ASIA/BANGLADESH - Il Vescovo Tudu: "Il futuro della Chiesa è nei popoli tribali. A Dinajpur ogni anno oltre mille nuovi battezzati"

lunedì, 13 luglio 2026

Diocese of Dinajpur

di Paolo Affatato

Dinajpur (Agenzia Fides) – "La speranza della Chiesa in Bangladesh sta nelle popolazioni tribali. Possiamo dire che il futuro della Chiesa è lì". Con queste parole il Vescovo di Dinajpur, Sebastian Tudu, descrive all'Agenzia Fides la vitalità della diocesi situata nel Nordovest del Bangladesh, dove la comunità cattolica continua a crescere grazie all'annuncio del Vangelo tra le popolazioni indigene, in particolare i Santal e gli Orao.

Eretta nel 1927, la diocesi di Dinajpur, su una popolazione di circa 18 milioni di abitanti, conta circa 100mila cattolici, circa lo 0,6% della popolazione. La diocesi è articolata in oltre 30 parrocchie e ha numerose stazioni missionarie sparse nei villaggi tribali del territorio, con sacerdoti, religiosi, religiose e catechisti impegnati nell'evangelizzazione, nell'istruzione e nella promozione umana. La assoluta maggioranza dei fedeli cattolici appartiene ai gruppi etnici tribali, in particolare Santal e Orao, comunità da cui continuano a provenire famiglie che scelgono la fede cristiana.

"Nel territorio di Dinajpur vivono numerose comunità tribali, mescolate tra loro. È una delle diocesi in cui la presenza cattolica è diffusa soprattutto tra queste popolazioni", racconta il Vescovo a Fides. "Tra i Santal e gli Orao vediamo una grande possibilità di evangelizzazione. La Chiesa di Dinajpur si espande e cresce ogni anno".
Il processo, racconta, nasce sempre dall'iniziativa delle stesse comunità: "Il nostro modo di evangelizzare è anzitutto quello di portare un primo annuncio e un prima testimonianza di fede in luoghi remoti. Mandiamo catechisti, sacerdoti e religiose nei villaggi dove non c'è ancora nessun cristiano. Molto spesso sono gli abitanti stessi a invitarci. Chiedono di conoscere la fede cristiana e manifestano il desiderio di ascoltare il Vangelo".

Da quel primo incontro prende avvio un percorso di catecumenato che richiede tempo e preparazione: "Sacerdoti e catechisti iniziano a frequentare il villaggio e alcuni abitanti diventano ufficialmente 'catecumeni'. Dopo un cammino di circa un anno possono ricevere il battesimo; talvolta occorre più tempo, perché vogliamo che siano preparati bene. Imparano la liturgia, le preghiere, comprendono e sperimentano la vita cristiana. In questo modo prepariamo la nascita di una comunità cristiana in quel villaggio".

Non si tratta soltanto di conversioni individuali: "A volte battezziamo dieci, quindici o venti famiglie insieme. Talvolta un intero villaggio accoglie il Vangelo". È così, osserva il Vescovo, "la comunità cattolica continua a crescere costantemente, grazie a Dio". La crescita è visibile anche nell'organizzazione pastorale della diocesi: "Quasi ogni anno apriamo una nuova parrocchia", afferma mons. Tudu. "Ogni anno abbiamo più di mille nuovi battezzati. Le comunità ci sono, sono pronte. Ma, per erigere una nuova parrocchia, dobbiamo predisporre tutto il necessario: la chiesa, la canonica, le strutture. A volte le difficoltà economiche rallentano questo processo. Ma la gente c'è. Questo per noi è un grande segno di speranza".

Secondo il Vescovo Tudu, il dinamismo missionario della Chiesa bangladese è oggi chiaramente legato ai popoli indigeni: "La Chiesa in Bangladesh può crescere soprattutto tra le popolazioni tribali. La maggioranza dei cattolici nel nostro Paese, che è a larga maggioranza islamica, appartiene a queste comunità. Per questo diciamo che la speranza e il futuro della Chiesa sono proprio i tribali".
In Bangladesh non esiste una legge che vieti ai musulmani di convertirsi al cristianesimo e la Costituzione garantisce formalmente la libertà di religione, compresa la possibilità di professare, praticare e propagare una fede. Tuttavia, sul piano sociale e familiare, la conversione di un musulmano al cristianesimo può comportare forti pressioni e un convertito dall'islam può subire isolamento, rottura dei rapporti familiari, discriminazioni, perdita del lavoro o anche minacce e aggressioni da parte di gruppi estremisti. In tale quadro, per preservare l'armonia interreligiosa, l'opera di annuncio e predicazione della Chiesa cattolica si rivolge soprattutto alle popolazioni indigene non musulmane.

Il Vescovo Tudu indica anche le ragioni dell'apertura di tali popoli al cristianesimo: "Certamente esistono alcuni elementi culturali che rendono più facile l'incontro con la nostra fede, ma non è questo il motivo principale. Quando essi ricevono un'istruzione, quando imparano a riflettere e a ragionare, riscoprono la loro dignità. La Chiesa promuove l'istruzione e quei popoli ne sono profondamente grati". "Ma ciò che li attrae davvero - prosegue - è il Vangelo. Le parole di Gesù, come 'Beati i poveri', parlano direttamente al loro cuore. Nel Vangelo trovano una Parola di vita. Questi popoli praticano ancora culti tradizionali e forme di animismo e scoprono nella Parola di Dio una guida per la loro esistenza. Per loro è un grande dono e un punto di riferimento solido, una guida sicura".
Lo stesso Vescovo Tudu appartiene al popolo Santal. "Sono un Santal. Mio padre era già stato battezzato e io ho ereditato la fede dalla mia famiglia. Oggi vedo tanti membri del nostro popolo accogliere il cristianesimo e questo mi riempie di gioia".

La crescita della Chiesa si riflette anche nell'aumento delle vocazioni: "Tra le popolazioni tribali nascono molte vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. L'entusiasmo è grande, perché sono comunità che hanno conosciuto la fede da relativamente poco tempo. Vediamo l'opera di Dio in loro. E' un grande dono per noi".
Il Vescovo sottolinea, inoltre, il clima di convivenza pacifica che caratterizza i villaggi della diocesi: "Non abbiamo problemi né con i musulmani né con i tribali che non si sono convertiti. Vivono tutti fianco a fianco. Fra gli indigeni, alcuni seguono ancora l'animismo, altri sono cristiani, ma partecipano insieme alle attività sociali e culturali, ai matrimoni, alle celebrazioni, alle feste del villaggio. Sono persone semplici, pacifiche e felici".
Molte di queste famiglie vivono nelle aree rurali, ai margini delle foreste, e si dedicano principalmente all'agricoltura. "Il livello di istruzione - nota - è ancora basso. Per questo una parte fondamentale della missione della Chiesa consiste nel promuovere la scuola e accompagnare i bambini e i giovani nel loro percorso educativo. Le famiglie apprezzano molto questo servizio".

Nel ricordare la storia della diocesi, mons. Tudu esprime una profonda riconoscenza verso i missionari che hanno gettato le basi della Chiesa locale. "Abbiamo ricevuto un dono immenso dai missionari, come quelli del Pontificie Istituto Missioni estere (PIME). Molti oggi sono anziani oppure ci hanno già lasciato. Verso di loro nutriamo una gratitudine profonda. Non solo hanno fondato la nostra la Chiesa, ma hanno contribuito anche allo sviluppo umano, sociale ed educativo delle nostre comunità".

Lo sguardo di mons. Tudu si apre al futuro: "Sono molto fiducioso. Speriamo che la Chiesa universale continui a sostenere la nostra piccola Chiesa. Ne abbiamo ancora bisogno, perché la missione continua e il Signore continua a chiamare nuove persone alla fede".
(Agenzia Fides 13/7/2026)


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