Wecare
di Laura Gómez Ruiz
Roma (Agenzia Fides) – Lasciare per alcune settimane la propria casa e le proprie “zone di conforto”, avventurarsi in un altro Paese e condividere tempo e lavoro con persone la cui vita è molto diversa. Per alcuni giovani, le vacanze possono trasformarsi in un’esperienza di incontri e di prossimità con realtà lontane, dove tutto può diventare occasione per interrogarsi su se stessi, sugli altri e sui desideri del proprio cuore.
È quanto accade spesso nelle esperienze missionarie promosse da “Wecare”, una realtà italiana le cui radici risalgono a vent’anni fa e che ogni anno coinvolge numerosi giovani in progetti in Italia e in altri Paesi.
Un inizio peruviano
La storia è iniziata nel 2005, quando Fernando Lozada Baldoceda, iniziatore delle esperienze di volontariato all’estero e oggi direttore di Wecare, organizzò un primo viaggio in Perù con tre universitari. «È stato il primo tentativo di un viaggio di volontariato», ricorda. Nel 2006 l’esperienza ha iniziato a strutturarsi come gruppo e, negli anni successivi, è cresciuta fino a coinvolgere decine di giovani. Nel 2011 è stata creata una struttura giuridica per sostenere il progetto e, dopo diverse tappe e l’ampliamento delle attività anche in Italia, nel 2023 è nata Wecare nella forma che ha oggi.
Le scoperte di Camilla e Benedetta
Per Fernando, più che l’evoluzione di un’organizzazione, questi vent’anni raccontano la storia di giovani che hanno scoperto di avere un tesoro da condividere, e hanno scelto di mettersi in gioco.
«C’è molta più gioia nel dare che nel ricevere», racconta Camilla, di Roma, che dopo aver partecipato a un’esperienza in Argentina nel 2025 ha deciso di partire nuovamente quest’anno, questa volta per il Brasile. «Ho scelto di partecipare una seconda volta perché questa esperienza non aiuta soltanto gli altri, aiuta anche me», spiega. Il contatto con gli altri permette – dice Camilla - di «toccare corde di te che nella vita quotidiana non tocchi» e di conoscersi in modo diverso.
In Brasile, uno degli incontri che più l’ha segnata è stato quello con la comunità di Milan dos Coelhos. «Ciò che mi ha colpito di più è stato l’amore che circondava la comunità», ricorda. In particolare, l’ha colpita il modo in cui le persone si prendevano cura di Evinho, un anziano della comunità. Questo le ha fatto scoprire che, pur avendo molto poco, non mancava loro quello che per lei è il valore più importante: «l’amore per il prossimo, la prossimità e l’aiuto gratuito».
Al ritorno, quell’esperienza aveva cambiato anche il suo modo di guardare alla propria vita. «Sono tornata con una maggiore consapevolezza e con più voglia di aiutare gli altri», racconta. L’esperienza, aggiunge, «ha ridimensionato le mie priorità» e le ha fatto comprendere meglio ciò per cui vale la pena lottare. Si sente anche «più grata per quello che ho e per ciò che mi circonda».
Anche Benedetta ha scelto di ripartire. Dopo il Perù nel 2022 e il Camerun nel 2025, quest’anno è tornata in Brasile. La frase «C’è più gioia nel dare che nel ricevere» ha accompagnato le sue esperienze. «Mi sento fortunata, ricevo molto ogni giorno e volevo capire che cosa significa davvero dare», spiega.
Durante le settimane dell’esperienza, racconta, «ci si spoglia della materialità e si vive per dare energia, amore e sorrisi» a una comunità che ha ricevuto molto meno. Ma l’esperienza della gratuità si riverbera anche sul gruppo dei volontari, e li coinvolge nella percezione di essere diventati un’unica famiglia con le persone che si è venuti a incontrare e servire.
Uno dei momenti che ricorda maggiormente non è legato a un’attività concreta, ma a una scena che ha improvvisamente ridotto la distanza percepita al suo arrivo.
Mentre attraversava una comunità di Recife, ha visto abitazioni su palafitte, appena sostenute sopra un fiume pieno di rifiuti. «Ho sentito una distanza enorme», ricorda. Poi ha visto due bambine scalze e un bambino piccolo che cercava la mano della sorella. Quel gesto le ha ricordato la propria infanzia, quando cercava l’attenzione del fratello maggiore. In quel momento ha riconosciuto qualcosa di sé in quel bambino. «Mi ha fatto capire che quel bambino avrei potuto essere io», racconta. «È questo che fa Wecare: accorciare quella distanza che percepiamo», spiega.
Dopo queste esperienze, Benedetta ha imparato anche a guardare in modo diverso alla vulnerabilità. «Queste persone e questi bambini mostrano le loro vulnerabilità con un sorriso», racconta. Questo l’ha aiutata a condividere le proprie debolezze, gioie e paure «senza vergogna», costruendo un rapporto di fiducia sia con la comunità sia con gli altri volontari.
Niente di scontato e “automatico”
Per Fernando Lozada Baldoceda, è proprio qui che risiede una delle possibilità offerte da queste esperienze. Uscendo da casa e dalle proprie sicurezze abituali, i giovani si trovano in un contesto diverso, insieme ad altri giovani e a diretto contatto con realtà di povertà e difficoltà. A questo si aggiunge un percorso di riflessione ispirato al Vangelo. «I giovani partecipano a progetti che hanno un impatto reale e significativo», osserva. Non si tratta semplicemente di svolgere una piccola attività per avere la sensazione di aver dato il proprio contributo, ma di poter intervenire direttamente in progetti concreti e «toccare con mano l’aiuto» che viene offerto e ricevuto.
Il seme buono e le frasi fatte
Wecare definisce questo percorso un’esperienza di «pre-evangelizzazione»: non si tratta di catechesi, ma di aprire interrogativi spiazzanti sulla propria identità, sull’amore, sull’amicizia, sulla sofferenza, sulla felicità, sulla missione e sulla vocazione.
Lozada Baldoceda insiste sul fatto che nulla di tutto questo avviene automaticamente. Ogni giovane rimane libero nel vivere l’esperienza, su quanto lasciarsi interpellare da essa e su cosa fare poi di ciò che ha scoperto. Il viaggio, nelle sue parole, è un «contesto favorevole» per guardarsi dentro. Ma «niente è automatico, tutto è legato alla libertà di ciascuno, al fatto che voglia utilizzare bene il proprio tempo, essere generoso e guardarsi dentro con profondità».
L’esperienza, inoltre, non pretende di produrre una trasformazione immediata. Due settimane non possono cambiare da un giorno all’altro un modo di pensare e di vivere consolidatosi nel corso degli anni. Ciò che Fernando vede è qualcosa di più intimo e discreto: «una maggiore consapevolezza di chi è ciascun giovane, una maggiore gratitudine e una nuova possibilità di guardare alla propria vita con misericordia e riconoscerne il valore».
È come un seme, spiega. «Qualcosa viene seminato» e poi darà frutto «nel tempo di ogni giovane e secondo il modo in cui si prenderà cura di quel seme». Ciò che rimane non deve necessariamente tradursi subito in una nuova attività o in una decisione visibile. «La speranza è che rimanga nel cuore la consapevolezza del valore prezioso della propria vita e delle cose belle che si possono fare con essa», afferma.
Dopo tanti anni trascorsi ad accompagnare queste esperienze, anche il suo sguardo sui giovani è lontano dai pregiudizi e le frasi fatte sulla “generazione incapace di impegnarsi”. Fernando non crede che tra le nuove generazioni si sia spento il desiderio di essere felici, fare il bene o di vivere con radicalità. «Se si criticano i giovani, non è perché il loro cuore non desideri la radicalità, fare cose buone, fare cose belle», sostiene.
«Se gli adulti fanno tutto al posto loro -spiega-, possono finire per non avere fiducia nella capacità dei giovani di affrontare le difficoltà, assumersi responsabilità e crescere da soli». Il ruolo degli adulti dovrebbe essere invece quello di accompagnarli e creare le condizioni perché possano scegliere liberamente una vita donata agli altri.
Camilla è tornata dal Brasile con priorità diverse e Benedetta ha scoperto che una scena apparentemente semplice poteva far scomparire la distanza tra due mondi. Le loro esperienze mostrano, attraverso due storie diverse, ciò che Fernando ha visto ripetersi negli anni: quando ai giovani viene offerto uno spazio reale per servire, incontrare gli altri e affrontare le difficoltà, emerge anche una capacità di donarsi che non sempre si vede nella vita quotidiana. L’esperienza, allora, non finisce necessariamente quando termina il viaggio. Può rimanere una domanda, una gratitudine, uno sguardo nuovo o semplicemente un seme che ha ancora bisogno di tempo per crescere.
(Agenzia Fides 23/09/2026)
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