Laghouat (Agenzia Fides) - Un mese fa papa Leone XIV metteva piede sul suolo algerino per una visita storica. Incontrava un popolo attraversato da un profondo senso religioso e celebrava la Messa nella basilica di Sant’Agostino ad Annaba, dopo aver visitato, visibilmente commosso, il sito archeologico dell’antica Ippona, la città dove fu Vescovo il santo delle “Confessioni” e della “Città di Dio”. Nell’omelia rivolgeva allora un forte appello alla comunità cristiana locale: «Su questa terra, cari cristiani d’Algeria, restate un segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni autentiche e un dialogo vissuto giorno per giorno: darete così sapore e luce ai luoghi in cui vivete. La vostra presenza nel Paese fa pensare all’incenso: un grano incandescente che diffonde il suo profumo perché rende gloria al Signore e porta gioia e conforto a molti fratelli e sorelle». Questo incenso, «piccolo elemento prezioso», simbolo di una presenza discreta ma persistente, il Papa incoraggiava a diffonderne il «soave odore» attraverso la lode, la benedizione e la supplica.
L’appello non è caduto nel vuoto. Nella diocesi di Laghouat Ghardaïa il vescovo Diego Sarrió Cucarella, missionario spagnolo dei Padri Bianchi, già Presidente del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (PISAI) dal 2017 al 2024, ha appena pubblicato la sua prima lettera pastorale riflettendo sull’invito di Papa Leone XIV, e richiamando il deserto algerino come luogo in cui vibra anche la testimonianza dei battezzati nel nome di Cristo.
«Per quanto riguarda il tema del deserto, esso nasce anzitutto dall’esperienza concreta della nostra Chiesa locale. Nel sud dell’Algeria il deserto non è soltanto una realtà geografica: è una scuola spirituale e umana», confida il vescovo a Fides; e ancora: «Il deserto ci ricorda la nostra fragilità, il bisogno degli altri e il bisogno di Dio. Ci insegna la sobrietà, l’essenziale, la pazienza e una fraternità concreta». L’altro elemento decisivo è la visita del Papa. «Ho voluto pubblicare questa lettera proprio ora perché la visita del Santo Padre ha rappresentato per noi una grazia e una luce», confida il vescovo a Fides, aggiungendo che le parole del Pontefice hanno aiutato la comunità a rileggere «più profondamente la nostra vocazione di piccola Chiesa presente in mezzo a un popolo a maggioranza musulmana». «Penso anche che la visita abbia avuto un significato importante per l’intera società algerina. Molti hanno percepito nei gesti e nelle parole del Santo Padre un sincero rispetto verso la storia, l’identità religiosa e la dignità del popolo algerino. I suoi richiami alla pace, alla fraternità e al dialogo hanno trovato una risonanza reale, soprattutto in un Paese segnato da una memoria ancora viva dei conflitti degli anni passati», prosegue. «Ci auguriamo inoltre che il clima di fiducia e di rispetto reciproco, rafforzato da questa visita, possa favorire, col tempo, anche un’evoluzione positiva di alcuni aspetti amministrativi e giuridici che riguardano la vita della Chiesa cattolica nel Paese, sempre nello spirito del dialogo e del bene comune», aggiunge, prima di sottolineare: «Credo che uno dei frutti più preziosi sia stato quello di aver dato visibilità a quel “dialogo della vita” che qui si vive quotidianamente in modo semplice e discreto: relazioni di amicizia, ospitalità reciproca, vicinanza umana e rispetto reciproco tra cristiani e musulmani».
L’immagine del «granello d’incenso», in particolare, esprime con semplicità e profondità ciò che questa presenza ecclesiale è chiamata a vivere: «una presenza discreta, fraterna, orante, che non cerca la messa in primo piano ma la fedeltà evangelica», osserva il vescovo.
La lettera si apre proprio su questo simbolo. Riprendendo l’immagine del granello d’incenso, egli afferma che la Chiesa non viene definita secondo categorie di potere, influenza o successo, ma secondo la logica evangelica dell’offerta, della discrezione e della fecondità nascosta. Per questo la lettera assume innanzitutto un tono contemplativo. Il vescovo non propone un programma fatto di ricette facili da applicare, ma piuttosto una meditazione spirituale sulla forma che la testimonianza cristiana è chiamata ad assumere in questa terra, articolata attorno a tre dimensioni: una presenza umile in mezzo al popolo algerino, una vita che si dona silenziosamente e un orientamento costante verso Dio, dal quale soltanto può nascere una vera fraternità.
Il deserto, scrive il vescovo, non è «soltanto una realtà geografica, ma una vera e propria scuola spirituale». La lunga citazione papale riportata nella lettera chiarisce questo punto con forza: «Nel deserto non si sopravvive da soli. I rigori della natura riportano alla loro giusta misura ogni pretesa di autosufficienza e ricordano a ciascuno che abbiamo bisogno gli uni degli altri e che abbiamo bisogno di Dio».
La riflessione del vescovo assume questa frase come una vera ermeneutica del presente. Nel deserto cadono le illusioni di autosufficienza, ed è proprio per questo che la Chiesa può riscoprire il suo volto più autentico: una comunità relazionale e interdipendente, sotto lo sguardo di Dio, perché il deserto è il luogo in cui Dio parla al cuore del suo popolo. È luogo di prova e, allo stesso tempo, di purificazione, dove lo stesso Cristo si ritira prima della missione. «Così, il deserto non ci impoverisce: ci ricentra. Non ci chiude: ci apre all’essenziale», prosegue mons. Diego Sarrió Cucarella. Il deserto assume tratti molto concreti. Il vescovo richiama infatti il dramma dei migranti che attraversano il Sahara, ricordando che esso, come il Mediterraneo, non deve mai diventare un luogo in cui la speranza si spegne o in cui la vita umana è dimenticata.
In questo contesto, Charles de Foucauld è una figura di primo piano di questa «scuola del deserto». Di lui il vescovo sottolinea soprattutto lo stile: «Ciò che colpisce del suo cammino non è anzitutto ciò che ha fatto, ma il modo in cui ha scelto di vivere. Non è venuto con progetti visibili o ambizioni umane. Ha semplicemente scelto di abitare questo Paese, di condividere la vita di coloro che lo circondavano e di stare davanti a Dio in una fedeltà umile e quotidiana». A sostegno, cita la meditazione del «fratello universale» sul testo di Luca 8,16: «Tutta la nostra esistenza, tutto il nostro essere deve gridare il Vangelo dai tetti; tutta la nostra persona deve respirare Gesù». Non si tratta dunque di logorarsi in un attivismo missionario, ma prima di tutto di lasciarsi abitare da Cristo. «Essere come un granello d’incenso significa accettare di non essere al centro», sottolinea il vescovo.
Viene poi la dimensione dell’offerta: «l’incenso diffonde il suo profumo solo consumandosi», e questo diventa una metafora «della fedeltà nelle cose semplici e ripetitive», della «pazienza nelle relazioni», della «perseveranza nelle difficoltà», del «dono di sé senza riconoscimento». Più che una teologia generale della minoranza, mons. Cucarella propone una teologia della relazione e della semplicità, dell’autenticità della vita cristiana, che dà forma a un concreto stile di vita ecclesiale: piccolo ma non ripiegato su sé stesso, fragile ma non impaurito, contemplativo ma non disincarnato, fraterno senza ambizioni di conquista. Una Chiesa che accetta la propria piccolezza non come un fallimento, ma come lo spazio in cui Dio può agire più liberamente. È in questo che Comme un grain d’encens assume una grande portata, perché mostra che, in un’epoca spesso ossessionata dalla visibilità e dalle cifre, la fecondità cristiana può avere il volto semplice di una presenza che prega, serve, accompagna e, attraverso i gesti semplici di ogni giorno, impregna l’aria di un delicato profumo di Vangelo. (ML) (Agenzia Fides 20/5/2026)