ASIA/PAKISTAN - Dopo il caso Rimsha, altri 36 casi fra condannati a morte o all’ergastolo per blasfemia

mercoledì, 21 novembre 2012

Islamabad (Agenzia Fides) – Se un caso, quello di Rimsha Masih, è stato risolto con un esito felice, vi sono tanti altri casi di presunta blasfemia in cui vittime innocenti soffrono in carcere e sono sottoposte a un lungo calvario legale. Come riferito a Fides da fonti locali, oggi in Pakistan 16 persone sono nel braccio della morte, in attesa di esecuzione, per blasfemia; altri 20 imputati stanno scontando l’ergastolo, molti altri sono in attesa di processo o hanno fatto appello dopo una condanna in primo grado. “Nel 95% dei casi, le accuse sono false”, dice a Fides un avvocato musulmano che chiede l’anonimato. Per questo l’esito del caso di Rimsha Masih, la minorenne cristiana assolta ieri dall’Alta Corte di Islamabad, riporta all’attenzione la controversa legge sulla blasfemia, composta da due articoli del Codice Penale, il 295b e il 295c, che puniscono con l’ergastolo o con la pena di morte il vilipendio al Corano o al Profeta Maometto.
Parlando a Fides, Naeem Shakir, avvocato cattolico che difende molte vittime di blasfemia, nota che “la legge è così vaga che è facilmente usata per regolamenti di conti personali. L'abuso di questa legge terrorizza le minoranze religiose, in particolare, costringendole a lasciare il paese in quanto non si sentono più al sicuro”.
Secondo Wilson Chaudry, leader della “British Pakistan Christian Association”, “la sentenza pro Rimsha non porterà un immediato cambiamento. La volatilità e l'instabilità all'interno della società pakistana non consentono l'abrogazione della legge sulla blasfemia, utilizzata come strumento per discriminare le minoranze e per la persecuzione. Questa legge – nota Chaudry a Fides – è ancora fortemente sostenuta dalla maggioranza dei musulmani e necessita di una riforma graduale. Vittime come Asia Bibi e Younis Masih sono ancora in carcere per false accuse di blasfemia, e mostrano i numerosi fallimenti del sistema giudiziario in Pakistan”.
In un comunicato inviato a Fides, la Commissione Usa per la Libertà Religiosa (USCIRF), elogia la decisione del tribunale su Rimsha come “risultato positivo per affrontare la cultura dell'impunità e intolleranza che affligge il Pakistan e dare risalto all'importanza dello Stato di diritto”. Ricorda però che la legge sulla blasfemia è usata per “abusare della libertà religiosa o eseguire vendette private”. Per questo il caso Rimsha “segnala la necessità di riformare o annullare la legge sulla blasfemia, che alimenta l'estremismo religioso e minaccia la libertà di religione e i diritti umani per tutti in Pakistan”.
In una nota inviata a Fides l’Ong “Christian Solidarity Worldwide” (CSW) ricorda le ombre tuttora presenti: “Una sentenza della Corte non garantisce la sicurezza personale di Rimsha e della sua famiglia”, inoltre “questa decisione può ancora essere messa in discussione” con un ricorso alla Corte Suprema. Resta da vedere se l'uomo accusato di aver incastrato Rimsha, l’imam Khalid Jadoon Chishti, sarà ritenuto responsabile. “Se lo sarà – afferma CSW – sarà un segno del progresso compiuto dal Pakistan”. (PA) (Agenzia Fides 21/11/2012)


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