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2003-09-12

EUROPA/ITALIA - 60^ MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: VALORI E DISVALORI

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Ora che i clamori e le polemiche intorno all’assegnazione dei premi ai film in concorso sembrano placati, l’Agenzia Fides ha chiesto un intervento sulla presenza dei valori spirituali, della comprensione, del dialogo, della famiglia, presenti nei film della Mostra di Venezia. Film che ora, dopo l’anteprima, inizieranno la loro programmazione nei circuiti internazionali dei vari paesi del mondo, diffondendo quindi il loro messaggio che potrà contribuire - attraverso gli spettatori - alla riflessione, al dialogo, alla collaborazione per costruire una società migliore oppure a diffondere ancora una volta inquietudini, pessimismo o germi di violenza nei suoi diversi aspetti. Intervengono su questo tema tre autorevoli personalità che hanno partecipato alla Mostra e che ricoprono ruoli di responsabilità in questo campo: il Card. Paul Poupard, il dott. Andrea Piersanti, il dott. Massimo Giraldi. Ecco i loro interventi per Fides.

“I CATTOLICI HANNO VISTO CON FAVORE OPERE CAPACI DI CREARE PONTI TRA LE CULTURE, LE RELIGIONI, I POPOLI”
di Sua Em. il Cardinal Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Chiesa non è un’isola lontana ed isolata nel mare. I cattolici alla 60a Mostra del Cinema di Venezia hanno visto con favore opere, realizzate attraverso questo mezzo stupefacente di comunicazione dotato di una molteplicità enorme di espressioni, capaci di creare ponti tra le culture, le religioni, i popoli. Abbiamo visto rappresentate vicende di popoli divisi che aspirano alla comunione, di culture che cercano una possibile integrazione pur tutelando la propria identità, di religioni che aspirano al bene comune dell’uomo, indicando una strada, oggi più che mai difficile, di pace e di autentico progresso. Questo ha raccontato il cinema a Venezia. Denunciando orrori e violenze, odi e divisioni, oppure scrutando i sentimenti, elogiando il coraggio, disegnando la paura. Insomma, semplicemente, dipingendo la vita.
Alcune opere sono state di alto profilo artistico, espressivo e culturale. Particolarmente commovente ed intenso Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, tratto dall’omonimo romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, doveroso omaggio di Francois Dupeyron ad Omar Sharif che ha ricevuto il Leone d’Oro alla carriera. E quale lezione di dialogo interreligioso quando Ibrahim, mussulmano nato sulle sponde del Corno d’Oro, guida il giovanissimo Moїse, ragazzino ebreo adottato con amore, alla scoperta di Istanbul: il profumo di una chiesa ortodossa – spiega la guida illuminata - è quello dell’incenso; di una chiesa cattolica quello delle candele accese, mentre in una moschea si coglie il bisbigliare delle preghiere. Pedagogo saggio, Ibrahim distribuisce saggezza. Ispira le sue parole e i suoi insegnamenti alle pagine del Corano. “Quando si vuole imparare qualcosa, non si legge un libro, si parla con qualcuno”. Parlare per capirsi, per amarsi, per camminare insieme. Questo film potrebbe essere ingenuo e convenzionale, raccontando una storia di umori e di amore, quando la realtà non è affatto così e parlano assai più le armi che non i delicati “fioretti” del Corano. Eppure il cinema rischia, facendoci credere che la strada del dialogo non necessariamente deve essere soltanto un’utopia.
Così come rischia l’ultranovantenne e grande maestro portoghese Manoel de Oliveira, quando insieme a lui percorriamo il Mediterraneo con una nave da crociera, toccando i luoghi delle grandi civiltà, là dove la filosofia, la democrazia, le arti e le grandi religioni sono nate per diffondersi nel mondo. Anche le lingue, sorte dalla protervia di Babele e della sua torre, possono essere un valido contributo alla civiltà. Naturalmente l’ideale di questo Un film parlato è quello di ritrovarsi attorno ad una bella tavola e chiacchierare di umanità e di pace comprendendosi tutti pur nella diversità linguistica. Sorprende ancora una volta l’anziano maestro portoghese. Ci porta da Lisbona a Marsiglia, da Pompei ad Atene, da Istanbul al Cairo, toccando il Golfo Persico verso Bombay, destinazione lontana. A bordo troviamo una professoressa portoghese di storia insieme alla figlioletta e tre avvenenti ospiti, nientemeno che Catherine Deneuve, imprenditrice intraprendente, Irene Papas, attrice geneticamente legata al teatro, Stefania Sandrelli, ex-modella segnata da una prematura vedovanza, tutte belle e famose, e John Malkovich, capitano coraggioso di cittadinanza americana ed origine polacca. Toccano la storia del Mediterraneo, sono affascinate dal passato, diffondono con un sorriso e con argute argomentazioni, fino all’ultimo, le loro idee di pace, progresso, tolleranza. Immaginano addirittura l’umanità acquietata sotto un unico albero a riposarsi per condividere un’unica sorte. Ahimè, come ogni giorno i giornali ci raccontano, il presente è un proliferare di fatti cruenti, assurdi, che trasudano violenza e morte. La nave, la professoressa e la bimba ne faranno esperienza. E forse le tre belle signore e il loro regista non parleranno più di civiltà, sconvolti nei loro ideali, segnati dalle ragioni dell’odio.
Arriva poi, meritatissimo, il Premio per la migliore regia a Le cerf-volant (L’aquilone) di Randa Chahal Sabbag: in questi giorni proporre il dramma medio-orientale attraverso l’esperienza sentimentale di alcuni giovani divisi da un confine assurdo, quello tra il Libano ed Israele, e da atavici sentimenti di ostilità, suona come una duplice conferma: bene parlare di attualità, ottimo e ardito farlo con il sapore dolce-amaro della commedia. Dal Medio Oriente, un'altra storia di dialogo e riconciliazione: Loving Glances - Occhi che brillano del regista e sceneggiatore serbo Srdjan Karanovic. Inizia spiegandoci che anche Belgrado, nel 1995 - ossia prima degli accordi di Dayton -, era piena zeppa di profughi arrivati a seguito dei devastanti conflitti etnici dei Balcani. Già ci si potrebbe aspettare una carrellata di immagini dure, difficili, tristi cui non solo la televisione ci ha abituati in quegli anni. Ma fortunatamente il film vira decisamente sui toni della commedia ed amabilmente segue le vicissitudini sentimentali di Labud, studente croato di origine e di fede cattolica e di Romana, serba di fede ortodossa ma con parenti anche mussulmani. Soli e lontani dai loro luoghi di origine, dalle loro città ed occupazioni, i due s’incontrano grazie ai servizi offerti da una simpatica agenzia matrimoniale e pian piano si innamorano, vincendo contrasti di ogni genere.
Ma l’immagine più intensa è quella prestata dal volto di Katja Riemann, vincitrice della Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. In Rosenstrasse di Margarethe von Trotta, è una donna ariana sposata ad un musicista ebreo. In uno dei tempi di massimo orrore della storia, il film ricostruisce in modo originale un fatto che si collega più che mai alle vicende spaventose del popolo tedesco e di quello ebraico, uniti in un mare di sangue, sopraffazione, violenza. Scopriamo che la determinazione delle donne tedesche riuscì a salvare molte vite umane e che anche nell’amore si può essere eroici.
Così nel festival veneziano il buon senso è riuscito a mettere alla ribalta un cinema capace di avvicinarsi al cuore ed esprimere il meglio dell’uomo. (Agenzia Fides 12/9/2003)

ZANUSSI: "ESSERE UN REGISTA CATTOLICO NON RENDE FACILE LA VITA, ANZI A VOLTE COSTITUISCE UN GRAVE OSTACOLO"
del Dott. Andrea Piersanti, Presidente dell’Istituto Luce

Roma (Agenzia Fides) - La Mostra del Cinema di Venezia quest’anno ha assegnato un bel premio ad uno straordinario film: “Il ritorno” del regista russo Andrej Zvjagintsev. Premiato anche da Signis e, con il “Sergio Trasatti 2003”, dalla giuria dei critici della “Rivista del Cinematografo” dell’Ente dello Spettacolo, “Il ritorno” evoca atmosfere della migliore tradizione letteraria russa. Il regista ha trentanove anni e questo è il suo primo film. Vale la pena di riportare una sua dichiarazione: “Mentre giravo il film non pensavo ad una storia di tutti i giorni o a sfondo sociale. Per larga parte il film intende soffermarsi sull’aspetto mitologico della vita umana”.
Il film, largamente apprezzato dalla critica cattolica presente a Venezia, è stato preferito dalla giuria ufficiale del concorso al film italiano “Buongiorno, notte” di Marco Bellocchio, opera nella quale il rapimento e il barbaro assassinio dello statista Aldo Moro vengono rivisitati in chiave onirica tramite gli occhi (e i pentimenti tardivi) di una delle brigatiste rosse. Il film di Bellocchio era candidato, secondo gli osservatori, al premio principale della Mostra ma i giurati stranieri non si sono sentiti coinvolti dalla vicenda narrata. Il mancato riconoscimento al film di Bellocchio ha scatenato qualche polemica, soprattutto da parte della Rai che lo aveva prodotto.
Complessivamente il festival, con più di 140 film proposti, non ha toccato corde alte. Di film memorabili se ne sono visti pochi. Gli scandali annunciati (soprattutto di tipo pornografico) per alcuni titoli, sono sostanzialmente passati sotto silenzio e, durante la proiezione di una delle pellicole più provocatorie ed esplicite, il pubblico dei critici ha abbandonato la sala in segno di protesta. Commozione ha invece suscitato la vicenda del regista iraniano Babak Payami, presente al festival con un durissimo film (distribuito dall’istituto Luce) contro la rigida e violenta intransigenza dei talebani. La copia del film è stata sequestrata dalle autorità iraniane che hanno anche negato il visto di espatrio al regista. Payami, per partecipare alla mostra, era scappato prima dell’estate con una copia di fortuna della sua opera. Adesso è rifugiato da amici italiani ma teme per la sua stessa vita e non può tornare in patria.
"Essere un regista cattolico non rende facile la vita, anzi a volte costituisce un grave ostacolo". Lo ha detto Krzysztof Zanussi, che ha ritirato a Venezia il premio "Robert Bresson 2003", organizzato in collaborazione con la Biennale di Venezia, e assegnato dalla direzione del Festival "Tertio Millennio" dell'Ente dello Spettacolo e dalla "Rivista del Cinematografo". "Sono molto commosso - ha detto il regista polacco - soprattutto perché è un premio intitolato a un autore che mi ha molto influenzato in gioventù, Un condannato a morte è fuggito è uno dei film che più mi hanno toccato. Avrei preferito ricevere questo riconoscimento all'età di de Oliveira - ha ironizzato Zanussi - ma considero questo premio non già come un bacio di addio, ma come un invito a continuare".
Giunto alla sua quarta edizione e già assegnato a Giuseppe Tornatore, Manoel De Oliveira e Theo Anghelopoulos, il "Robert Bresson" è l’unico premio cinematografico nel mondo assegnato in collaborazione con due Dicasteri Vaticani, il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e il Pontificio Consiglio della Cultura. A consegnare il riconoscimento al regista polacco è stato il “Ministro vaticano” della Cultura, il Cardinale Paul Poupard, nel corso di una cerimonia alla quale hanno partecipato anche il direttore della Mostra del Cinema, Moritz de Hadeln, il presidente di RaiCinema, Giuliano Montaldo, l’amministratore delegato di Cinecittà Ubaldo Livosi, il regista Citto Maselli, Gaetano Blandini del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. "Il premio Bresson - ha detto il Card. Poupard - viene assegnato a un regista che ha dato testimonianza del difficile cammino alla ricerca del significato spirituale della nostra vita. Zanussi è un autore caratterizzato da una sincera passione per l’uomo e per tutto ciò che forma l’universo antropologico così affascinante e misterioso, come dimostra il suo nuovo film, La vita come malattia mortale sessualmente trasmessa, nel quale vengono affrontati i temi della morte e della speranza, dell'uomo agnostico che chiede a Dio un segno per credere. E lo fa - continua il Card. Poupard - senza immergersi nei bassifondi della volgarità, senza lasciarsi tentare dalle sirene della violenza brutale e gratuita, indulgendo a forme di degrado della persona". "Zanussi ha cominciato con una lotta difficile la sua carriera", ha detto de Hadeln, la cui conoscenza con Zanussi risale alla fine degli anni '70, "quando - ha raccontato - ero direttore del festival di Locarno. Zanussi doveva presentare 'Illuminazione' ma non poté partecipare perché il film era stato censurato dal suo paese".
Durante la Mostra si è tenuto il Consiglio europeo dei ministri della cultura e Giuliano Urbani (titolare del dicastero italiano) ha presentato una proposta di riforma della legge sul cinema. L’obiettivo, ha spiegato Urbani, è di trovare nuove risorse per il cinema italiano ma anche quello di promuovere una maggiore circolazione dei prodotti europei con accordi di co-distribuzione. Importanti accordi sono stati firmati da Urbani, proprio a Venezia, con i rappresentanti del governo indiano e del governo russo. (Agenzia Fides 12/9/2003)

“IL RAPPORTO GENITORI-FIGLI: UNO DEI TEMI PIÙ PRESENTI QUEST’ANNO”
del Dott. Massimo Giraldi, Segretario della Commissione Nazionale Valutazione Film

Roma (Agenzia Fides) - Se torniamo con la memoria a dodici mesi, a quando cioè con decisione infelice perché priva di occhio critico e di capacità di discernimento la giuria premiò “Magdalene”, bisogna dire che quest’anno la situazione è cambiata, e in meglio. Sotto la presidenza di Mario Monicelli, i giurati hanno infatti attribuito il Leone d’oro a “Il ritorno”, film russo diretto da Andrey Zvyagintsev. Storia lineare, scarna ed essenziale di un padre che torna all’improvviso in famiglia, chiede ai due figli piccoli di accompagnarlo in un viaggio dagli scopi non dichiarati, subisce l’ostilità di entrambi (di più il minore) che rifiutano di riconoscerlo, perde la vita nel finale, lasciando i ragazzini nello sgomento.
Lucida opera d’esordio, il film diventa una parabola straziante sul vuoto che si crea quando nella famiglia (e più in generale nella comunità civile) vengono a mancare i riferimenti importanti. Il copione trova il suo punto di forza nella crescita di una drammaticità via via più compatta, che si fa alto grido di dolore nella corsa conclusiva del bambino verso un padre non voluto, cercato, odiato, amato. Non privo di riferimenti ad una realtà russa ancora disorientata dopo il crollo dell’ Unione Sovietica, il film ha segnalato il rapporto genitori-figli come uno dei più presenti nella Mostra di quest’anno.
Lo abbiamo trovato in forme problematiche ma propositive in due titoli italiani, “Il miracolo” di Edoardo Winspeare (in concorso) e “Liberi” di Gianluca Maria Lavarelli (sezione Controcorrente). Lontani dagli atteggiamenti negativi e distruttivi di tanto recente cinema nostrano, i due giovani registi lavorano con sensibilità su realtà italiane attuali di non semplice interpretazione: con esiti più scavati e sofferti da parte del primo, più confusi nel secondo ma in entrambi prevale la voglia di recuperare la centralità del ruolo della famiglia. Se è poi vero che la famiglia, come nucleo di base della società, deve fare i conti con il mondo che la circonda, ecco una serie di film che ci hanno offerto radiografie di varia tonalità (drammatiche, brillanti, grottesche, metaforiche…) sull’altro argomento forte della multiculturalità, dell’incontro (talvolta ancora scontro) tra culture, tradizioni, religione. Tanti titoli (“Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, “L’aquilone”, “Alila”, “Fango”) per dire che il dialogo è possibile, che spiritualità è anche lievito di storia e che gli integralismi non possono prevalere.
Sintesi di questa ampia riflessione può essere considerato “Un film parlato” diretto dal portoghese Manoel de Oliveira, 95 anni: viaggio di formazione tra le civiltà del Mediterraneo con drammatico finale/denuncia verso la minaccia del terrorismo. Quando diventa finestra aperta sul mondo e ci mette a contatto con quel cinema che vuole essere veicolo di conoscenza e di scambio di idee, una Mostra ha già in parte assolto al proprio ruolo. Poi magari qualcosa non funziona. Perché il film di Bernardo Bertolucci (“The dreamers”) si risolve in una sterile operazione cinefila in cui la fuga dalla realtà scava vuoti di cose da dire che il regista pensa di riempire con il ricorso ad un insistito erotismo. Così “Twenty nine Palms” del francese Dumont, così alcuni titoli dell’estremo oriente. Gli atteggiamenti costruttivi però sono apparsi prevalenti. E questo è già un buon risultato. (Agenzia Fides 12/9/2003)

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