Il Vescovo Martinelli: La “Chiesa dei lavoratori immigrati” messa alla prova dalla guerra

lunedì, 16 marzo 2026 chiese locali   aree di crisi   immigrati   lavoro   conflitti armati   geopolitica  

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Liturgia per la festa di San Giuseppe a Abu Dhabi, 19 marzo 2025

di Gianni Valente

Abu Dhabi (Agenzia Fides) - Nei territori del Vicariato apostolico dell’Arabia del Sud - che comprende Emirati Arabi, Oman e Yemen -, quelli che condividono la fede cattolica, a partire dal Vescovo, sono tutti immigrati. Così sono nate le comunità ecclesiali oggi disseminate nella Penisola arabica. Non per calcoli e programmazioni. Seguendo le urgenze della vita reale: trovare un lavoro per vivere e far vivere i propri cari.
Ora, anche su di loro e sulla loro condizione si proietta l’ombra della guerra. Anche gli Emirati Arabi sono bersaglio di droni e missili iraniani, dopo l’attacco israelo-statunitense all’Iran. E anche sui cristiani impiegati nelle metropoli, nei cantieri e negli impianti il futuro diventa ancor più un’incognita.

Una comunità di espatriati per lavoro, lontani dalle proprie case, può perdurare se il conflitto fa fuori anche il lavoro? O può disperdersi alla lunga come vento nel vento, se si bloccano i flussi economici e produttivi da cui i lavoratori traggono il loro spesso magro salario?

Il Vescovo Paolo Martinelli, Vicario apostolico, visita comunità e parrocchie nel tempo di Quaresima. Vede e ascolta. Racconta all’Agenzia Fides di trovare conforto “nelle preghiere dei bambini per la pace”. Sperimenta che anche nella provvisorietà che rischia di diventare precarietà “il popolo di Dio è un popolo fedele”. E ripete le parole dell’Apostolo di cui porta il nome: “niente ci può separare dall’amore di Cristo”.

I cattolici del Vicariato apostolico sono lavoratori immigrati. Che impatto ha la guerra sulla loro condizione di lavoratori? Chiudono le aziende?

MARTINELLI: I nostri fedeli condividono le condizioni di lavoro di tutti gli altri lavoratori stranieri. Negli Emirati Arabi Uniti il 90 percento della popolazione è migrante, nell’Oman il 50 percento circa. I Paesi del Golfo hanno nei lavoratori stranieri una risorsa essenziale. In questo momento, negli Emirati, a fronte degli attacchi dall’Iran, il governo sta promuovendo lo smart working, soprattutto nel settore privato, per ridurre il traffico ed evitare lunghi viaggi per recarsi sul posto di lavoro. Anche la scuola è stata spostata online.

Il settore turistico è quello che, in questo momento, soffre maggiormente. Sappiamo che un certo numero di impiegati del settore non sta lavorando, per ora solo temporaneamente, in attesa di capire gli sviluppi della situazione. Le autorità locali si sono mostrate vicine a tutti i residenti e ai lavoratori. Il loro desiderio è che la vita prosegua normalmente nonostante le difficoltà. Molto dipenderà dalla prospettiva a medio e lungo termine.


C’è chi ha cominciato a pensare di ritornare a casa?

MARTINELLI: Non mi sembra che, al momento, siano state prese decisioni drastiche; qualcuno ha lasciato il Paese temporaneamente, approfittando delle due settimane di vacanze scolastiche degli studenti. Tutti cercano di capire quali saranno gli sviluppi della situazione, per poi valutare. La speranza di tutti è di ritornare presto, sperando nella fine delle ostilità.

Abbiamo una bella collaborazione con le autorità civili anche per aiutare coloro che sono qui senza famiglia e che risiedono nei campi di lavoro, perché nessuno si senta solo ed impari ad affrontare con serenità questa circostanza di incertezza. Qui la religione è considerata come una risorsa per umanizzare la vita, per sostenere il cammino e per creare solidarietà tra la gente


Il tratto di “provvisorietà” delle comunità cristiane del Vicariato era un segno fecondo e confortante per tutti: segno proprio di comunità non nate per sforzo o progetto, ma in maniera gratuita. È aumentata ulteriormente con la guerra la percezione che la propria “provvisorietà” può diventare “precarietà”?

MARTINELLI: Il senso cristiano di questa provvisorietà ci porta a vivere la vita come un grande pellegrinaggio. I nostri fedeli vivono le circostanze intensamente, come sono date dalla Provvidenza. Basta vedere come partecipano alle celebrazioni, come si aiutano a vicenda, la loro passione per comunicare la fede ai loro figli, la serietà con cui si impegnano sul lavoro. Tuttavia sappiamo che il destino ultimo è altrove: lo scopo della vita è il Regno di Dio, la vita eterna. E la strada che attraversiamo è importante proprio perché porta altrove; ogni passo è prezioso perché ci avvicina alla meta ed è sostenuto dalla virtù della speranza. “Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”, ci ricorda san Paolo nella Lettera ai Romani.

Mi sembra che questa attitudine permetta ai nostri fedeli di attraversare anche un momento come questo di ulteriore incertezza delle circostanze con la forza della speranza cristiana. Il Signore non ci abbandona e cammina con noi, anche dentro la provvisorietà di questi giorni. Siamo insieme e camminiamo insieme; insieme affrontiamo anche questi nuovi problemi.

La guerra è uno shock, sorprende, tende a destabilizzare e a mettere in crisi le certezze che abbiamo. Tuttavia, nella prospettiva della fede, anche questa circostanza rende ancora più evidente che non siamo noi a possedere la vita e che la speranza non va mai posta nelle circostanze, che sono sempre mutevoli, ma in Cristo che è presente anche nella provvisorietà della vita.


Quali sono gli effetti sulla vita ordinaria delle comunità (messe, sacramenti, catechismo), sempre molto vivace?

MARTINELLI: All’inizio c’è stata paura e nei primi giorni si è verificata una certa diminuzione di fedeli alla Santa Messa. Ma nei giorni successivi il numero dei fedeli è tornato sostanzialmente regolare. Anzi, in qualche caso abbiamo visto aumentare i fedeli, desiderosi di pregare di più. Le autorità civili favoriscono la continuità con la vita normale. Ci hanno solo chiesto di evitare aggregazioni troppo numerose. Per questo, per esempio, il catechismo è stato spostato online. Per il resto è possibile accedere a tutti i sacramenti in parrocchia.

In questi giorni continuo a fare le visite pastorali nelle nostre parrocchie, incontro bambini, giovani, gruppi, celebro la Messa. Trovo sempre la vivacità e la partecipazione che caratterizza questo popolo. Parliamo anche della guerra e condividiamo le preoccupazioni per il futuro, ma sempre certi che niente ci può separare dall’amore di Cristo.


C’è stato un fatto, un gesto, una parola ascoltata da qualche battezzato che l’ha confortata come Vescovo, in questi giorni difficili, sospesi sulla paura?

MARTINELLI: Vorrei ricordare due fatti.
Il primo riguarda proprio il primo giorno, quando è scoppiata la guerra. Ero in una parrocchia al confine con l’Oman. Abbiamo celebrato la Messa dei bambini. Non sapevo bene cosa dire; anch’io ero colpito da questa nuova situazione. Ho pensato di insegnare a loro una canzone sulla pace: “La pace viene dall’Alto, entra nel cuore, si vede sul volto”. Sono rimasto commosso da come l’hanno imparata subito e da come la cantavano scandendo e gridando forte le parole. Mi è sembrata proprio una grande preghiera dei bambini verso Dio per chiedere la pace.

Il 4 marzo abbiamo celebrato il decimo anniversario dell’uccisione di quattro suore Missionarie della Carità, avvenuta ad Aden (Yemen) nel 2016. Con questo conflitto appena iniziato, avevo timore che la gente avrebbe fatto fatica a partecipare, ma con grande sorpresa alle 7 di sera, e nonostante ci fossero stati diversi allarmi durante la giornata, la chiesa era piena di gente come nelle grandi occasioni, nonostante fosse un giorno feriale. Il popolo di Dio è un popolo fedele. (Agenzia Fides 16/3/2026).


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