Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.Il cardinale Tagle collegherà l’eredità missionaria di Macao (450 anni di storia) alla missione in Asia nell’era dell’intelligenza artificialehttps://www.fides.org/it/news/78350-Il_cardinale_Tagle_colleghera_l_eredita_missionaria_di_Macao_450_anni_di_storia_alla_missione_in_Asia_nell_era_dell_intelligenza_artificialehttps://www.fides.org/it/news/78350-Il_cardinale_Tagle_colleghera_l_eredita_missionaria_di_Macao_450_anni_di_storia_alla_missione_in_Asia_nell_era_dell_intelligenza_artificialedi padre John Mi Shen* <br /><br />Macao - Il cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e Decano del Collegio cardinalizio, inviterà la Chiesa cattolica in Asia a collegare la sua ricca eredità missionaria con nuovi percorsi di annuncio del Vangelo. Lo parà intervenendo avanti ai vescovi asiatici e alla Chiesa di Macao, il 31 ottobre.<br /><br />Il suo intervento, intitolato «Magnifica Humanitas: percorsi sinodali per l’evangelizzazione in Asia», costituirà il momento culminante di un incontro di quattro giorni organizzato dall’Ufficio per la Comunicazione Sociale della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche dal 27 al 31 ottobre. <br /><br />All’insegna del tema «Magnifica Humanitas e i percorsi sinodali di evangelizzazione in Asia: comunicare Cristo nell’era dell’intelligenza artificiale», l’incontro riunisce vescovi asiatici e operatori della comunicazione ecclesiale per discernere come la Chiesa possa annunciare Cristo in un panorama comunicativo in rapida evoluzione.<br /><br /><br />All’intervento del cardinale Tagle, in programma presso il Palazzo Vescovile, parteciperanno il clero e i fedeli della diocesi di Macao, insieme ai vescovi e ai delegati che prendono parte all’incontro continentale.<br /><br /><br />Il discorso del cardinale Tagle, che si inserisce nelle celebrazioni per il 450° anniversario della diocesi di Macao, offrirà l’occasione per riflettere su come il ruolo storico della regione nell’evangelizzazione asiatica possa ispirare la missione della Chiesa oggi.<br /><br />Macao, “porta” della missione<br /><br />Istituita da papa Gregorio XIII il 23 gennaio 1576, la diocesi divenne un importante centro dell’attività missionaria cattolica nell’Asia orientale. Per secoli, Macao ha fatto da porta d’accesso per i missionari diretti in Cina, Giappone, Corea e in altre parti dell’Asia.<br /><br />Quattro secoli e mezzo dopo, la storia di Macao solleva una domanda avvincente: La città può tornare a essere un ponte per l’evangelizzazione, aiutando la Chiesa ad affrontare le urgenze e le opportunità dell’era digitale?<br /><br />L’anniversario collega il coraggio missionario del passato con la responsabilità attuale della Chiesa di proclamare Cristo in mezzo a realtà culturali, tecnologiche e sociali in continua evoluzione. Se i primi missionari hanno superato i confini geografici e linguistici, gli evangelizzatori di oggi devono anche utilizzare le piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale, salvaguardando al contempo la dignità umana e le relazioni autentiche.<br /><br /><br />Dalla comunicazione pastorale alla presenza evangelizzatrice<br /><br /><br />L’incontro promosso da FABC-OSC colloca la comunicazione contemporanea nel contesto più ampio della storia della missione della Chiesa in Asia.<br /><br />Il signor Vitor Lam terrà un intervento di collegamento intitolato «Dalla pastorale all’evangelizzazione, da Hong Kong a Macao», che metterà in relazione il precedente incontro FABC-OSC a Hong Kong con l’attuale raduno a Macao ed esplorerà il passaggio dalla comunicazione pastorale verso una presenza missionaria più aperta verso l’esterno.<br /><br />Il dott. Levi Mathonri Checketts terrà un discorso programmatico su «Magnifica Humanitas», mentre il sig. Keith Benedict Ip interverrà sul tema «450 anni di evangelizzazione e comunicazione in Asia», esaminando il rapporto storico tra attività missionaria e comunicazione nella regione.<br /><br />Insieme, le presentazioni collegheranno l’eredità missionaria di Macao alle sfide che le Chiese asiatiche devono affrontare oggi, in particolare come comunicare il Vangelo oltre i confini culturali, sociali e digitali.<br /><br /><br />Promuovere una missione digitale sinodale<br /><br /><br />L’incontro promuove inoltre gli intenti della FABC-OSC volti a rafforzare la collaborazione tra comunicatori cattolici e missionari digitali in tutta l’Asia.<br /><br />Le discussioni verteranno su temi quali l’intelligenza artificiale e l’evangelizzazione, l’uso responsabile delle tecnologie emergenti, le relazioni nazionali e le nuove forme di cooperazione tra gli uffici di comunicazione della Chiesa.<br /><br />Il vescovo Marcelino Antonio “Junie” Maralit Jr., delle Filippine, presidente della FABC-OSC, tratterà il tema dell’intelligenza artificiale e dell’evangelizzazione in Asia. Il prof. Leo R. Ocampo discuterà del discernimento nell’uso dell’IA, mentre Cindy Gorospe-Añonuevo presenterà i prossimi passi da compiere a seguito della prima Assemblea dei missionari digitali cattolici asiatici, tenutasi presso la sede di Radio Veritas Asia a Quezon City, nell’area metropolitana di Manila, nel settembre 2026.<br /><br />L’assemblea ha riunito oltre 100 comunicatori digitali cattolici, creatori di contenuti e influencer religiosi sotto il tema “Da influencer a testimoni: un cammino sinodale per la missione digitale in Asia”. L’incontro di Macao mira a dare seguito a tale iniziativa, perseguendo una collaborazione duratura che superi i confini nazionali e linguistici e la creazione di una rete continentale in cui i comunicatori cattolici possano condividere esperienze, discernere l’uso responsabile della tecnologia e rafforzare la loro missione evangelizzatrice.<br /><br />L’incontro si concluderà il 31 ottobre, quando il cardinale Tagle presiederà anche la Messa in occasione del 450° anniversario della diocesi di Macao presso il Forum de Macao.<br /><br />L’anniversario e l’incontro continentale sulla comunicazione invitano insieme la Chiesa in Asia a considerare la propria storia missionaria non solo come una cronaca dei successi passati, ma come una risorsa per discernere il futuro.<br /><br />Il ruolo storico di Macao come porta d’accesso per i missionari può ispirare una nuova era di evangelizzazione in cui la Chiesa superi i confini digitali oltre che quelli geografici, accolga con discernimento le tecnologie emergenti e mantenga la dignità di ogni persona umana al centro della propria missione. Agenzia Fides 27/10/2026)<br /><br />•Ufficio per la Comunicazione Sociale della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche <br />Tue, 27 Oct 2026 12:57:19 +0100La missione universale al centro: dal 29 al 31 ottobre il Convegno Internazionale della Pontificia Unione Missionaria per il 110° anniversario di fondazionehttps://www.fides.org/it/news/78349-La_missione_universale_al_centro_dal_29_al_31_ottobre_il_Convegno_Internazionale_della_Pontificia_Unione_Missionaria_per_il_110_anniversario_di_fondazionehttps://www.fides.org/it/news/78349-La_missione_universale_al_centro_dal_29_al_31_ottobre_il_Convegno_Internazionale_della_Pontificia_Unione_Missionaria_per_il_110_anniversario_di_fondazioneRoma - In occasione del centodecimo anniversario della sua fondazione , e incoraggiata dalla speciale benedizione di Papa Leone XIV, la Pontificia Unione Missionaria – una delle quattro Pontificie Opere Missionarie – si appresta a vivere un momento di profonda riflessione ecclesiale. <br /><br />Dal 29 al 31 ottobre 2026, la Pontificia Università Urbaniana e il Pontificio Collegio Urbano a Roma ospiteranno il Convegno Internazionale della PUM, intitolato "La missione universale della Chiesa e il servizio dell’Unione Missionaria dalla fondazione al pontificato di Leone XIV".<br /><br />L'evento si svolgerà in modalità ibrida per consentire una partecipazione globale. Le sessioni di lavoro si svolgeranno presso l’Auditorium “San Giovanni Paolo II” della Pontificia Università Urbaniana, mentre i momenti liturgici, di preghiera e di adorazione eucaristica avranno luogo presso la cappella del Pontificio Collegio Urbano. Le lingue ufficiali saranno l'italiano e l'inglese, con un servizio di interpretazione simultanea in italiano, inglese, francese e spagnolo.<br /><br />Gli organizzatori propongono il Convegno internazionale come un vero e prorpio “Triduo missionario”.<br /> <br />Come bussola ideale e programmatica, il Convegno assume due testi pontifici fondamentali: da un lato, il passaggio dell'Enciclica Redemptoris Missio di San Giovanni Paolo II, che definisce la PUM come l'"anima" delle Opere Missionarie , e ricorda la celebre esortazione del Beato missionario Paolo Manna: «La parola d’ordine deve essere questa: Tutte le Chiese per la conversione di tutto il mondo». Dall'altro, il recente Messaggio di Papa Leone XIV per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale dal titolo "Uno in Cristo, uniti nella missione", in cui il Pontefice ribadisce l'attualità del motto del Beato Paolo Manna e sottolinea che nessun battezzato è estraneo alla grande opera affidata da Cristo alla sua Chiesa, ricordando con Papa Francesco che l'annuncio del Vangelo è sempre un'azione corale, comunitaria e sinodale.<br /><br /><br />Il Programma e i Relatori<br /><br /><br />Il fitto programma si svilupperà in tre giornate.<br /><br />La prima giornata , moderata da P. Paolo Tovo, SX, si aprirà nel pomeriggio con il discorso inaugurale del Segretario Generale della PUM, padre Dinh Anh Nhue Nguyen, Francescano Conventuale. Seguirà la sessione storica "1916-1926: La nascita di un’idea e l’inizio di un cammino", guidata da Suor Monika Juszka, e la conferenza di Padre Vito Del Prete del Pontificio Istituto Missioni Estere sul cammino delle Chiese locali. La giornata si concluderà con una tavola rotonda sugli aspetti della spiritualità del Beato Paolo Manna, del Vescovo Guido Maria Conforti e di altri santi e beati legati alla PUM, curata da Padre Dinh Anh Nhue Nguyen, seguita dall'Adorazione Eucaristica.<br /><br />Il secondo giorno approfondirà la spiritualità e il carisma al servizio della missione. La mattina vedrà gli interventi dell’Arcivescovo Samuele Sangalli, Segretario aggiunto del Dicastero per l'Evangelizzazione, dedicato alla spiritualità del vescovo. Seguiranno gli interventi di Padre Paolo Tovo sul sacerdozio missionario e di Suor Maria Rosa Venturelli, missionaria comboniana, sull'animazione nella vita consacrata, arricchiti da comunicazioni dedicate al Beato Fulton Sheen e ai Messaggi dei Papi per la Giornata Missionaria Mondiale. Nel pomeriggio, la sessione moderata da Suor Maria Rosa Venturelli si aprirà con la conferenza diell’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero missionario, su "La Chiesa dei covoni" e il rinnovamento della formazione missionaria, seguita dall'intervento di Don Armando Nugnes, Rettore del Pontificio Collegio Urbano, sulla conversione missionaria nei seminari. Seguirà una tavola rotonda guidata dal Padre Comboniano Giulio Albanese e da Suor Maria Rosa Venturelli sulla formazione alla missio ad gentes. La giornata si chiuderà con il Rosario Missionario Internazionale.<br /><br />La sessione conclusiva di sabato 31 ottobre, incentrata sul tema "Caritas Christi urget nos: Per una nuova era missionaria della Chiesa", vedrà la conferenza di chiusura di Padre Dinh Anh Nhue Nguyen su "Il futuro nelle radici", che traccerà l'impegno rinnovato della PUM alla luce delle indicazioni di Papa Francesco e di Leone XIV. Il Convegno si concluderà con la solenne Messa di invio presieduta dall’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu.<br /><br />Il Convegno è aperto a vescovi, sacerdoti, consacrati, seminaristi e laici. Sono particolarmente invitati i direttori nazionali e diocesani delle Pontificie Opere Missionarie, i membri degli istituti missionari e quanti operano nella formazione pastorale. Per partecipare è necessario compilare il modulo di registrazione disponibile al link ufficiale: https://forms.gle/ArHQCv7XGGc2oRXX6. La Segreteria Generale invita ad accompagnare l'evento con la preghiera e diffondere l'invito tra operatori pastorali e amici della missione. <br />Tue, 27 Oct 2026 11:07:38 +0100AMERICA/MESSICO - Culiacán, apprensione per la scomparsa di padre Clemente Morales Topetehttps://www.fides.org/it/news/78348-AMERICA_MESSICO_Culiacan_apprensione_per_la_scomparsa_di_padre_Clemente_Morales_Topetehttps://www.fides.org/it/news/78348-AMERICA_MESSICO_Culiacan_apprensione_per_la_scomparsa_di_padre_Clemente_Morales_TopeteCittà del Messico – Non si hanno ancora notizie di padre Clemente Morales Topete, 67 anni, parroco della chiesa di Cristo Risorto, nella diocesi di Culiacán, scomparso il 24 ottobre.<br /><br />Il sacerdote è stato visto per l’ultima volta nel pomeriggio di quel giorno, intorno alle 16, dopo essersi recato a una visita medica nel quartiere di Montebello, a Culiacán, capitale dello Stato di Sinaloa, nel nord-ovest del Messico.<br /><br />La scomparsa ha suscitato profonda apprensione tra i fedeli. In un comunicato diffuso il 25 ottobre, la Conferenza dell’episcopato messicano ha espresso “la propria vicinanza al Vescovo di Culiacán, monsignor Jesús José Herrera Quiñonez, ai sacerdoti, alla famiglia di padre Clemente Morales Topete e alla comunità parrocchiale di Cristo Risorto”, condividendo la preoccupazione della Chiesa diocesana per la scomparsa del sacerdote.<br /><br />“Esortiamo le autorità competenti ad adempiere al proprio dovere e a collaborare all’urgente ricerca di padre Clemente”, prosegue la nota.<br /><br />Per favorire le ricerche, la CEM ha inoltre invitato «i mezzi di comunicazione, le comunità parrocchiali e la cittadinanza a diffondere l’avviso ufficiale di scomparsa e a prestare attenzione a qualsiasi informazione che possa essere utile al suo ritrovamento».<br /><br />Nel frattempo, su alcuni account social messicani sono circolate notizie, attribuite a presunte “fonti vicine all’indagine” o all’Unità specializzata antisequestro della Procura generale, secondo cui il sacerdote sarebbe stato rapito da membri de La Mayiza, una fazione del Cartello di Sinaloa legata alla famiglia Zambada. Le stesse indiscrezioni indicano come ultima posizione nota del sacerdote un’area nei pressi della diga di Sanalona, a est di Culiacán.<br /><br />Al momento, tuttavia, non risultano conferme ufficiali di queste ricostruzioni. Né il presunto coinvolgimento de La Mayiza né la localizzazione a Sanalona trovano riscontro nelle dichiarazioni ufficiali della Chiesa e nelle informazioni diffuse dai principali organi di stampa, che riferiscono della scomparsa nel quartiere di Montebello e delle ricerche in corso.<br /><br />La vicenda si inserisce in un contesto di forte violenza che interessa Culiacán, teatro di scontri tra La Mayiza e Los Chapitos, le due fazioni in cui si è diviso il Cartello di Sinaloa.<br /><br />Il conflitto è esploso nel 2024, dopo che Ismael “El Mayo” Zambada García, fondatore e storico capo della fazione legata alla sua famiglia, è stato condotto negli Stati Uniti e consegnato alle autorità statunitensi. Secondo la ricostruzione emersa all’epoca, Zambada sarebbe stato attirato in una trappola da uno dei figli di Joaquín “El Chap”» Guzmán, fondatore del cartello, detenuto negli Stati Uniti dal 2017.<br /><br />Alla guida de La Mayiza è indicato Ismael Zambada Sicairos, figlio di “El Mayo”, conosciuto con il soprannome di “Mayito Flaco”. La fazione è contrapposta a Los Chapitos, il gruppo guidato dai figli di “El Chapo”. <br />Tue, 27 Oct 2026 11:00:21 +0100ASIA/KAZAKHSTAN - L'Adorazione eucaristica: la preghiera che sostiene la Chiesa nella terra della Grande Steppahttps://www.fides.org/it/news/78347-ASIA_KAZAKHSTAN_L_Adorazione_eucaristica_la_preghiera_che_sostiene_la_Chiesa_nella_terra_della_Grande_Steppahttps://www.fides.org/it/news/78347-ASIA_KAZAKHSTAN_L_Adorazione_eucaristica_la_preghiera_che_sostiene_la_Chiesa_nella_terra_della_Grande_Steppadi Paolo Affatato<br /><br />Astana – Da quasi venticinque anni, ad Astana, la preghiera davanti al Santissimo Sacramento non si interrompe. Giorno e notte, a ogni ora, c’è qualcuno che resta in adorazione. La storia comincia nel 2002, quando circa 300 cattolici della capitale del Kazakhstan decisero di avviare una pratica di Adorazione eucaristica permanente, che da allora non ha conosciuto interruzioni. Per l’Arcivescovo Tomash Peta, Pastore dell’Arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana, questa presenza silenziosa è il fondamento della comunità, la sorgente da cui la Chiesa attinge la forza per vivere e testimoniare la fede in un Paese in cui i cattolici sono un piccolo gregge .<br /><br />«In venticinque anni non è mai trascorsa un’ora senza che qualcuno fosse davanti al Santissimo Sacramento», racconta all’Agenzia Fides il 75enne presule polacco che, nello scorso agosto, ha presentato la rinuncia alla Santa Sede e che, in attesa delle disposizioni del Papa, tuttora guida la comunità di Astana. L’intuizione non nacque da un progetto elaborato dalla diocesi, ma dall’incontro con una donna spagnola di nome Maria Teresa, appartenente all’Opus Dei, arrivata in Kazakhstan per l’adozione di un bambino, in vista della visita di Giovanni Paolo II che venne nel paese nel 2001. Fu lei a suggerire questa forma di preghiera: «Non siamo stati noi ad avere l’idea e a promuovere l’iniziativa, ma questa donna», ricorda mons. Peta, riconoscendo in quell’inizio «un dono inatteso, come un germoglio che poi è sbocciato».<br /><br />È da questa presenza discreta, nascosta e perseverante che l'Arcivescovo Peta invita a guardare alla storia della Chiesa cattolica nel Kazakhstan contemporaneo. La storia si è intrecciata profondamente con quella della nazione, divenuta indipendente nel dicembre 1991, 35 anni fa, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Per comprendere il volto attuale della comunità cattolica occorre tornare, dunque, a quel passaggio storico: alla fine di un sistema politico che aveva limitato la libertà religiosa, alla riapertura degli spazi pubblici per la fede, ma anche alle grandi migrazioni che hanno modificato la composizione della popolazione e delle comunità ecclesiali.<br /><br />Una Chiesa che viveva nelle case<br /><br />Quando Tomash Peta arrivò in Kazakhstan, nel 1990, il Paese era ancora una repubblica sovietica. La perestrojka aveva già avviato trasformazioni che lasciavano intravedere un cambiamento, ma nessuno poteva sapere con certezza che l’epoca sovietica sarebbe finita di lì a poco. La presenza cattolica era ridotta e la vita ecclesiale doveva fare i conti con forti restrizioni: pochi sacerdoti, pochissime chiese accessibili, difficoltà persino nel portare oltre confine croci e immagini sacre.<br />«Quando arrivai, forse c’erano soltanto una decina di sacerdoti», ricorda l’arcivescovo. Eppure, dietro quella fragilità visibile, esisteva una comunità capace di custodire la fede e di trasmetterla alle nuove generazioni. Non sempre era possibile partecipare alla lessa o ricevere i sacramenti da un sacerdote, dunque «la preghiera familiare e la trasmissione domestica della fede assumevano così un ruolo decisivo. I genitori battezzavano i figli, quando era possibile, e le famiglie continuavano a pregare», spesso lontano dagli occhi delle autorità.<br /><br />«Fra le pratiche che maggiormente contribuirono a mantenere viva questa appartenenza vi era il Rosario», riferisce. La preghiera mariana non era soltanto una forma di devozione individuale: permetteva alle persone di incontrarsi, di sostenersi reciprocamente e di riconoscersi come parte della Chiesa, anche quando non potevano disporre di un edificio sacro o della presenza stabile di un sacerdote.<br />«Dovevamo incontrarci, perché siamo una comunità, siamo Chiesa», afferma Peta. I fedeli si riunivano nelle case private, in una stanza o attorno a un tavolo, per recitare insieme le preghiere. La comunità, spiega, «si costruiva attraverso questi incontri semplici, affidati alla perseveranza di persone che, nonostante le difficoltà, non volevano rinunciare alla fede».<br /><br />L’Arcivescovo richiama anche la memoria delle persecuzioni. Negli archivi sovietici, racconta, sono stati individuati documenti relativi a persone uccise per essersi riunite a pregare in gruppi del Rosario: «Alcuni storici e ricercatori hanno potuto consultare quei materiali e ricostruire nomi e vicende». È una memoria che impedisce di leggere la rinascita della Chiesa dopo il 1991 come una storia cominciata da zero: le strutture ecclesiali erano fragili, ma «la fede era stata custodita per decenni da uomini e donne che avevano continuato a pregare anche senza poter contare su una presenza pubblica della Chiesa».<br />«Quando i sacerdoti poterono arrivare e costruire chiese, fu possibile farlo perché esisteva già una comunità di fedeli», sottolinea Peta. La libertà religiosa rese nuovamente visibile una realtà che, in molti luoghi, aveva continuato a vivere in silenzio.<br /><br />L’indipendenza e la rinascita della vita ecclesiale<br /><br />Il 16 dicembre 1991 il Kazakhstan proclamò la propria indipendenza, avviando la costruzione delle istituzioni di uno Stato sovrano. Per il Paese cominciò una stagione di profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali. Situato nel cuore dell’Eurasia, fra tradizioni culturali asiatiche ed europee, il Kazakhstan si è progressivamente affermato sulla scena internazionale, sviluppando relazioni diplomatiche e promuovendo iniziative di dialogo. Astana, la capitale, è diventata non soltanto il centro amministrativo del Paese, ma anche un luogo di incontri internazionali, compresi quelli dedicati alle religioni e alla pace.<br />Per la Chiesa cattolica, l’indipendenza ha significato la possibilità di ricostruire la propria presenza pubblica. Le comunità hanno potuto aprire e costruire luoghi di culto, i sacerdoti e le religiose hanno avuto maggiori possibilità di raggiungere i fedeli, la celebrazione dei sacramenti e la catechesi hanno ripreso spazio nella vita quotidiana. Le relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e la Repubblica del Kazakhstan, stabilite il 17 ottobre 1992, hanno accompagnato il consolidamento del nuovo Stato e della presenza ecclesiale. Nel 1998 un accordo bilaterale ha definito il quadro giuridico delle attività della Chiesa cattolica nel Paese; un accordo supplementare, firmato nel 2022 ed entrato in vigore nel 2023, ha agevolato le procedure per i visti e i permessi di soggiorno del personale ecclesiastico straniero.<br />Ma la libertà ritrovata ha avuto anche conseguenze demografiche importanti. «Con l’apertura delle frontiere – rimarca l’arcivescovo - milioni di persone hanno lasciato il Kazakhstan per trasferirsi nei Paesi d’origine delle proprie famiglie. Fra loro vi erano centinaia di migliaia di cattolici, molti dei quali appartenenti a comunità di origine europea». Peta ricorda, per esempio, l’emigrazione verso la Germania di un numero molto consistente di persone di origine tedesca, molti dei quali cattolici.<br /><br />La Chiesa si è così trovata davanti a un paradosso: mentre la libertà permetteva di costruire chiese e organizzare la vita pastorale, la comunità dei fedeli diminuiva. Una parte di coloro che avevano custodito la fede durante gli anni sovietici ripartiva per raggiungere i Paesi d’origine; le parrocchie dovevano adattarsi a una popolazione più ridotta e a una realtà sociale in rapido cambiamento.<br />«Trentacinque anni fa c’erano molti più cattolici in Kazakhstan», osserva mons. Peta. L’emigrazione continua ancora oggi e coinvolge anche famiglie polacche e altri gruppi legati alle proprie origini nazionali. Eppure, nota, «il bilancio non può essere letto soltanto attraverso il numero dei fedeli. La Chiesa è diventata visibile, sono arrivate nuove congregazioni religiose e sono nate vocazioni locali. La comunità, pur più piccola, è stata chiamata a radicarsi maggiormente nella società in cui vive».<br /><br />Dal patrimonio delle comunità storiche al volto kazako della Chiesa<br /><br />Una delle trasformazioni che più interessano il tessuto ecclesiale è l’avvicinamento al cattolicesimo di persone appartenenti alla popolazione kazaka: «La Chiesa oggi – dice – non è più identificata soltanto con le comunità di origine europea che hanno mantenuto la fede durante il periodo sovietico: anche alcuni kazaki scelgono di diventare cattolici, intraprendendo un cammino che comporta una nuova appartenenza religiosa e una maturazione personale».<br /><br />L’Arcivescovo Peta racconta la vicenda di una donna che, dopo aver abbracciato la fede cattolica, ha sperimentato un cambiamento nel proprio modo di guardare agli altri: «Quando sono diventata cattolica, tutto è cambiato per me, perché avevo capito che si può amare chiunque quando si conosce Gesù», è il senso della sua testimonianza. La fede, in questa prospettiva, non si esaurisce nell’adesione a una comunità o nella partecipazione ai riti, ma «diventa un modo diverso di vivere le relazioni, di accogliere le persone e di riconoscerne la dignità, è una visione del mondo», nota.<br /><br />Questa trasformazione pone anche una questione culturale e linguistica. Il russo continua a essere la lingua più diffusa nella vita liturgica cattolica, perché è conosciuto da molti fedeli appartenenti a gruppi etnici diversi. Ma cresce l’esigenza di utilizzare anche il kazako, soprattutto per raggiungere le nuove generazioni e accompagnare le persone che si avvicinano alla Chiesa.<br />«Passo dopo passo, dobbiamo parlare anche in lingua kazaka», spiega l’Arcivescovo, riconoscendo che si tratta di un processo graduale. Non è soltanto una questione di traduzioni, perché «occorre elaborare un linguaggio capace di esprimere la fede cristiana dentro la cultura locale, affinché anche le parole della preghiera, della catechesi e della vita sacramentale diventino familiari a chi cresce parlando kazako».<br />La sfida è significativa in un Paese che riunisce numerosi gruppi etnici e tradizioni religiose. Secondo il censimento del 2021, in Kazakhstan vivono rappresentanti di 124 gruppi etnici. La convivenza fra culture e religioni diverse è una componente importante dell’identità nazionale e costituisce anche il contesto nel quale la piccola comunità cattolica è chiamata a testimoniare il Vangelo.<br />Ad Astana, questo incontro assume una dimensione particolare. Dal 2003 la città ospita il Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, un’iniziativa internazionale che riunisce esponenti di diverse fedi per riflettere sulla pace e sulla responsabilità condivisa nei confronti dell’umanità. Il dialogo interreligioso è inoltre entrato in una nuova fase con le visite dei Pontefici: Giovanni Paolo II nel 2001 e Papa Francesco nel 2022.<br /><br />La visita di Giovanni Paolo II fu, per la Chiesa locale, un momento di grande incoraggiamento. Peta ricorda con commozione «la celebrazione eucaristica nella quale si radunarono fedeli cattolici e persone appartenenti ad altre tradizioni. La presenza del Papa rese visibile una comunità che per lungo tempo aveva vissuto ai margini della vita pubblica». Nel 2022, la visita di Papa Francesco e la sua partecipazione al Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali «hanno nuovamente posto il Kazakhstan al centro dell’attenzione ecclesiale internazionale, mettendo in risalto il ruolo del dialogo e della convivenza pacifica».<br />In questo contesto, la Chiesa cattolica «è chiamata a contribuire alla società attraverso la propria identità e la propria testimonianza»: «Non siamo migliori degli altri, ma siamo la Chiesa di Gesù Cristo, che è Via, Verità e Vita», dice. Il rapporto con le altre religioni, aggiunge, è generalmente positivo: «Le comunità si incontrano, condividono occasioni di dialogo e, in alcuni casi, collaborano su iniziative concrete a favore delle persone più vulnerabili».<br /><br />La Madre della Grande Steppa e il futuro della comunità<br /><br />Fra i segni che raccontano il legame fra la Chiesa cattolica e la cultura del Kazakhstan vi è l’icona della «Madre della Grande Steppa», venerata dalla comunità come immagine della protezione di Maria. L’opera fu realizzata dall’artista kazako Doszbol Kasimov, uomo di fede musulmana, che accettò di dipingere la Vergine e Gesù con tratti e riferimenti culturali locali. Per Peta «anche questa vicenda è un dono», dato che un artista appartenente a un’altra tradizione religiosa ha contribuito a creare un’immagine che è diventata cara ai cattolici del Paese e che esprime, attraverso l’arte, la possibilità di un incontro.<br /><br />L’icona è legata anche alla memoria della visita di Papa Francesco, che nel 2022 ne benedisse una raffigurazione. Per la comunità cattolica, la «Madre della Grande Steppa è un segno di appartenenza alla terra in cui vive e, allo stesso tempo, di fiducia nel futuro», in quanto la Chiesa «esprime la fede attraverso forme capaci di parlare alle persone di oggi».<br />Questa attenzione all’inculturazione si accompagna alla consapevolezza delle sfide contemporanee. La secolarizzazione, la trasformazione delle relazioni sociali e il peso crescente delle tecnologie interrogano anche la vita cristiana. Peta ritiene tuttavia che «la fede continuerà a trovare spazio in una società in cui molte persone conservano una sensibilità spirituale e la ricerca di Dio. La testimonianza cristiana, in questo scenario, passa dalla qualità della vita dei fedeli e dalla loro capacità di essere presenti, accoglienti e disponibili».<br />«Puoi fare piani e programmi, ma ogni giorno arrivano persone con i loro problemi e le loro necessità», osserva l’Arcivescovo. E così il punto decisivo, per una comunità cristiana, è «essere pronta ad accogliere chi si presenta, ad ascoltare le sue difficoltà e a offrire una testimonianza concreta dell’amore di Dio». La missione evangelizzatrice «non si esaurisce nei grandi appuntamenti ecclesiali o nelle relazioni con le istituzioni: si realizza negli incontri quotidiani, nella vicinanza alle persone, nella disponibilità a condividere la vita di chi cerca un senso, una risposta o un sostegno».<br /><br />È in questa prospettiva che l’Adorazione eucaristica permanente assume il suo significato più profondo: «La preghiera ininterrotta costituisce il cuore spirituale della comunità in Kazakhstan», ripete. Dalle case in cui i cattolici recitavano il Rosario durante il periodo sovietico alle chiese costruite dopo l’indipendenza, fino all’Adorazione che da quasi un quarto di secolo scandisce giorno e notte la vita della comunità di Astana, emerge una continuità: «La Chiesa vive perché resta legata a Cristo e perché da questa relazione trae la forza di incontrare gli altri».<br />«Tutto è un dono di Dio, tutto è grazia», afferma mons. Peta in conclusione, ricordando i suoi 37 anni di missione nel paese dell’Asia centrale e richiamando le parole di Gesù: «Senza di me non potete far nulla». <br />Con questa consapevolezza l’Arcivescovo guarda al futuro della comunità affidata alla sua cura pastorale: dopo trentacinque di indipendenza del Kazakhstan, la storia della Chiesa cattolica continua a intrecciarsi con quella nazionale. E’ una storia segnata dalla memoria della fede custodita nel silenzio, dalla libertà ritrovata, dalle migrazioni e dalla ricerca di un volto sempre più locale. Una Chiesa numericamente, ma chiamata a essere presenza viva in una terra d’incontro, sostenuta dalla preghiera e desiderosa di camminare verso il futuro sotto il manto della Madre di Dio.<br /><br /><br />Tue, 27 Oct 2026 08:37:49 +0100ASIA/INDONESIA - Missione e carità: la comunità camilliana di Maumere guarda al futuro tra nuove vocazioni e servizio ai più fragilihttps://www.fides.org/it/news/78346-ASIA_INDONESIA_Missione_e_carita_la_comunita_camilliana_di_Maumere_guarda_al_futuro_tra_nuove_vocazioni_e_servizio_ai_piu_fragilihttps://www.fides.org/it/news/78346-ASIA_INDONESIA_Missione_e_carita_la_comunita_camilliana_di_Maumere_guarda_al_futuro_tra_nuove_vocazioni_e_servizio_ai_piu_fragiliMaumere – Domenica 25 ottobre, a Maumere, sono stati celebrati due eventi particolarmente significativi per la missione dell’Ordine Camilliano: l’ordinazione sacerdotale di cinque nuovi confratelli e la benedizione dello St. Camillus Home of Charity, impartita da monsignor Ewaldus Sedu, vescovo della diocesi di Maumere.<br /><br />Due appuntamenti distinti, ma accomunati da una stessa vocazione: testimoniare concretamente la misericordia di Cristo attraverso il servizio ai malati, ai poveri e alle persone più fragili.<br /><br />“I cinque nuovi sacerdoti rappresentano una nuova risorsa per la missione camilliana in Asia e nell’area del Pacifico – racconta all’Agenzia Fides il missionario Camilliano padre Luigi Galvani. Tre saranno impegnati nel ministero sacerdotale in Indonesia, mentre due saranno inviati come missionari in Australia. La loro ordinazione segna così un ulteriore passo nella crescita della presenza camilliana e nella diffusione del carisma di San Camillo de Lellis.”<br /><br />“Nella stessa giornata – prosegue p. Galvani - è stata benedetta la St. Camillus Home of Charity, una nuova opera destinata all’accoglienza e all’assistenza gratuita di dieci persone tra le più povere, sole e bisognose di Maumere. Il Centro nasce con l’obiettivo di offrire non soltanto un luogo sicuro in cui vivere, ma soprattutto prossimità, cura e dignità alle persone maggiormente vulnerabili.”<br /><br />La nuova struttura avrà anche una funzione specificamente formativa. “È stata infatti pensata come un vero campo pastorale e una scuola del carisma camilliano per i seminaristi. La quotidiana vicinanza alle persone malate e bisognose permetterà ai giovani in formazione di confrontarsi concretamente con la sofferenza e di approfondire, attraverso l’esperienza, la spiritualità di San Camillo.”<br /><br />L’obiettivo è fare della cura dei malati e del servizio ai poveri non un’attività marginale, ma una componente essenziale della formazione sacerdotale e religiosa dei futuri Camilliani.<br /><br />L’ordinazione dei cinque nuovi sacerdoti e l’apertura del nuovo Centro di carità si presentano dunque come due segni complementari di una missione che guarda al futuro: da una parte nuove vocazioni chiamate a servire la Chiesa e i malati; dall’altra una nuova opera concreta a favore delle persone più fragili.<br /><br />Per la famiglia camilliana in Indonesia, la giornata del 25 ottobre rappresenta quindi un momento di particolare significato e, allo stesso tempo, un nuovo punto di partenza. “Una spinta a proseguire la missione con rinnovata dedizione, entusiasmo e gioia, mantenendo al centro il carisma di San Camillo: servire Cristo nei malati e nei poveri.”<br /> <br />Tue, 27 Oct 2026 13:30:41 +0100VATICANO/MONGOLIA - Leone XIV riceve il cardinale Marengo e l'abate del monastero di Gandan, cuore del buddismo mongolohttps://www.fides.org/it/news/78345-VATICANO_MONGOLIA_Leone_XIV_riceve_il_cardinale_Marengo_e_l_abate_del_monastero_di_Gandan_cuore_del_buddismo_mongolohttps://www.fides.org/it/news/78345-VATICANO_MONGOLIA_Leone_XIV_riceve_il_cardinale_Marengo_e_l_abate_del_monastero_di_Gandan_cuore_del_buddismo_mongolodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Città del Vaticano – Papa Leone XIV ha ricevuto questa mattina il cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar, e il venerabile D. Javzandorj, trentesimo Khamba Nomun Khan e abate del monastero di Gandantegchinlen, detto Gandan, il più grande del Paese.«Siamo molto felici dell'importante relazione di dialogo e di collaborazione tra la Chiesa cattolica e il mondo buddista in Mongolia», ha dichiarato all'Agenzia Fides il cardinale Marengo. «È stato un incontro cordiale. Apprezziamo molto la gentilezza e la magnanimità di Papa Leone, che, nonostante il suo ritmo così intenso e il decorso, a tutti noto, verso il pieno ristabilimento della sua salute, ha voluto questo incontro, dando così all'abate Javzandorj la possibilità di incontrarlo personalmente».<br /><br />«Siamo molto, molto grati al Santo Padre per questo gesto di grande bontà che ha avuto nel voler accogliere la delegazione del monastero di Gandan di Ulaanbaatar», ha aggiunto il cardinale. La delegazione era accompagnata dall'ambasciatrice di Mongolia in Italia, Bulgan Dansran, e dall'ambasciatrice di Mongolia presso la Santa Sede, Davaasuren Gerelmaa. Ne faceva parte anche il professor Thomas Cattoi, titolare della cattedra William e Barbara Moran di Teologia del cristianesimo antico e Relazioni interreligiose alla Pontificia Università San Tommaso d'Aquino . <br /><br />«Questa sinergia per il bene della società e per la pace del mondo», ha sottolineato il cardinal, «è stata espressa molto bene anche dal dono che il venerabile Javzandorj ha voluto fare a Papa Leone». Si tratta di un dipinto realizzato dai maestri dell'atelier di arte figurativa del monastero di Gandan su indicazione dello stesso abate. L'opera raffigura il Vecchio Saggio, figura che «nella tradizione mongola e in altri Paesi dell'Estremo Oriente rappresenta la lunga vita e la saggezza», insieme a «un disegno simbolico di quattro diversi animali, che rappresentano la diversità che, messa insieme, diventa forza, promessa di successo e di futuro». Il tutto è «decorato in stile mongolo» e arricchito da un'immagine che richiama il tempio principale del complesso di Gandan. «La visita al Santo Padre», ha aggiunto il cardinale, «si è poi conclusa con un altro momento di carattere spirituale e culturale nella Basilica di San Pietro, dove la delegazione ha potuto contemplare la bellezza dello spazio sacro. Abbiamo anche fatto una sosta nella parte più interna della basilica, all'altezza della tomba di Pietro».<br /><br />Si tratta della terza udienza concessa da un Pontefice a una delegazione buddista mongola. La prima risale al 28 maggio 2022, quando Papa Francesco accolse i rappresentanti ufficiali del buddismo mongolo nel trentesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Mongolia. La seconda, il 13 gennaio 2025, vide lo stesso Javzandorj ricevuto da Francesco insieme al cardinale Marengo. Nell'ottobre 2025, inoltre, monaci buddisti mongoli accompagnati dal porporato avevano preso parte alle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, alla presenza di Leone XIV.<br /><br />L'incontro di oggi assume un rilievo particolare per il ruolo di Gandan. Fondato nel corso della prima meta dell’Ottocento, Gandan è stato il motore della rinascita del buddismo dopo la svolta democratica del 1990. Oggi comprende tre collegi di filosofia e diversi collegi rituali e gestisce l'Università buddista della Mongolia. L'udienza pontificale è anche il segno di un'amicizia e di una fiducia cresciute nel tempo. Durante il ricovero di Papa Francesco, nel febbraio 2025, l'abate aveva fatto consegnare al nunzio apostolico un messaggio firmato e sigillato in cui esprimeva la vicinanza dei monaci di Gandan e, su richiesta del Presidente Ukhnaagiin Khürelsükh, aveva presieduto la recita di testi sacri per la guarigione del Pontefice. Dopo la morte di Francesco, il monastero aveva offerto un rito di preghiera per la sua anima, e aveva poi manifestato la propria vicinanza anche al momento dell'elezione del nuovo pontefice.<br /><br />Insediato alla guida di Gandan nel novembre 2023, Javzandorj, nato nel 1980, è una figura di grande levatura. Entrato in monastero nel 1991, nel 1998 è partito per l'India per studiare al collegio Gomang del monastero di Drepung, dove ha ricevuto l'ordinazione monastica completa nel 2001. Nel 2017 ha conseguito il titolo di Geshe Lharampa, il più alto grado accademico della tradizione gelug, classificandosi primo su circa mille candidati, prima di proseguire gli studi tantrici a Gyuto, come riporta il portale StudyBuddhism. <br /><br />«Il tema del dialogo e della collaborazione è centrale per la Chiesa cattolica in Mongolia», ha ricordato il cardinale Marengo. «Siamo convinti che da incontri di questo tipo, e sulla base del lavoro ordinario di dialogo, di incontri e di collaborazione che portiamo avanti sul posto, si possa dare un messaggio positivo all'intera società: quando le tradizioni religiose si impegnano reciprocamente in questo tipo di dialogo, si realizza quel contributo che ogni tradizione religiosa offre alla società. Le tradizioni religiose, dunque, come partner per la costruzione di un presente e di un futuro fondati sulla pace, sul rispetto reciproco e sul lavoro per il bene comune». <br /><br />Nel Paese la Chiesa cattolica, presente dal 1992, ha fatto del dialogo con il buddismo una dimensione costitutiva della propria missione. Come il suo predecessore Wenceslao Padilla, il cardinale Marengo partecipa regolarmente a incontri buddisti nazionali e internazionali ed è membro di un gruppo dei principali rappresentanti religiosi del Paese che si riunisce con frequenza. A Karakorum, antica capitale dell'impero mongolo, la Chiesa ha aperto un centro per il dialogo. <br /><br />Il buddismo è la religione più diffusa in Mongolia. La Costituzione del 1992 sancisce la separazione tra Stato e religioni, ma la legge del 1993 sui rapporti tra lo Stato e le istituzioni religiose stabilisce che lo Stato «rispetta la posizione dominante del buddismo» in considerazione dell'unità del popolo e delle tradizioni della sua civiltà, precisando che ciò non impedisce ai cittadini di seguire altre religioni. Il buddismo si è diffuso nel Paese in tre grandi ondate, secondo la periodizzazione tradizionale degli storici mongoli. La prima, nei primi secoli, giunse tramite l'Asia centrale dove il buddismo era arrivato dall'India lungo le vie commerciali : la sua presenza nel Paese è attestata fin da circa il V secolo. La seconda risale all'epoca dell'impero mongolo, quando Kubilai Khan si volse al buddismo tibetano. La terza, nel XVI secolo, fu suggellata nel 1578 dall'alleanza tra il principe Altan Khan e l'abate tibetano Sonam Gyatso, al quale i mongoli conferirono il titolo di Dalai Lama. <br /><br />In un'intervista pubblicata dal sito mongolo Zindaa.mn, l'abate ha sottolineato il ruolo di Zanabazar , il primo Bogd Jebtsundamba : «Una caratteristica unica del buddismo mongolo è la sua terza e più recente ondata di diffusione, profondamente legata al nostro primo Bogd Jebtsundamba, Öndör Gegeen Zanabazar, discendente diretto della Stirpe d'Oro di Gengis Khan. Sotto la sua guida è stata plasmata la struttura fondamentale del buddismo mongolo. Öndör Gegeen Zanabazar ha integrato con sapienza le dieci scienze tradizionali del buddismo, in particolare le arti e i mestieri e la conoscenza interiore, e ha contribuito in modo decisivo alla loro fioritura in Mongolia. Il nostro sistema di educazione monastica, compresa la traduzione dei testi sacri, lo stile peculiare delle vesti monastiche da lui stabilito e il loro ricco significato simbolico, come pure la nostra architettura templare e il nostro stile di canto, ci distinguono dalle altre tradizioni». Javzandorj ha aggiunto che il buddismo in Mongolia «si è sviluppato in modo singolare armonizzandosi con lo stile di vita e la cultura plasmati dalle quattro stagioni e dai vasti paesaggi del Paese», e che la Mongolia è tra le poche nazioni ad aver tradotto integralmente nella propria lingua il Kangyur, le parole del Buddha, e il Tengyur, i commentari dei maestri indiani.<br /><br />Il cardinale Marengo e l'abate Javzandorj parteciperanno domani, martedì 27 ottobre, all'incontro conclusivo di Assisi, promosso dalla Comunità di Sant'Egidio nel quarantesimo anniversario della Giornata di preghiera per la pace convocata da san Giovanni Paolo II nel 1986. Il Papa non sarà presente di persona, ma invierà un messaggio ai partecipanti. <br />Mon, 26 Oct 2026 13:19:03 +0100ASIA/MYANMAR - Messaggeri di pace nella tragedia della guerra: la missione dei catechisti in Myanmarhttps://www.fides.org/it/news/78344-ASIA_MYANMAR_Messaggeri_di_pace_nella_tragedia_della_guerra_la_missione_dei_catechisti_in_Myanmarhttps://www.fides.org/it/news/78344-ASIA_MYANMAR_Messaggeri_di_pace_nella_tragedia_della_guerra_la_missione_dei_catechisti_in_Myanmardi Paolo Affatato<br /><br />Portare la luce del Vangelo laddove regnano le tenebre del conflitto e seminare germogli di speranza in una popolazione stremata dalla violenza e dallo sfollamento: è questa la missione dei catechisti in Myanmar. In un paese lacerato da un devastante conflitto civile, in cui villaggi interi vengono distrutti e le comunità cristiane vivono precarietà e instabilità, con l'intera popolazione, i catechisti sono oggi veri e propri "fari di speranza", e pilastri per l'accompagnamento psicologico e spirituale dei più vulnerabili.<br />Un recente ritiro di formazione per i catechisti dell'arcidiocesi di Yangon, conclusosi il 20 ottobre 2026 nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, ha riacceso i riflettori su questo servizio di annuncio e catechesi, tanto straordinario quanto, spesso, nascosto. L'evento ha riunito un'ottantina di operatori pastorali che, sotto la guida del Cardinale Charles Bo, hanno rinnovato il proprio mandato: tornare nelle parrocchie, nelle cappelle remote e nei campi profughi per "guarire i cuori spezzati, portare conforto agli emarginati, sostenere i bisognosi, alleviare le pene dei sofferenti".<br /><br />I catechisti hanno raccontato di ritrovarsi spesso a dover viaggiare in territori insicuri, affrontando gravi privazioni economiche e scarsità di risorse di sussistenza. Inoltre percorrono vie di comunicazione interrotte o sotto il costante controllo delle milizie armate, con pericoli per la loro incolumità. "Spesso - hanno detto i presenti - visitiamo comunità terrorizzate dai bombardamenti aerei e costrette a spostarsi continuamente, famiglie senza pace e in continua itineranza, per cercare salvezza".<br />Come ricordato nel corso dell'incontro, in questa situazione tragica "i catechisti sono chiamati a insegnare a bambini, giovani e adulti a rifiutare l'odio, la discriminazione e la violenza, educandoli invece al perdono, della compassione e della riconciliazione reciproca".<br />La resilienza della Chiesa birmana è testimoniata oggi da una dedizione che attraversa le generazioni. Nell'arcidiocesi di Yangon si contano circa 100 catechisti che "svolgono il servizio di annuncio con indomita fedeltà", ha ricordato il Cardinale Bo, citando la storia di David U Htun Nho, un catechista che presta servizio ininterrotto da oltre 66 anni.<br /><br />"Molti di loro provengono dal Centro di formazione per catechisti 'San Pietro e Paolo' nell'arcidiocesi di Yangon, una delle principali strutture per la loro formazione", racconta a Fides Jerome Win Shwe Kyi, rettore della scuola di formazione biblica di Insein, a Yangon. Il Centro - sostenuto anche dalla Pontificie Opere Missionarie - offre programmi biennali di formazione biblica e pastorale, focalizzandosi su quattro aree fondamentali: umana, intellettuale, spirituale e pastorale. "Dopo aver terminato il biennio, i catechisti ritornano nelle rispettive parrocchie per iniziare il loro servizio pastorale. Nell'attuale, difficile situzione sono promotori di pace e giustizia, annunciatori di amore e perdono, sono portatori di consolazione e di aiuto ai bisognosi", riferisce p. Jerome.<br /><br />La presenza dei catechisti è significativa in tutte le diocesi birmane. Nella diocesi di Kalay oltre 50 catechisti si sono riuniti nelle scorse settimane per un analogo percorso di fraternità e aggiornamento presso la chiesa del Sacro Cuore. Anche in quel contesto, i Pastori locali hanno ringraziato e definito i catechisti "una luce per la comunità impaurita, ferita, disorientata e a volte disperata".<br />Mentre le scuole pubbliche chiudono e il sistema educativo nazionale è al collasso a causa della guerra, i catechisti, insieme alle congregazioni religiose, in molte regioni si fanno carico dell'accoglienza e dell'istruzione di base dei bambini, strappandoli alla strada e ai traumi delle armi. la loro opera "è silenziosa e preziosa, compiuta nella certezza evangelica che, anche nel cuore della notte birmana, vedrete cose più grandi di queste", ha detto a Fides don Stephen Sut Awng, parroco dell'area di Sagaing.<br /><br />La dedizione dei catechisti birmani contemporanei trova la sua più alta radice spirituale e ideale nella figura del beato Isidoro Ngei Ko Lat , il primo catechista laico del Myanmar elevato agli onori degli altari. Martirizzato nel 1950 insieme al missionario del PIME padre Mario Vergara, Isidoro rappresenta l'incarnazione perfetta di un servizio che si dona senza riserve, fino in fondo. In un'epoca che era lacerata da tensioni politiche e odi intestini, Isidoro scelse di rimanere accanto alle sue comunità sparse nei villaggi più remoti, testimoniando la fede con la parola e con la cura dei malati, fino all'effusione del sangue. Oggi, l'ispirazione e il coraggio di Isidoro continuano a vivere nei passi dei catechisti che attraversano le foreste e i campi profughi del Myanmar: il suo esempio, rileva don Stephen Sut Awng, "dice che la missione della catechesi non è una professione, ma una chiamata, un atto d'amore totale e gratuito, per donare il Vangelo a ogni creatura, capace di sconfiggere il terrore e di spalancare le porte alla speranza".<br /><br />Mon, 26 Oct 2026 12:47:25 +0100COLOMBIA - Nariño, la diocesi di Ipiales chiede una tregua per proteggere le comunità intrappolate negli scontri tra gruppi armatihttps://www.fides.org/it/news/78343-COLOMBIA_Narino_la_diocesi_di_Ipiales_chiede_una_tregua_per_proteggere_le_comunita_intrappolate_negli_scontri_tra_gruppi_armatihttps://www.fides.org/it/news/78343-COLOMBIA_Narino_la_diocesi_di_Ipiales_chiede_una_tregua_per_proteggere_le_comunita_intrappolate_negli_scontri_tra_gruppi_armatidi Laura Gómez Ruiz<br /><br />Ipiales – «Nella Chiesa, la parrocchia non è soltanto un tempio: è l’intera comunità, sono le famiglie, i bambini, i giovani e gli anziani che oggi vivono giorni di dolore, incertezza e paura a causa della violenza che colpisce i loro territori». Con queste parole, il vescovo di Ipiales, José Saúl Grisales Grisales, esprime la propria preoccupazione per le comunità del dipartimento colombiano di Nariño, colpite da scontri tra gruppi armati che hanno provocato sfollamenti e confinamenti, ostacolando anche l’arrivo degli aiuti umanitari.<br />Situato nel sud-ovest della Colombia, al confine con l’Ecuador e affacciato sull’Oceano Pacifico, Nariño conta 64 comuni e circa 1,71 milioni di abitanti. Il 56% della popolazione vive in centri abitati minori e in aree rurali disperse. La posizione strategica del dipartimento, attraversato da corridoi che collegano la frontiera alla costa, alimenta le contese per il controllo del territorio e accresce la vulnerabilità delle comunità, soprattutto quando gli scontri limitano gli spostamenti e l’accesso ai servizi essenziali.<br />Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari , riportati dal media colombiano ‘Minuto30’, dal 18 ottobre sono state coinvolte negli sfollamenti e nei confinamenti 1.824 persone, appartenenti a 749 famiglie, nei comuni di Linares, Los Andes e La Llanada. Di queste, 1.167 sono tuttora confinate, mentre 657 hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni.<br />Le violenze hanno danneggiato anche le infrastrutture e compromesso l’erogazione di servizi essenziali. Secondo le informazioni raccolte, gli scontri e gli attacchi con ordigni esplosivi sganciati da droni hanno colpito una chiesa, un acquedotto comunitario, una scuola e almeno cinque abitazioni. L’emergenza ha inoltre coinvolto circa 1.357 bambini e adolescenti, costringendo alla sospensione temporanea delle attività scolastiche in alcune zone.<br /><br />La diocesi in soccorso delle comunità sofferenti<br /><br />In questo contesto, il 22 ottobre la diocesi di Ipiales ha diffuso un comunicato per esprimere vicinanza e solidarietà alle popolazioni delle subregioni di Abades e Guambuyaco. Particolare preoccupazione è rivolta alle comunità delle parrocchie di Nuestra Señora del Rosario a Linares, San Juan Bautista a Sotomayor e Nuestra Señora de la Visitación a Tábiles.<br />Il vescovo ricorda le famiglie che hanno subito direttamente le conseguenze della violenza: «Ci uniamo nella preghiera per le famiglie, per i feriti, per quanti hanno perso la casa e sono stati costretti a sfollare, e per tutti coloro che oggi vedono minacciate la propria vita e la propria serenità».<br /><br />La diocesi rivolge inoltre un appello urgente ai responsabili delle violenze, affinché «rispettino il diritto internazionale umanitario e proteggano, sopra ogni cosa, la vita, la dignità e i beni delle comunità», afferma il vescovo Grisales. Il comunicato chiede anche la cessazione delle ostilità e una tregua che permetta di porre fine alle sofferenze e scongiurare nuovi danni.<br /><br />Quando la violenza impedisce di raggiungere le persone in necessità<br /><br />Le difficoltà nel raggiungere le popolazioni colpite sono emerse durante un’operazione umanitaria a Linares. Come riferito da ‘Caracol Radio’, il 19 ottobre una delegazione guidata da Álex González, segretario per la Pace e la Sicurezza di Nariño, è riuscita a evacuare oltre 300 persone da diverse località. Mentre si dirigeva verso Bella Florida, tuttavia, la delegazione è stata raggiunta da colpi d’arma da fuoco e ha dovuto interrompere l’operazione, lasciando circa un centinaio di abitanti senza possibilità di lasciare la zona attraverso il corridoio umanitario previsto.<br /><br />La Defensoría del Pueblo aveva già segnalato l’escalation di violenza a Linares e Los Andes, dove dal 17 ottobre erano in corso scontri tra il gruppo autoproclamatosi Estado Mayor Central, formato da ex guerriglieri dissidenti delle FARC , che avevano respinto l'accordo firmato con il governo colombiano nel 2016 - e le Autodefensas Unidas de Nariño.<br />Il confinamento limita l’accesso a cibo, acqua, assistenza sanitaria e altri servizi essenziali, mentre gli scontri ostacolano l’arrivo degli aiuti. <br /><br />La sospensione delle attività scolastiche aggrava ulteriormente le conseguenze della violenza per i bambini e gli adolescenti coinvolti.<br />Per queste ragioni, la diocesi ribadisce che la popolazione civile deve essere tenuta fuori dalle contese armate e ricevere protezione e assistenza adeguate. «Chiediamo inoltre che gli aiuti umanitari possano arrivare in sicurezza, senza mettere a rischio chi li porta, e che siano destinati innanzitutto a chi ne ha più bisogno», sottolinea il vescovo di Ipiales.<br /><br />Una risposta condivisa per proteggere le comunità<br /><br />«Ribadiamo il nostro impegno ad accompagnare le vittime e le comunità parrocchiali, ascoltandole e lavorando al loro fianco per la pace», afferma il vescovo Grisales. Invita inoltre le istituzioni, le organizzazioni umanitarie e la società nel suo insieme a unire gli sforzi, affinché le famiglie ricevano un’assistenza adeguata e i diritti umani siano effettivamente rispettati.<br />Questo impegno si colloca in un contesto di frontiera in cui la violenza, le economie illecite e le contese per il controllo del territorio colpiscono le comunità su entrambi i lati del confine tra Colombia ed Ecuador. Nel secondo Incontro binazionale di pastorale di frontiera, svoltosi a Tumaco all’inizio di ottobre, i rappresentanti di otto circoscrizioni ecclesiastiche, insieme a Caritas Ecuador e al Segretariato nazionale di pastorale sociale-Caritas colombiana, hanno richiamato l’attenzione sulle conseguenze di queste dinamiche per la popolazione, chiedendo una maggiore collaborazione per tutelare la vita e i diritti umani.<br />Le comunità partecipanti hanno sottolineato che la frontiera non può essere considerata soltanto una linea che divide due Paesi, ma è un territorio condiviso da popoli indigeni, comunità afrodiscendenti e contadine, famiglie e persone migranti. Nella dichiarazione finale hanno chiesto di coordinare interventi capaci di garantire la protezione umanitaria e contribuire alla costruzione della pace.<br />L’appello della diocesi di Ipiales si inserisce in questa prospettiva di collaborazione tra le Chiese di Colombia ed Ecuador, accomunate dalla preoccupazione per le persone la cui sicurezza è minacciata, che perdono la propria casa o incontrano ostacoli nel ricevere assistenza. La collaborazione tra le Chiese locali, le istituzioni e le organizzazioni umanitarie è fondamentale per garantire alle comunità colpite una risposta concreta.<br />Il vescovo Grisales per concludere, richiama le parole di Papa Leone XIV: «Esorto tutti a respingere ogni forma di violenza e a scegliere con decisione la via della pace» e affida alla preghiera il suo auspicio: «La pace di Cristo risorto, quella pace umile e perseverante di cui ci parla Papa Leone XIV, giunga presto in ogni casa». <br />Mon, 26 Oct 2026 12:40:19 +0100AFRICA/TANZANIA - Il 29 ottobre una giornata di preghiera per le vittime delle violenze durante le elezioni di un anno fahttps://www.fides.org/it/news/78342-AFRICA_TANZANIA_Il_29_ottobre_una_giornata_di_preghiera_per_le_vittime_delle_violenze_durante_le_elezioni_di_un_anno_fahttps://www.fides.org/it/news/78342-AFRICA_TANZANIA_Il_29_ottobre_una_giornata_di_preghiera_per_le_vittime_delle_violenze_durante_le_elezioni_di_un_anno_faDar es-Salaam – “A un anno dalle elezioni dello scorso anno, ricordiamo i nostri concittadini feriti, scomparsi o addirittura uccisi”, afferma Mons. Wolfgang Pisa, Vescovo di Lindi e Presidente della Conferenza episcopale della Tanzania , in una lettera pastorale intitolata in swahili Bwana Awape Amani! . Il titolo richiama le parole della Seconda lettera ai Tessalonicesi : “Il Signore della pace vi dia la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi”.<br />A un anno di distanza, il Presidente della TEC invita la Chiesa in Tanzania a celebrare Messe di suffragio per le vittime delle violenze scoppiate in occasione delle elezioni generali del 29 ottobre 2025. Il voto si svolse in un clima di forte tensione, segnato dalle contestazioni dell’opposizione, dopo l’esclusione dalle liste elettorali o l’arresto dei suoi principali candidati .<br /><br />Dopo la proclamazione della vittoria della presidente Samia Suluhu Hassan, alla quale fu attribuito circa il 98% dei voti, scoppiarono proteste in diverse località del Paese. Negli scontri con le forze di sicurezza si registrarono morti e feriti, mentre diverse persone risultarono disperse . Una commissione nominata dal governo ha successivamente stimato in 518 il numero delle vittime, per lo più civili, la maggior parte delle quali uccise da colpi d’arma da fuoco.<br />“Questo stato di dolore e tragedia è ancora presente tra la nostra gente”, scrive Mons. Pisa. “In questo contesto, siamo chiamati a restare uniti come comunità di credenti, affidando la nostra Nazione, i suoi leader e il suo popolo al Dio misericordioso”.<br />“Chiediamo che le Sante Messe siano celebrate per queste intenzioni: per coloro che sono stati feriti, scomparsi o uccisi e per la nostra Nazione”, prosegue il Vescovo. Raccomanda inoltre che, per quanto possibile, le celebrazioni si svolgano giovedì 29 ottobre 2026 nelle parrocchie, nei centri di preghiera e nelle istituzioni ecclesiastiche.<br />In una dichiarazione ufficiale diffusa il 15 novembre 2025, i Vescovi della TEC avevano espresso profondo dolore e condannato le uccisioni dei dimostranti, definendole “brutali e inumane” e qualificandole come “un abominio al cospetto di Dio”. Avevano inoltre chiesto l’apertura di un’inchiesta indipendente e il rilascio incondizionato delle persone detenute per motivi elettorali o politici. <br /><br />Mon, 26 Oct 2026 11:25:26 +0100Lula confermato Presidente del Brasilehttps://www.fides.org/it/news/78341-Lula_confermato_Presidente_del_Brasilehttps://www.fides.org/it/news/78341-Lula_confermato_Presidente_del_Brasiledi Cosimo Graziani - <br /><br />Brasilia - Con un risultato inatteso alla vigilia, il Presidente uscente brasiliano Luiz Ignacio Lula da Silva ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali. Un risultato inatteso per due ragioni: al primo turno Lula era arrivato secondo dietro allo sfidante Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro ora in carcere dopo essere stato riconosciuto colpevole di aver ordito un tentativo di golpe per restare al potere dopo la sconfitta elettorale del 2022; la seconda ragione perché mai nella storia democratica del Brasile chi era arrivato secondo al primo turno era riuscito a capovolgere i risultati al turno successivo. <br /><br />Alla fine Lula ha ottenuto il 51,8% dei voti, quasi quattro milioni e mezzo di più di Bolsonaro.<br /><br />Le prime dichiarazioni di Lula dopo la riconferma alla presidenza sono state di ringraziamento per il popolo brasiliano: si tratta infatti del suo quarto mandato non consecutivo. “Questa è una vittoria contro le menzogne” ha dichiarato. Poi facendo riferimento ai dibattiti televisivi che ha avuto con il suo rivale politico ha specificato: “Devo confessarvi che tutte le volte che partecipavo ad un dibattito, mi sentivo in imbarazzo.”<br /><br />Lo svolgimento delle consultazioni è stato caratterizzato dalla decisione del Tribunale Federale Supremo di estendere di due ore l’orario per votare, rispondendo alla richiesta dei due candidati. La decisione però è stata poi alla base della protesta di Flavio Bolsonaro, che non ha riconosciuto la vittoria di Lula e che ha chiesto di annullare le elezioni: “È impossibile riconoscere i risultati delle elezioni nel contesto in cui sono avvenute e cose” ha dichiarato l’esponente del Partito Liberale. Secondo quanto riporta l’Associated Press, il presidente della Commissione Elettorale Kassio Nunes Marques, che fu nominato da Jair Bolsonaro, ha dichiarato che l’estensione dell’apertura dei seggi non avrebbe avuto effetti sui risultati delle elezioni. In questa direzione vanno anche le dichiarazioni rilasciate alla stessa agenzia di stampa da parte del professore Joao Pedro Padua della Università Federale Fluminese, che ha dichiarato che Bolsonaro può presentare ricorso contro il risultato ma che al momento non ci sono basi legali per l’annullamento delle elezioni.<br /><br />Per il Brasile ora si apre una pagina politica caratterizzata numerose incognite. Durante il primo turno infatti il Partito Liberale è risultato quello più votato nella Camera dei Deputati e nel Senato, mentre il Partito dei Lavoratori di Lula ha subito una cocente sconfitta. Inoltre, nelle elezioni statali che si erano svolte lo stesso giorno la destra aveva ottenuto la maggior parte dei governatori, anche in stati chiave. Bisognerà vedere quindi come Lula saprà gestire un parlamento ostile alle sue politiche, soprattutto quelle sociali, in un momento in cui il paese non può permettersi misure espansive a causa di un debito pubblico all’82% e in crescita.<br /><br />La domanda è quale sarà l’effetto della vittoria di Lula in America Latina. Al momento infatti, Lula è l’unico presidente di sinistra in una regione che ha virato con forza a destra e vede diversi nuovi leader allineati con le posizioni politiche del Presidente USA Donald Trump.<br /> Sicuramente, che il Paese più grande per popolazione e per economia della regione sia governato da un esponente di sinistra rappresenta un argine al processo di progressiva espansione di leadership allineate con l'amministrazione USA che sembrava essersi innescato in America Latina. <br /><br />Più chiare invece sono le conseguenze geopolitiche. Con Lula presidente forum come quello dei Brics continueranno ad avere rilievo internazionale per i prossimi anni: la politica estera di Lula è stata sempre incentrata sul multilateralismo e sul riconoscimento di un mondo multipolare, una visione in cui i Brics rientrano pienamente. Se Bolsonaro avesse vinto le elezioni probabilmente saremmo andati incontro ad un indebolimento de forum dal punto di vista politico, sebbene non ad un totale abbandono, considerato che la Cina è il primo partner commerciale per Brasilia.<br />Alla vigilia del ballottaggio, la Conferenza Nazionale dei Vescovi Brasiliani aveva fatto appello per la difesa della costituzione e dello stato democratico di diritto. <br />Mon, 26 Oct 2026 11:13:12 +0100ASIA/INDONESIA - La vocazione missionaria non conosce confini: 27 nuovi sacerdoti nella diocesi di Maumerehttps://www.fides.org/it/news/78340-ASIA_INDONESIA_La_vocazione_missionaria_non_conosce_confini_27_nuovi_sacerdoti_nella_diocesi_di_Maumerehttps://www.fides.org/it/news/78340-ASIA_INDONESIA_La_vocazione_missionaria_non_conosce_confini_27_nuovi_sacerdoti_nella_diocesi_di_MaumereMaumere – Un vero e proprio mese di grazia per la Chiesa cattolica dell’isola di Flores, in Indonesia. Così si può definire ottobre 2026 per la diocesi di Maumere, dove una serie di celebrazioni religiose ha avuto il suo culmine in numerose ordinazioni sacerdotali di giovani appartenenti a diversi istituti religiosi.<br /><br />«Le date si sono susseguite come una splendida corona di doni per la Chiesa», racconta all’Agenzia Fides padre Luigi Galvani, missionario camilliano, oggi a Kupang, nel Timor indonesiano, dopo diversi anni di servizio sull’isola di Flores.<br /><br />Il calendario delle ordinazioni è particolarmente significativo: il 10 ottobre sono stati ordinati dodici nuovi sacerdoti della Società del Verbo Divino; il 15 ottobre, sette Carmelitani; il 18 ottobre, due Agostiniani; infine, il 25 ottobre, cinque Camilliani e un sacerdote diocesano. In totale, 27 nuovi sacerdoti, chiamati a mettere la propria vita al servizio di Dio e dei fratelli attraverso differenti carismi e spiritualità.<br /><br />«Queste ordinazioni – sottolinea padre Galvani – ci ricordano che la vocazione missionaria non conosce confini. Molti giovani che oggi si preparano al sacerdozio e alla vita consacrata potranno domani essere inviati in terre lontane, al servizio di comunità che attendono una presenza fraterna, una parola di consolazione e una testimonianza concreta dell’amore di Cristo».<br /><br />La diocesi di Maumere si conferma così una vera «miniera di vocazioni e di grazie». Nel suo territorio sono presenti circa 60 istituti religiosi, maschili e femminili, espressione di una vivace realtà ecclesiale e vocazionale. Particolarmente significativo è anche il Seminario filosofico e teologico di Ledalero, gestito dai Missionari Verbiti. La struttura accoglie circa 1.500 giovani seminaristi e rappresenta uno dei più importanti centri di formazione alla vita sacerdotale e missionaria della Chiesa cattolica. Al termine del percorso formativo, molti di questi giovani saranno chiamati a svolgere il proprio ministero non solo in Indonesia, ma anche in altri Paesi, portando il Vangelo e i diversi carismi missionari in numerose parti del mondo.<br /><br />Per padre Galvani, le ordinazioni celebrate nel mese di ottobre, dedicato in modo particolare alla missione, assumono un significato che va oltre la dimensione locale. “Sono – afferma - un invito a ringraziare il Signore, a sostenere con la preghiera i nuovi sacerdoti e a continuare a promuovere una cultura vocazionale nelle famiglie, nelle parrocchie e nei seminari”.<br /> <br />Mon, 26 Oct 2026 10:37:00 +0100100 ANNI DALLE ORDINAZIONI DEI PRIMI 6 VESCOVI CINESI - Il Vescovo Simone Zhu Kaimin e la diocesi di Haimenhttps://www.fides.org/it/news/78339-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_6_VESCOVI_CINESI_Il_Vescovo_Simone_Zhu_Kaimin_e_la_diocesi_di_Haimenhttps://www.fides.org/it/news/78339-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_6_VESCOVI_CINESI_Il_Vescovo_Simone_Zhu_Kaimin_e_la_diocesi_di_HaimenA cento anni dalle ordinazioni dei primi 6 Vescovi cinesi consacrati in epoca contemporanea , l’Agenzia Fides dedica una serie di schede documentarie a quei Successori degli Apostoli e alle loro diocesi, al centro di quell’evento cruciale nel cammino della Chiesa cattolica in Cina.<br /><br />§§§<br /><br />del Prof. Liu Zhiqing<br /><br />La Diocesi di Haimen fu la sesta circoscrizione ecclesiastica in Cina affidata alla direzione di un membro del clero cinese. Fu istituita l'11 agosto 1926 come Vicariato Apostolico di Haimen. Il suo primo Vescovo, Simone Zhu Kaimin, fu uno dei primi sei vescovi cinesi consacrati a Roma da Papa Pio XI il 28 ottobre 1926. Era stato nominato Vicario apostolico il 2 agosto 1926.<br /><br /><br />1.Storia della diocesi<br /><br />Nel processo volto a affidare la guida delle diocesi a membri del clero cinese, secondo le indicazioni espresse dal “Primum Concilium Sinense” , l’Arcivescovo Celso Costantini primo Delegato Apostolico in Cina, aveva espressamene manifestato il desiderio di affidare a un appartenente al clero cinese una circoscrizione ecclesiastica nuova, da erigere su parte del territorio allora affidato alla cura pastorale della diocesi di Shanghai, la più prospera della Cina. «Perciò» scrive l’arcivescovo Costantini nelle sue memorie «decisi di recarmi a Shanghai nel mese di maggio, allo scopo di cercare un luogo adatto e una persona adatta».<br /><br />A quell’epoca il Vicariato Apostolico di Nanchino era guidato dal gesuita francese Prosper Paris .<br />Nel 1926 il progetto di Costantini fu realizzato con la separazione del Vicariato Apostolico di Haimen dal Vicariato Apostolico di Nanchino.<br />Secondo le statistiche, nel 1925 il Vicariato Apostolico di Nanchino comprendeva dodici grandi distretti ecclesiastici : Shanghai Yangjingbang, Nanchino, Yangzhou, Suzhou, Songjiang Puxi, Songjiang Punan, Songjiang Pudong, Changzhou, Xuzhou, Xuzhou orientale, Xuzhou occidentale, Chongming e Haimen. Contava 202.028 fedeli e 211 sacerdoti, di cui 130 stranieri e 81 cinesi. Il clero cinese rappresentava il 38,39% del totale. I due decanati di Haimen e Chongming costituivano il territorio destinato alla nuova circoscrizione ecclesiastica.<br /><br />Nel 1925 i decanato di Haimen comprendeva 11 parrocchie. Il decanato di Chongming comprendeva 6 parrocchie. I due decanati contavano complessivamente 31.336 fedeli e 18 sacerdoti, di cui 16 cinesi e 2 stranieri.<br /><br />L'11 agosto 1926 fu istituito il Vicariato Apostolico di Haimen. In quello stesso anno il Vicariato arrivò a contare 32.571 fedeli e 22 membri del clero: oltre al Vicario Apostolico cinese, 20 sacerdoti cinesi e 1 sacerdote straniero. Vi erano inoltre 16 religiose cinesi.<br /><br />L'11 aprile 1946 il Vicariato Apostolico di Haimen fu elevato al rango di Diocesi di Haimen. Nel 1949 la diocesi comprendeva sette contee. <br /><br />Secondo le statistiche riportate da Zhao Qingyuan nella “Cronologia della suddivisione delle diocesi cattoliche in Cina e della successione dei loro vescovi”, nel 1949 la diocesi contava 156 chiese e cappelle, 40 sacerdoti cinesi e 38.899 battezzati cattolici.<br /><br /><br />2. Il vescovo della diocesi<br /><br />Il primo vescovo di Haimen fu il gesuita Simone Zhu Kaimin . Originario di Zhuxianghui, nella contea di Qingpu , nacque il 30 ottobre 1868 a Dongjiadu, presso Shanghai, in una famiglia di armatori di giunche. Era il sesto di sette figli. Sua madre era sorella di Giuseppe Ma Xiangbo , ex sacerdote gesuita, che aveva abbandonato l’Ordine e il sacerdozio dicendo di non sopportare l’arroganza dei missionari stranieri nei confronti della Cina, continuando la sua opera di grande innovatore della prassi educativa cinese . Zhu Zhiyao, terzogenito tra i fratelli di Simone Zhu, era invece un noto industriale di Shanghai. <br />Nel 1883 Simone entrò nel seminario minore di Dongjiadu, a Shanghai, dove studiò latino. Successivamente entrò nel seminario maggiore di Xujiahui, dedicandosi allo studio della filosofia e della teologia. <br /><br />Il 7 settembre 1888 entrò nella Compagnia di Gesù e fu ordinato sacerdote a Dongjiadu il 28 giugno 1898. Nei vent'anni successivi svolse attività missionaria a Pudong, Chuansha, Jinjiaxiang, Changshu, Jiangyin e Luyuan e altre località. Il 2 febbraio 1903 emise i voti perpetui. Nel 1924 divenne arciprete del decanato di Nantong, nel Jiangsu. L’anno successivo assunse anche l'incarico di arciprete del decanato di Haimen e quello di preside della Scuola elementare San Luigi di Maojiazhen.<br />Il 2 agosto 1926 fu nominato Vicario Apostolico di Haimen. Il 28 ottobre 1926, nella Basilica di San Pietro a Roma, fu uno dei sei vescovi cinesi consacrati da Papa Pio XI a Roma, nella Basilica Vaticana. <br />Dopo il ritorno in Cina, nel marzo 1927, celebrò l’insediamento presso la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Haimen. L'11 aprile 1946 fu nominato primo vescovo della nuova Diocesi di Haimen.<br />Nel 1959 fu classificato ingiustamente come «elemento di destra». Morì il 22 febbraio 1960, all'età di 92 anni. Nel maggio 1980, il governo della provincia del Jiangsu ne riconobbe ufficialmente l'innocenza, revocò la precedente classificazione politica e ne riabilitò la reputazione.<br /><br /><br />3. Sviluppo della diocesi<br /><br />La Diocesi di Haimen ebbe origine dai due decanati di Haimen e Chongming, prima appartenenti al Vicariato apostolico di Nanchino. Tra i primi sei Vicariati Apostolici affidati a vicari appartenenti al clero cinese, fu quella che disponeva delle risorse più consistenti.<br /><br />Dopo 24 anni di sviluppo , la diocesi contava 19.496 fedeli e 49 membri del clero, tra i quali 45 erano cinesi e 4 stranieri. Vi erano inoltre 59 religiose cinesi.<br /><br />Le statistiche annuali dell'attività pastorale della diocesi sono riportate nella tabella seguente.<br /><br />Tabella delle statistiche pastorali della Diocesi di Haimen, 1926–1950<br /><br /><table ><colgroup><col ><col ><col ><col ><col ><col ><col ><col ></colgroup><thead><tr><td rowspan="2" >Periodo/Anno</td><td rowspan="2" >Vescovi</td><td colspan="2" >Sacerdoti</td><td colspan="2" >Religiose</td><td rowspan="2" >Popolazione </td><td rowspan="2" >Fedeli cattolici</td></tr><tr><td >stranieri</td><td >cinesi</td><td >straniere</td><td >cinese</td></tr></thead><tbody><tr><td >1926-1927</td><td >1</td><td >1</td><td >20</td><td ></td><td >16</td><td >11</td><td >32571</td></tr><tr><td >1927-1928</td><td >1</td><td >1</td><td >21</td><td ></td><td >16</td><td >5.6</td><td >32350</td></tr><tr><td >1928-1929</td><td >1</td><td >2</td><td >20</td><td >6</td><td >14</td><td >5.2</td><td >32693</td></tr><tr><td >1929-1930</td><td >1</td><td >2</td><td >22</td><td >6</td><td >14</td><td >5.2</td><td >32992</td></tr><tr><td >1930-1931</td><td >1</td><td >1</td><td >25</td><td >9</td><td >14</td><td >5.2</td><td >33024</td></tr><tr><td >1933</td><td >1</td><td >2</td><td >23</td><td >9</td><td >23</td><td >5.2</td><td >33705</td></tr><tr><td >1934</td><td >1</td><td >2</td><td >25</td><td >9</td><td >31</td><td >5.2</td><td >33933</td></tr><tr><td >1935</td><td >1</td><td >2</td><td >23</td><td >9</td><td >33</td><td >5</td><td >34651</td></tr><tr><td >1936</td><td >1</td><td >3</td><td >24</td><td >9</td><td >24</td><td >5</td><td >34865</td></tr><tr><td >1937</td><td >1</td><td >2</td><td >24</td><td >9</td><td >17</td><td >5</td><td >35433</td></tr><tr><td >1938</td><td >1</td><td >4</td><td >21</td><td >9</td><td >18</td><td >5</td><td >35890</td></tr><tr><td >1939</td><td >1</td><td >3</td><td >20</td><td >9</td><td >42</td><td >5.4</td><td >36344</td></tr><tr><td >1940</td><td >1</td><td >3</td><td >24</td><td >9</td><td >39</td><td >5.3</td><td >37024</td></tr><tr><td >1941</td><td >1</td><td >2</td><td >27</td><td >8</td><td >44</td><td >5.3</td><td >37528</td></tr><tr><td >1942</td><td >1</td><td ></td><td >32</td><td >8</td><td >46</td><td >5.3</td><td >37662</td></tr><tr><td >1943</td><td >1</td><td ></td><td >82</td><td >8</td><td >48</td><td >5.3</td><td >38126</td></tr><tr><td >1947</td><td >1</td><td ></td><td >32</td><td >8</td><td >48</td><td >5.3</td><td >38126</td></tr><tr><td >1948</td><td >1</td><td >3</td><td >43</td><td >9</td><td >50</td><td >5</td><td >39744</td></tr><tr><td >1949</td><td >1</td><td >4</td><td >42</td><td >11</td><td >51</td><td >5.2</td><td >39496</td></tr><tr><td >1950</td><td >1</td><td >4</td><td >44</td><td ></td><td >59</td><td >5.2</td><td >39496</td></tr></tbody></table><br /><br />Fonte: Les missions de Chine et du Japon, Les missions de Chine, Annuaire des Missions Catholiques de Chine.<br /><br /><br />Mon, 26 Oct 2026 09:41:49 +0100AFRICA/MADAGASCAR - Rinuncia e successione dell’Arcivescovo di Fianarantsoahttps://www.fides.org/it/news/78338-AFRICA_MADAGASCAR_Rinuncia_e_successione_dell_Arcivescovo_di_Fianarantsoahttps://www.fides.org/it/news/78338-AFRICA_MADAGASCAR_Rinuncia_e_successione_dell_Arcivescovo_di_FianarantsoaCittà del Vaticano -Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi Metropolitana di Fianarantsoa, presentata da S.E. Mons. Fulgence Rabemahafaly. Gli succede S.E. Mons. Jean Nicolas Rakotojaona, finora Arcivescovo Coadiutore della medesima Arcidiocesi.<br /><br />Jean Nicolas Rakotojaona è nato il 18 gennaio 1973 ad Anosy Avaratra. È stato ordinato presbitero il 3 agosto 2002 per l’Arcidiocesi di Antananarivo.<br /><br />Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Vicario Parrocchiale nel distretto di Ihazolava ; Master in Filosofia della Religione presso l’Université Catholique de Madagascar; Vicario a Andohatapenaka e Ampefiloha ; Rettore del Seminario Propedeutico Victoire Rasoamanarivo; Professore di Dottrina Sociale della Chiesa presso l’Higher Institute of Technology di Antananarivo e di Filosofia presso il Seminario Minore ; Parroco di Ambanidia ; Dottorato in Teologia presso l’Université de Fribourg, in Svizzera ; Vice-Rettore e Rettore del Seminario Maggiore di Filosofia Saint Paul Apôtre.<br /><br />Eletto Vescovo titolare di Dragonara e Ausiliare di Morondava il 19 maggio 2023, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 2 luglio successivo. Il 25 ottobre 2025 è stato nominato Arcivescovo Coadiutore di Fianarantsoa.<br /><br />Attualmente, è co-Presidente della Commissione Episcopale per l’Apostolato dei Laici .Sun, 25 Oct 2026 15:24:01 +0100Finora niente exploit per i movimenti indipendentisti che agitano il Canadahttps://www.fides.org/it/news/78337-Finora_niente_exploit_per_i_movimenti_indipendentisti_che_agitano_il_Canadahttps://www.fides.org/it/news/78337-Finora_niente_exploit_per_i_movimenti_indipendentisti_che_agitano_il_CanadaOttawa - Mentre in Europa singoli Stati vedono affermarsi forze e movimenti che puntano a riaffermare le istanze nazionali in chiave anti-Unione Europea a la chiusura verso i flussi migratori, in Canada pulsioni analoghe prendono la forma di spinte all’isolazionismo o al separatismo su base regionale.<br /><br /> In questo scenario va letto si deve leggere lo svolgimento del referendum organizzato in Alberta lo scorso 19 ottobre. <br />Gli abitanti di quello Stato, più di quattro milioni, sono stati chiamati alle urne per decidere se iniziare l’iter di secessione da Ottawa. L’affluenza è stata bassa, con più di un milione e novecentomila persone che si è recata alle urne e che, secondo i risultati parziali – quelli definitivi arriveranno nei prossimi giorni –, ha espresso la volontà di non iniziare nessun processo indipendentista con il 76% dei voti.<br />I risultati sono stati accolti con favore da parte del primo ministro canadese Mark Carney, che nelle scorse settimane aveva partecipato alla campagna elettorale contro l’opzione indipendentista. “È un grande risultato per il Canada che gli abitanti dell’Alberta abbiano scelto l’unità” queste le sue prime parole non appena sono stati pubblicati i dati parziali. Carney ha aggiunto che i risultati permetteranno al Canada di guardare avanti, diversificando il commercio e facendo diventare il Paese una potenza energetica, con lo Stato federaleo al centro di questi processi. L’Alberta infatti è un produttore di petrolio e possiede la quarta riserva di greggio al mondo.<br />Il primo ministro locale Danielle Smith ha commentato la pubblicazione dei risultati enfatizzando il forte supporto per rimanere nella federazione: “gli abitanti dell’Alberta hanno votato per uno Stato forte in un Canada unito” ha scritto sui suoi social. È stata proprio lei però a proporre la consultazione sul tema, spinta dalle forze secessioniste in seno al suo Partito, il Partito Conservatore Unito . <br /><br />I movimenti indipendentisti, nonostante la sconfitta, promettono di continuare a promuovere l’indipendenza. Il leader dell’Alberta Prosperity Project ha dichiarato all’Associated Press che continuerà a promuovere i benefici dell’indipendenza alla popolazione come ha fatto negli ultimi mesi, sperando di creare spazio per la causa da una secessione interna dell’Upc.<br />Venti di secessione soffiano non solo in Alberta, ma anche in uno stato dove tradizionalmente il tema è più sentito: il Quebec. <br />Il 5 ottobre, alle elezioni nello Stato a maggioranza francofona, il Parti Québécois ha ottenuto sessanta seggi su centoventisette, risultando il primo Partito. Pur non avendo ottenuto la maggioranza assoluta per governare – avrà bisogno dell’appoggio esterno di un altro Partito –, il suo leader Paul St. Pierre Plamondon ha messo subito in chiaro che cercherà di organizzare un altro referendum per l’indipendenza, dopo i due già organizzati nel 1980 e nel 1995. <br />St. Pierre Plamondon ha chiarito che il suo obiettivo è puntare al referendum dopo che il Presidente USA Donald Trump avrà lasciato la Casa Bianca nel 2029. Come nel caso dell’Alberta, il primo Ministro canadese Carney dopo la vittoria del Parti Québécois ha rilasciato dichiarazioni concilianti nei confronti degli indipendentisti.<br />A differenza dell’Alberta, in Quebec gli indipendentisti hanno più chiaramente in testa l’obiettivo dell’indipendenza. Lo stesso St. Pierre Plamondon, nel suo discorso post-elezioni, ha detto che continua a “sognare e visualizzare” il Quebec indipendente e che il suo sogno un giorno “si realizzerà.” Ma secondo molti analisti il sostegno all’indipendenza al momento è basso e si attesta attorno al 30% Agenzia Fides 25/10/2026)Sun, 25 Oct 2026 15:08:46 +0100AFRICA/SENEGAL - Rinuncia e successione del Vescovo di Koldahttps://www.fides.org/it/news/78336-AFRICA_SENEGAL_Rinuncia_e_successione_del_Vescovo_di_Koldahttps://www.fides.org/it/news/78336-AFRICA_SENEGAL_Rinuncia_e_successione_del_Vescovo_di_KoldaCittà del Vaticano - Il Santo Padre Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Kolda, presentata da S.E. Mons. Jean-Pierre Bassène. Gli succede S.E. Mons. Joseph Francis Janvier Badji, finora Vescovo Coadiutore della medesima Diocesi. <br />Sat, 24 Oct 2026 19:04:34 +0200“Chiesa dei Covoni”: il “mandato missionario” conclude il primo Convegno internazionalehttps://www.fides.org/it/news/78335-Chiesa_dei_Covoni_il_mandato_missionario_conclude_il_primo_Convegno_internazionalehttps://www.fides.org/it/news/78335-Chiesa_dei_Covoni_il_mandato_missionario_conclude_il_primo_Convegno_internazionaleRoma – Con una “Messa di invio” si è concluso il Convegno internazionale dedicato alla “Chiesa dei Covoni”: iniziativa promossa dal Dicastero per l’Evangelizzazione , che ha riunito a Roma per due giornate di lavoro intenso e di scambi fecondi sacerdoti, religiosi, religiose e laici di tutto il mondo convolti nell’opera missionaria, nello studio intorno alla missione e nell'accompagnamento pastorale. Un evento ospitato presso la Pontificia Università Urbaniana, preceduto da un approfondito lavoro di riflessione condivisa svolto in tutti i Continenti, e che rappresenta soltanto una tappa di una riflessione più ampia sulla missione da vivere in un mondo multipolare, dove anche riguardo alle dinamiche ecclesiali i rapportii tra l’Occidente e il Sud globale appaiono già profondamente trasformati.<br /><br />A presiedere la celebrazione, sabato 24 ottobre, memoria liturgica del Vescovo missionario Sant’Antonio Maria Claret, è stato l’Arcivescovo Samuele Sangalli, Segretario aggiunto con incarico di Responsabile dell’Amministrazione del Dicastero per l’Evangelizzazione, nella Chiesa Santo Spirito in Sassia. <br /><br />Nell’omelia l’Arcivescovo ha richiamato le parole con cui il Santo fondatore dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria descriveva il missionario: «un uomo che arde di carità e che brucia dovunque passa», che «non si lascia spaventare da nulla» e «non pensa ad altro che a come seguire e imitare Gesù Cristo».<br /><br /><br />Arcivescovo Sangalli: l’opera missionaria richiede pazienza, non dogmatismi<br /><br />Oggi, ha osservato l’Arcivescovo, alla luce del Magistero del Concilio Vaticano II, e del cammino sinodale avviato in tutta la Chiesa, risuonano con ancora più forza le parole di Paolo agli Efesini riproposte nell’odierna liturgia della parola. In Segretario aggiunto del Dicastero missionario le ha rilette, nello spirito del Cardinale Carlo Maria Martini che insegnava come «la Scrittura va lasciata penetrare lentamente»: i diversi doni - richiamava l’Apostolo. delle Genti - «per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo», un corpo che, «ben compaginato e connesso», cresce «secondo l’energia propria di ogni membro».<br /><br />Di fronte ai «complessi e talvolta seriamente contraddittori processi di globalizzazione» che segnano la nostra epoca, ha proseguito, «ci rendiamo conto che gli itinerari di inculturazione del Vangelo», e «degli stessi missionari e missionarie», richiedono «davvero quella pazienza» che, nel Vangelo del giorno, il vignaiolo suggerisce al padrone perché il fico porti frutto. «Pazienza. Passi in avanti e anche indietro», ha insistito, senza affrontare le cose «automaticamente e irrimediabilmente», ma «tutte le volte con lo spirito del discernimento». <br /><br /><br /> Il sostegno del Dicastero per un nuovo tempo missionario<br /><br /><br />Anche il percorso avviato in questi giorni, ha aggiunto l’Arcivescovo Sangalli, può configurarsi come «uno dei tanti processi» con cui il Dicastero si prende cura dell’«aggiornamento degli stili e dei modi della missione» in tutto il mondo. Citando il Salmo 121, ha ricordato che il cammino verso la Gerusalemme celeste «accende il cuore di gioia e di desiderio di condivisione», perché i cristiani sentono «veramente custodito nel mistero di unità che è Dio, il destino di ogni uomo e di ogni donna che viene sulla terra».<br /><br />L’Arcivescovo ha infine affidato ai partecipanti al Convegno le esortazioni di Papa Leone XIV nel Messaggio per la centesima Giornata Missionaria Mondiale, celebrata domenica scorsa, «parole molto belle che indicano una traiettoria» e che il Papa consegna «perché le lasciamo penetrare profondamente dentro di noi»: la missione evangelizzatrice, che Cristo ha affidato ai discepoli, richiede anzitutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione». E ancora: «Se l’unità è la condizione della missione, l’amore ne è la sostanza».<br /><br /><br />Arcivescovo Nwachukwu: collaboratori in una “iniziativa missionaria globale” <br /><br />Al termine della celebrazione, l’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero missionario, ha pronunciato a nome della Santa Sede la formula di mandato. Si è rivolto ai partecipanti ricordando che, riuniti a Roma, essi hanno condiviso «i doni e le esperienze» delle loro Chiese locali e hanno compiuto insieme un’opera di discernimento insieme come far avanzare la missione di una «Chiesa per tutti: sinodale nel metodo, missionaria nello spirito, credibile nell’amore».<br /><br />«A nome della Santa Sede – ha detto l’Arcivescovo Nwachukwu – vi conferisco il mandato di collaboratori dell’Iniziativa missionaria globale della Chiesa dei Covoni». E ha esortato: «Andate a far crescere una comunione di Chiese in cui i doni di ogni Chiesa locale siano accolti con gratitudine e condivisi con generosità per il bene di tutti». Un invito a rivolgere «un’attenzione particolare a coloro che si trovano nelle periferie», a «costruire ponti tra culture e Continenti» e a testimoniare il Vangelo «attraverso il servizio umile e l’amore reciproco».<br /><br />Il Convegno svoltosi a Roma è il primo atto pubblico di un percorso che proseguirà fino alla Pentecoste del 2028. Mentre il multilateralismo è in crisi sul piano politico, l’iniziativa della Chiesa dei Covoni lascia intravedere che le Chiese continuano a condividere e alimentare insieme un “multilateralismo ecclesiale” vissuto come scambio di doni, manifestazione storica della comunione che fiorisce attingendo alla condivisa fede degli Apostoli. <br /><br /> Sat, 24 Oct 2026 18:07:51 +0200ASIA/BAHRAIN - 24 ottobre: I Martiri di Najran, una memoria che unisce i cristiani d’Arabiahttps://www.fides.org/it/news/78332-ASIA_BAHRAIN_24_ottobre_I_Martiri_di_Najran_una_memoria_che_unisce_i_cristiani_d_Arabiahttps://www.fides.org/it/news/78332-ASIA_BAHRAIN_24_ottobre_I_Martiri_di_Najran_una_memoria_che_unisce_i_cristiani_d_ArabiaAwali – Per secoli la loro memoria è rimasta ai margini della storia. Oggi, invece, i Martiri di Najran tornano a occupare un posto sempre più significativo nella vita della Chiesa nella Penisola Arabica. La loro festa, celebrata il 24 ottobre, è ormai memoria obbligatoria nei due Vicariati apostolici della regione, con l’approvazione della Santa Sede . E la loro testimonianza, riscoperta dopo il Grande Giubileo del 2023-2024 per i 1500 anni dal martirio , sta diventando anche un punto di incontro tra comunità cattoliche e ortodosse. La celebrazione è così entrata stabilmente nei Calendari propri dei Vicariati, accanto alla Solennità di Nostra Signora d’Arabia, Patrona principale della Penisola Arabica.<br /><br />Lo ricorda all’Agenzia Fides un documento condiviso dalla Confraternita di Sant’Areta e dei Compagni Martiri, cui promotore e guida episcopale è il vescovo Aldo Berardi, O.SS.T., Vicario Apostolico di Arabia del nord , che comprende Bahrain, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita.<br /><br />La loro vicenda, nonostante la relativa scarsità delle fonti storiche, ha conosciuto negli ultimi anni una rinnovata attenzione, sia nella regione sia nel mondo cristiano. La memoria di quei testimoni della fede è tornata così a essere conosciuta, celebrata e pregata. La loro presenza nella vita della Chiesa locale assume così una forma stabile. Per i cristiani che oggi vivono o giungono nella Penisola Arabica, Sant’Areta e i suoi Compagni non sono soltanto nomi legati alla storia antica, ma testimoni ai quali affidare il proprio cammino di fede. La riscoperta dei Martiri di Najran sta inoltre superando i confini della Penisola Arabica.<br /><br />La loro testimonianza assume oggi un significato particolare anche nel cammino verso l’unità dei cristiani. In Oman è stata dedicata a Sant’Areta una chiesa ortodossa. Il gesto rappresenta un’espressione concreta del patrimonio cristiano condiviso che unisce le diverse tradizioni ecclesiali presenti nel Golfo. Un altro momento significativo si è vissuto quest’estate, quando, su invito del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I, il Vescovo Aldo Berardi e una delegazione di sacerdoti ortodossi e cattolici provenienti dal Kuwait hanno compiuto un pellegrinaggio sul Monte Athos . Il pellegrinaggio è stato occasione di preghiera e fraternità, ma anche di riscoperta di una comune eredità cristiana. La delegazione ha visitato alcuni monasteri nei quali Sant’Areta è venerato da secoli, come testimoniano gli antichi affreschi che raffigurano il Martire. Particolarmente significativo è stato l’incontro con i monaci ortodossi custodi della reliquia del cranio di Sant’Areta. La sacra reliquia è stata esposta alla venerazione della delegazione. Sono incontri che mostrano come i Martiri di Najran non appartengano esclusivamente a una singola comunità o tradizione ecclesiale. La loro memoria è condivisa da cristiani di diverse confessioni, uniti dalla venerazione per la loro fedeltà a Cristo e per il dono della vita compiuto in nome della fede.<br /><br />Nel dialogo tra le Chiese, e in particolare nel rapporto tra cattolici e ortodossi, la storia dei Martiri arabi mostra come una memoria condivisa possa diventare una via verso una maggiore conoscenza reciproca, l’amicizia e la comunione. I santi possono diventare ponti. La loro memoria può riportare alla luce ciò che le diverse tradizioni cristiane hanno ricevuto insieme e che precede le divisioni della storia. È anche questo uno dei messaggi che Sant’Areta e i suoi Compagni consegnano ai cristiani di oggi. La loro testimonianza ricorda innanzitutto che il cristianesimo nella Penisola Arabica non è una realtà recente. Le sue radici affondano nei primi secoli della Chiesa. Ricorda inoltre che il sangue dei martiri è seme della Chiesa. La fede per la quale Sant’Areta e i suoi Compagni diedero la vita continua infatti a essere vissuta nelle stesse terre nelle quali essi testimoniarono Cristo. E forse proprio qui si trova uno degli aspetti più attuali della loro memoria: ciò che unisce i cristiani è più antico e più profondo di ciò che ancora li separa.<br /><br />La celebrazione dei Martiri assume un significato particolare anche mentre violenza e instabilità continuano ad affliggere alcune zone dell’Arabia meridionale. La Chiesa affida dunque Najran e le regioni circostanti all’intercessione dei Martiri, chiedendo pace, riconciliazione e protezione per tutti coloro che vivono in quelle terre. Najran, luogo segnato quindici secoli fa dalla testimonianza di uomini e donne che preferirono dare la vita piuttosto che rinnegare la propria fede, possa tornare a essere un luogo di pace, fraternità e armonia. Per quanti oggi vivono e testimoniano il Vangelo nel Golfo, - si legge nel documento della Confraternita - i Martiri di Najran possono essere non soltanto figure di un passato lontano, ma compagni di cammino e intercessori. <br /> <br />Sat, 24 Oct 2026 12:21:12 +0200ASIA/MYANMAR - A Loikaw la Chiesa rinasce tra gli sfollati: aumentano le difficoltà, ma cresce anche la fede, dice il Vicario generalehttps://www.fides.org/it/news/78331-ASIA_MYANMAR_A_Loikaw_la_Chiesa_rinasce_tra_gli_sfollati_aumentano_le_difficolta_ma_cresce_anche_la_fede_dice_il_Vicario_generalehttps://www.fides.org/it/news/78331-ASIA_MYANMAR_A_Loikaw_la_Chiesa_rinasce_tra_gli_sfollati_aumentano_le_difficolta_ma_cresce_anche_la_fede_dice_il_Vicario_generaledi Paolo Affatato<br /><br />Loikaw – Nei primi giorni, in cattedrale venivano soltanto poche persone. Poi, lentamente, la voce si è diffusa nei villaggi e tra le famiglie disperse dalla guerra: il sacerdote era tornato, la vita pastorale riprendeva, la comunità poteva nuovamente ritrovarsi. Oggi, racconta don Marko Phe Bya, Vicario generale della diocesi di Loikaw e parroco della cattedrale di Cristo Re, ogni domenica circa 500 fedeli partecipano alla messa. «Quando hanno capito che la vita pastorale della Chiesa tornava a pulsare in quel luogo, il centro della diocesi, sono tornati. È straordinario: la gente ha una fede incrollabile», racconta il Vicario, che l’Agenzia Fides ha incontrato a margine della IX Assemblea del Forum internazionale di Azione cattolica , svoltasi a Roma nei giorni scorsi.<br /><br />La storia di questa ripresa si intreccia con quella della guerra civile che, dal colpo di Stato militare del febbraio 2021, sconvolge il Myanmar. Nello Stato di Kayah , conosciuto anche come “stato Karenni”, i combattimenti e i bombardamenti hanno costretto intere comunità ad abbandonare le proprie case. La Chiesa di Loikaw ha subito direttamente le conseguenze del conflitto: a novembre 2023, i militari hanno occupato il complesso della cattedrale di Cristo Re e il Centro pastorale diocesano, costringendo il vescovo Celso Ba Shwe, sacerdoti, religiose e fedeli a lasciare il luogo. La cattedrale venne utilizzata come base militare.<br />Don Marko Phe Bya ricorda quel periodo come una dolorosa interruzione della vita ecclesiale: «Nel 2023 siamo stati tutti costretti ad abbandonare il nostro Centro pastorale, perché i soldati ci hanno sgomberato. Tutti i sacerdoti, i vescovi, le suore: siamo stati costretti ad andarcene». Per lungo tempo, nella cattedrale non c’è stato un parroco e il centro pastorale era occupato. Don Marko è tornato a settembre 2025: «La chiesa era un po’ rovinata e aveva dei danni, ma non gravi. I registri parrocchiali, i libri dei battesimi e gli altri documenti li avevamo portati con noi in un altro luogo per salvarli».<br /><br />Il ritorno, tuttavia, non significava che la guerra fosse finita. La città appariva ancora svuotata, mentre la maggior parte dei cattolici era dispersa nel territorio, fuggita a causa dei combattimenti: «Quando sono tornato, erano rientrate al massimo un centinaio di persone», racconta. Nei mesi successivi, però, la comunità ha ricominciato a raccogliersi. Oggi, riferisce il sacerdote, la cattedrale ospita circa 500 persone ogni domenica; e nelle grandi celebrazioni, come la festa di Cristo Re, patrono della chiesa e conclusione dell’anno liturgico, i presenti possono arrivare a 1.000 o persino 2.000.<br />Sono numeri che, nel contesto di Loikaw, raccontano la ripresa delle attività e della vita ecclesiale. Testimoniano il desiderio di ritrovare un luogo comune, di “essere comunità”, di pregare insieme e di non lasciare che la dispersione provocata dalla guerra spezzi i legami della comunità. «La gente viene in chiesa, viene a piangere, a pregare, cercare conforto – conferma don Marko –. In una situazione del genere ci sono tante difficoltà, non c’è abbastanza cibo, non c’è sicurezza, ci sono i bombardamenti. Noi predichiamo di tenere salda la fede, perché Dio è la nostra speranza. Vengono in chiesa per nutrirsi del cibo spirituale, che è importante quanto il sostentamento materiale».<br /><br />La diocesi di Loikaw si estende nello Stato di Kayah, una regione prevalentemente montuosa dell’area orientale del Myanmar, considerata una delle roccaforti del cattolicesimo nel Paese. La diocesi è stata eretta da Giovanni Paolo II nel 1989, in un territorio evangelizzato a partire dal XIX secolo dai missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere . I dati ecclesiastici disponibili indicano una comunità di circa 90mila cattolici e una rete di circa 40 parrocchie, distribuite tra la città e i villaggi. E’ una Chiesa radicata nel territorio, ma oggi costretta a confrontarsi con lo sfollamento di massa e con la difficoltà di mantenere unite comunità lontane dai loro luoghi di origine.<br /><br />Secondo quanto conferma il Vicario generale, gli sfollati nella diocesi superano, in tutto, le 300mila persone e sono distribuiti in centinaia di campi. Tra loro vi sono circa 40mila cattolici, che vivono ancora in insediamenti provvisori, in villaggi remoti o nei boschi: Numerose parrocchie sono rimaste vuote o chiuse a causa della fuga della popolazione. La crisi umanitaria, dunque, investe un territorio molto più ampio della sola città di Loikaw. Tra i profughi, la Chiesa cerca di mantenere viva la propria presenza: i sacerdoti non si limitano ad attendere il ritorno dei fedeli nelle chiese, ma raggiungono gli sfollati nei campi e nei villaggi: «Con gli altri sacerdoti ci prendiamo cura di loro: andiamo a visitarli - prosegue il sacerdote - celebriamo la messa nei campi, fuori dalla città di Loikaw, dove ci sono molte piccole comunità parrocchiali. I sacerdoti seguono gli sfollati e restano con loro. Costruiscono piccole tende, una capanna come chiesa, come cappella. È un segno di speranza che i sacerdoti vadano con loro. Ogni volta che la nostra gente scappa, noi li accompagniamo».<br /><br />La missione pastorale si intreccia così con l’assistenza umanitaria. La Chiesa cerca donatori per sostenere le famiglie con cibo, alloggio, istruzione e cure sanitarie. Per chi ha perso la casa, il lavoro e la possibilità di coltivare i propri campi, anche la sopravvivenza quotidiana è diventata incerta: «La gente sta tornando in città - spiega - ma non c’è lavoro. Cerca di trovare un impiego, qualunque lavoro riesca a ottenere», spiega don Marko. Nei villaggi, molti tentano di coltivare il riso, ma i combattimenti possono interrompere improvvisamente la vita quotidiana: «Quando arrivano gli scontri e le bombe, devi fuggire».<br /><br />Alla precarietà materiale si aggiunge la paura. Il sacerdote racconta che muoversi nel territorio richiede prudenza e che anche gli operatori ecclesiali sono esposti al rischio di arresti e sospetti. Don Marko Phe Bya riferisce di due sacerdoti arrestati nei mesi scorsi e poi liberati, mostrando quanto sia fragile lo spazio in cui la Chiesa cerca di continuare il proprio servizio educativo e pastorale. Ricorda, poi, il caso di suor Benedetta, religiosa della congregazione di Maria Bambina impegnata a garantire l’istruzione ai bambini in un villaggio in zona di conflitto. La religiosa è stata arrestata cinque mesi fa con il sospetto di avere contatti con il Governo di unità nazionale , l’esecutivo di opposizione ed è ancora in carcere. <br />La dolorosa vicenda di una religiosa detenuta è diventata, per la comunità, occasione di preghiera e solidarietà. Don Marko racconta che in carcere ci sono altri cattolici, con i quali suor Benedetta prega. Quando gli è possibile incontrarla , cerca di incoraggiarla e, in alcune occasioni, riesce anche a portarle l’Eucarestia: «La fede delle persone è ancora forte, anche nelle difficoltà. Più incontriamo difficoltà, più siamo chiamati a incoraggiarci, e a pregare. Questa è la nostra fede».<br /><br />La resilienza dei cattolici di Loikaw, dopo anni di guerra e sfollamento, nasce proprio dalla fede condivisa e dall’aiuto reciproco: «Le persone resistono grazie alla nostra fede e anche al fatto che si aiutano a vicenda», afferma il Vicario generale. La comunità ecclesiale cerca di non lasciare sole le famiglie: i sacerdoti visitano gli insediamenti, i vescovi incoraggiano i fedeli e la preghiera sostiene chi è stanco, affamato e spaventato.<br />In questa esperienza si comprende anche il significato delle parole pronunciate dal Vescovo Celso Ba Shwe durante gli anni dell’esilio, che don Marko ricorda e ripete: «La Chiesa non coincide con un edificio, ma con il popolo che si riunisce nel nome di Cristo. La nostra comunità è fatta di persone, non di edifici. Le persone sono le “pietre vive”». «Anche quando le chiese sono vuote o inaccessibili, la comunità continua a esistere là dove i fedeli pregano insieme, celebrano l’Eucaristia e si prendono cura gli uni degli altri», osserva.<br /><br />La speranza di una pace duratura rimane, tuttavia, fragile. Il sacerdote racconta che la popolazione è stanca di una guerra che continua a colpire soprattutto gli innocenti, le donne e i bambini: «Se una parte vuole vincere sull’altra e nessuno parla di dialogo, come è possibile iniziarlo? Per fermare il conflitto, bisognerebbe che entrambe le parti si convincano che nessuna può vincere, annientando l’altra». Dopo anni di violenza, cresce, secondo il don Marko, il desiderio di una soluzione negoziata. Anche la Chiesa cattolica, attraverso la predicazione e la preghiera, invita al dialogo e alla riconciliazione.<br />«Le persone desiderano ardentemente la pace, il dialogo, la riconciliazione. Speriamo che qualcosa possa cambiare nel prossimo futuro, anche se non sembra che accadrà molto presto», rileva. «Noi non possiamo prendere decisioni, ma preghiamo ogni giorno per la pace, perché il Signore illumini la mente e il cuore di chi decide, per la riconciliazione. Il futuro è nelle mani di Dio».<br /><br /><br />Sat, 24 Oct 2026 11:32:52 +0200Da una pioniera francese della frontiera americana a Papa Leone XIV: l'itinerario missionario di Suor Lyn Osiekhttps://www.fides.org/it/news/78329-Da_una_pioniera_francese_della_frontiera_americana_a_Papa_Leone_XIV_l_itinerario_missionario_di_Suor_Lyn_Osiekhttps://www.fides.org/it/news/78329-Da_una_pioniera_francese_della_frontiera_americana_a_Papa_Leone_XIV_l_itinerario_missionario_di_Suor_Lyn_Osiekdi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Saint Louis - Pioniera dell'opera educativa cattolica sulla frontiera americana, Filippina Duchesne portò la Società del Sacro Cuore negli Stati Uniti nel 1818. Il suo percorso si inserisce nella più ampia storia missionaria che ha plasmato il cattolicesimo americano, segnato alle sue origini anche da una forte influenza francese. È una storia che incrocia anche il cammino di Papa Leone XIV, da Chicago al Perù e poi a Roma. <br /><br />L'Agenzia Fides ha incontrato a Saint Louis suor Carolyn Osiek, religiosa della Società del Sacro Cuore di Gesù , per approfondire questa eredità, le sue belle opere e i suoi capitoli dolorosi, compresi quelli che hanno avuto a che fare con la pratica della schiavitù. <br /><br />Studiosa del Nuovo Testamento ed ex archivista della Provincia Stati Uniti-Canada della Società del Sacro Cuore, suor Lyn Osiek è stata anche docente di Robert Francis Prevost alla Catholic Theological Union di Chicago. La sua testimonianza collega le urgenze affrontate dai missionari dell'Ottocento alla formazione interculturale del primo Papa nordamericano.<br /><br />In che modo Filippina Duchesne ha contribuito alla vita della Chiesa sulla frontiera americana, segnata da una grande diversità culturale?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Innanzitutto, faceva parte di un movimento più ampio. Alla fine dell'Ottocento, la maggioranza relativa dei missionari cattolici nel mondo era francese. Inoltre, era stata ispirata dai resoconti di sacerdoti che tornavano dall'America del Nord, dalla Cina e da altri luoghi. In un primo momento voleva andare in Cina, poi in Canada, e alla fine ha avuto l'opportunità di venire in America del Nord. È arrivata nel 1818, e il Missouri è diventato uno Stato nel 1821. Filippina non pensava di venire negli Stati Uniti: credeva di arrivare nella civiltà coloniale francese della valle del Mississippi. Il suo interesse principale erano i nativi americani, ma questo desiderio è stato frustrato, perché non ha potuto trascorrere molto tempo con loro. Quanto alla diversità culturale, lei stessa non si è mai sentita a suo agio con l'inglese, e questo ha rappresentato per lei un grande ostacolo. Nei suoi primi anni in Missouri, la lingua stava passando rapidamente dal francese all'inglese. Nella valle del Mississippi si stavano trasferendo persone provenienti dagli Stati Uniti orientali, e lei non era preparata ad avere a che fare con loro. Così, invece di realizzare il suo sogno di raggiungere la frontiera, dove avrebbe trovato i nativi americani, si è ritrovata in una città di frontiera in piena crescita, alle prese con bambini francesi e anglo-americani. Gestire questa diversità culturale è stato estremamente difficile per lei.<br /><br /><br />Come ha reagito?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Ha seguito il modello della Società del Sacro Cuore, fondata da poco in Francia, basato sugli educandati europei femminili. Il modello comprendeva la distinzione tra religiose di coro e suore coadiutrici. Il vescovo l'aveva avvertita che in Missouri non avrebbe funzionato, ma lei ha mantenuto l'uso francese, anche se si è rivelato inadatto. In quei contesti coloniali c'era un bisogno urgente di sacerdoti e religiosi. Molte comunità sono diventate autonome rispetto alle loro fondazioni europee, ma Filippina si è rifiutata di farlo. Poteva aspettare fino a sei mesi una risposta da Maddalena Sofia Barat, la superiora generale in Francia, con grande frustrazione del vescovo. Mantenere quei legami ha contribuito a fare di noi una congregazione internazionale, oggi presente in quarantuno Paesi.<br /><br /><br />Che cosa può offrire oggi alla Chiesa negli Stati Uniti la sua missione educativa, iniziata a St. Charles?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Le religiose hanno partecipato alla colonizzazione e allo sviluppo di nuovi territori soprattutto attraverso scuole e ospedali. Gli ospedali non facevano parte della missione della Società del Sacro Cuore, che si esprimeva attraverso l'educazione. Il modello europeo distingueva tra educandati per le classi superiori e scuole gratuite per i poveri. Filippina era cresciuta con questa distinzione, sebbene la sua famiglia fosse borghese. Ha fondato entrambi i tipi di istituto, ma serviva una soluzione intermedia. Le scuole esterne a pagamento, che stavano nascendo anche in Europa, rappresentavano una nuova sfida. La sua opera si inserisce nella considerevole e duratura eredità dell'educazione cattolica negli Stati Uniti e in Canada, da cui col tempo sono nate grandi università. Credo che questo resti un contributo peculiare. Con un nuovo Papa e una nuova voce magisteriale, l'accento sulla dignità umana e sulla dottrina sociale della Chiesa è più importante che mai. Filippina ha preso parte agli inizi di questo impegno.<br /><br /><br />Come leggere il suo desiderio di vivere con i popoli indigeni alla luce delle ferite inflitte dalla storia coloniale?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Ha preso parte a quella storia senza l'intenzione di infliggere ferite. Quando è arrivata in Missouri, i nativi americani erano già stati in gran parte respinti verso ovest, lontano da Saint Louis e da St. Charles. Questo ha frustrato la sua speranza di lavorare tra loro. Il trasferimento forzato dei nativi americani è un elemento centrale della storia americana. Sono stati cacciati dalle terre coltivabili verso luoghi dove potevano essere confinati ed evangelizzati, sempre secondo la volontà dei bianchi. <br /><br />Filippina ha raggiunto la missione potawatomi di Sugar Creek, in Kansas, nel 1841. Nel 1848 i Potawatomi erano stati cacciati di nuovo. Le Religiose del Sacro Cuore li hanno seguiti a St. Mary's, prima che alla fine si disperdessero. Associamo i Potawatomi al Kansas, ma provenivano dall'Indiana e da regioni molto più a est. I gesuiti con cui Filippina collaborava cercavano di evangelizzare, di formare buoni cattolici. Lei condivideva questo obiettivo, con grande amore. Nonostante le sue difficoltà con le lingue, ha studiato il potawatomi, arrivando a ricopiare l'intero Padre Nostro in una lettera al fratello. Secondo testimoni oculari, la chiamavano «la donna che prega sempre». <br /><br />All'arrivo delle suore, nel 1841, una buona metà della tribù era già cattolica. Il loro lavoro consisteva quindi non tanto nel predicare ai non convertiti, quanto nello sviluppare la formazione spirituale. Vista oggi, è una storia fatta di luci e ombre.<br /><br /><br />Come vedeva i popoli indigeni?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Penso che la sua visione fosse idealizzata. In Francia, nel 1806, descriveva una visione: un'immagine sognata di sé circondata da bambini dalla pelle scura. Questo rivela le sue aspettative romantiche su quanto sarebbe stata meravigliosa quell'esperienza. A Sugar Creek le condizioni di vita erano dure, per gli indigeni come per le suore. Eppure lei amava vivere lì, anche nella privazione materiale: faceva parte di ciò che si aspettava.<br /><br />E Lucile Mathevon, la superiora di Sugar Creek?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Le ho dedicato una breve biografia. Era francese ed è arrivata nel 1822 con Anna Murphy, che poi è andata in Louisiana. Lucile è stata superiora a St. Charles per diversi anni, prima di guidare la missione potawatomi, dove ha trascorso il resto della vita: trentacinque anni in condizioni di estrema privazione. Tutta l'attenzione va a Filippina, che vi ha trascorso un solo anno. Altre sono arrivate e ripartite; Lucile è rimasta. La sua dedizione è stata eroica. Conserviamo i suoi resoconti manoscritti del viaggio e dei primi anni della missione. Pratica, energica e brava narratrice, era anche un'organizzatrice molto capace.<br /><br /><br />La vostra congregazione ha svolto un lavoro sulla propria storia e sui propri legami con la schiavitù. Che cosa può dirmi di questo lavoro di ricerca storica e di memoria, a Saint Louis e altrove?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Abbiamo iniziato a lavorarci nel 2016. Il 23 settembre 2018 abbiamo organizzato un evento significativo a Grand Coteau, in Louisiana, dove sono venuti i discendenti delle persone che erano state ridotte in schiavitù presso di noi: erano una cinquantina. Sul nostro sito c'è un video di circa dodici minuti che ripercorre l'intero cammino. Era qualcosa che desideravamo davvero fare. L'evento è stato interamente organizzato da un comitato di discendenti, non da noi, perché volevamo che si svolgesse come desideravano loro. Una suora della California, genealogista per passione, continua a mantenere i contatti con i discendenti. Arriva perfino a presentarli gli uni agli altri, quando non sapevano di essere parenti. Abbiamo inoltre una borsa di studio per uno studente afroamericano a Grand Coteau. Queste sono, per ora, le iniziative principali.<br /><br /><br />Che cosa ricorda in particolare di quella giornata?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: L'incontro si è svolto in Louisiana perché la situazione era diversa da quella del Missouri, dove credo che possiamo documentare soltanto sette persone ridotte in schiavitù. A Grand Coteau, invece, c'era una piantagione con famiglie schiavizzate. Dopo l'emancipazione, nel 1865, alcuni di quei cognomi ricompaiono nei registri contabili come lavoratori retribuiti, segno che le famiglie erano rimaste.<br /><br />All'inizio di quella giornata, tutti erano cauti. Nella chiesa parrocchiale, la nostra provinciale ha letto un messaggio di benvenuto e di scuse. Abbiamo scoperto che ciò che contava di più per i discendenti era il riconoscimento del contributo dei loro antenati: senza di loro non avremmo potuto fare ciò che abbiamo fatto. Poi ci siamo recati in processione al cimitero parrocchiale, dove avevamo eretto un monumento con i nomi delle persone schiavizzate che riteniamo vi siano sepolte. Il cimitero del convento era riservato alle suore. I registri parrocchiali si sono rivelati preziosissimi per identificare genitori, padrini e madrine, oltre che le sepolture. Davanti al monumento ci sono stati preghiere e canti, seguiti da una cena nella scuola e da una cerimonia nella sua cappella.<br /><br /><br />In che modo la formazione teologica di Papa Leone XIV può far luce sulle sue priorità?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: La Catholic Theological Union, dove ha studiato, è nata nel 1968 come un esperimento. Alcuni ordini religiosi maschili hanno chiuso i loro seminari situati in zone rurali e hanno portato la formazione in un contesto urbano. All'indomani del Concilio Vaticano II, la città era vista come il luogo in cui impegnarsi nella vita della Chiesa e con il suo popolo, insieme e non nell'isolamento. La Società del Verbo Divino vi ha portato studenti da tutto il mondo. L'internazionalità, la comprensione interculturale e la missione avevano un ruolo centrale. I docenti si sono confrontati con una questione teologica fondamentale: se Dio è presente in tutta la società e in tutta l'umanità, perché andiamo a predicare il Vangelo? Che cosa possiamo portare di più? Gli agostiniani erano profondamente impegnati nella loro missione in Perù, dove padre Bob Prevost ha svolto il suo ministero da giovane sacerdote. Fin dall'inizio ha mostrato la capacità di vivere all'interno di altre culture e di incarnarvi la sua missione. Penso che questa sia stata una parte importante della sua formazione. È statunitense o peruviano? Non c'è una risposta netta, e penso che sia un bene. Quando ho visitato la sua parrocchia a Trujillo, in Perù, l'ho visto all'opera. Aveva già quella flessibilità e quella capacità di ascolto che restano, credo, tra le sue qualità distintive. Sat, 24 Oct 2026 11:10:20 +0200"Lo scambio di doni tra le Chiese richiede conversione": padre Stan Chu Ilo sulla "Chiesa dei Covoni"https://www.fides.org/it/news/78334-Lo_scambio_di_doni_tra_le_Chiese_richiede_conversione_padre_Stan_Chu_Ilo_sulla_Chiesa_dei_Covonihttps://www.fides.org/it/news/78334-Lo_scambio_di_doni_tra_le_Chiese_richiede_conversione_padre_Stan_Chu_Ilo_sulla_Chiesa_dei_Covonidi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma – Chiese diverse, tante storie e uno scambio di doni che va in ogni direzione. A margine del primo Convegno internazionale su “La Chiesa dei Covoni”, in corso presso la Pontificia Università Urbaniana dal 22 al 24 ottobre 2026, l’Agenzia Fides ha incontrato padre Stan Chu Ilo. Sacerdote della diocesi di Awgu, in Nigeria, è Senior Research Professor presso il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University di Chicago. Insieme a padre Massimiliano Jaeho Chung dirige "The Church of the Sheaves: Equipping the Saints for Mission as Gift Exchange" , un'iniziativa del Dicastero per l’Evangelizzazione .<br /><br />Che cosa ha realizzato finora il progetto, e quali sono le sue impressioni su questi primi scambi?<br /><br />Prima di tutto, si vede la bellezza della Chiesa cattolica. È una Chiesa bellissima: ricca di diversità, di storie, di entusiasmo e di gioia. È opera dello Spirito Santo. All'inizio del progetto non sapevamo bene come sarebbe andata. La maggior parte dei collaboratori non si conosceva e veniva da tutto il mondo. Eppure si vede il loro entusiasmo mentre lavorano insieme, trovano un'armonia e costruiscono un racconto convincente di ciò che Dio sta compiendo nelle varie parti del mondo.<br />Ogni volta che ho il privilegio di partecipare a un'assemblea come questa, mi commuove vedere persone di tanti luoghi diversi che arrivano a convergere, guidate dallo Spirito Santo e spinte dalla gioia e dalla vocazione missionaria. Insieme portano alla Chiesa universale alcuni dei grandi racconti che stiamo ascoltando in questi giorni. Penso al video di una donna filippina che lavora in Scandinavia. Ha parlato del clima e di come riesce a tenere insieme tutto. Il messaggio è questo: da qualunque luogo tu provenga, trovi una casa. Non è sempre così, ma è lì che vogliamo arrivare: una Chiesa sinodale, una Chiesa davvero cattolica, in cui ognuno si senta a casa.<br />La Chiesa dei Covoni è incentrata sullo scambio di doni. Come possiamo cambiare le nostre pratiche e la nostra mentalità perché questo scambio diventi davvero un arricchimento reciproco?<br /><br />Il primo elemento è la conversione, che a mio avviso è al centro del discepolato. Nei Vangeli, una delle prime parole di Gesù è che il tempo favorevole di Dio è giunto: convertitevi e credete al Vangelo. Lo scambio di doni richiede conversione, perché gli occhi, la mente e il cuore devono essere purificati per poter vedere Dio. Noi esseri umani siamo spesso mossi dall'orgoglio e dall'autosufficienza: pensiamo di sapere tutto. La Chiesa che Dio vuole ci aiuta a vedere con gli occhi di Gesù, a pensare con la mente di Gesù e a sentire con il cuore di Gesù. Questo richiede una purificazione: meno io, più Dio.<br />Questo non vale solo per le persone, ma anche per le culture, perché le culture sono individui su scala più ampia. Come diceva Papa Giovanni Paolo II, il peccato sociale nasce da comportamenti, abitudini e pratiche personali. Nessuno convoca un sinodo per decidere: "Comportiamoci male con gli altri". Succede per imitazione, copiando gli altri.<br />Questo mi porta al secondo punto: l'esempio. Per questo nel progetto raccogliamo buone pratiche ed esperienze esemplari. È questa, in fondo, l'essenza della Chiesa: la fede trasmessa ai santi una volta per sempre e il coraggio della Chiesa delle origini. Non avevano denaro, potere né influenza. Erano persone comuni, ma audaci, e la loro testimonianza di fede, custodita nei racconti biblici, ancora oggi ci ispira. Oggi stiamo vivendo gli Atti degli Apostoli: non come un testo della Scrittura, ma come le opere che Dio continua a compiere nella vita quotidiana del nostro mondo. Vogliamo mostrare in concreto che cos'è lo scambio di doni. Per questo raccogliamo queste storie, perché si possa dire: "Ciò che in Europa ritenete impossibile sta accadendo in America del Nord". Il dono sta proprio qui: far vedere tutto ciò che sta accadendo.<br />Il terzo punto è la guida delle comunità. Se abbiamo cristiani convertiti, avremo sistemi e istituzioni convertiti, e pratiche che riflettono la vita della Trinità. Penso alla pericoresi, lo scambio di doni tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il cui dinamismo interiore genera la diversità e la bellezza del mondo. Ma servono anche pastori convertiti, perché nella Chiesa cattolica tutto si gioca nella parrocchia. La Costituzione Lumen Gentium, del Concilio Vaticano II, parla delle Chiese locali: la Chiesa è pienamente presente quando si riunisce per il culto e per celebrare l'Eucaristia. Allora, che tipo di parroci abbiamo nelle nostre parrocchie? Che tipo di vescovi abbiamo nelle nostre diocesi? Non dipende tutto da Roma. Papa Leone dà l'esempio quando dice di volere una Chiesa che costruisce ponti, ma non andrà in Nigeria a costruirli di persona. È compito dei sacerdoti, delle religiose e delle piccole comunità cristiane. Ecco come sarà la Chiesa quando le piccole comunità cristiane, in ogni angolo del mondo, cominceranno a tessere reti di relazioni che riflettono questa comunione.<br />C'è poi un ultimo punto: l'incompiutezza della vita. La vita è incompiuta, segnata da crepe. Ma Dio ci colma con la sua grazia e attraverso la presenza dell'altro. Il Sinodo sulla sinodalità e il suo Instrumentum laboris hanno messo in luce proprio questo bisogno reciproco, contro ogni senso di superiorità. Non "Non ho bisogno di te", ma "Abbiamo bisogno gli uni degli altri". Come dice una canzone famosa, possiamo appoggiarci l'uno all'altro.<br />Come sta cambiando la missione? Un tempo la si pensava come un movimento dal Nord e dall'Occidente verso il Sud del mondo. Oggi a volte si sente dire che è il Sud a inviare missionari a un Occidente secolarizzato e povero di vocazioni. È davvero così?<br />Gli antichi ci hanno lasciato l'immagine della pericoresi: le tre Persone divine che danzano insieme. Si tratta di diventare più trinitari. Non c'è uno che dà e un altro che riceve: tutti danno e tutti ricevono. Non si può dire che sia solo il Padre, o solo il Figlio, o solo lo Spirito Santo. Molti, tra cui credo anche Papa Benedetto XVI, hanno detto che la crisi che stiamo vivendo è una crisi antropologica. Io direi che la crisi che attraversa sempre la Chiesa è di natura trinitaria. Più diventiamo per grazia simili a Dio, più la Chiesa diventa credibile, fedele, feconda e, se vogliamo, generatrice di vita.<br />Una nuova visione della missione, dunque: sono d'accordo. Ma preferirei parlare di un ritorno al fondamento autentico della missione, cioè al suo fondamento trinitario. Nel progetto della Chiesa dei Covoni abbiamo unito le due realtà: la Chiesa dei Covoni, il Sud del mondo, e la Chiesa dei Semi, il Nord del mondo. Come ho detto ieri, i covoni sono diventati semi, e i semi diventeranno covoni. È così che la vita di Dio opera in noi.<br /><br />Fri, 23 Oct 2026 17:06:58 +0200