e non sta a Ramallah... E non si tratta di una questione tecnico- amministrativa. Essa è connessa alla questione dello status di Gerusalemme, che è parte dei Territori palestinesi occupati. C’è chi dice: perché non mettete i seggi elettorali nei consolati, nelle ambasciate, negli uffici dell’ONU, o pure nelle chiese e nelle moschee…ma questo” prosegue il Ministro “non è accettabile. Tutta la questione delle elezioni riguarda Gerusalemme, Fare le elezioni senza Gerusalemme, vuol dire accettare quello che ha detto Donald Trump, e che Gerusalemme è Capitale eterna e indivisa di Israele. Questa è una questione politica, non è una questione tecnica. Non abbiamo fatto elezioni per 15 anni, possiamo rinviarle ancora di qualche mese, ma non possiamo accantonare la questione di Gerusalemme”. Nelle precedenti elezioni palestinesi, ricorda il Ministro, i seggi elettorali vennero aperti anche a Gerusalemme Est, perchè “c’è un accordo siglato a Washington nel 1995, e in quell’accordo Israele ha accettato lo svolgimento delle elezioni palestinesi in tutti i Territori palestinesi, compresa Gerusalemme. Poi gli israeliani hanno sentito quello che ha detto Trump, e adesso dicono che se permettono lo svolgimento delle elezioni palestinesi a Gerusalemme, ciò equivarrebbe a concedere Gerusalemme Est ai palestinesi”. (GV) (Agenzia Fides 7/5/2021)


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