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Dossier

2004-08-01

LE NUOVE SCHIAVITÙ DEL XXI SECOLO - Terza parte: Testimonianze di giovani riuscite ad uscire dalla schiavitù /Una religiosa sulla situazione della prostituzione in Camerun /Normative internazionali /Conferenze internazionali

TESTIMONIANZE DI GIOVANI RIUSCITE AD USCIRE DALLA SCHIAVITU’

Presentiamo di seguito alcune testimonianze di ragazze che sono riuscite ad uscire da questa terribile situazione e che, contattate dall'Agenzia Fides, hanno accettato di raccontare la loro esperienza. Per motivi di sicurezza omettiamo i loro nomi ed altre generalità.

Prima testimonianza - "Provengo da Bacau (Romania), dove conducevo una vita più o meno normale e frequentavo l'istituto. In un'occasione, mi fu offerta la possibilità di lavorare in Italia e, nel desiderio di una vita migliore, accettai. Credevo che si trattasse di un lavoro onesto. Arrivai in Italia col pullman, ed al mio arrivo capii in cosa consisteva realmente il lavoro. L'Italia è un paese completamente differente dal mio sotto ogni aspetto, ma la cosa più dura fu di dover lavorare per la strada. Durante quel periodo ho conosciuto altre ragazze che si trovavano nella mia stessa situazione e, con alcune di loro, sono riuscita a fare amicizia.
Non ho mai tentato di fuggire perché, in una situazione simile, era davvero difficile. Sono riuscita a venire fuori da questa terribile esperienza grazie ad una mia amica, dopo di che sono stata aiutata da un maresciallo e condotta alla casa d'accoglienza dove mi trovo attualmente. Lavoro in una pizzeria, ma non perdo la speranza di poter rientrare un giorno nel mio paese e riunirmi alla mia famiglia.
Durante quel periodo, posso dire di essere stata, in parte, più fortunata di altre, dal momento che sono sempre riuscita a mantenere i contatti con la mia famiglia. Dopo la mia esperienza, vorrei avvertire le ragazze di fare molta attenzione quando gli viene offerto un lavoro, seppure onesto all'apparenza, in Italia o in qualunque altro paese, di non fidarsi di nessuno e di fare tutto il possibile per uscire da quella vita, se mai hanno avuto la disgrazia di cadere nella rete dei trafficanti, e di non avere paura di denunciare ma, soprattutto, di non perdere mai la speranza, né la propria dignità in quanto essere umani e, specialmente, in quanto donne".

Seconda testimonianza - "Io provengo dall'Europa dell'est, dalla Romania, e sono arrivata in Italia in macchina. Quando ero nel mio paese conducevo una vita tranquilla con mio marito ed i miei figli. Avevamo, però, serie difficoltà economiche. Lo stipendio era troppo basso per poter mantenere la famiglia, per questo quando mi fu offerto un lavoro, che in principio credevo serio ed onesto, e la possibilità di guadagnare, accettai senza esitare. Soltanto una volta arrivata in Italia ho cominciato a nutrire forti dubbi sulla natura del lavoro; e purtroppo, i miei sospetti trovarono conferma. Insieme ad altre 23 ragazze fui portata in una casa piena di zingari, ed il giorno dopo mi spiegarono in cosa avrebbe consistito il mio "lavoro". Fu così che cominciò per me questa terribile situazione. Durante quel periodo ho conosciuto altre 11 ragazze nella mia stessa situazione, ma non ci veniva permesso di fare amicizia. Potevamo parlare soltanto per strada; in casa non potevamo farlo, nemmeno guardarci.
Oltre a trovarmi in una situazione terribile, la sofferenza maggiore era quella di non poter far arrivare alcun aiuto economico ai miei figli, che erano rimasti in Romania. Grazie a Dio ho potuto mantenere il contatto con i miei parenti, ma non spedire loro del denaro come avrei voluto.
Di fronte a questa situazione, ho tentato di fuggire e ci sono riuscita grazie all'aiuto di mia sorella e del suo fidanzato, che è un carabiniere. Una volta fuori, sono stata aiutata da un maresciallo, ed ora mi trovo in una casa di accoglienza in attesa di poter essere rimpatriata nel mio paese. Nutro grandi speranze di poter riabbracciare, un giorno, mio marito ed i miei figli, ma a volte ancora oggi mi assale la paura di non riuscirci. Alle ragazze che si trovano nella mia stessa situazione, vorrei dire di essere intelligenti, di non distruggere la propria vita e quella degli altri nel tentativo di avere una vita migliore, e di non avere paura di denunciare la loro situazione".

Intervista realizzata dall'Agenzia Fides ad una ragazza dell'Albania

AF> Di dove sei, come e perché sei arrivata fin qui?
RA> Vengo dall'Albania e sono arrivata in Italia, insieme ad una mia zia, in nave. Sono arrivata a Bari esattamente il 6 giugno 1996. Allora avevo 15 anni, e decisi di venire, spinta dal desiderio di cambiare vita, di studiare, di trovare un lavoro e di riuscire ad avere una vita migliore di quella che avevo in Albania.

AF> E una volta giunta a Bari, cosa è successo?
RA> Un giorno incontrai in un bar due amici del mio fratello maggiore, che conoscevo bene, e mi avvicinai. Loro avevano 28 e 30 anni. Mi offrirono di fare un giro in macchina ed io accettai. Ma una volta in macchina devono avermi dato qualcosa, perché persi conoscenza e non ricordo più cosa successe. So soltanto che mi sono risvegliata l'indomani a Perugia. Mi ritrovai in una stanza insieme a questi due ragazzi ed altre 4 ragazze, e mi fu detto che dovevo scendere per strada e che, da quel momento, lavoravo lì. Io non volevo farlo e così tentai di fuggire, ma quei ragazzi mi presero, mi picchiarono e minacciarono di uccidere me e la mia famiglia. Mi fecero diverse ferite sulle gambe con un coltello. Quello stesso pomeriggio ci portarono tutte quante a "lavorare" per strada. Le altre ragazze non si ribellarono, soprattutto per paura, visto che anche loro erano state minacciate.

AF> E dopo, come si sono svolti i fatti?
RA> Io mi tenevo un po' in disparte rispetto alle altre ragazze e piangevo perché non volevo farlo. Vidi un uomo in macchina che mi girava intorno. Vedendomi piangere, si avvicinò e mi mostrò il distintivo dei Carabinieri. Mi chiese cosa fosse successo e, dopo avergli raccontato la mia situazione, mi chiese di fingere che lui fosse un cliente e di salire in macchina con lui. Salii in macchina e mi condusse alla stazione dei Carabinieri, dove feci la denuncia. Quei ragazzi furono arrestati e processati.

AF> Dopo di questo, chi ti ha aiutata?
RA> Conobbi un'assistente sociale che mi portò, in un primo momento, ad un centro di accoglienza a Perugia, dove rimasi per 15 giorni; poi mi fecero scegliere tra altri centri di accoglienza in vari posti e preferii Gubbio, dove arrivai il primo agosto. Una volta lì, a settembre iniziai il liceo e, dopo cinque anni, ho concluso i miei studi.

AF> Qual'è la tua situazione attuale?
RA> Mi sono definitivamente stabilita a Gubbio. Ho un lavoro e vivo in una casa in affitto; non sono più nel centro di accoglienza. Mi trovo bene qui. Ho i miei amici, un fidanzato e l'appoggio della mia famiglia. Ormai mi sono stabilita qui e penso di rimanerci.

AF> Durante questo tempo, hai mai avuto qualche contatto con la tua famiglia?
RA> Per i primi due anni non ho potuto parlare con loro perché, come me, erano minacciati. Più tardi, grazie all'assistente sociale, cominciai ad avere contatti tramite lettere e, talvolta, per telefono. Nel dicembre dell'anno scorso sono tornata al mio paese ed ho passato sei giorni con la mia famiglia, anche se in un posto lontano da casa per via delle minacce ricevute. Anche mia madre ha ricevuto minacce in varie occasioni, ma è stata aiutata da un mio cugino, che fa il poliziotto in Albania, e che le è stato sempre molto vicino per proteggerla.


Testimonianza di una giovane liberata dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, resa dinanzi ai rappresentanti del mondo politico, diplomatico ed ecclesiastico, partecipanti al Convegno Internazionale sul traffico di persone, celebrato all'Università Gregoriana il 15 maggio 2002.

"Ho 18 anni e vengo dalla Romania. Sono arrivata in Italia quando avevo 13 anni. Avevo perso i miei genitori e mi ritrovai sola quando un ragazzo, di cui mi ero innamorata, mi fece la proposta di venire in Italia, dove almeno non mi sarebbe mancato da mangiare e avrei potuto costruirmi una vita ed un futuro migliori. Quando sono arrivata a Milano credevo di essere la ragazza più fortunata del mondo ma, dopo pochi giorni, all'improvviso, questo ragazzo mi disse che doveva rientrare in Bulgaria e mi abbandonò nelle mani di un albanese. Soltanto più tardi capii di essere stata venduta. Da quel giorno ebbe inizio il mio calvario. Fui portata in un Night Club dove mi costrinsero ad andare con uomini che non si facevano scrupoli nel trovarsi una bambina fra le mani. Un giorno mi portarono in un'altra città, dove fui venduta per 5 milioni di lire ad un rumeno. Allora avevo 14 anni e la mia vita era già diventata un orrore. Piangevo e pregavo tutti i giorni affinché qualcuno venisse a liberarmi da questa morte atroce, e invece subivo gli abusi di tutti, anche di tanti uomini che promettevano di aiutarmi ma cercavano soltanto di approfittarsi di me, che ero una bambina.
A Roma fui rivenduta da questo rumeno ad un altro albanese che mi portò nelle Marche per schiavizzarmi. Pretendeva che guadagnassi una somma fissa ogni notte. Nel frattempo mi ero ammalata di anoressia e quando non riuscivo a guadagnare quella somma subivo percosse e torture di cui ancora porto le cicatrici sul corpo. Avevo 16 anni. L'albanese mi vendette ad un siciliano. Fui costretta a prostituirmi giorno e notte in un appartamento, senza mai vedere la luce del sole. E' stata la polizia a salvarmi ed a portarmi nella comunità Giovanni XXIII, che mi ha accolta e mi ha restituito la dignità, la libertà, una famiglia e tutte le cose belle che sognavo da bambina. Questo è stato il mio calvario, ma ora so cosa significa la resurrezione e la vita".

UNA RELIGIOSA SULLA SITUAZIONE DELLA PROSTITUZIONE IN CAMERUN

Suor Gloria Wirda, religiosa del Camerun, delle Religiose Terziarie di San Francesco, così descrive la situazione della prostituzione nel suo paese. "Il Camerun è un piccolo paese dell'Africa occidentale, con una popolazione di circa 16 milioni di abitanti e con oltre 250 tribù che condividono tante caratteristiche tradizionali, ma che sì differenziano per tante altre. In questo paese, la pedofilia e l'omosessualità sono ancora irrilevanti, ma non la prostituzione.
Nel Camerun, come in molti altri paesi africani, la prostituzione è una realtà sempre più concreta, che suscita tanti problemi sociali, culturali, ed economici; cosa che preoccupa tanto non soltanto la Chiesa ma tutta la società. Una volta non si parlava di questo fatto; una prostituta non aveva né voce, né dignità, né il rispetto della società tradizionale del Camerun. La prostituzione non era soltanto un tema tabù, ma un atto criminale che meritava la punizione del capo della tribù. Talvolta, le prostitute erano mandate in esilio non soltanto ad opera delle famiglie, ma anche dal capo della tribù, e questo spiega perché erano poche.
Attualmente la situazione è ben diversa: si parla molto dì più di tutto ciò ed è diventato un problema sociale. Oggi la prostituzione è considerata un lavoro, che a volte si sceglie come una qualsiasi professione. Specialmente nelle grandi città, esistono interi quartieri ben organizzati noti per questo tipo di attività.
Bisognerebbe chiedersi come mai sia avvenuto un cambio così radicale, e per rispondere a questo interrogativo si potrebbero indicare alcune ragioni:
1.- La tradizione: in molte tribù del Camerun il matrimonio fra membri di diverse tribù non viene accettato dalle famiglie. Ancora oggi, il matrimonio non viene considerato come una questione che riguarda due persone, ma due famiglie. Quando una donna viene rifiutata per non appartenere alla stessa tribù dello sposo, non solo per lei diventa difficile trovarne un altro ma, a volte, decide di non sposarsi più e prende la strada della prostituzione.
2.- L'80% della popolazione del Camerun è composta da giovani e, nella maggioranza dei casi, si tratta di donne. In una famiglia con 8 figli, 5 0 6 sono, sicuramente, femmine. Sia la società che la Chiesa rifiutano e sconsigliano la poligamia; ragione per la quale le donne non trovano marito e finiscono per prostituirsi.
3.- L'urbanizzazione. Molti giovani sì trasferiscono dai paesi verso le città per motivi di studio o di lavoro. Le città sono sovraffollate ed i problemi così tanti, che alla fine ci si dedica alla prostituzione, contro la propria volontà, per risolvere questi problemi.
4.- La disoccupazione è il problema centrale. Nel Camerun ci sono tanti giovani che hanno terminato l'università ma non trovano lavoro. Devono sopravvivere, ma come? Alcune donne vedono la prostituzione come l'unica via di uscita.
5.- La globalizzazione, che ha influenzato molto i giovani del Camerun. La televisione, Internet, ecc mostrano tante cose che loro idealizzano perché pensano che tutto ciò che proviene dall'Europa e dall'America rappresenti il benessere.
6.- Una mentalità sbagliata riguardo la libertà femminile. Dato che per secoli le donne sono state trattate come schiave nelle tribù del Camerun, oggi, le stesse donne di questa società cercano di recuperare il loro posto, e si sentono libere di fare ciò che vogliono; anche di vendere il proprio corpo.
7.- L'educazione morale dei giovani, che può essere considerata come la seconda causa per importanza. Alcuni anni fa, il 70% delle scuole appartenevano alle missioni, dove prevaleva la formazione morale delle giovani, ma oggi questo è molto cambiato. Il governo ostacola con forza il funzionamento di queste scuole e fa di tutto per chiuderle, aprendone altre in tutto il paese, dove l'educazione morale non trova alcun posto.
8.- Inoltre c'è il fatto che la società culturale non ha mai riconosciuto l'esistenza di questo fenomeno. Ci sono addirittura delle tribù che lo promuovono. Esiste il caso, ad esempio, di una tribù che dichiara un giorno libero nel quale un uomo od una donna sposati possono andare con qualsiasi altro uomo o donna da loro scelti.

Questo fenomeno comporta una serie di conseguenze gravissime per la Chiesa, per la cultura e per tutta la società:
1.- Un notevole aumento della mortalità. Negli ultimi anni le vittime sono state tantissime e si continua a morire, soprattutto di AIDS.
2.- Questo fenomeno ha provocato dei cambiamenti nella famiglia. Possiamo parlare della distruzione della famiglia tradizionale del Camerun, dove il padre è il capo. Attualmente ci sono tanti bambini senza padre e, quando muore la madre, non sanno dove andare, soprattutto se abitano in città.
3.- Incremento della perdita dei valori culturali quali la solidarietà, l'ospitalità, il rispetto della vita e del corpo, considerato come qualcosa di sacro. Il corpo diventa qualcosa da vendere senza rispetto e senza dignità.

Ci sono vari tentativi per risolvere questo problema in Camerun, specialmente da parte della Chiesa.
1.-L'insegnamento della religione come materia obbligatoria, non soltanto nelle scuole delle missioni, ma anche nelle scuole statali.
2.-L'educazione morale dei giovani, che è diventata priorità della Chiesa locale del Camerun. Questa formazione si organizza a differenti livelli, nazionale, diocesano e parrocchiale.
3.-L'educazione alla sessualità. Parlare della sessualità era un tabù nella società del Camerun; si capisce, dunque, perché tanti giovani sbaglino strada a causa dell'ignoranza. La conoscenza della sessualità risulta oggi indispensabile nell'educazione dei giovani.
4.-Il movimento "Family Life", che ha come finalità l'educazione della famiglia cristiana. Questo movimento è presente in tutte le diocesi.


LE NORMATIVE INTERNAZIONALI

Esistono delle normative internazionali che costituiscono il quadro in cui i differenti paesi devono affrontare il problema del traffico di donne e bambini attraverso le frontiere. Si tratta di strumenti legali che, una volta firmati e ratificati, hanno valore di legge sotto l'aspetto giuridico. Ci sono inoltre le Dichiarazioni ed i Programmi di Azione delle principali Conferenze Mondiali dell'ONU, che esigono l'azione congiunta delle organizzazioni governative, non governative e di altre istanze, per prevenire e reprimere questi delitti. Quest'ultima categoria di documenti non crea obblighi da un punto di vista giuridico, ma esercita una grande influenza etica e politica e per questo si possono impiegare a livello locale, nazionale e regionale.

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani - 1948
(Adottata e proclamata dalla risoluzione 217 A (III) dell'Assemblea Generale del 10 dicembre 1948)
Gli articoli applicabili al problema del traffico di donne e bambini sono i seguenti:
Articolo 4: Nessuno può essere sottomesso a schiavitù o servitù; la schiavitù ed il mercato di schiavi sono proibiti in ogni loro forma.
Articolo 5: Nessuno verrà sottoposto a torture né a trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti.

Convenzione dell'Onu per la soppressione del Traffico di Persone e dello sfruttamento di altre Persone ai fini della prostituzione - 1949
(Entrata in vigore il 31 luglio 1951)
Questa convenzione, a cui si è giunti partendo dal 1904, ratifica altri accordi internazionali riguardanti la questione. Il suo primo obiettivo è quello di offrire delle misure efficaci contro ogni forma di traffico di persone e contro lo sfruttamento della prostituzione. E la prima volta che in un documento internazionale si dichiara che la prostituzione ed il traffico di persone sono incompatibili con il valore e la dignità dell'essere umano e pongono in pericolo il benessere dell'individuo, della famiglia e della comunità.


Convenzione delle Nazioni Unite sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW) 1979
(Entrata in vigore il 3 settembre 1981)
La normativa sul traffico di donne prevede quanto segue:
Articolo 6: Gli organi dello Stato prenderanno le misure adatte, anche da un punto di vista legislativo, per eliminare ogni forma del traffico di donne e dello sfruttamento della prostituzione.

Convenzione dell'Onu sui diritti dei bambini (CRC) — 1989
(Entrata in vigore il 2 settembre 1990)
Gli articoli più importanti di questa convenzione, che riguardano il traffico di bambini, specialmente delle femmine, ai fini del loro sfruttamento sessuale, sono:
Articolo 34: Gli organi dello Stato si assumono la responsabilità di proteggere il bambino/a contro ogni forma di sfruttamento e di abuso sessuale. A questo fine, gli organi dello Stato dovranno, in particolare, adottare le misure necessarie, a livello nazionale, bilaterale e multilaterale, per impedire:
L'induzione o la costrizione del bambino per introdurlo in qualsiasi attività sessuale illegale;
Lo sfruttamento dei bambini ai fini della prostituzione o di altre pratiche sessuali contrarie alla legge;
Lo sfruttamento dei bambini in atti e con materiale pornografico.
Articolo 35: Gli Stati firmatari adotteranno tutte le misure a carattere nazionale, bilaterale e multilaterale necessarie ad impedire il rapimento, la vendita o la tratta di bambini, per qualunque scopo e con qualsiasi modalità.
Articolo 39: Gli organi dello Stato adotteranno le misure idonee a favorire la riabilitazione fisica e psicologica, come pure il reinserimento sociale del bambino vittima di qualsiasi forma di abbandono, sfruttamento, e abuso; tortura od altri tipi di maltrattamento o punizione crudele, inumana o degradante; conflitti bellici. Sia la riabilitazione che il reinserimento dovranno avere luogo in un ambiente che favorisca la salute, l' autostima e la dignità del bambino.

Convenzione 182 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) -1999

Convenzione riguardante la proibizione e l'intervento immediato per eliminare le peggiori forme del lavoro infantile.
(Adottata il 17 settembre 1999, ma non ancora entrata in vigore).
Il termine "le peggiori forme di lavoro infantile" si riferisce, in particolar modo, al traffico di bambini ai fini della prostituzione e della pornografia, e viene chiarito nell'articolo 3 di questa convenzione:
Articolo 3: Nello spirito e negli obiettivi di questa Convenzione, il termine "le peggiori forme di lavoro infantile" comprende:
Tutte le forme di schiavitù, o pratiche ad essa assimilabili, quali la vendita ed il traffico di bambini, la schiavitù imposta come conseguenza di un debito contratto, la servitù ed il lavoro imposto con la forza, incluso il reclutamento forzato ed obbligatorio dei bambini al fini di un loro utilizzo nei conflitti armati;
Usare, procurare od offrire un bambino per la prostituzione o il suo impiego in attività o nella produzione di materiali pornografici.

Protocollo per prevenire, reprimere e sanzionare la tratta di persone, in particolare donne e bambini.
(Ad integrazione della Convenzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite contro la delinquenza organizzata transnazionale. Vienna, 2000)
(Adottata il 2 novembre 2000, ma non ancora entrata in vigore).
Il Protocollo contempla la definizione di "consenso" sul traffico di persone e, in questo quadro, propone una piattaforma comune di leggi, strategie ed attività per combattere la delinquenza, in continuo aumento, rivolta principalmente contro donne e bambini. Gli obiettivi di questo Protocollo si esprimono nel suo articolo n.2:
Articolo 2: Gli obiettivi di questo Protocollo sono i seguenti:
Prevenire e combattere il traffico di persone, prestando particolare attenzione alle donne ed ai bambini;
Proteggere ed aiutare le vittime di questo traffico, nel pieno rispetto dei loro diritti umani:
Promuovere la cooperazione tra gli organi dello Stato al fine di conseguire questi obiettivi
Consultare la Guida con le annotazioni del Protocollo dell'ONU nella pagina web http://www.hrlawgroup.org/initiatives/trafficking persons/


CONFERENZE INTERNAZIONALI

Conferenza Mondiale sui Diritti Umani. Vienna, 1993

Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo. Il Cairo,1994.
Il quarto capitolo di questo documento tratta "L'uguaglianza tra i sessi, la giustizia e la dignità della donna". Questo documento include, in due delle sue sezioni, un articolo che affronta, con particolare attenzione, le violenze contro le donne, con specifico riferimento al traffico di donne.

Dichiarazione di Pechino e Piattaforma per l'Azione, nella IV Conferenza Mondiale sulle donne. Pechino, 1995.
"La violenza contro le donne" è il quarto aspetto di fondamentale importanza, e per questo è stato deciso di attuare un piano concreto contro il traffico di donne per la prostituzione, seguito da un dettaglio delle procedure che i vari responsabili dovranno seguire.

Conferenza Mondiale contro il Razzismo, la Discriminazione Razziale, la Xenofobia e l'Intolleranza: Dichiarazione e Programma di Azione. Durban, 2001.
Il Programma di azione include numerosi articoli riguardanti il traffico di donne e bambini, sottolineando, in particolar modo, le molteplici discriminazioni subite dalle donne che appartengono
a comunità dove sono presenti situazioni di razzismo, di discriminazione razziale, di xenofobia e, come conseguenza, di intolleranza.

Sessione speciale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite sui bambini: "Un mondo appropriato per i bambini/e”. Risultato della Sessione Speciale. New York, 2002.
La terza parte della sezione A di questo documento, che definisce gli "Obiettivi, strategie ed azioni", si dedica alla "Protezione contro l'abuso, lo sfruttamento e la violenza". Vi è un insieme di articoli che si riferiscono, in maniera specifica, al traffico di bambini, finalizzato al loro sfruttamento sessuale. (Agenzia Fides, 1/8/2004)

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