Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.ASIA/FILIPPINE - Il suono dei gong della pace: la missione della Chiesa tra i popoli indigeni di Kalinga e Apayaohttps://www.fides.org/it/news/78357-ASIA_FILIPPINE_Il_suono_dei_gong_della_pace_la_missione_della_Chiesa_tra_i_popoli_indigeni_di_Kalinga_e_Apayaohttps://www.fides.org/it/news/78357-ASIA_FILIPPINE_Il_suono_dei_gong_della_pace_la_missione_della_Chiesa_tra_i_popoli_indigeni_di_Kalinga_e_Apayaodi Paolo Affatato<br /><br />Tabuk – I gong tacciono quando tra due comunità scoppia un conflitto. E i gong tornano a suonare quando la pace è ristabilita. Nelle montagne delle Filippine settentrionali, nella regione della Cordillera, sull'isola di Luzon, tra le province di Kalinga e Apayao il suono di questi strumenti tradizionali racconta una storia di divisioni e riconciliazione, ed esprime il desiderio di incontro, dialogo e difesa della vita. «Quando la tua tribù e la mia tribù sono in conflitto tra loro, non suoniamo il gong. Li suoniamo solo quando c'è pace nella comunità», spiega all’Agenzia Fides il Vescovo Sean Buslig Mejia, Vicario apostolico di Tabuk, raccontando il cuore della missione della Chiesa in questa regione, dove l'annuncio del Vangelo passa attraverso la cura delle relazioni, la mediazione nei conflitti e la difesa delle popolazioni indigene e della loro terra.<br />Il Vicariato apostolico di Tabuk comprende due province, Kalinga e Apayao, abitate da gruppi indigeni distinti, con lingue, tradizioni e identità proprie. Nella provincia Kalinga si parla il kalinga, mentre in quella Apayao è diffusa la lingua isnag. La Chiesa, spiega a Fides il Vescovo, cerca di custodire questo patrimonio culturale nel proprio cammino di evangelizzazione: i canti tradizionali entrano nella liturgia, i tessuti locali adornano le celebrazioni e vengono utilizzati persino per i paramenti sacri. L'inculturazione «non è soltanto un modo di rendere familiare il linguaggio della fede, ma un riconoscimento della dignità dei popoli e delle loro tradizioni».<br /><br />La pace, frutto della fede<br /><br />Nell’area Kalinga – racconta il Presule – le diverse sotto-tribù hanno ciascuna il proprio dialetto e il proprio consiglio di anziani. Le relazioni tra comunità possono essere segnate da controversie sui confini e sulla proprietà della terra, oppure da episodi di violenza che, soprattutto quando viene versato del sangue, rischiano di innescare conflitti più ampi.<br />«Per prevenire le tensioni o ricomporre le fratture esiste il bodong, il tradizionale patto di pace attraverso cui le comunità stringono un accordo. In questo processo, gli anziani svolgono un ruolo fondamentale, affiancati anche da rappresentanti della Chiesa», nota. «Uno dei nostri sacerdoti è membro del gruppo di negoziazione della pace. Si tratta di portare la pace di Cristo alle tribù», dice mons. Mejia.<br />La presenza della Chiesa non si limita alla preghiera o all'assistenza pastorale, ma entra nei luoghi concreti in cui le relazioni rischiano di spezzarsi. Anche la celebrazione eucaristica diventa «uno spazio di riconciliazione, in cui persone appartenenti a comunità in conflitto tornano a incontrarsi e a riconoscersi come fratelli e sorelle», ricorda. È un compito che coinvolge l'organizzazione della vita ecclesiale: infatti, prosegue il Vicario apostolico, «l'assegnazione dei sacerdoti alle diverse zone richiede attenzione, perché le tensioni tra le tribù possono mettere a rischio anche la sicurezza di un presbitero proveniente da una comunità in conflitto con quella che dovrebbe servire».<br /><br />La sfida non si esaurisce nella mediazione delle controversie. Il Vescovo osserva che molti fedeli, pur battezzati e formati nelle scuole cattoliche, «hanno ancora bisogno di approfondire la propria fede e di comprenderne le conseguenze nella vita quotidiana. Quando riemergono le rivalità tribali, infatti, il rischio è dimenticare proprio quei valori evangelici che dovrebbero orientare i rapporti con gli altri», osserva.<br />La speranza arriva dalle nuove generazioni: «Molti dei nostri giovani dicono: “Abbiamo chiuso con le lotte tribali, non ne vogliamo più sapere”», riferisce mons. Mejia. «I giovani partecipano agli incontri ecclesiali, si impegnano come volontari e diventano catechisti, contribuendo alla formazione dei bambini. Nelle comunità cristiane trovano un senso di appartenenza e un'identità capace di unire le differenze senza cancellarle», spiega.<br /><br />Le minacce alla “casa comune”<br /><br />La pace, tuttavia, non riguarda soltanto i rapporti tra le comunità. Nelle province di Kalinga e Apayao la pace è strettamente legata alla difesa della terra, dell'ambiente e delle condizioni che permettono ai popoli indigeni di continuare a vivere nei luoghi dei propri antenati.<br />Ad Apayao, il progetto di una grande diga idroelettrica a Kabugao minaccia di sommergere 11 dei 21 barangay, i villaggi della zona. Il cambiamento, sottolinea il vescovo, non comporta soltanto la perdita delle abitazioni: «Le comunità – ammonisce – rischiano di vedere scomparire le proprie fonti di sostentamento e i luoghi di sepoltura dei propri morti, parte essenziale della memoria e dell'identità collettiva».<br />«La Chiesa e il Vicariato apostolico di Tabuk non sostengono il progetto della diga», afferma mons. Mejia, spiegando che la posizione ecclesiale nasce dalla volontà di rispettare la decisione delle popolazioni indigene coinvolte, mentre la questione è oggetto di una battaglia legale.<br />Anche nella provincia Kalinga, le attività minerarie a cielo aperto su larga scala rappresentano una fonte di preoccupazione. Il Vescovo denuncia il rischio che «gli interessi economici alimentino divisioni all'interno delle stesse comunità», secondo una strategia del “divide et impera”: creare fazioni contrapposte, separando persone che condividono la medesima appartenenza culturale e territoriale. «È solo una questione di soldi, di profitto. Questo è molto triste», osserva.<br />Di fronte a questi progetti, la Chiesa accompagna le popolazioni indigene nella difesa dei loro diritti e sostiene il ricorso agli strumenti legali. Ma l’impegno si esprime anche attraverso la sensibilizzazione e le iniziative concrete di cura dell'ambiente, in sintonia con l'enciclica Laudato si'. Piantare alberi, educare al rispetto del creato e promuovere la responsabilità verso il territorio diventano così parte di una stessa missione.<br />«La difesa della ‘casa comune’, in questa regione delle Filippine – nota – non è una questione astratta. Significa proteggere villaggi, fonti di sostentamento, luoghi della memoria e legami comunitari. Significa riconoscere alle popolazioni indigene il diritto di partecipare alle decisioni che riguardano il loro futuro».<br /><br />Una Chiesa giovane<br /><br />In un territorio montuoso e difficile da percorrere, dove per arrivare dalla cattedrale di Tabuk alla comunità missionaria più lontana possono essere necessarie fino a sette ore di automobile, la presenza ecclesiale si costruisce attraverso una rete di relazioni e un impegno quotidiano si sacerdoti, religiosi e laici. «Il Vicariato di Tabuk – riferisce – conta circa 260mila cattolici, 22 parrocchie e stazioni missionarie e 36 sacerdoti, tra diocesani e religiosi. La Chiesa continua a crescere, pur dovendo affrontare le difficoltà legate alle distanze, alla formazione dei catechisti e al sostegno economico dei giovani che desiderano intraprendere il cammino verso il sacerdozio», nota ringraziando i sussidi che la Chiesa locale riceve dal Dicastero missionario e dalle Pontificie Opere Missionarie nel sostenere il cammino di formazione e di studio dei giovani seminaristi.<br />Tra le priorità indicate dal Vescovo vi sono proprio la formazione alla fede, l'accompagnamento delle nuove generazioni e la promozione della pace. «Se non c'è pace tra le tribù, diventa molto difficile aprire le scuole. Il primo frutto della fede è la pace», ribadisce.<br /><br />In quest’ottica, nel 2023, il Vicariato ha promosso l'iniziativa «Il richiamo dei mille gong», con oltre mille suonatori provenienti da diverse tribù e tremila ballerini. L’evento ha dato visibilità alla ricchezza culturale della regione, ma che per il vescovo ha soprattutto un significato spirituale: «Esprime il desiderio che nessuna comunità torni a essere divisa dalla violenza».<br />La preghiera che mons. Mejia affidò allora a quanti partecipavano all'iniziativa era semplice e impegnativa: «Abbiamo pregato e continuiamo a pregare ogni giorno perché non vi siano conflitti intertribali. Perché, quando la pace viene meno, tutto rischia di crollare».<br /><br />A conclusione dell'Ottobre missionario, la testimonianza della Chiesa di Tabuk ricorda che la missione si vive nel rendere riconoscibile il Vangelo attraverso gesti concreti, come «ricomporre le divisioni, educare i giovani alla fraternità, custodire le culture e stare accanto a chi difende la propria terra dagli interessi dello sfruttamento», rileva.<br />Tra le montagne nel Nord delle Filippine, i gong continuano a custodire la memoria della pace. La speranza del Vescovo è «che possano suonare sempre, annunciando comunità riconciliate e popoli capaci di vivere insieme, in fraternità, senza rinunciare alla propria identità». Mons. Mejia conclude: «Cristo è il Principe della pace. Viviamo, preghiamo e operiamo perché pace di Cristo non rimanga soltanto una parola pronunciata durante la liturgia, ma diventi una realtà vissuta nelle relazioni tra le persone e nella cura della casa comune».<br /><br /> <br />Thu, 29 Oct 2026 11:44:15 +0100AFRICA/CAMERUN - “Formare i giovani alla fede e all’inserimento nella vita sociale”https://www.fides.org/it/news/78356-AFRICA_CAMERUN_Formare_i_giovani_alla_fede_e_all_inserimento_nella_vita_socialehttps://www.fides.org/it/news/78356-AFRICA_CAMERUN_Formare_i_giovani_alla_fede_e_all_inserimento_nella_vita_socialeRoma –In Camerun, dove la disoccupazione e le difficoltà di inserimento sociale rappresentano una delle principali sfide per le giovani generazioni, la Chiesa è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale nell’accompagnamento e nella formazione dei ragazzi. In questo impegno si inserisce il Rajec , la rete degli ex membri della Jeunesse Étudiante Chrétienne, che riunisce oltre 500 persone in 18 diocesi del Paese. Riconosciuto dalla Conferenza Episcopale del Camerun nel 2022, il movimento coniuga formazione professionale, promozione dell’imprenditorialità e testimonianza cristiana, cercando di rispondere alle nuove sfide poste dalla trasformazione della società e dalla diffusione dei social media e dell’intelligenza artificiale. Ne parliamo con Jean Claude Fort-Lamy, responsabile nazionale del Rajec, che si trovava a Roma per l'Assemblea del Forum internazionale di Azione cattolica .<br /><br />D. Che cos’è il Rajec e quali sono i suoi obiettivi principali?<br /><br />R. Il Rajec è un movimento di Azione Cattolica che riunisce coloro che hanno militato nella Jeunesse Étudiante Chrétienne del Camerun. La nostra rete ha più di trent’anni di storia ed è riconosciuta dalla Conferenza Episcopale del Camerun dal 2022. Il nostro obiettivo è rafforzare la fede dei membri e continuare a offrire il nostro contributo alla vita e alla missione della Chiesa. Facciamo parte di una rete che non è presente soltanto in Camerun, ma anche in altri Paesi africani e nel resto del mondo.<br /><br />D. Qual è la consistenza della vostra rete sul territorio camerunese?<br /><br />R. Attualmente contiamo più di 500 membri, distribuiti in 18 diocesi. Questa presenza capillare ci permette di essere vicini alle comunità locali e di affrontare le sfide che i giovani incontrano quotidianamente, cercando di offrire risposte concrete ai loro bisogni.<br /><br />D. Quali sono oggi le principali difficoltà che i giovani del Camerun devono affrontare?<br /><br />R. Uno dei problemi più gravi è sicuramente la disoccupazione, che comporta anche notevoli difficoltà nell’inserimento nella vita sociale ed economica. Per questo, attraverso la nostra rete di circoli sociali, cerchiamo di rispondere alle esigenze dei giovani, in particolare degli studenti, aiutandoli a sviluppare competenze che possano favorire il loro futuro.<br /><br />D. In che modo cercate di sostenere concretamente i giovani nella ricerca di un lavoro e nella costruzione del loro futuro?<br /><br />R. In collaborazione con la Conferenza Episcopale, organizziamo corsi di formazione professionale rivolti ai giovani. Un esempio è il laboratorio che abbiamo promosso a margine della nostra Assemblea generale, dedicato a quelle che in francese chiamiamo activités génératrices de revenus, cioè attività produttrici di reddito.<br /><br />L’obiettivo è fornire ai partecipanti gli strumenti di base per avvicinarsi all’imprenditorialità, imparare a sviluppare iniziative economiche e acquisire maggiore autonomia. Vogliamo aiutarli a diventare protagonisti del proprio futuro, favorendo il loro inserimento nella vita economica e sociale.<br /><br />D. La vostra missione, però, non si limita alla formazione professionale. Quale ruolo attribuite alla formazione cristiana?<br /><br />R. La dimensione spirituale è fondamentale. Accanto alla formazione professionale, cerchiamo di educare i giovani a essere «il sale della terra e la luce del mondo» per i loro coetanei. Vogliamo che siano capaci di testimoniare e annunciare il Vangelo in ogni ambito della loro vita: nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nelle relazioni sociali.<br /><br />Crediamo che la fede non debba rimanere confinata alla sfera privata, ma debba tradursi in comportamenti concreti, nella solidarietà, nella responsabilità e nell’impegno per il bene comune.<br /><br />D. Quali nuove sfide pone ai giovani la diffusione dei social media e dell’intelligenza artificiale?<br /><br />R. L’uso sempre più pervasivo dei social media e, oggi, dell’intelligenza artificiale rappresenta una sfida importante. Questi strumenti possono offrire opportunità, ma possono anche disorientare molti ragazzi, influenzando il loro modo di pensare, di relazionarsi e di interpretare la realtà.<br /><br />Per questo è necessario adattare i nostri modelli formativi alle nuove situazioni. Non possiamo continuare a formare i giovani come se il mondo digitale non esistesse: dobbiamo aiutarli a sviluppare senso critico e responsabilità, affinché sappiano utilizzare queste tecnologie in modo consapevole e coerente con i valori cristiani.<br /><br />D. Anche le istituzioni pubbliche stanno prendendo coscienza di questi problemi?<br /><br />R. Sì, lo Stato ha cominciato a riconoscere la portata di queste sfide e la necessità di intervenire. Un esempio è rappresentato dalla normativa che punisce la diffusione di discorsi d’odio sulle reti sociali. Si tratta di un segnale importante, perché mostra come la tutela delle persone e la responsabilità nell’utilizzo degli strumenti digitali siano diventate questioni centrali.<br /><br />Anche noi, come rete di Azione Cattolica, sentiamo la responsabilità di accompagnare i giovani in questo percorso, aiutandoli a vivere la propria fede e la propria cittadinanza in modo consapevole, anche nel mondo digitale. <br />Thu, 29 Oct 2026 11:26:22 +0100100 ANNI DALLE ORDINAZIONI DEI PRIMI VESCOVI CINESI - Il ruolo e la rilevanza delle prime sei diocesi affidate a Vescovi cinesihttps://www.fides.org/it/news/78355-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_VESCOVI_CINESI_Il_ruolo_e_la_rilevanza_delle_prime_sei_diocesi_affidate_a_Vescovi_cinesihttps://www.fides.org/it/news/78355-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_VESCOVI_CINESI_Il_ruolo_e_la_rilevanza_delle_prime_sei_diocesi_affidate_a_Vescovi_cinesidel Prof. Liu Zhiqing*<br /><br />Roma -Il 28 ottobre 1926, esattamente 100 anni fa, Papa Pio XI consacrò a Roma sei vescovi cinesi: Filippo Zhao Huaiyi, Odorico Cheng Hede, Melchior Sun Dezheng, Louis Chen Guodi, Giuseppe Hu Ruoshan e Simone Zhu Kaimin. Erano destinati a guidare rispettivamente il Vicariato Apostolico di Xuanhua, la Prefettura Apostolica di Puqi, la Prefettura Apostolica di Lixian, il Vicariato Apostolico di Fenyang, il Vicariato Apostolico di Taichow e il Vicariato Apostolico di Haimen.<br />La fondazione delle sei circoscrizioni ecclesiastiche affidate al clero cinese e la consacrazione dei sei vescovi diedero un forte impulso al radicamento locale della Chiesa cattolica in Cina, e assunsero un significato epocale nella storia della Chiesa cinese.<br /><br />1. I sei vescovi cinesi, eccellenti rappresentanti del clero nazionale<br /><br />I sei vescovi avevano tutti alle spalle una lunga vita sacerdotale e una vasta esperienza pastorale, e tutti avevano un carattere equilibrato e riflessivo. Al momento della nomina episcopale, Filippo Zhao Huaiyi aveva 46 anni ed era sacerdote da 22; Odorico Cheng Hede aveva 53 anni ed era sacerdote da 26; Melchior Sun Dezheng aveva 57 anni ed era sacerdote da 29; Louis Chen Guodi aveva 51 anni ed era sacerdote da 23; Giuseppe Hu Ruoshan aveva 45 anni ed era sacerdote da 17; Simone Zhu Kaimin aveva 58 anni ed era sacerdote da 28.<br />Il sacerdozio più lungo era quello di Melchior Sun . Il più breve era quello di Giuseppe Hu, che contava comunque 17 anni di ministero. Il più anziano era Simone Zhu , il più giovane Hu .<br />Durante gli studi in seminario, così come prima e dopo l'ordinazione sacerdotale, tutti e sei ricevettero una solida formazione dagli istituti religiosi stranieri. Cinque di loro appartenevano a istituti religiosi: Cheng Hede e Chen Guodi ai Francescani Minori , Sun Dezheng e Hu Ruoshan alla Congregazione della Missione , Zhu Kaimin alla Compagnia di Gesù . L’Arcivescovo Celso Costantini, Delegato apostolico in Cina, commentò: “Con la nomina e la consacrazione dei sei vescovi cinesi nel 1926 si concluse finalmente il lungo periodo di transizione e cominciò un'epoca completamente diversa. Il duro lavoro svolto per molti anni dai missionari stranieri e dai membri dei vari istituti religiosi aveva infine dato i suoi frutti. Ci auguriamo che questa volta si possa aprire un cammino promettente”.<br /><br />2. Caratteristiche dello sviluppo delle sei diocesi<br /><br />Secondo le statistiche pastorali del 1949, le sei diocesi si trovavano in situazioni molto diverse:<br />DiocesiPopolazioneCattoliciPercentuale<br />Puqi700.0005.1250,73%<br />Anguo1.200.00033.2002,77%<br />Fenyang2.100.00015.6000,74%<br />Xuanhua1.700.00036.9002,17%<br />Taichow2.000.0007.8130,39%<br />Haimen5.200.00039.4960,76%<br />Quanto alla loro consistenza complessiva, le sei circoscrizioni si possono suddividere in tre fasce.<br />Prima fascia: Haimen, Xuanhua e Anguo. Ciascuna contava più di 30.000 fedeli e disponeva di un numero relativamente elevato di sacerdoti e religiose.<br /><br />Seconda fascia: Fenyang. Contava più di 15.000 fedeli e disponeva di un numero relativamente elevato di sacerdoti, ma non di religiose.<br /><br />Terza fascia: Taichow e Puqi. Erano le circoscrizioni più deboli: entrambe contavano meno di 10.000 fedeli e disponevano soltanto di alcune decine di sacerdoti e religiose.<br />Dal punto di vista della struttura ecclesiastica, le sei circoscrizioni si dividevano in due categorie.<br />Le cinque circoscrizioni di Anguo, Fenyang, Xuanhua, Taichow e Haimen rimasero Vicariati Apostolici dalla loro istituzione, nel 1926, fino al 1946, quando furono tutte elevate al rango di diocesi.<br />Puqi, invece, rimase Prefettura Apostolica fin dalla sua istituzione. Nel 1926 il prefetto apostolico Cheng Hede era stato consacrato vescovo titolare di Catenna e aveva quindi ricevuto la dignità episcopale. Dopo la sua morte, avvenuta il 14 novembre 1928, i suoi successori, mons. Giuseppe Zhang Jingxiu e mons. Giuseppe Li Daonan, furono però entrambi prefetti apostolici e non vicari apostolici: continuarono quindi a guidare la circoscrizione come sacerdoti, con il titolo di prefetto apostolico. Solo il 10 maggio 1951 la Prefettura Apostolica di Puqi fu elevata a diocesi, e il prefetto apostolico mons. Giuseppe Li Daonan fu elevato alla dignità di vescovo ordinario.<br /><br />3. Le sei circoscrizioni ecclesiastiche cinesi hanno contribuito a promuovere l'inculturazione della Chiesa in Cina<br />Dopo oltre vent'anni di sviluppo, nel 1949 le diocesi affidate al clero cinese erano salite a 24, distribuite in 12 province:<br />•Hebei: 5<br />•Sichuan: 3<br />•Hubei: 3<br />•Shandong: 2<br />•Shanxi: 2<br />•Shaanxi: 2<br />•Jiangsu: 2<br />•Mongolia: 1<br />•Cina nord-orientale: 1<br />•Henan: 1<br />•Zhejiang: 1<br />•Yunnan: 1<br />Otto province, invece, non avevano alcuna diocesi affidata al clero cinese: Gansu, Anhui, Hunan, Jiangxi, Fujian, Guangdong, Guangxi e Guizhou.<br />C'erano inoltre altri tre vicariati apostolici guidati da vescovi cinesi, che alcuni autori considerano anch'essi diocesi affidate al clero cinese. Nel 1937 Zhao Zhensheng divenne vescovo del Vicariato Apostolico di Xianxian, nel 1939 Chen Qiming del Vicariato Apostolico di Zhengding e nel 1941 Zhang Weidu del Vicariato Apostolico di Xinyang.<br />In sintesi, la fondazione delle sei diocesi affidate al clero cinese e la successiva nascita di altre diocesi dello stesso tipo diedero un forte impulso all'inculturazione della Chiesa cattolica in Cina.<br />Secondo le statistiche, nei 24 anni dal 1926 al 1949 i fedeli cattolici in Cina passarono complessivamente da 2.434.517 a 3.304.071. I sacerdoti cinesi passarono da 1.272 a 2.785, e la loro quota sul totale del clero, cinese e straniero, salì dal 41,99% al 51,11%.<br /><br />4. Il ruolo fondamentale di mons. Celso Costantini nell'istituzione delle diocesi affidate al clero cinese<br /><br />Nell'agosto 1922 Papa Pio XI nominò Celso Costantini primo Delegato Apostolico in Cina. Costantini arrivò nel Paese nel novembre dello stesso anno e assunse subito l'incarico, che lasciò nel 1933 per motivi di salute. Durante gli undici anni del suo mandato diede attuazione con determinazione alle tre grandi encicliche dei due Pontefici. Promosse con grande energia l'inculturazione della Chiesa cattolica in Cina e ottenne risultati significativi.<br />Egli riteneva che “il vero proprietario di una missione non è il missionario, ma il clero indigeno e i fedeli, così come i beni di un minore non appartengono al tutore, ma al minore stesso. Quando il minore raggiunge la maggiore età, può diventare autonomo. Purtroppo la Chiesa in Cina ha già trecento anni e viene ancora considerata minorenne”. E sottolineava: “L'attività missionaria è un'opera puramente soprannaturale. Gesù ha fondato una Chiesa cattolica, cioè universale. In Francia è dei francesi, negli Stati Uniti è degli americani, in Cina è dei cinesi. Per risolvere il problema delle missioni bisogna fare tutto ciò che è umanamente possibile e poi affidarsi alla Provvidenza. Un giorno diventerà la Chiesa cinese; nel frattempo potranno essere necessari prove e sacrifici”. Costantini ricordava inoltre: “Quando arrivai in Cina c'erano soltanto 57 diocesi, tutte affidate a stranieri. Quando lasciai il Paese, poco più di dieci anni dopo, c'erano già 121 circoscrizioni missionarie, 23 delle quali erano affidate a vescovi cinesi”.<br />Secondo le statistiche, negli 11 anni della permanenza di Costantini in Cina furono istituite 64 nuove diocesi: 43 affidate a istituti religiosi stranieri e 21 al clero cinese. Le diocesi affidate al clero cinese rappresentavano quindi il 32,8% delle nuove diocesi create in quel periodo.<br />Le 24 diocesi affidate al clero cinese furono istituite principalmente tra il 1923 e il 1938:<br />AnnoNumeroDiocesi<br />19231Puqi<br />19241Lixian <br />19264Fenyang, Xuanhuafu, Taichow, Haimen<br />19271Linqing<br />19296Jining, Zhaoxian, Yongnian, Jiading, Wanxian, Shunqing<br />19301Baoding<br />19324Zhouzhi, Hongdong, Fengxiang, Chifeng<br />19333Zhumadian, Yanggu, Nanchino<br />19351Zhaotong<br />19361Xiangyang<br />19381Shinan<br />Le date di fondazione mostrano con particolare evidenza il ruolo di Costantini.<br />Secondo le statistiche, dal 1923, anno di fondazione della prima diocesi affidata al clero cinese, fino al 1949 furono istituite in Cina soltanto 24 diocesi di questo tipo. Erano appena il 17,27% delle 139 diocesi esistenti allora nel Paese. In 26 anni in Cina erano state create 81 nuove diocesi, ma soltanto 24 furono affidate al clero cinese: oltre il 70% rimase nelle mani degli istituti religiosi stranieri. Dal punto di vista della Chiesa cinese, questa situazione non può che suscitare una certa amarezza.<br />Al tempo stesso, questi numeri mettono ancora più in risalto il contributo di Costantini. Durante il suo mandato furono istituite 21 diocesi affidate al clero cinese, pari all'87,5% delle 24 complessive. Costantini osservò in termini molto critici: “Una missione può essere paragonata a un fiore coltivato in serra. Per crescere rigoglioso deve essere trapiantato in piena terra e mettere radici profonde. I fiori di serra, infatti, non resistono alle intemperie. Così è stato per la Chiesa cinese del passato: quando scoppiava una persecuzione su scala nazionale, i missionari venivano espulsi e tutto scompariva”. Ancora oggi queste parole suscitano profonda commozione e un senso di amarezza.<br /><br />5. Esperienze e insegnamenti connessi alla fondazione delle sei diocesi affidate al clero cinese<br /> Sebbene l'esperienza di Puqi sia stata segnata anche da punti negativi, la sua importanza storica resta considerevole<br />Nel 1923 Costantini incontrò enormi difficoltà quando promosse l'istituzione della Prefettura Apostolica di Puqi. Mancava l'esperienza, e i missionari stranieri erano poco favorevoli alla creazione di diocesi affidate al clero cinese. Il clero straniero manifestò forti riserve, e anche il clero cinese si lamentava delle condizioni estremamente difficili di Puqi. In quell'occasione alcuni francescani statunitensi ricorsero persino a uno stratagemma per impressionare favorevolmente Costantini. Quando egli visitò Puqi, gli riservarono un'accoglienza spettacolare: “Dalla stazione alla chiesa la strada era gremita di gente, ovunque esplodevano petardi e risuonavano gong e tamburi”. L'atmosfera era estremamente festosa. Gli stessi missionari presentarono Puqi come un luogo “situato in un importante punto di passaggio tra nord e sud, raggiungibile direttamente in treno da Hankou, con battelli giornalieri per Jiayu e collegamenti terrestri e fluviali estremamente comodi”. La realtà, tuttavia, era molto diversa.<br />Prima dell'erezione della Prefettura Apostolica di Puqi, nei quattro distretti interessati c'era una sola parrocchia con un sacerdote cinese residente, a Chongyang, e i fedeli erano in tutto appena 729. Il territorio non aveva dunque i requisiti essenziali per costituire una diocesi. Per questo, benché il Vicariato Apostolico di Hankou contasse allora 23 sacerdoti cinesi, soltanto otto si offrirono volontari per prestare servizio a Puqi, tra cui il futuro vescovo Cheng Hede.<br />Nello stesso periodo, i sei distretti relativamente più ricchi di Wuchang e dei dintorni furono affidati ai Francescani statunitensi e andarono a formare la Prefettura Apostolica di Wuchang. Anche questa circoscrizione, però, contava soltanto poco più di 2.000 fedeli e non aveva quindi i requisiti essenziali per diventare una diocesi. In seguito né Puqi né Wuchang conobbero uno sviluppo particolarmente soddisfacente.<br />A ciò si aggiunse un episodio ancora più grave. Alcuni sacerdoti cinesi inviarono alla Santa Sede una denuncia collettiva contro la situazione che si era creata, con ripercussioni negative anche sulla reputazione di Costantini. La Sacra Congregazione de Propaganda Fide dovette adoperarsi per diversi anni prima di riuscire a comporre la controversia. Una persona, tuttavia, merita un elogio particolare: Graziano Gennaro, O.F.M. , allora vescovo del Vicariato Apostolico di Hankou. Egli è passato alla storia della Chiesa cinese per la sua obbedienza. La Prefettura Apostolica di Puqi fu istituita il 12 dicembre 1923. Appena una settimana dopo, il 19 dicembre, mons. Gennaro morì improvvisamente di malattia, a soli 60 anni.<br />Per quanto imperfetta, la fondazione della Prefettura Apostolica di Puqi fu comunque un evento simbolico di grande importanza. Da quel momento i missionari cinesi ebbero una diocesi amministrata da loro stessi, e la Chiesa cinese compì un passo decisivo nel cammino verso l'inculturazione. Il valore simbolico dell'istituzione della Prefettura Apostolica di Puqi supera di gran lunga la sua effettiva rilevanza pratica. Costantini riassunse così l'evoluzione della situazione: “All'inizio i sacerdoti cinesi erano molto scontenti: vedevano che i fedeli erano pochi e le opere poco sviluppate, e alcuni missionari stranieri li influenzavano negativamente. Poco dopo, tuttavia, lasciarono spontaneamente il Vicariato di Hankou e aderirono di buon grado alla nuova diocesi. In seguito, sotto la guida del vescovo Cheng Hede, la diocesi fece notevoli progressi”.<br /> La diocesi di Anguo, modello per l'istituzione delle successive diocesi cinesi<br />Anche la fondazione della seconda circoscrizione ecclesiastica cinese fu travagliata e segnata da numerose difficoltà. Celso Costantini ricorda nelle sue memorie: “Cercai di istituire una seconda diocesi affidata al clero autoctono. Mi dissero che il vicario apostolico di Yanzhou, mons. Han, e quello di Xianxian, mons. Liu, erano di mentalità aperta. Entrambi, però, ritenevano che i tempi non fossero ancora maturi. Il vescovo di Baoding, mons. François Foucquet, mi diede invece un grande aiuto”.<br />Il 15 aprile 1924 fu ufficialmente istituita la Prefettura Apostolica di Lixian , nella provincia dello Hebei. La sua fondazione illustra bene il metodo di lavoro e le capacità diplomatiche di Costantini.<br />Il vescovo di Baoding, mons. Joseph Fabrègues , era stato consacrato nel maggio 1910 e aveva quindi una lunga esperienza episcopale. Costantini ebbe anzitutto un colloquio con lui per ottenerne il sostegno. Ottenuta una risposta favorevole, il 12 giugno 1923 trasferì Fabrègues al Vicariato Apostolico di Pechino come vescovo coadiutore. In apparenza si trattava di una retrocessione, ma in realtà il Vicariato Apostolico di Pechino aveva un'importanza maggiore. Nel settembre 1923 mons. Paul-Léon-Cornil Montaigne fu nominato amministratore apostolico del Vicariato Apostolico di Baoding.<br />Quando fu istituita la Prefettura Apostolica di Lixian, il 15 aprile 1924, Baoding non aveva dunque un proprio vescovo, ma soltanto un amministratore apostolico. Il 18 dicembre 1924 la Santa Sede approvò la nomina di Montaigne a vicario apostolico di Baoding, e il 19 aprile 1925 Costantini si recò personalmente a Baoding per presiedere la cerimonia di consacrazione.<br />Nel gennaio 1930 Montaigne fu trasferito al Vicariato Apostolico di Pechino come vescovo coadiutore. Il vicario apostolico di Pechino, mons. Stanislas-François Jarlin , morì nel gennaio 1933, e Montaigne gli succedette alla guida del Vicariato.<br />Questa serie di trasferimenti, nomine e avvicendamenti mostra con quanta meticolosità Costantini avesse valutato i diversi fattori in gioco nella creazione della circoscrizione di Anguo. Il suo approccio contribuì ad assicurare l'ordinata costituzione e lo sviluppo stabile della seconda circoscrizione ecclesiastica affidata al clero cinese.<br /> Esplorare attivamente nuove vie di inculturazione, affidando al clero cinese circoscrizioni già esistenti<br />I sei Vicariati Apostolici affidati al clero cinese nacquero tutti dallo smembramento di una circoscrizione più ampia, amministrata fino ad allora da un istituto religioso straniero. Tranne Puqi, le altre cinque avevano sostanzialmente i requisiti necessari per costituire una circoscrizione ecclesiastica, ma restavano relativamente deboli per dimensioni, risorse e influenza.<br />Si poneva quindi una questione nuova: era possibile convincere alcuni vescovi appartenenti a istituti religiosi stranieri a cedere al clero cinese determinate circoscrizioni, affidandole così a vescovi cinesi?<br />Si apriva così una nuova via per promuovere l'inculturazione della Chiesa, suggerita proprio dall'esperienza dei primi sei Vicariati Apostolici cinesi.<br />Nel 1928, durante il suo pellegrinaggio a Donglü, nello Hebei, Costantini fece un tentativo in questa direzione. Egli ricorda: “Decisi di affidare il Vicariato Apostolico di Baoding al clero cinese. Ciò suscitò malcontento a Pechino, soprattutto presso l'ambasciata francese. I missionari francesi di Baoding, pur addolorati nell'intimo, mostrarono esteriormente grande cordialità e dignità”. Dopo due anni di sforzi, il progetto andò finalmente in porto.<br />Il 25 gennaio 1930 la Sacra Congregazione de Propaganda Fide approvò il ritiro della Congregazione della Missione dal Vicariato Apostolico di Baoding e il passaggio della sua amministrazione al clero cinese. Mons. Paul-Léon-Cornil Montaigne, C.M., fu trasferito come coadiutore al Vicariato Apostolico di Pechino. Il 26 marzo 1931 il sacerdote cinese Zhou Jishi fu nominato primo vicario apostolico cinese di Baoding e fu consacrato vescovo il 2 agosto dello stesso anno. Il passaggio del Vicariato Apostolico di Baoding al clero cinese ebbe una portata enorme. Se questo modello fosse stato applicato più ampiamente, l'inculturazione della Chiesa cattolica in Cina avrebbe potuto assumere un volto e una dimensione nuovi.<br />In seguito Costantini rivolse la sua attenzione a una circoscrizione dal valore simbolico ancora maggiore: il Vicariato Apostolico di Nanchino. Nanchino era allora la capitale della Repubblica di Cina e il principale centro politico e culturale del Paese. Il Vicariato, una delle principali basi della Compagnia di Gesù in Cina, contava numerosi fedeli, istituzioni ben sviluppate e una fiorente attività pastorale. Esercitava inoltre una notevole influenza in Cina e all'estero.<br />La Compagnia di Gesù aveva avuto un'influenza enorme sullo sviluppo del cattolicesimo cinese, ma non si mostrò particolarmente favorevole né attiva nella creazione di diocesi affidate al clero cinese. Per questo, all'inizio, i gesuiti non risposero positivamente agli sforzi di Costantini.<br />Il 12 maggio 1931 morì il vescovo di Nanchino, mons. Prosper Paris, e il suo coadiutore, mons. Auguste Haouisée , gli succedette alla guida del Vicariato. Costantini ebbe lunghi e approfonditi colloqui prima con l'uno e poi con l'altro di questi vescovi gesuiti, e li incoraggiò a creare una circoscrizione ecclesiastica affidata al clero cinese. Nonostante le forti resistenze, i suoi sforzi cominciarono gradualmente a dare frutti.<br />Il 13 dicembre 1933 Papa Pio XI promulgò il decreto di divisione del Vicariato Apostolico di Nanchino. Il decreto affidava il Vicariato di Nanchino al clero cinese, mentre alla Compagnia di Gesù andava il nuovo Vicariato Apostolico di Shanghai.<br />Il provvedimento fu adottato formalmente 40 giorni dopo che Costantini aveva lasciato l'incarico di Delegato Apostolico in Cina, ma il merito di averne posto le basi e di aver portato avanti il progetto va attribuito a lui. Purtroppo, dopo Baoding e Nanchino, questo processo non ebbe ulteriori sviluppi significativi.<br />Conclusione<br />Alla luce di quanto esposto, per edificare una Chiesa in Cina radicata nella realtà locale occorre innanzitutto permettere e favorire che in Cina la Chiesa sia autenticamente cinese. Affidare ai vescovi cinesi la guida e l'amministrazione della Chiesa in Cina è a sua volta un presupposto fondamentale per la la cosiddetta “sinicizzazione” del cattolicesimo. La storia della fondazione e dello sviluppo delle sei diocesi cinesi offre alla Chiesa cinese numerose esperienze preziose e importanti insegnamenti. Già un secolo fa, l’Arcivescovo Celso Costantini affermava: “Il Pontefice nutriva una profonda sollecitudine per la Cina, auspicava ardentemente che diventasse una nazione forte e sosteneva che la Cina dovesse essere governata dai cinesi”. <br />Auspico sinceramente che la Chiesa in Cina possa continuare a crescere in modo sano e sostenibile e che il suo avvenire sia sempre più promettente. <br /><br />*Università Normale di Anyang<br />Wed, 28 Oct 2026 12:49:12 +0100AMERICA/MESSICO - Ritrovato sano e salvo padre Clemente Morales Topetehttps://www.fides.org/it/news/78354-AMERICA_MESSICO_Ritrovato_sano_e_salvo_padre_Clemente_Morales_Topetehttps://www.fides.org/it/news/78354-AMERICA_MESSICO_Ritrovato_sano_e_salvo_padre_Clemente_Morales_TopeteCuliacán - È tornato sano e salvo padre Clemente Morales Topete, parroco della chiesa di Cristo Resucitado a La Campiña, dopo tre giorni di assenza .<br />A darne l’annuncio è stata ieri, 27 ottobre, la diocesi di Culiacán, attraverso un comunicato stampa. “Con profonda gioia e gratitudine al Signore, ringraziamo i fedeli e le persone di buona volontà per il loro sostegno, la solidarietà e le preghiere durante queste ore di angoscia e speranza”, si legge nella nota.<br /><br />Anche la Conferenza episcopale messicana ha espresso la propria soddisfazione per il ritrovamento del sacerdote, unendosi “con gioia e gratitudine alla diocesi di Culiacán per il felice ritorno del presbitero Clemente Morales”. La CEM ha inoltre ringraziato “le autorità statali e federali per il loro sostegno e la loro collaborazione, così come per le preghiere e la solidarietà di tante persone che hanno accompagnato questa ricerca”.<br /><br />“Che questa speranza raggiunga tutte le famiglie che vivono l’angoscia della scomparsa di una persona cara e che presto possano ritrovarle sane e salve. Che Santa Maria di Guadalupe e San Giuseppe ci accompagnino”, conclude il comunicato.<br /><br />Secondo le informazioni diffuse dalla diocesi di Culiacán e dalla Commissione statale di ricerca di Sinaloa, il sacerdote è arrivato a bordo della propria auto alla parrocchia di Cristo Resucitado, situata nel quartiere di La Campiña. Stando alle prime informazioni, le sue condizioni generali sono buone ed è stato posto sotto osservazione medica.<br /><br />Al momento, non risultano comunicazioni ufficiali che confermino un rapimento del sacerdote o il coinvolgimento di gruppi criminali nella sua scomparsa. Non vi è quindi alcuna conferma ufficiale che sia stato rilasciato da membri di un’organizzazione criminale. <br />Secondo il Centro multimediale cattolico , in Messico risultano ancora dispersi altri tre sacerdoti: padre Santiago Álvarez Figueroa, della diocesi di Zamora, scomparso il 29 dicembre 2012; padre Carlos Ornelas Puga, di cui si sono perse le tracce il 3 novembre 2013; e padre Francisco Núñez Martínez, missionario della Santissima Trinità, scomparso il 7 febbraio 2025 a Temascalapa, nello Stato del Messico. <br />Wed, 28 Oct 2026 12:40:32 +0100VATICANO/CINA - "Il Volto della Chiesa universale in Cina": all'Urbaniana il Convegno per i 100 anni dalle ordinazioni dei primi sei Vescovi cinesi, con i Vescovi di Pechino e Haimenhttps://www.fides.org/it/news/78353-VATICANO_CINA_Il_Volto_della_Chiesa_universale_in_Cina_all_Urbaniana_il_Convegno_per_i_100_anni_dalle_ordinazioni_dei_primi_sei_Vescovi_cinesi_con_i_Vescovi_di_Pechino_e_Haimenhttps://www.fides.org/it/news/78353-VATICANO_CINA_Il_Volto_della_Chiesa_universale_in_Cina_all_Urbaniana_il_Convegno_per_i_100_anni_dalle_ordinazioni_dei_primi_sei_Vescovi_cinesi_con_i_Vescovi_di_Pechino_e_HaimenRoma – Cento anni fa sei sacerdoti cinesi salparono da Shanghai per ricevere la consacrazione episcopale dalle mani del Successore di Pietro, Papa Pio XI, nella Basilica Vaticana. Nei prossimi giorni, anche due Vescovi giungono dalla Cina a Roma per fare memoria di quell'evento. <br /><br />Giovedì 5 novembre la Pontificia Università Urbaniana ospiterà il Convegno internazionale "Il Volto della Chiesa Universale in Cina. 100 anni dalla Consacrazione dei primi sei Vescovi Cinesi", con la partecipazione di Giuseppe Li Shan, Vescovo di Pechino, e di Ignazio Ding Zuyao, Vescovo di Haimen.<br /><br />Il 28 ottobre 1926, nella Basilica di San Pietro, Pio XI consacrò Odorico Cheng Hede, Melchior Sun Dezhen, Giuseppe Hu Ruoshan, Filippo Zhao Huaiyi, Simone Zhu Kaimin e Aloysius Chen Guodi: i primi cinesi divenuti Successori degli Apostoli in epoca contemporanea. Fino ad allora, fatta eccezione di Gregorio Luo Wenzao , i Vescovi della Chiesa di Roma insediati in Cina erano stati tutti missionari stranieri. Nell'omelia della messa di Consacrazione, Papa Ratti confidò di non riuscire a trattenere la gioia davanti a quelle «primizie e germogli novelli dell'Episcopato Cinese». <br /><br />L’ordinazione dei sei vescovi cinesi celebrata a Roma nel 1926 fu un passaggio cruciale della svolta missionaria sostenuta dalla Santa Sede nei primi decenni del XX Secolo, volta anche ad affrancare l'opera apostolica dalla mentalità coloniale. Una svolta ispirata dalla Lettera apostolica “Maximum illud” , in cui Papa Benedetto XV aveva ripetuto che la fede cattolica «non è straniera ad alcuna nazione», e che aveva dato forza anche al “Concilio di Shanghai” del 1924, la prima grande Assemblea sinodale della Chiesa in Cina, dove i Padri sinodali avevano chiesto anche di favorire la crescita e la formazione del clero autoctono. <br /><br />Uno dei protagonisti di quel cammino fu l'Arcivescovo Celso Costantini, primo Delegato apostolico in Cina, che accompagnò i sei Vicari apostolici nel viaggio iniziato a Shanghai il 10 settembre 1926.<br /><br /><br />Due Vescovi dalla Repubblica Popolare Cinese e tre Cardinali tra i relatori<br /><br />I lavori si apriranno alle 10.30 con il saluto del Prof. Andrea D'Auria, Decano della Facoltà di Diritto Canonico dell'Urbaniana. La sessione del mattino, coordinata dal padre gesuita Luciano Morra, SJ, Direttore della Commissione Pastorale per la Cina, prevede l'intervento del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, e la proiezione del documentario "Un lungo viaggio. L'avventura dei 6 Vescovi cinesi consacrati a Roma da Pio XI nel 1926", di Teresa Tseng Kuang Yi. Seguiranno gli interventi del Vescovo Li Shan; il Cardinale gesuita Stephen Chow Sau Yan, Vescovo di Hong Kong, su “inculturazione, sinicizzazione e interculturalità della formazione”, e del Prof. Mario Luigi Grignani, Decano della Facoltà di Missiologia e docente di Storia della Chiesa missionaria, sulla svolta missionaria tra Benedetto XV e Pio XI.<br /><br />Il pomeriggio sarà coordinato dalla Dot.ssa Marta Zhao Nan, responsabile dell'edizione cinese dell'Agenzia Fides. Dopo l'intervento del Vescovo Ding Zuyao, parleranno la Prof.ssa Elisa Giunipero, docente di Storia della Cina all'Università Cattolica del Sacro Cuore, che dedicherà la sua relazione ai “sei Vescovi e la costruzione della Chiesa locale”; il Prof. Liu Guopeng, dell'Accademia Cinese delle Scienze Sociali, sull'evoluzione del sistema di consacrazione dei Vescovi in Cina; il Vescovo Juan Ignacio Arrieta, Segretario emerito del Dicastero per i Testi Legislativi, sugli aspetti giuridici di quelle ordinazioni; e Mons. Flavio Belluomini, archivista del Dicastero per l'Evangelizzazione, che farà riferimento ai documenti dell'Archivio Storico di Propaganda Fide. Le conclusioni saranno affidate al Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione. Canti cinesi scandiranno la giornata.<br /><br />La presenza dei due Vescovi della Repubblica Popolare Cinese appare rilevante. Nel 1998 le sedie dei due Vescovi invitati da Giovanni Paolo II al Sinodo per l'Asia erano rimaste vuote; nel 2005 nessuno dei quattro Vescovi cinesi invitati da Benedetto XVI aveva potuto raggiungere Roma. Come ha documentato Fides, eventi un tempo considerati eccezionali iniziano a divenire consuetudine: nel maggio 2024 il Vescovo di Shanghai Giuseppe Shen Bin era intervenuto proprio all'Urbaniana al convegno sui cento anni del Concilio di Shanghai.<br /><br />Il Vescovo Ding Zuyao, 40 anni, è stato consacrato il 15 ottobre a Nantong, diciannovesimo Vescovo ordinato nel quadro dell'Accordo provvisorio tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese. Guida una diocesi vacante dal 2023 e dalla forte portata simbolica: il primo Vescovo di Haimen fu il gesuita Simone Zhu Kaimin , uno dei sei consacrati da Pio XI. Il Vicariato apostolico di Haimen, eretto l'11 agosto 1926, fu istituito su suggerimento di Costantini proprio con l’intenzione di affidare a un rappresentante del clero cinese la guida di una nuova circoscrizione ecclesiastica. A Lisieux, durante il viaggio compiuto in Europa, dopo la consacrazione, dai Vescovi cinesi ordinati a Roma, la sorella maggiore di Santa Teresa di Gesù Bambino donò a Zhu Kaimin una reliquia, oggi venerata nella cattedrale. Il nuovo Vescovo è stato parroco a Caojiazhen, detta "la Lisieux cinese": erede diretto, a un secolo di distanza, del primo pastore cinese della sua Chiesa.<br /><br />Anche Pechino è intimamente legata alle consacrazioni episcopali del 1926. Due dei sei consacrati, Filippo Zhao Huaiyi e Melchior Sun Dezhen, erano nati a Pechino e vi si erano formati. Zhao, entrato nel 1893 nel seminario minore presso la chiesa di Beitang, oggi cattedrale della diocesi, fu segretario di Costantini; Sun insegnò per dodici anni nel seminario minore della capitale. Il Vicariato di Xuanhua, affidato a Zhao, era stato separato da quello di Pechino. <br /><br />Il Vescovo Giuseppe Li Shan è stato ordinato nel 2007 con il mandato apostolico di Benedetto XVI e con il riconoscimento delle autorità civili. La sua presenza a Roma, dove nel 1926 sei Vescovi cinesi ricevettero la successione apostolica dalle mani di Papa Pio XI, rende visibile quella comunione con il Vescovo di Roma che resta «segno irrinunciabile» dell'appartenenza alla Chiesa cattolica. <br /><br />Per partecipare è necessario registrarsi tramite il QR code riportato sul programma allegato, o scrivere alla e-mail episcopisinenses@propagandafide.va. Per informazioni, tel. +39 0669895844.<br /><br /> <br /><br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="http://www.fides.org/it/attachments/view/file/Programma_Convegno.pdf">PROGRAMMA CONVEGNO</a>Wed, 28 Oct 2026 11:43:27 +0100AFRICA/CONGO RD - Riparte la guerra nel Sud Kivu, un generale congolese si unisce ai ribellihttps://www.fides.org/it/news/78352-AFRICA_CONGO_RD_Riparte_la_guerra_nel_Sud_Kivu_un_generale_congolese_si_unisce_ai_ribellihttps://www.fides.org/it/news/78352-AFRICA_CONGO_RD_Riparte_la_guerra_nel_Sud_Kivu_un_generale_congolese_si_unisce_ai_ribelliKinshasa – Il 26 ottobre sono ripresi i combattimenti nel Sud Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo , sugli altipiani di Fizi.<br /><br />L’obiettivo rimane la città di Uvira, roccaforte delle forze governative, sostenute da elementi dell’esercito burundese e dai miliziani filogovernativi Wazalendo, impegnati nei combattimenti contro le forze ribelli guidate dall’ex presidente congolese Joseph Kabila.<br /><br />La novità sul piano politico è la recente costituzione del Fronte per la Rifondazione della Nazione , presieduto da Kabila. Il nuovo movimento si presenta come successore dell’M23, gruppo armato filoruandese, e del suo braccio politico, l’Alleanza del Fiume Congo .<br /><br />All’FRN stanno aderendo anche alcuni alti ufficiali delle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo . Tra questi figura il generale di brigata François Kamanzi, già comandante delle operazioni della 12ª Regione militare nella provincia del Kongo Centrale, che ha disertato dalle FARDC per unirsi al nuovo movimento.<br /><br />Originario dell’est della RDC, Kamanzi aveva già prestato servizio in movimenti ribelli sostenuti dal Ruanda, tra cui il Congresso nazionale per la difesa del popolo e l’M23, prima di entrare nelle FARDC nell’ambito del processo di integrazione degli ex combattenti. Secondo fonti giornalistiche congolesi, nelle prossime settimane altri generali e alti ufficiali delle FARDC potrebbero unirsi all’FRN.<br /><br />La ripresa dei combattimenti nei pressi di Uvira era stata preannunciata da una nota inviata il 23 ottobre all’Agenzia Fides dall’ACMEJ , organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani con sede nella piana di Ruzizi.<br /><br />“Nel Sud Kivu, nonostante il cessate il fuoco, si verificano regolarmente scontri sul terreno tra i soldati delle FARDC e quelli dell’M23/AFC, ora FRN, affiancati dalle forze ruandesi. Arrivano inoltre regolarmente rinforzi di militari dal Ruanda”, si legge nella nota.<br /><br />L’ACMEJ riferisce inoltre che, durante un discorso pronunciato a Kamanyola il 17 ottobre, una delegazione dell’FRN e del Ruanda avrebbe comunicato alla popolazione civile l’intenzione di lanciare una nuova offensiva contro i villaggi della piana di Ruzizi, le zone degli altipiani e parte del territorio di Mwenga. Secondo quanto riportato dall’organizzazione, l’obiettivo sarebbe riconquistare Uvira e avanzare verso Fizi, per poi estendere il controllo al Katanga.<br /><br />“Fonti concordanti, attendibili e verificate hanno riferito che, a partire dal 20 ottobre 2026, i militari dell’FRN e i loro alleati ruandesi, stanziati a Kamanyola e Katogota insieme ad altri contingenti giunti dal Ruanda, hanno iniziato ad attaccare i villaggi di Katogota e Lubarika, situati sugli altipiani medi. Il piano prevede di raggiungere Lubarika, scendere verso Luvungi e procedere alla conquista della città di Uvira”, prosegue la nota.<br /><br />Come riferiscono da tempo fonti missionarie all’Agenzia Fides, l’obiettivo strategico attribuito all’M23, ora confluito nell’FRN secondo la ricostruzione riportata, sarebbe quello di avanzare dalla piana di Ruzizi verso il Katanga, assumendo così il controllo delle principali aree minerarie della RDC . <br />Wed, 28 Oct 2026 11:42:00 +0100ASIA/MYANMAR - L’Azione Cattolica nello stato Shan, travagliato dalla guerra: una presenza che dona speranza in tempo di crisihttps://www.fides.org/it/news/78351-ASIA_MYANMAR_L_Azione_Cattolica_nello_stato_Shan_travagliato_dalla_guerra_una_presenza_che_dona_speranza_in_tempo_di_crisihttps://www.fides.org/it/news/78351-ASIA_MYANMAR_L_Azione_Cattolica_nello_stato_Shan_travagliato_dalla_guerra_una_presenza_che_dona_speranza_in_tempo_di_crisidi Paolo Affatato<br /><br />Taunggyi – «Preghiamo, preghiamo, preghiamo». Philip Aung Moe, responsabile dell’Azione Cattolica nell’Arcidiocesi di Taunggyi, nello Stato Shan, in Myanmar, ripete più volte queste parole parlando della situazione nello stato Shan e della speranza della popolazione di fronte al prolungato conflitto civile in corso in Myanmar. L’uomo - che l’Agenzia Fides ha incontrato a margine della recente assemblea Assemblea del Forum internazionale di Azione cattolica a Roma - racconta di una comunità che continua a riunirsi, a celebrare l’Eucaristia, a sostenere le famiglie e a cercare nella fede la forza per andare avanti: «La fede a Taunggyi è forte. È una forza quotidiana, che non elimina la paura, ma aiuta ad attraversarla. E, accanto alla preghiera – sottolinea – c’è l’azione, l’impegno di tanti cristiani che si donano al prossimo senza riserve, che si mettono a servizio dei più poveri, degli sfollati, dei vulnerabili».<br /><br />Nella città di Taunggyi, capoluogo dello Stato Shan e sede dell’Arcidiocesi cattolica, la situazione appare relativamente meno violenta rispetto ad altre località: «Non si avvertono bombardamenti o sparatorie perché l’esercito birmano mantiene il controllo militare del territorio», racconta a Fides. «Ma la guerra non è lontana: entra nella vita delle famiglie attraverso la paura del reclutamento obbligatorio, l’incertezza sul futuro e la partenza di tanti giovani che cercano di sottrarsi alla possibilità di essere arruolati», osserva. «I giovani, hanno paura di restare. Perciò fuggono, se ne vanno, anche nei paesi vicini. E così abbiamo perso molti giovani», osserva Philip. L’arruolamento nella file dell’esercito birmano, che coinvolge uomini e donne, è fonte di angoscia per la popolazione. <br />Nella sua testimonianza, Philip Aung Moe spiega che la violenza non si manifesta soltanto attraverso gli scontri armati, «ma anche nella difficoltà di progettare la propria vita»: «Per i giovani, restare significa convivere con il timore di essere costretti a combattere; partire significa lasciare la famiglia, il lavoro, gli studi e la propria comunità. La guerra così nega il futuro dei nostri giovani», dice.<br /><br />Il quadro locale dello Stato Shan, nella parte orientale del paese, si inserisce nella più ampia crisi del Myanmar, precipitato nella guerra civile dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021. Nello Stato Shan, il territorio si ritrova spaccato tra l'influenza dell'esercito, il controllo delle milizie etniche e la fortissima pressione economica della Cina, che confina proprio sul versante birmano dello stato Shan. <br />La situazione è resa particolarmente complessa dalla presenza di numerose organizzazioni armate etniche, con alleanze e rivalità che cambiano a seconda dei territori. Non esiste una semplice contrapposizione tra “esercito” e “gruppi della resistenza”: la popolazione civile si trova spesso intrappolata in una situazione frammentata, per cui in un distretto o una città può esservi relativa assenza di combattimenti; in altre zone si registrano scontri e imboscate, che creano massiccio sfollamento della popolazione. In tutto il Myanmar, secondo le Nazioni Unite, oltre 4 milioni di persone risultano sfollate a causa del conflitto e circa 16,2 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria.<br /><br />Una Chiesa che si fa prossima<br /><br />In questo contesto, Philip Aung Moe racconta l’impegno dell’Azione Cattolica a Taunggyi: «Siamo presenti e ci riuniamo nel complesso della cattedrale di San Giuseppe, dove opera l’arcivescovo Basilio Athai, che desidera che questa realtà laicale diventi sempre più un punto di riferimento per la comunità. I membri dell’associazione non si limitano a organizzazione delle attività parrocchiali: manteniamo viva la vita pastorale, cerchiamo di sostenere chi soffre e si far sentire alle persone che non sono sole», riferisce.<br />I gruppi dell’Azione Cattolica animano la liturgia, collaborano con i sacerdoti e accompagnano le comunità nelle loro necessità. Con i membri di altri gruppi ecclesiali come la “Legione di Maria”, «visitano gli ammalati negli ospedali, porta la preghiera nelle case delle famiglie povere e si prendono cura di chi attraversa momenti difficili». E, con l’associazione delle madri intitolata a “Sant’Anna”, «le nostre donne offrono un ulteriore spazio di preghiera, formazione e sostegno». Vi è, poi, un servizio particolarmente sentito: «L’aiuto alle famiglie durante il lutto, che in questi anni di guerra è divenuto molto più frequente. Lo facciamo attraverso l’accompagnamento spirituale, le visite di conforto, la solidarietà, ma anche il supporto concreto per le esequie e la sepoltura».<br />Sono gesti che, in tempi ordinari, potrebbero apparire come attività consuete della vita ecclesiale ma che, in un paese segnato dalla guerra, assumono un significato più profondo: visitare un malato, pregare con una famiglia, accompagnare chi ha perso una persona cara significa «ricostruire legami in una società sottoposta alla pressione della violenza e dell’incertezza». L’Azione Cattolica diventa così «una rete di prossimità, capace di raggiungere le persone nei luoghi in cui vivono e soffrono, senza attendere che le grandi condizioni politiche cambino», rileva.<br /><br />In tal senso Philip rimarca: «Quando si parla di pace e di dialogo, molti fedeli sentono di poter fare soprattutto una cosa: pregare. Crediamo nella forza della preghiera. Tutti i giorni preghiamo insieme con il parroco durante la messa, durante gli incontri di preghiera, invocando da Dio la pace. Per una soluzione politica - aggiunge - si può soltanto sperare nelle decisioni dei leader, che ascoltino il grido di un popolo che è stanco della guerra». Questa consapevolezza non equivale alla rassegnazione, ma significa «non lasciare che la guerra distrugga anche la vita comunitaria». Così «la preghiera condivisa è uno spazio in cui la paura può essere affidata al Signore, e in cui tenere viva la speranza, impedendo che il conflitto diventi l’unico orizzonte possibile».<br /><br />La missione dei laici<br /><br />Come ricorda Philip Aung Moe, l’Azione Cattolica in Myanmar affonda le proprie radici nel lavoro dei missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere , che hanno contribuito a promuovere una Chiesa capace di affidare responsabilità crescenti ai laici locali. L'uomo ricorda con gratitudine questa origine: «I nostri missionari dall’Italia, i sacerdoti PIME, hanno portato tutta questa idea nella nostra diocesi. Hanno voluto far crescere la consapevolezza e la spiritualità dei laici e sono stati i fondatori di questa esperienza ecclesiale». Tra le figure legate alla storia della missione in Myanmar Philip ricorda fratel Felice Tantardini, missionario del PIME, per il quale la comunità di Taunggyi nutre una particolare devozione.<br />L’intuizione di favorire la crescita della Azione Cattolica – prosegue – «era quella aiutare i cristiani locali a riconoscere la propria responsabilità nella vita della Chiesa e nella missione. Come ci hanno insegnato i missionari, i laici non sono soltanto ‘destinatari’ o 'collaboratori', ma protagonisti dell’annuncio, della formazione, della solidarietà e della presenza cristiana nella società».<br />Questa scelta appare particolarmente importante nel Myanmar di oggi, in cui le comunità sono disperse su territori difficili, attraversati da divisioni etniche e linguistiche, mentre la guerra rende rischiosi gli spostamenti. L’esperienza dell’Azione Cattolica di Taunggyi, inserendosi n una storia di ampia partecipazione dei laici alla missione, «contribuisce a rendere la Chiesa locale capace di sostenersi e di continuare a operare nelle situazioni più difficili». L’impegno dell’associazione comprende, oltre alla vita parrocchiale, iniziative di servizio e formazione, in particolare attraverso i giovani, chiamati a raggiungere anche le comunità più isolate: «Anche se abbiamo un numero molto piccolo di cattolici – riconosce Philip - il servizio e la presenza dei laici possono contribuire a far conoscere la fede e a renderla visibile attraverso le opere».<br /><br />Oltre i confini della comunità<br /><br />Nello Stato Shan dove, come in tutto il Myanmar, il buddismo è la religione predominante e convivono diverse identità etniche e confessionali, la presenza cattolica è una minoranza. Nell'Arcidiocesi di Taunggyi vi sono circa 8.000 fedeli su 1,9 milioni di abitanti, in larga maggioranza buddisti. Per questo, Philip sottolinea l’importanza del dialogo interreligioso e della collaborazione con altre confessioni cristiane e con altre comunità religiose: «La fraternità si costruisce anche al di fuori degli spazi ecclesiali, attraverso rapporti di fiducia e iniziative di solidarietà», nota. In una regione dove i gruppi armati possono trovarsi su fronti contrapposti e le appartenenze etniche diventano talvolta motivo di divisione, il dialogo assume un valore più alto: «Significa riconoscere che la sofferenza non distingue tra credenti e non credenti, tra cattolici e buddisti, tra una comunità etnica e un’altra. Le famiglie che temono il reclutamento, i giovani costretti a partire, i malati e le persone impoverite dalla crisi condividono bisogni che nessuna appartenenza cancella». L’Azione Cattolica, dice, contribuisce a mantenere aperti questi spazi di incontro «attraverso la disponibilità al servizio e la collaborazione con chiunque sia disposto a darsi da fare per il bene comune». Non è una missione che cerca visibilità ma, nota il leader di AC, «una presenza che si rende riconoscibile nella prossimità, e così la nostra comunità testimonia la propria fede, rispettando la libertà e la dignità degli altri».<br /><br />La speranza futura<br /><br />Quando gli viene chiesto che cosa si aspetti dal futuro, Philip non nasconde i limiti della situazione: «La popolazione può pregare e mantenere viva la solidarietà, ma la pace rimane affidata alla responsabilità dei leader politici». In un contesto di guerra, «non abbiamo soluzioni immediate, non abbiamo il potere di influire su chi combatte o sui gruppi armati, ma possiamo cercare di tendere la mano a chi soffre e subisce le conseguenze della violenza. Possiamo custodire la fede e la speranza e mantenere aperta la possibilità della convivenza, fedeli ciò che è possibile fare oggi, grazie alla Providenza e all’aiuto di Dio che non ci abbandona». <br /><br /><br />Wed, 28 Oct 2026 10:58:10 +0100Il cardinale Tagle collegherà l’eredità missionaria di Macao (450 anni di storia) alla missione in Asia nell’era dell’intelligenza artificialehttps://www.fides.org/it/news/78350-Il_cardinale_Tagle_colleghera_l_eredita_missionaria_di_Macao_450_anni_di_storia_alla_missione_in_Asia_nell_era_dell_intelligenza_artificialehttps://www.fides.org/it/news/78350-Il_cardinale_Tagle_colleghera_l_eredita_missionaria_di_Macao_450_anni_di_storia_alla_missione_in_Asia_nell_era_dell_intelligenza_artificialedi padre John Mi Shen* <br /><br />Macao - Il cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e Decano del Collegio cardinalizio, inviterà la Chiesa cattolica in Asia a collegare la sua ricca eredità missionaria con nuovi percorsi di annuncio del Vangelo. Lo parà intervenendo avanti ai vescovi asiatici e alla Chiesa di Macao, il 31 ottobre.<br /><br />Il suo intervento, intitolato «Magnifica Humanitas: percorsi sinodali per l’evangelizzazione in Asia», costituirà il momento culminante di un incontro di quattro giorni organizzato dall’Ufficio per la Comunicazione Sociale della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche dal 27 al 31 ottobre. <br /><br />All’insegna del tema «Magnifica Humanitas e i percorsi sinodali di evangelizzazione in Asia: comunicare Cristo nell’era dell’intelligenza artificiale», l’incontro riunisce vescovi asiatici e operatori della comunicazione ecclesiale per discernere come la Chiesa possa annunciare Cristo in un panorama comunicativo in rapida evoluzione.<br /><br /><br />All’intervento del cardinale Tagle, in programma presso il Palazzo Vescovile, parteciperanno il clero e i fedeli della diocesi di Macao, insieme ai vescovi e ai delegati che prendono parte all’incontro continentale.<br /><br /><br />Il discorso del cardinale Tagle, che si inserisce nelle celebrazioni per il 450° anniversario della diocesi di Macao, offrirà l’occasione per riflettere su come il ruolo storico della regione nell’evangelizzazione asiatica possa ispirare la missione della Chiesa oggi.<br /><br />Macao, “porta” della missione<br /><br />Istituita da papa Gregorio XIII il 23 gennaio 1576, la diocesi divenne un importante centro dell’attività missionaria cattolica nell’Asia orientale. Per secoli, Macao ha fatto da porta d’accesso per i missionari diretti in Cina, Giappone, Corea e in altre parti dell’Asia.<br /><br />Quattro secoli e mezzo dopo, la storia di Macao solleva una domanda avvincente: La città può tornare a essere un ponte per l’evangelizzazione, aiutando la Chiesa ad affrontare le urgenze e le opportunità dell’era digitale?<br /><br />L’anniversario collega il coraggio missionario del passato con la responsabilità attuale della Chiesa di proclamare Cristo in mezzo a realtà culturali, tecnologiche e sociali in continua evoluzione. Se i primi missionari hanno superato i confini geografici e linguistici, gli evangelizzatori di oggi devono anche utilizzare le piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale, salvaguardando al contempo la dignità umana e le relazioni autentiche.<br /><br /><br />Dalla comunicazione pastorale alla presenza evangelizzatrice<br /><br /><br />L’incontro promosso da FABC-OSC colloca la comunicazione contemporanea nel contesto più ampio della storia della missione della Chiesa in Asia.<br /><br />Il signor Vitor Lam terrà un intervento di collegamento intitolato «Dalla pastorale all’evangelizzazione, da Hong Kong a Macao», che metterà in relazione il precedente incontro FABC-OSC a Hong Kong con l’attuale raduno a Macao ed esplorerà il passaggio dalla comunicazione pastorale verso una presenza missionaria più aperta verso l’esterno.<br /><br />Il dott. Levi Mathonri Checketts terrà un discorso programmatico su «Magnifica Humanitas», mentre il sig. Keith Benedict Ip interverrà sul tema «450 anni di evangelizzazione e comunicazione in Asia», esaminando il rapporto storico tra attività missionaria e comunicazione nella regione.<br /><br />Insieme, le presentazioni collegheranno l’eredità missionaria di Macao alle sfide che le Chiese asiatiche devono affrontare oggi, in particolare come comunicare il Vangelo oltre i confini culturali, sociali e digitali.<br /><br /><br />Promuovere una missione digitale sinodale<br /><br /><br />L’incontro promuove inoltre gli intenti della FABC-OSC volti a rafforzare la collaborazione tra comunicatori cattolici e missionari digitali in tutta l’Asia.<br /><br />Le discussioni verteranno su temi quali l’intelligenza artificiale e l’evangelizzazione, l’uso responsabile delle tecnologie emergenti, le relazioni nazionali e le nuove forme di cooperazione tra gli uffici di comunicazione della Chiesa.<br /><br />Il vescovo Marcelino Antonio “Junie” Maralit Jr., delle Filippine, presidente della FABC-OSC, tratterà il tema dell’intelligenza artificiale e dell’evangelizzazione in Asia. Il prof. Leo R. Ocampo discuterà del discernimento nell’uso dell’IA, mentre Cindy Gorospe-Añonuevo presenterà i prossimi passi da compiere a seguito della prima Assemblea dei missionari digitali cattolici asiatici, tenutasi presso la sede di Radio Veritas Asia a Quezon City, nell’area metropolitana di Manila, nel settembre 2026.<br /><br />L’assemblea ha riunito oltre 100 comunicatori digitali cattolici, creatori di contenuti e influencer religiosi sotto il tema “Da influencer a testimoni: un cammino sinodale per la missione digitale in Asia”. L’incontro di Macao mira a dare seguito a tale iniziativa, perseguendo una collaborazione duratura che superi i confini nazionali e linguistici e la creazione di una rete continentale in cui i comunicatori cattolici possano condividere esperienze, discernere l’uso responsabile della tecnologia e rafforzare la loro missione evangelizzatrice.<br /><br />L’incontro si concluderà il 31 ottobre, quando il cardinale Tagle presiederà anche la Messa in occasione del 450° anniversario della diocesi di Macao presso il Forum de Macao.<br /><br />L’anniversario e l’incontro continentale sulla comunicazione invitano insieme la Chiesa in Asia a considerare la propria storia missionaria non solo come una cronaca dei successi passati, ma come una risorsa per discernere il futuro.<br /><br />Il ruolo storico di Macao come porta d’accesso per i missionari può ispirare una nuova era di evangelizzazione in cui la Chiesa superi i confini digitali oltre che quelli geografici, accolga con discernimento le tecnologie emergenti e mantenga la dignità di ogni persona umana al centro della propria missione. Agenzia Fides 27/10/2026)<br /><br />•Ufficio per la Comunicazione Sociale della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche <br />Tue, 27 Oct 2026 12:57:19 +0100La missione universale al centro: dal 29 al 31 ottobre il Convegno Internazionale della Pontificia Unione Missionaria per il 110° anniversario di fondazionehttps://www.fides.org/it/news/78349-La_missione_universale_al_centro_dal_29_al_31_ottobre_il_Convegno_Internazionale_della_Pontificia_Unione_Missionaria_per_il_110_anniversario_di_fondazionehttps://www.fides.org/it/news/78349-La_missione_universale_al_centro_dal_29_al_31_ottobre_il_Convegno_Internazionale_della_Pontificia_Unione_Missionaria_per_il_110_anniversario_di_fondazioneRoma - In occasione del centodecimo anniversario della sua fondazione , e incoraggiata dalla speciale benedizione di Papa Leone XIV, la Pontificia Unione Missionaria – una delle quattro Pontificie Opere Missionarie – si appresta a vivere un momento di profonda riflessione ecclesiale. <br /><br />Dal 29 al 31 ottobre 2026, la Pontificia Università Urbaniana e il Pontificio Collegio Urbano a Roma ospiteranno il Convegno Internazionale della PUM, intitolato "La missione universale della Chiesa e il servizio dell’Unione Missionaria dalla fondazione al pontificato di Leone XIV".<br /><br />L'evento si svolgerà in modalità ibrida per consentire una partecipazione globale. Le sessioni di lavoro si svolgeranno presso l’Auditorium “San Giovanni Paolo II” della Pontificia Università Urbaniana, mentre i momenti liturgici, di preghiera e di adorazione eucaristica avranno luogo presso la cappella del Pontificio Collegio Urbano. Le lingue ufficiali saranno l'italiano e l'inglese, con un servizio di interpretazione simultanea in italiano, inglese, francese e spagnolo.<br /><br />Gli organizzatori propongono il Convegno internazionale come un vero e prorpio “Triduo missionario”.<br /> <br />Come bussola ideale e programmatica, il Convegno assume due testi pontifici fondamentali: da un lato, il passaggio dell'Enciclica Redemptoris Missio di San Giovanni Paolo II, che definisce la PUM come l'"anima" delle Opere Missionarie , e ricorda la celebre esortazione del Beato missionario Paolo Manna: «La parola d’ordine deve essere questa: Tutte le Chiese per la conversione di tutto il mondo». Dall'altro, il recente Messaggio di Papa Leone XIV per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale dal titolo "Uno in Cristo, uniti nella missione", in cui il Pontefice ribadisce l'attualità del motto del Beato Paolo Manna e sottolinea che nessun battezzato è estraneo alla grande opera affidata da Cristo alla sua Chiesa, ricordando con Papa Francesco che l'annuncio del Vangelo è sempre un'azione corale, comunitaria e sinodale.<br /><br /><br />Il Programma e i Relatori<br /><br /><br />Il fitto programma si svilupperà in tre giornate.<br /><br />La prima giornata , moderata da P. Paolo Tovo, SX, si aprirà nel pomeriggio con il discorso inaugurale del Segretario Generale della PUM, padre Dinh Anh Nhue Nguyen, Francescano Conventuale. Seguirà la sessione storica "1916-1926: La nascita di un’idea e l’inizio di un cammino", guidata da Suor Monika Juszka, e la conferenza di Padre Vito Del Prete del Pontificio Istituto Missioni Estere sul cammino delle Chiese locali. La giornata si concluderà con una tavola rotonda sugli aspetti della spiritualità del Beato Paolo Manna, del Vescovo Guido Maria Conforti e di altri santi e beati legati alla PUM, curata da Padre Dinh Anh Nhue Nguyen, seguita dall'Adorazione Eucaristica.<br /><br />Il secondo giorno approfondirà la spiritualità e il carisma al servizio della missione. La mattina vedrà gli interventi dell’Arcivescovo Samuele Sangalli, Segretario aggiunto del Dicastero per l'Evangelizzazione, dedicato alla spiritualità del vescovo. Seguiranno gli interventi di Padre Paolo Tovo sul sacerdozio missionario e di Suor Maria Rosa Venturelli, missionaria comboniana, sull'animazione nella vita consacrata, arricchiti da comunicazioni dedicate al Beato Fulton Sheen e ai Messaggi dei Papi per la Giornata Missionaria Mondiale. Nel pomeriggio, la sessione moderata da Suor Maria Rosa Venturelli si aprirà con la conferenza diell’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero missionario, su "La Chiesa dei covoni" e il rinnovamento della formazione missionaria, seguita dall'intervento di Don Armando Nugnes, Rettore del Pontificio Collegio Urbano, sulla conversione missionaria nei seminari. Seguirà una tavola rotonda guidata dal Padre Comboniano Giulio Albanese e da Suor Maria Rosa Venturelli sulla formazione alla missio ad gentes. La giornata si chiuderà con il Rosario Missionario Internazionale.<br /><br />La sessione conclusiva di sabato 31 ottobre, incentrata sul tema "Caritas Christi urget nos: Per una nuova era missionaria della Chiesa", vedrà la conferenza di chiusura di Padre Dinh Anh Nhue Nguyen su "Il futuro nelle radici", che traccerà l'impegno rinnovato della PUM alla luce delle indicazioni di Papa Francesco e di Leone XIV. Il Convegno si concluderà con la solenne Messa di invio presieduta dall’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu.<br /><br />Il Convegno è aperto a vescovi, sacerdoti, consacrati, seminaristi e laici. Sono particolarmente invitati i direttori nazionali e diocesani delle Pontificie Opere Missionarie, i membri degli istituti missionari e quanti operano nella formazione pastorale. Per partecipare è necessario compilare il modulo di registrazione disponibile al link ufficiale: https://forms.gle/ArHQCv7XGGc2oRXX6. La Segreteria Generale invita ad accompagnare l'evento con la preghiera e diffondere l'invito tra operatori pastorali e amici della missione. <br />Tue, 27 Oct 2026 11:07:38 +0100AMERICA/MESSICO - Culiacán, apprensione per la scomparsa di padre Clemente Morales Topetehttps://www.fides.org/it/news/78348-AMERICA_MESSICO_Culiacan_apprensione_per_la_scomparsa_di_padre_Clemente_Morales_Topetehttps://www.fides.org/it/news/78348-AMERICA_MESSICO_Culiacan_apprensione_per_la_scomparsa_di_padre_Clemente_Morales_TopeteCittà del Messico – Non si hanno ancora notizie di padre Clemente Morales Topete, 67 anni, parroco della chiesa di Cristo Risorto, nella diocesi di Culiacán, scomparso il 24 ottobre.<br /><br />Il sacerdote è stato visto per l’ultima volta nel pomeriggio di quel giorno, intorno alle 16, dopo essersi recato a una visita medica nel quartiere di Montebello, a Culiacán, capitale dello Stato di Sinaloa, nel nord-ovest del Messico.<br /><br />La scomparsa ha suscitato profonda apprensione tra i fedeli. In un comunicato diffuso il 25 ottobre, la Conferenza dell’episcopato messicano ha espresso “la propria vicinanza al Vescovo di Culiacán, monsignor Jesús José Herrera Quiñonez, ai sacerdoti, alla famiglia di padre Clemente Morales Topete e alla comunità parrocchiale di Cristo Risorto”, condividendo la preoccupazione della Chiesa diocesana per la scomparsa del sacerdote.<br /><br />“Esortiamo le autorità competenti ad adempiere al proprio dovere e a collaborare all’urgente ricerca di padre Clemente”, prosegue la nota.<br /><br />Per favorire le ricerche, la CEM ha inoltre invitato «i mezzi di comunicazione, le comunità parrocchiali e la cittadinanza a diffondere l’avviso ufficiale di scomparsa e a prestare attenzione a qualsiasi informazione che possa essere utile al suo ritrovamento».<br /><br />Nel frattempo, su alcuni account social messicani sono circolate notizie, attribuite a presunte “fonti vicine all’indagine” o all’Unità specializzata antisequestro della Procura generale, secondo cui il sacerdote sarebbe stato rapito da membri de La Mayiza, una fazione del Cartello di Sinaloa legata alla famiglia Zambada. Le stesse indiscrezioni indicano come ultima posizione nota del sacerdote un’area nei pressi della diga di Sanalona, a est di Culiacán.<br /><br />Al momento, tuttavia, non risultano conferme ufficiali di queste ricostruzioni. Né il presunto coinvolgimento de La Mayiza né la localizzazione a Sanalona trovano riscontro nelle dichiarazioni ufficiali della Chiesa e nelle informazioni diffuse dai principali organi di stampa, che riferiscono della scomparsa nel quartiere di Montebello e delle ricerche in corso.<br /><br />La vicenda si inserisce in un contesto di forte violenza che interessa Culiacán, teatro di scontri tra La Mayiza e Los Chapitos, le due fazioni in cui si è diviso il Cartello di Sinaloa.<br /><br />Il conflitto è esploso nel 2024, dopo che Ismael “El Mayo” Zambada García, fondatore e storico capo della fazione legata alla sua famiglia, è stato condotto negli Stati Uniti e consegnato alle autorità statunitensi. Secondo la ricostruzione emersa all’epoca, Zambada sarebbe stato attirato in una trappola da uno dei figli di Joaquín “El Chap”» Guzmán, fondatore del cartello, detenuto negli Stati Uniti dal 2017.<br /><br />Alla guida de La Mayiza è indicato Ismael Zambada Sicairos, figlio di “El Mayo”, conosciuto con il soprannome di “Mayito Flaco”. La fazione è contrapposta a Los Chapitos, il gruppo guidato dai figli di “El Chapo”. <br />Tue, 27 Oct 2026 11:00:21 +0100ASIA/KAZAKHSTAN - L'Adorazione eucaristica: la preghiera che sostiene la Chiesa nella terra della Grande Steppahttps://www.fides.org/it/news/78347-ASIA_KAZAKHSTAN_L_Adorazione_eucaristica_la_preghiera_che_sostiene_la_Chiesa_nella_terra_della_Grande_Steppahttps://www.fides.org/it/news/78347-ASIA_KAZAKHSTAN_L_Adorazione_eucaristica_la_preghiera_che_sostiene_la_Chiesa_nella_terra_della_Grande_Steppadi Paolo Affatato<br /><br />Astana – Da quasi venticinque anni, ad Astana, la preghiera davanti al Santissimo Sacramento non si interrompe. Giorno e notte, a ogni ora, c’è qualcuno che resta in adorazione. La storia comincia nel 2002, quando circa 300 cattolici della capitale del Kazakhstan decisero di avviare una pratica di Adorazione eucaristica permanente, che da allora non ha conosciuto interruzioni. Per l’Arcivescovo Tomash Peta, Pastore dell’Arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana, questa presenza silenziosa è il fondamento della comunità, la sorgente da cui la Chiesa attinge la forza per vivere e testimoniare la fede in un Paese in cui i cattolici sono un piccolo gregge .<br /><br />«In venticinque anni non è mai trascorsa un’ora senza che qualcuno fosse davanti al Santissimo Sacramento», racconta all’Agenzia Fides il 75enne presule polacco che, nello scorso agosto, ha presentato la rinuncia alla Santa Sede e che, in attesa delle disposizioni del Papa, tuttora guida la comunità di Astana. L’intuizione non nacque da un progetto elaborato dalla diocesi, ma dall’incontro con una donna spagnola di nome Maria Teresa, appartenente all’Opus Dei, arrivata in Kazakhstan per l’adozione di un bambino, in vista della visita di Giovanni Paolo II che venne nel paese nel 2001. Fu lei a suggerire questa forma di preghiera: «Non siamo stati noi ad avere l’idea e a promuovere l’iniziativa, ma questa donna», ricorda mons. Peta, riconoscendo in quell’inizio «un dono inatteso, come un germoglio che poi è sbocciato».<br /><br />È da questa presenza discreta, nascosta e perseverante che l'Arcivescovo Peta invita a guardare alla storia della Chiesa cattolica nel Kazakhstan contemporaneo. La storia si è intrecciata profondamente con quella della nazione, divenuta indipendente nel dicembre 1991, 35 anni fa, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Per comprendere il volto attuale della comunità cattolica occorre tornare, dunque, a quel passaggio storico: alla fine di un sistema politico che aveva limitato la libertà religiosa, alla riapertura degli spazi pubblici per la fede, ma anche alle grandi migrazioni che hanno modificato la composizione della popolazione e delle comunità ecclesiali.<br /><br />Una Chiesa che viveva nelle case<br /><br />Quando Tomash Peta arrivò in Kazakhstan, nel 1990, il Paese era ancora una repubblica sovietica. La perestrojka aveva già avviato trasformazioni che lasciavano intravedere un cambiamento, ma nessuno poteva sapere con certezza che l’epoca sovietica sarebbe finita di lì a poco. La presenza cattolica era ridotta e la vita ecclesiale doveva fare i conti con forti restrizioni: pochi sacerdoti, pochissime chiese accessibili, difficoltà persino nel portare oltre confine croci e immagini sacre.<br />«Quando arrivai, forse c’erano soltanto una decina di sacerdoti», ricorda l’arcivescovo. Eppure, dietro quella fragilità visibile, esisteva una comunità capace di custodire la fede e di trasmetterla alle nuove generazioni. Non sempre era possibile partecipare alla lessa o ricevere i sacramenti da un sacerdote, dunque «la preghiera familiare e la trasmissione domestica della fede assumevano così un ruolo decisivo. I genitori battezzavano i figli, quando era possibile, e le famiglie continuavano a pregare», spesso lontano dagli occhi delle autorità.<br /><br />«Fra le pratiche che maggiormente contribuirono a mantenere viva questa appartenenza vi era il Rosario», riferisce. La preghiera mariana non era soltanto una forma di devozione individuale: permetteva alle persone di incontrarsi, di sostenersi reciprocamente e di riconoscersi come parte della Chiesa, anche quando non potevano disporre di un edificio sacro o della presenza stabile di un sacerdote.<br />«Dovevamo incontrarci, perché siamo una comunità, siamo Chiesa», afferma Peta. I fedeli si riunivano nelle case private, in una stanza o attorno a un tavolo, per recitare insieme le preghiere. La comunità, spiega, «si costruiva attraverso questi incontri semplici, affidati alla perseveranza di persone che, nonostante le difficoltà, non volevano rinunciare alla fede».<br /><br />L’Arcivescovo richiama anche la memoria delle persecuzioni. Negli archivi sovietici, racconta, sono stati individuati documenti relativi a persone uccise per essersi riunite a pregare in gruppi del Rosario: «Alcuni storici e ricercatori hanno potuto consultare quei materiali e ricostruire nomi e vicende». È una memoria che impedisce di leggere la rinascita della Chiesa dopo il 1991 come una storia cominciata da zero: le strutture ecclesiali erano fragili, ma «la fede era stata custodita per decenni da uomini e donne che avevano continuato a pregare anche senza poter contare su una presenza pubblica della Chiesa».<br />«Quando i sacerdoti poterono arrivare e costruire chiese, fu possibile farlo perché esisteva già una comunità di fedeli», sottolinea Peta. La libertà religiosa rese nuovamente visibile una realtà che, in molti luoghi, aveva continuato a vivere in silenzio.<br /><br />L’indipendenza e la rinascita della vita ecclesiale<br /><br />Il 16 dicembre 1991 il Kazakhstan proclamò la propria indipendenza, avviando la costruzione delle istituzioni di uno Stato sovrano. Per il Paese cominciò una stagione di profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali. Situato nel cuore dell’Eurasia, fra tradizioni culturali asiatiche ed europee, il Kazakhstan si è progressivamente affermato sulla scena internazionale, sviluppando relazioni diplomatiche e promuovendo iniziative di dialogo. Astana, la capitale, è diventata non soltanto il centro amministrativo del Paese, ma anche un luogo di incontri internazionali, compresi quelli dedicati alle religioni e alla pace.<br />Per la Chiesa cattolica, l’indipendenza ha significato la possibilità di ricostruire la propria presenza pubblica. Le comunità hanno potuto aprire e costruire luoghi di culto, i sacerdoti e le religiose hanno avuto maggiori possibilità di raggiungere i fedeli, la celebrazione dei sacramenti e la catechesi hanno ripreso spazio nella vita quotidiana. Le relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e la Repubblica del Kazakhstan, stabilite il 17 ottobre 1992, hanno accompagnato il consolidamento del nuovo Stato e della presenza ecclesiale. Nel 1998 un accordo bilaterale ha definito il quadro giuridico delle attività della Chiesa cattolica nel Paese; un accordo supplementare, firmato nel 2022 ed entrato in vigore nel 2023, ha agevolato le procedure per i visti e i permessi di soggiorno del personale ecclesiastico straniero.<br />Ma la libertà ritrovata ha avuto anche conseguenze demografiche importanti. «Con l’apertura delle frontiere – rimarca l’arcivescovo - milioni di persone hanno lasciato il Kazakhstan per trasferirsi nei Paesi d’origine delle proprie famiglie. Fra loro vi erano centinaia di migliaia di cattolici, molti dei quali appartenenti a comunità di origine europea». Peta ricorda, per esempio, l’emigrazione verso la Germania di un numero molto consistente di persone di origine tedesca, molti dei quali cattolici.<br /><br />La Chiesa si è così trovata davanti a un paradosso: mentre la libertà permetteva di costruire chiese e organizzare la vita pastorale, la comunità dei fedeli diminuiva. Una parte di coloro che avevano custodito la fede durante gli anni sovietici ripartiva per raggiungere i Paesi d’origine; le parrocchie dovevano adattarsi a una popolazione più ridotta e a una realtà sociale in rapido cambiamento.<br />«Trentacinque anni fa c’erano molti più cattolici in Kazakhstan», osserva mons. Peta. L’emigrazione continua ancora oggi e coinvolge anche famiglie polacche e altri gruppi legati alle proprie origini nazionali. Eppure, nota, «il bilancio non può essere letto soltanto attraverso il numero dei fedeli. La Chiesa è diventata visibile, sono arrivate nuove congregazioni religiose e sono nate vocazioni locali. La comunità, pur più piccola, è stata chiamata a radicarsi maggiormente nella società in cui vive».<br /><br />Dal patrimonio delle comunità storiche al volto kazako della Chiesa<br /><br />Una delle trasformazioni che più interessano il tessuto ecclesiale è l’avvicinamento al cattolicesimo di persone appartenenti alla popolazione kazaka: «La Chiesa oggi – dice – non è più identificata soltanto con le comunità di origine europea che hanno mantenuto la fede durante il periodo sovietico: anche alcuni kazaki scelgono di diventare cattolici, intraprendendo un cammino che comporta una nuova appartenenza religiosa e una maturazione personale».<br /><br />L’Arcivescovo Peta racconta la vicenda di una donna che, dopo aver abbracciato la fede cattolica, ha sperimentato un cambiamento nel proprio modo di guardare agli altri: «Quando sono diventata cattolica, tutto è cambiato per me, perché avevo capito che si può amare chiunque quando si conosce Gesù», è il senso della sua testimonianza. La fede, in questa prospettiva, non si esaurisce nell’adesione a una comunità o nella partecipazione ai riti, ma «diventa un modo diverso di vivere le relazioni, di accogliere le persone e di riconoscerne la dignità, è una visione del mondo», nota.<br /><br />Questa trasformazione pone anche una questione culturale e linguistica. Il russo continua a essere la lingua più diffusa nella vita liturgica cattolica, perché è conosciuto da molti fedeli appartenenti a gruppi etnici diversi. Ma cresce l’esigenza di utilizzare anche il kazako, soprattutto per raggiungere le nuove generazioni e accompagnare le persone che si avvicinano alla Chiesa.<br />«Passo dopo passo, dobbiamo parlare anche in lingua kazaka», spiega l’Arcivescovo, riconoscendo che si tratta di un processo graduale. Non è soltanto una questione di traduzioni, perché «occorre elaborare un linguaggio capace di esprimere la fede cristiana dentro la cultura locale, affinché anche le parole della preghiera, della catechesi e della vita sacramentale diventino familiari a chi cresce parlando kazako».<br />La sfida è significativa in un Paese che riunisce numerosi gruppi etnici e tradizioni religiose. Secondo il censimento del 2021, in Kazakhstan vivono rappresentanti di 124 gruppi etnici. La convivenza fra culture e religioni diverse è una componente importante dell’identità nazionale e costituisce anche il contesto nel quale la piccola comunità cattolica è chiamata a testimoniare il Vangelo.<br />Ad Astana, questo incontro assume una dimensione particolare. Dal 2003 la città ospita il Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, un’iniziativa internazionale che riunisce esponenti di diverse fedi per riflettere sulla pace e sulla responsabilità condivisa nei confronti dell’umanità. Il dialogo interreligioso è inoltre entrato in una nuova fase con le visite dei Pontefici: Giovanni Paolo II nel 2001 e Papa Francesco nel 2022.<br /><br />La visita di Giovanni Paolo II fu, per la Chiesa locale, un momento di grande incoraggiamento. Peta ricorda con commozione «la celebrazione eucaristica nella quale si radunarono fedeli cattolici e persone appartenenti ad altre tradizioni. La presenza del Papa rese visibile una comunità che per lungo tempo aveva vissuto ai margini della vita pubblica». Nel 2022, la visita di Papa Francesco e la sua partecipazione al Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali «hanno nuovamente posto il Kazakhstan al centro dell’attenzione ecclesiale internazionale, mettendo in risalto il ruolo del dialogo e della convivenza pacifica».<br />In questo contesto, la Chiesa cattolica «è chiamata a contribuire alla società attraverso la propria identità e la propria testimonianza»: «Non siamo migliori degli altri, ma siamo la Chiesa di Gesù Cristo, che è Via, Verità e Vita», dice. Il rapporto con le altre religioni, aggiunge, è generalmente positivo: «Le comunità si incontrano, condividono occasioni di dialogo e, in alcuni casi, collaborano su iniziative concrete a favore delle persone più vulnerabili».<br /><br />La Madre della Grande Steppa e il futuro della comunità<br /><br />Fra i segni che raccontano il legame fra la Chiesa cattolica e la cultura del Kazakhstan vi è l’icona della «Madre della Grande Steppa», venerata dalla comunità come immagine della protezione di Maria. L’opera fu realizzata dall’artista kazako Doszbol Kasimov, uomo di fede musulmana, che accettò di dipingere la Vergine e Gesù con tratti e riferimenti culturali locali. Per Peta «anche questa vicenda è un dono», dato che un artista appartenente a un’altra tradizione religiosa ha contribuito a creare un’immagine che è diventata cara ai cattolici del Paese e che esprime, attraverso l’arte, la possibilità di un incontro.<br /><br />L’icona è legata anche alla memoria della visita di Papa Francesco, che nel 2022 ne benedisse una raffigurazione. Per la comunità cattolica, la «Madre della Grande Steppa è un segno di appartenenza alla terra in cui vive e, allo stesso tempo, di fiducia nel futuro», in quanto la Chiesa «esprime la fede attraverso forme capaci di parlare alle persone di oggi».<br />Questa attenzione all’inculturazione si accompagna alla consapevolezza delle sfide contemporanee. La secolarizzazione, la trasformazione delle relazioni sociali e il peso crescente delle tecnologie interrogano anche la vita cristiana. Peta ritiene tuttavia che «la fede continuerà a trovare spazio in una società in cui molte persone conservano una sensibilità spirituale e la ricerca di Dio. La testimonianza cristiana, in questo scenario, passa dalla qualità della vita dei fedeli e dalla loro capacità di essere presenti, accoglienti e disponibili».<br />«Puoi fare piani e programmi, ma ogni giorno arrivano persone con i loro problemi e le loro necessità», osserva l’Arcivescovo. E così il punto decisivo, per una comunità cristiana, è «essere pronta ad accogliere chi si presenta, ad ascoltare le sue difficoltà e a offrire una testimonianza concreta dell’amore di Dio». La missione evangelizzatrice «non si esaurisce nei grandi appuntamenti ecclesiali o nelle relazioni con le istituzioni: si realizza negli incontri quotidiani, nella vicinanza alle persone, nella disponibilità a condividere la vita di chi cerca un senso, una risposta o un sostegno».<br /><br />È in questa prospettiva che l’Adorazione eucaristica permanente assume il suo significato più profondo: «La preghiera ininterrotta costituisce il cuore spirituale della comunità in Kazakhstan», ripete. Dalle case in cui i cattolici recitavano il Rosario durante il periodo sovietico alle chiese costruite dopo l’indipendenza, fino all’Adorazione che da quasi un quarto di secolo scandisce giorno e notte la vita della comunità di Astana, emerge una continuità: «La Chiesa vive perché resta legata a Cristo e perché da questa relazione trae la forza di incontrare gli altri».<br />«Tutto è un dono di Dio, tutto è grazia», afferma mons. Peta in conclusione, ricordando i suoi 37 anni di missione nel paese dell’Asia centrale e richiamando le parole di Gesù: «Senza di me non potete far nulla». <br />Con questa consapevolezza l’Arcivescovo guarda al futuro della comunità affidata alla sua cura pastorale: dopo trentacinque di indipendenza del Kazakhstan, la storia della Chiesa cattolica continua a intrecciarsi con quella nazionale. E’ una storia segnata dalla memoria della fede custodita nel silenzio, dalla libertà ritrovata, dalle migrazioni e dalla ricerca di un volto sempre più locale. Una Chiesa numericamente, ma chiamata a essere presenza viva in una terra d’incontro, sostenuta dalla preghiera e desiderosa di camminare verso il futuro sotto il manto della Madre di Dio.<br /><br /><br />Tue, 27 Oct 2026 08:37:49 +0100ASIA/INDONESIA - Missione e carità: la comunità camilliana di Maumere guarda al futuro tra nuove vocazioni e servizio ai più fragilihttps://www.fides.org/it/news/78346-ASIA_INDONESIA_Missione_e_carita_la_comunita_camilliana_di_Maumere_guarda_al_futuro_tra_nuove_vocazioni_e_servizio_ai_piu_fragilihttps://www.fides.org/it/news/78346-ASIA_INDONESIA_Missione_e_carita_la_comunita_camilliana_di_Maumere_guarda_al_futuro_tra_nuove_vocazioni_e_servizio_ai_piu_fragiliMaumere – Domenica 25 ottobre, a Maumere, sono stati celebrati due eventi particolarmente significativi per la missione dell’Ordine Camilliano: l’ordinazione sacerdotale di cinque nuovi confratelli e la benedizione dello St. Camillus Home of Charity, impartita da monsignor Ewaldus Sedu, vescovo della diocesi di Maumere.<br /><br />Due appuntamenti distinti, ma accomunati da una stessa vocazione: testimoniare concretamente la misericordia di Cristo attraverso il servizio ai malati, ai poveri e alle persone più fragili.<br /><br />“I cinque nuovi sacerdoti rappresentano una nuova risorsa per la missione camilliana in Asia e nell’area del Pacifico – racconta all’Agenzia Fides il missionario Camilliano padre Luigi Galvani. Tre saranno impegnati nel ministero sacerdotale in Indonesia, mentre due saranno inviati come missionari in Australia. La loro ordinazione segna così un ulteriore passo nella crescita della presenza camilliana e nella diffusione del carisma di San Camillo de Lellis.”<br /><br />“Nella stessa giornata – prosegue p. Galvani - è stata benedetta la St. Camillus Home of Charity, una nuova opera destinata all’accoglienza e all’assistenza gratuita di dieci persone tra le più povere, sole e bisognose di Maumere. Il Centro nasce con l’obiettivo di offrire non soltanto un luogo sicuro in cui vivere, ma soprattutto prossimità, cura e dignità alle persone maggiormente vulnerabili.”<br /><br />La nuova struttura avrà anche una funzione specificamente formativa. “È stata infatti pensata come un vero campo pastorale e una scuola del carisma camilliano per i seminaristi. La quotidiana vicinanza alle persone malate e bisognose permetterà ai giovani in formazione di confrontarsi concretamente con la sofferenza e di approfondire, attraverso l’esperienza, la spiritualità di San Camillo.”<br /><br />L’obiettivo è fare della cura dei malati e del servizio ai poveri non un’attività marginale, ma una componente essenziale della formazione sacerdotale e religiosa dei futuri Camilliani.<br /><br />L’ordinazione dei cinque nuovi sacerdoti e l’apertura del nuovo Centro di carità si presentano dunque come due segni complementari di una missione che guarda al futuro: da una parte nuove vocazioni chiamate a servire la Chiesa e i malati; dall’altra una nuova opera concreta a favore delle persone più fragili.<br /><br />Per la famiglia camilliana in Indonesia, la giornata del 25 ottobre rappresenta quindi un momento di particolare significato e, allo stesso tempo, un nuovo punto di partenza. “Una spinta a proseguire la missione con rinnovata dedizione, entusiasmo e gioia, mantenendo al centro il carisma di San Camillo: servire Cristo nei malati e nei poveri.”<br /> <br />Tue, 27 Oct 2026 13:30:41 +0100VATICANO/MONGOLIA - Leone XIV riceve il cardinale Marengo e l'abate del monastero di Gandan, cuore del buddismo mongolohttps://www.fides.org/it/news/78345-VATICANO_MONGOLIA_Leone_XIV_riceve_il_cardinale_Marengo_e_l_abate_del_monastero_di_Gandan_cuore_del_buddismo_mongolohttps://www.fides.org/it/news/78345-VATICANO_MONGOLIA_Leone_XIV_riceve_il_cardinale_Marengo_e_l_abate_del_monastero_di_Gandan_cuore_del_buddismo_mongolodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Città del Vaticano – Papa Leone XIV ha ricevuto questa mattina il cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar, e il venerabile D. Javzandorj, trentesimo Khamba Nomun Khan e abate del monastero di Gandantegchinlen, detto Gandan, il più grande del Paese.«Siamo molto felici dell'importante relazione di dialogo e di collaborazione tra la Chiesa cattolica e il mondo buddista in Mongolia», ha dichiarato all'Agenzia Fides il cardinale Marengo. «È stato un incontro cordiale. Apprezziamo molto la gentilezza e la magnanimità di Papa Leone, che, nonostante il suo ritmo così intenso e il decorso, a tutti noto, verso il pieno ristabilimento della sua salute, ha voluto questo incontro, dando così all'abate Javzandorj la possibilità di incontrarlo personalmente».<br /><br />«Siamo molto, molto grati al Santo Padre per questo gesto di grande bontà che ha avuto nel voler accogliere la delegazione del monastero di Gandan di Ulaanbaatar», ha aggiunto il cardinale. La delegazione era accompagnata dall'ambasciatrice di Mongolia in Italia, Bulgan Dansran, e dall'ambasciatrice di Mongolia presso la Santa Sede, Davaasuren Gerelmaa. Ne faceva parte anche il professor Thomas Cattoi, titolare della cattedra William e Barbara Moran di Teologia del cristianesimo antico e Relazioni interreligiose alla Pontificia Università San Tommaso d'Aquino . <br /><br />«Questa sinergia per il bene della società e per la pace del mondo», ha sottolineato il cardinal, «è stata espressa molto bene anche dal dono che il venerabile Javzandorj ha voluto fare a Papa Leone». Si tratta di un dipinto realizzato dai maestri dell'atelier di arte figurativa del monastero di Gandan su indicazione dello stesso abate. L'opera raffigura il Vecchio Saggio, figura che «nella tradizione mongola e in altri Paesi dell'Estremo Oriente rappresenta la lunga vita e la saggezza», insieme a «un disegno simbolico di quattro diversi animali, che rappresentano la diversità che, messa insieme, diventa forza, promessa di successo e di futuro». Il tutto è «decorato in stile mongolo» e arricchito da un'immagine che richiama il tempio principale del complesso di Gandan. «La visita al Santo Padre», ha aggiunto il cardinale, «si è poi conclusa con un altro momento di carattere spirituale e culturale nella Basilica di San Pietro, dove la delegazione ha potuto contemplare la bellezza dello spazio sacro. Abbiamo anche fatto una sosta nella parte più interna della basilica, all'altezza della tomba di Pietro».<br /><br />Si tratta della terza udienza concessa da un Pontefice a una delegazione buddista mongola. La prima risale al 28 maggio 2022, quando Papa Francesco accolse i rappresentanti ufficiali del buddismo mongolo nel trentesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Mongolia. La seconda, il 13 gennaio 2025, vide lo stesso Javzandorj ricevuto da Francesco insieme al cardinale Marengo. Nell'ottobre 2025, inoltre, monaci buddisti mongoli accompagnati dal porporato avevano preso parte alle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, alla presenza di Leone XIV.<br /><br />L'incontro di oggi assume un rilievo particolare per il ruolo di Gandan. Fondato nel corso della prima meta dell’Ottocento, Gandan è stato il motore della rinascita del buddismo dopo la svolta democratica del 1990. Oggi comprende tre collegi di filosofia e diversi collegi rituali e gestisce l'Università buddista della Mongolia. L'udienza pontificale è anche il segno di un'amicizia e di una fiducia cresciute nel tempo. Durante il ricovero di Papa Francesco, nel febbraio 2025, l'abate aveva fatto consegnare al nunzio apostolico un messaggio firmato e sigillato in cui esprimeva la vicinanza dei monaci di Gandan e, su richiesta del Presidente Ukhnaagiin Khürelsükh, aveva presieduto la recita di testi sacri per la guarigione del Pontefice. Dopo la morte di Francesco, il monastero aveva offerto un rito di preghiera per la sua anima, e aveva poi manifestato la propria vicinanza anche al momento dell'elezione del nuovo pontefice.<br /><br />Insediato alla guida di Gandan nel novembre 2023, Javzandorj, nato nel 1980, è una figura di grande levatura. Entrato in monastero nel 1991, nel 1998 è partito per l'India per studiare al collegio Gomang del monastero di Drepung, dove ha ricevuto l'ordinazione monastica completa nel 2001. Nel 2017 ha conseguito il titolo di Geshe Lharampa, il più alto grado accademico della tradizione gelug, classificandosi primo su circa mille candidati, prima di proseguire gli studi tantrici a Gyuto, come riporta il portale StudyBuddhism. <br /><br />«Il tema del dialogo e della collaborazione è centrale per la Chiesa cattolica in Mongolia», ha ricordato il cardinale Marengo. «Siamo convinti che da incontri di questo tipo, e sulla base del lavoro ordinario di dialogo, di incontri e di collaborazione che portiamo avanti sul posto, si possa dare un messaggio positivo all'intera società: quando le tradizioni religiose si impegnano reciprocamente in questo tipo di dialogo, si realizza quel contributo che ogni tradizione religiosa offre alla società. Le tradizioni religiose, dunque, come partner per la costruzione di un presente e di un futuro fondati sulla pace, sul rispetto reciproco e sul lavoro per il bene comune». <br /><br />Nel Paese la Chiesa cattolica, presente dal 1992, ha fatto del dialogo con il buddismo una dimensione costitutiva della propria missione. Come il suo predecessore Wenceslao Padilla, il cardinale Marengo partecipa regolarmente a incontri buddisti nazionali e internazionali ed è membro di un gruppo dei principali rappresentanti religiosi del Paese che si riunisce con frequenza. A Karakorum, antica capitale dell'impero mongolo, la Chiesa ha aperto un centro per il dialogo. <br /><br />Il buddismo è la religione più diffusa in Mongolia. La Costituzione del 1992 sancisce la separazione tra Stato e religioni, ma la legge del 1993 sui rapporti tra lo Stato e le istituzioni religiose stabilisce che lo Stato «rispetta la posizione dominante del buddismo» in considerazione dell'unità del popolo e delle tradizioni della sua civiltà, precisando che ciò non impedisce ai cittadini di seguire altre religioni. Il buddismo si è diffuso nel Paese in tre grandi ondate, secondo la periodizzazione tradizionale degli storici mongoli. La prima, nei primi secoli, giunse tramite l'Asia centrale dove il buddismo era arrivato dall'India lungo le vie commerciali : la sua presenza nel Paese è attestata fin da circa il V secolo. La seconda risale all'epoca dell'impero mongolo, quando Kubilai Khan si volse al buddismo tibetano. La terza, nel XVI secolo, fu suggellata nel 1578 dall'alleanza tra il principe Altan Khan e l'abate tibetano Sonam Gyatso, al quale i mongoli conferirono il titolo di Dalai Lama. <br /><br />In un'intervista pubblicata dal sito mongolo Zindaa.mn, l'abate ha sottolineato il ruolo di Zanabazar , il primo Bogd Jebtsundamba : «Una caratteristica unica del buddismo mongolo è la sua terza e più recente ondata di diffusione, profondamente legata al nostro primo Bogd Jebtsundamba, Öndör Gegeen Zanabazar, discendente diretto della Stirpe d'Oro di Gengis Khan. Sotto la sua guida è stata plasmata la struttura fondamentale del buddismo mongolo. Öndör Gegeen Zanabazar ha integrato con sapienza le dieci scienze tradizionali del buddismo, in particolare le arti e i mestieri e la conoscenza interiore, e ha contribuito in modo decisivo alla loro fioritura in Mongolia. Il nostro sistema di educazione monastica, compresa la traduzione dei testi sacri, lo stile peculiare delle vesti monastiche da lui stabilito e il loro ricco significato simbolico, come pure la nostra architettura templare e il nostro stile di canto, ci distinguono dalle altre tradizioni». Javzandorj ha aggiunto che il buddismo in Mongolia «si è sviluppato in modo singolare armonizzandosi con lo stile di vita e la cultura plasmati dalle quattro stagioni e dai vasti paesaggi del Paese», e che la Mongolia è tra le poche nazioni ad aver tradotto integralmente nella propria lingua il Kangyur, le parole del Buddha, e il Tengyur, i commentari dei maestri indiani.<br /><br />Il cardinale Marengo e l'abate Javzandorj parteciperanno domani, martedì 27 ottobre, all'incontro conclusivo di Assisi, promosso dalla Comunità di Sant'Egidio nel quarantesimo anniversario della Giornata di preghiera per la pace convocata da san Giovanni Paolo II nel 1986. Il Papa non sarà presente di persona, ma invierà un messaggio ai partecipanti. <br />Mon, 26 Oct 2026 13:19:03 +0100ASIA/MYANMAR - Messaggeri di pace nella tragedia della guerra: la missione dei catechisti in Myanmarhttps://www.fides.org/it/news/78344-ASIA_MYANMAR_Messaggeri_di_pace_nella_tragedia_della_guerra_la_missione_dei_catechisti_in_Myanmarhttps://www.fides.org/it/news/78344-ASIA_MYANMAR_Messaggeri_di_pace_nella_tragedia_della_guerra_la_missione_dei_catechisti_in_Myanmardi Paolo Affatato<br /><br />Portare la luce del Vangelo laddove regnano le tenebre del conflitto e seminare germogli di speranza in una popolazione stremata dalla violenza e dallo sfollamento: è questa la missione dei catechisti in Myanmar. In un paese lacerato da un devastante conflitto civile, in cui villaggi interi vengono distrutti e le comunità cristiane vivono precarietà e instabilità, con l'intera popolazione, i catechisti sono oggi veri e propri "fari di speranza", e pilastri per l'accompagnamento psicologico e spirituale dei più vulnerabili.<br />Un recente ritiro di formazione per i catechisti dell'arcidiocesi di Yangon, conclusosi il 20 ottobre 2026 nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, ha riacceso i riflettori su questo servizio di annuncio e catechesi, tanto straordinario quanto, spesso, nascosto. L'evento ha riunito un'ottantina di operatori pastorali che, sotto la guida del Cardinale Charles Bo, hanno rinnovato il proprio mandato: tornare nelle parrocchie, nelle cappelle remote e nei campi profughi per "guarire i cuori spezzati, portare conforto agli emarginati, sostenere i bisognosi, alleviare le pene dei sofferenti".<br /><br />I catechisti hanno raccontato di ritrovarsi spesso a dover viaggiare in territori insicuri, affrontando gravi privazioni economiche e scarsità di risorse di sussistenza. Inoltre percorrono vie di comunicazione interrotte o sotto il costante controllo delle milizie armate, con pericoli per la loro incolumità. "Spesso - hanno detto i presenti - visitiamo comunità terrorizzate dai bombardamenti aerei e costrette a spostarsi continuamente, famiglie senza pace e in continua itineranza, per cercare salvezza".<br />Come ricordato nel corso dell'incontro, in questa situazione tragica "i catechisti sono chiamati a insegnare a bambini, giovani e adulti a rifiutare l'odio, la discriminazione e la violenza, educandoli invece al perdono, della compassione e della riconciliazione reciproca".<br />La resilienza della Chiesa birmana è testimoniata oggi da una dedizione che attraversa le generazioni. Nell'arcidiocesi di Yangon si contano circa 100 catechisti che "svolgono il servizio di annuncio con indomita fedeltà", ha ricordato il Cardinale Bo, citando la storia di David U Htun Nho, un catechista che presta servizio ininterrotto da oltre 66 anni.<br /><br />"Molti di loro provengono dal Centro di formazione per catechisti 'San Pietro e Paolo' nell'arcidiocesi di Yangon, una delle principali strutture per la loro formazione", racconta a Fides Jerome Win Shwe Kyi, rettore della scuola di formazione biblica di Insein, a Yangon. Il Centro - sostenuto anche dalla Pontificie Opere Missionarie - offre programmi biennali di formazione biblica e pastorale, focalizzandosi su quattro aree fondamentali: umana, intellettuale, spirituale e pastorale. "Dopo aver terminato il biennio, i catechisti ritornano nelle rispettive parrocchie per iniziare il loro servizio pastorale. Nell'attuale, difficile situzione sono promotori di pace e giustizia, annunciatori di amore e perdono, sono portatori di consolazione e di aiuto ai bisognosi", riferisce p. Jerome.<br /><br />La presenza dei catechisti è significativa in tutte le diocesi birmane. Nella diocesi di Kalay oltre 50 catechisti si sono riuniti nelle scorse settimane per un analogo percorso di fraternità e aggiornamento presso la chiesa del Sacro Cuore. Anche in quel contesto, i Pastori locali hanno ringraziato e definito i catechisti "una luce per la comunità impaurita, ferita, disorientata e a volte disperata".<br />Mentre le scuole pubbliche chiudono e il sistema educativo nazionale è al collasso a causa della guerra, i catechisti, insieme alle congregazioni religiose, in molte regioni si fanno carico dell'accoglienza e dell'istruzione di base dei bambini, strappandoli alla strada e ai traumi delle armi. la loro opera "è silenziosa e preziosa, compiuta nella certezza evangelica che, anche nel cuore della notte birmana, vedrete cose più grandi di queste", ha detto a Fides don Stephen Sut Awng, parroco dell'area di Sagaing.<br /><br />La dedizione dei catechisti birmani contemporanei trova la sua più alta radice spirituale e ideale nella figura del beato Isidoro Ngei Ko Lat , il primo catechista laico del Myanmar elevato agli onori degli altari. Martirizzato nel 1950 insieme al missionario del PIME padre Mario Vergara, Isidoro rappresenta l'incarnazione perfetta di un servizio che si dona senza riserve, fino in fondo. In un'epoca che era lacerata da tensioni politiche e odi intestini, Isidoro scelse di rimanere accanto alle sue comunità sparse nei villaggi più remoti, testimoniando la fede con la parola e con la cura dei malati, fino all'effusione del sangue. Oggi, l'ispirazione e il coraggio di Isidoro continuano a vivere nei passi dei catechisti che attraversano le foreste e i campi profughi del Myanmar: il suo esempio, rileva don Stephen Sut Awng, "dice che la missione della catechesi non è una professione, ma una chiamata, un atto d'amore totale e gratuito, per donare il Vangelo a ogni creatura, capace di sconfiggere il terrore e di spalancare le porte alla speranza".<br /><br />Mon, 26 Oct 2026 12:47:25 +0100COLOMBIA - Nariño, la diocesi di Ipiales chiede una tregua per proteggere le comunità intrappolate negli scontri tra gruppi armatihttps://www.fides.org/it/news/78343-COLOMBIA_Narino_la_diocesi_di_Ipiales_chiede_una_tregua_per_proteggere_le_comunita_intrappolate_negli_scontri_tra_gruppi_armatihttps://www.fides.org/it/news/78343-COLOMBIA_Narino_la_diocesi_di_Ipiales_chiede_una_tregua_per_proteggere_le_comunita_intrappolate_negli_scontri_tra_gruppi_armatidi Laura Gómez Ruiz<br /><br />Ipiales – «Nella Chiesa, la parrocchia non è soltanto un tempio: è l’intera comunità, sono le famiglie, i bambini, i giovani e gli anziani che oggi vivono giorni di dolore, incertezza e paura a causa della violenza che colpisce i loro territori». Con queste parole, il vescovo di Ipiales, José Saúl Grisales Grisales, esprime la propria preoccupazione per le comunità del dipartimento colombiano di Nariño, colpite da scontri tra gruppi armati che hanno provocato sfollamenti e confinamenti, ostacolando anche l’arrivo degli aiuti umanitari.<br />Situato nel sud-ovest della Colombia, al confine con l’Ecuador e affacciato sull’Oceano Pacifico, Nariño conta 64 comuni e circa 1,71 milioni di abitanti. Il 56% della popolazione vive in centri abitati minori e in aree rurali disperse. La posizione strategica del dipartimento, attraversato da corridoi che collegano la frontiera alla costa, alimenta le contese per il controllo del territorio e accresce la vulnerabilità delle comunità, soprattutto quando gli scontri limitano gli spostamenti e l’accesso ai servizi essenziali.<br />Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari , riportati dal media colombiano ‘Minuto30’, dal 18 ottobre sono state coinvolte negli sfollamenti e nei confinamenti 1.824 persone, appartenenti a 749 famiglie, nei comuni di Linares, Los Andes e La Llanada. Di queste, 1.167 sono tuttora confinate, mentre 657 hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni.<br />Le violenze hanno danneggiato anche le infrastrutture e compromesso l’erogazione di servizi essenziali. Secondo le informazioni raccolte, gli scontri e gli attacchi con ordigni esplosivi sganciati da droni hanno colpito una chiesa, un acquedotto comunitario, una scuola e almeno cinque abitazioni. L’emergenza ha inoltre coinvolto circa 1.357 bambini e adolescenti, costringendo alla sospensione temporanea delle attività scolastiche in alcune zone.<br /><br />La diocesi in soccorso delle comunità sofferenti<br /><br />In questo contesto, il 22 ottobre la diocesi di Ipiales ha diffuso un comunicato per esprimere vicinanza e solidarietà alle popolazioni delle subregioni di Abades e Guambuyaco. Particolare preoccupazione è rivolta alle comunità delle parrocchie di Nuestra Señora del Rosario a Linares, San Juan Bautista a Sotomayor e Nuestra Señora de la Visitación a Tábiles.<br />Il vescovo ricorda le famiglie che hanno subito direttamente le conseguenze della violenza: «Ci uniamo nella preghiera per le famiglie, per i feriti, per quanti hanno perso la casa e sono stati costretti a sfollare, e per tutti coloro che oggi vedono minacciate la propria vita e la propria serenità».<br /><br />La diocesi rivolge inoltre un appello urgente ai responsabili delle violenze, affinché «rispettino il diritto internazionale umanitario e proteggano, sopra ogni cosa, la vita, la dignità e i beni delle comunità», afferma il vescovo Grisales. Il comunicato chiede anche la cessazione delle ostilità e una tregua che permetta di porre fine alle sofferenze e scongiurare nuovi danni.<br /><br />Quando la violenza impedisce di raggiungere le persone in necessità<br /><br />Le difficoltà nel raggiungere le popolazioni colpite sono emerse durante un’operazione umanitaria a Linares. Come riferito da ‘Caracol Radio’, il 19 ottobre una delegazione guidata da Álex González, segretario per la Pace e la Sicurezza di Nariño, è riuscita a evacuare oltre 300 persone da diverse località. Mentre si dirigeva verso Bella Florida, tuttavia, la delegazione è stata raggiunta da colpi d’arma da fuoco e ha dovuto interrompere l’operazione, lasciando circa un centinaio di abitanti senza possibilità di lasciare la zona attraverso il corridoio umanitario previsto.<br /><br />La Defensoría del Pueblo aveva già segnalato l’escalation di violenza a Linares e Los Andes, dove dal 17 ottobre erano in corso scontri tra il gruppo autoproclamatosi Estado Mayor Central, formato da ex guerriglieri dissidenti delle FARC , che avevano respinto l'accordo firmato con il governo colombiano nel 2016 - e le Autodefensas Unidas de Nariño.<br />Il confinamento limita l’accesso a cibo, acqua, assistenza sanitaria e altri servizi essenziali, mentre gli scontri ostacolano l’arrivo degli aiuti. <br /><br />La sospensione delle attività scolastiche aggrava ulteriormente le conseguenze della violenza per i bambini e gli adolescenti coinvolti.<br />Per queste ragioni, la diocesi ribadisce che la popolazione civile deve essere tenuta fuori dalle contese armate e ricevere protezione e assistenza adeguate. «Chiediamo inoltre che gli aiuti umanitari possano arrivare in sicurezza, senza mettere a rischio chi li porta, e che siano destinati innanzitutto a chi ne ha più bisogno», sottolinea il vescovo di Ipiales.<br /><br />Una risposta condivisa per proteggere le comunità<br /><br />«Ribadiamo il nostro impegno ad accompagnare le vittime e le comunità parrocchiali, ascoltandole e lavorando al loro fianco per la pace», afferma il vescovo Grisales. Invita inoltre le istituzioni, le organizzazioni umanitarie e la società nel suo insieme a unire gli sforzi, affinché le famiglie ricevano un’assistenza adeguata e i diritti umani siano effettivamente rispettati.<br />Questo impegno si colloca in un contesto di frontiera in cui la violenza, le economie illecite e le contese per il controllo del territorio colpiscono le comunità su entrambi i lati del confine tra Colombia ed Ecuador. Nel secondo Incontro binazionale di pastorale di frontiera, svoltosi a Tumaco all’inizio di ottobre, i rappresentanti di otto circoscrizioni ecclesiastiche, insieme a Caritas Ecuador e al Segretariato nazionale di pastorale sociale-Caritas colombiana, hanno richiamato l’attenzione sulle conseguenze di queste dinamiche per la popolazione, chiedendo una maggiore collaborazione per tutelare la vita e i diritti umani.<br />Le comunità partecipanti hanno sottolineato che la frontiera non può essere considerata soltanto una linea che divide due Paesi, ma è un territorio condiviso da popoli indigeni, comunità afrodiscendenti e contadine, famiglie e persone migranti. Nella dichiarazione finale hanno chiesto di coordinare interventi capaci di garantire la protezione umanitaria e contribuire alla costruzione della pace.<br />L’appello della diocesi di Ipiales si inserisce in questa prospettiva di collaborazione tra le Chiese di Colombia ed Ecuador, accomunate dalla preoccupazione per le persone la cui sicurezza è minacciata, che perdono la propria casa o incontrano ostacoli nel ricevere assistenza. La collaborazione tra le Chiese locali, le istituzioni e le organizzazioni umanitarie è fondamentale per garantire alle comunità colpite una risposta concreta.<br />Il vescovo Grisales per concludere, richiama le parole di Papa Leone XIV: «Esorto tutti a respingere ogni forma di violenza e a scegliere con decisione la via della pace» e affida alla preghiera il suo auspicio: «La pace di Cristo risorto, quella pace umile e perseverante di cui ci parla Papa Leone XIV, giunga presto in ogni casa». <br />Mon, 26 Oct 2026 12:40:19 +0100AFRICA/TANZANIA - Il 29 ottobre una giornata di preghiera per le vittime delle violenze durante le elezioni di un anno fahttps://www.fides.org/it/news/78342-AFRICA_TANZANIA_Il_29_ottobre_una_giornata_di_preghiera_per_le_vittime_delle_violenze_durante_le_elezioni_di_un_anno_fahttps://www.fides.org/it/news/78342-AFRICA_TANZANIA_Il_29_ottobre_una_giornata_di_preghiera_per_le_vittime_delle_violenze_durante_le_elezioni_di_un_anno_faDar es-Salaam – “A un anno dalle elezioni dello scorso anno, ricordiamo i nostri concittadini feriti, scomparsi o addirittura uccisi”, afferma Mons. Wolfgang Pisa, Vescovo di Lindi e Presidente della Conferenza episcopale della Tanzania , in una lettera pastorale intitolata in swahili Bwana Awape Amani! . Il titolo richiama le parole della Seconda lettera ai Tessalonicesi : “Il Signore della pace vi dia la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi”.<br />A un anno di distanza, il Presidente della TEC invita la Chiesa in Tanzania a celebrare Messe di suffragio per le vittime delle violenze scoppiate in occasione delle elezioni generali del 29 ottobre 2025. Il voto si svolse in un clima di forte tensione, segnato dalle contestazioni dell’opposizione, dopo l’esclusione dalle liste elettorali o l’arresto dei suoi principali candidati .<br /><br />Dopo la proclamazione della vittoria della presidente Samia Suluhu Hassan, alla quale fu attribuito circa il 98% dei voti, scoppiarono proteste in diverse località del Paese. Negli scontri con le forze di sicurezza si registrarono morti e feriti, mentre diverse persone risultarono disperse . Una commissione nominata dal governo ha successivamente stimato in 518 il numero delle vittime, per lo più civili, la maggior parte delle quali uccise da colpi d’arma da fuoco.<br />“Questo stato di dolore e tragedia è ancora presente tra la nostra gente”, scrive Mons. Pisa. “In questo contesto, siamo chiamati a restare uniti come comunità di credenti, affidando la nostra Nazione, i suoi leader e il suo popolo al Dio misericordioso”.<br />“Chiediamo che le Sante Messe siano celebrate per queste intenzioni: per coloro che sono stati feriti, scomparsi o uccisi e per la nostra Nazione”, prosegue il Vescovo. Raccomanda inoltre che, per quanto possibile, le celebrazioni si svolgano giovedì 29 ottobre 2026 nelle parrocchie, nei centri di preghiera e nelle istituzioni ecclesiastiche.<br />In una dichiarazione ufficiale diffusa il 15 novembre 2025, i Vescovi della TEC avevano espresso profondo dolore e condannato le uccisioni dei dimostranti, definendole “brutali e inumane” e qualificandole come “un abominio al cospetto di Dio”. Avevano inoltre chiesto l’apertura di un’inchiesta indipendente e il rilascio incondizionato delle persone detenute per motivi elettorali o politici. <br /><br />Mon, 26 Oct 2026 11:25:26 +0100Lula confermato Presidente del Brasilehttps://www.fides.org/it/news/78341-Lula_confermato_Presidente_del_Brasilehttps://www.fides.org/it/news/78341-Lula_confermato_Presidente_del_Brasiledi Cosimo Graziani - <br /><br />Brasilia - Con un risultato inatteso alla vigilia, il Presidente uscente brasiliano Luiz Ignacio Lula da Silva ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali. Un risultato inatteso per due ragioni: al primo turno Lula era arrivato secondo dietro allo sfidante Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro ora in carcere dopo essere stato riconosciuto colpevole di aver ordito un tentativo di golpe per restare al potere dopo la sconfitta elettorale del 2022; la seconda ragione perché mai nella storia democratica del Brasile chi era arrivato secondo al primo turno era riuscito a capovolgere i risultati al turno successivo. <br /><br />Alla fine Lula ha ottenuto il 51,8% dei voti, quasi quattro milioni e mezzo di più di Bolsonaro.<br /><br />Le prime dichiarazioni di Lula dopo la riconferma alla presidenza sono state di ringraziamento per il popolo brasiliano: si tratta infatti del suo quarto mandato non consecutivo. “Questa è una vittoria contro le menzogne” ha dichiarato. Poi facendo riferimento ai dibattiti televisivi che ha avuto con il suo rivale politico ha specificato: “Devo confessarvi che tutte le volte che partecipavo ad un dibattito, mi sentivo in imbarazzo.”<br /><br />Lo svolgimento delle consultazioni è stato caratterizzato dalla decisione del Tribunale Federale Supremo di estendere di due ore l’orario per votare, rispondendo alla richiesta dei due candidati. La decisione però è stata poi alla base della protesta di Flavio Bolsonaro, che non ha riconosciuto la vittoria di Lula e che ha chiesto di annullare le elezioni: “È impossibile riconoscere i risultati delle elezioni nel contesto in cui sono avvenute e cose” ha dichiarato l’esponente del Partito Liberale. Secondo quanto riporta l’Associated Press, il presidente della Commissione Elettorale Kassio Nunes Marques, che fu nominato da Jair Bolsonaro, ha dichiarato che l’estensione dell’apertura dei seggi non avrebbe avuto effetti sui risultati delle elezioni. In questa direzione vanno anche le dichiarazioni rilasciate alla stessa agenzia di stampa da parte del professore Joao Pedro Padua della Università Federale Fluminese, che ha dichiarato che Bolsonaro può presentare ricorso contro il risultato ma che al momento non ci sono basi legali per l’annullamento delle elezioni.<br /><br />Per il Brasile ora si apre una pagina politica caratterizzata numerose incognite. Durante il primo turno infatti il Partito Liberale è risultato quello più votato nella Camera dei Deputati e nel Senato, mentre il Partito dei Lavoratori di Lula ha subito una cocente sconfitta. Inoltre, nelle elezioni statali che si erano svolte lo stesso giorno la destra aveva ottenuto la maggior parte dei governatori, anche in stati chiave. Bisognerà vedere quindi come Lula saprà gestire un parlamento ostile alle sue politiche, soprattutto quelle sociali, in un momento in cui il paese non può permettersi misure espansive a causa di un debito pubblico all’82% e in crescita.<br /><br />La domanda è quale sarà l’effetto della vittoria di Lula in America Latina. Al momento infatti, Lula è l’unico presidente di sinistra in una regione che ha virato con forza a destra e vede diversi nuovi leader allineati con le posizioni politiche del Presidente USA Donald Trump.<br /> Sicuramente, che il Paese più grande per popolazione e per economia della regione sia governato da un esponente di sinistra rappresenta un argine al processo di progressiva espansione di leadership allineate con l'amministrazione USA che sembrava essersi innescato in America Latina. <br /><br />Più chiare invece sono le conseguenze geopolitiche. Con Lula presidente forum come quello dei Brics continueranno ad avere rilievo internazionale per i prossimi anni: la politica estera di Lula è stata sempre incentrata sul multilateralismo e sul riconoscimento di un mondo multipolare, una visione in cui i Brics rientrano pienamente. Se Bolsonaro avesse vinto le elezioni probabilmente saremmo andati incontro ad un indebolimento de forum dal punto di vista politico, sebbene non ad un totale abbandono, considerato che la Cina è il primo partner commerciale per Brasilia.<br />Alla vigilia del ballottaggio, la Conferenza Nazionale dei Vescovi Brasiliani aveva fatto appello per la difesa della costituzione e dello stato democratico di diritto. <br />Mon, 26 Oct 2026 11:13:12 +0100ASIA/INDONESIA - La vocazione missionaria non conosce confini: 27 nuovi sacerdoti nella diocesi di Maumerehttps://www.fides.org/it/news/78340-ASIA_INDONESIA_La_vocazione_missionaria_non_conosce_confini_27_nuovi_sacerdoti_nella_diocesi_di_Maumerehttps://www.fides.org/it/news/78340-ASIA_INDONESIA_La_vocazione_missionaria_non_conosce_confini_27_nuovi_sacerdoti_nella_diocesi_di_MaumereMaumere – Un vero e proprio mese di grazia per la Chiesa cattolica dell’isola di Flores, in Indonesia. Così si può definire ottobre 2026 per la diocesi di Maumere, dove una serie di celebrazioni religiose ha avuto il suo culmine in numerose ordinazioni sacerdotali di giovani appartenenti a diversi istituti religiosi.<br /><br />«Le date si sono susseguite come una splendida corona di doni per la Chiesa», racconta all’Agenzia Fides padre Luigi Galvani, missionario camilliano, oggi a Kupang, nel Timor indonesiano, dopo diversi anni di servizio sull’isola di Flores.<br /><br />Il calendario delle ordinazioni è particolarmente significativo: il 10 ottobre sono stati ordinati dodici nuovi sacerdoti della Società del Verbo Divino; il 15 ottobre, sette Carmelitani; il 18 ottobre, due Agostiniani; infine, il 25 ottobre, cinque Camilliani e un sacerdote diocesano. In totale, 27 nuovi sacerdoti, chiamati a mettere la propria vita al servizio di Dio e dei fratelli attraverso differenti carismi e spiritualità.<br /><br />«Queste ordinazioni – sottolinea padre Galvani – ci ricordano che la vocazione missionaria non conosce confini. Molti giovani che oggi si preparano al sacerdozio e alla vita consacrata potranno domani essere inviati in terre lontane, al servizio di comunità che attendono una presenza fraterna, una parola di consolazione e una testimonianza concreta dell’amore di Cristo».<br /><br />La diocesi di Maumere si conferma così una vera «miniera di vocazioni e di grazie». Nel suo territorio sono presenti circa 60 istituti religiosi, maschili e femminili, espressione di una vivace realtà ecclesiale e vocazionale. Particolarmente significativo è anche il Seminario filosofico e teologico di Ledalero, gestito dai Missionari Verbiti. La struttura accoglie circa 1.500 giovani seminaristi e rappresenta uno dei più importanti centri di formazione alla vita sacerdotale e missionaria della Chiesa cattolica. Al termine del percorso formativo, molti di questi giovani saranno chiamati a svolgere il proprio ministero non solo in Indonesia, ma anche in altri Paesi, portando il Vangelo e i diversi carismi missionari in numerose parti del mondo.<br /><br />Per padre Galvani, le ordinazioni celebrate nel mese di ottobre, dedicato in modo particolare alla missione, assumono un significato che va oltre la dimensione locale. “Sono – afferma - un invito a ringraziare il Signore, a sostenere con la preghiera i nuovi sacerdoti e a continuare a promuovere una cultura vocazionale nelle famiglie, nelle parrocchie e nei seminari”.<br /> <br />Mon, 26 Oct 2026 10:37:00 +0100100 ANNI DALLE ORDINAZIONI DEI PRIMI 6 VESCOVI CINESI - Il Vescovo Simone Zhu Kaimin e la diocesi di Haimenhttps://www.fides.org/it/news/78339-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_6_VESCOVI_CINESI_Il_Vescovo_Simone_Zhu_Kaimin_e_la_diocesi_di_Haimenhttps://www.fides.org/it/news/78339-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_6_VESCOVI_CINESI_Il_Vescovo_Simone_Zhu_Kaimin_e_la_diocesi_di_HaimenA cento anni dalle ordinazioni dei primi 6 Vescovi cinesi consacrati in epoca contemporanea , l’Agenzia Fides dedica una serie di schede documentarie a quei Successori degli Apostoli e alle loro diocesi, al centro di quell’evento cruciale nel cammino della Chiesa cattolica in Cina.<br /><br />§§§<br /><br />del Prof. Liu Zhiqing<br /><br />La Diocesi di Haimen fu la sesta circoscrizione ecclesiastica in Cina affidata alla direzione di un membro del clero cinese. Fu istituita l'11 agosto 1926 come Vicariato Apostolico di Haimen. Il suo primo Vescovo, Simone Zhu Kaimin, fu uno dei primi sei vescovi cinesi consacrati a Roma da Papa Pio XI il 28 ottobre 1926. Era stato nominato Vicario apostolico il 2 agosto 1926.<br /><br /><br />1.Storia della diocesi<br /><br />Nel processo volto a affidare la guida delle diocesi a membri del clero cinese, secondo le indicazioni espresse dal “Primum Concilium Sinense” , l’Arcivescovo Celso Costantini primo Delegato Apostolico in Cina, aveva espressamene manifestato il desiderio di affidare a un appartenente al clero cinese una circoscrizione ecclesiastica nuova, da erigere su parte del territorio allora affidato alla cura pastorale della diocesi di Shanghai, la più prospera della Cina. «Perciò» scrive l’arcivescovo Costantini nelle sue memorie «decisi di recarmi a Shanghai nel mese di maggio, allo scopo di cercare un luogo adatto e una persona adatta».<br /><br />A quell’epoca il Vicariato Apostolico di Nanchino era guidato dal gesuita francese Prosper Paris .<br />Nel 1926 il progetto di Costantini fu realizzato con la separazione del Vicariato Apostolico di Haimen dal Vicariato Apostolico di Nanchino.<br />Secondo le statistiche, nel 1925 il Vicariato Apostolico di Nanchino comprendeva dodici grandi distretti ecclesiastici : Shanghai Yangjingbang, Nanchino, Yangzhou, Suzhou, Songjiang Puxi, Songjiang Punan, Songjiang Pudong, Changzhou, Xuzhou, Xuzhou orientale, Xuzhou occidentale, Chongming e Haimen. Contava 202.028 fedeli e 211 sacerdoti, di cui 130 stranieri e 81 cinesi. Il clero cinese rappresentava il 38,39% del totale. I due decanati di Haimen e Chongming costituivano il territorio destinato alla nuova circoscrizione ecclesiastica.<br /><br />Nel 1925 i decanato di Haimen comprendeva 11 parrocchie. Il decanato di Chongming comprendeva 6 parrocchie. I due decanati contavano complessivamente 31.336 fedeli e 18 sacerdoti, di cui 16 cinesi e 2 stranieri.<br /><br />L'11 agosto 1926 fu istituito il Vicariato Apostolico di Haimen. In quello stesso anno il Vicariato arrivò a contare 32.571 fedeli e 22 membri del clero: oltre al Vicario Apostolico cinese, 20 sacerdoti cinesi e 1 sacerdote straniero. Vi erano inoltre 16 religiose cinesi.<br /><br />L'11 aprile 1946 il Vicariato Apostolico di Haimen fu elevato al rango di Diocesi di Haimen. Nel 1949 la diocesi comprendeva sette contee. <br /><br />Secondo le statistiche riportate da Zhao Qingyuan nella “Cronologia della suddivisione delle diocesi cattoliche in Cina e della successione dei loro vescovi”, nel 1949 la diocesi contava 156 chiese e cappelle, 40 sacerdoti cinesi e 38.899 battezzati cattolici.<br /><br /><br />2. Il vescovo della diocesi<br /><br />Il primo vescovo di Haimen fu il gesuita Simone Zhu Kaimin . Originario di Zhuxianghui, nella contea di Qingpu , nacque il 30 ottobre 1868 a Dongjiadu, presso Shanghai, in una famiglia di armatori di giunche. Era il sesto di sette figli. Sua madre era sorella di Giuseppe Ma Xiangbo , ex sacerdote gesuita, che aveva abbandonato l’Ordine e il sacerdozio dicendo di non sopportare l’arroganza dei missionari stranieri nei confronti della Cina, continuando la sua opera di grande innovatore della prassi educativa cinese . Zhu Zhiyao, terzogenito tra i fratelli di Simone Zhu, era invece un noto industriale di Shanghai. <br />Nel 1883 Simone entrò nel seminario minore di Dongjiadu, a Shanghai, dove studiò latino. Successivamente entrò nel seminario maggiore di Xujiahui, dedicandosi allo studio della filosofia e della teologia. <br /><br />Il 7 settembre 1888 entrò nella Compagnia di Gesù e fu ordinato sacerdote a Dongjiadu il 28 giugno 1898. Nei vent'anni successivi svolse attività missionaria a Pudong, Chuansha, Jinjiaxiang, Changshu, Jiangyin e Luyuan e altre località. Il 2 febbraio 1903 emise i voti perpetui. Nel 1924 divenne arciprete del decanato di Nantong, nel Jiangsu. L’anno successivo assunse anche l'incarico di arciprete del decanato di Haimen e quello di preside della Scuola elementare San Luigi di Maojiazhen.<br />Il 2 agosto 1926 fu nominato Vicario Apostolico di Haimen. Il 28 ottobre 1926, nella Basilica di San Pietro a Roma, fu uno dei sei vescovi cinesi consacrati da Papa Pio XI a Roma, nella Basilica Vaticana. <br />Dopo il ritorno in Cina, nel marzo 1927, celebrò l’insediamento presso la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Haimen. L'11 aprile 1946 fu nominato primo vescovo della nuova Diocesi di Haimen.<br />Nel 1959 fu classificato ingiustamente come «elemento di destra». Morì il 22 febbraio 1960, all'età di 92 anni. Nel maggio 1980, il governo della provincia del Jiangsu ne riconobbe ufficialmente l'innocenza, revocò la precedente classificazione politica e ne riabilitò la reputazione.<br /><br /><br />3. Sviluppo della diocesi<br /><br />La Diocesi di Haimen ebbe origine dai due decanati di Haimen e Chongming, prima appartenenti al Vicariato apostolico di Nanchino. Tra i primi sei Vicariati Apostolici affidati a vicari appartenenti al clero cinese, fu quella che disponeva delle risorse più consistenti.<br /><br />Dopo 24 anni di sviluppo , la diocesi contava 19.496 fedeli e 49 membri del clero, tra i quali 45 erano cinesi e 4 stranieri. Vi erano inoltre 59 religiose cinesi.<br /><br />Le statistiche annuali dell'attività pastorale della diocesi sono riportate nella tabella seguente.<br /><br />Tabella delle statistiche pastorali della Diocesi di Haimen, 1926–1950<br /><br /><table ><colgroup><col ><col ><col ><col ><col ><col ><col ><col ></colgroup><thead><tr><td rowspan="2" >Periodo/Anno</td><td rowspan="2" >Vescovi</td><td colspan="2" >Sacerdoti</td><td colspan="2" >Religiose</td><td rowspan="2" >Popolazione </td><td rowspan="2" >Fedeli cattolici</td></tr><tr><td >stranieri</td><td >cinesi</td><td >straniere</td><td >cinese</td></tr></thead><tbody><tr><td >1926-1927</td><td >1</td><td >1</td><td >20</td><td ></td><td >16</td><td >11</td><td >32571</td></tr><tr><td >1927-1928</td><td >1</td><td >1</td><td >21</td><td ></td><td >16</td><td >5.6</td><td >32350</td></tr><tr><td >1928-1929</td><td >1</td><td >2</td><td >20</td><td >6</td><td >14</td><td >5.2</td><td >32693</td></tr><tr><td >1929-1930</td><td >1</td><td >2</td><td >22</td><td >6</td><td >14</td><td >5.2</td><td >32992</td></tr><tr><td >1930-1931</td><td >1</td><td >1</td><td >25</td><td >9</td><td >14</td><td >5.2</td><td >33024</td></tr><tr><td >1933</td><td >1</td><td >2</td><td >23</td><td >9</td><td >23</td><td >5.2</td><td >33705</td></tr><tr><td >1934</td><td >1</td><td >2</td><td >25</td><td >9</td><td >31</td><td >5.2</td><td >33933</td></tr><tr><td >1935</td><td >1</td><td >2</td><td >23</td><td >9</td><td >33</td><td >5</td><td >34651</td></tr><tr><td >1936</td><td >1</td><td >3</td><td >24</td><td >9</td><td >24</td><td >5</td><td >34865</td></tr><tr><td >1937</td><td >1</td><td >2</td><td >24</td><td >9</td><td >17</td><td >5</td><td >35433</td></tr><tr><td >1938</td><td >1</td><td >4</td><td >21</td><td >9</td><td >18</td><td >5</td><td >35890</td></tr><tr><td >1939</td><td >1</td><td >3</td><td >20</td><td >9</td><td >42</td><td >5.4</td><td >36344</td></tr><tr><td >1940</td><td >1</td><td >3</td><td >24</td><td >9</td><td >39</td><td >5.3</td><td >37024</td></tr><tr><td >1941</td><td >1</td><td >2</td><td >27</td><td >8</td><td >44</td><td >5.3</td><td >37528</td></tr><tr><td >1942</td><td >1</td><td ></td><td >32</td><td >8</td><td >46</td><td >5.3</td><td >37662</td></tr><tr><td >1943</td><td >1</td><td ></td><td >82</td><td >8</td><td >48</td><td >5.3</td><td >38126</td></tr><tr><td >1947</td><td >1</td><td ></td><td >32</td><td >8</td><td >48</td><td >5.3</td><td >38126</td></tr><tr><td >1948</td><td >1</td><td >3</td><td >43</td><td >9</td><td >50</td><td >5</td><td >39744</td></tr><tr><td >1949</td><td >1</td><td >4</td><td >42</td><td >11</td><td >51</td><td >5.2</td><td >39496</td></tr><tr><td >1950</td><td >1</td><td >4</td><td >44</td><td ></td><td >59</td><td >5.2</td><td >39496</td></tr></tbody></table><br /><br />Fonte: Les missions de Chine et du Japon, Les missions de Chine, Annuaire des Missions Catholiques de Chine.<br /><br /><br />Mon, 26 Oct 2026 09:41:49 +0100AFRICA/MADAGASCAR - Rinuncia e successione dell’Arcivescovo di Fianarantsoahttps://www.fides.org/it/news/78338-AFRICA_MADAGASCAR_Rinuncia_e_successione_dell_Arcivescovo_di_Fianarantsoahttps://www.fides.org/it/news/78338-AFRICA_MADAGASCAR_Rinuncia_e_successione_dell_Arcivescovo_di_FianarantsoaCittà del Vaticano -Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi Metropolitana di Fianarantsoa, presentata da S.E. Mons. Fulgence Rabemahafaly. Gli succede S.E. Mons. Jean Nicolas Rakotojaona, finora Arcivescovo Coadiutore della medesima Arcidiocesi.<br /><br />Jean Nicolas Rakotojaona è nato il 18 gennaio 1973 ad Anosy Avaratra. È stato ordinato presbitero il 3 agosto 2002 per l’Arcidiocesi di Antananarivo.<br /><br />Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Vicario Parrocchiale nel distretto di Ihazolava ; Master in Filosofia della Religione presso l’Université Catholique de Madagascar; Vicario a Andohatapenaka e Ampefiloha ; Rettore del Seminario Propedeutico Victoire Rasoamanarivo; Professore di Dottrina Sociale della Chiesa presso l’Higher Institute of Technology di Antananarivo e di Filosofia presso il Seminario Minore ; Parroco di Ambanidia ; Dottorato in Teologia presso l’Université de Fribourg, in Svizzera ; Vice-Rettore e Rettore del Seminario Maggiore di Filosofia Saint Paul Apôtre.<br /><br />Eletto Vescovo titolare di Dragonara e Ausiliare di Morondava il 19 maggio 2023, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 2 luglio successivo. Il 25 ottobre 2025 è stato nominato Arcivescovo Coadiutore di Fianarantsoa.<br /><br />Attualmente, è co-Presidente della Commissione Episcopale per l’Apostolato dei Laici .Sun, 25 Oct 2026 15:24:01 +0100