Fides News - Italianhttps://www.fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.AFRICA/MADAGASCAR - Rinuncia e successione dell’Arcivescovo di Fianarantsoahttps://www.fides.org/it/news/78338-AFRICA_MADAGASCAR_Rinuncia_e_successione_dell_Arcivescovo_di_Fianarantsoahttps://www.fides.org/it/news/78338-AFRICA_MADAGASCAR_Rinuncia_e_successione_dell_Arcivescovo_di_FianarantsoaCittà del Vaticano -Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi Metropolitana di Fianarantsoa, presentata da S.E. Mons. Fulgence Rabemahafaly. Gli succede S.E. Mons. Jean Nicolas Rakotojaona, finora Arcivescovo Coadiutore della medesima Arcidiocesi.<br /><br />Jean Nicolas Rakotojaona è nato il 18 gennaio 1973 ad Anosy Avaratra. È stato ordinato presbitero il 3 agosto 2002 per l’Arcidiocesi di Antananarivo.<br /><br />Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Vicario Parrocchiale nel distretto di Ihazolava ; Master in Filosofia della Religione presso l’Université Catholique de Madagascar; Vicario a Andohatapenaka e Ampefiloha ; Rettore del Seminario Propedeutico Victoire Rasoamanarivo; Professore di Dottrina Sociale della Chiesa presso l’Higher Institute of Technology di Antananarivo e di Filosofia presso il Seminario Minore ; Parroco di Ambanidia ; Dottorato in Teologia presso l’Université de Fribourg, in Svizzera ; Vice-Rettore e Rettore del Seminario Maggiore di Filosofia Saint Paul Apôtre.<br /><br />Eletto Vescovo titolare di Dragonara e Ausiliare di Morondava il 19 maggio 2023, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 2 luglio successivo. Il 25 ottobre 2025 è stato nominato Arcivescovo Coadiutore di Fianarantsoa.<br /><br />Attualmente, è co-Presidente della Commissione Episcopale per l’Apostolato dei Laici .Sun, 25 Oct 2026 15:24:01 +0100Finora niente exploit per i movimenti indipendentisti che agitano il Canadahttps://www.fides.org/it/news/78337-Finora_niente_exploit_per_i_movimenti_indipendentisti_che_agitano_il_Canadahttps://www.fides.org/it/news/78337-Finora_niente_exploit_per_i_movimenti_indipendentisti_che_agitano_il_CanadaOttawa - Mentre in Europa singoli Stati vedono affermarsi forze e movimenti che puntano a riaffermare le istanze nazionali in chiave anti-Unione Europea a la chiusura verso i flussi migratori, in Canada pulsioni analoghe prendono la forma di spinte all’isolazionismo o al separatismo su base regionale.<br /><br /> In questo scenario va letto si deve leggere lo svolgimento del referendum organizzato in Alberta lo scorso 19 ottobre. <br />Gli abitanti di quello Stato, più di quattro milioni, sono stati chiamati alle urne per decidere se iniziare l’iter di secessione da Ottawa. L’affluenza è stata bassa, con più di un milione e novecentomila persone che si è recata alle urne e che, secondo i risultati parziali – quelli definitivi arriveranno nei prossimi giorni –, ha espresso la volontà di non iniziare nessun processo indipendentista con il 76% dei voti.<br />I risultati sono stati accolti con favore da parte del primo ministro canadese Mark Carney, che nelle scorse settimane aveva partecipato alla campagna elettorale contro l’opzione indipendentista. “È un grande risultato per il Canada che gli abitanti dell’Alberta abbiano scelto l’unità” queste le sue prime parole non appena sono stati pubblicati i dati parziali. Carney ha aggiunto che i risultati permetteranno al Canada di guardare avanti, diversificando il commercio e facendo diventare il Paese una potenza energetica, con lo Stato federaleo al centro di questi processi. L’Alberta infatti è un produttore di petrolio e possiede la quarta riserva di greggio al mondo.<br />Il primo ministro locale Danielle Smith ha commentato la pubblicazione dei risultati enfatizzando il forte supporto per rimanere nella federazione: “gli abitanti dell’Alberta hanno votato per uno Stato forte in un Canada unito” ha scritto sui suoi social. È stata proprio lei però a proporre la consultazione sul tema, spinta dalle forze secessioniste in seno al suo Partito, il Partito Conservatore Unito . <br /><br />I movimenti indipendentisti, nonostante la sconfitta, promettono di continuare a promuovere l’indipendenza. Il leader dell’Alberta Prosperity Project ha dichiarato all’Associated Press che continuerà a promuovere i benefici dell’indipendenza alla popolazione come ha fatto negli ultimi mesi, sperando di creare spazio per la causa da una secessione interna dell’Upc.<br />Venti di secessione soffiano non solo in Alberta, ma anche in uno stato dove tradizionalmente il tema è più sentito: il Quebec. <br />Il 5 ottobre, alle elezioni nello Stato a maggioranza francofona, il Parti Québécois ha ottenuto sessanta seggi su centoventisette, risultando il primo Partito. Pur non avendo ottenuto la maggioranza assoluta per governare – avrà bisogno dell’appoggio esterno di un altro Partito –, il suo leader Paul St. Pierre Plamondon ha messo subito in chiaro che cercherà di organizzare un altro referendum per l’indipendenza, dopo i due già organizzati nel 1980 e nel 1995. <br />St. Pierre Plamondon ha chiarito che il suo obiettivo è puntare al referendum dopo che il Presidente USA Donald Trump avrà lasciato la Casa Bianca nel 2029. Come nel caso dell’Alberta, il primo Ministro canadese Carney dopo la vittoria del Parti Québécois ha rilasciato dichiarazioni concilianti nei confronti degli indipendentisti.<br />A differenza dell’Alberta, in Quebec gli indipendentisti hanno più chiaramente in testa l’obiettivo dell’indipendenza. Lo stesso St. Pierre Plamondon, nel suo discorso post-elezioni, ha detto che continua a “sognare e visualizzare” il Quebec indipendente e che il suo sogno un giorno “si realizzerà.” Ma secondo molti analisti il sostegno all’indipendenza al momento è basso e si attesta attorno al 30% Agenzia Fides 25/10/2026)Sun, 25 Oct 2026 15:08:46 +0100AFRICA/SENEGAL - Rinuncia e successione del Vescovo di Koldahttps://www.fides.org/it/news/78336-AFRICA_SENEGAL_Rinuncia_e_successione_del_Vescovo_di_Koldahttps://www.fides.org/it/news/78336-AFRICA_SENEGAL_Rinuncia_e_successione_del_Vescovo_di_KoldaCittà del Vaticano - Il Santo Padre Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Kolda, presentata da S.E. Mons. Jean-Pierre Bassène. Gli succede S.E. Mons. Joseph Francis Janvier Badji, finora Vescovo Coadiutore della medesima Diocesi. <br />Sat, 24 Oct 2026 19:04:34 +0200“Chiesa dei Covoni”: il “mandato missionario” conclude il primo Convegno internazionalehttps://www.fides.org/it/news/78335-Chiesa_dei_Covoni_il_mandato_missionario_conclude_il_primo_Convegno_internazionalehttps://www.fides.org/it/news/78335-Chiesa_dei_Covoni_il_mandato_missionario_conclude_il_primo_Convegno_internazionaleRoma – Con una “Messa di invio” si è concluso il Convegno internazionale dedicato alla “Chiesa dei Covoni”: iniziativa promossa dal Dicastero per l’Evangelizzazione , che ha riunito a Roma per due giornate di lavoro intenso e di scambi fecondi sacerdoti, religiosi, religiose e laici di tutto il mondo convolti nell’opera missionaria, nello studio intorno alla missione e nell'accompagnamento pastorale. Un evento ospitato presso la Pontificia Università Urbaniana, preceduto da un approfondito lavoro di riflessione condivisa svolto in tutti i Continenti, e che rappresenta soltanto una tappa di una riflessione più ampia sulla missione da vivere in un mondo multipolare, dove anche riguardo alle dinamiche ecclesiali i rapportii tra l’Occidente e il Sud globale appaiono già profondamente trasformati.<br /><br />A presiedere la celebrazione, sabato 24 ottobre, memoria liturgica del Vescovo missionario Sant’Antonio Maria Claret, è stato l’Arcivescovo Samuele Sangalli, Segretario aggiunto con incarico di Responsabile dell’Amministrazione del Dicastero per l’Evangelizzazione, nella Chiesa Santo Spirito in Sassia. <br /><br />Nell’omelia l’Arcivescovo ha richiamato le parole con cui il Santo fondatore dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria descriveva il missionario: «un uomo che arde di carità e che brucia dovunque passa», che «non si lascia spaventare da nulla» e «non pensa ad altro che a come seguire e imitare Gesù Cristo».<br /><br /><br />Arcivescovo Sangalli: l’opera missionaria richiede pazienza, non dogmatismi<br /><br />Oggi, ha osservato l’Arcivescovo, alla luce del Magistero del Concilio Vaticano II, e del cammino sinodale avviato in tutta la Chiesa, risuonano con ancora più forza le parole di Paolo agli Efesini riproposte nell’odierna liturgia della parola. In Segretario aggiunto del Dicastero missionario le ha rilette, nello spirito del Cardinale Carlo Maria Martini che insegnava come «la Scrittura va lasciata penetrare lentamente»: i diversi doni - richiamava l’Apostolo. delle Genti - «per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo», un corpo che, «ben compaginato e connesso», cresce «secondo l’energia propria di ogni membro».<br /><br />Di fronte ai «complessi e talvolta seriamente contraddittori processi di globalizzazione» che segnano la nostra epoca, ha proseguito, «ci rendiamo conto che gli itinerari di inculturazione del Vangelo», e «degli stessi missionari e missionarie», richiedono «davvero quella pazienza» che, nel Vangelo del giorno, il vignaiolo suggerisce al padrone perché il fico porti frutto. «Pazienza. Passi in avanti e anche indietro», ha insistito, senza affrontare le cose «automaticamente e irrimediabilmente», ma «tutte le volte con lo spirito del discernimento». <br /><br /><br /> Il sostegno del Dicastero per un nuovo tempo missionario<br /><br /><br />Anche il percorso avviato in questi giorni, ha aggiunto l’Arcivescovo Sangalli, può configurarsi come «uno dei tanti processi» con cui il Dicastero si prende cura dell’«aggiornamento degli stili e dei modi della missione» in tutto il mondo. Citando il Salmo 121, ha ricordato che il cammino verso la Gerusalemme celeste «accende il cuore di gioia e di desiderio di condivisione», perché i cristiani sentono «veramente custodito nel mistero di unità che è Dio, il destino di ogni uomo e di ogni donna che viene sulla terra».<br /><br />L’Arcivescovo ha infine affidato ai partecipanti al Convegno le esortazioni di Papa Leone XIV nel Messaggio per la centesima Giornata Missionaria Mondiale, celebrata domenica scorsa, «parole molto belle che indicano una traiettoria» e che il Papa consegna «perché le lasciamo penetrare profondamente dentro di noi»: la missione evangelizzatrice, che Cristo ha affidato ai discepoli, richiede anzitutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione». E ancora: «Se l’unità è la condizione della missione, l’amore ne è la sostanza».<br /><br /><br />Arcivescovo Nwachukwu: collaboratori in una “iniziativa missionaria globale” <br /><br />Al termine della celebrazione, l’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero missionario, ha pronunciato a nome della Santa Sede la formula di mandato. Si è rivolto ai partecipanti ricordando che, riuniti a Roma, essi hanno condiviso «i doni e le esperienze» delle loro Chiese locali e hanno compiuto insieme un’opera di discernimento insieme come far avanzare la missione di una «Chiesa per tutti: sinodale nel metodo, missionaria nello spirito, credibile nell’amore».<br /><br />«A nome della Santa Sede – ha detto l’Arcivescovo Nwachukwu – vi conferisco il mandato di collaboratori dell’Iniziativa missionaria globale della Chiesa dei Covoni». E ha esortato: «Andate a far crescere una comunione di Chiese in cui i doni di ogni Chiesa locale siano accolti con gratitudine e condivisi con generosità per il bene di tutti». Un invito a rivolgere «un’attenzione particolare a coloro che si trovano nelle periferie», a «costruire ponti tra culture e Continenti» e a testimoniare il Vangelo «attraverso il servizio umile e l’amore reciproco».<br /><br />Il Convegno svoltosi a Roma è il primo atto pubblico di un percorso che proseguirà fino alla Pentecoste del 2028. Mentre il multilateralismo è in crisi sul piano politico, l’iniziativa della Chiesa dei Covoni lascia intravedere che le Chiese continuano a condividere e alimentare insieme un “multilateralismo ecclesiale” vissuto come scambio di doni, manifestazione storica della comunione che fiorisce attingendo alla condivisa fede degli Apostoli. <br /><br /> Sat, 24 Oct 2026 18:07:51 +0200ASIA/BAHRAIN - 24 ottobre: I Martiri di Najran, una memoria che unisce i cristiani d’Arabiahttps://www.fides.org/it/news/78332-ASIA_BAHRAIN_24_ottobre_I_Martiri_di_Najran_una_memoria_che_unisce_i_cristiani_d_Arabiahttps://www.fides.org/it/news/78332-ASIA_BAHRAIN_24_ottobre_I_Martiri_di_Najran_una_memoria_che_unisce_i_cristiani_d_ArabiaAwali – Per secoli la loro memoria è rimasta ai margini della storia. Oggi, invece, i Martiri di Najran tornano a occupare un posto sempre più significativo nella vita della Chiesa nella Penisola Arabica. La loro festa, celebrata il 24 ottobre, è ormai memoria obbligatoria nei due Vicariati apostolici della regione, con l’approvazione della Santa Sede . E la loro testimonianza, riscoperta dopo il Grande Giubileo del 2023-2024 per i 1500 anni dal martirio , sta diventando anche un punto di incontro tra comunità cattoliche e ortodosse. La celebrazione è così entrata stabilmente nei Calendari propri dei Vicariati, accanto alla Solennità di Nostra Signora d’Arabia, Patrona principale della Penisola Arabica.<br /><br />Lo ricorda all’Agenzia Fides un documento condiviso dalla Confraternita di Sant’Areta e dei Compagni Martiri, cui promotore e guida episcopale è il vescovo Aldo Berardi, O.SS.T., Vicario Apostolico di Arabia del nord , che comprende Bahrain, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita.<br /><br />La loro vicenda, nonostante la relativa scarsità delle fonti storiche, ha conosciuto negli ultimi anni una rinnovata attenzione, sia nella regione sia nel mondo cristiano. La memoria di quei testimoni della fede è tornata così a essere conosciuta, celebrata e pregata. La loro presenza nella vita della Chiesa locale assume così una forma stabile. Per i cristiani che oggi vivono o giungono nella Penisola Arabica, Sant’Areta e i suoi Compagni non sono soltanto nomi legati alla storia antica, ma testimoni ai quali affidare il proprio cammino di fede. La riscoperta dei Martiri di Najran sta inoltre superando i confini della Penisola Arabica.<br /><br />La loro testimonianza assume oggi un significato particolare anche nel cammino verso l’unità dei cristiani. In Oman è stata dedicata a Sant’Areta una chiesa ortodossa. Il gesto rappresenta un’espressione concreta del patrimonio cristiano condiviso che unisce le diverse tradizioni ecclesiali presenti nel Golfo. Un altro momento significativo si è vissuto quest’estate, quando, su invito del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I, il Vescovo Aldo Berardi e una delegazione di sacerdoti ortodossi e cattolici provenienti dal Kuwait hanno compiuto un pellegrinaggio sul Monte Athos . Il pellegrinaggio è stato occasione di preghiera e fraternità, ma anche di riscoperta di una comune eredità cristiana. La delegazione ha visitato alcuni monasteri nei quali Sant’Areta è venerato da secoli, come testimoniano gli antichi affreschi che raffigurano il Martire. Particolarmente significativo è stato l’incontro con i monaci ortodossi custodi della reliquia del cranio di Sant’Areta. La sacra reliquia è stata esposta alla venerazione della delegazione. Sono incontri che mostrano come i Martiri di Najran non appartengano esclusivamente a una singola comunità o tradizione ecclesiale. La loro memoria è condivisa da cristiani di diverse confessioni, uniti dalla venerazione per la loro fedeltà a Cristo e per il dono della vita compiuto in nome della fede.<br /><br />Nel dialogo tra le Chiese, e in particolare nel rapporto tra cattolici e ortodossi, la storia dei Martiri arabi mostra come una memoria condivisa possa diventare una via verso una maggiore conoscenza reciproca, l’amicizia e la comunione. I santi possono diventare ponti. La loro memoria può riportare alla luce ciò che le diverse tradizioni cristiane hanno ricevuto insieme e che precede le divisioni della storia. È anche questo uno dei messaggi che Sant’Areta e i suoi Compagni consegnano ai cristiani di oggi. La loro testimonianza ricorda innanzitutto che il cristianesimo nella Penisola Arabica non è una realtà recente. Le sue radici affondano nei primi secoli della Chiesa. Ricorda inoltre che il sangue dei martiri è seme della Chiesa. La fede per la quale Sant’Areta e i suoi Compagni diedero la vita continua infatti a essere vissuta nelle stesse terre nelle quali essi testimoniarono Cristo. E forse proprio qui si trova uno degli aspetti più attuali della loro memoria: ciò che unisce i cristiani è più antico e più profondo di ciò che ancora li separa.<br /><br />La celebrazione dei Martiri assume un significato particolare anche mentre violenza e instabilità continuano ad affliggere alcune zone dell’Arabia meridionale. La Chiesa affida dunque Najran e le regioni circostanti all’intercessione dei Martiri, chiedendo pace, riconciliazione e protezione per tutti coloro che vivono in quelle terre. Najran, luogo segnato quindici secoli fa dalla testimonianza di uomini e donne che preferirono dare la vita piuttosto che rinnegare la propria fede, possa tornare a essere un luogo di pace, fraternità e armonia. Per quanti oggi vivono e testimoniano il Vangelo nel Golfo, - si legge nel documento della Confraternita - i Martiri di Najran possono essere non soltanto figure di un passato lontano, ma compagni di cammino e intercessori. <br /> <br />Sat, 24 Oct 2026 12:21:12 +0200ASIA/MYANMAR - A Loikaw la Chiesa rinasce tra gli sfollati: aumentano le difficoltà, ma cresce anche la fede, dice il Vicario generalehttps://www.fides.org/it/news/78331-ASIA_MYANMAR_A_Loikaw_la_Chiesa_rinasce_tra_gli_sfollati_aumentano_le_difficolta_ma_cresce_anche_la_fede_dice_il_Vicario_generalehttps://www.fides.org/it/news/78331-ASIA_MYANMAR_A_Loikaw_la_Chiesa_rinasce_tra_gli_sfollati_aumentano_le_difficolta_ma_cresce_anche_la_fede_dice_il_Vicario_generaledi Paolo Affatato<br /><br />Loikaw – Nei primi giorni, in cattedrale venivano soltanto poche persone. Poi, lentamente, la voce si è diffusa nei villaggi e tra le famiglie disperse dalla guerra: il sacerdote era tornato, la vita pastorale riprendeva, la comunità poteva nuovamente ritrovarsi. Oggi, racconta don Marko Phe Bya, Vicario generale della diocesi di Loikaw e parroco della cattedrale di Cristo Re, ogni domenica circa 500 fedeli partecipano alla messa. «Quando hanno capito che la vita pastorale della Chiesa tornava a pulsare in quel luogo, il centro della diocesi, sono tornati. È straordinario: la gente ha una fede incrollabile», racconta il Vicario, che l’Agenzia Fides ha incontrato a margine del Forum internazionale di Azione cattolica , svoltosi a Roma nei giorni scorsi.<br /><br />La storia di questa ripresa si intreccia con quella della guerra civile che, dal colpo di Stato militare del febbraio 2021, sconvolge il Myanmar. Nello Stato di Kayah , conosciuto anche come “stato Karenni”, i combattimenti e i bombardamenti hanno costretto intere comunità ad abbandonare le proprie case. La Chiesa di Loikaw ha subito direttamente le conseguenze del conflitto: a novembre 2023, i militari hanno occupato il complesso della cattedrale di Cristo Re e il Centro pastorale diocesano, costringendo il vescovo Celso Ba Shwe, sacerdoti, religiose e fedeli a lasciare il luogo. La cattedrale venne utilizzata come base militare.<br />Don Marko Phe Bya ricorda quel periodo come una dolorosa interruzione della vita ecclesiale: «Nel 2023 siamo stati tutti costretti ad abbandonare il nostro Centro pastorale, perché i soldati ci hanno sgomberato. Tutti i sacerdoti, i vescovi, le suore: siamo stati costretti ad andarcene». Per lungo tempo, nella cattedrale non c’è stato un parroco e il centro pastorale era occupato. Don Marko è tornato a settembre 2025: «La chiesa era un po’ rovinata e aveva dei danni, ma non gravi. I registri parrocchiali, i libri dei battesimi e gli altri documenti li avevamo portati con noi in un altro luogo per salvarli».<br /><br />Il ritorno, tuttavia, non significava che la guerra fosse finita. La città appariva ancora svuotata, mentre la maggior parte dei cattolici era dispersa nel territorio, fuggita a causa dei combattimenti: «Quando sono tornato, erano rientrate al massimo un centinaio di persone», racconta. Nei mesi successivi, però, la comunità ha ricominciato a raccogliersi. Oggi, riferisce il sacerdote, la cattedrale ospita circa 500 persone ogni domenica; e nelle grandi celebrazioni, come la festa di Cristo Re, patrono della chiesa e conclusione dell’anno liturgico, i presenti possono arrivare a 1.000 o persino 2.000.<br />Sono numeri che, nel contesto di Loikaw, raccontano la ripresa delle attività e della vita ecclesiale. Testimoniano il desiderio di ritrovare un luogo comune, di “essere comunità”, di pregare insieme e di non lasciare che la dispersione provocata dalla guerra spezzi i legami della comunità. «La gente viene in chiesa, viene a piangere, a pregare, cercare conforto – conferma don Marko –. In una situazione del genere ci sono tante difficoltà, non c’è abbastanza cibo, non c’è sicurezza, ci sono i bombardamenti. Noi predichiamo di tenere salda la fede, perché Dio è la nostra speranza. Vengono in chiesa per nutrirsi del cibo spirituale, che è importante quanto il sostentamento materiale».<br /><br />La diocesi di Loikaw si estende nello Stato di Kayah, una regione prevalentemente montuosa dell’area orientale del Myanmar, considerata una delle roccaforti del cattolicesimo nel Paese. La diocesi è stata eretta da Giovanni Paolo II nel 1989, in un territorio evangelizzato a partire dal XIX secolo dai missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere . I dati ecclesiastici disponibili indicano una comunità di circa 90mila cattolici e una rete di circa 40 parrocchie, distribuite tra la città e i villaggi. E’ una Chiesa radicata nel territorio, ma oggi costretta a confrontarsi con lo sfollamento di massa e con la difficoltà di mantenere unite comunità lontane dai loro luoghi di origine.<br /><br />Secondo quanto conferma il Vicario generale, gli sfollati nella diocesi superano, in tutto, le 300mila persone e sono distribuiti in centinaia di campi. Tra loro vi sono circa 40mila cattolici, che vivono ancora in insediamenti provvisori, in villaggi remoti o nei boschi: Numerose parrocchie sono rimaste vuote o chiuse a causa della fuga della popolazione. La crisi umanitaria, dunque, investe un territorio molto più ampio della sola città di Loikaw. Tra i profughi, la Chiesa cerca di mantenere viva la propria presenza: i sacerdoti non si limitano ad attendere il ritorno dei fedeli nelle chiese, ma raggiungono gli sfollati nei campi e nei villaggi: «Con gli altri sacerdoti ci prendiamo cura di loro: andiamo a visitarli - prosegue il sacerdote - celebriamo la messa nei campi, fuori dalla città di Loikaw, dove ci sono molte piccole comunità parrocchiali. I sacerdoti seguono gli sfollati e restano con loro. Costruiscono piccole tende, una capanna come chiesa, come cappella. È un segno di speranza che i sacerdoti vadano con loro. Ogni volta che la nostra gente scappa, noi li accompagniamo».<br /><br />La missione pastorale si intreccia così con l’assistenza umanitaria. La Chiesa cerca donatori per sostenere le famiglie con cibo, alloggio, istruzione e cure sanitarie. Per chi ha perso la casa, il lavoro e la possibilità di coltivare i propri campi, anche la sopravvivenza quotidiana è diventata incerta: «La gente sta tornando in città - spiega - ma non c’è lavoro. Cerca di trovare un impiego, qualunque lavoro riesca a ottenere», spiega don Marko. Nei villaggi, molti tentano di coltivare il riso, ma i combattimenti possono interrompere improvvisamente la vita quotidiana: «Quando arrivano gli scontri e le bombe, devi fuggire».<br /><br />Alla precarietà materiale si aggiunge la paura. Il sacerdote racconta che muoversi nel territorio richiede prudenza e che anche gli operatori ecclesiali sono esposti al rischio di arresti e sospetti. Don Marko Phe Bya riferisce di due sacerdoti arrestati nei mesi scorsi e poi liberati, mostrando quanto sia fragile lo spazio in cui la Chiesa cerca di continuare il proprio servizio educativo e pastorale. Ricorda, poi, il caso di suor Benedetta, religiosa della congregazione di Maria Bambina impegnata a garantire l’istruzione ai bambini in un villaggio in zona di conflitto. La religiosa è stata arrestata cinque mesi fa con il sospetto di avere contatti con il Governo di unità nazionale , l’esecutivo di opposizione ed è ancora in carcere. <br />La dolorosa vicenda di una religiosa detenuta è diventata, per la comunità, occasione di preghiera e solidarietà. Don Marko racconta che in carcere ci sono altri cattolici, con i quali suor Benedetta prega. Quando gli è possibile incontrarla , cerca di incoraggiarla e, in alcune occasioni, riesce anche a portarle l’Eucarestia: «La fede delle persone è ancora forte, anche nelle difficoltà. Più incontriamo difficoltà, più siamo chiamati a incoraggiarci, e a pregare. Questa è la nostra fede».<br /><br />La resilienza dei cattolici di Loikaw, dopo anni di guerra e sfollamento, nasce proprio dalla fede condivisa e dall’aiuto reciproco: «Le persone resistono grazie alla nostra fede e anche al fatto che si aiutano a vicenda», afferma il Vicario generale. La comunità ecclesiale cerca di non lasciare sole le famiglie: i sacerdoti visitano gli insediamenti, i vescovi incoraggiano i fedeli e la preghiera sostiene chi è stanco, affamato e spaventato.<br />In questa esperienza si comprende anche il significato delle parole pronunciate dal Vescovo Celso Ba Shwe durante gli anni dell’esilio, che don Marko ricorda e ripete: «La Chiesa non coincide con un edificio, ma con il popolo che si riunisce nel nome di Cristo. La nostra comunità è fatta di persone, non di edifici. Le persone sono le “pietre vive”». «Anche quando le chiese sono vuote o inaccessibili, la comunità continua a esistere là dove i fedeli pregano insieme, celebrano l’Eucaristia e si prendono cura gli uni degli altri», osserva.<br /><br />La speranza di una pace duratura rimane, tuttavia, fragile. Il sacerdote racconta che la popolazione è stanca di una guerra che continua a colpire soprattutto gli innocenti, le donne e i bambini: «Se una parte vuole vincere sull’altra e nessuno parla di dialogo, come è possibile iniziarlo? Per fermare il conflitto, bisognerebbe che entrambe le parti si convincano che nessuna può vincere, annientando l’altra». Dopo anni di violenza, cresce, secondo il don Marko, il desiderio di una soluzione negoziata. Anche la Chiesa cattolica, attraverso la predicazione e la preghiera, invita al dialogo e alla riconciliazione.<br />«Le persone desiderano ardentemente la pace, il dialogo, la riconciliazione. Speriamo che qualcosa possa cambiare nel prossimo futuro, anche se non sembra che accadrà molto presto», rileva. «Noi non possiamo prendere decisioni, ma preghiamo ogni giorno per la pace, perché il Signore illumini la mente e il cuore di chi decide, per la riconciliazione. Il futuro è nelle mani di Dio».<br /><br /><br />Sat, 24 Oct 2026 11:32:52 +0200Da una pioniera francese della frontiera americana a Papa Leone XIV: l'itinerario missionario di Suor Lyn Osiekhttps://www.fides.org/it/news/78329-Da_una_pioniera_francese_della_frontiera_americana_a_Papa_Leone_XIV_l_itinerario_missionario_di_Suor_Lyn_Osiekhttps://www.fides.org/it/news/78329-Da_una_pioniera_francese_della_frontiera_americana_a_Papa_Leone_XIV_l_itinerario_missionario_di_Suor_Lyn_Osiekdi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Saint Louis - Pioniera dell'opera educativa cattolica sulla frontiera americana, Filippina Duchesne portò la Società del Sacro Cuore negli Stati Uniti nel 1818. Il suo percorso si inserisce nella più ampia storia missionaria che ha plasmato il cattolicesimo americano, segnato alle sue origini anche da una forte influenza francese. È una storia che incrocia anche il cammino di Papa Leone XIV, da Chicago al Perù e poi a Roma. <br /><br />L'Agenzia Fides ha incontrato a Saint Louis suor Carolyn Osiek, religiosa della Società del Sacro Cuore di Gesù , per approfondire questa eredità, le sue belle opere e i suoi capitoli dolorosi, compresi quelli che hanno avuto a che fare con la pratica della schiavitù. <br /><br />Studiosa del Nuovo Testamento ed ex archivista della Provincia Stati Uniti-Canada della Società del Sacro Cuore, suor Lyn Osiek è stata anche docente di Robert Francis Prevost alla Catholic Theological Union di Chicago. La sua testimonianza collega le urgenze affrontate dai missionari dell'Ottocento alla formazione interculturale del primo Papa nordamericano.<br /><br />In che modo Filippina Duchesne ha contribuito alla vita della Chiesa sulla frontiera americana, segnata da una grande diversità culturale?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Innanzitutto, faceva parte di un movimento più ampio. Alla fine dell'Ottocento, la maggioranza relativa dei missionari cattolici nel mondo era francese. Inoltre, era stata ispirata dai resoconti di sacerdoti che tornavano dall'America del Nord, dalla Cina e da altri luoghi. In un primo momento voleva andare in Cina, poi in Canada, e alla fine ha avuto l'opportunità di venire in America del Nord. È arrivata nel 1818, e il Missouri è diventato uno Stato nel 1821. Filippina non pensava di venire negli Stati Uniti: credeva di arrivare nella civiltà coloniale francese della valle del Mississippi. Il suo interesse principale erano i nativi americani, ma questo desiderio è stato frustrato, perché non ha potuto trascorrere molto tempo con loro. Quanto alla diversità culturale, lei stessa non si è mai sentita a suo agio con l'inglese, e questo ha rappresentato per lei un grande ostacolo. Nei suoi primi anni in Missouri, la lingua stava passando rapidamente dal francese all'inglese. Nella valle del Mississippi si stavano trasferendo persone provenienti dagli Stati Uniti orientali, e lei non era preparata ad avere a che fare con loro. Così, invece di realizzare il suo sogno di raggiungere la frontiera, dove avrebbe trovato i nativi americani, si è ritrovata in una città di frontiera in piena crescita, alle prese con bambini francesi e anglo-americani. Gestire questa diversità culturale è stato estremamente difficile per lei.<br /><br /><br />Come ha reagito?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Ha seguito il modello della Società del Sacro Cuore, fondata da poco in Francia, basato sugli educandati europei femminili. Il modello comprendeva la distinzione tra religiose di coro e suore coadiutrici. Il vescovo l'aveva avvertita che in Missouri non avrebbe funzionato, ma lei ha mantenuto l'uso francese, anche se si è rivelato inadatto. In quei contesti coloniali c'era un bisogno urgente di sacerdoti e religiosi. Molte comunità sono diventate autonome rispetto alle loro fondazioni europee, ma Filippina si è rifiutata di farlo. Poteva aspettare fino a sei mesi una risposta da Maddalena Sofia Barat, la superiora generale in Francia, con grande frustrazione del vescovo. Mantenere quei legami ha contribuito a fare di noi una congregazione internazionale, oggi presente in quarantuno Paesi.<br /><br /><br />Che cosa può offrire oggi alla Chiesa negli Stati Uniti la sua missione educativa, iniziata a St. Charles?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Le religiose hanno partecipato alla colonizzazione e allo sviluppo di nuovi territori soprattutto attraverso scuole e ospedali. Gli ospedali non facevano parte della missione della Società del Sacro Cuore, che si esprimeva attraverso l'educazione. Il modello europeo distingueva tra educandati per le classi superiori e scuole gratuite per i poveri. Filippina era cresciuta con questa distinzione, sebbene la sua famiglia fosse borghese. Ha fondato entrambi i tipi di istituto, ma serviva una soluzione intermedia. Le scuole esterne a pagamento, che stavano nascendo anche in Europa, rappresentavano una nuova sfida. La sua opera si inserisce nella considerevole e duratura eredità dell'educazione cattolica negli Stati Uniti e in Canada, da cui col tempo sono nate grandi università. Credo che questo resti un contributo peculiare. Con un nuovo Papa e una nuova voce magisteriale, l'accento sulla dignità umana e sulla dottrina sociale della Chiesa è più importante che mai. Filippina ha preso parte agli inizi di questo impegno.<br /><br /><br />Come leggere il suo desiderio di vivere con i popoli indigeni alla luce delle ferite inflitte dalla storia coloniale?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Ha preso parte a quella storia senza l'intenzione di infliggere ferite. Quando è arrivata in Missouri, i nativi americani erano già stati in gran parte respinti verso ovest, lontano da Saint Louis e da St. Charles. Questo ha frustrato la sua speranza di lavorare tra loro. Il trasferimento forzato dei nativi americani è un elemento centrale della storia americana. Sono stati cacciati dalle terre coltivabili verso luoghi dove potevano essere confinati ed evangelizzati, sempre secondo la volontà dei bianchi. <br /><br />Filippina ha raggiunto la missione potawatomi di Sugar Creek, in Kansas, nel 1841. Nel 1848 i Potawatomi erano stati cacciati di nuovo. Le Religiose del Sacro Cuore li hanno seguiti a St. Mary's, prima che alla fine si disperdessero. Associamo i Potawatomi al Kansas, ma provenivano dall'Indiana e da regioni molto più a est. I gesuiti con cui Filippina collaborava cercavano di evangelizzare, di formare buoni cattolici. Lei condivideva questo obiettivo, con grande amore. Nonostante le sue difficoltà con le lingue, ha studiato il potawatomi, arrivando a ricopiare l'intero Padre Nostro in una lettera al fratello. Secondo testimoni oculari, la chiamavano «la donna che prega sempre». <br /><br />All'arrivo delle suore, nel 1841, una buona metà della tribù era già cattolica. Il loro lavoro consisteva quindi non tanto nel predicare ai non convertiti, quanto nello sviluppare la formazione spirituale. Vista oggi, è una storia fatta di luci e ombre.<br /><br /><br />Come vedeva i popoli indigeni?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Penso che la sua visione fosse idealizzata. In Francia, nel 1806, descriveva una visione: un'immagine sognata di sé circondata da bambini dalla pelle scura. Questo rivela le sue aspettative romantiche su quanto sarebbe stata meravigliosa quell'esperienza. A Sugar Creek le condizioni di vita erano dure, per gli indigeni come per le suore. Eppure lei amava vivere lì, anche nella privazione materiale: faceva parte di ciò che si aspettava.<br /><br />E Lucile Mathevon, la superiora di Sugar Creek?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Le ho dedicato una breve biografia. Era francese ed è arrivata nel 1822 con Anna Murphy, che poi è andata in Louisiana. Lucile è stata superiora a St. Charles per diversi anni, prima di guidare la missione potawatomi, dove ha trascorso il resto della vita: trentacinque anni in condizioni di estrema privazione. Tutta l'attenzione va a Filippina, che vi ha trascorso un solo anno. Altre sono arrivate e ripartite; Lucile è rimasta. La sua dedizione è stata eroica. Conserviamo i suoi resoconti manoscritti del viaggio e dei primi anni della missione. Pratica, energica e brava narratrice, era anche un'organizzatrice molto capace.<br /><br /><br />La vostra congregazione ha svolto un lavoro sulla propria storia e sui propri legami con la schiavitù. Che cosa può dirmi di questo lavoro di ricerca storica e di memoria, a Saint Louis e altrove?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: Abbiamo iniziato a lavorarci nel 2016. Il 23 settembre 2018 abbiamo organizzato un evento significativo a Grand Coteau, in Louisiana, dove sono venuti i discendenti delle persone che erano state ridotte in schiavitù presso di noi: erano una cinquantina. Sul nostro sito c'è un video di circa dodici minuti che ripercorre l'intero cammino. Era qualcosa che desideravamo davvero fare. L'evento è stato interamente organizzato da un comitato di discendenti, non da noi, perché volevamo che si svolgesse come desideravano loro. Una suora della California, genealogista per passione, continua a mantenere i contatti con i discendenti. Arriva perfino a presentarli gli uni agli altri, quando non sapevano di essere parenti. Abbiamo inoltre una borsa di studio per uno studente afroamericano a Grand Coteau. Queste sono, per ora, le iniziative principali.<br /><br /><br />Che cosa ricorda in particolare di quella giornata?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: L'incontro si è svolto in Louisiana perché la situazione era diversa da quella del Missouri, dove credo che possiamo documentare soltanto sette persone ridotte in schiavitù. A Grand Coteau, invece, c'era una piantagione con famiglie schiavizzate. Dopo l'emancipazione, nel 1865, alcuni di quei cognomi ricompaiono nei registri contabili come lavoratori retribuiti, segno che le famiglie erano rimaste.<br /><br />All'inizio di quella giornata, tutti erano cauti. Nella chiesa parrocchiale, la nostra provinciale ha letto un messaggio di benvenuto e di scuse. Abbiamo scoperto che ciò che contava di più per i discendenti era il riconoscimento del contributo dei loro antenati: senza di loro non avremmo potuto fare ciò che abbiamo fatto. Poi ci siamo recati in processione al cimitero parrocchiale, dove avevamo eretto un monumento con i nomi delle persone schiavizzate che riteniamo vi siano sepolte. Il cimitero del convento era riservato alle suore. I registri parrocchiali si sono rivelati preziosissimi per identificare genitori, padrini e madrine, oltre che le sepolture. Davanti al monumento ci sono stati preghiere e canti, seguiti da una cena nella scuola e da una cerimonia nella sua cappella.<br /><br /><br />In che modo la formazione teologica di Papa Leone XIV può far luce sulle sue priorità?<br /><br />Suor Carolyn Osiek: La Catholic Theological Union, dove ha studiato, è nata nel 1968 come un esperimento. Alcuni ordini religiosi maschili hanno chiuso i loro seminari situati in zone rurali e hanno portato la formazione in un contesto urbano. All'indomani del Concilio Vaticano II, la città era vista come il luogo in cui impegnarsi nella vita della Chiesa e con il suo popolo, insieme e non nell'isolamento. La Società del Verbo Divino vi ha portato studenti da tutto il mondo. L'internazionalità, la comprensione interculturale e la missione avevano un ruolo centrale. I docenti si sono confrontati con una questione teologica fondamentale: se Dio è presente in tutta la società e in tutta l'umanità, perché andiamo a predicare il Vangelo? Che cosa possiamo portare di più? Gli agostiniani erano profondamente impegnati nella loro missione in Perù, dove padre Bob Prevost ha svolto il suo ministero da giovane sacerdote. Fin dall'inizio ha mostrato la capacità di vivere all'interno di altre culture e di incarnarvi la sua missione. Penso che questa sia stata una parte importante della sua formazione. È statunitense o peruviano? Non c'è una risposta netta, e penso che sia un bene. Quando ho visitato la sua parrocchia a Trujillo, in Perù, l'ho visto all'opera. Aveva già quella flessibilità e quella capacità di ascolto che restano, credo, tra le sue qualità distintive. Sat, 24 Oct 2026 11:10:20 +0200"Lo scambio di doni tra le Chiese richiede conversione": padre Stan Chu Ilo sulla "Chiesa dei Covoni"https://www.fides.org/it/news/78334-Lo_scambio_di_doni_tra_le_Chiese_richiede_conversione_padre_Stan_Chu_Ilo_sulla_Chiesa_dei_Covonihttps://www.fides.org/it/news/78334-Lo_scambio_di_doni_tra_le_Chiese_richiede_conversione_padre_Stan_Chu_Ilo_sulla_Chiesa_dei_Covonidi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma – Chiese diverse, tante storie e uno scambio di doni che va in ogni direzione. A margine del primo Convegno internazionale su “La Chiesa dei Covoni”, in corso presso la Pontificia Università Urbaniana dal 22 al 24 ottobre 2026, l’Agenzia Fides ha incontrato padre Stan Chu Ilo. Sacerdote della diocesi di Awgu, in Nigeria, è Senior Research Professor presso il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University di Chicago. Insieme a padre Massimiliano Jaeho Chung dirige "The Church of the Sheaves: Equipping the Saints for Mission as Gift Exchange" , un'iniziativa del Dicastero per l’Evangelizzazione .<br /><br />Che cosa ha realizzato finora il progetto, e quali sono le sue impressioni su questi primi scambi?<br /><br />Prima di tutto, si vede la bellezza della Chiesa cattolica. È una Chiesa bellissima: ricca di diversità, di storie, di entusiasmo e di gioia. È opera dello Spirito Santo. All'inizio del progetto non sapevamo bene come sarebbe andata. La maggior parte dei collaboratori non si conosceva e veniva da tutto il mondo. Eppure si vede il loro entusiasmo mentre lavorano insieme, trovano un'armonia e costruiscono un racconto convincente di ciò che Dio sta compiendo nelle varie parti del mondo.<br />Ogni volta che ho il privilegio di partecipare a un'assemblea come questa, mi commuove vedere persone di tanti luoghi diversi che arrivano a convergere, guidate dallo Spirito Santo e spinte dalla gioia e dalla vocazione missionaria. Insieme portano alla Chiesa universale alcuni dei grandi racconti che stiamo ascoltando in questi giorni. Penso al video di una donna filippina che lavora in Scandinavia. Ha parlato del clima e di come riesce a tenere insieme tutto. Il messaggio è questo: da qualunque luogo tu provenga, trovi una casa. Non è sempre così, ma è lì che vogliamo arrivare: una Chiesa sinodale, una Chiesa davvero cattolica, in cui ognuno si senta a casa.<br />La Chiesa dei Covoni è incentrata sullo scambio di doni. Come possiamo cambiare le nostre pratiche e la nostra mentalità perché questo scambio diventi davvero un arricchimento reciproco?<br /><br />Il primo elemento è la conversione, che a mio avviso è al centro del discepolato. Nei Vangeli, una delle prime parole di Gesù è che il tempo favorevole di Dio è giunto: convertitevi e credete al Vangelo. Lo scambio di doni richiede conversione, perché gli occhi, la mente e il cuore devono essere purificati per poter vedere Dio. Noi esseri umani siamo spesso mossi dall'orgoglio e dall'autosufficienza: pensiamo di sapere tutto. La Chiesa che Dio vuole ci aiuta a vedere con gli occhi di Gesù, a pensare con la mente di Gesù e a sentire con il cuore di Gesù. Questo richiede una purificazione: meno io, più Dio.<br />Questo non vale solo per le persone, ma anche per le culture, perché le culture sono individui su scala più ampia. Come diceva Papa Giovanni Paolo II, il peccato sociale nasce da comportamenti, abitudini e pratiche personali. Nessuno convoca un sinodo per decidere: "Comportiamoci male con gli altri". Succede per imitazione, copiando gli altri.<br />Questo mi porta al secondo punto: l'esempio. Per questo nel progetto raccogliamo buone pratiche ed esperienze esemplari. È questa, in fondo, l'essenza della Chiesa: la fede trasmessa ai santi una volta per sempre e il coraggio della Chiesa delle origini. Non avevano denaro, potere né influenza. Erano persone comuni, ma audaci, e la loro testimonianza di fede, custodita nei racconti biblici, ancora oggi ci ispira. Oggi stiamo vivendo gli Atti degli Apostoli: non come un testo della Scrittura, ma come le opere che Dio continua a compiere nella vita quotidiana del nostro mondo. Vogliamo mostrare in concreto che cos'è lo scambio di doni. Per questo raccogliamo queste storie, perché si possa dire: "Ciò che in Europa ritenete impossibile sta accadendo in America del Nord". Il dono sta proprio qui: far vedere tutto ciò che sta accadendo.<br />Il terzo punto è la guida delle comunità. Se abbiamo cristiani convertiti, avremo sistemi e istituzioni convertiti, e pratiche che riflettono la vita della Trinità. Penso alla pericoresi, lo scambio di doni tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il cui dinamismo interiore genera la diversità e la bellezza del mondo. Ma servono anche pastori convertiti, perché nella Chiesa cattolica tutto si gioca nella parrocchia. La Costituzione Lumen Gentium, del Concilio Vaticano II, parla delle Chiese locali: la Chiesa è pienamente presente quando si riunisce per il culto e per celebrare l'Eucaristia. Allora, che tipo di parroci abbiamo nelle nostre parrocchie? Che tipo di vescovi abbiamo nelle nostre diocesi? Non dipende tutto da Roma. Papa Leone dà l'esempio quando dice di volere una Chiesa che costruisce ponti, ma non andrà in Nigeria a costruirli di persona. È compito dei sacerdoti, delle religiose e delle piccole comunità cristiane. Ecco come sarà la Chiesa quando le piccole comunità cristiane, in ogni angolo del mondo, cominceranno a tessere reti di relazioni che riflettono questa comunione.<br />C'è poi un ultimo punto: l'incompiutezza della vita. La vita è incompiuta, segnata da crepe. Ma Dio ci colma con la sua grazia e attraverso la presenza dell'altro. Il Sinodo sulla sinodalità e il suo Instrumentum laboris hanno messo in luce proprio questo bisogno reciproco, contro ogni senso di superiorità. Non "Non ho bisogno di te", ma "Abbiamo bisogno gli uni degli altri". Come dice una canzone famosa, possiamo appoggiarci l'uno all'altro.<br />Come sta cambiando la missione? Un tempo la si pensava come un movimento dal Nord e dall'Occidente verso il Sud del mondo. Oggi a volte si sente dire che è il Sud a inviare missionari a un Occidente secolarizzato e povero di vocazioni. È davvero così?<br />Gli antichi ci hanno lasciato l'immagine della pericoresi: le tre Persone divine che danzano insieme. Si tratta di diventare più trinitari. Non c'è uno che dà e un altro che riceve: tutti danno e tutti ricevono. Non si può dire che sia solo il Padre, o solo il Figlio, o solo lo Spirito Santo. Molti, tra cui credo anche Papa Benedetto XVI, hanno detto che la crisi che stiamo vivendo è una crisi antropologica. Io direi che la crisi che attraversa sempre la Chiesa è di natura trinitaria. Più diventiamo per grazia simili a Dio, più la Chiesa diventa credibile, fedele, feconda e, se vogliamo, generatrice di vita.<br />Una nuova visione della missione, dunque: sono d'accordo. Ma preferirei parlare di un ritorno al fondamento autentico della missione, cioè al suo fondamento trinitario. Nel progetto della Chiesa dei Covoni abbiamo unito le due realtà: la Chiesa dei Covoni, il Sud del mondo, e la Chiesa dei Semi, il Nord del mondo. Come ho detto ieri, i covoni sono diventati semi, e i semi diventeranno covoni. È così che la vita di Dio opera in noi.<br /><br />Fri, 23 Oct 2026 17:06:58 +0200CONVEGNO “LA CHIESA DEI COVONI” - Ascoltare i Continenti: doni, urgenze, domande e nuovi cammini missionarihttps://www.fides.org/it/news/78333-CONVEGNO_LA_CHIESA_DEI_COVONI_Ascoltare_i_Continenti_doni_urgenze_domande_e_nuovi_cammini_missionarihttps://www.fides.org/it/news/78333-CONVEGNO_LA_CHIESA_DEI_COVONI_Ascoltare_i_Continenti_doni_urgenze_domande_e_nuovi_cammini_missionaridi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Roma – "Dai territori di missione alle Chiese missionarie": il titolo di una delle sessioni riassume bene la seconda giornata del primo Convegno internazionale della "Chiesa dei Covoni", dedicata all'"Ascolto dei Continenti". <br /><br />I gruppi di lavoro di Europa, America del Nord, Africa, Asia e America Latina hanno delineato con voce concorde il passo che appare urgente per il presente e il futuro. Si tratta di superare quella che il programma definisce "una Chiesa divisa tra donatori permanenti e destinatari permanenti". È lo spirito indicato dall'Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, che aveva aperto i lavori ricordando che "ogni Chiesa locale ha doni da offrire e doni da ricevere".<br /><br />Superare lo schema “donatori-beneficiari”<br /><br />Suor Agnès Sory, a nome del gruppo africano, ha dato il tono: "Nessuna Chiesa locale è soltanto donatrice. Nessuna Chiesa locale è soltanto beneficiaria". I tre verbi "Dare – Ricevere – Inviare" "non descrivono tre tappe successive, ma tre dimensioni inseparabili della comunione missionaria". L'Africa, con i suoi Padri della Chiesa e le sue prime tradizioni monastiche, non ha cominciato a donare oggi: "Ciò che è nuovo è l'ampiezza e la visibilità del suo contributo". <br /><br />Il gruppo ha citato le parole pronunciate da Papa Leone XIV a Parigi il 26 settembre: "Nessuno è così povero da non avere nulla da dare; nessuno è così ricco da non avere nulla da ricevere". La missione circola ormai "dal Sud al Nord, dal Sud al Sud, dal Nord al Sud, e anche all'interno di ogni Chiesa locale". Come aveva avvertito l'Arcivescovo Nwachukwu, "non si tratta semplicemente di un capovolgimento". L'obiettivo, ha spiegato suor Agnès, è "superare la logica dei ruoli fissi".<br />Collaboratori, non destinatari passivi<br /><br />Il rapporto asiatico ricorda che il dialogo promosso dalla Federazioni delle Conferenze episcopali asiatiche considera anche religioni e culture dell'Asia "non oggetti di evangelizzazione, ma collaboratori della missione". Nelle zone più remote del Sud-Est asiatico, gli incontri non sono quelli "di missionari stranieri che danno mentre le comunità locali si limitano a ricevere". Sono invece segnati da "reciprocità e arricchimento reciproco". Per il gruppo africano, "la disponibilità di risorse finanziarie non determina da sola il valore di un collaboratore o di un dono". In Camerun, una parrocchia che aveva ricevuto da un'altra alcuni secchi di vernice ha organizzato una colletta per pagare il viaggio di ritorno dei visitatori, perché nessuna relazione fosse "ridotta a quella tra donatore e beneficiario". Il contributo dell'Oceania chiede ai missionari di "costruire partenariati tra Chiese locali, favorendo lo scambio reciproco di doni anziché limitarsi a fornire personale". La Chiesa filippina, che per il suo quinto centenario aveva scelto il tema "Gifted to Give", ricorda che "un dono che indugia e si trattiene cessa di essere un dono".<br />Nei Paesi come il Giappone, dove le comunità cattoliche sono piccole e anziane, il rapporto asiatico invita a passare dall'assimilazione a un'identità interculturale in cui "tutti i membri sono al tempo stesso ospitanti e ospiti". I cattolici filippini, indiani, srilankesi, vietnamiti e coreani portano intanto nel Nord del mondo il loro "dinamismo, la loro ospitalità e le proprie tradizioni cattoliche locali". Allo stesso modo, il gruppo europeo, che vede i migranti "rivitalizzare le parrocchie", annovera tra i suoi segni di speranza "l'apprendimento reciproco tra le Chiese del Sud globale e l'Europa".<br />Il missionario non è un tappabuchi<br />La persona inviata "non è né una soluzione tecnica alla carenza di sacerdoti né la rappresentante di una presunta cultura superiore", insiste il rapporto africano. Padre Cosmas Ajawara è un sacerdote Fidei Donum nigeriano che ha prestato servizio per 23 anni in Canada. Vi ha portato un'esperienza di "Chiesa-Famiglia" e ha ricevuto una cultura della tutela dei minori e delle persone vulnerabili, della responsabilità finanziaria e dell'amministrazione trasparente, che sta ora trasmettendo alla sua diocesi d'origine. <br /><br />Negli Stati Uniti un quarto del clero parrocchiale è nato all'estero. I vescovi consultati hanno espresso gratitudine per i sacerdoti e i religiosi provenienti da altri Paesi, pur riconoscendo che la fraternità tra clero locale e clero di provenienza straniera "richiede ancora maggiore attenzione". Il gruppo europeo ha rilevato a sua volta "incomprensioni tra clero locale e clero straniero, in particolare riguardo all'autorità e alla collaborazione con i laici".<br />Tra i preannunciati documentari previsti nel processo di formazione ispirato dalla formula della “Chiesa dei Covoni, quellostatunitense si intitolerà "Many Members, Many Gifts, One Body in Christ" . Quello canadese sarà dedicato al dono del nuovo arrivato in una Chiesa di immigrati: nell'arcidiocesi di Toronto la Messa domenicale è celebrata in una trentina di lingue. Racconterà anche il Québec, un tempo grande terra di missionari, oggi Chiesa piccola ma viva. Suor Agnès ha chiesto: "Siamo disposti ad accogliere gli altri solo per ciò che possono fare per n<br />oi, o siamo pronti anche a lasciarci trasformare dai doni che portano?".<br />Una collaborazione fondata su una memoria veritiera<br /><br />La collaborazione esige che si nominino le asimmetrie del passato. Il rapporto latinoamericano ricorda un'evangelizzazione "indissolubilmente legata ai progetti coloniali di entrambe le corone". Ricorda anche una crisi di credibilità, aperta dagli abusi, che "richiede un processo di accompagnamento riparativo delle vittime". Il documentario canadese si aprirà con il riferimento alle comunità autoctone e il cammino di riconciliazione con esse avviato. Per il gruppo europeo, "la tutela è una condizione dell'appartenenza, non un'aggiunta amministrativa". Il gruppo del'Africa ha proposto una "missione senza potere": i suoi missionari arrivano spesso "senza un sostegno politico, economico o culturale dominante". Ha messo inoltre in guardia da ogni romanticismo: "La sofferenza non è un dono. La violenza non è un dono. La povertà non è un dono".<br /><br />Doni da non idealizzare<br /><br />"Riconoscere i doni non significa idealizzarli", ha avvertito suor Agnès. La vitalità delle Chiese africane è reale, ma "i numeri, le vocazioni e il fervore delle celebrazioni non dicono tutto". Allo stesso modo, la Chiesa-Famiglia "non deve essere idealizzata fino a nascondere le divisioni, le esclusioni o le ferite" che attraversano le comunità. La missione dell'obolo della vedova, aggiunge il rapporto africano, "non deve né sacralizzare la povertà né giustificare l'impreparazione dei missionari", perché "attraversare una frontiera non basta a fare una missione".<br />L'équipe che ha presentato il Modulo 12, "Africa e Asia: centri emergenti di fede e solidarietà", ha individuato quattro segni di vitalità in queste Chiese: una Chiesa un tempo coloniale e ora "giunta alla maturità"; teologie più narrative che sistematiche; un forte senso di inclusività; una Chiesa giovane. Ha riconosciuto anche il patriarcato, la gerarchia e il clericalismo, le divergenze sulle questioni morali, l'arretramento democratico, la corruzione e l'ingiustizia sociale. Ha chiesto un "umile discernimento" che non respinga la saggezza indigena come primitiva e nemmeno la idealizzi in chiave romantica. Ha ricordato che "l'inculturazione non è mai una traduzione superficiale del vocabolario". Ha inoltre avvertito che "i progetti di pace finanziati dall'esterno, senza un'appropriazione locale, raramente sopravvivono al ciclo di finanziamento". Richiamandosi al gesuita camerunese Engelbert Mveng, ha descritto la povertà più profonda dell'Africa come "antropologica". Non si tratta solo di una povertà economica, ma della spoliazione dell'identità, della cultura, della voce e della dignità lasciata dalla schiavitù e dal colonialismo.<br /><br />Se la sinodalità diventa una “moda”<br /><br />Il teologo filippino Andrew Recepción, Presidente della International Association of Catholic Missiologists, esorta a impedire che le ricche intuizioni della sinodalità si irrigidiscano in slogan. La parola sinodalià "è diventata di moda", avverte, e rischia di trasformarsi in "un cliché ecclesiastico" o di chiudersi in "camere d'eco sinodali". Lì parlano tra loro "sempre le stesse persone", lontano dai poveri e dagli emarginati. Senza la missione, la sinodalità "si riduce a uno sforzo umano o semplicemente a un nuovo approccio pastorale", come la fiesta filippina, che riunisce "l'intero paese" attorno a "un'unica tavola", può "restare una festa senza invio".<br /><br />Collaboratori all'interno di ogni Chiesa<br /><br />Lo stesso passaggio riguarda la vita interna delle Chiese locali. Per il gruppo europeo, una Chiesa diventa casa quando "coloro che un tempo erano trattati come destinatari diventano partecipanti corresponsabili". Infatti "un'ospitalità senza possibilità di incidere resta incompiuta": "la semplice coesistenza non basta; la missione richiede incontro, culto condiviso e trasformazione reciproca". In Africa, catechisti, donne e giovani sostengono le comunità. La sfida è "passare dal considerare le persone come semplici beneficiarie al riconoscerle come protagoniste", perché "partecipare non significa semplicemente svolgere più compiti".<br />Agnes Brazal ha descritto le 17 stazioni missionarie aperte nei quartieri più poveri di Caloocan, nelle Filippine, per migranti che si dicono cattolici ma restano "unchurched", estranei alla vita parrocchiale. Ha illustrato anche le discriminazioni di casta in India, dove i dalit rappresentano circa il 7% dei vescovi e il 4% dei sacerdoti. Il teologo filippino Andrew Recepción mette in guardia dalle "camere d'eco sinodali", dove la conversazione finisce per svolgersi sempre tra "le stesse persone", mentre le voci subalterne "sono altrove". Per lui "la formazione sinodale è il passaggio dal kami al tayo", cioè dal "noi" esclusivo al "noi" inclusivo della lingua tagalog. Aggiunge che i milioni di filippini che lavorano all'estero sono missionari a pieno titolo: "Nessun ufficio missionario li ha inviati, eppure in virtù del battesimo sono discepoli missionari".<br />Il gruppo latinoamericano ha chiesto una maggiore partecipazione delle donne e dei laici "nelle strutture di governo e decisionali della Chiesa". Lo ha fatto attingendo all'esperienza di "una Chiesa vicina al popolo " e di una speranza "vissuta come virtù attiva". Prevede una conferenza regionale, forse nell'agosto 2027, anno del ventesimo anniversario della Conferenza di Aparecida. Padre Cosmas ha aggiunto che "l'unità della fede non esige l'uniformità delle sue espressioni", citando il monastero di Keur Moussa, in Senegal, e il rito congolese.<br />In Europa, dove il cristianesimo "è diventato una sottocultura tra le tante", il gruppo ha colto anche segni di speranza. In Francia, nel 2026, ci sono stati oltre 21.000 battesimi di adulti e adolescenti, e i giovani sono attratti "non da un cristianesimo annacquato, ma da una fede audace, gioiosa ed esigente". Non sono mancate preoccupazioni concrete: un partecipante, ad esempio, ha chiesto testi accessibili ai catechisti delle zone rurali. <br />Seguiranno consultazioni regionali, in Europa il 26 e 27 novembre e in tutta l'Africa. Suor Agnès ha concluso: "Non si diventa missionari quando non si ha più bisogno di ricevere. Si diventa missionari quando il dono ricevuto da Dio diventa, a sua volta, un dono condiviso".<br /><br /><br /><br /><p ><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/F5gZy3NNeHc?si=Jrx4NptyftnGoGWM" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>Fri, 23 Oct 2026 12:51:00 +0200AFRICA/MOZAMBICO - A cinquant’anni dall’indipendenza, la sfida educativa resta decisivahttps://www.fides.org/it/news/78330-AFRICA_MOZAMBICO_A_cinquant_anni_dall_indipendenza_la_sfida_educativa_resta_decisivahttps://www.fides.org/it/news/78330-AFRICA_MOZAMBICO_A_cinquant_anni_dall_indipendenza_la_sfida_educativa_resta_decisivaNampula – A cinquant’anni dall’indipendenza, il Mozambico ha compiuto importanti progressi nell’accesso all’istruzione, ampliando la rete scolastica anche nelle aree rurali e periurbane. Restano tuttavia profonde criticità che incidono sulla qualità dell’educazione e sulle prospettive delle nuove generazioni. E’ quanto emerge in una recente pubblicazione condivisa con l’Agenzia Fides.<br /><br />Tra i problemi più urgenti figurano la carenza di infrastrutture e materiali didattici, il sovraffollamento delle classi e i bassi livelli di apprendimento, soprattutto nella lettura e nella scrittura. In alcune zone gli studenti seguono ancora le lezioni in spazi improvvisati, talvolta sotto gli alberi, mentre biblioteche e strumenti didattici essenziali rimangono insufficienti. Il numero elevato di alunni per classe rende inoltre difficile per gli insegnanti seguire personalmente gli studenti e intervenire sulle situazioni di maggiore fragilità. A queste difficoltà si aggiungono le denunce relative a corruzione, favoritismi e molestie sessuali legate, in alcuni contesti, alle valutazioni e agli esami. <br /><br />Un’altra emergenza riguarda la presenza di alcol e droghe tra i giovani e, in alcuni casi, all’interno degli stessi ambienti scolastici. Il fenomeno può alimentare violenza e comportamenti devianti, aggravando le difficoltà delle famiglie e delle comunità. A Nampula, ad esempio, sono stati segnalati episodi legati al consumo di “maakha”, associati anche a casi di aggressione.<br /><br />In questo scenario, la scuola è chiamata a riscoprire la propria missione fondamentale: non soltanto trasmettere conoscenze, ma formare persone capaci di vivere responsabilmente nella società e di contribuire al bene comune. È qui che assume particolare rilievo la vocazione dell’insegnante cattolico. Di fronte alle fragilità del sistema educativo, l’insegnante è chiamato a essere innanzitutto testimone di integrità, professionalità e responsabilità. Il suo compito non si esaurisce nell’insegnamento delle discipline, ma comprende l’accompagnamento dei giovani nella crescita umana, aiutandoli a sviluppare rispetto, senso del dovere, tolleranza, solidarietà e attenzione verso gli altri. La testimonianza personale diventa così parte essenziale dell’educazione. Rifiutare la corruzione, il favoritismo, ogni forma di abuso e discriminazione significa contribuire concretamente a ricostruire la fiducia nella scuola e nelle istituzioni. Allo stesso modo, offrire ascolto e orientamento ai giovani può aiutare a prevenire fenomeni come la violenza e la dipendenza dalle sostanze.<br /><br />In un Paese che continua a confrontarsi con profonde sfide sociali ed educative, l’insegnante cattolico può dunque diventare un punto di riferimento e uno strumento di cambiamento. La sua presenza, soprattutto nelle situazioni più difficili, è una forma concreta di servizio alla persona e alla comunità.<br /><br />Il vero progresso del Mozambico, infatti, non dipenderà soltanto dal numero delle scuole costruite o degli studenti iscritti, ma dalla capacità del sistema educativo di formare donne e uomini liberi, competenti, responsabili e capaci di costruire una società più giusta e solidale.<br /> <br />Fri, 23 Oct 2026 11:24:20 +0200AFRICA/CAMERUN - “Nella Chiesa non ci sono differenze tra francofoni e anglofoni”https://www.fides.org/it/news/78328-AFRICA_CAMERUN_Nella_Chiesa_non_ci_sono_differenze_tra_francofoni_e_anglofonihttps://www.fides.org/it/news/78328-AFRICA_CAMERUN_Nella_Chiesa_non_ci_sono_differenze_tra_francofoni_e_anglofoniYaoundé – “Come diceva San Paolo, “non ci sono più Greci né Giudei”, così nella Chiesa in Camerun non vi sono differenze tra francofoni e anglofoni”. Lo afferma padre Florent Ze Ntongo, assistente generale nazionale dell’Apostolato dei Laici del Camerun, in un colloquio con l’Agenzia Fides in occasione del Forum internazionale di Azione cattolica , svoltosi a Roma dal 15 al 18 ottobre.<br />“Nell’ambito della Chiesa cattolica non vi sono problemi tra francofoni e anglofoni. I Vescovi sono un punto di riferimento nell’educare i cristiani a comprendere che, al di là di qualsiasi strumentalizzazione da parte dei politici, nella famiglia di Gesù, come diceva san Paolo, “non ci sono più Greci né Giudei, né schiavi né uomini liberi”. I nostri Vescovi sono i primi a educare i fedeli alla convivenza, qualunque sia la loro appartenenza linguistica. A Yaoundé ci sono diverse parrocchie in cui fedeli francofoni e anglofoni convivono in armonia. Un parroco francofono celebra tranquillamente la Messa per gli anglofoni e viceversa”.<br />Il compito di padre Ze Ntongo è quello di lavorare insieme alle diverse associazioni laicali presenti in Camerun, sulla base dei criteri indicati nell’esortazione apostolica Christifideles laici di san Giovanni Paolo II.<br />Tra le associazioni laicali figura l’Association Sainte-Marie «Ekoan Maria», che si propone di promuovere la formazione della donna cristiana attraverso la vita spirituale, la devozione alla Vergine Maria, la preghiera e l’impegno nella Chiesa e nella società. Non si tratta soltanto di un gruppo di preghiera, ma di un’associazione pubblica al servizio della comunità ecclesiale e della società, impegnata nella promozione della famiglia, nella catechesi, nelle opere caritative, nella solidarietà e nello sviluppo socioeconomico.<br />Nel 2026 l’associazione ha celebrato 120 anni di servizio alla Chiesa. La Messa conclusiva si è svolta presso il santuario di Maria Mediatrice, a Etoudi, a Yaoundé, ed è stata presieduta dal nunzio apostolico, monsignor José Avelino Bettencourt. Erano presenti anche Mons. Jean Mbarga, Arcivescovo di Yaoundé, Mons. Damase Zinga Atangana, Vescovo di Kribi, e la ministra Marie-Thérèse Abena Ondoa. Alla celebrazione hanno partecipato migliaia di donne e undici postulanti sono state consacrate.<br />“Stiamo preparando il congresso nazionale dell’Association Sainte-Marie “Ekoan Maria”, in programma dal 23 al 25 ottobre nella diocesi di Obala, il cui Vescovo, monsignor Sosthène Léopold Bayemi Matjei, è presidente della Commissione episcopale per i laici”, spiega padre Ze Ntongo.<br />“Nell’ambito della pastorale dei laici operano numerose realtà, oltre alle associazioni femminili: vi sono associazioni rivolte agli uomini, agli studenti e ai lavoratori. Sono più di cento le associazioni riconosciute dalla Conferenza episcopale del Camerun, espressione delle comunità sia francofone sia anglofone” riferisce padre Ze Ntongo.<br />“Tutto parte dalle parrocchie, dove ogni fedele può trovare l’associazione più adatta alla propria condizione di vita”.<br />Chiediamo al responsabile dell’Apostolato dei Laici se in Camerun esistono anche associazioni per le persone in cerca di lavoro.<br />“Sì, esistono organizzazioni che aiutano le persone disoccupate attraverso percorsi di formazione professionale” risponde. “In questo senso, la Chiesa è una madre che accompagna i propri figli, qualunque sia la loro condizione di vita. A chi, spesso, rischia di lasciarsi andare alla disperazione diciamo di non abbandonarsi allo sconforto, perché la Chiesa continua a incoraggiare i suoi figli. Come cristiani, crediamo che la vita dipenda da Dio. Grazie a queste associazioni, che offrono formazione professionale ai disoccupati, alcune persone sono riuscite a trovare lavoro”.<br /><br />“Accanto a queste realtà laicali vi sono anche scuole di formazione promosse dalle diocesi. A Yaoundé, per esempio, esistono almeno due scuole di formazione professionale rivolte ai giovani” conclude. <br />Fri, 23 Oct 2026 10:57:10 +0200ASIA/INDIA - Giovani in marcia per la democrazia: per il gesuita Prakash, “è un cammino per preservare l’anima dell’India”https://www.fides.org/it/news/78327-ASIA_INDIA_Giovani_in_marcia_per_la_democrazia_per_il_gesuita_Prakash_e_un_cammino_per_preservare_l_anima_dell_Indiahttps://www.fides.org/it/news/78327-ASIA_INDIA_Giovani_in_marcia_per_la_democrazia_per_il_gesuita_Prakash_e_un_cammino_per_preservare_l_anima_dell_Indiadi Paolo Affatato<br /><br />New Delhi – Una marcia per la democrazia, per chiedere il rispetto dei diritti elettorali e riforme istituzionali: è l’iniziativa organizzata oggi, 23 ottobre, dalla rete nazionale «People Against Special Intensive Revision », nata per coordinare la protesta contro il sistema di revisione delle liste elettorali. Il movimento contesta le modalità con cui la Commissione Elettorale indiana ha aggiornato le liste degli elettori. L'operazione di "pulizia" centralizzata delle liste ha portato all'esclusione di circa 130 milioni di cittadini dai registri, privandoli di fatto del diritto di voto. Il movimento accusa il governo di aver usato la SIR come "un'arma politica", escludendo in modo sproporzionato le minoranze, i migranti interni e le fasce più povere della popolazione. Si contesta, in particolare, la gestione reputata "unilaterale e opaca" del Capo della Commissione Elettorale, Gyanesh Kumar, di cui il movimento chiede le dimissioni.<br /><br />La mobilitazione, che invita a manifestare davanti alle sedi amministrative nelle capitali degli Stati indiani e nella capitale nazionale, si inserisce in una stagione di crescente partecipazione giovanile e di mobilitazione di diverse componenti della società indiana.<br />Padre Cedric Prakash, gesuita impegnato nella promozione dei diritti umani e della giustizia sociale, descrive all’Agenzia Fides «l’impegno per la verità e la giustizia, soprattutto dei movimenti giovanili», che richiamano anche il significato simbolico del “Festival di Dussehra”, importante festa indù celebrata in questo periodo: «È un momento in cui si celebra la vittoria del bene sul male, della verità sulla menzogna, della trasparenza sulla corruzione, dell’armonia sul settarismo, della luce sulle tenebre», spiega Prakash.<br /><br />Il cuore della mobilitazione è rappresentato dalle giovani generazioni: «Venti del cambiamento soffiano a Delhi e, di fatto, in tutto il Paese. La Generazione Z ne è il volto, sostenuta dalla Generazione Y, i Millennials, con la Generazione Alpha che non vuole restare a guardare», racconta. Tuttavia, questa non è una protesta circoscritta agli studenti: accanto ai giovani «si ritrovano agricoltori, avvocati, lavoratori precari, casalinghe, accademici, operatori dei media, anziani, organizzazioni della società civile: tutti sono determinati ad aprire un nuovo capitolo nella storia del Paese», nota.<br /><br />Le richieste della società civile<br /><br />Il movimento ha preso forza dopo la mobilitazione del 16 settembre a Delhi e nelle aree circostanti della capitale Delhi, dove migliaia di persone si sono radunate nonostante i divieti, rispondendo all’appello del «Cockroach Janata Party» . I manifestanti hanno cantato slogan e formato una catena umana davanti alla residenza presidenziale, sostenendo un tricolore lungo oltre 80 metri. <br />La risposta delle autorità è stata caratterizzata da un ampio dispiegamento delle forze di polizia e da fermi di manifestanti ed esponenti della “All India Students Association”. Due dirigenti del movimento, Ashutosh Ranka e Saurav Das, erano stati posti in custodia cautelare per “violazione delle norme sulle manifestazioni” e sono stati rilasciati il 21 ottobre, dopo sette giorni di detenzione.<br />I giovani denunciano anche le restrizioni imposte agli spazi di protesta, la chiusura di stazioni della metropolitana e l’interruzione della connessione Internet nelle aree interessate dalle manifestazioni: tutti atti promossi dal governo per indebolire la forza dei manifestanti. <br /><br />Un passaggio importante nel coordinamento delle proteste è stato l’incontro del 14 ottobre, dedicato alla consultazione tra organizzazioni nazionali e statali. Secondo Prakash, hanno partecipato oltre 200 realtà della società civile, tra cui gruppi giovanili, associazioni di agricoltori. Da quell’incontro è nata la rete «People Against SIR», che ha annunciato per il 23 ottobre la «Marcia popolare per la democrazia».<br />La mobilitazione chiede la revisione del sistema SIR e il reinserimento degli elettori cancellati dalle liste elettorali. I promotori chiedono inoltre una nuova Commissione elettorale, nominata attraverso un processo imparziale, una revisione equa delle liste, il ritorno al voto cartaceo e riforme che garantiscano elezioni corrette e trasparenti.<br />L’appello è rivolto alle associazioni di categoria e gruppi della società civile, invitati a mobilitarsi in modo pacifico «in ogni villaggio, ogni strada, ogni casa», recita uno degli slogan diffusi dalla campagna, che intende trasformare ogni luogo della vita quotidiana in uno spazio di partecipazione democratica.<br /><br />La mobilitazione supera i confini generazionali<br /><br />La protesta si inserisce in un contesto in cui le giovani generazioni indiane rivendicano un ruolo pubblico, utilizzando anche i social media per diffondere messaggi, slogan e testimonianze. Per p. Prakash, la loro presenza non è soltanto un elemento numerico, ma il segno di una nuova energia civile: «Gli eventi di Delhi hanno dato nuova linfa all’energia dei giovani e di tutte le componenti della società, orientandole verso un percorso futuro più determinato», mentre avvocati e personalità pubbliche sostengono la mobilitazione.<br />In un’udienza pubblica dedicata alle contestazioni sul sistema SIR, le testimonianze raccolte da diversi Stati, come Karnataka, Delhi, Rajasthan, Telangana, Bengala Occidentale e Odisha sono state presentate a una commissione indipendente composta da cinque ex giudici, che sarà chiamata a formulare le proprie conclusioni.<br /><br />Rileva p. Prakash: «La questione investe il diritto dei cittadini a partecipare alla vita politica e la fiducia nelle istituzioni che organizzano le elezioni. I cittadini si mettono in cammino per preservare l’anima dell’India». Per questo, nota, ricordano la tradizione della nonviolenza associata al Mahatma Gandhi, che perseguiva “verità e bontà”: «La mobilitazione giovanile – conclude – vuole raccogliere questa eredità e tradurla in una richiesta di partecipazione e responsabilità civile, finché prevalgano i valori della democrazia, l’uguaglianza, la giustizia e la verità».<br />Fri, 23 Oct 2026 09:01:57 +0200Le strade aperte della missione al centro del Convegno della “Chiesa dei Covoni”https://www.fides.org/it/news/78326-Le_strade_aperte_della_missione_al_centro_del_Convegno_della_Chiesa_dei_Covonihttps://www.fides.org/it/news/78326-Le_strade_aperte_della_missione_al_centro_del_Convegno_della_Chiesa_dei_Covoni<p ><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/X0lnaG4MZsU?si=yQMVZPu707vxwN5p" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p><br /><br />Roma – Le Chiese che un tempo accoglievano i missionari ora li inviano”. Per questo la missione affidata da Cristo alla sua Chiesa “non può più scorrere in una sola direzione”. E va riconosciuta e accolta come uno scambio di doni. Uno scambio che richiede anche un aiuto vicendevole a liberarsi di schemi culturali tramontati, nella gratitudine per ciò che lo Spirito ha suscitato e continua a suscitare nel cammino della Chiesa.<br />È questa l’intuizione che anima l’iniziativa realizzata in collaborazione con il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University, insieme ad alcune università cattoliche selezionate, istituzioni ecclesiali e partner missionari nei cinque continenti.<br /><br />Nella mattinata di oggi, l’orizzonte del Convegno è stato delineato nell’intervento introduttivo dell’’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero missionario.<br /><br /> <br />Nella prima sessione moderata da Mons. Agositno Han, capo ufficio del Dicastero missionario, il professor Vincenzo Buonomo Rettore della Pontificia Università Urbaniana, ha dato il benvenuto alla platea di teologi e teologhe, sacerdoti, suore e operatori pastorali provenienti da ogni parte del mondo, definendo i partecipanti al Convegno come un “segno concreto di cattolicità e reciprocità” e ponendo i lavori sotto la protezione di San John Henry Newman, patrono dell’università. <br />Il condirettore dell’iniziativa Padre Jaeho Chung Massimiliano, professore della Pontificia Urbaniana, ha presentato la singolare strutturazione del Convegno: presentazioni dei contributi elaborati da 14 gruppi di lavoro, con relazioni su base tematica o regionale, orientativa “criteri guida” della missione e della sinodalità. Il professor Jaeho ha anche prefigurato gi sviluppi futuri del percorso globale iniziato sotto la formula della “Chiesa dei Covoni” che si avvarranno anche di pubblicazioni di testi, podcast. Formativi, partecipazione e un corso di formazione on line, ispirato alla “Chiedo sei Covoni” «Gift Exchange: The Church of the Sheaves».<br />Il Professore Stan Chu Ilo, della University DePaul ha dato l’avvio ai lavori descrivendo la missione come uno scambio reciproco di doni: «Il seme è diventato un fascio di spighe. Ma il fascio contiene anche nuovi semi». Le Chiese che un tempo accoglievano i missionari ora sono quelle che danno, e quelle che un tempo inviavano missionari vengono a loro volta arricchite, perché « la missione non procede in una sola direzione». Padre lo ha riconosciuto le lacune nel modo in cui vengono formati i missionari, e ha sollecitato. A favorire un racconto della vicenda della missione della Chiesa che «non nasconda i capitoli dolorosi ma non finisca mai nella disperazione».<br /><br /><br />Nella giornata di giovedì 22 ottobre, le sessioni di lavoro si sono susseguite richiamando le sorgenti teologiche, storiche e pastorali a cui attinge l’iniziativa della “Chiesa dei Covoni” .Richiamando anche “l'economia della grazia”.<br /><br />Nella a giornata di venerdì 23 ottobre, interventi e dialoghi si intrecceranno intorno al tema ”Una Chiesa missionaria nello spirito, posta davanti alle urgenze e ai punti di sofferenza delle comunità ecclesiale nei diversi contesti. Convegnisti Europa e Nord America riflettono sulla conversione missionaria in società segnate da secolarizzazione, migrazioni e nuove forme di appartenenza ecclesiale. Nella sessione Partecipanti di Asia e Africa racconteranno il passaggio che vede fiorire in quelle atiche “terre di missioni” nuove Chiese missionarie che offrono doni alla Chiesa universale. Membri delle Chiese di America Latina e Caraibi racconteranno l'esperienza di una missione popolare, profetica e nata dalle periferie. <br />L’iniziativa ispirata dall’immagine della “Chiesa dei Covoni” si muove in sintonia con i richiami costanti del Magistero di Papa Francesco e Papa Leone IV alla natura e alla vocazione missionaria della Chiesa.: un ospedale da campo della misericordia, una casa spirituale per gli stanchi, una comunità di speranza che costruisce ponti e un sacramento dell’amore riconciliatore di Dio in un mondo che anela alla guarigione e al senso di appartenenza. Thu, 22 Oct 2026 16:29:43 +0200AFRICA/LIBIA - Dopo quasi due anni di prigionia sono state liberate Eva Gretzmacher e Claudia Abbthttps://www.fides.org/it/news/78325-AFRICA_LIBIA_Dopo_quasi_due_anni_di_prigionia_sono_state_liberate_Eva_Gretzmacher_e_Claudia_Abbthttps://www.fides.org/it/news/78325-AFRICA_LIBIA_Dopo_quasi_due_anni_di_prigionia_sono_state_liberate_Eva_Gretzmacher_e_Claudia_AbbtBengasi - L’austriaca Eva Gretzmacher e la svizzera Claudia Abbt, rapite separatamente ad Agadez, in Niger, nel 2025, sono state liberate. Lo riferisce l’agenzia nigerina Air Info, secondo la quale le due operatrici umanitarie sono arrivate a Bengasi, nella Libia orientale, mercoledì 21 ottobre.<br />Secondo le informazioni diffuse, un aereo sarebbe dovuto partire oggi, giovedì 22 ottobre, da Bengasi, con uno scalo a Vienna per affidare Eva Gretzmacher alle autorità austriache, e proseguire poi verso la Svizzera con Claudia Abbt. Le circostanze precise della loro liberazione non sono state rese note.<br />Eva Gretzmacher era stata rapita nella sua abitazione ad Agadez l’11 gennaio 2025. Claudia Abbt era stata sequestrata nella stessa città nell’aprile dello stesso anno. Diverse fonti hanno attribuito entrambi i rapimenti allo Stato Islamico nel Sahel . Secondo alcune indiscrezioni, un ruolo determinante nella loro liberazione sarebbe stato svolto da Saddam Haftar, figlio del maresciallo libico Khalifa Haftar. Tale coinvolgimento, tuttavia, non è stato confermato ufficialmente.<br /> <br />Thu, 22 Oct 2026 13:08:52 +0200"Doni da offrire e doni da ricevere": la "Chiesa dei Covoni" apre a Roma il suo primo convegno internazionalehttps://www.fides.org/it/news/78324-Doni_da_offrire_e_doni_da_ricevere_la_Chiesa_dei_Covoni_apre_a_Roma_il_suo_primo_convegno_internazionalehttps://www.fides.org/it/news/78324-Doni_da_offrire_e_doni_da_ricevere_la_Chiesa_dei_Covoni_apre_a_Roma_il_suo_primo_convegno_internazionaledi Marie-Lucile Kubacki <br /><br />Roma – "La vostra presenza, espressione di Chiese, culture e contesti pastorali diversi, manifesta già la verità fondamentale: la verità che la missione della Chiesa appartiene a tutti noi, che nessuna Chiesa locale può compierla da sola e che nessuna deve esserne esclusa". Con queste parole l'Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero per l'Evangelizzazione, ha aperto il 22 ottobre 2026, presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma, il primo convegno internazionale de "La Chiesa dei Covoni". <br /><br />L'incontro dura tre giorni e ha per titolo "Una Chiesa per tutti: sinodale nel metodo, missionaria nello spirito, credibile nell'amore". Riunisce responsabili ecclesiali, studiosi e operatori pastorali dei cinque continenti. È il primo evento pubblico di un programma più ampio promosso dal Dicastero per l'Evangelizzazione in collaborazione con la Facoltà di Missiologia della Pontificia Università Urbaniana e con il Center for World Catholicism and Intercultural Theology della DePaul University. Il programma, codiretto da p. Stan Chu Ilo e da p. Jaeho Chung, si estenderà fino alla Pentecoste del 2028. Comprende un corso online in quattordici moduli, documentari, pubblicazioni, incontri regionali e un podcast.<br /><br />Il nome dell'iniziativa viene dal Salmo 126, il salmo di coloro che seminano nelle lacrime e tornano a casa con canti di gioia, portando i loro covoni. L'Arcivescovo Nwachukwu ha ricordato gli innumerevoli missionari che hanno lasciato la propria terra, "spesso in giovane età". Essi "hanno attraversato oceani e culture e sono partiti senza sapere se sarebbero tornati", seminando il Vangelo lontano da casa. Oggi, ha osservato, i frutti di quella semina sono visibili "in particolare in Africa, in Asia, in Oceania, nei Caraibi e in America Latina": "comunità vive nella fede, nuove vocazioni e doni capaci di arricchire l'intero Corpo di Cristo".<br /><br />La gratitudine, tuttavia, "deve accompagnarsi a una memoria veritiera". La Chiesa non deve "né idealizzare la storia della missione, né ridurla ai suoi fallimenti": "Abbiamo avuto successi – grandi successi – in passato; ma abbiamo avuto anche fallimenti... nemmeno oggi siamo in grado di evitarli, e sarebbe un errore ridurre la nostra missione ai suoi fallimenti". Ci sono stati momenti, ha riconosciuto, "in cui le culture locali non sono state adeguatamente rispettate, in cui si sono verificati abusi e in cui l'attività missionaria si è intrecciata con il potere coloniale". Queste ferite, ha detto, vanno riconosciute con onestà, e la Chiesa deve "trarne insegnamento con umiltà". Allo stesso tempo, occorre onorare i missionari che "si sono donati generosamente al Vangelo".<br /><br /><br /><br />Lo scambio di doni che rinnova la Chiesa<br /><br />Il cuore dell'intervento è stato la reciprocità. "Oggi le Chiese locali che un tempo accoglievano missionari ne inviano a loro volta" e diventano "Chiese missionarie a pieno titolo". Tuttavia, "non si tratta semplicemente di un capovolgimento, in cui chi ieri riceveva diventa oggi chi dona. È un invito a superare un modello di missione che procede in una sola direzione. Ogni Chiesa locale ha doni da offrire e doni da ricevere". La Chiesa dei Covoni, ha sottolineato, non riguarda soltanto lo spostamento di persone: punta a "un autentico scambio di doni attraverso il quale tutta la Chiesa si rinnova".<br /><br />In concreto, accogliere un missionario significa accogliere "un fratello o una sorella" e aiutarlo a comprendere la lingua, la storia e le realtà pastorali della comunità. "Non arrivano soltanto con dei bisogni; arrivano anche con dei doni: i doni della loro fede, della loro esperienza di Dio e dei frutti delle Chiese che li hanno formati. I missionari, a loro volta, devono ascoltare, imparare e servire con umiltà". Le Chiese che inviano, ha detto, devono garantire una solida formazione umana, spirituale, culturale e pastorale. Le Chiese che accolgono devono offrire accompagnamento e reali possibilità di integrazione. Le une e le altre "condividono la responsabilità di una missione feconda".<br /><br />Questa visione risponde a un mondo segnato dalle migrazioni, dal pluralismo culturale, dalle disuguaglianze e dalle distanze. Papa Leone XIV, ha ricordato l'Arcivescovo, "ci ha ricordato che la Chiesa è chiamata a costruire ponti tra i popoli e le culture", offrendo ospitalità, solidarietà e compassione, in particolare ai migranti e a chi vive nelle periferie. In continuità con la cultura dell'incontro di Papa Francesco, "dobbiamo ascoltare prima di parlare e comprendere prima di giudicare". Richiamando la Genesi, ha insistito: "Tutti noi, immagine e somiglianza di Dio".<br /><br />La "Chiesa dei Covoni", ha aggiunto, si colloca "nell'orizzonte della sinodalità". Ha ricordato i tre termini indicati da Papa Francesco: comunione, missione e partecipazione. "La sinodalità non esige uniformità né la cancellazione delle differenze". Ha poi accostato le radici greche della parola, syn-odos, "insieme sulla via", a ex-odos. Camminare insieme, ha osservato, significa mettersi in cammino, e ha chiesto: "Qual è il nostro esodo? Da dove veniamo?".<br /><br />"Correre insieme”, come i due Apostoli verso il Sepolcro<br /><br />Tornando a quella che ha definito "quella corsa del mattino di Pasqua", ha ricordato come il Vangelo dice di Pietro e Giovanni che "correvano insieme". Uno dei due correva più veloce, ma "arrivare per primo non ha reso il suo cammino più importante di quello degli altri". Nella sua lettura, Maria Maddalena era la terza a correre, "in silenzio". E molto spesso, ha detto, coloro che corrono dietro le quinte "sono quelli che incontrano Cristo per primi e ricevono il messaggio". "Non ci viene chiesto di essere identici, ma di camminare insieme".<br /><br />L'Arcivescovo si è augurato che il convegno contribuisca a formare operatori pastorali segnati dall'umiltà interculturale. Ha auspicato anche che rafforzi i legami tra Chiese che inviano e Chiese che accolgono. Infine ha auspicato che aiuti parrocchie e diocesi a rispondere alle migrazioni, alla diversità culturale e ai "nuovi spazi digitali in cui le persone cercano senso e comunità". Ha richiamato Efesini 2,19: "Voi non siete più stranieri, ma concittadini e membri della stessa famiglia di Dio". La domanda, ha detto, non è soltanto "Che cosa può offrire una Chiesa a un'altra?", ma anche: "Siamo pronti ad accogliere i doni gli uni degli altri con gratitudine, umiltà e fiducia?".<br /><br />L'Arcivescovo ha concluso con un'invocazione a Maria, "la prima missionaria dopo Gesù Cristo", che portò Cristo a Elisabetta con prontezza e umiltà. Ha poi salutato i partecipanti con un ultimo gioco di parole: "Benvenuti nella Chiesa dei Covoni – e anche, non dimenticatelo, nella Chiesa dei Semi”. Thu, 22 Oct 2026 12:39:19 +0200AFRICA/TOGO - Missionari Comboniani, formazione su comunicazione digitale e intelligenza artificialehttps://www.fides.org/it/news/78323-AFRICA_TOGO_Missionari_Comboniani_formazione_su_comunicazione_digitale_e_intelligenza_artificialehttps://www.fides.org/it/news/78323-AFRICA_TOGO_Missionari_Comboniani_formazione_su_comunicazione_digitale_e_intelligenza_artificialeLomé – «Promuovere un uso efficace delle tecnologie digitali per annunciare il Vangelo, condividere le esperienze missionarie e rafforzare la collaborazione». È questo l’obiettivo del corso di formazione sulla comunicazione multimediale, l’intelligenza artificiale e l’utilizzo di una piattaforma digitale condivisa, in programma dal 20 al 23 ottobre presso la sede provinciale dei Missionari Comboniani a Cacaveli, a Lomé.<br /><br />All’iniziativa prendono parte oltre venti persone, tra cui una suora comboniana, missionari laici comboniani e collaboratori laici impegnati nelle parrocchie e nei diversi ambiti pastorali della Provincia Togo-Ghana-Benin. Secondo quanto riporta il comunicato diffuso dai Comboniani, il corso è rivolto in particolare ai responsabili della comunicazione e agli animatori missionari della Provincia, con l’obiettivo di fornire loro strumenti e competenze per la produzione di contenuti multimediali destinati ai social media e alla piattaforma digitale condivisa dalle Province comboniane francofone.<br /><br />A condurre le giornate formative padre Fabrizio Colombo, missionario comboniano italiano, Charles Ayetan, del Togo, presidente dell’Unione Cattolica Africana della Stampa , e Jacob Brahim Konfé, del Burkina Faso. All’apertura dei lavori, padre Fidèle Katsan, Superiore Provinciale, ha ringraziato i formatori per la loro disponibilità a raggiungere il Togo e a partecipare personalmente all’iniziativa. Inizialmente, la loro presenza era prevista a distanza, attraverso SMA TV, il canale missionario al servizio dell'evangelizzazione. La partecipazione in presenza, ha sottolineato, permette invece un confronto diretto con i partecipanti, favorendo lo scambio di esperienze e l’apprendimento pratico.<br /><br />Nel corso delle giornate formative, i partecipanti approfondiranno le proprie conoscenze e acquisiranno strumenti concreti per rendere più efficace la comunicazione missionaria della Chiesa, con particolare attenzione alla produzione e diffusione di contenuti multimediali e alle possibilità offerte dall’intelligenza artificiale, in un contesto nel quale i social media rappresentano ormai uno dei principali luoghi di incontro e di comunicazione, anche per l’annuncio cristiano.<br /><br />L’integrazione della comunicazione multimediale e dell’intelligenza artificiale nelle attività missionarie mira a rispondere alle sfide dell’ambiente digitale, utilizzandone le potenzialità per raccontare la missione, favorire la comunione e raggiungere persone e realtà lontane dai tradizionali luoghi della pastorale. La tecnologia viene così posta al servizio dell’annuncio evangelico e della collaborazione tra le diverse realtà comboniane.<br /><br />Per i Missionari Comboniani, la tecnologia resta uno strumento al servizio della missione, dell’evangelizzazione e della comunione.<br /> <br />Thu, 22 Oct 2026 11:34:09 +0200AFRICA/BURUNDI -Pace e riconciliazione, la Chiesa punta sui giovani e sulle famigliehttps://www.fides.org/it/news/78322-AFRICA_BURUNDI_Pace_e_riconciliazione_la_Chiesa_punta_sui_giovani_e_sulle_famigliehttps://www.fides.org/it/news/78322-AFRICA_BURUNDI_Pace_e_riconciliazione_la_Chiesa_punta_sui_giovani_e_sulle_famiglieBujumbura – “Una delle nostre priorità come Chiesa è la pace e la riconciliazione”. Lo afferma Mons. Salvator Niciteretse, Vescovo di Bururi e coordinatore del Forum internazionale di Azione cattolica per l’Africa, in un colloquio con l’Agenzia Fides a margine del FIAC, svoltosi a Roma dal 15 al 18 ottobre.<br /><br />Qual è l’impegno della Chiesa in Burundi per promuovere la pace e la riconciliazione?<br /><br />Dal 2004 a oggi, la Chiesa in Burundi è impegnata a promuovere una cultura di pace e riconciliazione. Il nostro Paese ha conosciuto diversi conflitti, che hanno lasciato ferite profonde. Cerchiamo di risanare il tessuto sociale attraverso incontri volti a formare le coscienze al rispetto della vita, della dignità della persona e del bene comune.<br />In diverse occasioni abbiamo organizzato anche marce e manifestazioni per la pace, coinvolgendo soprattutto i giovani, molti dei quali partecipano ai gruppi di Azione cattolica.<br /><br />A livello diocesano organizziamo forum per i giovani, che registrano un’ampia partecipazione, con un numero di presenze compreso tra 4.000 e 6.000 persone. A livello nazionale abbiamo promosso incontri con la partecipazione di diverse migliaia di giovani, ospitati presso famiglie. Anche questa esperienza di accoglienza e condivisione contribuisce a coltivare una cultura di pace e riconciliazione.<br /><br />Un altro ambito di impegno è la famiglia. Quali sono le priorità della pastorale familiare?<br /><br />Stiamo lavorando per promuovere la pastorale familiare. Ci chiediamo come rafforzare le famiglie, perché senza nuclei familiari solidi è difficile accompagnare la crescita delle donne e degli uomini di domani, che saranno chiamati a prendere in mano le sorti del Burundi.<br /><br />Quali sono le principali sfide che devono affrontare i giovani in Burundi?<br /><br />La principale sfida è la disoccupazione. In Burundi manca il lavoro e, per questo motivo, diversi giovani cercano di trasferirsi in Occidente o nei Paesi limitrofi, come la Tanzania, lo Zambia e la Repubblica Democratica del Congo, nella speranza di trovare un impiego.<br />Molti giovani abbandonano la scuola perché vedono che anche coloro che hanno terminato l’università faticano a trovare lavoro. A quel punto si chiedono: “Perché studiare?”. La disperazione porta molti ragazzi a cadere vittime dell’alcolismo. È un problema che stanno affrontando sia la Chiesa sia le istituzioni statali. Tra le misure adottate, è stato vietato, ad esempio, il commercio di birre ad alta gradazione alcolica.<br /><br />Il Burundi accoglie anche numerosi rifugiati provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo. Qual è la situazione e come interviene la Chiesa?<br /><br />In Burundi si trovano più di 80.000 rifugiati congolesi, la maggior parte dei quali proviene da Uvira, capoluogo della provincia congolese del Sud Kivu. Nella mia diocesi ne avevamo accolti oltre 30.000 fino a poco tempo fa, ma successivamente sono stati trasferiti in altre zone del Paese.<br />Come Chiesa facciamo il possibile per aiutarli, collaborando con il Comitato internazionale della Croce Rossa e con l’UNICEF. <br />Thu, 22 Oct 2026 11:23:11 +0200ASIA/FILIPPINE - Laici missionari per la verità e la giustizia: “Il battesimo ci chiama a trasformare la società”, dice il presidente di “Laiko”https://www.fides.org/it/news/78321-ASIA_FILIPPINE_Laici_missionari_per_la_verita_e_la_giustizia_Il_battesimo_ci_chiama_a_trasformare_la_societa_dice_il_presidente_di_Laikohttps://www.fides.org/it/news/78321-ASIA_FILIPPINE_Laici_missionari_per_la_verita_e_la_giustizia_Il_battesimo_ci_chiama_a_trasformare_la_societa_dice_il_presidente_di_Laikodi Paolo Affatato<br /><br />Manila – Una missione di “verità e giustizia”, da vivere nella società, nella politica, nella lotta alla corruzione e nella vicinanza alle persone più vulnerabili: è la vocazione dei laici cattolici nelle Filippine secondo Albert Loteyro, presidente della Consulta nazione dei laici cattolici delle Filippine, organismo denominato “Laiko”, e Segretario esecutivo della Commissione episcopale per il laicato della Conferenza episcopale filippina . Il suo richiamo si inserisce nel cammino della Chiesa locale, che invita i fedeli a “tradurre la fede in una presenza concreta nella società”, di fronte a sfide che toccano la vita quotidiana di milioni di persone.<br />Parlando all’Agenzia Fides a margine del Forum internazionale di Azione cattolica , svoltosi a Roma nei giorni scorsi, Loteyro ha dichiarato: «Da laici ci chiediamo: qual è la nostra identità, la nostra vocazione e la missione? Per me, e per ciascuno di noi, la mia identità è, in virtù del Battesimo, essere figlio di Dio. La mia vocazione è una chiamata alla santità», afferma. «Così possiamo pensare all’identità e alla missione delle nostre organizzazioni e associazioni laicali», rileva.<br /><br />Il presidente di “Laiko” coordina una realtà articolata, composta da circa 58 organizzazioni laicali nazionali e 56 Consigli diocesani dei laici. «Lavoriamo insieme, in uno stile di leadership e di presenza partecipativo e consultivo», spiega a Fides, sottolineando l’importanza di animare e mettere in rete associazioni, comunità e organismi ecclesiali in tutto il paese. «Il ruolo dei laici nelle Filippine, nell'attuale scenario sociale, politico ed economico, è molto importante. Collaboriamo con il clero e con i vescovi, consapevoli della nostra missione».<br />«La missione dei noi laici – ribadisce – è portare la luce della fede nelle questioni temporali, essere partecipi e attivi anche nell’ambito sociale e politico». Questa responsabilità si traduce nella ricerca di verità e giustizia nella vita pubblica: «Per esempio, di fronte al tema della corruzione, vogliamo sostenere la verità e l’equità nel modo in cui si agisce in politica. Anche davanti agli ultimi scandali sui cosiddetti “progetti fantasma” per la prevenzione delle inondazioni, o nella questione dell’impeachment di Sara Duterte, la bussola per noi laici cattolici è seguire, promuovere, agire per la giustizia e la verità».<br /><br />Il riferimento ai progetti contro le inondazioni richiama una questione che ha assunto grande rilievo nel dibattito pubblico filippino. Nel 2025 sono state avviate indagini su ampie irregolarità in opere di controllo delle alluvioni, con contestazioni riguardanti lavori incompleti o di qualità insufficiente e l’impiego di fondi pubblici. Le accuse e le responsabilità sono oggetto di verifiche e procedimenti: proprio per questo, osserva Loteyro, «la richiesta di trasparenza e responsabilità deve rimanere un criterio essenziale per chi partecipa alla vita pubblica».<br />Il problema della corruzione nelle Filippine è al centro del dibattito pubblico e anche degli interventi dei Vescovi. Nell’Indice di percezione della corruzione 2025 della Ong “Transparency International”, le Filippine hanno ottenuto un punteggio di 32 su 100, dove zero indica un livello percepito di corruzione pubblica molto elevato e 100 un settore pubblico caratterizzato da integrità. <br /><br />Accanto alla corruzione, Loteyro indica la povertà e la disoccupazione come sfide che interpellano direttamente le comunità cristiane. Secondo i dati ufficiali della Philippine Statistics Authority del 2025, circa il 10% della popolazione filippina vive sotto la soglia nazionale di povertà, non disponendo di risorse sufficienti a coprire i bisogni essenziali. Sul fronte del lavoro, il tasso medio annuo di disoccupazione è del 4,2% pari a circa 2,14 milioni di persone disoccupate, mentre milioni sono i “lavoratori informali” o a giornata.<br />«La povertà e la disoccupazione sono sfide importanti che vanno affrontate e che richiedono un nostro contributo», afferma Loteyro. Per rispondere, le organizzazioni laicali cattoliche, nei diversi contesti dell’arcipelago, cercano di essere presenti nei luoghi in cui si manifestano le difficoltà. «I laici delle nostre organizzazioni vanno nelle periferie per scoprire quali sono i bisogni delle persone. I membri delle nostre organizzazioni sono presenti, prestano attenzione e promuovono una grande rete di protezione umana e sociale».<br /><br />Questa presenza, nella prospettiva del presidente di “Laiko”, è parte integrante dell’annuncio del Vangelo. La missione non consiste soltanto nelle attività pastorali o nell’animazione delle comunità, ma anche «nel contribuire a costruire una società più giusta, a contrastare la menzogna, a promuovere una partecipazione responsabile alla vita democratica». Sono temi che hanno accompagnato anche la "Settimana nazionale dei laici", organizzata da "Laiko" ecelebrata nello scorso settembre, dedicata alle cosiddette "5 K": Korapsyon , Kahirapan , Kriminalidad , Kasinungalingan e Kataksilan . La settimana ha promosso iniziative di formazione politica e mobilitazione nelle parrocchie, invitando i fedeli a riconoscere e affrontare questi mali sociali.<br /><br />Un nuovo passaggio di questo percorso sarà la prossima Assemblea nazionale dei laici cattolici filippini, promossa da "Laiko" e in programma il 6 e 7 novembre a Cebu. L’incontro, il primo del suo genere, riunirà presidenti nazionali delle associazioni laicali, responsabili delle commissioni diocesane e leader laici provenienti da diverse parti del Paese. Il motto scelto, “One Laiko. One Mission” esprime l’intenzione di rafforzare la comunione e la collaborazione tra le diverse realtà, rinnovando la presenza dei laici nella Chiesa e nella società.<br />«L’obiettivo - spiega a Fides Loteyro - è ascoltare. Ascoltare i nostri leader laici, ascoltare i bisogni della gente, ascoltare per rivedere il nostro stile di presenza nella società. I temi sono l’ascolto e la partecipazione, per rendere la nostra missione nella società sempre più feconda, secondo la volontà di Dio». L’assemblea sarà dunque un’occasione di confronto e discernimento comune, orientata a una Chiesa sinodale, capace di leggere le esigenze delle comunità e di rispondervi attraverso una responsabilità condivisa.<br /><br />Loteyro affida ai laici filippini un auspicio che riassume il senso della loro vocazione: «La mia speranza è che tutti i laici nelle Filippine possano realizzare la loro vocazione missionaria. Siamo tutti chiamati e inviati ad annunciare il Vangelo. Spero che tutti possiamo rispondere a questa chiamata di Dio. In virtù del nostro Battesimo, siamo chiamati a essere missionari e il mondo attende da noi una parola e un'azione di luce e di speranza».<br /><br />Thu, 22 Oct 2026 10:53:56 +0200EUROPA/IRLANDA - “Lives of Mission, Lives of Hope!”: Quattro religiose irlandesi raccontano le loro vite e il loro impegno in alcuni dei luoghi più difficili del pianetahttps://www.fides.org/it/news/78320-EUROPA_IRLANDA_Lives_of_Mission_Lives_of_Hope_Quattro_religiose_irlandesi_raccontano_le_loro_vite_e_il_loro_impegno_in_alcuni_dei_luoghi_piu_difficili_del_pianetahttps://www.fides.org/it/news/78320-EUROPA_IRLANDA_Lives_of_Mission_Lives_of_Hope_Quattro_religiose_irlandesi_raccontano_le_loro_vite_e_il_loro_impegno_in_alcuni_dei_luoghi_piu_difficili_del_pianeta<p ><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/UNrS8hjDPxY?si=a5F3aDeMnbVVAS1O" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p><br /><br />Roma – In alcune delle aree più remote e difficili del mondo, scuole, strutture sanitarie e centri di riabilitazione continuano a operare grazie all’impegno di suore irlandesi, spesso in luoghi dai quali altri attori governativi e ONG hanno dovuto ritirarsi. È quanto racconta il cortometraggio "Lives of Mission, Lives of Hope!", realizzato da Colm Flynn su commissione dell’Ambasciata d’Irlanda presso la Santa Sede, con il sostegno del Dipartimento degli Affari Esteri e del Commercio. Quattro religiose irlandesi ripercorrono la propria vocazione e le esperienze missionarie vissute in Irlanda e all’estero.<br /><br />Suor Colette Keane, OP, racconta una vita dedicata alla missione, all’insegnamento e alla fondazione di scuole, segnata anche da episodi di violenza. In Liberia, durante un viaggio in auto con un’altra religiosa, fu aggredita e picchiata da alcuni uomini che avevano fermato il veicolo. Riportò gravi conseguenze a un occhio e a un orecchio. «Non mi sono mai scoraggiata – ricorda – perché ho sempre pensato: “Sto facendo quello che devo fare”». Di quell’esperienza conserva soprattutto i ricordi positivi: «Ho trovato ciò che cercavo, e questo mi basta».<br /><br />Suor Julie Buckley, SMR, racconta invece una vocazione maturata dopo anni trascorsi lontano dalla pratica religiosa. Negli anni Ottanta, durante una Messa cui era stata invitata, riscoprì il Vangelo e iniziò un percorso che l’avrebbe portata alla vita consacrata. La sua esperienza di ostetrica contribuì a orientarla verso il servizio agli altri. In Perù, nella zona di La Ensenada, una delle più povere di Lima, la sua Congregazione porta avanti Casa Betania, un progetto rivolto alle famiglie. Il programma sostiene soprattutto le madri e offre attività doposcuola ai ragazzi, alcuni dei quali sono usciti dal sistema scolastico. «Le donne stanno acquisendo maggiore sicurezza e autostima – racconta – e scoprono di avere la capacità e la resilienza necessarie per prendersi cura dei propri figli». Per suor Julie, la missione resta «un’avventura» nella quale ha trovato ciò che cercava, sentendosi parte della lunga tradizione missionaria irlandese.<br /><br />Suor Pat Murray, CJ, nata a Dublino, racconta di aver incontrato la vocazione a 12 anni, ispirata da una religiosa delle Suore di Loreto. Dopo la formazione come insegnante, affrontò gli studi universitari in un periodo di forte contestazione nei confronti della Chiesa e dello Stato. Essere una giovane religiosa in quegli anni significava anche confrontarsi con critiche e derisioni.<br /><br />Nel corso della sua attività ha visitato numerosi Paesi, tra cui il Sud Sudan, dove durante una prima missione incontrò comunità segnate dalla guerra. «Abbiamo trascorso le giornate semplicemente ad ascoltare le persone – ricorda – e questo mi ha insegnato quanto sia importante l’ascolto». In una chiesa visitata durante il viaggio erano ancora visibili i segni dei proiettili sparati contro il crocifisso.<br />Per suor Pat, il servizio internazionale ha significato soprattutto scoprire la varietà della Chiesa e delle culture in cui essa è presente. Una delle lezioni più importanti, sottolinea, è imparare a conoscere e rispettare le differenze. «È stata, ed è tuttora, una vera avventura, fatta di amore e di grazia». E alla domanda su ciò a cui ha rinunciato risponde: «Avrei voluto avere dei figli? Sì. Non ne ho avuti, ma spero di averne migliaia».<br /><br />A concludere il cortometraggio, c’è il racconto di suor Mary Barron, OLA., che racconta il forte richiamo avvertito fin da giovane verso l’Africa. La prima esperienza in Nigeria, a Lagos, fu uno shock per il caldo, la folla e la realtà profondamente diversa da quella del Donegal, sua terra natìa. In un Paese ancora sotto regime militare, mise la propria formazione di logopedista al servizio di bambini con difficoltà nella comunicazione. Nel 1995 partì per la Tanzania, quando era classificata come il secondo Paese più povero al mondo in termini di sviluppo, destinata a una missione rurale nella diocesi di Shinyanga, priva di acqua corrente ed elettricità. Qui lavorò soprattutto con le donne, creando gruppi femminili nei 35 villaggi della diocesi e promuovendo semplici programmi di emancipazione. «L’aspetto fondamentale era far capire alle persone che hanno un valore», ricorda. L’esperienza, aggiunge, le permise di imparare molto dalle donne incontrate: “Per me, far parte della loro storia è stato qualcosa di bellissimo; ho imparato tantissimo da quelle donne. È stato un periodo davvero speciale della mia vita, quella nostra prima missione. Si dice sempre che la prima missione è quella in cui lasci il tuo cuore.”<br /><br />Suor Mary racconta anche il primo impatto con la diversità vissuto a Belfast, durante gli studi universitari, in un periodo di forte tensione nell’Irlanda del Nord. L’esperienza africana le offrì invece una prospettiva diversa. Oggi, spiega, la missione continua anche in Europa, attraverso progetti rivolti ai migranti e attività nelle parrocchie multiculturali, con l’obiettivo di favorire l’integrazione.<br />Il cortometraggio si chiude con uno sguardo al futuro di suor Mary Teresa Barron, Superiora Generale delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli. Papa Leone XIV l’ha nominata Segretario Aggiunto del Dicastero per l’Evangelizzazione, nella Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, con l’incarico di Presidente delle Pontificie Opere Missionarie. Assumerà il nuovo incarico il 4 gennaio 2027.<br /><br /> <br />Wed, 21 Oct 2026 12:19:44 +0200ASIA/UZBEKISTAN - Il Vescovo Maculewicz: "Due nuove chiese e una piccola comunità chiamata a essere sale e lievito nella società"https://www.fides.org/it/news/78319-ASIA_UZBEKISTAN_Il_Vescovo_Maculewicz_Due_nuove_chiese_e_una_piccola_comunita_chiamata_a_essere_sale_e_lievito_nella_societahttps://www.fides.org/it/news/78319-ASIA_UZBEKISTAN_Il_Vescovo_Maculewicz_Due_nuove_chiese_e_una_piccola_comunita_chiamata_a_essere_sale_e_lievito_nella_societadi Paolo Affatato<br /><br />Tashkent – Due nuove parrocchie in un paese a maggioranza musulmana e una piccola comunità cattolica che, senza fare rumore, cresce passo dopo passo. In Uzbekistan la Chiesa cattolica è una presenza numericamente esigua, ma continua a mettere radici attraverso le relazioni personali, la testimonianza dei fedeli e l’incontro con chi cerca un luogo in cui pregare e sentirsi parte di una comunità. «A volte cominciamo una nuova parrocchia con tre, quattro, cinque persone. Da questo piccolo germoglio si comincia», racconta all'Agenzia Fides il Vescovo Jerzy Maculewicz OFM Conv, francescano conventuale, Amministratore apostolico dell’Uzbekistan. «Facciamo come gli apostoli, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: si parte da poco, ma si comincia, e il Signore guida i nostri passi».<br /><br />Negli ultimi due anni – riferisce – nel paese sono state aperte due nuove parrocchie: una dedicata alla Divina Misericordia, l’altra a San Giuseppe. Per il Vescovo, queste nuove realtà ecclesiali sono il segno di un cambiamento nel contesto del Paese. Una di esse si trova ad Angren, a circa 90 chilometri da Tashkent, la capitale. «In questa nuova parrocchia ci sono poco più di venti fedeli, due terzi sono bambini. E’ l’inizio di una nuova realtà ecclesiale in un luogo dove prima non eravamo presenti».<br />In un cammino fatto di piccoli numeri, la crescita si riconosce nel tempo: «Da sacerdote polacco, sono in Uzbekistan da ventun anni. Posso dire che la mia storia è legata a quella di san Giovanni Paolo II: l’erezione dell’Amministrazione apostolica e la mia nomina risalgono al primo aprile 2005, il giorno prima della morte del Papa. Sono stato uno degli ultimi Vescovi nominati da lui». Quando si trattò di scegliere un patrono per l’Amministrazione apostolica, la comunità propose proprio san Giovanni Paolo II, ricorda Maculewicz, anche perché in quella terra non vi erano santi martiri locali da indicare come patroni.<br />Al suo arrivo, le parrocchie erano cinque e affidate alla cura pastorale dei frati francescani conventuali. Nel 1997, infatti, Giovanni Paolo II aveva affidato all’Ordine dei Frati minori conventuali il compito di sviluppare le strutture della Chiesa cattolica nel Paese. Da allora, il cammino è proseguito in un contesto sociale e istituzionale che, secondo il Vescovo, ha conosciuto cambiamenti significativi.<br /><br />«Quando sono arrivato, durante la presidenza di Islam Karimov, la situazione era un po’ difficile per tutte le religioni, musulmani e cristiani. Per esempio, ai giovani e ai bambini era proibito frequentare le moschee o le chiese», ricorda. «Con il secondo e attuale presidente dell'Uzbekistan, Shavkat Mirziyoyev il paese si è aperto, prima di tutto ai turisti e anche ai pellegrini, e noi come Chiesa cattolica abbiamo ricevuto la possibilità di lavorare in modo più tranquillo e libero». L’apertura di due nuove parrocchie negli ultimi anni - rileva – «è uno dei segni concreti di questo cambiamento».<br />Le legislazione ha seguito una graduale liberalizzazione e un alleggerimento dei controlli statali sulle comunità di fede, culminati nelle nuove normative del 2021 e del 2025. La legge più recente traccia una distinzione tra Stato e religione, al fine di garantire che nessun credo possa essere imposto ai cittadini, migliorando la tutela legale delle minoranze religiose in un paese a larga maggioranza musulmana.<br /><br />Una Chiesa piccola, in cammino<br /><br />La Chiesa cattolica dell’Uzbekistan conta circa 4.000 cattolici , con una decina di sacerdoti , circa 15 suore e altrettanti catechisti. L’unica circoscrizione ecclesiastica cattolica del Paese è l’Amministrazione apostolica dell’Uzbekistan, con sede nella capitale Tashkent, dove si trova la cattedrale del Sacro Cuore di Gesù. E’ una piccola comunità presente in un territorio vasto, «in cui – nota il Vescovo – ora vediamo il fenomeno di stranieri che giungono nel Paese per motivi di studio o di lavoro. Tra questi vi sono numerosi studenti provenienti dall’India, arrivati per frequentare corsi di medicina. Alcuni di loro sono cattolici di rito orientale, altri appartengono a comunità protestanti o anche non cristiani. Costoro - racconta il Vescovo - si avvicinano alle parrocchie cattoliche per pregare insieme».<br />«È interessante: vogliono stare proprio con noi, cercano un senso di comunità, il desiderio di stare con qualcuno per condividere amicizia, spiritualità, fede», nota. È un’esperienza che rivela «come la parrocchia possa diventare un luogo di incontro anche per persone che non condividono la stessa appartenenza religiosa, ma sentono il bisogno di una relazione e di uno spazio spirituale».<br />La crescita della Chiesa, tuttavia, sottolinea Maculewicz, si osserva in un cambiamento avvenuto nel corso degli anni, nella composizione delle comunità: «In passato, chi chiedeva il battesimo proveniva da famiglie nelle quali spesso un componente aveva abbracciato la fede cattolica. Magari una mamma diventava cattolica, oppure un figlio o un papà, ma non c’erano famiglie intere».<br />Oggi, invece, cominciano a vedersi i frutti di un cammino più lungo: «Ci sono giovani cattolici che si sono sposati e hanno già figli. Abbiamo famiglie cattoliche e bambini che sono cattolici fin da piccoli. Prima erano pochissimi». È una trasformazione graduale, che il Vescovo osserva con gratitudine: «In vent’anni vedo il cammino di questa Chiesa. Non ci sono grandi numeri, ma ci sono contatti personali, relazioni e testimonianze personali. Vediamo che ogni singola persona che si avvicina ha ricevuto una chiamata personale di Dio».<br />Ogni anno la comunità accompagna nuovi candidati al battesimo. A Tashkent, nella Veglia pasquale del 2026, sono state battezzate circa dieci persone, tra le quali anche bambini. La preparazione degli adulti è attenta: «Prepariamo le persone al battesimo in un cammino di un anno e mezzo. Ci sono, poi, fedeli già battezzati in altre Chiese cristiane: allora accompagniamo il loro ingresso nella Chiesa cattolica attraverso la professione di fede, riconoscendo la validità del battesimo già ricevuto».<br />La vita della comunità è segnata anche dalla mobilità della popolazione. L’Uzbekistan ha conosciuto una forte crescita demografica negli ultimi vent’anni e molti giovani lasciano il Paese alla ricerca di opportunità di studio e lavoro all’estero. «Molte persone partono per cercare una vita migliore per sé e per i propri figli: vanno in Europa, in Corea, negli Emirati Arabi, in America, in diversi Paesi. Anche molti dei nostri cattolici sono andati via».<br /><br />Il dialogo nasce dalla vita quotidiana<br /><br />In una società a maggioranza musulmana, la presenza cattolica si sviluppa attraverso rapporti di buon vicinato e forme di convivenza che il Vescovo considera una risorsa preziosa: «Abbiamo buoni rapporti con i musulmani. In Uzbekistan c’è una tolleranza che, a mio parere, ha radici antiche, risalenti ai tempi della Via della Seta. Allora non si scambiavano soltanto prodotti materiali, ma anche culture e religioni».<br />Il paese, osserva Maculewicz, è abitato da persone provenienti da oltre 120 nazionalità differenti. Questa pluralità contribuisce a creare occasioni di incontro tra tradizioni religiose diverse. Il Vescovo ricorda un episodio vissuto a Samarcanda: «Una volta ero in taxi e il conducente musulmano mi raccontò che i suoi vicini erano un ebreo e un cristiano. Mi disse che festeggiavano insieme le diverse ricorrenze religiose: musulmani, cristiani ed ebrei. Questo mostra quanto possa essere naturale la tolleranza».<br />Anche l’ospitalità quotidiana è una porta aperta al dialogo: «Gli uzbeki sono molto aperti e si interessano agli altri. Quando vedono qualcuno nel bisogno, si offrono con generosità. Se ti vedono per la prima volta, possono invitarti a casa e offrirti un tè». Per molte persone, aggiunge, «è importante soprattutto sapere che l’interlocutore crede in Dio», più che conoscere la sua appartenenza confessionale.<br />«C’è un’apertura al trascendente. Per questo la benedizione è qualcosa di importante: io benedico sempre le persone che incontro. Quando arriva un uomo di Dio, qualunque sia la sua fede, questo viene percepito come un valore». Questa disponibilità all’incontro, per il Vescovo, può favorire relazioni di fiducia e occasioni di testimonianza cristiana.<br />Il dialogo si esprime anche nei rapporti con le istituzioni. In Uzbekistan opera un Comitato statale per gli affari religiosi, presso il quale è attivo un Consiglio che riunisce i rappresentanti delle diverse comunità religiose riconosciute. Maculewicz vi partecipa insieme a esponenti della Chiesa ortodossa, delle comunità armene, luterane e di altri gruppi religiosi: «È un luogo nel quale possiamo scambiare idee e dare il nostro parere al governo», spiega. «Quando è stata modificata la legge sulla registrazione delle nuove organizzazioni religiose, ci è stato chiesto anche di esprimerci. Abbiamo dato alcuni suggerimenti che sono stati presi in considerazione, e alcune cose sono state cambiate. Penso che questo sia positivo».<br /><br />La missione di tutti i battezzati<br /><br />Nel mese di ottobre, dedicato alle missioni, il Vescovo richiama la vocazione missionaria che appartiene a ogni cristiano: «Vorrei ripetere le parole di san Francesco Saverio: dobbiamo avere sempre uno spirito missionario in ogni momento, in ogni gesto della nostra vita. Gesù ci ha mandato ad andare e annunciare il Vangelo a tutti i popoli. Ha inviato tutti i battezzati, non soltanto i sacerdoti e i consacrati, ma anche i laici».<br />In Uzbekistan, questa missione assume la forma discreta dell’incontro personale, dell’accoglienza e della testimonianza: «Come cattolici siamo presenti, costruiamo legami, accompagniamo chi si avvicina alla fede e offriamo uno spazio di preghiera a chi cerca una comunità». <br />Da questa esperienza nasce anche la parola di speranza che Maculewicz usa quando pensa al futuro della Chiesa nel Paese dell'Asia centrale. Il Vescovo torna alle immagini evangeliche del sale e del lievito: «Penso alle parole di Gesù, quando ci dice che siamo il sale del mondo e lievito per il mondo. Basta poco sale per dare sapore alle vivande e basta un pizzico di lievito per far crescere la massa. Ci ispiriamo a questo, pensando cosa possiamo fare noi, piccolo gregge di cattolici in Uzbekistan, per cambiare il gusto, per dare sapidità a questa nazione».<br />La risposta sta nella disponibilità ad ascoltare Dio e a seguirne la volontà: «Penso che il Signore abbia un progetto per noi. Sta a noi ascoltare la sua voce, fare la sua volontà e realizzare il suo piano per questa terra e per questo popolo».<br />Wed, 21 Oct 2026 11:04:24 +0200