Credit:Magnific
di Marie-Lucile Kubacki
Roma (Agenzia Fides) — «Molte volte la nostra identità è “io sono perché tu non sei”». Per Nicoletta Gatti, docente di studi biblici all’Università del Ghana, è in questa contrapposizione, oggi visibile nei nazionalismi, nelle polarizzazioni religiose e nella paura dello straniero, che si colloca una domanda decisiva: come può la fede contribuire a costruire un’appartenenza che non escluda? A questa domanda è dedicato “Culture, Bible, Identity: Christian Faith and Interculturality”, volume pubblicato recentemente dalla Federazione Biblica Cattolica (CBF), frutto della conferenza internazionale online «Culture – Bible – Identity: Intercultural-Biblical Reflections on Christian Identity», svoltasi dal 21 al 23 gennaio 2025. Il libro è accessibile gratuitamente online e scaricabile dal sito della Federazione, nella serie accademica "Contextual Readings of the Bible", avviata proprio con questo primo volume.
La conferenza è stata organizzata dalla segreteria generale della CBF e dall’associazione biblico-pastorale «Verbum Domini», in collaborazione con l’Università del Ghana e la Paris Lodron Universität di Salisburgo. Il progetto ha riunito studiosi provenienti da diversi contesti geografici e culturali per interrogare la formazione dell’identità cristiana nelle prime comunità e la sua evoluzione nel mondo contemporaneo, postcoloniale e pluralista. Nella prefazione, padre Jan Stefanów, segretario generale della CBF, definisce il libro la prima pubblicazione della Federazione dal 2008 e ricorda che raccoglie i contributi presentati al convegno. La speranza, scrive, è che il volume inauguri «un percorso fecondo di riflessione accademico-pastorale», fondato su una rilettura contestualizzata della Parola di Dio contenuta nella Scrittura. Stefanów sottolinea anche il carattere internazionale del lavoro: i testi biblici sono riletti attraverso prospettive africane, asiatiche, europee e latinoamericane.
Un libro gratuito, frutto di un lavoro comune
La disponibilità gratuita del volume è un elemento centrale del progetto: i contributi non sono riservati a una cerchia di specialisti o agli abbonati a una collana accademica. La CBF dichiara che le proprie pubblicazioni sono offerte gratuitamente online al pubblico più ampio e che il libro può essere letto sul sito o scaricato. Per Gatti, il volume nasce da una collaborazione e da un’amicizia intellettuale. «È un’amicizia che continua !», osserva nell’intervista a Fides, precisando di esserne «soltanto la portavoce». Il convegno è stato il primo evento organizzato dall’associazione «Verbum Domini», nata per offrire uno spazio di coordinamento a biblisti interessati a mantenere un legame con la Federazione Biblica Cattolica.
Il volume è curato da Gatti e dal teologo Franz Gmainer-Pranzl, docente di Teologia interculturale all'Università di Salisburgo. Si apre con l’introduzione di Gatti, A Hermeneutic Vision for Inclusive Community, e si articola in due sezioni: la prima, dedicata a metodi e missione contestuale; la seconda, all’esegesi interculturale. I contributi affrontano, fra gli altri temi, la ricezione della Scrittura nei contesti pentecostali africani, in India e in Europa, e propongono riletture di brani biblici attraverso esperienze culturali diverse. Nella seconda parte, dedicata all'esegesi interculturale, undici studiosi rileggono la Scrittura a partire da contesti concreti. Per fare alcuni esempi, Agar, la schiava egiziana cacciata nel deserto, diventa voce delle donne dalit dell'India. I Magi di Matteo, viaggiatori che attraversano i confini, interpellano un cristianesimo africano tentato di chiudersi in sé stesso. La donna curva di Luca 13, che Gesù chiama «figlia di Abramo», mette in discussione le tradizioni che ancora oggi emarginano le donne.
La conclusione di Wojciech Szypuła raccoglie i fili del confronto. Il percorso, spiega Gatti, prosegue un precedente progetto, Salvation in a Crisis-Ridden World: : An Intercultural Exegetical Answer (Brill, 2026), nato per chiedersi come la Parola di Dio potesse parlare a un mondo segnato dalla crisi pandemica e post-pandemica. «Tutti noi lavoriamo in accademia ma siamo anche molto impegnati nella pastorale», afferma. Da qui l’esigenza di «creare un ponte» tra l’insegnamento e la ricerca universitaria, da un lato, e le comunità e le realtà pastorali, dall’altro.
La Bibbia nel dialogo fra culture
La domanda che attraversa il progetto riguarda il rapporto fra il messaggio cristiano e i contesti in cui viene accolto. Come hanno fatto gli autori del Nuovo Testamento a esprimere la fede in mondi segnati da culture diverse, dal giudaismo all’ellenismo, fino all’Impero romano? Come hanno fatto i primi evangelizzatori ad annunciare il Vangelo oltre i confini culturali? E che cosa costituisce l’identità cristiana, se non esiste un’unica forma culturale in cui essa debba necessariamente manifestarsi?
«La Bibbia diventa sempre più una realtà di specialisti», osserva Gatti nell’intervista. Il rischio, aggiunge, è che il lavoro esegetico resti confinato nelle aule e non entri in relazione con le persone per cui la Scrittura è parte della vita quotidiana. La proposta del progetto è dunque un duplice movimento: studiare il testo nel suo contesto originario e metterlo in dialogo con la cultura di chi lo legge oggi. Non si tratta di applicare meccanicamente una risposta antica a una situazione moderna, ma di lasciare che testo e comunità si interroghino reciprocamente.»
Gatti racconta di insegnare in Ghana, in un contesto in cui la fede occupa un posto centrale nella vita pubblica e nelle esperienze quotidiane. Ma la presenza della religione non elimina le divisioni: la docente descrive un cristianesimo frammentato e ricorda che nelle sue classi si incontrano studenti cristiani, musulmani ed ebrei. È anche questa pluralità a interpellare il suo modo di leggere la Bibbia. «Mi sono resa conto che il mio modo di leggere le Scritture, il mio modo di concepire la fede, era una modalità che passava attraverso degli occhiali culturali, per esempio le mie tradizioni cristiane e cattoliche. Mi sono resa conto che questa è una prospettiva. Ma ne esistono altre». Leggere i testi attraverso altre esperienze, aggiunge, può rivelare aspetti che una sola prospettiva non coglie. «I testi biblici nascono da un dialogo tra la cultura di origine e la cultura di accoglienza», afferma: la lettura interculturale non è quindi un’aggiunta esterna, ma un modo per comprendere più a fondo il testo e il suo potenziale.
Dall’identità contro l’altro alla comunione
Il nodo dell’identità, al centro del volume, è anche una questione pubblica. Quando l’appartenenza diventa un’arma, la differenza viene percepita come minaccia anziché come ricchezza. Gatti richiama il principio africano dell’Ubuntu: «Io sono perché tu sei». Una formula che, nella sua prospettiva, contrasta l’idea per cui una persona o una comunità possa definirsi soltanto opponendosi a qualcun altro. «Quando guardiamo all’altro con gli occhiali della paura, immediatamente l’altro viene trasformato in un nemico», dice. Il passaggio può arrivare alla disumanizzazione: si finisce per attribuire dignità e piena umanità solo a chi appartiene alla propria nazione, religione o comunità. È una dinamica che riguarda la società, ma che, avverte la biblista, può attraversare anche le Chiese.
La Scrittura stessa, sottolinea, non nasconde le tensioni fra apertura e chiusura. In alcuni testi emerge la preoccupazione di proteggere i confini della comunità; in altri, figure come Rut e Giona portano in primo piano l’accoglienza dello straniero e la misericordia verso il nemico. Queste tensioni non autorizzano a semplificare il testo: invitano piuttosto a tornare alla domanda su che cosa significhi riconoscere nell’altro una persona. Nel dialogo con Fides, Gatti indica quattro piste che considera importanti anche per la vita ecclesiale: conoscere davvero la cultura in cui si vive; costruire comunità capaci di accogliere; rileggere le Scritture tenendo insieme i testi antichi e le domande contemporanee; e non ridurre la fede a un esercizio intellettuale. «Il Nuovo Testamento è nato da un’amicizia», afferma, richiamando l’immagine di comunità unite da legami capaci di attrarre e includere.
Anche le prime comunità cristiane, precisa, non erano prive di conflitti. La loro lezione non è quella di una concordia idealizzata, ma la possibilità di guardare in faccia le divisioni e attraversarle tramite il confronto. «Il dialogo è sempre possibile», dice Gatti, indicando nella capacità di riconoscersi reciprocamente uno spazio concreto per ricostruire legami. È in questo orizzonte che il libro, nato da un incontro online fra studiosi di diversi Paesi, prova a offrire un contributo oltre l’ambito accademico: una raccolta di letture bibliche che cerca di esplorare come la fede possa prendere forma in culture diverse senza cancellarle. Nell'introduzione, Gatti augura che il volume sia insieme «uno specchio e una mappa»: specchio delle complessità del nostro mondo, mappa verso un futuro in cui la promessa di appartenenza si realizzi «in ogni comunità, in ogni cuore, in ogni generazione». Un invito rivolto non solo agli specialisti, ma a chiunque, nella Chiesa e fuori, si chieda come vivere la propria identità senza costruirla contro qualcuno.
(Agenzia Fides 5/10/2026)