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di Marie-Lucile Kubacki
Roma (Agenzia Fides) – «I nostri Missionari sono là, fermi sulle trincee della fede, come sentinelle vigili sui posti avanzati».
Il 19 ottobre 1940, mentre la guerra sconvolgeva anche le comunità cattoliche nei territori di missione, l’Arcivescovo Celso Costantini, allora segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide (incarico che ricopriva dal 1935), rispondeva così alla domanda da lui stesso rivolta agli ascoltatori del suo radiomessaggio: «Che cosa fanno, come vivono, come operano in questi tempi i nostri Missionari?».
Segretario della Congregazione di Propaganda Fide, Costantini affidava alla radio una parola destinata a raggiungere i fedeli alla vigilia della Giornata Missionaria Mondiale. Nei bollettini dell’Agenzia Fides, l’appuntamento annuale appare come un richiamo a non dimenticare chi era lontano: missionari internati, comunità isolate, sacerdoti e religiose senza mezzi, popolazioni travolte dalla violenza.
Tra il 1939 e il 1944, questi messaggi raccontano una missione che cerca di mantenere aperti i suoi luoghi di preghiera, educazione e cura mentre vengono meno aiuti, collegamenti e possibilità di movimento. Chiedono offerte, ma anche preghiere e una solidarietà capace di attraversare le divisioni del conflitto. Al centro non pongono il prestigio delle nazioni, bensì le persone affidate ai missionari e il futuro delle Chiese locali.
Dalla distinzione tra Vangelo e interessi politici alla speranza di ricostruire sulle rovine, le parole di Costantini attestano una fedeltà messa alla prova dalla guerra.
Il Vangelo oltre le nazioni
Un documento del 21 ottobre 1939 pubblicato su Fides riferisce di una conferenza tenuta da Costantini alla Pontificia Università Gregoriana in preparazione alla Giornata Missionaria del 22 ottobre. Il titolo, «Cristo e Cesare nelle Missioni», introduce il rapporto tra annuncio cristiano e potere politico. Richiamando la parola evangelica «A Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», il segretario di Propaganda Fide afferma la libertà della missione rispetto alle interferenze degli Stati e alle tentazioni nazionalistiche che possono colpire «qualche missionario».
«Il Cristianesimo non si presentò al mondo come la religione di un popolo, ma come la religione dell’umanità», si legge nel resoconto. Costantini respinge «un grave e diffuso equivoco»: che i missionari siano «preziosi propagatori dell’idea e dell’influenza nazionale del proprio Paese», capaci di aprire la strada alla sua espansione politica e commerciale. Il missionario non può diventare uno «pseudo agente consolare».
All’inizio del conflitto, queste parole sottraggono esplicitamente la missione alla competizione tra potenze. La conferenza richiama anche una necessità che la guerra renderà sempre più evidente: formare un clero locale che «anche in caso di guerra rimane al suo posto», superando i danni provocati alle missioni dalla politica estera. Il discorso si conclude contrapponendo alla distruzione una diversa possibilità di agire: «Mentre gli uomini si uccidono tra loro», la carità missionaria può ancora accendere «una luce di bontà e di speranza su questo torbido orizzonte del mondo».
Il radio messaggio di Pio XII
Nel radiomessaggio del 1940, Costantini rievoca la propria esperienza in Cina. Durante un periodo di rivoluzioni, un missionario aveva scritto al suo vescovo: «Vi ringrazio di offrirmi il modo di mettermi in salvo; ma i nostri predecessori, in tempi di pericolo, non hanno abbandonato il loro posto». La lettera terminava con una decisione: «Se noi dobbiamo aggiungere una pagina alla storia della nostra missione, dobbiamo saperla scrivere nello stesso stile. Noi resteremo». Costantini la presenta come espressione di uno «stile eroico», nel quale la fedeltà alla missione prevale sulla ricerca della sicurezza personale. Il messaggio riconosce tuttavia che l’attività è «necessariamente intralciata» e talvolta «del tutto paralizzata» dall’internamento o dal confino dei missionari. Alla loro perseveranza deve quindi corrispondere un sostegno concreto. Nella seconda parte, Costantini ricorre al lamento biblico «Parvuli petierunt panem et non erat qui frangeret eis», spiegando: «alcuni Missionari sono veramente ridotti alla fame. Noi stendiamo la mano per essi». Gli aiuti dei connazionali e degli istituti religiosi non arrivano più; agli ascoltatori viene chiesto concretamente almeno «un po’ di pane per la loro dura vita».
Quella stessa vigilia, sabato 19 ottobre 1940, anche Pio XII pronuncia personalmente un radiomessaggio, rivolto ai vescovi e ai cattolici degli Stati Uniti. La sua parola attraversa l’Atlantico per incoraggiare il loro zelo missionario. Il Papa richiama i missionari e le religiose che lavorano negli ospedali e nelle scuole, ma anche «le grandi regioni insanguinate e desolate dai conflitti dei popoli». L’immagine della messe evangelica si sovrappone a quella dell’«uragano di conflitti, di rovine, di miserie, di bisogni senza numero». Pio XII unisce preghiera e aiuto materiale: «Dall’obolo della preghiera (...) non sia disgiunto l’obolo della mano». Le offerte devono permettere di «promuovere il bene iniziato, restaurare il danneggiato o distrutto», sostenere ciò che è fragile e accrescere quanto già esiste. Il richiamo alla missione diventa così anche un richiamo alla riconciliazione: «Giacché anche la pace nel mondo è una missione della Chiesa». Nel resoconto della Giornata, Fides ricorderà questa parola pontificia, indirizzata particolarmente agli statunitensi, ma sentita dai credenti come rivolta a ciascuno.
L’appello di Costantini per il 19 ottobre 1941 comincia invece con un ringraziamento: le offerte delle diverse nazioni hanno superato di alcuni milioni i bilanci precedenti. «Se si pensa alla guerra, alle privazioni inevitabili che in quasi tutto il mondo i popoli hanno dovuto e devono sopportare, questo aumento di carità ha un profondo significato», scrive. Il dono acquista valore proprio perché nasce dentro una privazione condivisa. I documenti di contesto misurano questa mobilitazione. In Italia la raccolta della Pontificia Opera della Propagazione della Fede era passata da 6.635.216 lire nel 1939 a 7.564.559 nel 1940. Per preparare la Giornata del 1941 si diffondevano circolari ai parroci, materiale per la predicazione, immagini sacre e foglietti; il radiomessaggio veniva trasmesso dall’EIAR, (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche), predecessore della RAI, e riproposto dalla Radio Vaticana in più lingue. La solidarietà prendeva forma attraverso parrocchie, stampa e radio.
Costruire dentro la distruzione
«I costruttori della città di Dio» è il titolo del messaggio per la Giornata del 18 ottobre 1942. Costantini parte dall’attesa di un mondo diverso, con un evidente riferimento agostiniano : «Tutto il mondo aspetta che sulle rovine fumanti di questa guerra si edifichi un nuovo ordinamento». Ma la ricostruzione, afferma, «prima che un fatto materiale, deve essere un fatto spirituale». Accanto ai soldati che combattono indica «altri soldati, silenziosi, inermi», dispersi nelle regioni più lontane, che soffrono e lavorano per quel nuovo ordinamento.
Le lettere arrivate a Propaganda Fide rendono concreto il racconto. Un vescovo dell’Africa centrale riferisce di aver mantenuto le proprie opere grazie ai contributi ricevuti e di aver sostituito, almeno in parte, i missionari internati di un vicariato vicino. Un vescovo dell’Africa occidentale guarda alla crescita del clero africano: «La Missione sarà adulta quando avrà ben formato il Clero africano». Toccherà allora ai sacerdoti africani trasmettere a loro volta «la fiaccola della fede». Costantini commenta che la missione «deve sboccare nella Chiesa indigena». Il conflitto dimostra quanto questo sia necessario: dove i missionari stranieri sono internati, i sacerdoti locali possono sostituirli e «salvare la situazione». Ma la formazione del clero non è considerata come una risposta all’emergenza, bensì come un dato imprescindibile del cammino verso la maturità delle comunità cristiane, «nei piani di Dio» e «voluto dal Papa.»
Nel settembre 1943, l’appello porta un titolo che tiene insieme devastazione e fiducia: «Le missioni risorgeranno». La guerra è un uragano che irrompe in un giardino, strappando fiori e fronde. Le piante robuste si piegano, ma possono rialzarsi e rifiorire. A Propaganda arrivano «voci di dolore, voci di implorazione» di missionari nell’inazione, nell’internamento e nella fame. Eppure, scrive Costantini, «non è mai giunta una parola di scoraggiamento».
Il testo non attenua le perdite. Una bomba esplosa in una casa di religiose ne ha uccise quindici in una sola volta; le sopravvissute, ferite, non hanno abbandonato il loro «posto di carità». Accanto alle vittime, Costantini ricorda quanti sono stati separati dalle comunità e internati nei campi di concentramento. Un vescovo chiama questa condizione «martirio bianco»: «È un martirio senza sangue, ma lungo, estenuante, terribilmente penoso», aggravato dall’assillo per i cristiani abbandonati. Un altro scrive da un campo di concentramento : «Noi qui ci sforziamo di occupare utilmente il nostro tempo nella preghiera e nello studio. Solo Iddio conosce ciò che il futuro ci apporterà. Noi, però, cercheremo, colla sua grazia, di essere pronti a tutto. Tutte le cose che abbiamo potuto avere nel passato, le abbiamo accettate ed offerte a Lui con piacere. Noi ci ricordiamo delle alte parole del nostro S. Colombano: "Christi sumus, non nostri : Noi siamo di cristo, non apparteniamo a noi stessi"».
Anche qui germogli di speranza si intravedono nelle Chiese locali. «Per fortuna i Missionari avevano dappertutto fondati seminari», osserva Costantini. In moltissimi luoghi, i sacerdoti del posto sostituiscono quelli internati. I seminari restano quasi ovunque aperti, «ma a prezzi di inauditi sacrifici». La speranza della ripresa vive già in chi continua a formarsi e a sostenere le comunità.
Dalle rovine alla ricostruzione
«Sursum corda!» è il titolo del radiomessaggio per la Giornata del 22 ottobre 1944. «Sono passati ormai cinque anni dacché la Giornata Missionaria si celebra tra le desolazioni della guerra», esordisce Costantini. Affiora l’attesa di una schiarita, ma la speranza non cancella le vittime: il messaggio ricorda sessanta missionari caduti, tra i quali un vescovo. La testimonianza più drammatica è quella di una religiosa. Trasportate da un’isola all’altra tra bombardamenti, fame e lunghe marce, lei e le compagne erano state imbarcate senza conoscere la destinazione. Un attacco aereo aveva colpito la nave. «Delle nostre 47 Suore soltanto quattro erano incolumi»; ventiquattro erano morte subito. I sacerdoti avevano assistito i moribondi e il vescovo, ferito alla spalla, sarebbe morto più tardi. «Con le Suore che non erano ancora passate all’altra vita rinnoviamo i sacri voti e pregammo». Costantini torna all’appello: i missionari sono pronti a riprendere il lavoro, ma hanno bisogno di aiuti. Ai fedeli, anch’essi segnati dalle perdite, chiede di offrire anche in memoria dei propri morti, guardando a un domani di pace: «Lavoriamo tutti con saldo e grande cuore perché sulle rovine della guerra, dappresso e da lontano, sorga un mondo nuovo, più umano e più cristiano».
Con il passare dei mesi di guerra, la carta delle raccolte conservate nell'archivio dell'Agenzia Fides diventa più sottile, più ruvida e l’inchiostro più sbiadito. Nel 1944, si trova questo messaggio non lontano da quello per la Giornata Missionaria Mondiale : «Centoquindici pagine d'articoli e notizie è tutto quanto abbiamo potuto dare, e purtroppo solo per una parte minima della stampa italiana, in questo 1944. Non occorre appellarci ad Abbonati e Lettori perché comprendano che non era moralmente e materialmente possibile far più di cosi. Speriamo che presto gli eventi diano modi alle Missioni Lontane ed all'Agenzia Fides di riallacciare le comunicazioni interrotte dalla guerra : potremo cosi riprendere in pieno la nostra attività».
Nel 1946, il tema della ricostruzione diventa esplicito. «Ricostruire: su quali basi?» domanda un articolo del 12 ottobre firmato da monsignor Lazzaro Acquistapace, dell’Agenzia Fides, dove fu redattore dal 1931 al 1955. Commentando l’appello di Costantini e un messaggio di Pio XII ai vescovi del Giappone, l’autore ricorda lo sforzo di riunire i cristiani dispersi, rialzare i muri e riaprire le opere cattoliche. Ma prima di tutto occorre una ricostruzione «morale e spirituale»: «Sulle basi del Vangelo, su Cristo pietra fondamentale ha sempre costruito ed ora ricostruirà ogni missionario».
Dal dopo guerra alla «terza guerra mondiale a pezzi»
La fine della guerra non chiude però il tempo delle prove. Nel messaggio per la Giornata del 23 ottobre 1949, Costantini descrive la crescita delle opere in Africa e il passaggio dalle missioni estere alle Chiese locali in India, mentre in alcune regioni dell’Estremo Oriente la Chiesa «soffre e sanguina come la Chiesa delle Catacombe». Il titolo riprende san Paolo: «Maledicimur et benedicimus», «Ci maledicono e noi rispondiamo benedicendo». Costantini propone allora una riflessione molto profonda sullo sguardo cristiano davanti al martirio : « Andrei troppo in lungo se volessi riferirvi le tremende descrizioni che arrivano a Propaganda: devastazioni, fughe deportazioni, dispersione dei seminarista, sbandamento dei cristiani, rapine, uccisioni e morti per gli stenti. Pero, sé la carne è inferma, lo spirito è pronto», afferma. Aggiunge : «Non una parola di odio o di scoraggiamento è pervenuta a Propaganda, ma solo parole di profonda pietà. Maledicimur et benedicimus. A Propaganda siamo a continuo contatto, non solo con le cose naturali, ma col soprannaturale, Chiesa soffre e prega e resiste. »
Dalla guerra al dopoguerra, la Giornata Missionaria non è mai stata un evento mondano, ma affonda le sue radici in realtà molto concrete. Ed è proprio questo a dare senso al fatto che ancora oggi i fedeli siano chiamati a sostenere la missione: non come un concetto astratto, ma come una realtà che si incarna nelle persone che rimangono e lavorano per costruire la città di Dio. Mentre il mondo è entrato, secondo le parole di Papa Francesco, in una «terza guerra mondiale a pezzi», questa memoria merita oggi più che mai di essere conosciuta.
(Agenzia Fides 8/10/2026)