La tragedia nascosta dei suicidi nei campi profughi

sabato, 4 aprile 2026 rifugiati   onu   violenza   assistenza umanitaria   aiuti umanitari  

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Kakuma Refugee Camp, Kenya

di Cosimo Graziani

Nairobi (Agenzia Fides) - I traumi vissuti per arrivare, l’abbandono nell’attesa di poter andar via magari sfruttando programmi internazionali che il mondo sviluppato, di recente, ha iniziato a smantellare; oppure la tremenda difficoltà della vita quotidiana, che rende l’esistenza una lotta in cui tutto si fa più esasperato. Un male sottile si insinua così nelle menti di migliaia di persone, portandole all’annichilimento psicologico e alle estreme conseguenze.
Numeri esatti ed aggiornati, quando si parla di quella piaga silenziosa che sono i suicidi nei campi profughi, è difficile averne, ma si stima che le sindromi depressive e i suicidi tentati o riusciti siano circa il triplo rispetto a quanto si registra nelle società dei paesi di accoglienza. E l’Africa, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è il continente che presenta le percentuali di suicidio più alte di tutto il Pianeta. Nei campi ospitati in Sudan, Ciad, Etiopia, Camerun i tassi oscillano dai 15 ai 40 suicidi ogni 100.000 rifugiati.


Tra le cause più diffuse, scrive un team di analisti, tra cui Steven L. Senior dell’Università di Liverpool, “una combinazione di svantaggio socioeconomico, esposizione a eventi potenzialmente traumatici, aumento della depressione e dell'ansia o mancanza di cure appropriate e accessibili”. Osservazioni inevitabilmente generiche: per capire cosa sta accadendo vanno declinate accuratamente una per una.

Innanzitutto vanno tenuti in conto i traumi che sono all’origine della decisione di dover lasciare i propri luoghi d’origine. Quindi i traumi del viaggio, spesso compiuto in condizioni proibitive e in un ambiente ostile e pericoloso. Poi le non facili condizioni di vita all’interno di molti campi (campi il cui numero è esso stesso di difficile calcolo, dal momento che in molti casi si tratta di strutture improvvisate o provvisorie, che possono funzionare per molti anni come pochi mesi di funzionamento a seconda anche del variare delle emergenze umanitarie). Da ultimo lo stress da attesa: l’accoglienza della domanda di asilo, la stessa partenza per il paese di destinazione. Una condizione di incertezza e sospensione che può durare anni, e amplifica le possibilità di crollare davanti a difficoltà insostenibili. Un soggetto costretto a partire per sfuggire alla guerra, spesso dopo la distruzione della propria casa e la perdita violenta di almeno una parte della propria famiglia, che resta in attesa per anni in un limbo di inevitabile precarietà, ha grandi difficoltà a sostenere la pressione della perdita di un lavoro o del fallimento di un matrimonio.


Nel campo di Dadaab, in Kenya, casi recenti di suicidio hanno riguardato un padre lasciato dalla moglie con i due figli ed un altro che aveva perso il posto di lavoro presso un programma internazionale di sostegno ai profughi. Un programma chiuso per motivi di bilancio dal paese del nord del Mondo, che lo aveva avviato anni fa.


Un discorso particolare merita la condizione femminile. Un gran numero delle donne che arrivano alla porta di un campo di accoglienza ha alle spalle almeno uno stupro subito. Moltissime sono bambine, che si porteranno addosso i segni della violenza per il resto della vita. Una volta entrate sono spesso lasciate sole ad affrontare situazioni familiari e personali particolarmente dure, segnate da violenze fisiche e psicologiche. Sono loro, spesso, le vittime silenziose delle tragedie nascoste che si consumano nei campi profughi. (Agenzia Fides 4/4/2026)


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