Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.Lione: la famiglia di Pauline Jaricot dona una sua reliquia alla “Casa di Lorette”https://www.fides.org/it/news/77798-Lione_la_famiglia_di_Pauline_Jaricot_dona_una_sua_reliquia_alla_Casa_di_Lorettehttps://www.fides.org/it/news/77798-Lione_la_famiglia_di_Pauline_Jaricot_dona_una_sua_reliquia_alla_Casa_di_LoretteLione - Il volto di Pauline Jaricot è tornato a Lorette. <br />In occasione del bicentenario del Rosario Vivente, commemorato questo fine settimana a Lione dalle Pontificie Opere Missionarie e dalla arcidiocesi, la famiglia della beata ha consegnato alla Maison de Lorette la sua maschera mortuaria in gesso bianco, nella quale è ancora rimasta attaccata una ciglia di Pauline, proclamata beata IL 22 maggio 2022. <br />Il gesto si è svolto durante un momento di preghiera semplice e raccolto, nella cappella di Santa Filomena, nella casa dove Pauline Jaricot visse a partire dal 1832 fino alla sua morte, in povertà, nel 1862. Un vero rifugio di pace sul fianco della collina, tra la basilica di Fourvière e la cattedrale di San Giovanni Battista.<br /><br />È stata Marie‑Dominique Escarron, discendente della famiglia Jaricot, a consegnare la preziosa maschera a nome del “cugino Jean‑Paul”, presso il quale si trovava la reliquia, durante un momento di preghiera privato. <br />Nata nel 1944, Marie‑Dominique guarda con emozione la ringhiera delle scale che conducono alla camera di Pauline: «Quando penso che lei toccava questa ringhiera per salire…» mormora. «Pauline, per me, è “zia Pauline”. Era la mia prozia, sono la quinta generazione», confida a Fides, un momento dopo, nel giardino della casa. <br />In famiglia, la memoria della beata non si è mai interrotta: «Abbiamo sempre pregato Pauline. Mia madre ci faceva pregare la sera e ci parlava di lei. Pregavamo per ogni sorta di intenzioni. Ho sempre conosciuto Pauline in questo modo», racconta.<br /><br />Ex guida scout e poi infermiera, impegnata da lungo tempo accanto ai più fragili, Marie‑Dominique vede nella sua parente un punto di riferimento per la propria vita. «Vede - dice con pudore -, penso che Pauline non abbia bisogno della mia testimonianza per essere conosciuta!» E continua: «Mi sono detta che Pauline aveva fatto delle cose, e allora mi sono impegnata per le persone disabili nel comune di Palaiseau, nella regione parigina, dove ho vissuto gran parte della mia vita. Non è sempre semplice, ma trovo che sia un bell’esempio, e abbiamo comunque realizzato molte cose», spiega colei che afferma di amare «l’impegno». Anche suo figlio e sua nuora si sono posti sotto il discreto patronato della Beata, chiamando la loro azienda agricola “La ferme d’Apolline”, «pensando a zia Pauline», confida ancora.<br />Appassionata di genealogia, Marie‑Dominique approfondisce la figura della fondatrice del Rosario Vivente quando viene contattata al riguardo da una cugina, Nicole: «Quando Nicole mi a contattato all'epoca della fondazione dell’associazione degli Amici di Pauline Jaricot, ho cercato su Internet i libri antichi, dicendomi che dopo la beatificazione sarebbero stati più difficili da trovare», spiega. «Ho trovato molte opere, in particolare un’edizione dei Contemporains del 1893». Le piace ricordare che, se Pauline ha donato tanto, è anche perché è cresciuta in un clima di grande generosità familiare: «Era una famiglia molto generosa. Anche sua madre era molto caritatevole, e penso che meriterebbero quanto i genitori di santa Teresa di Lisieux di essere canonizzati.»<br /><br />L’amicizia tra Pauline e il Curato d’Ars<br /><br />In particolare, Marie‑Dominique si sofferma sull’incontro tra Pauline e il Curato d’Ars. <br />Figlia di Antoine Jaricot, negoziante in sete diventato proprietario a Tassin, Pauline incontra Jean‑Marie Vianney, ospite abituale della casa di famiglia. «Suo padre, Antoine, si era arricchito dopo la Rivoluzione con la seta e altre attività. Con quel denaro aveva acquistato delle proprietà, in particolare a Tassin, dove si trovava Jean‑Marie Vianney, che non era ancora il Curato d’Ars, ma un giovane vicario», ricorda Marie‑Dominique. Ben presto nasce una profonda amicizia spirituale: il giovane sacerdote, colpito dalla libertà interiore della giovane laica, dirà della borsa di Pauline che era «un passaggio» attraverso il quale il denaro arrivava ai poveri.<br /><br />Questa generosità, Marie‑Dominique la legge anche come una forza femminile profetica in un contesto poco favorevole. «C’è un altro aspetto della vita di Pauline che mi colpisce: è stata molto male vista da alcuni signori di Fourvière. È stata giudicata male. Anch’io, come molte donne, ho vissuto quello sguardo, e penso che Pauline possa costituire un modello e un aiuto», sottolinea. «Era una giovane donna forte, in un’epoca in cui le donne non erano riconosciute. Il tempo di Pauline era duro, e lei ha sofferto la mancanza di riconoscimento, ma ha perseverato nella sua missione e nella volontà di aiutare, guidata dalla fede.»<br /><br />Nella luce chiara della camera di Pauline, la maschera mortuaria viene deposta su uno scaffale dove si trova anche la croce che le aveva donato il Curato d’Ars. Senza grandi discorsi, Marie‑Dominique testimonia che il dono più prezioso che Pauline le ha trasmesso è quello di una fede semplice: «Per me, la fede è preziosa, soprattutto nei momenti difficili. Non ci si sente soli. Si è sempre un po’ soli con se stessi, sposati o no, ma non si è abbandonati. La fede può nascere anche nelle prove.» E conclude: «Nella mia parrocchia del Perche non siamo abbastanza numerosi per fare il Rosario Vivente, ma recito due decine di rosario quando chiudo la chiesa.» <br />La fecondità di un’Opera passa anche – e forse prima di tutto – attraverso questi piccoli gesti, segni di una fedeltà silenziosa e profonda. <br /> Sat, 13 Jun 2026 11:35:59 +0200Giubileo del Rosario Vivente: inaugurata la Cattedra "missionaria" dedicata alla Beata Jaricot presso l’Università Cattolica di Lionehttps://www.fides.org/it/news/77799-Giubileo_del_Rosario_Vivente_inaugurata_la_Cattedra_missionaria_dedicata_alla_Beata_Jaricot_presso_l_Universita_Cattolica_di_Lionehttps://www.fides.org/it/news/77799-Giubileo_del_Rosario_Vivente_inaugurata_la_Cattedra_missionaria_dedicata_alla_Beata_Jaricot_presso_l_Universita_Cattolica_di_LioneLione - “Il Sacro Cuore ci ricorda proprio questo: Dio non è innanzitutto un'idea da comprendere, ma un amore da accogliere. Questa verità è particolarmente importante oggi, mentre celebriamo il duecentesimo anniversario del Rosario Vivente, fondato dalla Beata Paolina Jaricot”. Sono alcune delle parole dell’omelia pronunciata da padre Dinh Anh Nhue Nguyen OFM Conv, Segretario generale della Pontificia Unione Missionaria venerdì 12 giugno, nella cappella di Sant’Ireneo, all’interno dell’Università Cattolica di Lione . Nella cappella universitaria padre Anh Nhue ha presieduto al mattino la celebrazione eucaristica nella solennità del Sacro Cuore. L’occasione: l’inaugurazione della cattedra “Beata Paolina Jaricot” presso la facoltà di teologia della UCLY, nello stesso giorno in cui, con la veglia serale presso la cattedrale di Saint-Jean, hanno preso il via a Lione le celebrazioni in occasione dei 200 anni del Rosario Vivente, movimento fondato dalla Beata francese .<br /><br />“Paolina" ha ricordato padre Anh Nhue "era una giovane laica di Lione che aveva scoperto che Cristo può trasformare un'intera vita quando gli si apre il cuore. Il suo genio consisteva nel comprendere che la missione appartiene a tutto il popolo di Dio. Non si diventa missionari per via delle proprie risorse, della propria conoscenza o del proprio potere. Si diventa missionari quando si incontra l'amore di Cristo e quell'amore trabocca sugli altri. Tutta la vita cristiana inizia da lì. Prima di essere un'attività, la missione è un incontro. Prima di essere un impegno, è comunione. Prima di essere una responsabilità, è un dono”.<br /><br />Il Segretario generale della PUM, nella sua omelia, ha richiamato anche l’importanza della formazione per sostenere in maniera efficace e appropriata l'opera missionaria. La formazione, che rappresenta il campo d'azione specifico per la PUM, “non è una tecnica né una strategia” ha evidenziato padre Anh Nhue. “Essa - ha proseguito - non è nemmeno principalmente un'abilità. La formazione missionaria iniziale consiste nel rimanere vicini a Cristo”. <br /><br />Subito dopo nella sessione di inaugurazione della cattedra dedicata alla Beata Jaricot che è proseguita nell’Anfiteatro Aristotele dell’UCLY Padre Dinh Anh Nhue Nguyen ha tenuto una conferenza sul tema “Unire gli attori della missione. L’intuizione della PUM ieri e oggi”.<br /><br />“Oggi, la PUM è chiamata non solo a proseguire la sua opera di evangelizzazione e formazione missionaria per sacerdoti e persone consacrate, ma anche ad accompagnare una Chiesa in cui la responsabilità missionaria è più ampiamente condivisa e in cui i fedeli laici occupano un posto essenziale” ha spiegato il Segretario generale della PUM, che quest’anno taglia il traguardo dei 110 anni .“È proprio in questa prospettiva che la missiologia universitaria riceve oggi una responsabilità particolare: non solo studiare la missione, ma anche contribuire alla formazione di coloro che la realizzeranno domani. Pertanto, l'intuizione del Beato Paolo Manna rimane straordinariamente attuale: unire coloro che sono impegnati nella missione, formandoli insieme, affinché tutta la Chiesa possa continuare ad annunciare il Vangelo al mondo intero” ha concluso padre Anh Nhue Nguyen.<br /><br />La sessione inaugurale, molto partecipata e la cui apertura è stata affidata al decano della facoltà di teologia della UCLY, Michele Younès, è proseguita con una serie di interventi tra cui quello di Père Florent Guyot , responsabile della pastorale dei preti stranieri della diocesi di Lione, a cui sono seguite alcune testimonianze ed il saluto di Georges Delrieu, segretario generale delle Pontificie Opere Missionarie francesi, che figurano tra i partners istituzionali della cattedra neo-istituita.<br /><br />Padre Gonzague de Longchamp, co-titolare della cattedra dedicata alla Beata Jaricot, insieme a don Cesare Baldi, ha descritto l’articolazione della attività di studio e formazione che sarà imperniata sul nuovo presidio accademico. <br /><br />L’istituzione della cattedra scaturisce innanzitutto dalla premessa che il volto della Chiesa locale è connotato anche da una presenza sempre più rilevante di religiosi, religiose e laici di origine straniera. Questo implica la necessità di chiarire le forme di dialogo interculturale e inter-pastorale per intervenire in un contesto europeo sempre più scristianizzato facendo tesoro di apporti e esperienze cresciuti in contesti ecclesiali presenti in Africa sub-sahariana, America Latina e Sud-Est asiatico. Offrire mezzi e competenze per intervenire nella situazione culturale e pastorale francese di oggi è lo scopo di questo ciclo di formazione intitolato alla fondatrice del movimento del Rosario Vivente, così come fornire una formazione di contesto culturale e pastorale che sia utile nello stabilire un dialogo fruttuoso con le chiese sorelle dei Paesi del sud del mondo. <br /><br />La cattedra propone un percorso che va da uno a tre anni a seconda delle disponibilità temporali dei partecipanti e si sviluppa su tre assi. In primis i corsi, tra cui quello di teologia pastorale e un corso a scelta dello studente ed un corso di specializzazione proposto dalla Cattedra, che quest’anno è rappresentato dalla sociologia del cristianesimo. In secondo luogo vengono proposte delle giornate di studio che mettono a tema contenuti come le migrazioni, religiosità popolare, ministero e comunità. Infine sono in programma degli ateliers che hanno l’obiettivo di offrire una formazione mirata alla luce della rilettura del proprio operato pratico in ambito missionario. <br /><br />Sat, 13 Jun 2026 16:35:00 +0200Non servono battaglie contro i mulini a vento. Il Papa in Spagna, Don Chisciotte e la missione della Chiesahttps://www.fides.org/it/news/77796-Non_servono_battaglie_contro_i_mulini_a_vento_Il_Papa_in_Spagna_Don_Chisciotte_e_la_missione_della_Chiesahttps://www.fides.org/it/news/77796-Non_servono_battaglie_contro_i_mulini_a_vento_Il_Papa_in_Spagna_Don_Chisciotte_e_la_missione_della_Chiesadi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Madrid - In uno dei discorsi principali del suo viaggio in Spagna, quello rivolto ai parlamentari spagnoli, papa Leone XIV ha citato il padre della letteratura iberica, Miguel de Cervantes. «Dalle pagine universali del Don Chisciotte, dove Cervantes proclamò che "la libertà […] è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini" , fino alla profondità spirituale di Santa Teresa d’Avila, e dalla grande tradizione giuridica spagnola all’inquietudine metafisica di Unamuno, che ricordava che l’uomo "non si rassegna a morire del tutto" , la Spagna ha saputo guardare all’essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa », ha dichiarato Papa Leone in quel discorso.<br /><br />Il riferimento letterario è interessante, poiché il personaggio di Don Chisciotte concentra diverse idee sviluppate dal Pontefice nel corso del suo viaggio sulla missione in questo Paese di antica cristianità che è la Spagna. <br /><br /><br />Battaglie immaginarie e concretezza cristiana<br /><br />Chi è Don Chisciotte? Un nostalgico di un’epoca e di un mondo che non ha conosciuto e che probabilmente sono esistiti solo nei romanzi cavallereschi che divora con passione. Un personaggio affascinante e talvolta un po’ ridicolo, in lotta contro la realtà: decide così di combattere contro mulini a vento che scambia per giganti. Deluso dalla realtà così com’è, Don Chisciotte sceglie di vedere soltanto ciò che vorrebbe che fosse. Ritroverà la lucidità pochi istanti prima di morire, dopo un episodio di febbre malinconica dovuto all’ennesimo combattimento perduto. In questo senso, Don Chisciotte è una figura infinitamente moderna e provocante per i cristiani dei Paesi secolarizzati, talvolta tentati dalla nostalgia del tempo passato.<br /><br />Nostalgia, memoria, patrimonio, visione : in più occasioni Leone XIV si è espresso sul rapporto con il passato. Durante la Messa del Corpus Domini in Piazza de Cibeles a Madrid, ha offerto una riflessione molto interessante sulle tradizioni delle processioni. «Gesù cammina per le strade», ha dichiarato, e «perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro». Così, il ricordo è fecondo solo se permette di «non dimenticare chi è il Signore» e di «non cedere alla tentazione di affidarsi ad altri idoli e di nutrirsi di un pane che non sazia». Ha poi auspicato che «la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. » In altre parole, per non irrigidirsi in un folclore, la pietà popolare deve sempre radicarsi nella sorgente che è il Dio vivente, che si rivela nelle Scritture, si dona nei sacramenti e si lascia servire nel fratello.<br /><br /><br />Il "viaggio" della missione<br /><br />Rivolgendosi ai vescovi, ha paragonato la missione a un viaggio «la cui destinazione è Dio, verso il quale alziamo lo sguardo». Come ogni viaggio, anche questo è segnato dal rischio di concentrarsi su ciò che lasciamo alle spalle o di riempire troppo le valigie di oggetti inutili. La nostra risposta alla domanda su come affrontare la sfida del viaggio che ci siamo posti, ha proseguito Leone XIV, «deve coniugare prudentemente libertà e coraggio, per abbandonare strutture che non ci aiutano, non rispondono o addirittura ci allontanano dal nostro fine, con la forza di conservare come un tesoro ciò che lo facilita ». La gestione del patrimonio religioso, che per la sua bellezza può toccare «anche il non credente», è una «sfida» da affrontare con «coraggio», affinché «produca frutti». Inoltre, lungo questo cammino fatto di relazioni e incontri, ogni viaggiatore missionario deve portare con sé il suo «viatico», «il Pane della Parola e dell’Eucaristia», «ancor più necessario del cibo materiale, perché ci apre la via della salvezza».<br /><br /><br />Il conforto dei santi, germogli in terre devastate<br /><br /> Accade tuttavia che gli incontri si facciano rari e che la pianura appaia deserta, metafora di assemblee ecclesiali talvolta poco frequentate. «Non è la prima volta che la Spagna affronta una situazione analoga: in passato, per esempio, quando la Chiesa dovette ricostruire la sua presenza nelle zone di terra devastata, emersero modelli di evangelizzazione che poi furono esportati in America e che possono aiutarci qui nella nostra missione», ha osservato il Papa. «Come allora», ha aggiunto, «siamo chiamati a costruire una nuova realtà, attraverso il dialogo rispettoso e l’uso di nuovi linguaggi, proprio come fece il famoso santo alfaquí di Granada, fra Hernando de Talavera, e più avanti ripeté in America san Turibio de Mogrovejo, del quale stiamo celebrando il terzo centenario di canonizzazione, presentandolo proprio come modello di vescovo “in uscita” in un tempo di missione e riorganizzazione ecclesiale.»<br />In altre parole, per trovare il loro giusto posto nella società, i cristiani devono guardare la realtà del mondo così com’è. Ciò non significa né accettare tutto né buttarsi in una guerra culturale. Nel Vangelo, l’atteggiamento cristiano è evocato attraverso diverse metafore: il granello di senape, il lievito nella pasta, il sale della terra. Davanti alle autorità, ha affidato alla Spagna, Paese che ha una «grande storia alle spalle», la missione di «apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici». «La vostra stessa storia mostra che non è la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro a generare stabilità e prosperità», ha sottolineato. « È il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora» ha ribadito. Poco dopo, ha invitato i parlamentari ad alzare lo sguardo verso i dipinti che rappresentano la ricezione del Vangelo e del Decalogo, non per allontanarsi dalla realtà, ma per ricordare «che ogni decisione delle autorità pubbliche riguarda persone in carne e ossa, specialmente coloro che hanno meno forza per farsi sentire.»<br />«Senza confondere l’ordine politico con quello religioso, questi segni invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana. In questa scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire al bene, che la giustizia pone limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto secondo la sua dignità e che mai la vita umana può essere trattata come una merce», ha proseguito prima di affermare: «Una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il semplice fatto di essere stata formalmente approvata; la raggiunge quando, oltre ad essere valida nella forma, può presentarsi davanti alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi». Così, «la fede non pretende di imporsi con privilegi o costrizioni», ma non può «nemmeno essere relegata al silenzio come se fosse irrilevante per la vita pubblica», ha affermato il Papa.<br /><br /><br />Corpi feriti, cuori schiantati<br /><br />Incontrando migranti nel porto di Arguineguin, nelle isole Canarie, dopo aver ascoltato testimonianze sconvolgenti, ha dato un esempio concreto del compito dei cristiani di fronte a una delle più grande tragedie dell’epoca. Invitando le nazioni di origine a fare un «esame di coscienza», ha sottolineato che «anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare». «L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari», ha insistito. «Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi “passare oltre” davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno ». Si è anche riferito a l’anello del Pescatore, anello papale, forgiato per ogni nuovo Pontefice, che simboleggia l’autorità del Successore di Pietro: «Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: “D’ora in poi sarai pescatore di uomini” », ha spiegato il Pontefice. «La Chiesa» ha aggiunto «ha letto quel versetto come immagine della sua missione. Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa». Poi ha posto in maniera netta la questione: «E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi».<br /><br /><br />Una "follia" che abbraccia la realtà<br /> <br />In questo senso, se c’è qualcosa di Don Chisciotte che richiama il cuore cristiano, è il fatto che lui si ostina a credere in una dignità più alta, rifiutando di misurare il valore dell’uomo in termini di efficienza economica e sociale, a rischio di apparire ingenuo, ridicolo o antiquato. Chi segue Cristo è chiamato però a un’altra forma di «follia», diversa da quella del cavaliere della Mancia: non combattere contro i mulini a vento in nome di un passato idealizzato, ma lasciare che il Vangelo purifichi la sua nostalgia per guardare lucidamente la realtà, andarle incontro e abbracciarla con coraggio, mosso da qualcosa che lo porta a compiere gesti che gli appaiono non eroici ma semplicemente normali e umani. «La missione che vi affido è proprio questa: essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili» ha chiesto il Papa ai giovani a Madrid durante la veglia di preghiera. È qui che si gioca oggi la missione: non in una fuga dal mondo, ma nel fatto di essere un essere uomini e donne che, come Don Chisciotte, ritrovano e guarigione, come capitò a lui dopo una crisi di malinconia. <br /><br />E se Cervantes ha scelto di far morire il suo eroe proprio in quel punto del racconto, come se non potesse esserci vita al di fuori di un idealismo nostalgico, il cristiano proprio dalla guarigione - e dalla grazia che risana anche risana anche cuori feriti - può iniziare la sua missione, o, come dice Leone XIV, il suo viaggio. <br />Sat, 13 Jun 2026 12:10:22 +0200LEONE XIV IN SPAGNA - Il Papa a Tenerife: “L’amore di Dio non conosce frontiere”, incontro con i migranti a Las Raíces e La Lagunahttps://www.fides.org/it/news/77797-LEONE_XIV_IN_SPAGNA_Il_Papa_a_Tenerife_L_amore_di_Dio_non_conosce_frontiere_incontro_con_i_migranti_a_Las_Raices_e_La_Lagunahttps://www.fides.org/it/news/77797-LEONE_XIV_IN_SPAGNA_Il_Papa_a_Tenerife_L_amore_di_Dio_non_conosce_frontiere_incontro_con_i_migranti_a_Las_Raices_e_La_LagunaTenerife – Nell’ambito della sua visita in Spagna, Papa Leone XIV è arrivato la mattina di oggi, 12 giugno, nell’isola di Tenerife, proveniente da Gran Canaria. Durante la giornata, il Pontefice ha dedicato due momenti centrali alla realtà dei migranti: la visita al centro di accoglienza “Las Raíces” e l’incontro con le realtà impegnate nei processi di integrazione in Plaza del Cristo de La Laguna.<br />Il Papa ha voluto sottolineare fin dall’inizio che “l’amore di Dio non conosce frontiere, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci riunisce nell’unità”, ricordando che l’esperienza migratoria interpella direttamente la coscienza cristiana e umana.<br /><br />A “Las Raíces”: l’amore di Dio non conosce frontiere<br /><br />Nel centro di prima accoglienza “Las Raíces”, il Papa è stato accolto dai responsabili della struttura e ha visitato alcune aree del campo. Si è fermato in diverse tende dove vivono i migranti, salutandoli personalmente.<br />Il Pontefice ha inserito il suo messaggio nel contesto della solennità del Sacro Cuore di Gesù, definito come espressione dell’“amore misericordioso e infinito di Dio per ogni essere umano”. Un amore che “non conosce frontiere, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci riunisce nell’unità”. <br /><br />Rivolgendosi ai migranti, ha affermato: “Guardando i vostri volti, ascoltando le vostre testimonianze, penso anche ai vostri cuori, feriti da tante difficoltà e anche consolati dall’amore ricevuto grazie ad altri cuori aperti, generosi e misericordiosi”.<br /><br />Il Papa ha evocato la parabola del Buon Samaritano come esempio di un amore che supera le barriere culturali e religiose, ricordando anche la figura del santo Fratel Pedro e di san José de Anchieta, partiti dalle Canarie verso l’America portando fede, speranza e carità come impulso missionario. In questo senso ha invitato i migranti a offrire “il tesoro di umanità, di sogni e di cultura” portato in queste isole, restando aperti a ciò che ricevono, in uno scambio fondato sulla responsabilità e orientato a una “civiltà dell’amore”.<br /><br />Il Pontefice ha affermato che “tutti – in qualche modo – siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste”, ringraziando le istituzioni e le persone di buona volontà che rendono possibile l’aiuto umanitario.<br />Infine, ha valorizzato il nome del centro, “Las Raíces”, richiamando un’immagine cara a Papa Francesco sull’importanza di non dimenticare le origini e di restare saldi nella fiducia in Dio e ha concluso affidando i presenti alla Vergine Maria, “Consolazione dei migranti”.<br /><br />La Laguna: “Integrare è evitare il Secondo Naufragio”<br /><br />Nel secondo incontro della mattinata, in Plaza del Cristo de La Laguna, raggiunta direttamente dal centro “Las Raíces”, il Pontefice ha affermato che “le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra; a volte si trovano nello sguardo, nella paura o nell’indifferenza”. Ha quindi invitato ad “imparare il linguaggio della prossimità”, un linguaggio che “si comprende più con le mani che con le parole”.<br /><br />Richiamandosi al Vangelo, ha ricordato che Cristo si rende presente nell’affamato, nell’assetato e nello straniero, sottolineando che la risposta cristiana non può restare teorica, ma deve tradursi in gesti concreti di cura e attenzione. <br />In questo senso, la continuità tra accoglienza e integrazione è fondamentale: “L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcarne la soglia. L’assistenza porta balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro”. Non si tratta solo di gestione sociale, ma di un cammino umano in cui la dignità della persona resta sempre al centro.<br /><br />Leone XIV ha ricordato che “integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né pretendere che lasci tutto ciò che appartiene alla sua memoria”, ma costruire una convivenza reale, evitando sia l’esclusione sia la creazione di “mondi paralleli”. “Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara a vivere in una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza perdere la propria identità né chiudere il cuore all’incontro”, ha insistito.<br /><br />Il Papa ha ribadito che ogni persona deve essere riconosciuta nella sua dignità, perché “parliamo, prima di tutto, di persone create a immagine e somiglianza di Dio”, e non di numeri o pratiche amministrative. “La tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato”, ha detto rivolgendosi direttamente ai migranti.<br /><br />Ha inoltre espresso gratitudine per l’impegno delle comunità ecclesiali e sociali, sottolineando la reciprocità che nasce dall’accoglienza: “quando chi ha ricevuto una mano comincia a tenderla a sua volta, la carità ricevuta diventa responsabilità condivisa”. Ha invitato anche a riconoscere il contributo dei migranti già integrati nella vita della Chiesa e della società, chiedendo alle comunità di lasciarsi anche “evangelizzare da loro”.<br /><br />Rivolgendosi in particolare ai cattolici, ha aggiunto: “Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, casa, lingua, lavoro e protezione; ma deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre coscienza e libertà di ciascuno”.<br /><br />Il Pontefice ha messo in guardia dal rischio del “secondo naufragio”, che avviene dopo l’arrivo quando le persone restano sole, senza lingua, lavoro e relazioni: “Integrare è impedire questo secondo naufragio”, ha affermato.<br /><br />Poi ha rivolto un forte appello a chi sfrutta la vulnerabilità dei migranti: “a chi organizza rotte di morte, traffica persone, trattiene documenti, sfrutta lavoratori, minaccia donne, inganna famiglie e trasforma la sofferenza altrui in business: fermatevi. Convertitevi. Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio”.<br /><br />Infine, ha ricordato che “lo straniero di ieri può essere il fratello e il vicino di oggi”, affidando alla Sacra Famiglia di Nazaret tutti i migranti e i rifugiati come modello di ogni famiglia in cammino.<br /> <br />Fri, 12 Jun 2026 13:54:48 +0200AFRICA/KENYA - Arrestato il presunto assassino di padre Bett, ucciso lo scorso maggiohttps://www.fides.org/it/news/77795-AFRICA_KENYA_Arrestato_il_presunto_assassino_di_padre_Bett_ucciso_lo_scorso_maggiohttps://www.fides.org/it/news/77795-AFRICA_KENYA_Arrestato_il_presunto_assassino_di_padre_Bett_ucciso_lo_scorso_maggio<br /><br />Nairobi – La polizia keniana ha arrestato il 10 giugno quello che ha definito il principale sospettato dell'omicidio di padre Allois Cheruiyot Bett, il sacerdote ucciso a colpi d'arma da fuoco nella zona di Tot, nella valle di Kerio, nell'altopiano occidentale del Kenya .<br />Il sospettato, Meshack Kilimo, è stato arrestato dopo aver ucciso un altro uomo con una freccia durante una lite per il possesso di un terreno nella stessa area della valle di Kerio.<br /><br />Zablon Okoyo, comandante della polizia del distretto di Kerio Valley East, ha confermato l'arresto del principale sospettato dell'omicidio del sacerdote, precisando che l'uomo è attualmente sotto interrogatorio.<br /><br />Meshack Kilimo è stato condotto davanti a un magistrato nella città di Iteh in relazione all'omicidio commesso durante la disputa terriera.<br /><br />«La DCI si sta ora occupando del caso e sta esaminando le prove che lo collegano all'omicidio del sacerdote. Successivamente verrà presa una decisione sui provvedimenti da adottare», ha dichiarato il comandante della polizia.<br /><br />Padre Bett era stato assassinato a colpi d'arma da fuoco da uomini armati il 22 maggio 2025, al termine della Messa celebrata nella Jumuiya del villaggio di Kakbiken. Il 3 giugno erano stati ritrovati, lungo la strada Mogotio-Kiptuno, nella contea di Nakuru, i corpi di due uomini che si sospettava fossero coinvolti nell'omicidio del sacerdote .<br /><br />Le loro famiglie, che ne avevano denunciato la scomparsa il 30 maggio, sostengono che le loro uccisioni siano collegate all'assassinio del sacerdote. Secondo i familiari, i due uomini, Simon Yego, 45 anni, e Collins Kipyatich, 22 anni, sarebbero stati rapiti la mattina dello stesso giorno, a poche ore di distanza l'uno dall'altro, nel villaggio di Tot, dove il 22 maggio era stato ucciso padre Bett.<br /><br />L'autopsia ha confermato che le due vittime erano state sottoposte a brutali torture prima di essere uccise. All'epoca, alcune fonti avevano riferito di un possibile coinvolgimento di «uomini in uniforme» o di appartenenti alle forze di sicurezza nel loro rapimento. La morte dei due uomini ha aggiunto un ulteriore elemento di mistero all'omicidio del sacerdote, in una regione già segnata da forti tensioni per la presenza di bande criminali . <br />Fri, 12 Jun 2026 11:41:17 +0200ASIA/INDIA - L’Arcivescovo di Imphal propone un “Accordo di pace in Manipur” mentre si riaccendono le tensioni etnichehttps://www.fides.org/it/news/77794-ASIA_INDIA_L_Arcivescovo_di_Imphal_propone_un_Accordo_di_pace_in_Manipur_mentre_si_riaccendono_le_tensioni_etnichehttps://www.fides.org/it/news/77794-ASIA_INDIA_L_Arcivescovo_di_Imphal_propone_un_Accordo_di_pace_in_Manipur_mentre_si_riaccendono_le_tensioni_etnicheImphal – In una situazione di alta tensione dovuta alla crisi degli ostaggi, che ha portato a nuovi massacri, tra cui l’uccisione di due pastori protestanti di etnia Naga, l’Arcivescovo di Imphal, mons. Linus Neli, ha lanciato un appello per un patto che possa essere ricordato come “l'Accordo del Manipur 2026”. Come riferito a Fides, l’Arcivescovo, rivolgendosi a tutte le comunità del Manipur, ha rinnovato l’appello al dialogo, alla riconciliazione e alla protezione delle vite dei civili innocenti in un contesto di continue violenze. Ha invitato i tre principali gruppi etnici dello Stato – Kuki, Naga e Meitei – a unirsi nel sostenere un patto di pace inclusivo e duraturo.<br />Mons. Neli, che ha diffuso una dichiarazione intitolata “Sulla protezione della vita umana e la ricerca della pace”, esprime a Fides il suo «profondo dolore per la perdita di vite innocenti e la distruzione causata da oltre tre anni di conflitto nello Stato». Condannando ogni forma di violenza contro i civili, afferma: «Nessuna circostanza o giustificazione può legittimare la soppressione di una vita umana innocente», ribadendo «la sacralità della vita e la dignità umana». «Gli attacchi deliberati contro i civili violano sia i principi morali sia i valori umani universalmente riconosciuti», ha dichiarato, esprimendo solidarietà alle famiglie delle vittime e degli ostaggi.<br />L’Arcivescovo cerca di scuotere le comunità affermando: «Invochiamo la fine delle rappresaglie e della vendetta. Auspichiamo il perdono, la giustizia riparativa e la ricerca della verità, elementi essenziali per ricostruire la fiducia tra le comunità». «Una pace duratura – prosegue – può emergere solo attraverso un dialogo costante tra le comunità, sostenuto sia dalle istituzioni tradizionali sia dai gruppi della società civile e dalle organizzazioni in grado di svolgere un’opera di mediazione». In questo percorso, osserva, «sono necessari un disarmo progressivo e il rafforzamento della cooperazione transfrontaliera a sostegno della crescita economica e della stabilità regionale», confermando il sostegno della Chiesa cattolica alle «iniziative che promuovono la guarigione, la responsabilità, la riconciliazione e la pace». Nei giorni scorsi i cattolici hanno organizzato e vissuto una speciale Giornata di preghiera per la riconciliazione in Manipur, cui hanno preso parte fedeli di tutti i gruppi etnici, uniti nell'invocare da Dio "il dono della pace".<br />La “crisi degli ostaggi” – il sequestro reciproco di civili tra i gruppi in lotta Kuki e Naga – sembrava avviata verso una soluzione dopo la liberazione di 14 ostaggi Kuki. Tuttavia, il ritrovamento dei corpi di sei civili Naga, brutalmente torturati e uccisi, ha riacceso con forza le ostilità etniche, provocando proteste e indignazione nella comunità Naga. Il 10 giugno le forze di sicurezza hanno recuperato i corpi di sei uomini Naga rapiti il 13 maggio. Tra loro vi erano anche due pastori cristiani protestanti: il Rev. Manu Thiumai, rispettato leader di una comunità battista, e il Pastore Kenpibou, anch’egli responsabile di una comunità battista locale. Secondo fonti locali, gli omicidi rappresenterebbero una rappresaglia per l’uccisione di tre Pastori battisti di etnia Kuki .<br />Il massacro dei sei civili Naga ha aggravato le tensioni tra le comunità Naga e Kuki in Manipur. Lo *United Naga Council* ha indetto proteste, blocchi stradali e manifestazioni per chiedere giustizia. Anche il *Naga Peoples’ Movement for Human Rights* ha condannato l’uccisione dei sei ostaggi, compiuta con modalità definite «estremamente brutali», qualificandola come un «crimine contro l’umanità» e un «atto barbarico». I leader Naga respingono ora gli accordi di cessate il fuoco con i gruppi militanti Kuki e chiedono alle autorità civili di procedere immediatamente all’arresto dei responsabili della strage.<br />Il conflitto interetnico in Manipur ha come conseguenze lo sfollamento interno di civili dei diversi gruppi che, secondo fonti governative, a giugno del 2026 sono, nel complesso, circa 60.000 persone.<br /> Fri, 12 Jun 2026 11:36:24 +0200«Quindici carboni, un braciere»: 200 anni di Rosario vivente", da Pauline Jaricot alla rete globale delle Pontificie Opere Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77793-Quindici_carboni_un_braciere_200_anni_di_Rosario_vivente_da_Pauline_Jaricot_alla_rete_globale_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://www.fides.org/it/news/77793-Quindici_carboni_un_braciere_200_anni_di_Rosario_vivente_da_Pauline_Jaricot_alla_rete_globale_delle_Pontificie_Opere_Missionariedi Marie-Lucile Kubacki - Lione Le due “reti globali” del “Rosario vivente” e delle Pontificie Opere Missionarie abbracciano il mondo intero. E il loro sviluppo ha molto in comune, e trae origine della stessa storia. È la storia di una città, di un contesto e di una donna: Pauline-Marie Jaricot, fondatrice dell’Opera della Propagazione della Fede e prima promotrice del “Rosario vivente”. <br /><br />È la memoria viva dell’origine della pia pratica del Rosario Vivente che le POM di Francia e l’arcidiocesi di Lione aiuteranno a riscoprire nel fine settimana del 12 e 13 giugno. Veglia di preghiera, corsa a staffetta e liturgia eucaristica celebrata dal Cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione, e da Olivier de Germay, Arcivescovo di Lione e Presidente dell’” l'Association Française des Œuvres Pontificales Missionnaires ”, aiuteranno a percepire il perdurare nel presente di un’avventura spirituale nata nella capitale delle Gallie e rapidamente diffusasi ben oltre i confini francesi.<br /><br /><br />«Una delle grandi figure del rinnovamento cattolico lionese dopo la Rivoluzione»: così la storica Catherine Masson descrive, in un’intervista concessa a Fides, Pauline Jaricot. All’indomani delle persecuzioni, mentre Lione si ricostruisce grazie all’industria e al commercio della seta, il padre di Pauline costruisce la propria fortuna educando al contempo i figli «alla pietà e all’attenzione verso i più poveri». La giovane, profondamente segnata da questo clima familiare, diventa molto presto sensibile «alle condizioni di vita delle operaie del suo quartiere: miseria, prostituzione, ecc.».<br /><br />In un’intervista ad Aleteia, l’Arcivescovo Olivier de Germay descrive così questo contesto spirituale. «Pauline Jaricot vive nel XIX secolo, un’epoca in cui la Chiesa, dopo le persecuzioni della Rivoluzione, ha mostrato un dinamismo sorprendente. Pauline riceve la fede in famiglia, ma a 17 anni vive una forte esperienza spirituale e comprende che non può essere cattolica a metà. All’epoca non si parlava dei “5 essenziali”, ma la sua vita cristiana si dispiega: si radica nella preghiera, si forma, condivide la fede con altri, si preoccupa della classe operaia e arde di un grande desiderio missionario. È in questo contesto che nasce l’intuizione del Rosario Vivente: sostenere i missionari con la preghiera».<br /><br /><br /><br />Un ordito spirituale, sociale e missionario<br /><br /><br />Interpellata da Fides sui fattori decisivi di questa nascita di una devozione che nasce nel cuore di un contesto secolare, Catherine Masson sottolinea che a Lione non vi è un «fattore magico» isolato, ma un insieme di realtà spirituali, sociali e pastorali in cui si inserisce l’azione di Pauline. <br /><br />«A Lione il contesto è quello di una città risorta dalle rovine dopo la Rivoluzione, che si trasforma grazie all’industria e al commercio della seta. Quanto alla Chiesa lionese, perseguitata, conosce allora uno sviluppo straordinario, segnato dalla volontà di “riparazione”, che alimenta un grande fervore e un dinamismo missionario e sociale che coinvolge clero e laici. Va segnalato in particolare il ruolo della Congregazione dei “Messieurs”, all’origine di numerose opere importanti, non senza alcune difficoltà legate alla presenza di un clero molto “gallicano”… contro il quale si scontrerà Pauline». Masson ricorda inoltre che confraternite del Rosario erano sopravvissute clandestinamente durante la Rivoluzione, «particolarmente drammatica a Lione», per poi riemergere, più o meno timidamente, durante la Restaurazione.<br />Pauline appartiene a una di queste confraternite mariane e la sua devozione alla Vergine – «insieme a quella al Sacro Cuore» – «illuminata dalla meditazione dei misteri della vita di Cristo, permea tutta la sua vita a partire da quella che lei chiama “conversione”», prosegue la storica. In questo contesto, precisa ancora a Fides, Pauline inizia con il «prendersi cura dei più vicini e dei più poveri che incontra nel suo quartiere». Ma «fin dalla giovinezza è anche impegnata per le missioni lontane, soprattutto in Cina, nell’ambito di un’associazione legata alle Missioni Estere di Parigi il cui scopo dichiarato è “propagare la fede”». Presto organizzerà questa associazione «in modo efficace a Lione, grazie al suo genio inventivo, modello che poi riprodurrà al servizio del Rosario». <br /><br />Si delinea già il legame profondo tra spiritualità mariana, attenzione sociale e slancio missionario universale che caratterizzerà sia il Rosario vivente sia la Propagazione della Fede.<br /><br /><br />Il genio di un metodo semplice e solidale<br /><br />Fondato nel 1826, il Rosario vivente risponde anzitutto a una sollecitudine molto concreta. «Risponde al desiderio di Pauline di permettere a tutti di recitare il Rosario, in particolare alle operaie e ai poveri che frequenta; Recitare il rosario meditando i misteri della vita di Cristo. Ma si rende conto che per loro è molto difficile», spiega Catherine Masson a Fides. <br /><br />Pauline osserva che «il Rosario intero» è recitato solo da «devote di professione, e solo se anziane o senza nulla da fare». Come raggiungere la massa di questi «cristiani di grana grossa», secondo l’espressione di Pauline Jaricot riportata dalla storica, «per ricondurli alla Vergine Maria»?<br />La risposta è insieme audace e sobria. «Per il Rosario vivente ha l’idea di riunire 15 persone, come i 15 misteri del rosario, 15 persone che si impegnano a recitare ogni giorno una decina del Rosario, meditando un mistero assegnato per sorteggio ogni mese», riassume Catherine Masson. «Il rosario viene così recitato interamente, in modo solidale, ogni giorno», aggiunge, precisando che questo metodo permette a ciascuno di meditare l’insieme dei misteri della salvezza «secondo il caso del sorteggio, che è anche fonte di semplicità».<br /><br />La storica insiste su due dinamiche fondamentali di questa inintuizione inventiva: «Pauline possiede insieme il genio della semplicità e quello della solidarietà, già messi in pratica al servizio della Propagazione della Fede». Alla semplicità della struttura si aggiunge una dimensione missionaria interna al dispositivo. «Inoltre, ciascuno si impegna a coinvolgere altre 5 persone, favorendo così una rapida diffusione in tutti gli ambienti». Ben presto il vocabolario utilizzato da Pauline per indicare le persone coinvolte – «dizainières», «zélatrices» – si amplia a un pubblico più vasto, quando «molti uomini vi aderiscono rapidamente», anche se il registro resta a lungo declinato al femminile.<br /><br /><br />Dalle decine della Propagazione alle quindicine del Rosario<br /><br />Questo metodo non nasce dal nulla, ma prolunga una prima esperienza organizzativa: la Propagazione della Fede. «La Propagazione della Fede nasce in relazione con l’istituto missionario delle Missions Etrangères de Paris , con la pratica del “soldo settimanale”», ricorda Catherine Masson. Si tratta di «aiutare le missioni, materialmente e spiritualmente, e favorire le vocazioni, in particolare per la Cina, verso la quale Pauline e suo fratello Philéas si appassionano fin da bambini». Un’associazione esiste già presso le MEP; a Lione, sotto l’impulso di Philéas, «si organizzano collette». «Philéas ha coinvolto la sorella e le sue amiche “riparatrici”», prosegue la storica. Pauline «cerca come rendere questa azione più efficace e inventa il “piano” associativo che la renderà famosa fino ai confini del mondo e soprattutto assicurerà, indipendentemente da lei, il successo dell’opera».<br /><br />Questo «piano» si fonda su una strutturazione molto precisa dei gruppi. «I membri sono riuniti in decine, centinaia e migliaia, all’interno delle quali il soldo viene raccolto di mano in mano; allo stesso modo circolano le informazioni: solidarietà nella raccolta e nella comunicazione», spiega a Fides. Sembra che Pauline abbia messo in atto questa organizzazione «già nel 1818-1819», prima che fosse adottata e sviluppata dai “Messieurs” della Congregazione di Lione, diventando la loro opera principale a partire dal 1822, anno della fondazione ufficiale in Francia della Propagazione della Fede. <br />Il successo è «rapidissimo».<br />Colpisce osservare come Pauline riprende questo schema nel Rosario vivente. Alle «decine» della Propagazione corrispondono le «quindicine» del Rosario; alla raccolta materiale del soldo settimanale corrisponde qui l’impegno quotidiano di una decina del rosario, che diventa una forma di capitale spirituale condiviso. In entrambi i casi, la circolazione delle informazioni – notizie dalle missioni, resoconti, circolari – rafforza il legame tra i membri. Come sintetizza Catherine Masson, Pauline istituisce così «una solidarietà nell’ordine mistico della preghiera, nell’organizzazione degli associati, ma anche nell’azione», facendo delle sue opere vere matrici di partecipazione laicale alla missione della Chiesa.<br /><br /><br />Da Lione a Roma: ampliamento degli orizzonti<br /><br />Nate a Lione, la Propagazione della Fede e il Rosario vivente superano rapidamente i confini della città. «Fin dall’inizio queste opere nate in Francia assumono una dimensione universale e ottengono anche un riconoscimento romano», sottolinea Catherine Masson. Tuttavia, gli inizi non sono privi di difficoltà. Il clero lionese, segnato da una tradizione gallicana, «accusa Pauline di compiere un’“opera illecita”, di “fare scisma”», proprio mentre si ricostruisce il tessuto ecclesiale e si teme che tali iniziative laicali possano competere con l’autorità clericale.<br /><br />Nel 1822, l’organizzazione della Propagazione della Fede è assunta da laici all’interno di un’associazione riconosciuta dai vescovi in Francia; ottiene già nel 1823 la benedizione di Pio VII, e sarà «ulteriormente riconosciuta e incoraggiata da Gregorio XVI e da Pio X », prima di essere riunita nel 1922 ad altre Opere missionarie nelle Pontificie Opere Missionarie, con sede a Roma. <br /><br />Il Rosario vivente è ufficialmente riconosciuto nel 1832 con un breve di Gregorio XVI, dopo varie «peripezie», e si sviluppa spesso in parallelo con la rete della Propagazione della Fede, «poiché gli associati sono gli stessi».<br /><br />Pauline trascorre circa un anno a Roma nel 1836, dove incontra Gregorio XVI. Coltiva allora il progetto di trasferire nella Città Eterna la sede del Rosario vivente, progetto che non si realizzerà; ma ottiene, dopo nuove resistenze, che la sua opera sia affiliata all’Ordine domenicano, tradizionalmente sensibile alla promozione della preghiera del Rosario. Questo gesto sancisce istituzionalmente il confluire di una iniziativa nata dal genio di una laica lionese nell’alveo la grande tradizione mariana della Chiesa universale.<br /><br /><br />Dall’intuizione di Pauline alla missione oggi<br /><br />Se la “pontificalizzazione” delle Opere avviene solo nel 1922, sotto Pio XI, ciò accade in un contesto in cui il papato intende sostenere con forza lo slancio missionario della Chiesa. Catherine Masson ricorda il ruolo decisivo di Gregorio XVI, che «conosceva e ammirava personalmente Pauline», pur ignorando il suo ruolo preciso nella fondazione della Propagazione della Fede, così come l’attenzione di Pio IX, «impotente a sostenerla personalmente» quando si scatena l’ostilità contro di lei dopo il fallimento dell’Opera degli operai, fabbrica “cristiana” di Rustrel, in Provenza, nata per ridare dignità agli operai e farne apostoli del Vangelo, ma finita in fallimento economico.. Quanto a Pio XI, «è noto il sostegno che ha dato alle missioni»: è in questo contesto che si colloca la decisione del 1922.<br /><br />Oggi il Rosario vivente continua a esistere, con «ventine» che hanno sostituito le quindicine , con una partecipazione variabile a seconda dei Paesi, mentre altre forme, come le Équipes du Rosaire fondate nel 1955 da padre Eyquem, hanno contribuito a xustodire la pia pratica di questa preghiera mariana. <br />Le Pontificie Opere Missionarie, dal canto loro, portano a livello mondiale l’eredità della Propagazione della Fede e dell’intuizione fondatrice di Pauline.<br />Per l’Arcivescovo de Germay, questa intuizione non ha perso nulla della sua forza. «L’intuizione di Pauline Jaricot è sempre attuale. Lo aveva detto il cardinale Tagle, che ha presieduto la sua beatificazione nel 2022, e sarò molto felice di accoglierlo nuovamente a Lione il prossimo 13 giugno», afferma nell’intervista citata. «Lo dimostrano anche le fraternità che si sviluppano oggi un po’ ovunque. Si comprende sempre più che per essere missionari non bisogna essere soli: occorre vivere la fede cristiana in tutte le sue dimensioni e avere in particolare una vera vita di preghiera».<br /><br />Due secoli dopo la nascita del Rosario vivente, Lione ricorda così che il genio di una donna laica, attenta ai più poveri e appassionata delle missioni lontane, continua a ispirare una Chiesa chiamata a pregare ed annunciare il Vangelo operando come rete diffusa e capillare.<br /><br />«Quando Leone XIV, in Dilexi te, scrive che san Francesco è stato all’origine, nella modestia dei suoi mezzi, ad Assisi, di una “rinascita evangelica” e che ha “cambiato la storia”, questo mostra che la santità è primaria…», osserva Catherine Masson. «L’istituzione, necessaria, viene dopo e ha bisogno della santità…». E conclude: «Non è forse questo che, in un contesto istituzionale poco favorevole, ha permesso all’opera di Pauline di avere la posterità che ha oggi e di celebrare ancora, 200 anni dopo, la nascita del Rosario vivente?»<br /><br /><br />Fri, 12 Jun 2026 10:10:57 +0200AFRICA/MOZAMBICO - L’ultimo saluto al vescovo Osório Citora Afonso nel ricordo di tanti che lo hanno conosciutohttps://www.fides.org/it/news/77792-AFRICA_MOZAMBICO_L_ultimo_saluto_al_vescovo_Osorio_Citora_Afonso_nel_ricordo_di_tanti_che_lo_hanno_conosciutohttps://www.fides.org/it/news/77792-AFRICA_MOZAMBICO_L_ultimo_saluto_al_vescovo_Osorio_Citora_Afonso_nel_ricordo_di_tanti_che_lo_hanno_conosciuto<p ><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/hpyBl6tfZAc?si=WQ2ZdVbRtXo9HUG_" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p><br /><br />Quelimane – La Chiesa di Quelimane piange mentre accoglie le spoglie mortali di Osorio Citora Afonso, vescovo della diocesi di Quelimane, amministratore Apostolico di Beira e segretario della Conferenza episcopale del Mozambico, ucciso brutalmente sabato 6 giugno. “Che l'anima sua possa riposare in Pace!” è uno dei tanti messaggi di cordoglio di quanti sono ancora sgomenti per la morte del loro vescovo.<br /><br />In un comunicato diffuso dalla Conferenza episcopale del Mozambico ci sono i dettagli delle celebrazioni delle esequie che si susseguiranno in questi giorni. Oggi 12 giugno una messa sarà presieduta dal nunzio apostolico in Mozambico, Dom Luiz-Miguel Munoz Cardaba, nella Parrocchia di Nossa Senhora do Livramento, Cattedrale di Quelimane. Dopo la celebrazione, le spoglie di don Osório saranno trasportate in aereo nella diocesi di Nampula. I presuli informano inoltre che, all'arrivo a Nampula, città natale di don Osorio la salma sarà esposta nella Scuola della Consolata nel quartiere di Nampaco, per l'ultimo saluto dei fedeli e dei familiari. Sabato 13 giugno la salma sarà trasferita alla parrocchia di Nostra Signora di Fatima – Cattedrale di Nampula, dove don Osório è stato battezzato, cresimato e ordinato sacerdote. Seguirà la Messa funebre, presieduta dall’arcivescovo di Nampula e presidente della CEM, Mons. Inácio Saure, IMC. Successivamente la salma sarà tumulata nel cimitero del Clero dell’Arcidiocesi di Nampula, presso il Seminario Propedeutico Mater Apostolorum, nel quartiere di Nampaco.<br /><br />Tra le tante iniziative per ricordare padre Osório, in Italia, la Diocesi di Vittorio Veneto, Treviso, dove il presule operò in passato, ha organizzato per lui alcuni momenti di preghiera. Una veglia è prevista giovedì 18 giugno nella chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, presieduta dal vescovo Riccardo Battocchio, in collaborazione con la diocesi di Treviso e i missionari della Consolata di Casa Milaico di Nervesa della Battaglia, Treviso. Inoltre, martedì 30 giugno sarà celebrata una messa per padre Osorio nella chiesa parrocchiale di Nervesa della Battaglia, presieduta dal vescovo di Treviso, Michele Tomasi.<br /><br />La Rete Teologica e Pastorale Cattolica Panafricana si unisce al Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar , alla Conferenza Episcopale Cattolica del Mozambico, al clero, ai religiosi e ai fedeli laici del Mozambico, e a tutte le persone di buona volontà nel piangere la tragica uccisione del vescovo di Quelimane. “Come osservato dal SECAM, questo “atto efferato, perpetrato contro un pastore del popolo di Dio, costituisce non solo un attacco alla vita e alla dignità di un devoto servitore del Vangelo, ma anche un assalto ai valori di pace, giustizia, dignità umana e libertà religiosa, essenziali per la prosperità di ogni società”. <br /><br />“La morte del vescovo Afonso si inserisce in un preoccupante schema emerso negli ultimi anni in tutta l'Africa – si legge nella nota diffusa dal PACTPAN. Troppi vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti, operatori pastorali e semplici fedeli sono diventati vittime di violenza. In molti casi, le indagini restano incomplete, famiglie e comunità rimangono senza risposte. L'uccisione di pastori del popolo di Dio non è mai solo un attacco a un individuo. È un attacco alla coscienza morale della società e alla sacralità stessa della vita umana. Sappiamo che questa tragedia va ben oltre gli attacchi ai leader della Chiesa. In tutto il nostro continente, innumerevoli uomini, donne e bambini comuni sono vittime ogni giorno di omicidi, terrorismo, banditismo, criminalità organizzata, violenza politica, sequestri, violenza domestica, sparizioni e conflitti armati.”<br /><br />L'uccisione del vescovo Osorio rappresenta un momento di resa dei conti morale non solo per il Mozambico, un paese che ha subito tanta violenza, ma per tutto il continente africano. PACTPAN crede che il futuro dell'Africa dipenda da un rinnovato impegno verso due fonti fondamentali: il Vangelo di Gesù Cristo e la filosofia africana dell'Ubuntu. “Ubuntu ci ricorda che ‘Io sono perché noi siamo’. “Gli esseri umani non esistono in isolamento. La nostra umanità è indissolubilmente legata. Quando una vita viene spezzata, l'intera comunità ne risente. Quando una persona viene uccisa, qualcosa di sacro viene ferito in tutti noi. La vocazione cristiana non è quindi solo condannare la violenza dopo che si è verificata, ma costruire culture, istituzioni e comunità che proteggano la vita prima che sia minacciata e che garantiscano giustizia per coloro che sono stati uccisi, perché le vittime della violenza muoiono ripetutamente se non c'è giustizia e se non si fa chiarezza sulle loro morti. Per questo motivo, PACTPAN invita i governi, i leader religiosi, gli educatori, le organizzazioni della società civile, le autorità tradizionali e le famiglie di tutta l'Africa a rinnovare il loro impegno per la tutela della vita umana dal concepimento alla morte naturale, lo stato di diritto e la fine dell'impunità, indagini efficaci sui crimini contro leader religiosi e cittadini, costruzione della pace, riconciliazione e coesione sociale, formazione dei giovani ai valori della nonviolenza e della cittadinanza responsabile, rafforzamento delle istituzioni democratiche e di una governance responsabile, una cultura Ubuntu radicata nella solidarietà, nella compassione e nella responsabilità reciproca, promozione della nonviolenza evangelica e di una vita piena in ogni ambito della società.”<br /><br />Costruire comunità di fede, speranza, giustizia e pace: è l’impegno che i responsabili del PACTPAN rinnovano per portare avanti l’opera per la quale ha vissuto il Vescovo di Quelimane. “Che il suo sangue, e il sangue di tutte le vittime innocenti della violenza in Africa, diventi seme di rinnovamento per il nostro continente.”<br /><br /> <br />Fri, 12 Jun 2026 09:20:36 +0200LEONE XIV IN SPAGNA - Il Papa nel porto di Arguineguín: “Ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità”https://www.fides.org/it/news/77791-LEONE_XIV_IN_SPAGNA_Il_Papa_nel_porto_di_Arguineguin_Ogni_vita_che_arriva_ci_chiede_che_cosa_resta_della_nostra_umanitahttps://www.fides.org/it/news/77791-LEONE_XIV_IN_SPAGNA_Il_Papa_nel_porto_di_Arguineguin_Ogni_vita_che_arriva_ci_chiede_che_cosa_resta_della_nostra_umanitaGran Canaria – “La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana”. Con queste parole il Papa Leone XIV si è rivolto questa mattina, 11 giugno, alle realtà di accoglienza dei migranti riunite nel porto di Arguineguín, a Las Palmas de Gran Canaria, nell’ambito del suo viaggio apostolico in Spagna.<br /><br />Il Pontefice ha affidato il suo messaggio all’immagine del mare, descritto come luogo di passaggio ma anche di dolore. “Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai della loro dignità” ha rimarcato sottolineando che il Vangelo “ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva”. Partendo dal capitolo 25 del Vangelo di Matteo, il Papa ha ricordato che si tratta di “un monito che nessun credente può prendere alla leggera” perché ci ichiama a riconoscere Cristo nei migranti.<br /><br />Rievocando l’immagine evangelica del “pescatore di uomini”, il Papa ha collegato direttamente la missione della Chiesa al dramma dei migranti nel mare. “Il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi”, ha affermato, ricordando anche la situazione di luoghi come El Hierro, “quell’isola, piccola per estensione, ma grande in umanità, che ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco”. “I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte” ha aggiunto.<br /><br />Il Papa ha descritto il Mediterraneo e l’Atlantico come spazi in cui non agisce soltanto la natura, ma anche il male umano. Ha denunciato l’azione delle mafie e dei trafficanti che “schiavizzano donne e bambini”, così come l’indifferenza di molti che “permette che i poveri siano inghiottiti dall’oblio”. Di fronte a ciò, ha ricordato l’azione di Dio che apre una via in mezzo al caos, evocando il passaggio del Mar Rosso e la parola di Gesù durante la tempesta: «Taci, calmati!». “Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque”.<br /><br />Il Pontefice ha voluto anche soffermarsi sulla testimonianza di coloro che lavorano nell’accoglienza. A loro ha espresso gratitudine per il loro impegno quotidiano, in cui “la misericordia inizia con piccoli gesti”, dall’assistenza immediata fino alla vicinanza umana. In questo punto ha messo in guardia contro la riduzione del migrante a una cifra: “quando il migrante smette di essere ‘uno dei tanti’, smette di essere una categoria e una cifra, solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora la coscienza resta senza scuse”.<br /><br />Un momento particolarmente intenso è stato dedicato alla testimonianza di una vittima della tratta di nazionalità nigeriana, che, anche se non ha potuto essere presente per ragioni di sicurezza, ha visto dare voce alla sua esperienza davanti al Papa. «Nelle tue parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada». Le ha detto Leone XIV. “Se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile” ha affermato, sottolineando che la dignità di ogni persona permane anche dopo lo sfruttamento e la violenza. “La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male… La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore.”<br /><br />Rivolgendosi direttamente ai migranti, il Pontefice ha ribadito: “Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare”, ha detto, prima di mettere in guardia contro le reti criminali che offrono “facili paradisi”, da lui definiti “canti delle sirene” e “industrie di morte”, chiedendo di non cedere a queste promesse.<br /><br />Il Papa ha ampliato la sua riflessione alle responsabilità politiche e sociali, affermando che la situazione migratoria deve diventare un “esame di coscienza” per i Paesi di origine, di transito e di destinazione, così come per l’Europa e la comunità internazionale. In questo senso ha avvertito che non ci si può “abituare a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi”.<br /><br />Ha inoltre richiamato la missione e il compito a cui è chiamata anche la Chiesa: “Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario.” “Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità… non possiamo poi ‘passare oltre’ davanti a cayucas e pateras” ha insistito evocando la parola del Buon Samaritano.<br /><br />Infine, ha chiesto politiche concrete e vie legali e sicure di migrazione, ricordando che anche se “esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza…”.<br /><br />Al termine dell’incontro, Leone XIV ha affidato l'umanità migrante alla Madonna del Carmine, mettendo in guardia contro l’indifferenza: “Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere”. Ogni barca che arriva, ha detto, “non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?” “Che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio”.<br /> Thu, 11 Jun 2026 14:58:46 +0200AFRICA/SOMALIA - Scontri e tensioni e Mogadisciohttps://www.fides.org/it/news/77790-AFRICA_SOMALIA_Scontri_e_tensioni_e_Mogadisciohttps://www.fides.org/it/news/77790-AFRICA_SOMALIA_Scontri_e_tensioni_e_MogadiscioSituazione tesa a Mogadiscio, dove nel distretto di Abdiaziz le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro i residenti che protestavano contro la demolizione delle abitazioni. Gli scontri sono scoppiati nei pressi della strada che conduce a Lido Beach, vicino alla sede del Reparto Trasporti della Polizia, mentre i manifestanti si confrontavano con il personale di sicurezza. Secondo alcuni testimoni, le forze dell’ordine hanno sparato per disperdere la folla, che ha risposto lanciando pietre contro gli agenti. Gli scontri hanno costretto numerosi residenti a fuggire da alcune aree del distretto, alimentando i timori di un’ulteriore escalation della violenza.<br />La tensione era già elevata dal 10 giugno, quando un imponente dispositivo di sicurezza era stato dispiegato nel distretto di Wadajir, nelle zone adiacenti all’Hotel Al Jazeera, nei pressi dell’aeroporto internazionale Aden Adde, dove risiedono alcuni dei principali esponenti dell’opposizione. Nel corso della notte, tuttavia, era stato osservato un parziale allentamento delle misure di sicurezza.<br />I due distretti, Abdiaziz e Wadajir, non sono contigui, ma entrambi gli episodi sono riconducibili alla crisi politica scoppiata in seguito alla decisione del presidente Hassan Sheikh Mohamud di prorogare il proprio mandato, scaduto il 15 maggio, mentre il mandato del Parlamento era terminato il 14 aprile. Secondo Mohamud, gli emendamenti costituzionali approvati dal Parlamento all’inizio dell’anno estenderebbero la durata di entrambi i mandati e comporterebbero il rinvio delle elezioni. L’opposizione contesta tale interpretazione, giudicandola incostituzionale.<br />Le proteste organizzate dall’opposizione sono state represse con la forza. Gli scontri sono iniziati il 3 giugno nei quartieri centrali, tra cui Howlwadag, e si sono rapidamente estesi ad Abdiaziz — dove si trova una residenza utilizzata dall’ex presidente Sharif Sheikh Ahmed per coordinare le attività dell’opposizione —, a Wadajir, Hodan e ad altri distretti della capitale. Le violenze hanno causato decine di morti, centinaia di feriti e la fuga di migliaia di abitanti dalle aree interessate.<br />Ad accrescere ulteriormente la tensione, un gruppo di uomini armati, presumibilmente appartenenti a un clan della regione del Medio Shabelle, ha bloccato la principale arteria costiera in uscita da Mogadiscio. Si tratta di un corridoio strategico per il commercio e i trasporti, che collega la capitale somala ad alcune aree delle regioni di Galgaduud e Hiiraan. Il blocco dovrebbe interrompere il traffico merci, il trasporto pubblico e gli spostamenti dei civili lungo l’autostrada. Al momento le motivazioni dell’azione non sono note, ma appare evidente il collegamento con la situazione di profonda incertezza politica nella quale è precipitato il Paese. <br /><br />Thu, 11 Jun 2026 12:10:31 +0200Cardinale Tagle: "Gratuitamente avete avuto, gratuitamente date". La gratitudine per la vita donata di Osório Afonso Citora, Vescovo missionariohttps://www.fides.org/it/news/77789-Cardinale_Tagle_Gratuitamente_avete_avuto_gratuitamente_date_La_gratitudine_per_la_vita_donata_di_Osorio_Afonso_Citora_Vescovo_missionariohttps://www.fides.org/it/news/77789-Cardinale_Tagle_Gratuitamente_avete_avuto_gratuitamente_date_La_gratitudine_per_la_vita_donata_di_Osorio_Afonso_Citora_Vescovo_missionariodel Cardinale Luis Antonio G. Tagle*<br /><br /> <br />Pubblichiamo l'omelia pronunciata del Cardinale Tagle durante la messa di suffragio per il Vescovo Osório Afonso Citora celebrata oggi a Roma, nella Cappella dei Re Magi, nel Palazzo di Propaganda Fide <br /><br />Roma Ringraziamo il Signore che ci ha riuniti come una famiglia in questa celebrazione eucaristica, in memoria dell’apostolo San Barnaba. Sono certo che il Santo non si sentirà offeso se, nel giorno della sua memoria liturgica, la nostra comunità ricorda il suo amato fratello, amico e collaboratore Mons. Osório Afonso Citora, missionario della Consolata, che per molti anni ha considerato il Dicastero la sua casa, la sua famiglia, la sua missione, fino alla morte. Credo che San Barnaba sarà onorato dalla vita e dal sangue di Mons. Osório. Ricordo che nel 2017 l’allora superiore generale dei missionari della Consolata, padre Stefano Camerlengo, mi invitò al loro capitolo generale per proporre alcune riflessioni sull’amicizia e la collaborazione missionaria tra Paolo e Barnaba. Ora incontriamo nuovamente Barnaba.<br /><br /> <br /><br />Secondo gli Atti degli Apostoli, Barnaba, detto anche Giuseppe, era uno dei membri della prima comunità cristiana di Gerusalemme. Egli vendette i propri beni e consegnò il ricavato agli Apostoli affinché lo distribuissero ai poveri. Dopo la conversione di Saulo, Barnaba lo presentò agli Apostoli a Gerusalemme. Cercò Saulo e lo portò ad Antiochia, dove fioriva la missione presso i Gentili e da dove lo Spirito Santo li consacrò entrambi per i viaggi missionari. Presero strade separate a causa di un disaccordo, ma non si distrussero a vicenda. Grazie alla loro separazione, il Vangelo raggiunse molte più persone.<br /><br /> <br /><br />Non ci ricorda Barnaba, forse, Osorio? O forse è Osório a ricordarci Barnaba? Osório lasciò la sua famiglia e la sua terra natale come missionario della Consolata, pronto ad andare ovunque lo Spirito lo avesse mandato. Quando un giorno, nell’ottobre del 2023, lo chiamai nel mio ufficio, pensò che avessi bisogno di un resoconto sulle giurisdizioni di cui si occupava. Venne e parlò . Era difficile fermarlo. Quando finalmente si è fermato per riprendere respiro, ho approfittato del momento. Gli ho dato la notizia che Papa Francesco intendeva nominarlo vescovo ausiliare di Maputo. Poi c’è stato silenzio, uno sguardo assente, e un scoppio di lacrime e singhiozzi. Ha chiesto tempo per pregare e riflettere. Il giorno seguente, ha detto umilmente “Sì”. Poi mi ha chiesto di essere il consacrante principale alla sua ordinazione episcopale. In quanto ufficiale, il dicastero è stato suo compagno di missione. Ora, come vescovo, voleva che il Dicastero lo accompagnasse in questo nuovo cammino. Come Barnaba, Osório ha cercato collaboratori e amici nella missione, il suo Paolo, Marco, Timoteo e così via. Per Osorio, la missione non è solo lavoro, ma amicizia con il Signore che forgia l’amicizia con i compagni missionari. L’amicizia fa parte dei viaggi missionari. Ricordate come l’amicizia e il calore di Osorio hanno alimentato la vostra missione nel Dicastero.<br /><br /> <br /><br />Infine, nel Vangelo, Gesù offre una descrizione sorprendente della missione: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Sì, ci sono compiti specifici che gli apostoli sono chiamati a svolgere: annunciare il Regno di Dio, guarire i malati, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni. Ma alla base di questi compiti c’è il dono del Regno di Dio, il dono del Vangelo, il dono della chiamata del Signore, il dono dell’amicizia con il Signore, il dono della fiducia di Gesù e il dono della partecipazione alla sua missione. La missione consiste nel donare gratuitamente agli altri il dono che abbiamo ricevuto gratuitamente da Gesù. Dobbiamo fare affidamento sul dono di Gesù, non sull’argento, sul denaro, sulle tuniche, sui sandali e sul bastone. La missione non consiste nel dimostrare la propria capacità e nel superare i risultati degli altri. Facciamo tesoro del dono della fede condividendolo come dono.<br /><br /> <br /><br />Siamo stati testimoni dell’entusiasmo e della gioia che Osorio provava ogni volta che condivideva la Parola di Dio. Non si stancava mai di proporre incontri di studio della Bibbia, ritiri spirituali e ritiri. Il dono che aveva ricevuto gratuitamente, lo donava gratuitamente. Ecco perché la sua morte violenta ci lascia tutti perplessi e feriti. Come ha potuto un uomo come lui, generoso nel condividere un sorriso, la Parola di Dio e il Regno della giustizia, fare una fine così tragica? Non lo sappiamo ancora, e forse non lo sapremo mai. Ma ci atteniamo con fede e speranza alle parole di Gesù nel Vangelo: «Quando entrate in una casa, rivolgetevi la pace. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi». Caro Osório, non sarai privato della pace. Il dono della pace di Gesù tornerà a te. Riposa in pace.<br /><br /> <br /><br />Vorrei concludere citando le parole che ho rivolto a Mons. Osório nell'omelia pronunciata in occasione della sua consacrazione episcopale nel gennaio 2024.<br /><br /> <br /><br />“Caríssimo Dom Osório, vós escolhestes um belo lema episcopal tirado do Salmo 119: “ Lucerna pedibus meis” – Tua Palavra é lâmpada para os meus pés e luz para o meu caminho. Esse lema expressa a vossa fé, a vossa oração, o vosso desejo e o vosso plano pastoral. Vós dissestes: “Eu quero que a Palavra de Deus seja a lâmpada para os meus passos, mas também para aqueles irmãos e irmãs que o Senhor confiou a mim e ao meu cuidado pastoral”.<br /><br />Que vós possais repartir a Palavra de Deus para eles como sustento e alimento. E quando os demônios vos tentarem com lâmpadas falsas, agarrai-vos a Deus que vos fala através de Jesus no Espírito Santo. Tendo a Palavra de Deus como lâmpada, servireis a Igreja com fidelidade.<br /><br />Aprendei com Maria, a Consolata, que escutou a Palavra de Deus e a pôs em prática como uma humilde serva do Senhor.”<br /><br />Riposa in pace.<br /><br /><br /><br />]* Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione Thu, 11 Jun 2026 11:05:28 +0200AFRICA/ETIOPIA - “Dio sta scegliendo gli ultimi”: celebrati battesimi e cresime nella piccola comunità di Kokossahttps://www.fides.org/it/news/77788-AFRICA_ETIOPIA_Dio_sta_scegliendo_gli_ultimi_celebrati_battesimi_e_cresime_nella_piccola_comunita_di_Kokossahttps://www.fides.org/it/news/77788-AFRICA_ETIOPIA_Dio_sta_scegliendo_gli_ultimi_celebrati_battesimi_e_cresime_nella_piccola_comunita_di_KokossaKokossa - Domenica 7 giugno, in Etiopia ricorreva la solennità della Santissima Trinità. Per l’occasione a Kokossa, una comunità della Prefettura Apostolica di Robe cui Prefetto è padre Angelo Antolini, Ofm cap., sono stati celebrati i sacramenti dell’iniziazione cristiana per ragazzi e adulti.<br /><br />“Dio sta scegliendo gli ultimi!!!! Ultimi in tutti i sensi. Importanti solo di fronte a Dio e alla Chiesa. Questo mistero è grande e non comprensibile”. E’ il commento accorato condiviso con l’Agenzia Fides da padre Angelo al termine delle celebrazioni.<br /><br />Racconta la giornata particolare vissuta dalla comunità don Nicola, sacerdote fidei donum di Padova, impegnato nella missione da oltre 7 anni, il quale condivide inoltre i passi avanti fatti dalla comunità nel corso degli anni.<br /><br />“Abbiamo celebrato nove battesimi, di cui cinque di adulti e quattro di ragazzi – scrive all’Agenzia Fides il missionario. Inoltre, diciannove tra adulti e giovani sono stati accolti nella comunità cattolica attraverso il sacramento della Confermazione e la partecipazione all’Eucaristia. Anche i battezzati hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana. In totale, ventotto persone hanno così fatto il loro ingresso nella comunità cristiana cattolica.” <br /><br />“A dire il vero – prosegue don Nicola - si tratta di persone che da tempo partecipano alla vita della comunità. Non è stato un percorso breve o immediato: la maggior parte di loro frequenta da alcuni anni. Solo una famiglia e una signora si sono avvicinate l’anno scorso, mentre tutti gli altri partecipano da tempo. In questi anni abbiamo proposto una formazione aperta a tutta la comunità, cercando di offrire a ciascuno la possibilità di prepararsi adeguatamente a questo momento importante.”<br /><br />La comunità di Kokossa è nata quasi dieci anni fa . “Me lo ricordava il Prefetto Apostolico di Robe, durante uno dei nostri viaggio di ritorno dalla missione: sono ormai diciannove anni che questa presenza esiste. È una comunità relativamente giovane, nel senso che non ha ancora una lunga tradizione, ma è cresciuta grazie a una presenza missionaria costante. All’inizio il servizio era affidato alle Suore Missionarie della Carità di Madre Teresa. Una piccola comunità itinerante si fermava per alcuni mesi, accompagnata da un sacerdote che celebrava l’Eucaristia. Attorno a questa presenza è nata la prima comunità, formata da alcune persone anziane, qualche famiglia e alcuni adulti. In seguito, quando le suore sono partite, la comunità è stata accompagnata da padre Angelo e da un catechista che svolgeva un importante ruolo di collegamento, visitando la gente anche quando il sacerdote non poteva essere presente.”<br /><br />Nel corso degli anni ci sono stati altri momenti significativi rimarca don Nicola. “In particolare, vorrei ricordare che anni fa il nostro vescovo emerito di Padova, Antonio Mattiazzo, si è preso particolarmente a cuore questa comunità . L’ha amata, accompagnata e vi ha celebrato i sacramenti per una ventina o trentina di persone. Quella generazione di fedeli costituisce oggi il nucleo della comunità che abbiamo trovato quando siamo arrivati sette anni e mezzo fa insieme ai missionari, a padre Stefano ed Elisabetta, nell’ambito dell’impegno della Diocesi di Padova a sostegno della Prefettura Apostolica di Robe. Da allora abbiamo raccolto questi frutti e continuiamo ad accompagnare la comunità, prestando particolare attenzione alla carità, che qui rappresenta un segno e una necessità molto evidente. Questa attenzione è però sempre accompagnata dalla cura della fede: la celebrazione settimanale, i momenti di preghiera, la formazione e l’animazione pastorale aiutano la comunità a crescere.”<br /><br />Come si evince dal racconto del missionario, in questi anni la risposta della gente è stata positiva. “Certamente molti si avvicinano anche per ricevere un aiuto concreto, ma il percorso non si esaurisce nella richiesta di sostegno materiale. Cerchiamo, infatti, di tenere insieme la promozione umana, la carità e la solidarietà con l’evangelizzazione, attraverso la formazione ai sacramenti, la preghiera, le celebrazioni e la visita alle famiglie. Queste visite prevedono semplici momenti di preghiera, ma anche occasioni di conoscenza reciproca e di rafforzamento dei legami. La gente si sente così accompagnata da Dio, dal nostro servizio missionario e pastorale e dal desiderio sincero di entrare nelle loro vite. Cerchiamo di rispondere non soltanto ai bisogni materiali, ma anche alle esigenze dello spirito. È un lavoro discreto, spesso nascosto, ma molto prezioso.”<br /><br />“Tra le priorità della missione vi è certamente l’attenzione alla povertà, ai bisogni di cibo, salute e dignità – spiega don Nicola. Non si tratta tanto di garantire un benessere, quanto piuttosto di aiutare le persone a vivere senza quelle preoccupazioni che possono condurre alla miseria e alla disperazione. Siamo segno di una solidarietà sostenuta dalle nostre comunità e dalla Diocesi di Padova, ma anche di una solidarietà che la gente del posto vive e condivide. Quando arriva il momento di aiutare qualcuno, ciascuno cerca di offrire qualcosa, anche se poco. È un gesto significativo che manifesta la partecipazione e il senso di appartenenza alla comunità. Quando siamo arrivati, anche su desiderio del vescovo emerito Mattiazzo, e in sintonia con lo stile della Prefettura Apostolica di Robe, abbiamo coordinato la costruzione di una scuola dell’infanzia, rispondendo a una richiesta espressa dalla stessa comunità civile. Dal 2021 la scuola è operativa e accoglie circa 150 bambini tra i tre e i sei anni. Si tratta di un piccolo ma importante segno di attenzione educativa. I bambini ricevono una formazione di base che permette loro di affrontare con maggiore preparazione il successivo ingresso nella scuola pubblica. La scuola è un impegno che richiede ancora molte energie: servono insegnanti adeguatamente formati, materiale didattico e sostegno economico per le famiglie che faticano a sostenere le spese. Inoltre, per alcuni bambini è possibile avere pane e tè, che spesso rappresentano non soltanto la colazione ma anche il pranzo. Anche questo è un segno semplice ma concreto di attenzione e continuità. Non si tratta tanto di trasmettere valori solo religiosi, quanto piuttosto di promuovere il valore dell’educazione e l’importanza dei bambini, che sono il futuro della comunità. Cerchiamo quindi di coordinare questi aiuti con un’attenzione ampia alla carità, perché spesso la gente non ha nemmeno il necessario per vivere. A volte è necessario intervenire persino per la costruzione di una capanna o per altre necessità essenziali.”<br />Tra i progetti portati avanti negli ultimi due anni, don Nicola si sofferma su uno che sta dando particolare soddisfazione ed è quello dedicato alla promozione della donna. “Le donne svolgono un ruolo fondamentale nella famiglia e nella crescita dei figli. Non di rado incontriamo donne abbandonate o costrette a sostenere da sole il peso della famiglia, mentre gli uomini hanno altre famiglie o non si assumono pienamente le proprie responsabilità. Per questo motivo il progetto prevede l’acquisto di una pecora oppure del materiale necessario per avviare una piccola attività commerciale. In questo modo le donne possono generare un reddito, acquisire una maggiore autonomia e non dipendere continuamente dagli aiuti esterni. Abbiamo constatato che le beneficiarie rispondono con grande impegno. Sentono la fiducia che viene loro accordata e la responsabilità che viene richiesta. Il valore dell’iniziativa non è soltanto economico: una pecora rappresenta certamente un bene importante, ma ciò che conta maggiormente è il riconoscimento della dignità della persona. Vogliamo soprattutto valorizzare il ruolo delle donne, che rappresentano il perno della famiglia e un punto di riferimento fondamentale per la comunità. Anche durante la recente celebrazione dei Sacramenti la loro presenza e partecipazione sono state molto significative. Le donne esprimono con semplicità e forza il loro contributo alla vita della comunità e mostrano ogni giorno quanto sia importante sostenerle e accompagnarle”.<br /> <br />Thu, 11 Jun 2026 09:43:06 +0200ASIA/NEPAL - L'Amministratore apostolico Bogati: "La Chiesa cresce, tra le speranze di cambiamento nel Paese"https://www.fides.org/it/news/77780-ASIA_NEPAL_L_Amministratore_apostolico_Bogati_La_Chiesa_cresce_tra_le_speranze_di_cambiamento_nel_Paesehttps://www.fides.org/it/news/77780-ASIA_NEPAL_L_Amministratore_apostolico_Bogati_La_Chiesa_cresce_tra_le_speranze_di_cambiamento_nel_PaeseKathmandu - Mentre il Nepal vive una fase di grande rinnovamento politico e sociale, la Chiesa cattolica guarda con fiducia al futuro. «Vediamo l'opera di Dio nel nostro Paese», afferma in un colloquio con l'Agenzia Fides padre Silas Bogati, Amministratore apostolico del Vicariato del Nepal. La comunità cattolica, riferisce, continua a crescere: ogni anno circa cento adulti ricevono il Battesimo e si uniscono a una Chiesa che conta oggi quasi 9.400 fedeli, impegnata nella missione educativa, sociale e pastorale in tutto il Paese.<br />Padre Bogati guarda con speranza al futuro della presenza ecclesiale nel Paese himalayano: Con 13 parrocchie, quattro delle quali nella capitale Kathmandu e nove nel resto del Paese, «la nostra è una Chiesa piccola ma molto vivace», osserva padre Bogati. «La maggior parte dei fedeli è praticante. Abbiamo una vita parrocchiale intensa, con gruppi di preghiera, realtà giovanili, gruppi carismatici e movimenti di devozione mariana. La nostra comunità cresce, è un segno di speranza per noi», afferma.<br />Tra le principali necessità della Chiesa locale vi è lo sviluppo delle infrastrutture pastorali: «Siamo ancora una Chiesa povera», rileva il sacerdote. «Non disponiamo di risorse sufficienti per costruire nuove chiese, canoniche e cappelle. C'è ancora molto lavoro da fare per sviluppare le nostre strutture».<br />Sul piano religioso, la Costituzione nepalese, in vigore dal 2015, all'articolo 26 garantisce la libertà di culto, ma resta in vigore una normativa che vieta il proselitismo e considera con particolare attenzione le conversioni religiose. Spiega padre Bogati: «Molte persone si avvicinano spontaneamente alla Chiesa attraverso le scuole, le opere sociali e i progetti caritativi. Vedono la nostra testimonianza, conoscono il nostro lavoro e poi chiedono il Battesimo».<br />Guardando all'attuale situazione del Paese, l'Amministratore apostolico registra una fase di profondo cambiamento politico e sociale, segnata dall'emergere delle nuove generazioni, tornate a essere protagoniste della vita politica. «Nell'ultimo anno - ricorda - c'è stata una sorta di rivoluzione giovanile. La Generazione Z ha fatto sentire la propria voce, chiedendo soprattutto buon governo, trasparenza e cambiamento» e, dopo le elezioni del marzo scorso, il paese è entrato in una nuova era.<br />Il nuovo esecutivo guidato dal giovane leader Balendra Shah ha intercettato le aspettative e la voglia di cambiamento. «Esisteva un forte desiderio di rinnovamento e oggi molti cittadini guardano con fiducia al nuovo corso politico. Il governo ha scelto uno stile basato su poche parole e più azioni. La sfida sarà riformare il Paese mantenendo l'equilibrio», nota.<br />Attualmente si registra una fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni: «I giovani sono pieni di speranza», afferma padre Bogati. «Dopo molto tempo è emerso un leader che promette di mantenere gli impegni assunti. La gente gli accorda fiducia, ma questa fiducia dovrà essere confermata dai fatti». «Si può dire che esiste una sorta di luna di miele tra il governo e la popolazione. Ma nessuna luna di miele dura per sempre. Il rapporto dovrà essere consolidato attraverso risultati concreti», aggiunge.<br />Il sacerdote evidenzia tuttavia anche alcune criticità. «Il governo è in carica da marzo 2026 e molti ministri sono nuovi alla vita politica. Questo comporta inevitabilmente una certa mancanza di esperienza, che può rappresentare sia un limite sia un'opportunità».<br />Tra le principali sfide sociali, resta quella dell'emigrazione: «La disoccupazione spinge molti giovani a lasciare il Paese in cerca di lavoro. L'economia nepalese dipende in larga misura dalle rimesse inviate dagli emigrati alle loro famiglie». Per questo motivo il governo punta a creare nuove opportunità occupazionali nei settori produttivi strategici: «Occorre sviluppare l'industria, il turismo e l'agricoltura, che continua a essere una delle principali risorse economiche del Nepal. Vi è inoltre una forte attenzione alla promozione del turismo e alla valorizzazione di luoghi di richiamo mondiale come l'Himalaya», spiega p. Bogati.<br />Tra i primi provvedimenti adottati dal governo vi sono una serie di "ordinanze esecutive". Una di queste ha revocato numerose nomine effettuate in passato sulla base di appartenenze politiche: «Circa 1.500 persone che avevano ottenuto incarichi pubblici grazie a legami politici sono state rimosse. Si tratta di una misura che ha ricevuto un ampio consenso da parte dell'opinione pubblica», riferisce il sacerdote.<br />Al tempo stesso, alcune delle ordinanze approvate dal governo hanno suscitato un dibattito. Tra queste vi sono provvedimenti che limitano la presenza di organizzazioni sindacali in determinati ambiti del settore pubblico e misure anticorruzione che hanno portato all'apertura di indagini e ad arresti per presunti illeciti finanziari.<br />Particolare attenzione desta, inoltre, la riforma del sistema educativo, che coinvolge direttamente le istituzioni cattoliche: «Una delle nuove ordinanze prevede che le scuole con nomi stranieri debbano adottare denominazioni locali entro un anno. Questo riguarda anche le nostre scuole storiche, alcune delle quali esistono da oltre settant'anni e portano il nome di santi, come San Giuseppe», spiega l'Amministratore. Per la Chiesa si tratta di una questione delicata: «Se fossimo costretti a cambiare nome, perderemmo una parte significativa della nostra identità. Per questo intendiamo avviare un dialogo con il governo per spiegare la nostra posizione e cercare una soluzione condivisa, eventualmente attraverso una deroga», riferisce.<br />Nonostante tali preoccupazioni, il sacerdote sottolinea che le autorità non hanno mostrato ostilità nei confronti della comunità cristiana. «Il governo non ha manifestato pregiudizi verso i cristiani», afferma. «Speriamo che possa inaugurare una stagione di pace e di buon governo, capace di offrire nuova speranza alla popolazione».<br />Padre Bogati si sofferma, infine, sulla figura di Papa Leone XIV, che gode di grande considerazione nel Paese himalayano in cui, su circa 29 milioni di abitanti, l'80% della popolazione è induista e i cristiani, delle diverse confessioni sono, nel complesso, meno del 2%. <br />«I cattolici nepalesi seguono il Papa attraverso i suoi scritti e i suoi messaggi e nutrono grande stima e affetto nei suoi confronti. Anche molti non cristiani ne apprezzano l'impegno per la pace e il suo ruolo di voce morale sulla scena internazionale», racconta a Fides. «Il popolo nepalese e il governo sono favorevoli alla pace. Per questo il messaggio del Papa viene ascoltato con rispetto e rappresenta una testimonianza importante anche per chi non appartiene alla Chiesa cattolica», conclude.<br /> Thu, 11 Jun 2026 13:19:11 +0200Il Centro Las Raíces tra accoglienza migratoria e preparativi per la visita del Papa a Tenerifehttps://www.fides.org/it/news/77786-Il_Centro_Las_Raices_tra_accoglienza_migratoria_e_preparativi_per_la_visita_del_Papa_a_Tenerifehttps://www.fides.org/it/news/77786-Il_Centro_Las_Raices_tra_accoglienza_migratoria_e_preparativi_per_la_visita_del_Papa_a_TenerifeTenerife – Il Centro di accoglienza per migranti di Las Raíces, a Tenerife, si prepara alla visita di Papa Leone XIV, prevista per il 12 giugno, nell’ambito del suo viaggio apostolico in Spagna. <br />La tappa nelle Isole Canarie porterà al centro dell’agenda la realtà migratoria e l’impegno di accoglienza della Chiesa e delle organizzazioni sociali.<br />La visita a Las Raíces avverrà il giorno successivo alla tappa a Gran Canaria, dove l’11 giugno è previsto un incontro nel porto di Arguineguín, uno dei principali punti di arrivo della rotta atlantica . Entrambi i luoghi sono diventati simboli della crisi migratoria nelle Canarie e della risposta istituzionale e umanitaria ai flussi provenienti dall’Africa occidentale.<br /><br />Il Centro, gestito dall’organizzazione Accem, è uno dei principali presidi di emergenza per i migranti arrivati sulle isole nei ‘cayucos’. Nato come risposta alla pressione migratoria nell’Atlantico, funziona come struttura temporanea del sistema statale di accoglienza. Nei momenti di maggiore afflusso ha ospitato oltre 2.500 persone in condizioni di forte sovraffollamento assistenziale. Attualmente accoglie circa 500 residenti.<br /><br />La visita del Papa prevede un incontro con un gruppo di migranti in un clima di dialogo semplice e diretto, durante il quale alcuni potranno rivolgere brevi parole in spagnolo. Le persone accolte, in particolare quelle di fede cattolica, vivono l’attesa con grande emozione. Secondo i responsabili del centro, anche le lezioni di lingua spagnola inserite nei percorsi di integrazione hanno ricevuto in questi giorni un nuovo slancio, poiché alcuni ospiti si stanno preparando a salutare o a raccontare brevemente la propria esperienza al Pontefice con parole semplici in spagnolo.<br /><br />Un altro momento significativo si svolgerà nella Plaza del Cristo de La Laguna, alle 10:10, dove il Papa ascolterà le testimonianze di migranti, volontari e operatori pastorali legati a Cáritas Tenerife. Sarà uno spazio di ascolto e confronto sulle esperienze di accoglienza e integrazione, con l’obiettivo di rendere visibile la dimensione umana della migrazione in chiave di speranza.<br /><br />La permanenza di Papa Leone XIV nell’arcipelago canario si profila come uno dei momenti più significativi del viaggio. Dalla Santa Sede è stato sottolineato il valore simbolico della tappa come messaggio all’Europa a favore di una maggiore apertura verso i migranti e della promozione di canali legali e sicuri di migrazione. In questa linea, il Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, presentando il viaggio prima della partenza, aveva definito la tappa nelle Canarie un “momento chiave” per ribadire la risposta cristiana alla migrazione, fondata su accoglienza e integrazione, e sul sostegno alle iniziative di regolarizzazione.<br /><br />La presenza del re Felipe VI alla cerimonia di congedo all’aeroporto di Tenerife Nord e la partecipazione del presidente del Governo, Pedro Sánchez, all’incontro previsto l’11 giugno con migranti, lavoratori e volontari impegnati nell’assistenza nel porto di Arguineguín, sottolineano il rilievo istituzionale della visita, che colloca l’arcipelago al centro del dibattito europeo sulla migrazione.<br />Il viaggio si concluderà con la celebrazione della Santa Messa nel porto di Santa Cruz de Tenerife, prima del trasferimento all’aeroporto per la partenza e il rientro del Pontefice a Roma.<br /> <br />Wed, 10 Jun 2026 12:39:00 +0200AFRICA/SUDAFRICA - Stretta sull’immigrazione illegale dopo l’ondata xenofoba. “Ma la colpa dei mali del Sudafrica non può essere attribuita agli stranieri” ricorda Mons. Sipukahttps://www.fides.org/it/news/77785-AFRICA_SUDAFRICA_Stretta_sull_immigrazione_illegale_dopo_l_ondata_xenofoba_Ma_la_colpa_dei_mali_del_Sudafrica_non_puo_essere_attribuita_agli_stranieri_ricorda_Mons_Sipukahttps://www.fides.org/it/news/77785-AFRICA_SUDAFRICA_Stretta_sull_immigrazione_illegale_dopo_l_ondata_xenofoba_Ma_la_colpa_dei_mali_del_Sudafrica_non_puo_essere_attribuita_agli_stranieri_ricorda_Mons_SipukaJohannesburg – “Il nostro Paese non è xenofobo, né razzista, ma le leggi sull’immigrazione vanno rispettate ed è compito solamente dello Stato, e non di altri, di farlo”. Si possono riassumere così i concetti espressi dal Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa nel suo discorso alla nazione del 7 giugno nel quale ha delineato un approccio globale alla gestione della migrazione che prevede nuove restrizioni per i migranti irregolari. Il provvedimento è stato adottato dal Consiglio dei ministri e approvato dal Consiglio di coordinamento presidenziale.<br />Ramaphosa ha affermato di prendere atto delle preoccupazioni dei sudafricani sull’immigrazione irregolare, una questione esacerbata dalle difficili condizioni economiche nelle quali vive la maggior parte della popolazione locale. “Molti sudafricani si pongono domande difficili ma legittime” afferma il Presidente. “Si chiedono se i nostri confini siano sicuri. Sono preoccupati per i posti di lavoro. I sudafricani sollevano queste questioni perché sono preoccupati per la pressione sui servizi pubblici.<br />Sono preoccupati per la sicurezza e lo Stato di diritto”. “Queste preoccupazioni sono reali. Meritano di essere ascoltate. Meritano di essere affrontate” riconosce Ramaphosa. Nei mesi scorsi si sono avuti episodi di violenza contro immigrati da parte dei sudafricani. Un’escalation di violenza che era stata denunciata dai Vescovi sudafricani e che ha costretto diversi cittadini di altri Paesi africani a lasciare il Sudafrica .<br />Ramaphosa sottolinea che occorre “riconoscere che l'immigrazione clandestina non è la causa di tutte le nostre difficoltà economiche” e che la soluzione ai problemi sociali ed economici della nazione “deve essere una crescita economica più rapida, maggiori investimenti, espansione industriale, sviluppo delle infrastrutture e creazione di milioni di nuovi posti di lavoro”.<br />Il Presidente sudafricano ribadisce altresì che “la responsabilità di far rispettare le leggi sull'immigrazione spetta allo Stato e solo allo Stato” anche se ammette che “vi sono state lacune nella gestione dei flussi migratori”. La stretta sull’immigrazione clandestina prevede: intensificazione delle attività di identificazione ed espulsione di cittadini stranieri senza documenti; sanzioni pecuniarie e penali per i datori di lavoro che assumono lavoratori senza documenti; rafforzamento dei controllo delle frontiere e sradicamento della corruzione nel sistema immigratorio; registrazione biometrica per tutti i residenti per combattere il furto d'identità. Saranno inoltre introdotte quote settoriali per l'impiego di lavoratori stranieri attraverso una nuova politica migratoria e verrà adottata una gestione delle richieste di asilo nei pressi delle frontiere.<br />Nella sua lettera pastorale “Do Not Turn Away the Stranger”, del 9 giugno Mons. Sithembele Sipuka, Arcivescovo di Città del Capo, Presidente della South African Council of Churches accoglie con favore il riconoscimento da parte del governo del problema e il suo impegno ad agire. Nella lettera pastorale riprende diversi temi sollevati dal Presidente Ramaphosa, in particolare il riconoscimento che la migrazione non è la causa principale delle difficoltà economiche del Sudafrica. Mons. Sipuka sostiene che i tassi di disoccupazione superiori al 40% non possono essere attribuiti ai migranti, ma sono invece legati a fallimenti sistemici come la corruzione, l'inadeguata istruzione e la disuguaglianza economica. "Dare la colpa allo straniero significa lasciare che i veri colpevoli sfuggano al controllo" afferma e aggiunge che “il crimine non ha nazionalità". “La risposta al crimine è la giustizia applicata ai colpevoli, mai la violenza inflitta agli innocenti”. <br />Wed, 10 Jun 2026 11:35:24 +0200AFRICA/TANZANIA - Il Cardinale Rugambwa ricorda don Osorio Citora: “Un amico che condivideva le sue vedute. Una persona dotata di tante belle qualità”https://www.fides.org/it/news/77784-AFRICA_TANZANIA_Il_Cardinale_Rugambwa_ricorda_don_Osorio_Citora_Un_amico_che_condivideva_le_sue_vedute_Una_persona_dotata_di_tante_belle_qualitahttps://www.fides.org/it/news/77784-AFRICA_TANZANIA_Il_Cardinale_Rugambwa_ricorda_don_Osorio_Citora_Un_amico_che_condivideva_le_sue_vedute_Una_persona_dotata_di_tante_belle_qualitaDar es Salaam – “Ho conosciuto mons. Osorio nel 2017 quando fu chiamato a prestare servizio presso la Congregazione per evangelizzazione dei Popoli, oggi Dicastero per l’evangelizzazione Sezione per la Prima Evangelizzazione e le Nuove Chiese Particolari, che a quel tempo aveva bisogno di un Officiale che seguisse i paesi lusofoni”. Lo scrive all’Agenzia Fides il Cardinale Protase Rugambwa, arcivescovo di Tabora in Tanzania, in merito alla morte del suo amico ed “ex collega” Osorio Citora, IMC, vescovo di Quelimane, ucciso brutalmente lo scorso 6 giugno.<br /><br />“È vero che la tragica morte del nostro caro confratello Vescovo ci ha lasciato senza parole” - dice il Cardinale Rugambwa da Dar es Salaam, dove si trova per una serie di incontri annuali della Conferenza Episcopale della Tanzania. “Padre Osorio, missionario della Consolata, era un uomo di Dio un sacerdote mite, umile, colto e raffinato. Un grande lavoratore sempre disponibile per gli impegni diversi che fu chiamato a svolgere, sia all’interno della Congregazione sia fuori nei nostri collegi di Propaganda Fide, come pure nelle Parrocchie italiane. Un amico che condivideva le sue vedute facilmente. Era una persona dotata di tante belle qualità. Da quando era stato nominato Vescovo ha spesso condiviso con me le sue esperienze pastorali. Tra queste, è mia premura condividere con voi un messaggio che mi ha mandato il 25 maggio scorso, qualche settimana prima della sua morte”.<br /><br />Di seguito la nota del Vescovo di Quelimane, Osorio Citora, inviata al cardinale Rugambwa:<br /><br />“Cara Eminenza,<br />Buona continuazione della festa di Pentecoste! <br />Le scrivo con animo fraterno per condividere le fatiche e le gioie del nostro ministero. Oltre a guidare la nostra amata Diocesi di Quelimane, come ben sa, in questo periodo sto affiancando anche l'Arcidiocesi di Beira in qualità di Amministratore Apostolico. Il lavoro è intenso, ma mi sta regalando una prospettiva bellissima sulla comunione ecclesiale. Nella mia Diocesi stiamo portando avanti il piano incentrato sul ‘camminando con speranza verso una Chiesa sinodale, missionaria e autosostenibile’ e i frutti si iniziano a vedere, soprattutto grazie all'entusiasmo dei nostri presbiteri. D'altra parte, nell'Arcidiocesi, sto vivendo un'esperienza di ‘pastorale di transizione’. Qui la sfida è mantenere salda la rotta e curare le vocazioni. Ho cercato di unire le forze, incoraggiando i Consigli Pastorali delle due Chiese a dialogare. Mentre nella mia Diocesi faccio le visite pastorali ad ogni singola parrocchia come avevamo programmato, nell’Arcidiocesi faccio le visite secondo le zone pastorali che sono 6. Ieri ho terminato una visita pastorale con la messa ove ho cresimato 340 ragazzi. Oggi e Domani ho due giorni di formazione permanente dei sacerdoti tra 6 a 15 anni di sacerdozio! Mercoledì inizio la mia seconda visita pastorale. Un mio sacerdote si sta preparando per andare a fare Teologia Biblica con una borsa di Studi di Propaganda; due seminaristi vanno a Kinshasa mentre continuo a cercare altri posti per i sacerdoti: hanno veramente bisogno della formazione. Stiamo sperimentando una bella collaborazione: alcuni laici e catechisti delle nostre parrocchie si stanno aiutando a vicenda, creando un ponte di fede e condivisione di risorse. Non nego che le distanze e i ritmi sono impegnativi, ma vedere il clero e le comunità accogliere questo spirito di unità è per me motivo di grande consolazione. La affido alle mie preghiere quotidiane e Le chiedo di ricordarmi al Signore, affinché io possa essere un pastore saggio per entrambi i greggi. In attesa di poterla riabbracciare presto, la benedico di cuore, sicuro che anche Lei mi benedica, suo nel Signore”.<br /><br />Termina con parole gentili, di speranza e fiducia nel Signore questo ultimo messaggio condiviso da don Osorio con il Cardinale Rugambwa, il quale conclude invitando tutti a “pregare per questo nostro confratello, Vescovo Osorio, perché il Signore misericordioso lo ricompensi e lo accolga nella sua dimora celeste.” <br /> <br />Wed, 10 Jun 2026 08:49:06 +0200ASIA/PAKISTAN - Alleviare la povertà: l’impegno comune dello Stato e della comunità cattolicahttps://www.fides.org/it/news/77782-ASIA_PAKISTAN_Alleviare_la_poverta_l_impegno_comune_dello_Stato_e_della_comunita_cattolicahttps://www.fides.org/it/news/77782-ASIA_PAKISTAN_Alleviare_la_poverta_l_impegno_comune_dello_Stato_e_della_comunita_cattolicaIslamabad - Individuare un terreno di cooperazione ed esplorare percorsi collaborativi per promuovere lo sviluppo inclusivo, la pace, la dignità e la prosperità nella società pakistana, pesantemente segnata dalla povertà e dal disagio socio-economico, con tutte le loro conseguenze. È questo l'obiettivo della partnership tra il Pakistan Poverty Alleviation Fund e la comunità cattolica della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, sancita a Islamabad in un recente incontro che ha riunito rappresentanti religiosi e civili, riaffermando un impegno condiviso per ridurre la povertà e affrontarne le cause strutturali.<br /><br />Parlando dell'interconnessione tra fede e povertà, l'Arcivescovo Joseph Arshad, Pastore della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, ha rimarcato che «la povertà non è mai solo una questione di numeri o statistiche; riguarda persone reali che meritano di essere viste, ascoltate e valorizzate». Invitando i presenti ad andare oltre i dati istituzionali, ha esortato a sviluppare «una maggiore empatia che riconosca il volto umano della sofferenza all'interno delle comunità vulnerabili». Ha inoltre affrontato il tema della sicurezza abitativa, sostenendo che «un tetto sicuro e stabile sopra la testa di una famiglia è un diritto fondamentale, conferito da Dio alla dignità umana». L'Arcivescovo immagina «un Pakistan più compassionevole, dove la vera pace non significhi soltanto assenza di conflitto, ma presenza di amore e collaborazione attiva, affinché nessuno sia escluso».<br /><br />Secondo le stime ufficiali, il tasso di povertà nazionale del Pakistan si attesta al 28,9%, in aumento a causa dell'elevata inflazione, del rincaro dei prezzi dell'energia e della compressione del reddito reale. Tuttavia, il Centro per le Politiche Sociali e lo Sviluppo , organismo indipendente, stima che la povertà coinvolga circa 105 milioni di persone: il 44,7% della popolazione vive infatti al di sotto della soglia di povertà, con percentuali più elevate nelle aree rurali rispetto a quelle urbane.<br />In questo contesto, mons. Arshad ha sottolineato come le minoranze religiose in Pakistan siano spesso quelle che sopportano il peso economico maggiore e risultino maggiormente rappresentate nelle fasce più povere della popolazione. Secondo rapporti di gruppi per i diritti umani, ricerche socio-economiche e organizzazioni non governative, i cristiani pakistani soffrono livelli di povertà sproporzionatamente elevati e una marcata vulnerabilità socio-economica.<br />L'elevato tasso di povertà è strutturalmente legato anche alla discriminazione nel mondo del lavoro. Nei centri urbani come Peshawar e Lahore, i cristiani occupano tra il 76% e l'80% dei posti a basso salario nel settore della pulizia urbana e della gestione delle fognature comunali. Inoltre, secondo i dati del Movimento per lo Sviluppo Nazionale e la Giustizia, il tasso di alfabetizzazione tra i cristiani è stimato attorno al 19%, rispetto a una media nazionale del 58%, contribuendo a intrappolare intere generazioni in un circolo vizioso di povertà sistemica.<br /><br />L'azione della Chiesa cattolica in Pakistan si concentra su interventi strutturali finalizzati ad affrontare le cause profonde della povertà, soprattutto in due ambiti: l'istruzione e la formazione professionale, considerate una fondamentale leva di riscatto sociale, e lo sviluppo economico attraverso il sostegno alla piccola impresa.<br />L'istruzione è considerata la via più efficace per spezzare il ciclo della povertà, specialmente tra le minoranze cristiane. La Chiesa gestisce scuole di ogni ordine e grado e istituzioni universitarie aperte a tutti. Parallelamente promuove programmi di formazione professionale in settori quali il cucito, l'artigianato, l'informatica e la meccanica, rivolti soprattutto a giovani e donne.<br />In questo modo viene incentivata la microimprenditorialità attraverso il sostegno alle piccole imprese e l'accesso al microcredito. Particolare attenzione è dedicata ai programmi per l'autonomia economica delle donne, considerata un elemento essenziale per lo sviluppo delle famiglie e delle comunità locali.<br /> <br />Wed, 10 Jun 2026 15:25:30 +0200A Barcellona Leone XIV sulle orme di Gaudí, architetto missionariohttps://www.fides.org/it/news/77783-A_Barcellona_Leone_XIV_sulle_orme_di_Gaudi_architetto_missionariohttps://www.fides.org/it/news/77783-A_Barcellona_Leone_XIV_sulle_orme_di_Gaudi_architetto_missionariodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Barcellona - «La nuova torre avvera il progetto di Gaudí, suo architetto, che fu profondamente ispirato dalla fede. Egli per primo intese l’arte come forma di annuncio evangelico e linguaggio privilegiato della missione cristiana», ha dichiarato il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, in un’intervista ai media vaticani in vista del viaggio apostolico del Santo Padre in Spagna, dal 6 al 12 giugno 2026. <br /><br />Nella basilica della Sagrada Família, il Papa presiederà una concelebrazione eucaristica il 10 giugno e parteciperà all’inaugurazione della torre di Gesù Cristo. <br />Presentando questa torre come «faro di redenzione e di speranza» e «opera di evangelizzazione», il Segretario di Stato ha collocato la Sagrada Família oltre il solo registro legato al valore artistico e culturale: per la Santa Sede, l’edificio manifesta una Chiesa «cantiere di pietre vive, in continua crescita lungo la storia», chiamata a innalzare lo sguardo degli uomini verso Dio.<br /><br />Questo approccio getta una luce particolare sulla figura del venerabile Antoni Gaudí e il suo contributo a un’architettura missionaria, che non è il semplice frutto del suo genio estetico, ma il risultato di un cammino di conversione. <br /><br />Nato nel 1852 in una famiglia cattolica, l’architetto catalano è dapprima un cristiano piuttosto "tiepido", ma le prove della vita – la malattia, i lutti – scavano progressivamente in lui uno spazio nel quale si costruisce la relazione con Dio. Quando accetta il cantiere della Sagrada Família, è anche attratto dalla prospettiva di carriera che questo progetto gli offre; ma il giovane dandy si trasforma a poco a poco in un «monaco architetto», secondo la nota espressione di Patrick Sbalchiero nel suo saggio Antoni Gaudí. L’architecte de Dieu, in riferimento alla povertà e all’ascesi che caratterizzeranno gli ultimi anni della sua esistenza.<br /><br />La Sagrada Família scolpisce il cuore dell’uomo nello stesso tempo in cui l’uomo lavora alla sua trama di pietra. L’opera plasma l’artista, nella misura in cui egli la affida a Dio. Basilica «espiatoria» – il suo nome completo è «Temple Expiatori de la Sagrada Família», «Tempio espiatorio della Sacra Famiglia» – «finanziata esclusivamente grazie all’elemosina», cioè dalle offerte dei fedeli e dei visitatori, la costruzione ha conosciuto numerose interruzioni, in particolare a causa delle difficoltà economiche, e rimane tuttora un cantiere aperto. Proprio per questa storia particolare, è una chiesa di pietre vive, fatta di fede e di preghiera, e in questo senso profondamente “ispirata”. <br /><br />Durante la dedicazione della chiesa e del suo altare, nel 2010, Benedetto XVI ricordava che Gaudí, di fronte alle innumerevoli difficoltà che doveva affrontare, un giorno esclamò, «pieno di fiducia nella divina Provvidenza»: "San Giuseppe porterà a termine la chiesa"».<br /><br />Non è dunque soltanto un «grande architetto» che il Papa Leone XIV viene a onorare con la sua presenza, ma una certa esperienza dell’arte e della vocazione dell’artista missionario. «Con la sua opera, Gaudí ci mostra che Dio è la vera misura dell’uomo, che il segreto della vera originalità consiste, come egli diceva, nel tornare all’origine che è Dio. Egli stesso, aprendo così il suo spirito a Dio, è stato capace di creare in questa città uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con Colui che è la verità e la bellezza stessa», affermava Benedetto XVI nel 2010. <br /><br />Un secolo dopo la morte dell’architetto, la basilica continua così, con la sua singolare bellezza “vegetale”, a interpellare i suoi circa 4,8 milioni di visitatori ogni anno. Tue, 09 Jun 2026 16:10:18 +0200Arte, storia e missione nel cuore di Roma barocca. Una giornata di studi sul Palazzo di Propaganda Fidehttps://www.fides.org/it/news/77781-Arte_storia_e_missione_nel_cuore_di_Roma_barocca_Una_giornata_di_studi_sul_Palazzo_di_Propaganda_Fidehttps://www.fides.org/it/news/77781-Arte_storia_e_missione_nel_cuore_di_Roma_barocca_Una_giornata_di_studi_sul_Palazzo_di_Propaganda_FideRoma – Ci sono dentro i duelli a colpi di genio tra il grande artista Gian Lorenzo Bernini e il suo rivale Francesco Borromini. Ci sono le storie dei primi seminaristi che da Asia, Africa e America venivano nella Roma del Seicento per studiare dottrina e teologia e poi tornare tra le loro genti, ad annunciare il Vangelo di Cristo. Ci sono storie di debiti delle famiglie dei Cardinali.<br />Soprattutto, ci sono le prime sequenze della grande avventura missionaria del cattolicesimo in epoca moderna, che in quegli anni, dopo la nascita della Sacra Congregazione “de Propaganda Fide” , allargava il suo orizzonte al mondo intero.<br /><br />C’è tutto questo e molto altro dentro la storia e la memoria di Palazzo Ferratini, con la facciata rivolta verso Piazza di Spagna, nel cuore di Roma. <br /><br />Quello che tutti conoscono come il Palazzo di Propaganda Fide. Palazzo storico che non è diventato museo, e ancora oggi è il luogo dove opera la comunità di lavoro di una sezione del Dicastero per l’Evangelizzazione, quella dedicata alla prima evangelizzazione e alla cura delle nuove Chiese particolari. Una rete vitale di opere e attività che ogni giorno connette chi lavora in quel palazzo con le urgenze, le novità e i problemi di comunità ecclesiali sparse in tutto il mondo.<br /><br />La “donazione” del Palazzo alla Congregazione de Propaganda Fide avvenne giusto 400 anni fa, il 1° giugno 1626.<br />Quattro secoli dopo, giovedì 11 giugno 2026 una intensa giornata internazionale di studi sul Palazzo di Propaganda Fide viene ospitata nell’aula magna del Pontificio Collegio Urbano, sul Gianicolo, nell’area della Pontificia Università Urbaniana. Occasione preziosa per affacciarsi sui primi passi della storia suggestiva del Palazzo, e riscoprire anche i tesori d’arte che custodisce.<br /><br />La giornata si apre alle ore 9.00 con i brevi interventi del Cardinale Luis Antonio Gokim Tagle – Pro-Prefetto del Dicastero Missionario –, del Professor Vincenzo Buonomo – Rettore della Pontificia Università Urbaniana –, di don Armando Nugnes – Rettore del Pontificio Collegio Urbano – e di monsignor José María Giaima Brosel Gavila, Rettore di Santa Maria in Monserrato, la chiesa nazionale spagnola a Roma. Seguono due sessioni di studio: la prima scandita da interventi di carattere storico, la seconda concentrata sui rilevanti aspetti artistici e architettonici del Palazzo.<br /><br />Il programma della giornata di studi<br /><br />400 anni fa, a donare il Palazzo di Propaganda come sede della Congregazione incaricata delle missioni in tutto il mondo era stato il sacerdote valenziano Juan Bautista Vives. Il Palazzo era stato al centro di una lunga controversia tra il monsignore spagnolo e gli eredi – travolti da problemi finanziari - del Cardinale Bartolomeo Ferratini, che aveva fatto costruire il Palazzo nei pressi di Piazza di Spagna come dimora privata. <br /><br />Nella prima sessione di studio - coordinata dal professor Pierantonio Piatti, Segretario del Pontificio Comitato di Scienze Storiche – gli eventi complessi e le ragioni che portarono alla donazione del Palazzo verranno esposti dalle relazioni di monsignor Flavio Belluomini, archivista dell’Archivio Storico di Propaganda Fide. Poi, con un salto di trecento anni, la seconda relazione – affidata a Luca Balducci, della Biblioteca della Pontificia Università Urbaniana - si soffermerà sul trasferimento del Collegio Urbano – che fin dalla sua fondazione, nel 1627, ospitava i suoi studenti nel Palazzo di Propaganda - nella nuova sede sul Gianicolo, completata nel 1926. La relazione di Balducci, focalizzata sull’acquisto dell’immobile, le tappe del trasferimento e i primi anni di avvio della nuova sede, contigua alla Pontificia Università Urbaniana – aiuterà a cogliere la continuità di esperienza tra i primi studenti extra-europei ospitati dal XVII secolo nel palazzo affacciato su Piazza di Spagna e la comunità studentesca ospitata nel Collegio Urbano di oggi, formata da più di 160 studenti provenienti da quasi 40 nazioni diverse.<br /><br />Bernini, Borromini e la “Cappella dei Re Magi”<br /><br />Gli storici attribuiscono a Gian Lorenzo Bernini anche la facciata principale del Palazzo di Propaganda, che si affaccia su Piazza di Spagna, davanti alla quale si innalza la colonna dell’Immacolata. Mentre Francesco Borromini ha impresso il suo tocco sperimentale all’intera identità architettonica del Palazzo, a cominciare dalla facciata di via di Propaganda, conclusa intorno al 1662.<br />Anche all’interno, Borromini sostituì la piccola cappella ellittica del Bernini con quella che anche oggi è nota come la cappella dei Re Magi, completata nel 1666, con una pianta complessa, ricca di curve, nicchie e superfici continue: Spazio liturgico dedicato all’Epifania, in un Palazzo in cui da sempre tutto è rivolto ad accompagnare e servire l’opera apostolica della Chiesa in tutto il mondo.<br />La seconda sessione della giornata di Studi - coordinata dal gesuita portoghese Nuno da Silva Gonçalves, direttore de “La Civiltà Cattolica” e professore presso la Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana - si apre con la relazione sul “Palazzo di Propaganda Fide e i suoi Architetti” affidata alla Professoressa Marisa Tabarrini, del Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Architettura dell’Università di Roma “La Sapienza”. A seguire, il Professor Joseph Connors, della Notre Dame University, svolgerà la sua relazione “From Bernini’s Small Chapel to Borromini’s Large Chapel”.<br />Alle 18.00, la giornata di studi si concluderà con un momento di preghiera e ringraziamento proprio nella cappella dei Re Magi del Palazzo di Propaganda, dove saranno celebrati i Vespri.<br />La giornata di giovedì 11 giugno segna anche l’inizio di un ciclo di studi promossi e coordinati dalla stessa sezione del Dicastero per l’Evangelizzazione che si concluderà nel 2027 in occasione di un convegno internazionale che ricorderà i 400 anni di attività del Collegio Urbano.<br /><br />Giornalisti e operatori dei media possono richiedere alla Sala Stampa della Santa Sede l’accredito per la partecipazione alla giornata di studi. <br /><br /><br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="https://www.fides.org/it/attachments/view/file/Convegno_11_giugno.pdf">locandina</a>Tue, 09 Jun 2026 13:24:46 +0200EUROPA/SPAGNA - El Hierro, preghiera per i migranti morti nell’Atlantico alla vigilia della visita del Papahttps://www.fides.org/it/news/77779-EUROPA_SPAGNA_El_Hierro_preghiera_per_i_migranti_morti_nell_Atlantico_alla_vigilia_della_visita_del_Papahttps://www.fides.org/it/news/77779-EUROPA_SPAGNA_El_Hierro_preghiera_per_i_migranti_morti_nell_Atlantico_alla_vigilia_della_visita_del_Papadi Laura Gómez Ruiz<br /><br />La Restinga – L’isola di El Hierro, uno dei principali punti di arrivo della rotta migratoria atlantica verso le Canarie, ha appena ospitato un momento di preghiera e memoria per i migranti morti in mare e per coloro che sono riusciti a raggiungere le coste dopo la traversata. <br />La celebrazione si è svolta questo sabato nel porto di La Restinga, all’estremità meridionale dell’isola, appartenente alla diocesi Nivariense .<br /><br />La cosiddetta rotta canaria, che parte principalmente dalla costa occidentale dell’Africa, espone numerose imbarcazioni precarie alla deriva nell’Oceano Atlantico, cosa che spiega i frequenti arrivi nell’arcipelago, in particolare nell’isola di El Hierro.<br />Secondo i dati del Governo delle Canarie, l’isola, con appena 11.700 abitanti, ha ricevuto nell’ultimo anno quasi la metà delle imbarcazioni irregolari arrivate nell’arcipelago. Solo nel 2024 sono sbarcati sulle sue coste 23.994 migranti, più della metà dei 46.843 giunti alle Canarie nello stesso anno.<br /><br />Con il motto “El Hierro alza lo sguardo”, la comunità cattolica locale ha vissuto questa iniziativa come preparazione alla imminente visita del Papa. Nella parrocchia di Nuestra Señora de los Reyes è stata celebrata l’Eucaristia, presieduta da Eloy Alberto Santiago, vescovo di San Cristóbal de La Laguna , concelebrata dal cardinale Baltazar Porras, arcivescovo emerito di Caracas, e dai sacerdoti della pastorale insulare. Era presente anche il parroco di La Restinga e delegato di Cáritas a El Hierro, Darwin Rivas, uno dei promotori dell’accoglienza dei migranti nella zona, che offrirà la sua testimonianza sulla realtà pastorale della migrazione nell’arcipelago all’incontro previsto con il Santo Padre nella Plaza del Cristo de La Laguna il prossimo 12 giugno.<br /><br />La celebrazione è stata segnata dalla preoccupazione pastorale per la situazione migratoria dell’arcipelago. Il vescovo Eloy Alberto Santiago ha ribadito in più occasioni la necessità di non nascondere la sofferenza di quanti intraprendono la traversata verso le Canarie, chiedendo una maggiore consapevolezza istituzionale di fronte a quello che ha definito un “dramma umanitario in cui molte persone perdono la vita”.<br />Dopo l’Eucaristia, i partecipanti hanno percorso in processione il tragitto fino al molo di La Restinga in un clima di silenzio e raccoglimento, portando fiaccole. Qui il vescovo ha elevato una preghiera per l’isola e per le persone migranti giunte sulle coste, concludendo il gesto con un atto simbolico di memoria, gettando fiori in mare in ricordo di coloro che hanno perso la vita durante la traversata.<br />Tue, 09 Jun 2026 12:57:45 +0200