Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.ASIA/LIBANO - Ucciso un sacerdote maronitahttps://www.fides.org/it/news/78378-ASIA_LIBANO_Ucciso_un_sacerdote_maronitahttps://www.fides.org/it/news/78378-ASIA_LIBANO_Ucciso_un_sacerdote_maronitaBeirut Padre Samir Mikhael Daou, sacerdote maronita originario di Ain Jrain, nel distretto di Jbeil, è stato trovato assassinato nella propria abitazione lo scorso 29 ottobre.<br /><br />Secondo le autorità libanesi e le ricostruzioni dei media locali, il sacerdote era scomparso nel pomeriggio del 28 ottobre. L'ultimo segnale del suo telefono cellulare è stato rilevato nella città di Jbeil intorno alle ore 13, dopodiché il dispositivo è risultato spento.<br /><br />Il suo corpo, privo di vita e con evidenti tracce di sangue, è stato rinvenuto al secondo piano di una casa di sua proprietà ad Ain Jrain.<br /><br />Il sacerdote sarebbe stato accoltellato e derubato dei suoi effetti personali, tra cui il portafoglio, il telefono cellulare e l'automobile.<br /><br />Le Forze di sicurezza interne libanesi hanno avviato immediatamente le indagini, analizzando i filmati delle telecamere di sorveglianza e ricostruendo gli spostamenti del veicolo rubato.<br /><br />I sospetti si sono concentrati sin da subito su un lavoratore stagionale di nazionalità siriana, identificato dai media locali come il ventiduenne Arkan al-Naddaf, che Padre Samir aveva ingaggiato per aiutarlo nella raccolta delle olive. Il sospettato è stato arrestato dalle autorità libanesi e, secondo quanto riportato dagli organi di stampa, avrebbe confessato il delitto durante l'interrogatorio.<br /><br />Padre Samir prestava servizio presso le parrocchie di Hsoun e Ferhet ed era conosciuto per aver dedicato la propria vita al servizio di Dio e della comunità, con umiltà e amore. Nel 2023, padre Daou aveva scritto delle difficili condizioni in cui versavano le comunità cristiane delle parrocchie montane presso le quali aveva prestato servizio, segnate dal collasso economico, dall'emigrazione e dalle numerose difficoltà della vita quotidiana.<br /><br />Originario di Ain Jrain e di circa 62 anni, padre Daou era sposato e padre di un figlio e tre figlie.<br /><br />Il patriarca maronita Bechara al-Rai ha condannato quello che ha definito «l'atroce crimine», invitando le autorità di sicurezza e giudiziarie a fare piena luce sulla vicenda e ad assicurare i responsabili alla giustizia.<br /><br />«Invitiamo le autorità di sicurezza e giudiziarie competenti a condurre le indagini con tutta la serietà e la fermezza necessarie, a chiarire pienamente le circostanze di questo crimine, ad accertare la verità, a identificare i responsabili e a portarli davanti alla giustizia, con l'obiettivo di preservare la dignità umana, difendere la giustizia e porre fine a qualsiasi violazione della sacralità della vita umana».<br /><br />Anche Michel Aoun, eparca maronita di Jbeil, ha espresso in un comunicato il proprio profondo cordoglio per la morte di padre Daou. Mons. Aoun ha inoltre ringraziato le forze dell'ordine per il loro impegno e ha esortato la cittadinanza a mantenere un atteggiamento responsabile e moderato, evitando al contempo la diffusione di informazioni non verificate. <br /><br />Wed, 04 Nov 2026 11:53:33 +0100AMERICA/ARGENTINA - Verso l’incontro con Papa Leone XIV, l’appello del vescovo di La Rioja per il lavoro e la partecipazionehttps://www.fides.org/it/news/78377-AMERICA_ARGENTINA_Verso_l_incontro_con_Papa_Leone_XIV_l_appello_del_vescovo_di_La_Rioja_per_il_lavoro_e_la_partecipazionehttps://www.fides.org/it/news/78377-AMERICA_ARGENTINA_Verso_l_incontro_con_Papa_Leone_XIV_l_appello_del_vescovo_di_La_Rioja_per_il_lavoro_e_la_partecipazioneLa Rioja – Un messaggio capace di rafforzare l’unità, promuovere il dialogo e alimentare la fiducia nella possibilità di costruire insieme il futuro. È quanto si attende il vescovo di La Rioja e presidente della Commissione episcopale per la Pastorale sociale , Dante Braida, dalla prossima visita di Papa Leone XIV in Argentina, con particolare riferimento all’incontro con i rappresentanti del mondo del lavoro, in programma lunedì 9 novembre presso l’Università Cattolica Argentina .<br /><br />«Ci auguriamo di ricevere un messaggio chiaro, che ci aiuti a rafforzare l’unità, il dialogo e la fiducia nella possibilità di trovare convergenze e costruire insieme il futuro», ha dichiarato il presule in una nota diffusa dalla diocesi di La Rioja.<br /><br />All’incontro prenderanno parte circa mille persone, tra lavoratori, dirigenti sindacali, imprenditori di aziende piccole, medie e grandi, rappresentanti dei movimenti sociali ed esponenti del mondo accademico.<br /><br />Come riferito nella nota pervenuta all’Agenzia Fides, spetterà al vescovo Braida introdurre l’incontro e presentare al Pontefice il programma della giornata, che prevede anche cinque testimonianze provenienti da diversi ambiti del mondo produttivo. «Sarò io a presentare al Papa questo incontro, anzitutto per ringraziarlo, perché nella sua enciclica Magnifica Humanitas affronta in modo specifico il tema del lavoro e le trasformazioni che esso sta attraversando a causa delle nuove tecnologie», ha spiegato il presule. Nel suo intervento, Braida intende inoltre richiamare l’attenzione sulla crescente preoccupazione per la disoccupazione nel Paese e sulla necessità di un impegno comune per costruire «un mondo migliore, nel quale ci sia più lavoro per tutti, soprattutto per le nuove generazioni».<br /><br />Gli impegni del presule inizieranno domenica 8 novembre al Palazzo San Martín, dove parteciperà alla cerimonia ufficiale di accoglienza insieme alla Commissione esecutiva della Conferenza episcopale argentina , guidata dall’arcivescovo di Mendoza, Marcelo Colombo, ai membri della Commissione permanente e alle autorità nazionali, provinciali e legislative. Il giorno successivo accompagnerà il Papa all’incontro con il mondo della disabilità, previsto a Claypole. Nel pomeriggio prenderà parte alla celebrazione dei Vespri nella cattedrale metropolitana, insieme ai gruppi e alle équipe impegnati nel cammino sinodale. Braida ha inoltre confermato che tre rappresentanti della diocesi di La Rioja faranno parte della delegazione coinvolta nell’appuntamento dedicato alla dimensione sinodale della Chiesa. Dopo l’omaggio a Papa Francesco nella cattedrale, i vescovi condivideranno una cena con Leone XIV. Il presule ha definito questo appuntamento «il momento di contatto più diretto dell’intero episcopato con il Pontefice».<br /><br />La visita assume per il vescovo anche un significato personale, legato a un ricordo della sua giovinezza. Aveva infatti 19 anni quando, nel 1987, ebbe l’occasione di assistere a Córdoba alla visita di san Giovanni Paolo II in Argentina. «Noi giovani della Chiesa dei Cappuccini eravamo stati coinvolti nella formazione del cordone lungo avenida Vélez Sarsfield. A 19 anni ebbi la possibilità almeno di vederlo passare e di partecipare a una celebrazione eucaristica», ha ricordato. Un’esperienza che oggi, alla luce del suo ministero episcopale, assume un significato ancora più profondo: «Per me è particolarmente significativo. Noi vescovi siamo i collaboratori diretti del Papa; questa visita è una grazia grande, che viene a confermare e incoraggiare il cammino che percorriamo quotidianamente».<br /><br />Tra gli aspetti che hanno maggiormente colpito Braida vi è anche il riferimento di Leone XIV al beato Enrique Angelelli , ricordato tra i «martiri della fraternità e della giustizia», insieme a san Massimiliano Kolbe e a mons. Óscar Romero. «La presenza di Angelelli in questo riferimento rappresenta un riconoscimento molto importante per una figura che ha cercato di promuovere una Chiesa partecipativa e missionaria», ha sottolineato il vescovo. Se avrà l’opportunità di rivolgere personalmente un saluto al Pontefice, Braida desidera ringraziarlo proprio per questa particolare attenzione: «Desidero farlo come vescovo di La Rioja e a nome dell’intero popolo riojano».<br /><br />In conclusione, il presule ha voluto sottolineare che il significato della visita pontificia non si esaurirà nelle celebrazioni e negli incontri in programma durante la permanenza del Papa, ma dovrà tradursi in un percorso destinato a proseguire nel tempo. «La visita prevede una fase di preparazione, l’evento vero e proprio e, successivamente, l’accoglienza dei messaggi, il loro approfondimento e il dialogo con i diversi settori della società, anche con coloro che hanno posizioni e idee differenti», ha affermato.<br /><br />Braida ha quindi richiamato l’importanza della partecipazione e della corresponsabilità nella costruzione del futuro del Paese, evidenziando come le trasformazioni necessarie alla società richiedano il coinvolgimento di tutti: «Nella nostra società ci sono diverse realtà che hanno bisogno di essere rinnovate o trasformate. Questo richiede una partecipazione ampia e convinta dei cittadini, non soltanto delle autorità, ma dell’intero popolo».<br /><br />Un invito, dunque, a fare della visita di Leone XIV non soltanto un evento ecclesiale, ma anche un’occasione per rilanciare il dialogo tra Chiesa e società, affrontare le sfide del mondo del lavoro e promuovere percorsi condivisi di giustizia sociale e di speranza, con particolare attenzione alle giovani generazioni.<br /> <br />Wed, 04 Nov 2026 11:36:06 +0100ASIA/BANGLADESH - Lavoratori del tessile in sciopero, il Vescovo Gomes: "Si chiede un salario giusto, per vivere con dignità"https://www.fides.org/it/news/78376-ASIA_BANGLADESH_Lavoratori_del_tessile_in_sciopero_il_Vescovo_Gomes_Si_chiede_un_salario_giusto_per_vivere_con_dignitahttps://www.fides.org/it/news/78376-ASIA_BANGLADESH_Lavoratori_del_tessile_in_sciopero_il_Vescovo_Gomes_Si_chiede_un_salario_giusto_per_vivere_con_dignitadi Paolo Affatato<br /><br />Dhaka – «Il salario non basta a coprire le spese essenziali delle famiglie: molti lavoratori del settore tessile e dell'abbigliamento vivono in condizioni di grande difficoltà, nonostante abbiano un impiego. Alcuni non riescono neppure a mandare i figli a scuola». È quanto riferisce all’Agenzia Fides mons. Subroto Boniface Gomes, Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Dhaka, commentando le proteste che da giorni attraversano il settore tessile in Bangladesh. Migliaia di operai chiedono un aumento del salario minimo mensile, ritenuto ormai insufficiente a far fronte al costo della vita. La mobilitazione riporta al centro dell’attenzione le condizioni di milioni di lavoratori che sostengono uno dei comparti più importanti dell’economia del paese.<br /><br />Le proteste, iniziate il 1° novembre, si sono estese alle principali aree industriali intorno alla capitale Dhaka, in particolare a Gazipur, Savar, Ashulia e Mirpur. Migliaia di lavoratori hanno scioperato e bloccato strade e arterie di collegamento, provocando interruzioni della produzione. In diversi episodi si sono verificati scontri con le forze dell’ordine, che hanno utilizzato gas lacrimogeni e granate stordenti per disperdere i manifestanti. Si sono registrati feriti, arresti e danni a veicoli e stabilimenti. Secondo le associazioni di categoria, in una sola giornata quasi 700 fabbriche hanno sospeso le attività o dichiarato una giornata di chiusura.<br />I lavoratori chiedono che il salario minimo mensile venga portato dagli attuali 12.500 taka a 30.000 taka, più del doppio. La cifra attuale era stata stabilita nel novembre 2023 ed è entrata in vigore il 1° dicembre dello stesso anno. La richiesta di revisione è motivata dall’aumento dei prezzi di generi alimentari, affitti, trasporti e servizi sanitari. L’inflazione annuale in Bangladesh ha raggiunto l’8,34% nel settembre 2026, secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica.<br />Il governo ha annunciato la formazione di una commissione di sei membri incaricata di rivedere la struttura salariale del settore tessile. L’iniziativa, tuttavia, non ha finora fermato le proteste in quello che è un settore rilevante per l’intero paese: l’industria dell’abbigliamento impiega circa quattro milioni di persone, in maggioranza donne, e genera oltre l’80% delle entrate da esportazione del Bangladesh, che è il secondo esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina.<br /><br />«Esiste un fenomeno di sfruttamento dei lavoratori. Il salario minimo attuale è tra i più bassi del settore a livello internazionale, mentre il tessile rappresenta un settore cruciale per l’economia nazionale», osserva mons. Gomes. Il Vescovo richiama il divario tra il salario legale e il costo effettivo della vita: secondo la Ong "Global Living Wage Coalition", la stima del salario dignitoso per una famiglia nella città di Dhaka è di circa 30mila taka mensili, parametro calcolato considerando le spese necessarie a una famiglia per vivere dignitosamente, non di una semplice soglia di sussistenza. «I lavoratori dicono che lo stipendio non basta per le spese familiari di base: affitto, alimentazione, sanità e istruzione. In queste condizioni, anche mandare i figli a scuola diventa difficile», racconta a Fides mons. Subroto.<br />Il Vescovo Gomes ricorda le proteste e le richieste di riforma seguite al crollo del Rana Plaza, l’edificio che ospitava diverse fabbriche tessili, avvenuto il 24 aprile 2013 a Savar e costato la vita a oltre mille persone. Dopo quella tragedia vennero introdotti controlli e standard più rigorosi per la sicurezza degli edifici e degli ambienti di lavoro: «In dieci anni, sono stati compiuti passi avanti sul piano della sicurezza, ma la questione salariale rimane strutturale», osserva.<br /><br />Il Vescovo collega la situazione dei lavoratori bangladesi anche alle dinamiche internazionali della cosiddetta "fast fashion", il modello commerciale basato sulla produzione accelerata di collezioni a basso costo e su un ricambio continuo dei prodotti: «Le pressioni dei mercati occidentali e dei grandi marchi per ottenere prezzi sempre più bassi si ripercuotono sull’intera filiera. Il rischio di sfruttamento è particolarmente forte nei livelli più bassi della produzione, anche a causa del sistema dei subappalti».<br />La questione, dunque, non riguarda soltanto il rapporto tra lavoratori, imprese e governo del Bangladesh: «Le proteste - rileva - non sono solo una questione interna al paese: sono il risultato di un sistema globale nel quale i grandi marchi della moda beneficiano di costi di produzione molto bassi, mentre chi realizza materialmente i prodotti fatica a vivere con il proprio salario».<br />Il Vescovo richiama perciò anche la responsabilità dei consumatori e dell’opinione pubblica internazionale: «I lavoratori chiedono al governo di intervenire, ma è necessario anche un sussulto di coscienza e di responsabilità da parte dell’opinione pubblica internazionale. Occorre che i marchi paghino prezzi più equi ai fornitori, affinché questi possano garantire salari dignitosi ai lavoratori».<br />La mobilitazione di questi giorni mette in luce una contraddizione: un settore che assicura al Bangladesh un ruolo di primo piano nel commercio mondiale dell’abbigliamento continua a reggersi sul lavoro di milioni di persone che non riescono a sostenere le necessità essenziali delle proprie famiglie. In questa cornice, anche se non vi sono molti lavoratori cristiani nel settore tessile, la Chiesa locale fa sentire la sua voce per difendere la dignità di ogni persona: «La dignità del lavoro e il diritto a una retribuzione adeguata non sono soltanto questioni economiche, ma riguardano la giustizia sociale e la possibilità di costruire una società più umana», conclude il Vescovo.<br /><br /><br /><br />Wed, 04 Nov 2026 09:46:08 +0100«Siete venuti, Venerabili Fratelli, per vedere Pietro». La consacrazione dei primi sei vescovi cinesi del 1926 raccontate dalla stampa mondiale dell’epocahttps://www.fides.org/it/news/78375-Siete_venuti_Venerabili_Fratelli_per_vedere_Pietro_La_consacrazione_dei_primi_sei_vescovi_cinesi_del_1926_raccontate_dalla_stampa_mondiale_dell_epocahttps://www.fides.org/it/news/78375-Siete_venuti_Venerabili_Fratelli_per_vedere_Pietro_La_consacrazione_dei_primi_sei_vescovi_cinesi_del_1926_raccontate_dalla_stampa_mondiale_dell_epocadi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma : «Le trombe d’argento annunciano l’ingresso del Papa nella basilica di San Pietro. Tutti gli occhi si rivolgono a sei sacerdoti cinesi che avanzano con modestia nel fulgido corteo». Così il gesuita Alfons Väth apre il suo racconto su «Die katholischen Missionen» del dicembre 1926, intitolato «Die Weihe der sechs chinesischen Bischöfe». <br />Al centro della cronaca, la consacrazione conferita da Pio XI, il 28 ottobre, a Filippo Zhao Huaiyi, Odorico Cheng Hede, Melchior Sun Dezheng, Louis Chen Guodi, Giuseppe Hu Ruoshan e Simone Zhu Kaimin.<br /> L’immagine che entusiasma le cronache è la consacrazione di un gruppo di pastori cinesi a Roma, per mano del Papa, presso la tomba di Pietro. La stampa missionaria tedesca e belga, i giornali italiani e francesi e le testate francofone pubblicate in Cina ne seguono i preparativi, il viaggio e la celebrazione; un’eco raggiunge anche Sydney, sulle pagine di «The Catholic Press» del 17 febbraio 1927.<br /><br />Un piroscafo «addobbato nei colori pontifici»<br /><br />Il viaggio si prepara già in agosto. «Partiremo da Shanghai il 10 settembre, arrivo a Napoli il 16 ottobre; posti fissati»: è il programma comunicato dall’Arcivescovo Celso Costantini, Delegato apostolico in Cina, in un telegramma ricevuto a Ningbo la sera del 7 agosto 1926 e riprodotto nel «Bulletin Catholique de Pékin» del settembre successivo, nella cronaca ripresa dal «Petit Messager de Ningpo» dell’agosto 1926. Il telegramma annuncia ancora la consacrazione per il 24 ottobre, prima della scelta definitiva del 28. <br /><br />Nel racconto di Väth, pubblicato su «Die katholischen Missionen» nel dicembre 1926, le feste di congedo si susseguono a Pechino, Tientsin e Shanghai. Il 10 settembre gli eletti, accompagnati dal Delegato apostolico, salgono sul piroscafo «addobbato nei colori pontifici»; a Hong Kong, Manila, Singapore e Penang le comunità cinesi preparano ricevimenti. La gioia non resta confinata ai cattolici: secondo lo stesso articolo, anche i principali giornali non cristiani rendono omaggio all’avvenimento.<br />L’arrivo del piroscafo statunitense «President Adams» nel porto di Napoli affiora in un ritaglio dell’ottobre 1926 attribuito a «Il Mattino». Il cronista racconta la lunga attesa alla banchina, le manovre d’ormeggio, il piroscafo che resta a pochi metri da terra. Quando finalmente può incontrare i viaggiatori, nota il loro abbigliamento: «Vestono completamente di nero come semplici preti». <br />L’accoglienza incontrata lungo la rotta riaffiora nell’intervista di Charles Pichon al Vescovo Filippo Zhao, pubblicata dal «Journal de Pékin» il 5 gennaio 1927: il vescovo vi ricorda «in tutti i porti dove siamo passati, un’ovazione ininterrotta in onore dei figli della Cina che sono chiamati dal Capo della Chiesa universale». <br />Dal molo di Napoli ai porti dell’Asia, le cronache raccontano così un viaggio verso Roma nel quale l’onore reso ai figli della Cina si intreccia alla gratitudine verso il Papa.<br /><br />«Pietre viventi», sulla roccia di Pietro<br /><br />Prima ancora della partenza, Costantini aveva indicato il significato ecclesiale di quel cammino. Nella lettera del 7 agosto 1926 ai vicari e prefetti apostolici della Cina, pubblicata dal «Bulletin Catholique de Pékin» nel settembre 1926, scrive che la nomina dei sei conferma la «cattolicità o universalità della Chiesa». L’invito del Papa, che vuole imporre loro personalmente le mani, gli suggerisce un richiamo alla prima Lettera di Pietro: «e voi stessi come pietre viventi, entrate nella struttura dell’edificio per formare un tempio spirituale». Segue, nella medesima lettera del 7 agosto, una frase che lega l’invio dei missionari e l’accoglienza dei nuovi pastori: «Per mezzo del Vicario di Gesù Cristo furono inviati in Cina i suoi primi missionari, ed ecco ora che, in senso inverso, le primizie dell’episcopato cinese ritornano al Vicario di Gesù Cristo». Il ritorno al successore di Pietro dei frutti maturati nelle comunità cinesi: è questa la lettura proposta dal Delegato apostolico.<br />Anche nella lettera a Pròspero Paris, Vicario apostolico di Nanchino, datata Pechino, 4 agosto 1926 e pubblicata nello stesso numero del «Bulletin Catholique de Pékin», Costantini insiste sulla scelta del luogo. Il Papa chiama i nuovi vescovi «per consacrarli di sua propria mano, sulla tomba di S. Pietro». In quel gesto il Delegato apostolico vede una promessa per la Chiesa di Cina, «costruita sulla roccia ferma», e cita la formula latina: «Haec est domus Domini firmiter aedificata: bene fundata est super firmam petram». <br /><br /><br />L’”Exultet” del Mensile “Il Prete Indigeno”<br /><br />In Italia, il mensile «Il Prete Indigeno», organo dell’Opera Pontificia di San Pietro Apostolo, saluta l’avvenimento nel numero dell’ottobre 1926 con il titolo «Esultiamo!». La direzione nazionale vi riconosce «una grande festa di famiglia» e sottolinea che il Papa ha voluto conferire l’unzione «non nel silenzio di un sacello privato, ma tra lo splendore della Basilica Vaticana affinché tutto il mondo volga gli sguardi a questa solenne affermazione della cattolicità della Chiesa di Cristo». La preghiera che accompagna l’entusiasmo è rivolta ai «novelli successori degli Apostoli»: il linguaggio della successione apostolica è esplicito.<br /><br />La scelta della data lega inoltre la consacrazione dei sei alla storia personale di Pio XI. Giovanni Morsani, sul «Bulletin des Missions» dei benedettini di Saint-André, in Belgio, nel numero di novembre-dicembre 1926, riporta l’omelia del Papa. Nel testo italiano pubblicato dalla Santa Sede, il Pontefice spiega: «Noi abbiamo scelto che si compiesse in questo stesso giorno nel quale sette anni or sono, Noi ricevemmo la consacrazione episcopale». Ricorda la grazia ricevuta e la gratitudine a Dio, «datore di ogni bene». <br /><br />Sette sacerdoti, una Chiesa in preghiera<br /><br />Un resoconto dello storico delle missioni Paul Lesourd per «Le Figaro», descrive la basilica illuminata e rivestita di tendaggi rossi; si odono le trombe d’argento, la folla acclama il Papa. Ma l’osservazione più incisiva riguarda un momento di semplicità all’inizio della Messa: «Se non fosse per la calotta bianca e gli ornamenti pontificali di Pio XI, si sarebbe detto sette sacerdoti ordinari che celebrano insieme la loro messa». Lesourd si sofferma poi sui sei prostrati a terra e sul Papa, sui cardinali e sui vescovi inginocchiati durante le litanie. Quelle invocazioni, scrive nel suo resoconto, davano «un’idea della comunione dei santi», l’impressione della Chiesa intera raccolta in preghiera per i nuovi pastori.<br /><br />Giovanni Morsani, nel «Bulletin des Missions» di novembre-dicembre 1926, descrive l’abside, la Cattedra del Bernini circondata di luci, i sette ceri sull’altare. Enumera sedici cardinali e segnala la presenza di padre Vincent Lebbe, al quale al quale attribuisce anche la gioia per le “nozze d’argento” sacerdotali; ricorda inoltre i due arcivescovi assistenti, Carlo Cremonesi e Costantini. Una didascalia mostra il Papa mentre riceve sul libro dei Vangeli il giuramento di fedeltà di ciascun eletto. Morsani racconta la prostrazione dei candidati e le benedizioni impartite dal Pontefice durante le litanie, quindi l’imposizione delle mani del Papa e degli arcivescovi assistenti a ciascuno dei sei. La sua cronaca accompagna il rito con le parole «Ricevete lo Spirito Santo» e lo presenta come il conferimento della pienezza del sacerdozio. Seguono le unzioni, la consegna del pastorale, dell’anello e del Vangelo, il bacio di pace e la celebrazione della Messa insieme al Papa.<br /><br />Lo stesso Morsani precisa che il Papa e i sei ricevono la comunione dalla medesima ostia e dal medesimo calice, come prescriveva il Pontificale Romano per la consacrazione di più vescovi. Väth, su «Die katholischen Missionen» del dicembre 1926, propone un accostamento alle origini cristiane: la celebrazione gli ricorda «la toccante testimonianza di unità e di carità cristiana che i vescovi della Chiesa delle origini rendevano inviandosi reciprocamente il Corpo del Signore». Due racconti diversi leggono i gesti liturgici come segni di una stessa comunione.<br /><br /><br />L’abbraccio di Pietro<br /><br /><br />Il nesso fra Roma e la missione affidata ai nuovi vescovi emerge soprattutto nell’omelia di Pio XI, riprodotta in francese da Morsani nel «Bulletin des Missions». «È finito il rito solenne con il quale qui, presso la tomba degli Apostoli, vi abbiamo conferito la pienezza del sacerdozio», esordisce il Papa. « Non possiamo trattenere l’interna gioia della quale siamo totalmente pervasi nel vedere consacrati per la prima volta, qui a Roma, dal Romano Pontefice, Vescovi del Clero indigeno cinese, proposti a reggere diversi Vicariati Apostolici e destinati a portare fra i loro connazionali la fede cattolica e a dilatare fra essi il regno di Cristo. È questo un proposito veramente salutare, che Noi oggi possiamo felicemente portare a termine, e che ardentemente desideriamo e con l’aiuto di Dio confidiamo di potere, a poco a poco, attuare anche in altre regioni», prosegue.<br /><br />«Vi chiamammo infatti in questa Città, centro della Religione cristiana, per consacrare nell’augusta santità e maestà di questo tempio dedicato a Pietro, voi, che come primizie e germogli novelli dell’Episcopato Cinese, insigniti della dignità episcopale e onorati dalle sacre infule, da qui dovrete tornare alle vostre regioni; da qui, diciamo, donde scaturisce la fonte di ogni apostolato», insiste. Siete venuti, Venerabili Fratelli, per vedere Pietro, anzi riceveste da lui il bacolo pastorale, del quale dovrete servirvi nelle vostre peregrinazioni apostoliche e per adunare il gregge. E Pietro con tanto affetto ha accolto voi, che offrite non lieve speranza di diffondere presso i vostri concittadini la verità evangelica». <br /><br />Insiste poi sul servizio al popolo : « Tali concittadini, che hanno comune con voi la patria ed abitano nelle sconfinate regioni presso le quali fiorirono fin dalla più remota antichità le lettere e le arti, tali concittadini — specialmente coloro che non hanno l’animo alieno dalla religione — come lodarono unanimi la decisione della Sede Apostolica, così, Venerabili Fratelli, in modo speciale i cattolici vi hanno colmato di testimonianze di letizia e di affetto, e mentre partivate per Roma vi salutarono plaudenti».<br />Il resoconto di «Le Gaulois» del 29 ottobre 1926 riferisce che per due volte le lacrime spezzarono la voce del Papa, nella preghiera e nel discorso ai nuovi consacrati. Lo stesso testo sottolinea la delicatezza con cui essi espressero la propria gratitudine ai missionari. Edouard Devoghel, nel settimanale cattolico francese «La Vie Catholique» del 30 ottobre 1926, richiama la pienezza del sacerdozio ricevuta sette anni prima, nella cattedrale di Varsavia, da colui che era allora mons. Achille Ratti, nunzio in Polonia, e che il mondo venera ora come successore di Pietro. Devoghel riassume poi l’abbraccio finale in un’immagine: «l’abbraccio mistico con il quale il Pontefice di Roma abbraccia paternamente tutta la Chiesa di Cina». <br /><br />Morsani descrive i sei che, al canto del Te Deum, percorrono l’assemblea impartendo la benedizione, e il Papa che rialza ciascuno e lo stringe al petto; poi la preghiera presso la tomba dei santi Simone e Giuda e alla Confessione di San Pietro.<br />La Chiesa delle origini e le interviste in latino<br /><br /><br />Il 23 ottobre 1926, prima della consacrazione, «La Sera» di Milano pubblica un’intervista a mons. Zhu. Il giornalista che lo ha interrogato non è nominato, ma un dettaglio è esplicito: «L’intervista si è svolta in latino». <br />Al futuro vescovo viene chiesto quali vantaggi porterà la presenza di pastori cinesi: «Anzitutto contribuirà a diminuire il pregiudizio che la religione cattolica sia una religione straniera», risponde. <br /><br />Zhu esprime la speranza di un rapporto fondato sulla comune appartenenza al popolo cinese. «Noi, vescovi indigeni, speriamo di essere rispettati sopratutto per amore di connazionalità», si legge su «La Sera» del 23 ottobre. Nell’intervista emerge la possibilità di rendere più riconoscibile la vicinanza della Chiesa alla popolazione.<br /><br />Un’altra intervista, firmata Charles Pichon e pubblicata dal «Journal de Pékin» il 5 gennaio 1927, colloca l’incontro con il Vescovo Filippo Zhao nella casa delle Missioni Estere di Parigi. Ne emerge il ritratto di un uomo che, secondo il giornalista, aveva imparato il francese senza maestro. <br />«Ho imparato la vostra lingua da solo, ci dice, e attraverso il latino», racconta il vescovo. Nella stessa intervista Zhao non separa la promozione dei pastori cinesi dalla riconoscenza verso gli europei: «Sappiamo ciò che dobbiamo loro, ciò che dovremo loro, e non siamo di quelli a cui pesa la riconoscenza». Una prospettiva analoga affiora nell’articolo di mons. Jean Baptiste de Guébriant scritto per «Le Gaulois» e ripreso da «L’Écho de Tientsin» il 4 gennaio 1927. Il superiore delle Missioni Estere vi descrive il passaggio dai convertiti alle comunità, dalle comunità alle missioni e alle diocesi, sino a una Chiesa di Cina «nel seno della Chiesa universale».<br />L’immagine della Chiesa delle origini torna infine nell’articolo firmato N. Rivan, «Il ritorno di monsignor Hayasaka», sul «Bulletin des Missions» di settembre-ottobre 1928. Ricordando le visite dei nuovi vescovi dell’Estremo Oriente, cinesi e giapponesi, l’autore le accosta ai viaggi dei vescovi antichi per salutare i fratelli nell’episcopato e portare alle Chiese lontane la carità. <br /><br />È la stessa comunione che le cronache del 1926 avevano cercato di rendere visibile attraverso il suono delle trombe, l’imposizione delle mani, il pane eucaristico e l’abbraccio del Successore di Pietro. Wed, 04 Nov 2026 23:34:21 +0100AFRICA/ETIOPIA - - È ormai guerra tra Etiopia ed Eritrea anche se non dichiaratahttps://www.fides.org/it/news/78374-AFRICA_ETIOPIA_E_ormai_guerra_tra_Etiopia_ed_Eritrea_anche_se_non_dichiaratahttps://www.fides.org/it/news/78374-AFRICA_ETIOPIA_E_ormai_guerra_tra_Etiopia_ed_Eritrea_anche_se_non_dichiarataAddis Abeba . Addis Abeba – Il conflitto interno etiopico si è ormai trasformato in una guerra non dichiarata tra Etiopia ed Eritrea.<br />I combattimenti si concentrano nel Tigray, dove violenti scontri diretti sono scoppiati lungo il fronte Egela-Tsorona tra le forze etiopiche ed eritree. Gli scontri sono iniziati il 30 ottobre, quando droni e artiglieria etiopici hanno bombardato le posizioni eritree nei pressi del villaggio di Qolo-Berdo, e sono proseguiti per tutta la giornata del 31 ottobre.<br />La mattina di domenica 1° novembre, unità di fanteria dei due eserciti si sono affrontate in combattimenti terrestri a distanza ravvicinata. Contemporaneamente, le forze del Tigray affermano di aver inflitto pesanti perdite alle truppe governative etiopiche durante gli scontri tra Ahferom e Bizet.<br />Addis Abeba accusa l'esercito di Asmara di essere intervenuto in territorio etiopico a sostegno delle forze tigrine del Tigray People's Liberation Front . Si tratta di un rovesciamento delle alleanze: durante la guerra del 2020, che contrapponeva l'esercito etiopico al TPLF, i militari eritrei combattevano al fianco delle forze etiopiche contro quelle tigrine, che oggi risultano invece alleate di Asmara .<br />L'intervento dell'esercito eritreo risalirebbe al 7 ottobre, quando le sue truppe hanno attraversato il confine a Zelambesa, spostandosi in direzione della direttrice Adigrat-Idaga Hamus. Il governo etiopico accusa l'Egitto, il Sudan e altre potenze, senza tuttavia nominarle, di essere dietro l'intervento eritreo.<br />Il Cairo ha un contenzioso di lunga data con Addis Abeba a causa della Grande Diga della Rinascita Etiope . Il Sudan, invece, accusa l'Etiopia di ospitare sul proprio territorio basi per i droni utilizzati dai miliziani delle Forze di Supporto Rapido , impegnati in attacchi contro il Sudan . Khartoum ha presentato un reclamo formale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel quale sostiene che, a partire da febbraio, 187 droni d'attacco sarebbero stati lanciati dal territorio etiopico contro infrastrutture civili e centrali elettriche sudanesi.<br />Il TPLF ha aderito all'Alleanza delle forze popolari etiopi per la sopravvivenza , che punta a rovesciare il governo federale e a instaurare un'amministrazione di transizione . Dell'alleanza fanno parte formazioni provenienti da diverse aree del Paese: dal Tigray, nel nord, alle milizie Fano degli Amhara, fino all'Esercito di Liberazione Oromo e ad altri gruppi armati.<br />Il conflitto civile non è dunque limitato al Tigray. A Wuchale e Ambassel, nello Stato regionale di Amhara, si sono registrati pesanti combattimenti tra i militari dell'ENDF e i loro ex alleati delle milizie Fano.<br />La guerra civile presenta anche una dimensione di scontro tra regioni. Dal 18 ottobre sono in corso combattimenti prolungati tra le forze degli Stati regionali di Somalia e Oromia, concentrati nella città di Moyale, al confine con il Kenya. Quest'ultimo Paese ha accolto oltre 50.000 etiopici in fuga dai combattimenti.<br />Nel frattempo, il governo russo si è offerto di mediare tra Eritrea ed Etiopia, nonostante abbia recentemente rafforzato l'aviazione di Addis Abeba con la consegna di 12 cacciabombardieri Su-35. Mosca si è inoltre dichiarata disponibile a fornire quattro batterie antiaeree e antimissile S-400. Si tratta di sistemi sofisticati, concepiti soprattutto per un confronto con eserciti regolari e meno adatti a un conflitto di tipo irregolare. <br />Tue, 03 Nov 2026 12:06:50 +0100AMERICA/HAITI - A Pourcine Pic-Macaya nasce l’orto scolastico: educazione ambientale e pratica sul campohttps://www.fides.org/it/news/78373-AMERICA_HAITI_A_Pourcine_Pic_Macaya_nasce_l_orto_scolastico_educazione_ambientale_e_pratica_sul_campohttps://www.fides.org/it/news/78373-AMERICA_HAITI_A_Pourcine_Pic_Macaya_nasce_l_orto_scolastico_educazione_ambientale_e_pratica_sul_campoPourcine Pic-Macaya – Unire la formazione teorica all’esperienza concreta sul campo, coinvolgendo i ragazzi nella cura dell’ambiente e nella valorizzazione delle risorse del territorio. È l’obiettivo del nuovo “orto scolastico” avviato per l’anno scolastico 2026-2027 nella scuola parrocchiale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Pourcine Pic-Macaya, dove opera il missionario camilliano padre Massimo Miraglio.<br /><br />“Abbiamo dato il via a una nuova attività insieme ai ragazzi di Quinta e Sesta della scuola parrocchiale”, racconta padre Miraglio all’Agenzia Fides. “Si tratta di un orto scolastico che completerà con una parte pratica il corso teorico di educazione ambientale”.<br /><br />Dopo le prime lezioni introduttive, gli studenti sono passati all’azione. Accompagnati da un giovane agronomo che li seguirà durante tutto l’anno scolastico, hanno esplorato diverse aree per individuare quella più adatta alla realizzazione del semenzaio e del vivaio. La scelta è caduta su una zona pianeggiante, vicina all’acqua e riparata dai venti, condizioni ritenute favorevoli per avviare il progetto.<br /><br />“Non abbiamo perso tempo”, racconta il missionario. “Con i pochi utensili a disposizione, i ragazzi hanno ripulito lo spazio prescelto”. Nel lavoro si sono distinte, in particolare, le ragazze, impegnate con energia anche nell’uso del machete per la pulizia del terreno. L’attività si è conclusa in un clima di entusiasmo e buonumore. Per alcuni dei ragazzi il ritorno a casa è stato accompagnato anche da qualche patata dolce, raccolta durante la giornata.<br /><br />“Alla fine l’obiettivo è stato raggiunto: l’area dove nascerà l’orto scolastico, con il semenzaio e il vivaio, è stata ripulita”, sottolinea padre Miraglio.<br /><br />Il progetto proseguirà ora con le attività di formazione teorica e con alcuni lavori preliminari sul terreno, in attesa della messa a dimora delle prime colture. Un percorso che, nelle intenzioni della scuola e della missione, vuole offrire ai ragazzi non soltanto conoscenze di carattere ambientale e agricolo, ma anche un’esperienza concreta di responsabilità, collaborazione e cura del territorio.<br /><br />“Continueremo con la formazione teorica e con alcuni lavori preliminari sul terreno, in attesa di poter, al più presto, metterci in marcia con slancio”, conclude il missionario.<br /> <br />Tue, 03 Nov 2026 11:05:10 +0100ASIA/FILIPPINE - Nella Regione autonoma musulmana, dopo le elezioni si riaccendono le speranza di pace e prosperitàhttps://www.fides.org/it/news/78372-ASIA_FILIPPINE_Nella_Regione_autonoma_musulmana_dopo_le_elezioni_si_riaccendono_le_speranza_di_pace_e_prosperitahttps://www.fides.org/it/news/78372-ASIA_FILIPPINE_Nella_Regione_autonoma_musulmana_dopo_le_elezioni_si_riaccendono_le_speranza_di_pace_e_prosperitadi Paolo Affatato <br /><br />Zamboanga – «Continuiamo a credere nella convivenza, a vivere la spiritualità del dialogo, a tessere legami di amicizia e fraternità: non perdiamo la speranza di pace e prosperità per Mindanao». È il pensiero consegnato all’Agenzia Fides da padre Sebastiano D’Ambra , missionario da tempo impegnato a Mindanao, vasta isola nel Sud delle Filippine, mentre la Regione autonoma musulmana , istituita nel 2019 a Mindanao, attraversa una fase importante della propria storia. Le prime elezioni parlamentari del 14 settembre e la formazione del nuovo governo regionale segnano un passaggio significativo, mentre alcuni dati economici indicano una ripresa, pur restando profonde fragilità politiche e sociali.<br /><br />Il 30 ottobre 2026 il Parlamento regionale della Bangsamoro Autonomous Region in Muslim Mindanao ha eletto Abdulraof Macacua nuovo Primo Ministro. Macacua, esponente del "Bangsamoro Federalist Party" , che aveva già guidato la regione ad interim, ha ottenuto 51 voti, contro i 27 dell’ex Primo Ministro Murad Ebrahim, espressione dello "United Bangsamoro Justice Party" , legato alla storica formazione politica del Moro Islamic Liberation Front . La sua elezione è stata resa possibile da un accordo di coalizione, dopo che le elezioni parlamentari di metà settembre avevano consegnato un’assemblea senza una maggioranza assoluta.<br />Il voto ha rappresentato una svolta storica: per la prima volta i cittadini della regione , hanno eletto il Parlamento attraverso una consultazione democratica, ponendo fine alla fase dell’amministrazione provvisoria nominata dal governo centrale di Manila. L’affluenza ha superato l’84%, segno di una partecipazione significativa della popolazione. Il nuovo Parlamento, composto da 80 membri, affronta la sfida di governare una coalizione eterogenea, in cui convivono ex esponenti dei movimenti separatisti, rappresentanti di partito e figure legate ai clan locali. Tra le priorità vi sono le riforme fiscali, la gestione delle entrate e delle risorse del territorio e le politiche per lo sviluppo sociale.<br />Il risultato elettorale, accolto come un passaggio importante per il processo di pace, non cancella le tensioni, le rivalità politiche e le divisioni interne ai gruppi militanti locali, come il Moro National Liberation Front e il Moro Islamic Liberation Front. Durante le operazioni di voto si sono verificati episodi di violenza legati alle rivalità tra clan, con cinque morti e oltre venti feriti, soprattutto nell’area di Cotabato City, mentre gli osservatori hanno segnalato intimidazioni, compravendita di voti e irregolarità in alcuni distretti.<br /><br />Resta, poi, da gestire il rapporto con il governo centrale del presidente Ferdinand Marcos Jr. Macacua è esponente di un partito vicino alla formazione politica del presidente Marcos: secondo gli analisti, il futuro della Regione dipenderà anche dalla capacità di Manila di rispettare gli spazi di autogoverno della BARMM e di assicurare le risorse necessarie per attuare gli accordi di pace, in particolare quelli relativi ai programmi socio-economici.<br />«Il progetto della regione autonoma va avanti anche perché il governo centrale lo sostiene, per evitare il ritorno del conflitto, ma la situazione non è ancora stabile», rileva padre D’Ambra, fondatore e animatore del movimento per il dialogo islamo-cristiano "Silsilah", ricordando che la BARMM, nata nel 2019, è un progetto complesso, che coinvolge diverse comunità e gruppi etnici, come i popoli Maguindanao e Maranao. «Era stato avviato soprattutto per evitare la guerra, accompagnato da molte promesse di finanziamenti. Ma non si è ancora riusciti a garantire una pace duratura, né uno sviluppo e una prosperità per tutti».<br />La fine degli scontri armati, infatti, non cancella le ferite del passato. Resta, in particolare, il trauma dell’assedio di Marawi, la città devastata nel 2017 durante il conflitto tra le forze governative e i gruppi armati affiliati allo Stato islamico. «All’interno del BARMM vi sono ancora molti punti interrogativi – nota padre D’Ambra – come il rischio che alcuni leader, musulmani e non, utilizzino l’identità religiosa per perseguire interessi personali e di potere. E i rapporti tra la Regione e Manila - aggiunge - restano spesso segnati da scambi di favori e convenienze politiche».<br />Il missionario riconosce tuttavia alcuni cambiamenti positivi sul piano della sicurezza: «Non ci sono più i conflitti di una volta». La riduzione della capacità operativa dei gruppi estremisti, come Abu Sayyaf, ha contribuito a modificare in modo positivo il quadro della vita sociale, pur senza eliminare tutte le cause di instabilità. Per questo, sottolinea, «la comunità ecclesiale continua a sostenere il dialogo e la riconciliazione, cercando di costruire occasioni d’incontro tra le diverse componenti della società».<br /><br />Accanto alla transizione politica, gli indicatori economici offrono motivi di speranza nella regione di Mindanao, che resta ancora la più arretrata della nazione filippine. Il Prodotto interno lordo regionale è in crescita e ha registrato un aumento del 5%, sostenuto dall’agricoltura, dalle risorse naturali e dagli investimenti. Secondo i dati della Philippine Statistics Authority, la povertà nelle famiglie della Regione autonoma è scesa dal 26% del 2023 al 12,8% del 2025, ma il 31% delle famiglie di Mindanao vive ancora in condizioni di povertà alimentare . La crescita economica, tuttavia, non si traduce in opportunità di lavoro e di sviluppo per tutti: la disoccupazione è salita al 3,9% e la popolazione continua a dipendere dall’agricoltura di sussistenza e dalla pesca, mentre nelle aree interne persistono sistemi clientelari legati ai clan, che ostacolano la nascita di attività imprenditoriali.<br />Particolarmente grave è il divario nell’istruzione e nei servizi fondamentali. Le province a maggioranza musulmana continuano a risentire degli effetti di decenni di conflitto, che hanno danneggiato scuole, strutture sanitarie e infrastrutture. Nella BARMM il tasso di alfabetizzazione di base tra i residenti con più di cinque anni è dell’81% e restano profonde disuguaglianze nell’accesso all’istruzione, alla salute e alle opportunità di crescita.<br /><br />In questo scenario, secondo padre D’Ambra, la priorità resta «costruire relazioni di fiducia nella società e tra le comunità religiose, che sono la base e il volano per lo sviluppo», rimarcando: «Nonostante tutte le difficoltà, noi continuiamo a sostenere il dialogo e la riconciliazione sociale e religiosa. Continuiamo a crederci». La comunità cristiana, in una regione a maggioranza musulmana segnata da una lunga storia di conflitti, «è chiamata a contribuire alla convivenza attraverso la presenza, l’ascolto e l’incontro con le diverse comunità; è chiamata a portare parole e gesti di pace, nello spirito del Vangelo», afferma.<br />La nascita delle nuove istituzioni democratiche e i segnali di ripresa economica – conclude il missionario del PIME – «possono rappresentare un’occasione per consolidare la pace, a condizione che l’autonomia politica si traduca in giustizia, servizi e possibilità concrete per la popolazione. La sfida della Regione autonoma di Bangsamoro, che inizia un nuovo tratto della sua storia, non è solo superare la stagione della guerra, ma costruire una società in cui le diverse identità possano convivere e partecipare al bene comune».<br /> <br />Tue, 03 Nov 2026 10:32:03 +0100Due vescovi dalla Cina a Roma: il modo migliore per celebrare le prime ordinazioni episcopali cinesi di 100 anni fahttps://www.fides.org/it/news/78371-Due_vescovi_dalla_Cina_a_Roma_il_modo_migliore_per_celebrare_le_prime_ordinazioni_episcopali_cinesi_di_100_anni_fahttps://www.fides.org/it/news/78371-Due_vescovi_dalla_Cina_a_Roma_il_modo_migliore_per_celebrare_le_prime_ordinazioni_episcopali_cinesi_di_100_anni_fadi padre Paul HAN Qingping SVD<br /><br />Pechino – Vedere vescovi cinesi che partecipano in modo “ordinario” alle attività della Santa Sede è il modo migliore per commemorare i cento anni dalle prime ordinazioni episcopali cinesi, avvenute a Roma, nella Basilica Vaticana, il 28 ottobre 2026. <br />Lo scrive il sacerdote verbita Paul han Qingping, sul suo blog molto seguito. <br /><br /> Pubblichiamo di seguito una traduzione del contributo di padre Han. <br /><br /> §§§<br /><br />Come è noto, il 28 ottobre ricorreva il centenario della consacrazione episcopale dei sei vescovi cinesi, avvenuta a Roma nel 1926 per mano dello stesso Papa Pio XI. <br /><br />A cento anni di distanza, commemorare in vari modi questo evento di portata epocale per la Chiesa in Cina non è affatto qualcosa di scarso interesse per il presente. Al contrario, alla luce dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Cina sulla nomina dei vescovi, quel fatto di cento anni fa acquista oggi una forte attualità.<br /><br />341 anni fa, il vescovo domenicano Luo Wenzao , dopo aver subito un ritardo artificiosamente imposto per ben undici anni, fu finalmente consacrato vescovo nel 1685, diventando il primo vescovo di nazionalità cinese. <br /><br />Anche la consacrazione dei sei vescovi cinesi di cento anni fa poté realizzarsi soltanto dopo la promulgazione della Lettera Apostolica Maximum illud di Benedetto XV e dopo l’arrivo in Cina, nel 1922, del primo Delegato Apostolico, l’arcivescovo Celso Costantini, nonché in seguito alla convocazione, nel 1924, della Primum Concilium Sinense a Shanghai. <br /><br />Fu proprio nello spirito del principio dell’“inculturazione e radicamento locale della Chiesa” che tale evento divenne possibile.<br /><br />Oggi, commemorando sia la consacrazione del vescovo Luo Wenzao sia quella dei sei vescovi cinesi ordinati nel 1926, celebriamo in fondo lo stesso fatto: «Finalmente i cinesi possono diventare vescovi della Chiesa in Cina».<br /><br /><br />L’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi cinesi, firmato nel 2018, mira invece a risolvere la questione di “come debbano essere individuati e scelti i candidati all’episcopato in Cina”. <br /><br />I punti chiave delle due vicende, nel contesto dell’evoluzione storica, hanno assunto portata e implicazioni diverse. Tuttavia il tema centrale rimane sempre quello dei “vescovi cinesi”. Vi sono elementi di continuità, insieme alle differenze!<br /><br />Quanto alle modalità per commemorare questo anniversario, ne esistono molteplici: organizzare convegni e seminari di diverso livello e dimensione; scrivere articoli di contenuto e lunghezza differenti; realizzare video con immagini e fotomontaggi ; celebrare l’Eucaristia nei luoghi di nascita e di ministero dei sette vescovi sopra menzionati; organizzare commemorazioni presso le loro tombe, e così via. <br /><br />Sono tutte forme di commemorazione appropriate, ragionevoli e pienamente giustificate.<br />Ma, a mio avviso, non c’è modo migliore per commemorare questo anniversario che vedere i vescovi cinesi partecipare in modo «ordinario» a attività della Santa Sede!<br /><br />Nel mio articolo dedicato alla elezione del Cardinale Luis Antonio Tagle come Decano del Collegio cardinalizio, ho ripreso uno screenshot di un servizio dell’Agenzia Fides intitolato “Da «evento straordinario» a presenza ordinaria: i vescovi cinesi partecipano alle attività della Santa Sede. In quell’occasione ho anche accennato alla partecipazione di due vescovi cinesi che, su invito di Papa Leone XIV, si sono recati a Roma per prendere parte alle iniziative commemorative del decimo anniversario della pubblicazione dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia, con incontri dedicati alla riflessione su come promuovere in modo più efficace la pastorale e l’evangelizzazione delle coppie e delle famiglie che vivono situazioni di difficoltà e emergenze.<br /><br />Questa è stata un’ulteriore occasione, dopo quelle del 2018, 2023 e 2024, in cui due vescovi cinesihanno partecipato a un incontro insieme ai presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, ai responsabili dei Dicasteri della Santa Sede e ai rappresentanti dei fedeli laici. <br /><br />I precedenti citati sono stati quelli della prima e della seconda sessione della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi (preceduti dalla partecipazione di due vescovi cinesi alla XV Assemblea generale ordinaria nel 2018. <br /><br />In queste occasioni, seppure per periodi di durata diversa, i vescovi cinesi hanno potuto discutere, dialogare e condividere esperienze nello stesso luogo con i loro confratelli provenienti da tutto il mondo e, in alcuni momenti, hanno avuto occasioni di prossimità con il Papa.<br /><br />Inoltre, il 21 maggio 2024, Giuseppe Shen Bin, vescovo della diocesi di Shanghai, si è recato a Roma per partecipare alle celebrazioni e alle iniziative organizzate in occasione del centenario del Primum Concilium Sinense di Shanghai.<br /><br />Ora, in occasione del convegno internazionale dal titolo “Il Volto della Chiesa Universale in Cina: il centenario della consacrazione dei primi sei vescovi cinesi”, che si terrà giovedì 5 novembre presso la Pontificia Università Urbaniana a Roma, l’Agenzia Fides ha annunciato la partecipazione di Giuseppe Li Shan, vescovo di Pechino, e di Ignazio Ding Zuyao, vescovo di Haimen, consacrato da meno di un mese. Possiamo considerare questa partecipazione un’ulteriore testimonianza della progressiva “normalizzazione” della presenza dei vescovi cinesi alle attività della Santa Sede.<br /><br />È proprio alla luce delle questioni storiche e attuali che, negli ultimi tre secoli, hanno accompagnato la vita della Chiesa in Cina — “I cinesi possono diventare vescovi della Chiesa in Cina”? e “Come devono essere scelti i candidati all’episcopato in Cina”? — che assume particolare significato osservare come, dalla firma dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Cina sulla nomina dei vescovi e dai suoi tre successivi rinnovi, la partecipazione dei vescovi cinesi alle attività della Santa Sede sia andata gradualmente trasformandosi da“evento straordinario” a presenza sempre più “ordinaria”.<br /><br />A mio avviso, questo rappresenta non soltanto il modo migliore per commemorare la consacrazione episcopale a Roma dei sei vescovi cinesi di cento anni fa, ma anche il più significativo gesto di apertura verso il futuro.<br /><br />Con la preghiera, la benedizione, l’impegno perseverante e una fiduciosa attesa, auspichiamo di poter assistere a ulteriori sviluppi e trasformazioni verso una sempre maggiore “normalizzazione” della vita della Chiesa in Cina.<br /><br />(Agenzia Fides 03/11/2026Tue, 03 Nov 2026 00:33:46 +0100L’Africa sempre più crocevia del narcotraffico globalehttps://www.fides.org/it/news/78370-L_Africa_sempre_piu_crocevia_del_narcotraffico_globalehttps://www.fides.org/it/news/78370-L_Africa_sempre_piu_crocevia_del_narcotraffico_globaledi Cosimo Graziani<br /><br />Freetown - I problemi securitari che affliggono l’Africa hanno connessioni con dinamiche del crimine globale scarsamente percepite dagli stessi analisti di geopolitica. . Uno di queste è la connessione tra il continente africano e i flussi di droga provenienti dal Sudamerica. Problemi come la porosità dei confini, la presenza di gruppi criminali, la mancanza di organi amministrativi per la lotta al narcotraffico e, non da ultimo, la povertà rendono l’Africa da circa quindici anni un “mercato” inesplorato e redditizio per i cartelli internazionali della droga. <br /><br />Negli ultimi anni le connessioni tra gruppi criminali locali africani e cartelli si sono fatte più profonde: i cartelli sudamericani sfruttano le connessioni locali – che in alcuni casi sono fatte direttamente con membri dei governi e delle amministrazioni – per far arrivare la droga, cocaina nella maggior parte dei casi, nei porti africani come tappa intermedia nel percorso verso l’Europa. <br /><br />Le connessioni in loco non servono solo a far da base al “prodotto”, servono anche a capire come aggirare controlli, facendo arrivare la droga nei porti senza trovare blocchi. Per fare tutto ciò i cartelli latinoamericani si servono dei gruppi criminali locali, con veri e propri “reclutamenti” di breve durata. L’aspetto in cui la collaborazione è più evidente è l’arrivo della droga in Africa: per la cocaina, per esempio, negli anni scorsi i carichi partivano dai porti del Brasile per arrivare nei porti dell’Africa occidentale. Con l’aumento dei controlli e dei sequestri, passati da una alle trenta tonnellate negli ultimi otto anni, la cocaina arriva in Africa partendo dai porti meno importanti del Brasile, oppure dalla Guyana e dal Suriname, su piccole navi o con droni sottomarini. I carichi vengono poi lasciati al largo delle coste africane, dove i gruppi criminali locali li raccolgono sempre su piccole imbarcazioni per poi portarli sulla terra ferma.<br /><br />Anche per quanto riguarda il contrabbando di metanfetamine l’Africa sta diventando sempre più un hub importante. Da più di dieci anni vengono scoperti regolarmente laboratori per la sintesi die queste sostanze stupefacenti. Questi laboratori sono stati scoperti in Sudafrica, Kenya, Mozambico e Nigeria, e vengono creati in loco perché i gruppi criminali garantiscono ai cartelli latinoamericani la logistica per arrivare ai mercati europei, la protezione e le infrastrutture necessarie per costruirli. Quel che fanno i cartelli e mandare sul posto dei membri addetti a gestire questi laboratori, che non solo si occupano della produzione, ma anche dell’approvvigionamento delle sostanze chimiche e della “formazione” dei membri dei gruppi locali, dando un vero e proprio impulso alla produzione locale. <br /><br />Non deve stupire che i laboratori di metanfetamine smantellati in questi anni, in cui sono stati arrestati parecchi narcos messicani, siano stati trovati sia in Africa occidentale che in Africa orientale. La produzione africana oramai fornisce diverse regioni a livello mondiale, compresi mercati del Sudest asiatico.<br />Tra i gruppi criminali internazionali più attivi nel continente ci sono i cartelli messicani di Sinaloa e Jalisco, i Primero Comando da Capital, gruppo criminale brasiliano specializzato nel trasporto della droga, e i colombiani del Clan del Golfo anche loro attivi nel trasporto verso l’Africa. Ma il mercato della droga funziona solo se ci sono altrettanti gruppi criminali che distribuiscono la droga nei mercati occidentali. Tra questi vanno menzionati la ‘Ndrangheta, la Mocro Mafia attiva tra Paesi Bassi e Belgio, i gruppi criminali dei Balcani. Tutti questi hanno stabilito contatti in Africa per facilitare l’arrivo delle sostanze stupefacenti. <br /><br />Come già menzionato l’azione dei gruppi criminali internazionali penetra in maniera subdola in tessuti sociali e politici di per sé già molto fragili, arrivando a toccare livelli molto alti della politica africana. Così si è scoperto che da quasi due decenni il cartello di Sinaloa ha contatti ben stabiliti con i livelli più alti dell’esercito della Guinea Bissau, o che il trafficante olandese Jos Leijdekkers, condannato a ventiquattro anni in Olanda per traffico internazionale, si trova in Sierra Leone.<br /><br />L’aumento dell’importanza dell’Africa come hub per la droga va di pari passo con l’aumento del consumo locale. Un elemento che negli anni è aumentato seguendo precise caratteristiche. In Africa sono la povertà, i traumi dei conflitti passati e l’assenza di un futuro a spingere la popolazione, soprattutto giovani, al consumo di droga. Le sostanze diffuse però non sono quelle che arrivano in Europa, perché sono più pericolose e dalla provenienza incerta. Le principali sono il Kush, diffuso in Sierra Leone e Liberia – due paesi che hanno proclamato lo stato di emergenza sanitaria per la loro diffusione – e il pufa, diffuso in Marocco. I kush è un mix di sostanze la cui composizione non è chiara e varia a seconda del laboratorio che lo produce, anche se sono sempre presenti ingredienti come fentanyl e cannabis sintetica. Il pufa invece è una droga sintetica ricavata dagli scarti della cocaina e delle metanfetamine. Il kush si è diffuso in Liberia anche in connessione con i conflitti civili che hanno colpito in paese negli anni, mentre il pufa si è diffuso in Marocco nel periodo in cui la popolazione era maggiormente colpita dagli effetti della pandemia.<br /><br />Agenzia Fides 2/11/2026)Mon, 02 Nov 2026 22:52:26 +0100Martin Luther King III e Arndrea Waters King: «Gesù non ci ha chiesto di provare simpatia per i nostri nemici, ma di amarli»https://www.fides.org/it/news/78369-Martin_Luther_King_III_e_Arndrea_Waters_King_Gesu_non_ci_ha_chiesto_di_provare_simpatia_per_i_nostri_nemici_ma_di_amarlihttps://www.fides.org/it/news/78369-Martin_Luther_King_III_e_Arndrea_Waters_King_Gesu_non_ci_ha_chiesto_di_provare_simpatia_per_i_nostri_nemici_ma_di_amarlidi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Salt Lake City - A margine del Forum interreligioso del G20, che si svolge a Salt Lake City dal 15 al 17 ottobre 2026, l’Agenzia Fides ha potuto intervistare Martin Luther King III, figlio del famoso pastore e figura di spicco del movimento per i diritti civili, e sua moglie, Arndrea Waters King, attivista per la giustizia sociale e presidente del Drum Major Institute. In questa intervista parlano del ruolo dei leader religiosi di fronte alle divisioni, dell’amore per i nemici e dell’eredità spirituale della non violenza.<br /><br />Durante il Forum interreligioso del G20, ha affermato che i responsabili. Delle comunità di credenti religiosi hanno un ruolo di primaria importanza da svolgere. Perché lo ritiene e come possono esercitare questo ruolo?<br /><br />Martin Luther King III: Penso che i leader religiosi abbiano sempre saputo cogliere gli umori della società. Le persone si rivolgono a loro cercando integrità, unità, un messaggio in cui tutti possano riconoscersi. Credo quindi che abbiano una vocazione particolare. Questo li pone in una posizione davvero unica. Le loro parole possono unirci oppure creare divisioni. In alcuni casi hanno accentuato le divisioni. Ma quando questo ruolo viene esercitato pienamente, può dare vita a qualcosa di straordinario: quella che definirei la «comunità amata».<br /><br />L’impegno di suo padre per la nonviolenza era profondamente radicato nella sua fede cristiana. Come è possibile amare il nemico?<br /><br />Martin Luther King III: La mia esperienza è particolare: mio padre è stato ucciso quando avevo dieci anni e mia nonna quando ne avevo sedici. Eppure ho dovuto imparare a non odiare. Ho dovuto imparare ad amare, perché avevo davanti a me esempi di amore e di perdono. Non posso dire a nessuno che debba fare altrettanto. Posso soltanto raccontare la mia storia e dire: «Per me ha funzionato. Forse potreste prendere in considerazione questa strada anche nella vostra vita», perché è più liberante dell’alternativa, che sarebbe vivere nell’amarezza per tutta la vita.<br /><br />Arndrea Waters King: Indicherò due modi concreti per farlo. Il primo: il dottor King parlava della necessità di distinguere l’atto malvagio dalla persona che lo compie. Ci sono azioni che non vanno accettate. Occorre trovare il modo di separare l’atto dalla persona. Questo è il primo passo; poi ci si oppone a quell’atto. Il secondo: diceva spesso di essere felice che Gesù non ci avesse chiesto di provare simpatia per i nostri nemici. Ha detto: «Amate i vostri nemici». Abbiamo parlato del fatto che, quando parliamo d’amore, ci riferiamo alla sua forma più alta, che non ha nulla di sentimentale. È un riconoscimento. È di questo amore che stiamo parlando.<br />Aggiungeva: «Sono davvero felice che non ci sia stato chiesto di provare simpatia per i nostri nemici, perché ci sono persone per le quali proprio non ne proverò». Quando sento Martin Luther King Jr dire queste parole, mi sento un po’ meglio. Proseguiva: «Non proverò simpatia per chi ha fatto esplodere una bomba a casa mia. Non proverò simpatia per chi ha fatto esplodere una bomba in chiesa e ha ucciso quattro bambini innocenti». Ci sono persone per le quali non proveremo simpatia, ma non siamo chiamati a provare simpatia per tutti. Siamo chiamati ad amare. Ancora una volta, dobbiamo comprendere che questo amore non è sentimentale: è un riconoscimento. E torniamo alla necessità di distinguere l’atto malvagio dalla persona che lo compie.<br /><br />Lei ha proseguito la lotta dei suoi genitori contro il razzismo e la violenza. In base alla sua esperienza, in che modo la fede cristiana può guidare la risposta delle comunità ecclesiali verso chi subisce violenza e razzismo?<br /><br />Martin Luther King III: La prima cosa da fare è riconoscere la verità, riconoscere che esiste un problema. Spesso lasciamo semplicemente correre: «Non vogliamo parlare di questioni razziali. Non vogliamo parlare di queste ingiustizie». Si dice che un popolo che non ricorda la propria storia sia condannato a ripetere gli errori del passato. Le Chiese dovrebberodire: «No, affronteremo queste conversazioni, per quanto difficili». Perché l’unico modo per affrontare un problema è anzitutto riconoscere che esiste. Una volta riconosciuto, si può cominciare a elaborare una strategia per affrontarlo.<br /><br />Arndrea Waters King: Una delle cose che vorrei ricordare è che Howard Thurman fu una delle maggiori fonti d’ispirazione di Martin Luther King Jr. Thurman era una splendida figura di mistico cristiano. Quando viaggiava, Martin Luther King Jr portava sempre con sé la sua Bibbia da viaggio e un altro libro: Jesus and the Disinherited, scritto da Howard Thurman. Il libro parla di Gesù, del cristianesimo e degli oppressi, e del fatto che Gesù è sempre dalla parte degli oppressi. Parla di giustizia sociale e della chiamata rivolta alle persone di fede: perché e come impegnarsi.<br /><br />Come valutate il crescente ricorso ad argomenti religiosi nelle retoriche nazionaliste?<br /><br />Martin Luther King III: In un certo senso, mi sembra una logica di segregazione. Certo, a volte ci si separa per raggiungere un livello più alto, ma la segregazione e il nazionalismo, a mio giudizio, non rappresentano il livello più alto a cui possiamo aspirare. Creano ulteriori divisioni e, ancora una volta, segregazione, anziché quella che mio padre avrebbe definito la «comunità amata». Vi si trovano anche residui di razzismo. Dobbiamo allontanarci dal razzismo, non andare verso il razzismo e la segregazione.<br /><br />Arndrea Waters King: Se si guarda davvero al pensiero di Martin Luther King Jr e del reverendo C. T. Vivian, un pastore cristiano per il quale ho lavorato, al centro c’è proprio l’idea di riunirci tutti, di restare uniti, di lavorare insieme. Il movimento per i diritti civili era multiculturale e multireligioso e, naturalmente, molti dei suoi esponenti religiosi erano pastori cristiani. Prima parlavamo del concetto di amore. Se si guarda all’esempio di Gesù Cristo e si comprendono davvero quei messaggi, trovo molto difficile ritrovare quella voce di Cristo, quella voce dell’amore e dell’unità, nell’ideologia del nazionalismo cristiano e nell’esclusione degli altri.<br />Prima parlavamo dei diversi livelli dell’amore descritti da Martin Luther King, a partire da quello più elementare, che, secondo lui, nessuno di noi dovrebbe fare proprio: l’amore utilitaristico, per cui si ama qualcosa soltanto finché ci è utile. Poi c’è l’amore dell’amicizia. Diceva che non è la forma più alta dell’amore, perché amiamo i nostri amici perché loro amano noi. L’amore umanitario è un bellissimo amore, ma non è il più alto, perché, diceva, si rischia di amare tutto in generale e niente in particolare. L’amore romantico, per quanto meraviglioso, non è il più alto. Poi, naturalmente, parlava dell’amore di una madre. Ma la forma più alta dell’amore è l’agape.<br />Questo amore si fonda sul legame che unisce tutti noi in quanto esseri umani. È così che possiamo costruire la comunità amata. Si tratta di andare oltre la dimensione sentimentale e di elevare l’amore a questo livello più alto, che è un riconoscimento: riconoscere che siamo tutti figli di Dio, vedere il nostro riflesso ovunque andiamo e comprendere che siamo tutti legati gli uni agli altri, perché siamo stati tutti creati dal Creatore.<br /><br />Concretamente, come possono i leader religiosi tradurre tutto questo in pratica quando le divisioni cominciano a insinuarsi nelle loro Chiese o nelle comunità locali?<br /><br />Arndrea Waters King: L’anno scorso abbiamo avuto il privilegio di partecipare alla cerimonia del Premio Nobel per la pace. Una delle cose che hanno colpito entrambi è stata la scoperta di un Museo Nobel dedicato a tutti i vincitori. Abbiamo saputo che, tra tutte le esposizioni dedicate ai premiati, quella su Martin Luther King Jr è la più visitata. Non lo dico per orgoglio. Credo che sia, ancora una volta, il segno di una ricerca, di una sete di quel messaggio: un messaggio di unità, che ci invita a riunirci tutti. Penso quindi che spetti a tutte le persone di buona volontà continuare a tornare a quel messaggio.<br />Come ricordavamo prima, l’ultimo libro di Martin Luther King Jr era Where Do We Go from Here: Chaos or Community?— «Dove andiamo: verso il caos o verso la comunità?». Non conosco nessuno al mondo che negli ultimi anni non si sia sentito toccato dal caos. Ora è tempo che tutti noi costruiamo comunità. Ma questo ci ricorda anche che ciascuno ha un ruolo unico, di primo piano e insostituibile nella costruzione di quella comunità amata. È tempo che ognuno trovi il proprio ruolo e contribuisca a costruirla. Sun, 01 Nov 2026 19:36:06 +0100OCEANIA/AUSTRALIA - Il Centenario della Giornata Missionaria Mondiale celebrato con la Mostra fotografica "HOPE"https://www.fides.org/it/news/78368-OCEANIA_AUSTRALIA_Il_Centenario_della_Giornata_Missionaria_Mondiale_celebrato_con_la_Mostra_fotografica_HOPEhttps://www.fides.org/it/news/78368-OCEANIA_AUSTRALIA_Il_Centenario_della_Giornata_Missionaria_Mondiale_celebrato_con_la_Mostra_fotografica_HOPESydney – Cento anni di impegno missionario, solidarietà e condivisione della fede sono al centro di “Hope”, la mostra fotografica promossa da Catholic Mission, la Direzione nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Australia, per celebrare il centenario della Giornata Missionaria Mondiale, istituita da Papa Pio XI nel 1926. L’esposizione, inaugurata il 23 ottobre presso l’Australian Catholic University di North Sydney, raccoglie fotografie realizzate nell’ultimo decennio in Africa, Asia e in altre parti del mondo, insieme a manifesti storici della Giornata Missionaria Mondiale.<br />Il progetto nasce dalla domanda “Che aspetto ha la speranza?» e propone un percorso attraverso volti, incontri ed esperienze di fede e solidarietà che testimoniano la vita delle comunità locali. La mostra sarà aperta fino al 9 novembre 2026 ed è "visitabile" anche online.<br />“Ogni fotografia è nata da un incontro, da un momento in cui due persone si sono messe in relazione e la distanza tra i loro mondi è scomparsa”, ha spiegato Simone Medri, direttore della Comunicazione e del Digitale di Catholic Mission e membro del gruppo di coordinamento della Commissione Internazionale di comunicazione, faith-fundrasing e trasformazione digitale delle POM, raccontando l’esperienza maturata in oltre dieci anni di viaggi e incontri con comunità di diversi continenti. “Le immagini” - ha aggiunto – “non sono soltanto testimonianze fotografiche, ma custodiscono storie di persone, famiglie e comunità che affrontano sfide quotidiane e continuano a costruire il proprio futuro”.<br />Nel presentare l’esposizione, Medri ha invitato i visitatori a non fermarsi alle immagini, ma a guardare negli occhi le persone ritratte, lasciandosi interrogare dalle loro storie. “La pienezza della vita non è qualcosa che semplicemente portiamo agli altri. È qualcosa che cerchiamo e viviamo insieme”, ha sottolineato, evidenziando il valore dell’ascolto, dell’apprendimento reciproco e della vicinanza.<br />La mostra si inserisce nel cammino del centenario della Giornata Missionaria Mondiale, il cui tema scelto da Papa Leone XIV per questo anno è “Uniti in Cristo, uniti nella missione”. L’iniziativa richiama così il legame tra le Chiese locali e la responsabilità condivisa dell’annuncio del Vangelo e del sostegno alle comunità nei territori di missione.<br />In occasione del centenario della Giornata Missionaria Mondiale, “Hope” rinnova l’invito a riscoprire il significato della missione come incontro, condivisione e fraternità tra i popoli. Attraverso le storie e i volti raccolti nelle fotografie, la mostra testimonia come la speranza nasca dalla vicinanza alle persone e dalla collaborazione tra le Chiese, richiamando tutti a una responsabilità comune nell’annuncio del Vangelo e nel sostegno alle comunità nei territori di missione.<br /> <br />MOSTRA ON LINE<br />www.catholicmission.org.au/exhibition<br />VIDEO MOSTRA https://www.youtube.com/watch?v=t0E-4ThCGbY&t=1s<br /><br /> Sat, 31 Oct 2026 18:04:48 +0100Dal “pozzo” al “sogno di Dio” : le immagini per raccontare la missione al Convegno internazionale della Pontificia Unione Missionariahttps://www.fides.org/it/news/78367-Dal_pozzo_al_sogno_di_Dio_le_immagini_per_raccontare_la_missione_al_Convegno_internazionale_della_Pontificia_Unione_Missionariahttps://www.fides.org/it/news/78367-Dal_pozzo_al_sogno_di_Dio_le_immagini_per_raccontare_la_missione_al_Convegno_internazionale_della_Pontificia_Unione_Missionariadi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma - La missione come un pozzo da cui far affiorare l’acqua, non come un recipiente da riempire. È una delle immagini più suggestive proposte negli interventi al Convegno internazionale della Pontificia Unione Missionaria ospitato dalla Pontificia Università Urbaniana e dal Pontificio Collegio Urbano dal 29 al 31 ottobre. Accanto a essa, una lunga serie di immagini suggestive hanno punteggiato gli interventi del Convegno, tutte volte a far percepire per accenni il dinamismo proprio dell’opera apostolica e i suoi tratti imparagonabili. Le radici e le ali, i semi, il fuoco e la goccia che scava la roccia suggeriscono un percorso: dalla sorgente dell’annuncio all’incontro con gli altri, dalla passione che si trasmette alla pazienza necessaria per custodirla nel tempo. <br /><br />Durante il convegno sono emerse immagini concrete, dal sapore delle parabole, per raccontare una missione che prende forma nell’incontro con le persone e nelle situazioni della vita: una missione incarnata, non ridotta a slogan.<br /><br />Il pozzo: liberare la sorgente<br /><br />«La formazione missionaria è come un pozzo», afferma la missionaria comboniana suor Maria Rosa Venturelli. L’immagine rovescia l’idea della formazione come accumulo: «Non bisogna riempire il pozzo di tante cose, perché si ottura l’uscita dell’acqua». È un lavoro maieutico: si tratta di far emergere ciò che abita nel profondo della persona, quell’esperienza di Dio che può diventare acqua da condividere, per dissetare fratelli e sorelle, «anche popoli interi». Un lavoro che passa anche attraverso le fragilità, chiamate a venire alla luce «per averne cura e guarire le ferite». <br /><br />Il pozzo può così diventare «sinonimo di incontro e relazione fra le persone e i popoli», osserva Venturelli, richiamando le scene bibliche di Mosè a Madian e di Gesù in Samaria. Anche nella vita consacrata occorre «attingere al pozzo della vita che è il Signore Gesù risorto e aiutare a scavare pozzi per dissetare l’umanità». <br /><br />Davanti al pozzo, attingere acqua e condividerla appartengono allo stesso movimento. Ma anche chi ha scavato pozzi per gli altri può smarrire il contatto con la propria sorgente. Raccontando l’incontro con missionarie anziane che sentono di non fare più nulla, Venturelli domanda: «Abbiamo scavato il pozzo per i fratelli e le sorelle e il pozzo della mia vita consacrata l’ho otturato con la cenere del tempo?». L’interrogativo richiama una vocazione che non si può ridurre alle opere compiute: quando le forze diminuiscono, resta la possibilità di offrire agli altri una presenza e una testimonianza nutrite dalla vita interiore.<br /><br />Le radici e le ali: partire senza perdere il fondamento<br /><br />Il missionario saveriano Paolo Tovo sceglie una doppia immagine per descrivere il sacerdozio missionario: le «radici bibliche e magisteriali» e le «ali pastorale e spirituale». Le prime indicano il fondamento della vocazione; le seconde il suo dispiegarsi nella vita. In questa prospettiva, l’azione pastorale e l’esperienza spirituale sono le due ali di uno stesso movimento, mentre l’incontro missionario diventa esso stesso un luogo in cui la fede cresce. <br /><br />Aprendosi all’altro, afferma Tovo, il presbitero incontra e contempla Cristo «che lo precede sempre». Cambia anche il suo modo di stare nella comunità. Tovo propone di passare dalla figura del «prêtre-pivot» a quella del «prêtre-passeur»: non il perno attorno al quale tutto deve ruotare, ma colui che accompagna, aiuta a compiere un passaggio e a proseguire il cammino. Un’immagine che trova corrispondenza nel contributo di Armando Nugnes, rettore del Pontificio Collegio Urbano: il presbitero è un discepolo-pastore che sa stare «davanti, in mezzo o dietro al gregge», ma «non al di fuori, non al di sopra».<br /><br />Dai semi ai covoni: riconoscere una presenza che precede<br /><br />Se il pozzo invita a cercare in profondità, i semi chiedono di guardare con occhi diversi la vita degli altri. Tovo riprende una riflessione del cardinale Jean-Marc Aveline sui «semi del Verbo»: non tanto valori astratti, quanto «le tracce della presenza attiva dello Spirito Santo in ogni essere umano». Sono tracce da riconoscere nelle esistenze e nelle storie concrete, quando le persone affrontano gli interrogativi e i passaggi della vita attingendo alle risorse spirituali di cui dispongono. L’immagine esclude che il missionario arrivi in una terra dalla quale Dio è assente. Chi gli sta davanti non è un destinatario passivo, ma un «interlocutore». Tovo descrive la missione come il cammino della Chiesa che, uscendo dalla sacrestia», va incontro all’umanità «portando Cristo, ma scoprendolo allo stesso tempo già presente nello Spirito». L’annuncio e la scoperta procedono insieme. <br /><br />L’immagine dei semi trova un ulteriore sviluppo, sul piano dello scambio tra le Chiese, nella «Chiesa dei Covoni» riproposta dall’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione: i covoni richiamano i frutti della semina missionaria, maturati nelle Chiese locali di tutto il mondo. Non più soltanto destinatarie dell’annuncio, queste comunità sono a loro volta chiamate a condividere i doni ricevuti, in uno scambio nel quale ogni Chiesa ha qualcosa da offrire e da accogliere.<br /><br /><br />Il fuoco: una passione che si propaga<br /><br />Un’altra immagine attraversa la memoria dei protagonisti dell’opera missionaria: il fuoco. Nel contributo dedicato alla sintonia tra Paolo Manna e Giuseppe Allamano, Ashenafi Yonas Abebe ricorda che il primo biografo di Manna, padre Giuseppe Tragella, lo definì «un’anima di fuoco». La stessa immagine esprime ciò che accomunava i due: una visione condivisa e quel «fuoco per la missione» che animò le loro vite e le loro opere. <br /><br />Non si tratta, però, di celebrare l’ardore di personalità eccezionali, quasi fossero supereroi. Quel fuoco nasce dalla fede che si fa amore e può propagarsi attraverso piccoli gesti e impegni quotidiani. Suor Monika Juszka lo suggerisce nella conclusione della sua rilettura della nascita dell’Unione: «se ciascuno di noi risveglierà lo spirito missionario anche in una sola persona, se la infiammerà all’azione», l’impulso potrà continuare a diffondersi. La passione missionaria vive anche di questa trasmissione personale, da una vita all’altra, come una fiamma che il soffio ravviva e propaga.<br /><br />La goccia e il respiro: perseverare e aprirsi<br /><br />Il fuoco dell’annuncio non rende meno necessaria la pazienza, emersa negli interventi come una delle qualità più preziose del missionario. «La goccia scava la roccia non con la forza, ma cadendo continuamente», dichiara Suor Monika Juszka. Significa «sensibilizzare, animare, risvegliare, ricordare, formare continuamente». E saper attendere, riconoscendo che i tempi di Dio non coincidono con quelli degli uomini. <br />L’intensità di un momento può essere il frutto di un impegno portato avanti a lungo, e non sempre i missionari vedono, nel corso della loro vita, i frutti della propria presenza. Anche padre Vito del Prete, del Pontificio Istituto Missioni Estere , insiste su ciò che richiede un’autentica azione formativa: «pazienza, tempi lunghi e azione sistematica». Alla pazienza si accompagna un orizzonte aperto: quello di chi sa che l’impegno umano non basta a se stesso, ma ha bisogno della grazia di Dio. Del Prete lo esprime attraverso la dinamica del respiro: «Una Chiesa locale chiusa in se stessa, preoccupata solamente della sua vita, intristisce, è sterile. Deve respirare con il respiro infinito di Dio». La missione è allora come un polmone che dà ossigeno alla comunità e la mantiene viva, non un peso da sostenere a forza di sforzi. Come l’acqua del pozzo, è un dono che non può essere trattenuto.<br /><br />Il sogno di Dio : tutta la Chiesa per tutto il mondo<br /><br />Alle immagini della missione si aggiunge quella del sogno di Dio per il mondo, richiamata da suor Mary Barron - Presidente nominata delle Pontificie Opere Missionarie - nel suo saluto al convegno. <br />Suor Barron vede nel cammino delle Pontificie Opere Missionarie, e in particolare dell’Unione Missionaria, un progressivo risveglio alla visione di Paolo Manna e del Concilio Vaticano II: «tutta la Chiesa per tutto il mondo». Un orizzonte che chiede il contributo di ciascuno: «Ora più che mai, il mondo ha bisogno di discepoli missionari di Cristo capaci di seminare pace e amore in modo molto semplice e concreto», afferma. Il sogno di Dio si intreccia così con la testimonianza quotidiana dei cristiani, con quei gesti attraverso i quali ciascuno può contribuire a cambiare il mondo. Per la nuova presidente delle POM, essere missionari insieme significa aiutarsi a risvegliare questo spirito gli uni negli altri, imparando reciprocamente e mettendo in comune i propri doni Sat, 31 Oct 2026 16:01:32 +0100VATICANO -"L’amore di Cristo ci invia (cfr. 2 Cor. 5,14)": il tema della prossima Giornata Missionaria Mondiale 2027https://www.fides.org/it/news/78366-VATICANO_L_amore_di_Cristo_ci_invia_cfr_2_Cor_5_14_il_tema_della_prossima_Giornata_Missionaria_Mondiale_2027https://www.fides.org/it/news/78366-VATICANO_L_amore_di_Cristo_ci_invia_cfr_2_Cor_5_14_il_tema_della_prossima_Giornata_Missionaria_Mondiale_2027Città del Vaticano - «L’amore di Cristo ci invia» è il tema scelto da Papa Leone XIV per la 101ª Giornata Missionaria Mondiale, che sarà celebrata domenica 24 ottobre 2027 e richiama il cuore stesso della missione cristiana: l’amore di Cristo, accolto e vissuto, diventa slancio per annunciare il Vangelo e farsi prossimo di ogni fratello e sorella.<br />Come ha ricordato il Santo Padre nel Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2026, «se l’unità è la condizione della missione, l’amore ne è la sostanza», la missione della Chiesa, infatti, nasce dall’amore di Dio rivelato in Gesù Cristo, si alimenta nell’incontro con Lui e si traduce in una testimonianza concreta di fraternità, prossimità e servizio.<br />L’amore di Cristo non ci lascia indifferenti: ci spinge a uscire da noi stessi, a incontrare gli altri e a raggiungere soprattutto chi è solo, povero o ferito.<br />In preparazione della Giornata Missionaria Mondiale 2027 verrà diffuso nei primi mesi dell’anno il Messaggio del Santo Padre, che guiderà la riflessione, l’animazione e la formazione missionaria delle comunità cristiane.<br />In questo cammino, le quattro Pontificie Opere Missionarie — Propagazione della Fede, Infanzia Missionaria, San Pietro Apostolo e Unione Missionaria — svolgono un servizio essenziale nell’alimentare la coscienza e la responsabilità missionaria dei battezzati, dai più piccoli agli adulti, e nel promuovere una rete universale di preghiera, formazione e carità a sostegno dell’evangelizzazione e delle giovani Chiese.<br />Esse contribuiscono, ciascuna secondo la propria specificità e tutte insieme, a promuovere lo spirito missionario nel Popolo di Dio e a sostenere le nuove Chiese particolari .<br /> Sat, 31 Oct 2026 13:24:05 +0100ASIA/PAKISTAN - Il cricket unisce i giovani : sport, fraternità e missionehttps://www.fides.org/it/news/78365-ASIA_PAKISTAN_Il_cricket_unisce_i_giovani_sport_fraternita_e_missionehttps://www.fides.org/it/news/78365-ASIA_PAKISTAN_Il_cricket_unisce_i_giovani_sport_fraternita_e_missioneIslamabad - Il cricket, lo sport nazionale del Pakistan, come strumento di fraternità, incontro e formazione dei giovani: è questo il significato del settimo torneo organizzato nella diocesi di Islamabad-Rawalpindi nel corso degli ultimi due mesi, conclusosi il 29 ottobre. L’iniziativa ha riunito squadre provenienti da diverse parrocchie e comunità, offrendo ai giovani cattolici un’occasione per conoscersi, valorizzare i propri talenti e rafforzare i legami di comunione all’interno della Chiesa locale.<br /><br />Nella finale, al termine di una partita combattuta, disputata sulla distanza di nove over, la squadra di San GIovanni Paolo II si è aggiudicata il torneo, mentre la l'èquipe di Nostra Signora di Fatima Lady of Fatima ha conquistato il secondo posto. A presiedere la cerimonia conclusiva è stato l’Arcivescovo di Islamabad-Rawalpindi, mons. Joseph Arshad, che ha incoraggiato i partecipanti, sottolineando "la validità di iniziative capaci di coinvolgere i giovani attraverso lo sport, l’amicizia e la condivisione di valori".<br /><br />L’obiettivo del torneo non era soltanto agonistico: il campo da cricket è diventato uno spazio d’incontro tra ragazzi di diverse comunità, chiamati a collaborare, rispettarsi e affrontare insieme tanto la vittoria quanto la sconfitta. La disciplina, la pazienza, la lealtà e il rispetto dell’avversario sono state parte integrante dell’esperienza, mostrando come "lo sport possa contribuire alla crescita umana e alla formazione dei giovani nella vita della comunità ecclesiale", ha rimarcato l'Arcivescovo.<br />Mons. Arshad ha condiviso anche il progetto di creare una vera "Accademia di cricket", dove i giovani cattolici possano ricevere una preparazione adeguata e sviluppare le proprie capacità non solo sportive, ma anche umane. L’Arcivescovo ha ricordato, inoltre, l’esperienza da lui maturata in Bangladesh, dove aveva promosso tornei rivolti ai giovani, sottolineando che "la Chiesa è chiamata a un impegno costante a favore delle nuove generazioni, per lasciare un’eredità duratura di fede e di speranza".<br /><br />Il torneo si inserisce in un contesto più ampio, in cui le comunità cristiane del Pakistan riconoscono nello sport una possibilità concreta di educazione, aggregazione e dialogo. La rete delle istituzioni educative cattoliche, presente in diverse regioni del paese, offre infatti occasioni d’incontro quotidiano anche tra studenti di religioni differenti. In una società segnata da distanze sociali e dalla condizione spesso vulnerabile delle minoranze religiose, le attività sportive diventano luoghi in cui costruire relazioni, superare pregiudizi e sperimentare la convivenza.<br /><br />Accanto ai tornei promossi nelle diocesi, altre iniziative utilizzano il cricket e altre discipline sportive per favorire la cooperazione tra comunità e la formazione dei giovani. L’esperienza della "Harmony Cricket League", realizzata nella regione di Islamabad-Rawalpindi con il coinvolgimento di realtà, comunità e associaizoni cristiane, a livello ecumenico, mostra come la passione sportiva possa favorire la coesistenza pacifica e l’armonia tra le confessioni. Anche in altre aree del paese, le competizioni calcistiche promosse dalle strutture ecclesiali mirano a sviluppare capacità di leadership, senso di responsabilità e spirito di squadra e sono "uno strumento potente di dialogo e di convivenza interreligiosa", nota a Fides Rabeel Aslam, responsabile delle Comunicazioni sociali nella diocesi di Islambad-Rawalpindi.<br /><br />Per la Chiesa in Pakistan, lo sport diventa anche uno strumento di evangelizzazione: "Non è soltanto un’attività da proporre ai giovani, ma è un modo concreto di testimoniare il Vangelo attraverso l’accoglienza, il servizio, il rispetto e la fraternità. In campo, i ragazzi imparano a riconoscere il valore dell’altro e a sentirsi parte di una comunità più ampia della propria. Sono atteggiamenti che li accompagnano, poi, anche nella vita quotidiana e nei rapporti con persone di altre fedi", spiega Rabeel Aslam, .<br /><br />La conclusione del settimo torneo di Islamabad-Rawalpindi ha lasciato dunque un messaggio che va ben oltre il risultato sportivo: le coppe, le medaglie e gli attestati consegnati alle due squadre finaliste hanno premiato l’impegno dei partecipanti ma, rimarca Aslam, "la vera vittoria è stata la possibilità di rafforzare amicizie, promuovere il rispetto reciproco e incoraggiare i giovani a mettere i propri talenti al servizio del prossimo, lo sperimentare valori come la lealtà, la dedizione, il sacrificio per un compagno, il rispetto, l'onestà e la solidarietà verso l'avversario". In questo intreccio tra sport, educazione e testimonianza cristiana, la comunità cattolica locale trova una via per accompagnare le nuove generazioni e costruire legami di fraternità.<br /><br /> Sat, 31 Oct 2026 13:49:01 +0100La spiritualità missionaria del Vescovohttps://www.fides.org/it/news/78364-La_spiritualita_missionaria_del_Vescovohttps://www.fides.org/it/news/78364-La_spiritualita_missionaria_del_Vescovodell'Arcivescovo Samuele Sangalli*<br /><br /><br />Roma - L'Agenzia Fides pubblica l'intervento pronunciato dall'Arcivescovo Samuele Sangalli venerdì 30 ottobre presso l'Auditorium "San Giovanni Paolo II" della Pontificia Università Urbaniana, durante i lavori del Convegno internazionale promosso in occasione dei 110 dalla fondazione della Pontificia Unione Missionaria . Titolo del Convegno: «La missione universale della Chiesa e il servizio dell’Unione Missionaria dalla fondazione al pontificato di Leone XIV» <br /><br /> §§§<br /><br />Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato l’essenza missionaria della Chiesa che è, per l’azione dello Spirito Santo, “sacramento universale di salvezza”, come ben espresso al numero 5 del Decreto Ad gentes:<br />«Pertanto la missione della Chiesa si esplica attraverso una azione tale per cui essa, in adesione all’ordine di Cristo e sotto l‘influsso della grazia e della carità dello Spirito Santo, si fa pienamente e attualmente presente a tutti gli uomini e popoli, per condurli con l’esempio della vita, con la predicazione, con i sacramenti e con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà e alla pace di Cristo, rendendo loro facile e sicura la possibilità di partecipare pienamente al mistero di Cristo».<br /><br />Questa partecipazione al mistero di Cristo è radicalmente mistero di gioia, quella gioia profonda che ha da sempre animato e sostenuto i passi dei missionari e che, nella Bolla della mia nomina episcopale, Papa Francesco, citando il Beato Giovanni Mazzucconi, missionario della mia terra martirizzato a metà del diciannovesimo secolo in Oceania, descriveva così:<br />«Nell’andare, andiamo con gioia incontro al Signore, facendoci intrepidi annunciatori del Vangelo con la parola e con le opere, alla ricerca di quella patria dove non vi saranno più separazioni né partenze, dove i dolori e i pericoli passati non serviranno che ad aumentare la consolazione e la gloria, nell’abbandono fiducioso a Dio che ci ha salvati allora e sarà con noi in ogni viaggio e, finché sarà con noi, tutto ciò che ci potrà accadere sarà sempre una grazia, una benedizione di cui dovremo solo ringraziarlo» .<br /><br />Questa fede in un destino di comunione e gioia muove missionariamente tutta la Chiesa, come ci ha ripetuto in Evangelii gaudium sempre Papa Francesco:<br />«La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci. Abbiamo bisogno di implorare ogni giorno, di chiedere la sua grazia perché apra il nostro cuore freddo e scuota la nostra vita tiepida e superficiale . Che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita! Dunque, ciò che succede è che, in definitiva, “quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo” . La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri» .<br /><br /> Se dunque ogni vocazione cristiana è strutturalmente vocazione aperta alla missione, c’è un nodo teoretico tra la stessa universale vocazione alla missione e la “vocazione” speciale del missionario a vita. Paradossalmente, il Vescovo ne è l’esempio più eloquente, in virtù della successione apostolica in cui è inserito: il recente cammino ecclesiale di valorizzazione della sinodalità ci ha, ancora una volta, ricordato questa articolazione di popolo in cammino e dell’importanza che, in esso, i Pastori svolgono nello stimolare missionariamente la maturazione battesimale ed eucaristica di ogni credente.<br />Infatti, se ogni battezzato è titolare dei tria munera del Cristo, il Vescovo lo è in maniera singolare e a lui tocca, in primo luogo, manifestare a tutta l’umanità ciò che Cristo è e come lo sia in favore dell’umanità stessa. Potremmo così dire che, degli abituali tria munera che costituiscono l’orizzonte della vita cristiana, la forma ad gentes, ovvero la dimensione missionaria, valorizza soprattutto il munus profeticum. Esso stimola ognuno a quella profondità spirituale richiamata nel testo di Papa Francesco che abbiamo menzionato.<br />Al proposito, ispirandosi a Santa Teresa di Lisieux, Patrona delle missioni, il carmelitano scalzo Padre François-Marie Léthel, in un ritiro spirituale offerto alcuni anni fa ai nuovi Vescovi, sottolineava la necessità di cinque atteggiamenti interiori da coltivare nel proprio cammino spirituale.<br />Anzitutto il lasciarsi affascinare, attraverso la frequentazione quotidiana delle pagine immortali dei Vangeli, dall’attrazione universale dell’Amore di Gesù. Ciò, come indicato nella Piccola Via della Santa di Lisieux, attiva quella incondizionata fiducia d’amore che è via della salvezza e della santità. In queste condizioni si matura quell’offerta all’Amore Misericordioso, vissuta e condivisa dalla Santa, che significa amare e dare tutto sé stesso, cercando così di abitare nel cuore della Chiesa, favorendone, con l’amore, la santità e l’autentica riforma. Tutto ciò, radicati nel Sacramento dell’Amore di Dio, l’Eucarestia, dove «Dio si è fatto per me così piccolo, tale per cui io possa gettarmi tra le sue braccia e innalzarmi a Lui con la fiducia e con l’amore» .<br />In Gaudete et exsultate, Papa Francesco esortava, in questi termini, a non aver paura di compiere questi passaggi, lasciandoci guidare dal Signore:<br />«Riconosciamo la nostra fragilità, ma lasciamo che Gesù la prenda nelle sue mani e ci lanci in missione. Siamo fragili, ma portatori di un tesoro che ci rende grandi e che può rendere più buoni e felici quelli che lo accolgono. L’audacia e il coraggio apostolico sono costitutivi della missione . Abbiamo bisogno della spinta dello Spirito, per non essere paralizzati dalla paura e dal calcolo, per non abituarci a camminare entro confini sicuri . Dio è sempre novità, che ci spinge a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita. Dio non ha paura!» .<br /><br />Ai Vescovi, la cui vita è qualificata da contatti e relazioni con le persone più disparate , lo stesso Papa Francesco, nel Discorso tenuto nel 2015 ai nuovi Vescovi, invitava a coltivare la dimensione missionaria di Colui che insegna a guardare sempre più lontano:<br />«Come Pastori missionari della gratuita salvezza di Dio, cercate anche chi non conosce Gesù o l’ha sempre rifiutato. Andate nella loro direzione, fermatevi davanti a loro e guardate, senza paura o soggezione, su quali alberi si sono arrampicati . Non abbiate paura di invitarli a scendere subito, perché il Signore vuole entrare, proprio oggi, nella loro casa. Fate loro capire che la salvezza passa ancora sotto l’albero della loro vita, e affrettatevi ad incamminarvi verso la loro abitazione, a volte piena di cose svuotate di senso. Non è vero che possiamo prescindere da questi fratelli lontani. Non ci è consentito di rimuovere l’inquietudine per la loro sorte. Inoltre, occuparci del loro autentico e definitivo bene potrebbe aprire una breccia nel murato perimetro con cui gelosamente tutelano la propria autarchia. Vedendo in noi il Signore che li interpella, forse avranno il coraggio di rispondere all’invito divino. Qualora ciò avvenisse, le nostre comunità saranno arricchite da quanto essi hanno da condividere e il nostro cuore di Pastori si rallegrerà di poter ripetere ancora: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa!”» .<br /><br />In quest’ottica possiamo allora anche comprendere l’insistenza con cui, sin dagli esordi del suo Pontificato, Papa Leone XIV stimola l’azione missionaria della Chiesa ad annunciare una pace disarmante e disarmata, frutto di quell’atteggiamento di benevolenza, originata anzitutto dal costante processo di conversione dei nostri cuori.<br />Ecco perché, concludendo questo mio intervento, da Vescovo, sento particolarmente vere le parole con cui il Cardinale Martini, terminando il suo libretto di descrizione sul profilo che dovrebbe avere oggi un Vescovo, affermava, dopo aver a lui raccomandato le virtù dell’integrità, della lealtà e, a seguire, della misericordia:<br />«Terzo tratto del Vescovo nel postmoderno sarà la pazienza, virtù antichissima eppure sempre necessaria. Il Cardinale Giuseppe Siri, di Genova, soleva dire: “Cinque sono le virtù del Vescovo: primo, la pazienza; secondo, la pazienza; terzo, la pazienza; quarto, la pazienza; quinto, la pazienza con coloro che ci invitano ad avere pazienza”» .<br /><br />Infatti, la missione della Chiesa non si muove secondo i tempi dell’uomo, ma secondo quelli di Dio, dal quale, ogni giorno, dobbiamo imparare l’infinito sguardo d’amore sull’umanità, ascoltando il grido di Gesù sulla croce: «Ho sete!», che attraversa i secoli per raggiungere ogni persona che appare sulla faccia della Terra. . <br /><br />* Segretario aggiunto del Dicastero per l'Evangelizzazione - Sezione per la prima evangelizzazione e le nuovhe Chiese particolari<br />Fri, 30 Oct 2026 13:03:26 +0100Un tempo favorevole per la missione: la Pontificia Unione Missionaria guarda al futuro a 110 anni dalla fondazionehttps://www.fides.org/it/news/78363-Un_tempo_favorevole_per_la_missione_la_Pontificia_Unione_Missionaria_guarda_al_futuro_a_110_anni_dalla_fondazionehttps://www.fides.org/it/news/78363-Un_tempo_favorevole_per_la_missione_la_Pontificia_Unione_Missionaria_guarda_al_futuro_a_110_anni_dalla_fondazioneRoma – «La vitalità dell’impegno missionario della Chiesa dipende in larga misura dalla formazione dei cuori e delle menti». È quanto sottolinea suor Mary T. Barron, Presidente designata delle Pontificie Opere Missionarie, nel messaggio ai partecipanti al Convegno internazionale promosso per il 110° anniversario della Pontificia Unione Missionaria . L’incontro, che si svolge dal 29 al 31 ottobre presso l'Auditorium "San Giovanni Paolo II" della Pontificia Università Urbaniana e presso il Pontificio Collegio Urbano, è dedicato al tema «La missione universale della Chiesa e il servizio dell’Unione Missionaria dalla fondazione al pontificato di Leone XIV». La formazione e l’attualità delle intuizioni del Beato Paolo Manna sono al centro del messaggio di suor Barron e delle relazioni di suor Monika Juszka e padre Vito del Prete.<br /><br />Nel suo saluto, suor Barron invita a non limitarsi alla commemorazione del passato. «Questo anniversario non è soltanto un’occasione per rendere grazie per una straordinaria storia di servizio alla missione della Chiesa, ma anche un invito a guardare al futuro con rinnovata speranza, coraggio e zelo missionario». La vocazione specifica dell’Unione, ricorda, consiste nel suscitare e formare lo spirito missionario dei sacerdoti, delle persone consacrate e dei fedeli laici, promuovendo l’unità delle attività evangelizzatrici. Il motto «Tutta la Chiesa per tutto il mondo» conserva così la propria forza: ogni battezzato è chiamato a partecipare alla missione secondo la propria vocazione e condizione di vita. «Mentre mi preparo ad assumere il servizio di Presidente delle Pontificie Opere Missionarie, desidero esprimere la mia gratitudine per l’inestimabile contributo della Pontificia Unione Missionaria», afferma suor Barron, ricordando che san Paolo VI la definì «l’anima» delle Opere. Prima di concludere : « La vitalità dell’impegno missionario della Chiesa dipende in larga misura dalla formazione dei cuori e delle menti, affinché siano aperti alla missione universale di Cristo e impegnati a costruire una cultura del discepolato missionario.»<br /><br />Suor Monika Juszka e le "sofferenze apostoliche" del Beato Paolo Manna<br /><br />Dopo la lettura del messaggio, Suor Monika Juszka, religiosa della congregazione delle Religiose di Maria Immacolata ha riletto le origini delle PUM attraverso quattro «pietre miliari» dell’esperienza di Paolo Manna: la sua persona e personalità, la sofferenza, la missione in Birmania e la situazione ecclesiale incontrata al ritorno in Italia. Costretto dalla malattia a lasciare definitivamente la Birmania nel 1907, Manna attraversò un periodo segnato dal senso di fallimento e dall’incomprensione. Proprio da quell’esperienza maturò un nuovo impegno: risvegliare nei sacerdoti la coscienza della loro responsabilità missionaria e, attraverso di loro, coinvolgere le comunità cristiane. Come ha ricordato suor Juszka, citando il fondatore, il progetto dell’Unione nacque «dal desiderio di risolvere radicalmente il problema della cooperazione dei cattolici all’apostolato della Chiesa».<br /><br />La religiosa ha ripercorso quindi le tappe che portarono all’approvazione dell’Unione Missionaria del Clero, comunicata il 31 ottobre 1916, chiarendo i diversi ruoli di Paolo Manna e di Guido Maria Conforti, vescovo di Parma e fondatore dei Missionari Saveriani. L’ideatore e fondatore dell’Unione fu Manna; Conforti ne sostenne il progetto e lo presentò al Papa e alla Congregazione di Propaganda Fide. Fu lo stesso Conforti a ribadire questa distinzione quando, nella comunicazione dell’approvazione, l’iniziativa venne attribuita a lui anziché a Manna. Scrivendo a quest’ultimo il 4 novembre 1916, precisava: «Mi spiace solo che nel venerato rescritto sia attribuita a me tale iniziativa, mentre dichiarai apertamente di non essere che procuratore. Ad ogni modo tornerà facile chiarire l’equivoco». Con il termine «procuratore», Conforti indicava dunque il proprio ruolo di portavoce e sostenitore del progetto presso la Santa Sede, non di fondatore. L’Unione, inoltre, non nasceva per affiancare una nuova opera missionaria a quelle già esistenti, ma per ravvivare lo spirito missionario del clero, affinché i sacerdoti le facessero conoscere e le sostenessero nelle proprie comunità.<br /><br />Da questa storia suor Juszka ricava alcune sfide per il presente: una formazione personale nutrita di preghiera e di conoscenza dell’insegnamento missionario della Chiesa; il coinvolgimento dei malati e degli anziani nella cooperazione spirituale; la capacità di vivere la missione nelle circostanze concrete della propria esistenza, mantenendo l’apertura al mondo intero. «Realizziamo questa vocazione essendo testimoni di Cristo lì dove siamo, in ciò che facciamo, ma soprattutto attraverso ciò che siamo e come siamo», afferma la religiosa. Un compito che richiede di «sensibilizzare, animare, risvegliare, ricordare, formare continuamente», perché la chiamata all’evangelizzazione sia riconosciuta e vissuta da tutti.<br /><br />Padre Vito Del Prete: riguardare ai primi tempi del cristianesimo<br /><br />Il rapporto tra l’eredità di Manna e il cammino delle Chiese locali è stato al centro dell’intervento di padre Vito del Prete, del Pontificio Istituto Missioni Estere , già segretario internazionale della PUM e direttore dell'Agenzia Fides. Il missionario ha messo in guardia dal rischio di ridurre la cooperazione alla raccolta di risorse finanziarie, «come se il progresso del Vangelo potesse misurarsi dalla maggiore o minore consistenza del conto in banca». Ha ripetuto la necessita di passare «dall’aiuto alla comunione tra le Chiese per l’annuncio del Vangelo». Le Chiese particolari non sono soltanto destinatarie di sostegno, ha insistito, ma soggetti responsabili della missione universale, chiamati a condividere doni, persone ed esperienze.<br />Alla luce del Concilio Vaticano II, padre del Prete ha richiamato il contributo dell’Unione alla crescita di questa consapevolezza. «Non si tratta di assegnare nuovo ruolo alla PUM, ma di renderla punto di riferimento per l’attività missionaria della Chiesa e delle Chiese», ha affermato. Alla formazione dei pastori e delle persone consacrate spetta un ruolo essenziale, affinché l’annuncio del Vangelo non rimanga confinato a singole iniziative, ma orienti l’intera vita ecclesiale. «Se le Chiese locali, il clero e i religiosi mancano all’ appuntamento con questa nuova coscienza della natura della missione moderna,il Vangelo non farà molti passi. Abbiamo perciò il dovere di ridefinire il nostro essere missionari di fronte ai vasti ambiti della missione del nostro tempo e dei cambiamenti dei modelli ecclesiologici, dentro i quali si pone il ruolo della Unione Missionaria. Alla Unione Missionaria è affidato il compito di animare e formare i pastori e i religiosi alla leadership missionaria, senza la quale, nelle attuali circostanze, lo stesso laicato non realizza in pieno la sua stessa dimensione missionaria, e così non si raggiunge nemmeno quell’obiettivo di rinnovamento della Chiesa. Infatti, la missio ad gentes è il paradigma di tutta l’azione della Chiesa.»<br /><br />In questo tempo, ha concluso padre del Prete, «la PUM, per riprendere identità e vitalità, ha bisogno di radicarsi sul territorio». Occorrono percorsi formativi continuativi, strumenti adeguati e una collaborazione più stretta con le altre forze missionarie. «Si richiedono pazienza, tempi lunghi e azione sistematica», ha osservato, invocando anche «un colpo d’ala, quasi di una nuova fondazione». L’obiettivo è rendere sacerdoti, consacrati e seminaristi missionari nel senso più profondo del termine, «instillando la passione effettiva, e non accademica e letteraria, per il Regno di Dio e l’umanità». Prima di concludere : « Deve, in sinergia con le altre forze ecclesiali, assumersi questo compito di rinnovamento. Per questo ha bisogno di un gruppo, di uno zoccolo duro che faccia rivivere l’entusiasmi dei primi tempi del cristianesimo.»<br /> <br />Fri, 30 Oct 2026 11:38:20 +0100La memoria dei martiri di Thane : un Convegno a Tolentinohttps://www.fides.org/it/news/78362-La_memoria_dei_martiri_di_Thane_un_Convegno_a_Tolentinohttps://www.fides.org/it/news/78362-La_memoria_dei_martiri_di_Thane_un_Convegno_a_TolentinoTolentino – La memoria di un sacrificio che continua a parlare al presente. Sabato 31 ottobre, la città marchigiana di Tolentino si appresta a vivere un momento di riflessione spirituale e storica con il convegno intitolato "I martiri di Thane: l’attualità della loro testimonianza". Promosso dal Comitato per le celebrazioni in memoria del beato Tommaso da Tolentino, con il patrocinio del Comune, l'evento si terrà nella mattinata presso il Politeama ‘Franco Moschini’ ed è pensato per riscoprire le radici di una testimonianza cristiana che affonda nel XIV secolo e che conserva intatta la sua forza evangelica.<br /><br />Il sacrificio di Thane e l'eco in Occidente<br /><br />Le radici dell'incontro affondano nel tragico e glorioso evento consumatosi in India. Era il 9 aprile 1321 quando i frati Minori Tommaso da Tolentino, Demetrio da Tblisi e Giacomo da Padova vennero uccisi nella città di Thane, un centro strategico della regione di Mumbai conquistato appena tre anni prima dai musulmani. Due giorni dopo, il 11 aprile, la stessa sorte toccò al loro compagno Pietro da Siena.<br /><br />La notizia del loro martirio si diffuse rapidamente, suscitando un'ondata di commozione e stupore non solo tra i frati Minori e i domenicani della regione, ma varcando i confini d'Oriente per giungere fino in Occidente. L'eco della persecuzione arrivò persino ad Avignone, allora sede della Curia papale. La drammatica vicenda fu presentata in concistoro dinanzi a papa Giovanni XXII il quale, come tramandato dal frate cronista Elemosina, accolse il racconto versando «lacrime di commozione».<br /><br />Missione e martirio dei primi Francescani in Asia<br /><br />L'evento di Tolentino intende inserire il martirio nel ampio respiro della presenza missionaria francescana in Asia. Già nel XIII secolo, pochi anni dopo la morte di san Francesco d’Assisi, i frati minori avevano intrapreso coraggiosi viaggi verso le terre d'Oriente.<br />Tra le figure di spicco di questa epopea missionaria e diplomatica spicca Giovanni da Pian del Carpine, inviato nel 1245 da papa Innocenzo IV come legato presso i Mongoli. Il suo storico viaggio fino alla corte del Gran Khan a Karakorum diede vita a una delle prime e più attendibili descrizioni dell’Impero mongolo, inaugurando un ponte informativo e diplomatico fondamentale tra l’Europa e l’Asia. In questo solco di audacia apostolica si inserisce la vicenda di Tommaso da Tolentino e dei suoi compagni, il cui sacrificio, lungi dall'essere una fine, si è trasformato nel "seme" fecondo di una duratura presenza francescana in India e in molte altre nazioni asiatiche.<br /><br />Un convegno di alto profilo e il messaggio da Mumbai<br /><br />Per approfondire il legame tra fede, storia e attualità, il convegno di Tolentino vedrà la partecipazione di relatori di altissimo livello accademico ed ecclesiale. Dopo i saluti istituzionali, prenderà la parola fra Alessio Mecella. A seguire, interverrà il dottor Paolo Aranha, consulente storico e fine specialista delle missioni cattoliche in Asia nella prima età moderna, che inquadrerà il contesto geopolitico e religioso dell'epoca.<br /><br />Di rilievo sarà anche l’intervento della dottoressa Valentin Vartui Karakhanian, postulatrice delle cause di beatificazione e canonizzazione nonché ricercatrice presso l’Archivio Storico di ‘Propaganda Fide’ e presso l’Archivio Storico della Segreteria di Stato vaticano. Gli esperti guideranno i presenti in una riflessione incentrata sulla testimonianza di fede dei martiri, capace di generare una memoria feconda e viva per la Chiesa di oggi.<br />Il Comitato organizzatore ha già ricevuto un caloroso messaggio di ringraziamento e incoraggiamento da parte del cardinale Oswald Gracias, arcivescovo emerito di Bombay. «Grazie per avermi inviato informazioni sul programma volto a onorare i Martiri di Thane», ha scritto il porporato in una nota. «Apprezzo profondamente il vostro impegno. Parlerò alla comunità locale della gloriosa storia di coloro che hanno donato la propria vita per la diffusione della Fede a Thane».<br />Un attestato che suggella il gemellaggio ideale tra le Marche e l'India, nel segno di un sangue versato per amore del Vangelo che continua a unire i credenti oltre il tempo e lo spazio. Agenzia Fides 30/10/2026)<br />Fri, 30 Oct 2026 09:15:57 +0100ASIA/INDIA - In India nordorientale la missione passa dalla scuola: l'impegno per dare un futuro ai giovanihttps://www.fides.org/it/news/78361-ASIA_INDIA_In_India_nordorientale_la_missione_passa_dalla_scuola_l_impegno_per_dare_un_futuro_ai_giovanihttps://www.fides.org/it/news/78361-ASIA_INDIA_In_India_nordorientale_la_missione_passa_dalla_scuola_l_impegno_per_dare_un_futuro_ai_giovanidi Paolo Affatato<br /><br />Miao – Essere missionari significa annunciare il Vangelo, raggiungere quanti ancora non hanno incontrato Cristo, sostenere le comunità cristiane in zone remote nel loro cammino. Ma significa anche accompagnare i giovani nella crescita, offrire opportunità educative, promuovere l'incontro tra culture diverse testimoniando l'amore di Dio. Nello Stato indiano dell'Arunachal Pradesh, nel Nordest dell'India, incastonato al confine con Cina e Myanmar, la diocesi di Miao ha vissuto l'Ottobre missionario intrecciando animazione pastorale, preghiera nelle famiglie, iniziative di solidarietà e attività educative rivolte alle nuove generazioni.<br />In occasione del centenario della Giornata missionaria mondiale, le celebrazioni hanno coinvolto parrocchie e centri missionari in un percorso che ha unito la dimensione locale della missione alla solidarietà con la Chiesa universale. «Come cristiani, siamo discepoli missionari, che seguono Gesù e aiutano altri a diventare discepoli. Questa è la necessità più urgente della Chiesa nel nostro contesto», ha affermato il Vescovo di Miao, il Salesiano George Pallipparambil.<br />Nella realtà di Miao, in un territorio dove vivono circa 100mila cattolici su 500mila abitanti, l'evangelizzazione si confronta con la varietà delle comunità indigene, delle lingue e delle tradizioni, ma anche con le difficoltà sociali e con la necessità di offrire ai giovani strumenti per costruire il proprio futuro: «Preghiamo per coloro che non sono stati evangelizzati, per quanti non hanno ricevuto una catechesi sufficiente, e cerchiamo di raggiungere coloro che non hanno ancora sentito parlare di Gesù», ha detto il Vescovo.<br /><br />L'Ottobre missionario<br /><br />Come riferisce all'Agenzia Fides don Felix Anthony, segretario dell’Ufficio per le comunicazioni sociali nella diocesi di Miao, l'Ottobre missionario è diventato un'occasione per tradurre queste parole in gesti concreti. Nella chiesa di Maria Ausiliatrice di Borduria, i fedeli si sono riuniti per contribuire al sostegno delle missioni a al Fondo universale di solidarietà gestito dalle Pontificie Opere Missionarie: «È stato bello vedere la nostra comunità ecclesiale riunirsi e offrire ciascuno il proprio piccolo contributo. Ogni offerta conta», ha osservato il parroco, padre C. J. Mathew, sottolineando il valore della partecipazione di tutti.<br />Nella chiesa di Santa Maria a Loaksim, il programma di animazione missionaria ha voluto approfondire la responsabilità della comunità nell'annunciare il Vangelo. A Khonsa, nella parrocchia Cristo Re, le famiglie si sono ritrovate per recitare il Rosario e pregare per i missionari impegnati nel servizio pastorale e nell'evangelizzazione. La missione di Ozako ha vissuto un momento di preghiera e testimonianza pubblica, con una processione per le strade prima della celebrazione eucaristica. Le diverse Comunità ecclesiali di base, in varie zone della diocesi, hanno preparato pietanze da condividere durante una festa comunitaria con l'obiettivo di raccogliere offerte per le missioni nel mondo. «È importante ricordare che i missionari non sono soltanto i sacerdoti e le suore. Ogni battezzato è un missionario», ha sottolineato Soplum Toh, catechista itinerante della diocesi di Miamo, richiamando il significato di un impegno che coinvolge l'intera comunità cristiana.<br /><br />L'opera di istruzione<br /><br />Accanto alla preghiera e alla solidarietà, l'istruzione rappresenta uno degli ambiti fondamentali in cui si costruisce il futuro delle comunità dell'Arunachal Pradesh. E' un'opera cruciale in un territorio montuoso, caratterizzato da grande diversità etnica e culturale e da insediamenti rurali in cui l'accesso ai servizi e alle opportunità formative risulta arduo.<br />Secondo i dati disponibili, nel distretto di Changlang, dove si trova Miao, il tasso di alfabetizzazione è di circa il 60% dei bambini e ragazzi. Le difficoltà riguardano la possibilità di frequentare la scuola, e l'acquisizione delle competenze fondamentali e si rileva che il 70% bambini e ragazzi del distretto di Changlang sono svantaggiati e sono molto indietro rispetto alle competenze acquisite, nella media, dai loro pari livello in scuole di altri stati dell'India.<br />Vi è poi carenza di insegnanti e gli ostacoli economici che possono impedire ai ragazzi di proseguire gli studi. Le associazione della società civile segnalano le difficoltà degli studenti, costretti a spostarsi fuori dal distretto per frequentare un college, con costi che possono diventare insostenibili per le famiglie.<br />«In tale contesto, garantire un'istruzione di qualità significa offrire ai giovani la possibilità di ampliare le proprie prospettive, sviluppare le proprie capacità e partecipare attivamente alla vita sociale, costruire il loro futuro», rileva don Felix Anthony. «È una sfida che coinvolge le istituzioni pubbliche e le comunità locali e alla quale anche la Chiesa cerca di contribuire attraverso la propria presenza educativa», spiega.<br /><br />Un esempio di questo impegno è "Radiance 2026", manifestazione culturale interscolastica organizzata nei giorni scorsi a Namsai dalla "Newman Educational Society", organismo educativo della diocesi di Miao intitolato al Cardinale John Henry Newman. L'iniziativa ha riunito 530 studenti e 70 accompagnatori provenienti da 20 scuole, attorno al tema "Celebrare le radici, abbracciare nuovi orizzonti", proponendo seminari di canto, danze tradizionali, pittura, teatro, discorsi pubblici e rappresentazioni culturali in cui i ragazzi hanno avuto l'opportunità di valorizzare i propri talenti e conoscere le tradizioni di comunità di altri distretti. In un'area caratterizzata dalla presenza di comunità indigene con proprie specifiche lingue e tradizioni, «l'incontro tra studenti diventa anche un'occasione per superare le distanze, imparare a conoscere l'altro e sviluppare il rispetto reciproco», rileva il Segretario.<br />Nel suo intervento conclusivo, mons. Pallipparambil ha ricordato che l'istruzione «non si riduce ai risultati scolastici e agli esami, ma che favorisce la sensibilità artistica, il rispetto della diversità, la libertà di espressione e la creatività». «Che ciò che avete imparato in questi giorni vi aiuti a guardare oltre le montagne e a puntare alle stelle», ha detto ai ragazzi.<br /><br />Il messaggio lanciato dal Vescovo racchiude una delle sfide più importanti per le nuove generazioni: poter guardare oltre i limiti imposti dall'isolamento geografico dell'India Nordorientale e dalle difficoltà economiche che essi vivono, senza perdere il legame con la propria storia, con la comunità di appartenenza, percorrendo un cammino di crescita umana, culturale e spirituale .<br />«Attraverso la Newman Educational Society, la diocesi di Miao promuove una formazione che va oltre l'apprendimento scolastico e punta a far crescere nei giovani fiducia in se stessi, senso di responsabilità, creatività e capacità di collaborare con persone di contesti differenti. L'educazione è uno spazio di promozione della dignità umana e dei valori del Vangelo, in cui valorizzare le identità culturali e accompagnare all'apertura verso il prossimo e verso il mondo», afferma don Felix.<br /><br />«Le iniziative dell'Ottobre missionario e l'esperienza di "Radiance 2026" - nota - raccontano due dimensioni complementari della presenza della Chiesa di Miao: l'annuncio del Vangelo e la formazione integrale della persona».<br />«La scuola prepara le nuove generazioni ad affrontare le sfide della società, in un territorio dove le difficoltà dell'apprendimento, la disponibilità di personale scolastico e i costi degli studi possono limitare le opportunità dei ragazzi, contribuendo a costruire condizioni migliori per il loro futuro». «La missione, in questa prospettiva, prende forma nella vicinanza quotidiana alle persone, nell'accompagnare e visitare le famiglie, nella formazione cristiana e nella promozione della dignità di ogni ragazzo e di giovane del nostro territorio», conclude don Anthony.<br />Con questa la consapevolezza e con questo spirito, il Vescovo ha voluto richiamare, nel mese in cui si è celebrato il centenario della Giornata missionaria mondiale, il messaggio fondamentale per ogni crdente: «La missione non è un compito delegato a pochi, ma una responsabilità condivisa. Ogni battezzato è chiamato a contribuire all'annuncio di Cristo attraverso la preghiera, la testimonianza e il servizio».<br /><br />I semi della fede<br /><br />Il Nordest dell'India è una macroregione caratterizzata da una complessa diversità etnica, linguistica e culturale, abitata da oltre 200 gruppi tribali che la differenziano nettamente dal resto del paese per tradizioni, costumi e sistemi sociali. La regione sconta un cronico ritardo nello sviluppo infrastrutturale, con un'economia ancora fortemente legata all'agricoltura di sussistenza. Il suo netto isolamento geografico , ha storicamente alimentato sentimenti di alienazione politica e tensioni sociali, traducendosi in prolungati conflitti interetnici e movimenti insurrezionali che hanno rallentato la piena integrazione nella nazione indiana. Il conflitto etnico in corso nello stato di Manipur ne è una testimonianza attuale. La regione del Nordest dell'India include gli stati indiani di Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Mizoram, Nagaland, Tripura e Sikkim <br /><br />Il primo contatto con il cristianesimo in Arunachal Pradesh, dove si trova la diocesi di Miao, avvenne nel 1854 con la presenza di alcuni missionari francesi diretti verso il Tibet. Una tappa fondamentale si ebbe nel 1922 con l'arrivo dei Salesiani nel vicino Stato di Assam, in India nordorientale: le loro istituzioni religiose ed educative aprirono gradualmente la regione alla fede cattolica. Fondamentale è stata l'opera dell'Arcivescovo salesiano Thomas Menamparampil che, da rettore del Don Bosco di Shillong, stabilì contatti con numerosi anziani delle tribù locali che, negli ultimi cento anni, hanno abbracciato il cristianesimo.<br />Con la fondazione della prima missione cattolica, costituita da una scuola, un ostello per studenti e una chiesa a Borduria nel giugno del 1992, vi fu il primo sacerdote residente nell'Arunachal Pradesh.<br />I Salesiani hanno continuato la missione in Arunachal Pradesh, coadiuvati da diverse congregazioni religiose come le Missionarie della Carità . Le stazioni missionarie in zone remote, abitate da comunità indigene non evangelizzate, hanno continuato a crescere dopo che Papa Benedetto XVI ha eretto la diocesi di Miao, nel 2005, affidandola nel 2006 al Vescovo George Pallipparambil SDB, che guida anche la Commissione regionale per l'evangelizzazione del Nordest.<br /><br /><br />Fri, 30 Oct 2026 08:50:00 +0100PAPA IN AMERICA LATINA/I - Cardinale Barreto: la continuità tra Papa Francesco e Leone XIV è “un regalo dello Spirito Santo”https://www.fides.org/it/news/78360-PAPA_IN_AMERICA_LATINA_I_Cardinale_Barreto_la_continuita_tra_Papa_Francesco_e_Leone_XIV_e_un_regalo_dello_Spirito_Santohttps://www.fides.org/it/news/78360-PAPA_IN_AMERICA_LATINA_I_Cardinale_Barreto_la_continuita_tra_Papa_Francesco_e_Leone_XIV_e_un_regalo_dello_Spirito_Santodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Huancayo - Arcivescovo emerito di Huancayo e coinvolto fin dall’inizio nel cammino sinodale amazzonico, il cardinale gesuita Pedro Barreto Jimeno ha seguito da vicino, accanto a papa Francesco, la nascita della Rete Ecclesiale Panamazzonica e della Conferenza Ecclesiale dell'Amazzonia .. <br />A meno di due settimane dalla visita di Leone XIV in Perù, il cardinale peruviano descrive un Paese segnato dalla violenza e dalla sfiducia verso le istituzioni politiche. E accenna a che cosa la Chiesa e la società peruviane possono attendersi dalla visita del Vescovo di Roma.<br />Siete in attesa della visita del Papa. Lei tiene nel cuore qualche speranze e attesa particolare per la Chiesa e per il Paese??<br /><br />PEDRO BARRETO JEMENO: La visita apostolica di Leone XIV ha suscitato un enorme entusiasmo nella popolazione peruviana, perché si tratta di una persona conosciuta e amata. Ha vissuto i suoi primi anni di sacerdote agostiniano nel nord del Perù, nella diocesi di Chulucanas e nell'arcidiocesi di Trujillo. Dopo dodici anni come priore generale degli Agostiniani, papa Francesco lo ha nominato vescovo di Chiclayo, dal 2015 al 2022, e poi Prefetto del Dicastero per i Vescovi, incarico che ha esercitato fino all’ elezione pontificia.<br />Il Perù, nel contesto dell'America Latina e dell'Amazzonia, segue la scia del Concilio Vaticano II, e ci riconosciamo, con Leone XIV, nel cammino di una Chiesa sinodale che ascolta, discerne e annuncia oggi il Vangelo di Gesù Cristo. Per tutto questo la sua presenza in Perù, come Pastore della Chiesa cattolica, ha un significato tutto particolare: torna a casa sua. Ritorna nel Paese che lo ha accolto e che è diventato una cosa sola con lui. Ci ha commosso quando, il giorno della sua elezione, dalla loggia della Basilica di San Pietro, si è rivolto in spagnolo alla sua «amata diocesi di Chiclayo, in Perù, dove un popolo fedele ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto per continuare a essere Chiesa fedele a Gesù Cristo». Per questi motivi ribadisco che la sua visita in Perù sarà «una valanga di amore, di speranza e di rinnovamento».<br /><br />In che modo, secondo lei, ia sua passata esperienza pastorale può influire sul suo modo di incontrare il popolo peruviano durante il viaggio?<br /><br />BARRETO JEMENO: Papa Leone ha un legame profondo con il Perù, con i suoi popoli e le sue comunità. Conosce la costa, le Ande e l'Amazzonia. Tuttavia troverà un Paese sempre più «stanco e sfinito», dove la gente cammina «come pecore che non hanno pastore», come è scritto nel Vangelo secondo Matteo. <br />Da dove viene tanta stanchezza?<br />BARRETO JEMENO: Molti peruviani e peruviane vivono nell'insicurezza, si sentono indifesi e abbandonati di fronte a istituzioni che non riescono a rispondere con efficacia alla violenza, all'insicurezza, all'avanzata della criminalità organizzata e all'impunità. Il numero dei casi di estorsione in Perù è passato da 1.640 nel 2021 a 14.206 nel 2025. E solo tra gennaio e luglio 2026 il Pubblico Ministero ha registrato 13.892 denunce. L'acuirsi dei conflitti, la polarizzazione sociale, politica e religiosa, la crescita della violenza, della criminalità organizzata, della corruzione e delle disuguaglianze, la situazione dei giovani e le sfide che viviamo all'interno della nostra stessa Chiesa indeboliscono la nostra convivenza democratica e la fiducia nelle istituzioni. Siamo un Paese senza speranza, senza orizzonti capaci di mobilitarci.<br />Cosa potrà dire il Papa, davanti a uno scenario così pieno di ombre?<br />BARRETO JEMENO: La presenza e il messaggio di Leone XIV incoraggeranno il popolo peruviano e le istituzioni a creare uno spazio di dialogo «disarmato e disarmante», che rispetti la dignità di ogni persona umana e cerchi il bene comune. In questo senso riceveremo un messaggio esigente, capace di rendere possibili la comunione, la partecipazione e l'azione a favore della giustizia e della pace, mettendo al primo posto i più poveri e gli esclusi della società. <br /><br />Lei ha collaborato con papa Francesco nel cammino sinodale amazzonico. Cosa ritiene essenziale oggi, per continuare qual cammino? <br />BARRETO JEMENO: Le due istanze ecclesiali, la REPAM e la CEAMA, sono espressione autentica dell'opzione per i poveri che la Chiesa assume per fedeltà al Vangelo. Gesù stesso indica come segno della presenza del Regno di Dio in mezzo a noi il fatto che «ai poveri è annunciato il Vangelo». La presenza di missionari della Chiesa cattolica in Amazzonia risale al XVI secolo, iniziò nel 1540, e continua fino ai nostri giorni. La Chiesa si assume la responsabilità di accompagnare i popoli indigeni nell'annuncio del Vangelo e di promuoverne lo sviluppo umano integrale. Per una maggiore efficacia apostolica, Francesco istituisce già il 13 settembre 2014 la REPAM, che ha come missione accompagnare i popoli amazzonici a partire dalle loro culture e dai loro territori, attraverso una rete che coordini le azioni pastorali nella regione. La CEAMA, istituita il 29 giugno 2020, come organismo ecclesiale mira a definire le priorità tra obiettivi e strategie pastorali dei nuovi cammini di evangelizzazione della Chiesa in Amazzonia.<br />Da dove nasceva la sollecitudine di Papa Francesco per l’Amazzonia?<br />BARRETO JEMENO: Innanzitutto Francesco sceglie un luogo: l'Amazzonia, dove vivono popoli indigeni con una grande diversità di culture e lingue, che storicamente hanno subito persecuzione e morte. Inoltre il bacino del Rio delle Amazzoni , in quanto ecosistema vivente, è «uno dei polmoni del mondo che dobbiamo custodire», come è scritto nell’Enciclica “Laudato Si’”. In secondo luogo, Papa Francesco avvia un processo di ascolto, di discernimento e di azione pastorale coordinata, frutto della spiritualità sinodale. Si intraprende così il cammino del rinnovamento della Chiesa. A tal fine ha convocato un Sinodo speciale per l'Amazzonia a Roma, nell’ottobre 2019, che si è concluso con il Documento finale. Papa Bergoglio ci ha inoltre donato l'Esortazione apostolica «Querida Amazonia», del 12 febbraio 2020. Con questa esperienza sinodale, la Chiesa in Amazzonia offre il proprio contributo al processo sinodale della Chiesa universale. È questa la principale eredità di Papa Francesco, che Leone XIV prosegue e approfondisce.<br />Lei che impressione ha avuto riguardo al modo in cui Leone XIV accoglie il processo di rinnovamento della Chiesa in Amazzonia?<br />BARRETO JEMENO: Questa domanda mi porta a sottolineare un dono dello Spirito Santo alla Chiesa: la novità e la continuità nella successione di due vescovi di Roma. Ho avuto modo di conoscerli personalmente entrambi. Sono due Papi diversi per personalità e carattere, ma saldi e decisi sull'essenziale: la sequela di Cristo, il rinnovamento della vita e della missione della Chiesa. I due si conoscevano e hanno lavorato a stretto contatto negli ultimi due anni che hanno preceduto la morte di papa Francesco e l'elezione di papa Leone XIV. Francesco è nato in Argentina; Leone XIV è nato negli Stati Uniti d'America ed è stato naturalizzato peruviano. L'uno latinoamericano, l'altro panamericano. Entrambi decisi ad annunciare all'umanità la buona notizia di Gesù crocifisso e risorto. Non sono in competizione. Si completano. L'uno semina la Parola di Dio, l'altro continua a seminare, e Dio la fa fruttificare nella Chiesa. È questa l'espressione più autentica dell'unità nella diversità. Ricordiamo che la Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Lumen Gentium sulla Chiesa, al paragrafo 8, insegna che essa è al tempo stesso carisma e istituzione, così come «Cristo è vero Dio e vero uomo». Non sono due Chiese. Ce n'è una sola: spirituale, vivificata dallo Spirito Santo, e al tempo stesso visibile, istituzionale, con il Papa, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i laici che, in virtù del Battesimo, formano il Popolo di Dio.<br /><br />l programma del viaggio prevede un incontro del Papa con missionari e rappresentanti dei popoli amazzonici a Pucallpa. Cosa potrà esprimere riguardo al posto dei popoli originari nella missione della Chiesa?<br />BARRETO JEMENO: Papa Leone ha voluto tornare a calpestare la terra amazzonica, questa volta nella città di Pucallpa, domenica 15 novembre prossimo. È un gesto eloquente, segno della volontà di proseguire ciò che papa Francesco aveva avviato. La Chiesa in Amazzonia vi coglie la continuità dell'impegno ad accompagnare i popoli indigeni nella difesa della vita e nella cura del territorio, minacciato dalla deforestazione e dall'estrazione mineraria illegale, in costante aumento. Ascolterà le angosce e le speranze dei popoli indigeni, in particolare il dolore per la violenza che colpisce bambine, bambini, adolescenti e giovani. Penso a quanto accaduto a Condorcanqui, nel nord-est del Perù, dove bambine indigene awajún e wampis hanno subito violenze sessuali da parte dei loro insegnanti, proprio coloro che avevano la responsabilità di educarle e proteggerle. <br /><br />Cosa ricorda della visita di Papa Francesco nell’Amazzonia Peruviana?<br /><br />BARRETO JEMENO Papa Francesco che, in visita a Puerto Maldonado nel gennaio 2018, affermò che l'Amazzonia è una terra santa davanti alla quale dobbiamo toglierci i sandali, come Mosè. Fu lì che papa Francesco definì i popoli indigeni eroici custodi del bioma amazzonico. Papa Leone XIV riaffermerà l'impegno della Chiesa a continuare ad accompagnare i popoli indigeni nella difesa della vita e della loro dignità di persone, e nella cura dell'Amazzonia.<br />Papa Leone XIV ha svolto una parte importante della sua missione in Perù come religioso agostiniano. A suo avviso, quale impronta ha lasciato questa esperienza, unita alle sue origini nell'Illinois, nella sua visione e nell'esercizio del ministero petrino?<br /><br />BARRETO JEMENO: La visita apostolica di papa Leone in Perù riaffermerà la sua stessa esperienza missionaria, vissuta in Perù per vent'anni. Vi ha lasciato un'impronta indelebile con la sua vicinanza e con la forza d'animo con cui ha contribuito a edificare una Chiesa che ascolta, discerne e agisce. Speriamo che la sua presenza tra noi offra un rinnovato impulso per l'evangelizzazione dei nostri popoli: un'evangelizzazione che comprenda una pastorale sociale vicina a chi soffre, che ascolti le voci dei popoli della costa, delle Ande e dell'Amazzonia, che promuova la solidarietà e l'organizzazione comunitaria per il bene comune. La sua visita ci aiuterà a rompere i silenzi, a vincere l'indifferenza e a tornare all'essenziale, perché «nell'incontro con Gesù Cristo nasce e rinasce la gioia», come si legge nel primo paragrafo di Wvangelii gaudium. È questa la nostra fede, che rafforza la speranza e ci spinge a vivere la carità tra fratelli e sorelle. Ricorderà a quanti hanno responsabilità politiche, economiche e sociali che ogni autorità trova il suo senso nel servizio al bene comune. Ci incoraggerà a non rassegnarci di fronte alla povertà, alla disuguaglianza, alla corruzione, alla violenza e all'esclusione. Così costruiremo insieme una pace «disarmata e disarmante». Fri, 30 Oct 2026 15:46:15 +0100AFRICA/ALGERIA - Algeri mette in sicurezza i propri investimenti in Nigerhttps://www.fides.org/it/news/78358-AFRICA_ALGERIA_Algeri_mette_in_sicurezza_i_propri_investimenti_in_Nigerhttps://www.fides.org/it/news/78358-AFRICA_ALGERIA_Algeri_mette_in_sicurezza_i_propri_investimenti_in_NigerAlgeri – Mettere in sicurezza le proprie frontiere meridionali, difendere gli investimenti petroliferi algerini nel Paese e, soprattutto, proteggere il futuro gasdotto destinato a trasportare in Algeria il gas estratto in Nigeria, attraversando il Niger. Sono questi gli obiettivi della missione militare algerina in Niger. L’invio di unità dell’Esercito nazionale del popolo in Niger è stato approvato da entrambe le Camere del Parlamento algerino il 25 ottobre.<br /><br />L’approvazione parlamentare era stata preceduta, il 21 ottobre, dalla firma di un protocollo di cooperazione militare tra i due Paesi, i cui dettagli non sono stati resi pubblici.<br /><br />Il nuovo contingente militare, la cui consistenza non è stata resa nota, si aggiunge al piccolo gruppo di aerei da caccia schierati dall’aviazione algerina a Niamey alla fine di agosto, subito dopo il fallito tentativo di insurrezione militare del 29 agosto .<br /><br />Il progetto del gasdotto trans-sahariano, del valore di 13 miliardi di dollari, che dovrebbe collegare Nigeria, Niger e Algeria, è ancora in fase di realizzazione. Oltre 2.400 chilometri di condotte sono già stati completati tra la Nigeria e l’Algeria, mentre il tratto rimanente, lungo 1.600 chilometri, dovrebbe attraversare il Niger. L’instabilità del Paese mette a rischio l’intero progetto. Il coinvolgimento militare algerino rappresenta, pertanto, una scelta strategica e pragmatica.<br /><br />L’Algeria, che già esporta il proprio gas in Europa attraverso due gasdotti, uno dei quali arriva in Italia e l’altro in Spagna, punta a diventare un hub centrale per le forniture di gas ai Paesi europei. Da qui la decisione di modificare radicalmente la tradizionale politica di non intervento militare all’estero, l’ultima eccezione risale alla guerra arabo-israeliana del 1973, quando su richiesta dell’Egitto, Algeri inviò infatti un’unità corazzata e tre squadroni aerei incaricati di contribuire alla difesa del Cairo. L’attuale scelta di impegnarsi militarmente in Niger risponde dunque anche all’esigenza di garantire la realizzazione del gasdotto.<br /><br />Inoltre, la compagnia petrolifera algerina Sonatrach è presente in Niger nelle attività di sviluppo del giacimento petrolifero di Kafra, situato nel nord del Paese, a circa 85 chilometri dal confine con l’Algeria.<br /><br />Il governo algerino ha modificato il proprio atteggiamento anche nei confronti della giunta militare nigerina, salita al potere con il colpo di Stato del 26 luglio 2023 che rovesciò il presidente Mohamed Bazoum . In un primo momento, Algeri aveva condannato il golpe, richiamandosi alla Carta dell’Unione africana e al principio di non riconoscimento dei governi insediatisi in seguito a colpi di Stato. Tuttavia, l’esigenza di stabilizzare le proprie frontiere meridionali e di proteggere i rilevanti interessi economici nel Paese ha indotto il governo algerino a rivedere la propria politica. <br />Fri, 30 Oct 2026 13:49:31 +0100