L’AI non è fatta solo di bit ma soprattutto di atomi: le conseguenze ambientali della nuova "promessa tecnologica"

sabato, 23 maggio 2026

di Luca Mainoldi

Roma (Agenzia Fides) - In occasione della presentazione il 25 maggio della prima Enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’Intelligenza Artificiale (AI), è utile tener presente anche l'impatto dell'AI sul consumo di risorse naturali.
L’AI non è un semplice algoritmo, ma un insieme complesso di data center, cavi di comunicazione a fibra ottica, sistemi di alimentazione e di raffreddamento, ed altro. Insomma l’intelligenza artificiale non è fatto solo di dati e di algoritmi ma di infrastrutture fisiche importanti: non solo bit ma atomi.
Negli Stati Uniti le comunità locali stanno già avvertendo l’impatto della proliferazione dei data center utilizzati per l’AI. A gennaio 2026 erano stati recensiti negli USA oltre 3.900 dati center ovvero il 37% del totale mondiale. Già questo dato rende l’idea del divario tra chi detiene il controllo dell’infrastruttura fisica e chi ne è solo un utilizzatore. Si tenga conto inoltre che le principali società americane del settore posseggono e gestiscono data center in diverse aree del mondo.
Il rovescio della medaglia è rappresentato in primo luogo dai forti consumi elettrici con un importante impatto sulle comunità locali. “Un singolo data center moderno dedicato all'intelligenza artificiale può consumare tanta energia quanto 100.000 abitazioni; quelli più grandi attualmente in costruzione ne consumeranno fino a 20 volte tanto” (fonte: Carla Walker and Ian Goldsmith From Energy Use to Air Quality, the Many Ways Data Centers Affect US Communities, World Resources Institute, 17 febbraio 2026). Per raffreddare i circuiti dei centri dati occorrono inoltre enormi quantitativi di acqua. “Le strutture di medie dimensioni possono utilizzare fino a 1.135.623 litri d'acqua al giorno, mentre quelle di grandi dimensioni possono consumarne fino a 18.927.000 litri al giorno, una quantità paragonabile a quella utilizzata da una piccola città. Stime recenti prevedono che entro il 2028 i data center statunitensi dedicati all'intelligenza artificiale potrebbero richiedere fino a oltre 121 miliardi litri d'acqua all'anno. Questa quantità è sufficiente a soddisfare il fabbisogno idrico domestico di circa 360.000 famiglie” (Ibid.).
Per costruire le infrastrutture dedicate all’AI occorrono inoltre grandi quantità di minerali critici: dalla cosiddette terre rare a rame, alluminio, cobalto, grafite, ed altro. Le maggiori potenze e le grandi società dell’AI sono ormai in competizione per accaparrarsi questi minerali indispensabili non solo per l’AI ma pure per le energie rinnovabili e per la costruzione di armi.
Per quanto riguarda l’AI secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), la crescita dei data center potrebbe incrementare la domanda globale entro il 2030 di circa il 2% per il rame, del 3% per le terre rare e fino all'11% per il gallio. Ad esempio, entro il 2030 saranno necessarie ulteriori 512 tonnellate di rame per i data center, mentre l'AIE prevede che l'offerta globale di rame subirà una carenza entro il 2035.
A parte la Cina che domina i processi di estrazione e di raffinazione delle terre rare, è l’Africa a essere terreno di caccia delle maggiori potenze e delle società impegnata nell’AI. L’'Africa infatti detiene il 30% delle riserve mondiali di minerali critici, essenziali per l'elettronica e l'hardware per l'intelligenza artificiale, ma si accaparra solo il 10% delle entrate globali generate da queste risorse.
Il continente è ricco di minerali come cobalto, litio e grafite, tutti essenziali per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Uno degli attori chiave è la Repubblica Democratica del Congo che possiede le maggiori riserve mondiali di cobalto, oltre che di altri minerali strategici (vedi Fides 1/2/2023). Lo stesso è lo Zimbabwe che possiede importanti giacimenti di litio, indispensabili per le batterie agli ioni di litio, utilizzate non solo per le automobili elettriche ma anche per i gruppi di continuità dei data center (sul litio africano vedi Fides 19/8/2023). Altro materiale cruciale è la grafite della quale Paesi come Madagascar e Mozambico, possiedono consistenti giacimenti. Nell’ambito della diversificazione degli approvvigionamenti di terre rare, per non dipendere dalla Cina, diversi Paesi occidentali stanno cercando nuovi giacimenti in Africa. Il Sudafrica, già Paese chiave per i metalli del gruppo del platino (PGM), viene visto come un’importante fonte alternativa di elementi delle terre rare (REE). Il Paese ha diversi giacimenti noti, principalmente di monazite e altri minerali come apatite ed euxenite, concentrati nelle regioni del Capo Occidentale e Settentrionale e del Limpopo. Altri produttori africani di REE sono Madagascar e Burundi (vedi Fides 25/9/2015), mentre sono in fase di avvio progetti di sfruttamento in Angola, Malawi, Namibia, Tanzania e Uganda. Altri Paesi con potenziali giacimenti di REE sono Kenya, Zambia e altri ancora.
L’estrazione di questi minerali comporta danni ambientali gravissimi: produzione massiccia di rifiuti tossici e radioattivi; inquinamento idrico e del suolo per l’uso di sostanze velenose nel processo estrattivo e di lisciviazione, e per lo scarico degli scarti di lavorazione; inquinamento atmosferico per le polveri radioattive ed emissioni derivanti dai processi di lavorazione; deforestazione, erosione del suolo e perdita di biodiversità.
Come disse in un’intervista all’Agenzia Fides, l’allora Presidente della CENCO (Conferenza Episcopale Nazionale del Congo) Mons. Marcel Utembi Tapa, Arcivescovo di Kisangani, “Le conseguenze ambientali dello sfruttamento delle risorse minerali congolesi sono vaste e gravi perché avviene senza rispettare le norme” (vedi Fides 10/11/2023). (Agenzia Fides 23/5/2026)


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