GIORNATA MISSIONARIA - Padre James Lengarin, Superiore generale della Consolata: “Non siamo noi che salviamo il mondo, ma l’amore di Dio”

martedì, 13 ottobre 2026

IMC - Francisco Marlo

P James Lengarin in occasione dei suoi 25 anni di sacerdozio

di Paolo Affatato

Roma (Agenzia Fides) – Quest’anno padre James Bhola Lengarin, Superiore generale dei Missionari della Consolata, vivrà la Giornata Missionaria Mondiale (GMM) in un luogo dal profondo valore simbolico: l’Etiopia, il Paese che san Giuseppe Allamano, fondatore del suo istituto religioso, aveva indicato come “un grande sogno missionario”. «Celebrerò la centesima Giornata Missionaria in Etiopia, insieme ai nostri missionari e alle comunità locali», racconta in un colloquio con l’Agenzia Fides. Vi si troverà per la visita canonica, ma quella presenza assume un significato che va oltre gli impegni istituzionali: «L’Etiopia è particolarmente significativa», spiega. «Allamano non riuscì mai a recarvisi di personalmente, ma desiderava raggiungere il popolo etiope e proseguire l’opera di evangelizzazione iniziata dal cardinale Guglielmo Massaia. Celebrare lì il centenario della GMM – dice Lengarin – sarà per noi un motivo di rendimento di grazie per il cammino compiuto, di ascolto della realtà attuale e di rinnovato impegno per il futuro della missione».

Padre Lengarin, 55enne sacerdote keniano, è stato eletto Superiore generale dell'Istituto Missioni della Consolata (IMC) il 12 giugno 2023 durante il XIV Capitolo generale ed è il primo africano a guidare l’Istituto. Nel suo percorso ha svolto diversi incarichi pastorali in Kenya, come quello alla Radio Waumini di Nairobi e al Santuario della Consolata. E’ stato Superiore regionale e, dal 2017 al 2023, vice superiore generale.
In terra d’Africa, e precisamente in una terra lungamente desiderata da Allamano, il primo africano alla guida della Consolata celebra i cento anni della GMM nello spirito indicato da Papa Leone XIV nel messaggio per la GMM, «Uno in Cristo, uniti nella missione»: Lengarin vede questo centenario «non come una semplice ricorrenza, ma come un invito alla comunione, alla corresponsabilità e a un nuovo slancio missionario».

Per padre Lengarin, i cento anni della Giornata Missionaria Mondiale raccontano una trasformazione profonda della coscienza missionaria della Chiesa: «Siamo passati – osserva – da una concezione della missione come movimento da alcuni Paesi cristiani verso terre lontane a una consapevolezza più profonda che tutta la Chiesa è missionaria e che ogni battezzato è un discepolo missionario». Il Concilio Vaticano II, la crescita delle Chiese locali, il protagonismo dei laici, il dialogo ecumenico e interreligioso hanno progressivamente modificato la geografia della missione: «Oggi non esistono più soltanto Paesi che inviano e Paesi che ricevono: tutti danno e tutti ricevono». Per questo il centenario «non è soltanto memoria, ma una chiamata a una nuova epoca missionaria».

Anche il significato dell’espressione "ad gentes" si è ampliato, nota: non indica soltanto l’andare verso un altro continente, verso popoli non cristiani, ma «uscire da se stessi, dalla propria cultura, dalle proprie sicurezze, per incontrare popoli, contesti e persone dove il Vangelo non è conosciuto o non è più percepito come una buona notizia». La distanza, spiega il Superiore generale della Consolata, può essere geografica, ma anche «umana, culturale, religiosa, esistenziale». È una prospettiva che mantiene intatto il carisma dell’Istituto: andare verso i luoghi più poveri, i più vulnerabili, i migranti, le realtà nelle quali la presenza della Chiesa è più fragile.

Da qui nasce anche una diversa comprensione delle “nuove periferie missionarie”: esse sono «le zone segnate dalle guerre, le rotte migratorie e i campi profughi, i popoli indigeni e le minoranze dimenticate, le comunità colpite dalle crisi ambientali, ma anche le grandi città attraversate dalla solitudine, dalle disuguaglianze e dalla perdita di senso». E c’è, poi, il “continente digitale”, dove molti giovani «non incontrano più un linguaggio ecclesiale comprensibile». In questi luoghi, osserva Lengarin, anche laddove l’annuncio esplicito non è possibile, «il Vangelo si testimonia attraverso la presenza umile, rispettosa e fedele dei missionari».

La missione, allora, comincia dall’ascolto: «Si parte dall’ascoltare, dal condividere la vita, dal servire senza discriminazioni e anche dal lasciarsi evangelizzare da coloro che incontriamo», nota. E le opere di carità, che nella vita dei missionari accompagnano l’ascolto, «non sono una strategia per arrivare all’annuncio, né un suo sostituto: sono manifestazione dell’amore di Dio». Quando nasce la fiducia e l’altro domanda «la ragione della nostra speranza – racconta – allora è possibile dire con semplicità e con fede il nome di Gesù». L’obiettivo è generre «percorsi di consolazione, giustizia, pace e speranza».

In questa prospettiva si colloca anche il dialogo interreligioso. Per Lengarin esso «appartiene alla missione, perché evangelizzare non significa “conquistare”, ma testimoniare Cristo con rispetto e verità». «Dialogare non significa rinunciare alla propria identità, bensì viverla senza paura, riconoscendo i semi di bene che lo Spirito suscita nelle persone e nelle diverse tradizioni religiose», ricorda. Nella missione dei religiosi della Consolata questo dialogo passa concretamente dalla collaborazione per la pace, dall’educazione, dalla cura dei malati, dalla difesa della dignità umana e dall’amicizia con gli appartenenti ad altre religioni: «Il dialogo della vita – sottolinea – spesso precede e rende credibile quello teologico».

La missione oggi, osserva, «è sempre più circolare». Le Chiese di antica tradizione cristiana ricevono oggi missionari dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina. «Questo ci obbliga a superare l’idea che alcune Chiese siano sempre maestre e altre sempre destinatarie», nota. «I missionari provenienti dal Sud del mondo portano una fede giovane, nuove sensibilità pastorali e una ricchezza culturale che può trasformare anche le Chiese che li accolgono. Ciò che conta – dice Lengarin – non è da dove veniamo, ma a chi siamo inviati e come possiamo servire insieme».
Questa reciprocità coinvolge anche i laici. La corresponsabilità, osserva il Superiore generale, «non nasce semplicemente dalla necessità di avere più volontari, ma nasce dal Battesimo». «I laici – specifica il Superiore generale - non sono soltanto collaboratori del clero o dei religiosi, ma soggetti della missione nella famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella politica e nell’economia. Per questo occorre coinvolgerli nel discernimento e nelle decisioni, nella formazione spirituale e missionaria, riconoscendo i doni di donne, uomini e giovani. Occorre pensare, decidere e agire insieme».

Il cammino missionario passa, infine, dalla comunione. Richiamando il messaggio di Papa Leone XIV per il centenario della GMM, Lengarin insiste sul fatto che «la prima responsabilità della Chiesa è mantenere viva l’unità spirituale e fraterna»: «La comunione è fonte e frutto della missione». Quando prevalgono conflitti, polarizzazioni e diffidenze, la testimonianza perde forza.
In particolare nelle comunità internazionali della Consolata, «l’unità non significa uniformità: essa nasce dalla preghiera comune, dall’Eucaristia, dall’ascolto paziente, dalla correzione fraterna e dalla disponibilità a conoscere lingue, sensibilità e modi di vivere differenti. Le differenze culturali, se accolte come dono, possono diventare una testimonianza profetica: persone diverse possono essere una sola famiglia in Cristo e una sola comunità missionaria».

Da dove viene, allora, la forza per continuare a partire? «L’amore è la sostanza della missione», risponde Lengarin, riferendosi ancora al messaggio del Papa per la GMM. «La fonte quotidiana è l’unione con Cristo, nella Parola, nell’Eucaristia, nella preghiera e nella fraternità. Nella spiritualità della Consolata l’Eucaristia è sorgente e culmine dell’evangelizzazione. Ma la forza viene anche dai poveri, in cui Cristo si fa presente, e dalla presenza silenziosa di Maria Consolata». «Nei momenti difficili, poi - nota - ritorna una consapevolezza essenziale: non siamo noi quelli che salvano il mondo. Il missionario è chiamato a restare accanto alle persone, con fedeltà, lasciando che l’amore di Dio passi attraverso piccoli gesti concreti e perseveranti».

Ai giovani, nel centenario della GMM, Lengarin affida un invito semplice e forte, dicendo a ciascuno di loro: «Àlzati»: «Àlzati dall’indifferenza, dalla paura di sbagliare e dall’idea che la tua vita debba essere costruita soltanto per te stesso». La missione non comincia quando si parte per un altro continente, ma quando ci si lascia toccare dalla vita di Cristo: «Non abbiate paura – dice ai giovani - di fare domande grandi a Dio e di lasciarvi scomodare. Il mondo ha bisogno del vostro coraggio, della vostra creatività e della vostra capacità di costruire legami». E chi non avverte una particolare inquietudine missionaria può cominciare dalla prossimità: «L’incontro apre strade che non avevamo previsto».

Il primo africano alla guida della Consolata arriva in Etiopia portando nel cuore la convinzione che la missione continui a essere, prima di tutto, un movimento di uscita da sé verso il prossimo. Quella terra, sognata dal fondatore, diventa oggi anche il luogo da cui guardare a una missione che, in un secolo di storia, è cambiata ma che conserva il nucleo essenziale, il dono del Vangelo di Cristo al mondo.
Oggi l’Istituto dei Missionari della Consolata conta 948 missionari, presenti in quattro continenti e in 33 Paesi: 613 in Africa, 203 in Europa, 125 nelle Americhe e 7 in Asia; tra loro 680 sacerdoti, 26 fratelli, 15 vescovi e 228 professi studenti.

(Agenzia Fides 13/10/2026)


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