ASIA/KAZAKHSTAN - Il dialogo è una forma di vita, il controllo delle religioni una necessità dello stato

lunedì, 6 novembre 2017 minoranze religiose   libertà religiosa   diritti umani   fondamentalismo religioso   islam   dialogo  

La moschea Nur di Astana

Astana (Agenzia Fides) - “Il Kazakistan viene da una tradizione di convivenza religiosa pienamente pacifica. Se oggi si effettuano scelte politiche attive di controllo delle religioni, è perché si teme l’azione di sobillatori, spesso giunti dall’estero, che finanziano la costruzione di grandi moschee islamiche. Ricordiamo, per esempio, che parte della capitale Astana è stata costruita dalla famiglia Bin Laden. Per una questione di apparente equità, quindi, il governo kazako tiene sotto controllo anche tutte le altre religioni”. A raccontarlo all’Agenzia Fides è don Edoardo Canetta, per molti anni missionario in Kazakistan, parroco ad Astana e professore presso l’Università Islamica di Almaty, l’Università Nazionale Eurasiatica di Astana e l’Accademia Diplomatica kazaka. Don Canetta, oggi sacerdote della diocesi di Milano e docente alla Biblioteca Ambrosiana, spiega a Fides come nel più grande stato della regione centroasiatica sia stata approvata già nel 2011 “una legge per cui non si può celebrare nessuna funzione religiosa se non in alcuni luoghi concordati con lo stato: per esempio, non si possono organizzare processioni o liturgie esterne al territorio della chiesa. Inoltre, sono state installate telecamere nei diversi luoghi di culto perché, in caso di attentato o di violenze, sia possibile identificare gli eventuali autori”.
Questa tendenza, secondo don Canetta, costituisce un passo indietro: dopo il raggiungimento dell’indipendenza nel 1991, infatti, professare una fede era “diventato di moda”, in reazione alle persecuzioni del regime comunista che imponeva l’ateismo. Ora come allora, comunque, l’appartenenza religiosa è un aspetto secondario rispetto all’elemento etnico: “Esplicativi, in questo senso, furono i risultati del primo censimento della repubblica kazaka, effettuato nel 1995, a quattro anni dall’indipendenza. Sulla religione, il 70% della popolazione affermava di non credere in Dio; al tempo stesso, il 50% si professava di fede musulmana. In Kazakistan, un individuo ateo ma di provenienza russa, sente di appartenere formalmente alla chiesa ortodossa; se è kazako si definisce musulmano, se è tedesco o polacco è anche cattolico e così via”.
In questo intreccio di etnie e religioni, racconta, “la convivenza è assolutamente pacifica da sempre. Sono stato per cinque anni Vicario generale di tutta l’Asia centrale e quando andavo ad aprire una nuova parrocchia, spesso era il mullah del paese a ospitarmi”. D’altra parte, l’islam kazako viene da una tradizione moderata: in origine rifiutato dai nomadi della zona, fu accettato solo a fine 1300, grazie alla mediazione di Ahmed Hadgi Jassavy, grande maestro sufi di Turkestan. Questo portò alla diffusione di una religione musulmana basata, per esempio, su preghiere in lingua kazaka o su un culto dei morti non islamico. Persino il codice civile e penale si discosta dalla sharia, perché prevede, tra le altre cose, la possibilità del battesimo o la sostituzione di carcere e pena di morte con una serie di mediazioni”.
“Caduta l’Unione Sovietica – rileva il sacerdote - arrivarono i predicatori dall’Arabia Saudita e affermarono che quello non era il vero islam. Per questo oggi è in corso un dibattito tra chi sostiene la tradizione kazaka e i cosiddetti ‘fondamentalisti’. Naturalmente, però, quando si parla di fondamentalismo islamico, bisogna assolutamente distinguerlo dal terrorismo: è quest’ultimo fenomeno a preoccupare lo stato. Infatti, proprio come accade nei paesi europei, anche in Asia Centrale vi sono diversi foreign fighters”. A confermarlo sono anche i dati anagrafici degli autori di recenti attentati: l’ultimo in ordine di tempo è Sayfullo Saipov, l’uzbeko che ha colpito a New York lo scorso 31 ottobre. Dall’Asia Centrale provenivano anche gli attentatori di Stoccolma (7 aprile 2017) e Istanbul (28 giugno 2016, 1° Gennaio 2017), oltre che uno dei bambini killer del video diffuso dall’Isis nell’agosto 2016. (LF-PA) (Agenzia Fides 6/11/2017)


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