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Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Datando la sua prima enciclica Magnifica humanitas al 15 maggio, papa Leone XIV ha scelto di iscriversi in una tradizione chiara: quella delle grandi encicliche sociali, e in particolare della Rerum novarum, pubblicata il 15 maggio 1891 da papa Leone XIII.
La “rivoluzione industriale” che richiama la sua sollecitudine è quella dell’intelligenza artificiale (IA). Tuttavia, Magnifica humanitas non intende essere un’enciclica “sull”’intelligenza artificiale (benché il tema sia centrale), ma piuttosto un’enciclica sulla nostra “magnifica umanità”, scossa dalla rivoluzione in corso.
Fin dalle prime parole del testo - presentato oggi in Vaticano, nell'Aula del Sinodo, alla presenza dello stesso Pontefice - il quadro della riflessione magisteriale è posto in questi termini: «La MAGNIFICA UMANITÀ creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme.» [n. 1]
La riflessione che segue intende convocare l’umanità e gli attori decisionali a compiere un vero esame di coscienza. Non si tratta necessariamente di condannare frontalmente. «La tecnica - scrive il Papa - non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo».[n. 4]. Si tratta piuttosto di porre un quadro etico e morale previo all’uso dell’IA, avendo come criterio epistemologico quello della ricerca del “bene comune”.
Nel contesto attuale, Leone XIV mostra quanto i principi della Dottrina sociale siano di grande aiuto per discernere. «In un mondo dove pochi soggetti concentrano dati, capitale computazionale e capacità normativa, parlare di bene comune significa smascherare questa nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli dell’IA.», [n. 109], scrive. La posta in gioco è «disarmare l’IA», cioè «sottrarla alla logica della competizione armata che oggi non è più soltanto militare, ma anche economica e cognitiva», sottrarla alla logica della «corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, con lo scopo di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri». [110] « Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano». [110]
L’IA non è “neutrale”
Una delle evidenze più rilevanti in questo discernimento è infatti che l’IA non è “neutrale”, perché «assume il volto di coloro che la concepiscono, la finanziano, la regolano e la usano» [n. 9]. Il cuore della riflessione è esposto al punto 104: «Non possiamo considerare l’IA come moralmente neutra – insiste il Santo Padre. «In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità : ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica le persone e le situazioni. Se un sistema è concepito o utilizzato in modo da trattare alcune vite come meno degne o da escluderle senza possibilità di appello, non si tratta di un semplice strumento “da usare bene”; esso introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona. Per questo il discernimento etico non può limitarsi a domandarsi se utilizziamo un certo sistema a fini buoni o cattivi, ma deve interrogarsi anche sulle modalità con cui è concepito e sulla concezione della persona e della società che è inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano». Per questo, spiega Leone XIV, «la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme; tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare i muri della convivenza fraterna» [n. 9].
Neocolonialismo digitale
Il testo denuncia un «colonialismo» contemporaneo dal «volto inedito» che «non domina soltanto i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili». «Interi territori, in particolare quelli di minore importanza geopolitica e di maggiore fragilità strutturale, sono attualmente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella dei flussi sanitari, dei profili epidemiologici, delle mappe genetiche e dei dati demografici», deplora il papa. « Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove “terre rare” del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi, guidare strategie di investimento, anticipare le crisi e soprattutto selezionare chi e che cosa conta. »[n. 178].
Il rischio evidente è quello di nuove forme di dominio e di un aggravamento delle disuguaglianze, perché «chi possiede i dati sanitari di intere popolazioni, oggi raccolti spesso sotto il segno dell’aiuto, della ricerca o dell’innovazione, possiede in realtà una leva strutturale sul futuro: può modellare i bisogni e i mercati »,come «può decidere, prima degli altri, a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni. » Per il papa, qui si gioca «una delle questioni morali più urgenti del nostro tempo » : « trasformare la conoscenza condivisa in bene comune, non in leva di dominio; restituire ai popoli non solo i dati che li descrivono, ma anche la possibilità di decidere come verranno usati, da chi e per chi ». Altrimenti – avverte – «l’era digitale non sarà postcoloniale, ma coloniale sotto altra forma». [nn. 132–134]
Potere immenso nelle mani di pochi
Il Papa sottolinea che, nel contesto digitale, infatti, «in molti casi» «il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. ». Il problema è di grande portata, perché, come egli sottolinea, «quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze.». [n. 95–96]
La nuova Gnosi del trans-umanesimo e l’umano “da superare” come un male
Se Magnifica humanitas appare più come un avvertimento che come una condanna dell’IA, il tono è invece molto più duro per quanto riguarda i correnti transumanisti e postumanisti «che interpretano il progresso come un superamento dell’umano». Leone XIV li paragona a « un arcipelago di isole concettuali differenti, collegate però dal medesimo mare di presupposti: la centralità della tecnica e il sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana.». [n.116] Egli spiega che il transumanesimo «il transumanesimo immagina un potenziamento dell’essere umano attraverso le tecnologie (biomedicina, ingegneria del corpo, dispositivi, algoritmi), con l’aspirazione a incrementare prestazioni e capacità ». Il postumanesimo va ancora oltre: «critica l’antropocentrismo e prospetta una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente, fino a immaginare un passaggio di soglia in cui l’umanità supererà se stessa entrando in un nuovo stadio evolutivo. ». Benché il papa riconosca che «queste ipotesi restano in larga parte speculative», non per questo manca di suonare l’allarme, perché «modificano l’immaginario collettivo e, di conseguenza, orientano le scelte sociali, economiche e politiche ». [n 116]
Di fronte a queste derive ideologiche, tanto più pericolose in quanto, come il lupo travestito da pecora, possono mascherarsi da buone intenzioni e costituiscono già per alcuni un orizzonte quasi mistico, una nuova gnosi che disprezza il corpo umano nella sua forma limitata e sogna di respingerne i limiti, il cristianesimo possiede un’esperienza preziosa. « Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione ». Ora, ricorda il papa, «dobbiamo ricordare che l’umano non si compie malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite». [118] « Nelle promesse del transumanesimo e di alcune correnti postumaniste, che inseguono un’umanità potenziata e quasi disincarnata, riconosciamo un desiderio che ci riguarda: il bisogno di una vita più piena, meno esposta alla fragilità e alla sofferenza. L’Incarnazione apre però una via diversa. Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù,209 prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza. Non c’è un momento o una condizione dell’umano che non sia degno di Dio ».[232]
Le ferite da cui può passare la grazia
Leone XIV sviluppa qui una magnifica riflessione sulla condizione umana, dove il limite diventa la breccia attraverso la quale può infiltrarsi la luce della grazia. « È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio. Lo vediamo in tanti momenti in cui il limite si fa concreto nella nostra vita, quando riceviamo un rifiuto, quando soffriamo per la malattia o la morte di una persona amata, quando sperimentiamo l’incapacità o il fallimento. Misteriosamente, proprio in questi frangenti possiamo trovare una saggezza nuova, toccare con mano l’affetto delle persone e sperimentare la presenza del Signore», scrive [119]. «Anche quando il limite si manifesta come dolore interiore, l’umana saggezza insegna a non rimuoverlo né a sopprimerlo, ma a integrarlo. Per sopprimere totalmente il dolore bisognerebbe, in fondo, spegnere anche l’amore e il desiderio. Chi ama e desidera, infatti, non può evitare di passare attraverso la prova e la sofferenza, e per questo, lungo gli anni, custodiamo dentro di noi insegnamenti che si imprimono come cicatrici, memoria del cammino compiuto tra libertà e cadute, sogni e delusioni », scrive [120]. E ancora: «La corruzione morale del nostro limite creaturale – il male che con evidenza agita il cuore dell’uomo – rovina la società e la vita, giungendo fino a punte estreme di disumanità. Eppure, anche questa dolorosa forma di limite lascia spiragli al bene. Persino quando l’essere umano si disumanizza e provoca tragedie, una piccola luce continua a brillare nell’umanità e rimane capace di riaccendersi, con la grazia di Dio, in cammini di conversione e di riconciliazione».[121]
Per tutto questo Magnifica humanitas diventa un inno allo spirito critico, alla libertà e alla bellezza dell’essere umano, alla sua infinita capacità di potersi rialzare, con le sue rughe e le sue cicatrici, con questo tesoro inestimabile di una carne promessa non a un corpo “aumentato”, ma a un corpo glorioso. (ML) (Agenzia Fides 25/5/2026)