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Attualità dottrinale del Catechismo
della Chiesa Cattolica, dopo 10 anni dalla sua pubblicazione
- Joseph Cardinal Ratzinger
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Il Catechismo della Chiesa Cattolica, che Papa Giovanni Paolo II
consegnò alla Cristianità l'11 ottobre 1992 con la
Costituzione Apostolica "Fidei Depositum", veniva incontro
da una parte ad una attesa, che era viva in tutte le parti della
Chiesa; ma dall'altra si scontrò con un muro di scetticismo,
anzi di rifiuto in parti del mondo intellettuale cattolico occidentale.
Dopo la svolta epocale del Concilio Vaticano II gli strumenti catechetici
fino ad allora utilizzati apparivano come insufficienti, non più
all'altezza della coscienza di fede, come essa si era espressa nel
Concilio. Ebbe inizio una molteplice sperimentazione - analogamente
a quanto avveniva per la liturgia. Pur con tutte le cose valide,
che si potevano riscontrare in singole pubblicazioni, mancava tuttavia
una visione dell'insieme. Sembrava divenuto problematico comprendere
che cosa era ancora valido dopo la grande svolta. Così pastori
e fedeli attendevano un nuovo testo di riferimento, al quale potesse
orientarsi la catechesi e nel quale ridiventasse visibile la sintesi
della dottrina cattolica secondo le linee tracciate dal Concilio.
Una parte dei teologi e degli specialisti della catechesi vi era
contraria per il comprensibile desiderio dell'intellettuale di poter
sperimentare il più possibile in uno spazio libero. La certezza
di fede appariva come in contrasto con la libertà e l'apertura
della riflessione che progredisce sempre. Ma la fede non è
innanzitutto un materiale per esperimenti intellettuali, ma il solido
fondamento - l'ipostasi, dice la Lettera agli Ebrei (11, 1) -, sul
quale possiamo vivere e morire. E come la scienza non è intralciata
dalle certezze raggiunte, ma anzi le certezze raggiunte sono la
condizione del suo progresso, così anche le certezze, che
la fede ci dona, aprono sempre nuovi orizzonti, mentre il continuo
girare su se stessi della riflessione sperimentale finisce con l'annoiare.
In questa situazione vi fu da una parte una grande gratitudine
per il Catechismo, alla cui preparazione avevano collaborato tutte
le componenti della Chiesa, vescovi, sacerdoti e laici; dall'altra
anche un ostile rifiuto, che trovava sempre nuove motivazioni.
Le supposte centralistiche modalità di preparazione vennero
criticate, ciò che semplicemente va con tutta evidenza
contro la verità storica. Il contenuto stesso fu bollato
come statico, dogmatista, "preconciliare". Il Catechismo
non avrebbe avuto consapevolezza dello sviluppo teologico, in
particolare esegetico dell'ultimo secolo, così fu detto;
non sarebbe ecumenico; non sarebbe dialogico, ma apodittico-affermativo.
Non si potrebbe perciò parlare di un'attualità dottrinale
- non allora, dieci anni fa, e oggi naturalmente ancora meno.
Valore e limiti di un Catechismo
Che cosa pensare di simili opinioni? Per collocarle nella giusta
luce ed entrare in un dialogo con i suoi esponenti - nella misura
in cui essi vi sono disposti - si deve innanzitutto riflettere
sulla natura di un catechismo e sul suo specifico genere letterario.
Il Catechismo non è un libro di teologia, ma un testo della
fede ovvero della dottrina della fede. Questa differenza fondamentale
non è spesso sufficientemente presente nell'attuale coscienza
teologica. La teologia non inventa in un itinerario di riflessione
intellettuale ciò che può credere o meno - in tal
caso la fede cristiana sarebbe totalmente un prodotto del nostro
proprio pensiero e non diversa dalla filosofia della religione.
La teologia, se ha una giusta visione di sé, è piuttosto
lo sforzo di comprendere il dono di una verità che la precede.
Il Catechismo cita al riguardo la nota frase di Sant'Agostino,
nella quale è sintetizzata classicamente l'essenza dell'impegno
teologico: "Credo per comprendere e comprendo per meglio
credere" (158; sermo 43, 7, 9). Appartiene costitutivamente
alla teologia la relazione fra il dato, che ci è offerto
da Dio nella fede della Chiesa, ed il nostro sforzo per appropriarci
questo dato nella comprensione razionale. Lo scopo del Catechismo
è proprio quello di presentare questo dato che ci precede,
la formulazione dottrinale della fede sviluppatasi nella Chiesa;
è un annuncio della fede e non una teologia, anche se naturalmente
fa parte di una presentazione adeguata della dottrina di fede
della Chiesa una riflessione che cerca di comprendere e in questo
senso la fede viene aperta alla comprensione e alla teologia.
Nondimeno non viene eliminata la differenza fra annuncio ovvero
testimonianza da una parte e riflessione teologica dall'altra.
Così è ora anche già tratteggiato il genere
letterario del Catechismo, che deriva dal suo compito. La sua
forma letteraria fondamentalmente non è la discussione
- la "quaestio disputata" come espressione classica
del lavoro teologico. La sua forma letteraria è piuttosto
la testimonianza, l'annuncio che nasce dell'interna certezza della
fede. Anche qui ci sono precisazioni da fare: anche la testimonianza
si rivolge all'altro e pertanto fa riferimento al suo orizzonte
di comprensione; anche la testimonianza porta in se la ripresa
intelligente della parola accolta, ma resta nondimeno diversa
dal linguaggio della ragione che ricerca in modo scientifico.
Nel caso del Catechismo della Chiesa Cattolica si aggiunge ancora
un ulteriore fattore: i destinatari di questo libro, dai quali
dipende ogni ulteriore forma di mediazione, sono molti e vari.
Il Papa menziona nel quarto punto della già citata Costituzione
Apostolica l'elenco dei destinatari, cui è dedicato il
libro: i pastori ed i fedeli, fra i quali in particolare si intendono
i membri della Chiesa impegnati nella catechesi: poi "tutti
i fedeli", quindi anche l'ambito ecumenico, e finalmente
- così dice il Papa - questo libro "è offerto
ad ogni uomo che ci domandi ragione della speranza che è
in noi (cfr 1 Pt 3, 15) e che voglia conoscere ciò che
la Chiesa Cattolica crede". Se si tiene presente che in questo
modo ci si rivolge non solo a livelli di preparazione assai diversi,
ma a tutti i continenti e a situazioni culturali molto differenti,
è evidente che questo libro non può costituire l'ultima
tappa di un cammino di mediazioni, ma deve contare su ulteriori
mediazioni più vicine alle diverse situazioni. Se divenisse
più direttamente "dialogico" per un determinato
ambiente - ad esempio gli intellettuali occidentali -, adottasse
il suo stile, diverrebbe solo più inaccessibile per tutti
gli altri. Perciò il suo stile doveva per così dire
collocarsi al di sopra di contesti culturali concreti e cercare
di rivolgersi agli uomini come tali, lasciando tuttavia le ulteriori
mediazioni culturali alle rispettive Chiese locali. Il fatto che
il Catechismo sia stato accolto positivamente in regioni e ambienti
sociali del tutto differenti, mostra che lo sforzo di farsi comprendere
al di là delle diversità di preparazione e di cultura
è riuscito sorprendentemente bene. Che debba essere possibile
esprimere verbalmente anche in un modo a tutti comune, ciò
che noi crediamo, e quindi redigere un tale libro non dovrebbe
essere oggetto di discussione. Infatti se ciò non fosse
possibile, l'unità della Chiesa, l'unità della fede,
l'unità dell'umanità sarebbe una finzione.
Ma cosa dire ora - prescindendo da questi problemi formali -
dell'attualità dottrinale contenutistica del Catechismo?
Se si volesse rispondere in modo adeguato, si dovrebbero ripercorrere
l'uno dopo l'altro i suoi singoli brani dall'inizio fino alla
fine. Si farebbero allora una quantità di scoperte preziose
e si potrebbe vedere, quanto profondamente il Catechismo è
stato plasmato dalle intuizioni del Concilio Vaticano II, quanto
esso proprio nella sua sobrietà teologico-specialistica
offra nuovi spunti anche per il lavoro teologico. Istruttivo sarebbe
un esame trasversale di temi diversi come ad esempio l'ecumenismo,
il rapporto Israele-Chiesa, la relazione fra fede e altre religioni,
fede e creazione, simboli e segni, ecc.. Tutto questo ora non
è possibile. Vorrei limitarmi ad alcuni aspetti esemplari,
che hanno avuto un rilievo particolare nel dibattito pubblico.
L'uso della Scrittura nel Catechismo
Particolarmente forti furono gli attacchi all'uso della Scrittura
da parte del Catechismo: esso (come già detto) non avrebbe
avuto consapevolezza del lavoro esegetico di un intero secolo;
sarebbe pertanto ad esempio così ingenuo da citare passi
del Vangelo di Giovanni per delineare la figura storica di Gesù;
si ispirerebbe ad una fede letteralistica che si potrebbe già
designare come fondamentalistica ecc. Al riguardo si dovrebbe
in riferimento al già indicato compito specifico del Catechismo
riflettere molto accuratamente circa il modo con cui questo libro
deve fare uso della esegesi storico-critica. Relativamente ad
un'opera, che deve presentare la fede - non delle ipotesi - e
che per un tempo piuttosto lungo deve essere "riferimento
sicuro e autentico per l'insegnamento della dottrina cattolica"
(così il Papa nella Costituzione Apostolica, n. 4), si
dovrebbe tener presente quanto rapidamente le ipotesi esegetiche
mutano e quanto grande è in verità il dissenso anche
fra autori contemporanei in riferimento a molte tesi. Il Catechismo
ha pertanto dedicato un suo proprio articolo - i numeri 101-141
del libro - ad una riflessione specifica sul retto uso della Scrittura
nella testimonianza della fede. Questa sezione è stata
valutata da importanti esegeti come una sintesi metodologica riuscita,
che affronta la questione della natura non solo storica, ma propriamente
teologica dell'interpretazione della Scrittura. Al riguardo occorre
prima rispondere alla domanda: cos'è propriamente la Sacra
Scrittura? Che cosa rende questa raccolta letteraria in una certa
misura eterogenea, il cui tempo di formazione si estende per circa
un millennio, un unico libro, un unico sacro libro, che come tale
è interpretato? Se si approfondisce questo interrogativo,
emerge chiaramente tutta la specificità della fede cristiana
e della sua concezione della rivelazione. La fede cristiana ha
la sua specificità innanzitutto nel fatto che si riferisce
ad eventi storici, o meglio ad una storia coerente, che di fatto
è avvenuta come storia. In questo senso le è essenziale
la questione della fattualità, della realtà dell'evento,
e pertanto deve dare spazio al metodo storico. Ma questi eventi
storici sono significativi per la fede soltanto perché
è certo che in essi Dio stesso in un modo specifico ha
agito e gli eventi portano in se qualcosa che va al di là
della semplice fatticità storica, qualcosa che proviene
da altrove e dà loro significato per tutti i tempi come
per tutti gli uomini. Questa eccedenza non deve essere separata
dai fatti, non è un significato giustapposto successivamente
ad essi dall'esterno, ma è presente nell'evento stesso,
pur trascendendo per altro la pura fatticità. Proprio in
questa trascendenza insita nel fatto stesso si trova l'importanza
di tutta quanta la storia biblica. Questa struttura specifica
della storia biblica si riflette nei libri biblici: essi da una
parte sono espressione dell'esperienza storica di questo popolo,
ma poiché la storia stessa è qualcosa di più
che non l'azione e la passione del popolo, in questi libri non
parla in realtà solo il popolo, ma quel Dio che agisce
in lui e per mezzo di lui. La figura dell'"autore",
che è così importante per la ricerca storica, è
quindi articolata in tre livelli: l'autore individuale è
infatti sostenuto a sua volta dal popolo nel suo insieme. Questo
si rivela proprio nelle sempre nuove aggiunte e modifiche dei
libri; qui la critica delle fonti (malgrado molte esagerazioni
ed ipotesi poco plausibili) ci ha fatto dono di pregevoli scoperte.
Alla fine non è solo un autore individuale, che parla,
ma i testi crescono in un processo di riflessione, di cultura,
di nuova comprensione, che supera ogni singolo autore. Ma proprio
in questo processo di continui superamenti, che relativizza tutti
gli autori individuali, è all'opera un trascendimento più
profondo: in questo processo di superamenti, di purificazioni,
di crescita è operante lo Spirito ispiratore, che nella
parola conduce i fatti e gli eventi e negli eventi e nei fatti
spinge nuovamente alla parola.
Chi riflette su questa drammatica qui solo molto sommariamente
accennata del divenire scrittura della parola biblica, vede senz'altro
che la sua interpretazione - anche indipendentemente da interrogativi
propriamente credenti - deve essere estremamente complessa. Chi
però vive nella fede di questo stesso popolo e si trova
all'interno di questo processo deve tener conto nell'interpretare
anche dell'ultima istanza, che egli sa operante in essa. Solo
allora si può parlare di interpretazione teologica, che
di fatto non elimina quella storica, ma la amplia in una nuova
dimensione. A partire da tali presupposti il Catechismo ha descritto
la doppia dimensione di una corretta esegesi biblica, alla quale
appartengono da una parte i metodi tipici dell'interpretazione
storica, ma poi - se si considera questa letteratura un solo libro,
e ancor più un libro sacro - devono aggiungersi ulteriori
forme metodologiche. Nei numeri 109 e 110 vengono menzionati con
riferimento a Dei verbum 12 le esigenze fondamentali di un'esegesi
storica: fare attenzione all'intenzione degli autori, alle condizioni
del loro tempo e della loro cultura, così come tener conto
dei modi di intendere, di esprimersi, di raccontare, consueti
nella loro epoca (110). Ma vi si devono poi aggiungere anche quegli
elementi metodologici, che derivano dalla comprensione dei libri
come un solo libro e come il fondamento della vita del popolo
di Dio nell'Antico e nel Nuovo Testamento: prestare attenzione
al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura; leggere
la Scrittura nella Tradizione vivente di tutta la Chiesa; essere
attenti all'analogia della fede (112-114). Vorrei almeno citare
il bel testo, con il quale il Catechismo presenta il significato
dell'unità della Scrittura e lo illustra con una citazione
di San Tomaso: "per quanto siano differente i libri che la
compongono, la Scrittura è una in forza dell'unità
del disegno di Dio, del quale Cristo Gesù è il centro
e il cuore, aperto dopo la sua Pasqua. 'Il cuore di Cristo designa
la Sacra Scrittura che appunto rivela il cuore di Cristo. Questo
cuore era chiuso prima della Passione, perché la Scrittura
era oscura. Ma la Scrittura è stata aperta dopo la Passione,
affinché coloro che ormai ne hanno l'intelligenza considerino
e comprendano come le profezie debbano essere interpretate' (Tomaso
d'Aquino, Psalm. 21, 11)" (112).
Da questa complessa natura del genere letterario "Bibbia"
ne deriva anche che non si può fissare il significato dei
suoi singoli testi in riferimento all'intenzione storica del primo
autore - per lo più determinato in modo ipotetico. Tutti
i testi si trovano in realtà in un processo di continue
riscritture, nelle quali il loro potenziale di senso si dischiude
sempre più, e pertanto nessun testo appartiene semplicemente
ad un singolo autore storico. Poiché il testo stesso ha
un carattere processuale, non è lecito, anche a partire
dal suo proprio genere letterario, fissarlo su di un determinato
momento storico e qui rinchiuderlo; in tal caso esso sarebbe anche
fissato nel passato, mentre leggere la Scrittura come Bibbia significa
proprio che si trova il presente nella parola storica e si apre
un futuro. La dottrina del senso molteplice della Scrittura, che
è stata sviluppata dai Padri e ha trovato una sistemazione
organica nel Medioevo, a partire da questa particolare configurazione
del testo è oggi nuovamente riconosciuta come scientificamente
adeguata. Il Catechismo illustra pertanto brevemente la concezione
tradizionale dei quattro sensi della Scrittura - meglio si direbbe
piuttosto delle quattro dimensioni del senso del testo. Vi è
innanzitutto il cosiddetto senso letterale, cioè il significato
storico-letterario, che si cerca di riproporre come espressione
del momento storico della nascita del testo. Vi è il cosiddetto
senso "allegorico"; purtroppo questa parola screditata
ci impedisce di cogliere esattamente ciò di cui si tratta:
nella parola lontana di una determinata costellazione storica
traspare in realtà un itinerario della fede, che inserisce
questo testo nell'insieme della Bibbia e al di là di quel
tempo lo orienta in ogni tempo a partire da Dio e verso Dio. Vi
è poi la dimensione morale - la parola di Dio è
sempre anche indicazione di un cammino, ed infine la dimensione
escatologica, il superamento verso ciò che è definitivo
e l'accesso ad esso; la tradizione lo chiama "senso anagogico".
Questa visione dinamica della Bibbia nel contesto della storia
vissuta e che continua del popolo di Dio conduce poi ad un'ulteriore
importante acquisizione sull'essenza del Cristianesimo: "La
fede cristiana tuttavia non è una 'religione del Libro'",
dice lapidariamente il Catechismo (108). Questa è un'affermazione
estremamente importante. La fede non si riferisce semplicemente
ad un libro, che come tale sarebbe l'unica ed ultima istanza per
il credente. Al centro della fede cristiana non si trova un libro,
ma una persona - Gesù Cristo, che è egli stesso
la Parola vivente di Dio e si fa conoscere per così dire
nelle parole della Scrittura, che però a sua volta possono
essere comprese rettamente sempre solo nella vita con lui, nella
relazione vivente con lui. E poiché Cristo si è
edificato e si edifica la Chiesa, il popolo di Dio, come suo organismo
vivente, suo "corpo", è essenziale alla relazione
con lui la partecipazione al popolo pellegrinante, che è
il vero e proprio autore umano e al quale la Bibbia è affidata
come suo proprio tesoro, come già detto. Se il Cristo vivo
è la vera e propria norma dell'interpretazione della Bibbia,
ciò significa che comprendiamo rettamente questo libro
solo nella comune comprensione credente sincronica e diacronica
della Chiesa intera. Al di fuori di questo contesto vitale la
Bibbia è solo una raccolta letteraria più o meno
eterogenea, non l'indicazione di un cammino per la nostra vita.
Scrittura e tradizione non si possono separare. Il grande teologo
di Tubinga Johann Adam Möhler ha illustrato questo necessario
legame in modo insuperabile nella sua classica opera "Die
Einheit in der Kirche" (L'unità nella Chiesa), la
cui lettura non sarà mai abbastanza raccomandata. Il Catechismo
sottolinea questo legame, nel quale è inclusa anche l'autorità
interpretativa della Chiesa, come la testimonia espressamente
la seconda Lettera di Pietro: "Sappiate anzitutto questo:
nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione..."
(1, 20).
Vi è da rallegrarsi che il Catechismo con questa visione
dell'esegesi della Scrittura può sapersi in concordanza
con tendenze significative dell'esegesi più recente. L'esegesi
canonica sottolinea l'unità della Bibbia come principio
d'interpretazione; l'interpretazione sincronica e diacronica vengono
sempre più riconosciute nella loro pari dignità.
Il legame essenziale di Scrittura e Tradizione viene sottolineato
da famosi esegeti di tutte le confessioni; appare chiaro che un'esegesi
separata dalla vita della Chiesa e dalle sue esperienze storiche
non può andare al di là della categoria delle ipotesi,
che deve fare i conti con la superabilità in qualsiasi
momento di ciò che è detto in quell'istante. Vi
sono tutti i motivi per rivedere l'affrettato giudizio sul carattere
grossolano dell'esegesi scritturistica del Catechismo e per rallegrarsi
che esso senza complessi legga la Scrittura come parola presente
e possa così lasciarsi plasmare dalla Scrittura in tutte
le sue parti come da una fonte viva.
La dottrina dei Sacramenti nel Catechismo
Lasciatemi ora dire ancora qualcosa sull'attualità dottrinale
della seconda e terza parte del nostro libro. La novità,
totalmente determinata dal Vaticano II, della seconda parte dedicata
ai Sacramenti appare visibile subito dal suo titolo: "La
celebrazione del mistero cristiano". Ciò significa
che i sacramenti vengono concepiti da una parte nel contesto della
storia della salvezza, a partire dal mistero pasquale - il centro
pasquale della vita e dell'opera di Cristo -, come ripresentazione
del mistero pasquale, nel quale noi siamo inseriti. Dall'altra
significa che i sacramenti sono interpretati a partire dalla concreta
celebrazione liturgica. Il Catechismo con ciò ha compiuto
un passo importante rispetto alla tradizionale dottrina sacramentaria
neoscolastica. Già la teologia medievale aveva notevolmente
separato la considerazione teologica dei sacramenti dalla loro
realizzazione liturgica e, prescindendo da questa, aveva approfondito
le categorie dell'istituzione, del segno, dell'efficacia, del
ministro e del destinatario, così che solo quanto si riferiva
al segno presentava un legame con la celebrazione liturgica. D'altra
parte anche il segno non veniva considerato tanto a partire dalla
viva e concreta forma liturgica, ma era analizzato secondo le
categorie filosofiche di materia e forma. Così liturgia
e teologia si separarono sempre più l'una dall'altra; la
dogmatica non interpretava la liturgia, ma i suoi astratti contenuti
teologici, così che la liturgia dovette apparire quasi
come un insieme di cerimonie, che rivestiva l'essenziale - la
materia e la forma - e pertanto poteva anche essere sostituibile.
A sua volta la "scienza liturgica" (nella misura in
cui si poteva parlare di una tale scienza) divenne un insegnamento
delle vigenti norme liturgiche e si avvicinava così ad
una specie di positivismo giuridico. Il movimento liturgico degli
anni venti ha tentato di superare questa pericolosa separazione
ed ha cercato di comprendere la natura dei sacramenti a partire
dalla loro forma liturgica; concepire la liturgia non solo come
un insieme più o meno casuale di cerimonie, ma come l'adeguata
espressione del sacramento nella celebrazione liturgica, sviluppatasi
a partire dal suo interno. La Costituzione sulla liturgia del
Vaticano II ha messo in luce questa sintesi in modo eccellente,
anche se in un modo molto sobrio e così ha proposto alla
teologia come alla catechesi il compito di comprendere a partire
da questo legame in modo nuovo e più profondo la liturgia
della Chiesa ed i suoi sacramenti. Purtroppo questo incarico finora
non è stato pienamente adempiuto. La scienza liturgica
tende nuovamente a separarsi dalla dogmatica e a proporsi come
una specie di tecnica della celebrazione liturgica. A sua volta
anche la dogmatica non ha ancora assunto in modo convincente la
dimensione liturgica. Molto inopportuno zelo riformistico si fonda
sul fatto che si continua a guardare alla forma liturgica solo
come ad un insieme di cerimonie, che si possono arbitrariamente
sostituire con altre "trovate". Al riguardo nel Catechismo
si trovano a partire dalla profondità di una comprensione
veramente liturgica le auree parole: "Per questo motivo nessun
rito sacramentale può essere modificato o manipolato dal
ministro o dalla comunità a loro piacimento. Neppure l'autorità
suprema nella Chiesa può cambiare la Liturgia a sua discrezione,
ma unicamente nell'obbedienza della fede e nel religioso rispetto
del mistero della Liturgia" (1125). Il Catechismo con la
sua trattazione della liturgia, che introduce e dà l'impostazione
alla parte sacramentale, ha compiuto un grande passo in avanti
e pertanto è stato accolto con grandi lodi da liturgisti
autorevoli, ad esempio dallo studioso di Treviri Balthasar Fischer.
Senza entrare nei particolari, vorrei a titolo di saggio segnalare
alcuni aspetti della dottrina sacramentaria del Catechismo, nei
quali può apparire in modo esemplare la sua attualità
dottrinale. Il proposito di illustrare i singoli sacramenti a
partire dalla loro forma celebrativa liturgica, si trovò
inizialmente di fronte alla difficoltà del fatto che la
liturgia della Chiesa consiste di una pluralità di riti,
non esiste quindi una forma liturgica unitaria per la Chiesa intera.
Questo non creava alcun problema per un catechismo, che è
destinato solo alla Chiesa occidentale (latina) o a una Chiesa
particolare. Ma un Catechismo, che come il nostro intende essere
"cattolico" in senso forte, che quindi è rivolto
alla Chiesa una nella pluralità dei suoi riti, non può
privilegiare un rito in modo esclusivo. Come si deve allora procedere?
Il Catechismo cita innanzitutto letteralmente il più antico
testo di una descrizione della celebrazione eucaristica cristiana,
che Giustino martire ha tracciato in una Apologia del cristianesimo
indirizzata all'imperatore pagano Antonino Pio (138-161) circa
nell'anno 155 dopo Cristo (1345). Da questo testo fondamentale
della tradizione, che precede le singole formazioni di riti, può
esser desunta la struttura essenziale della celebrazione eucaristica,
che è rimasta comune in tutti i riti - "Missa omnium
saeculorum". Il richiamo a questo testo permette così
allo stesso tempo di comprendere meglio i singoli riti e di scoprire
in essi la struttura comune del sacramento cristiano centrale,
che ultimamente risale al tempo degli apostoli e così all'istituzione
da parte del Signore stesso. La soluzione qui trovata è
indicativa per la concezione dell'insieme del Catechismo, che
non poteva mai essere solo occidentale e - come sta a cuore alle
Chiese orientali - anche mai solo bizantina, ma doveva tener conto
di tutta l'ampiezza della tradizione. Fa parte degli aspetti più
preziosi di questo libro il grande numero di testi dei Padri e
dei testimoni della fede di tutti i secoli - uomini e donne -
che in esso è inserito. Uno sguardo al registro dei nomi
mostra che uno spazio ampio è dato ai Padri dell'Oriente
e dell'Occidente, ma anche le voci di donne sante sono fortemente
presenti, da Giovanna d'Arco, Giuliana di Norwich, Caterina da
Siena a Rosa da Lima, a Teresa di Lisieux e Teresa d'Avila. Questo
tesoro di citazioni conferisce da solo al Catechismo un suo valore
per la meditazione personale come per il ministero della predicazione.
Un ulteriore aspetto nella teologia del culto del Catechismo,
sul quale vorrei richiamare l'attenzione, è costituito
dalla accentuazione della dimensione pneumatologica della liturgia,
e proprio la pneumatologia - la dottrina sullo Spirito Santo -
è un tema, sul quale si dovrebbe leggere il Catechismo
in modo trasversale, per conoscere la sua particolare fisionomia.
Fondamentale è la sezione sullo Spirito Santo nel quadro
dell'interpretazione della Confessione di fede (683-747). Il libro
sottolinea innanzitutto l'intreccio profondo di cristologia e
pneumatologia, che già appare visibile ad esempio nel nome
Messia - Cristo - l'unto; infatti l'"unzione" significa
nella tradizione patristica l'essere penetrato da parte di Cristo
dallo Spirito Santo, l'"unguento" vivo. Particolarmente
importante ed utile trovo la sezione sui simboli dello Spirito
Santo (694-701), ove si manifesta anche un aspetto tipico del
Catechismo: la sua attenzione alle immagini ed ai simboli. Non
si riflette solo a partire da concetti astratti, ma si mettono
in primo piano proprio i simboli, che ci offrono una visione interiore,
mostrano la trasparenza del cosmo per il mistero di Dio e nello
stesso tempo aprono il rapporto con il mondo delle religioni.
Con l'accento sull'immagine ed il simbolo siamo quindi già
nuovamente nell'ambito della teologia liturgica, poiché
di fatto la celebrazione liturgica vive essenzialmente del simbolo.
Il tema dello Spirito Santo ritorna poi nella dottrina sulla Chiesa
(797-810) - qui come aspetto di una visione essenzialmente trinitaria
della Chiesa. E poi la troviamo nuovamente ampiamente nella parte
sui sacramenti (1091-112), anche qui come parte di una impostazione
trinitaria della liturgia. La visione pneumatologica della liturgia
aiuta ancora una volta a comprendere correttamente la Scrittura
- opera dello Spirito Santo - : nell'anno liturgico la Chiesa
percorre tutta quanta la storia della salvezza e sperimenta -
leggendo la Scrittura in modo spirituale, cioè a partire
dall'autore che l'ha ispirata e la ispira, lo Spirito Santo -
l'oggi di questa storia. A partire di qui - dall'origine di tutta
quanta la Scrittura da un unico Spirito - diviene comprensibile
anche l'unità interiore di Antico e Nuovo Testamento; questo
è per il Catechismo anche il punto, per mostrare le profonde
connessioni fra liturgia giudaica e cristiana (1096). Fra parentesi
si può osservare al riguardo che proprio anche il tema
Chiesa ed Israele è un tema trasversale, che attraversa
tutta quanta l'opera e non può essere giudicato a partire
da un singolo passo. Che la forte accentuazione della pneumatologia
del Catechismo avvicini anche alle Chiese d'Oriente, non ha evidentemente
bisogno di essere rilevato.
Infine il Catechismo ha dedicato la doverosa attenzione anche
al tema culto e cultura. Di inculturazione in realtà ha
senso parlare solo se la dimensione della cultura è essenziale
al culto come tale. Ed a sua volta un incontro interculturale
può essere qualcosa di più che una esteriorità
artificiosamente sovrapposta, solo se nelle forme rituali sviluppate
del culto cristiano è precontenuto un interno legame con
altri culti e forme culturali. Il Catechismo pertanto ha chiaramente
messo in luce la dimensione cosmica della liturgia cristiana,
che è essenziale per la scelta e la spiegazione dei suoi
simboli. Al riguardo si dice: "Le grandi religioni dell'umanità
testimoniano, spesso in modo impressionante, tale senso cosmico
e simbolico dei riti religiosi. La Liturgia della Chiesa presuppone,
integra e santifica elementi della creazione e della cultura umana
conferendo loro la dignità di segni della grazia, della
nuova creazione in Gesù Cristo" (1149). Purtroppo
in alcuni settori della Chiesa la riforma liturgica è stata
concepita in modo unilateralmente intellettualistico - come forma
di ammaestramento religioso - ed inoltre è stata spesso
in modo preoccupante culturalmente impoverita, sia nell'ambito
delle immagini come della musica e della configurazione dello
spazio liturgico e della celebrazione. Con un'interpretazione
orientata unilateralmente sulla comunità, che intendeva
guardare solo alle esigenze dei presenti, il grande respiro cosmico
della liturgia e così la sua ampiezza e dinamica sono stati
in diversi modi ridotti in modo preoccupante. Contro tali deviazioni
il Catechismo offre gli strumenti necessari, che proprio la nuova
generazione attende.
La dottrina morale cristiana nel Catechismo
Diamo infine ancora uno sguardo alla terza parte del Catechismo
"la vita in Cristo", nella quale viene trattata la dottrina
morale cristiana. Nell'elaborazione del libro questa fu certamente
la parte più difficile - da una parte a motivo di tutte
le diversità, che esistono circa i principi strutturanti
della morale cristiana, dall'altra a motivo dei difficili problemi
nell'ambito dell'etica politica, dell'etica sociale e della bioetica,
che davanti a sempre nuovi fatti sono in un continuo processo
evolutivo, come anche nell'ambito dell'antropologia, poiché
qui il dibattito su matrimonio e famiglia, sull'etica della sessualità
è in pieno corso. Il Catechismo non pretende di presentare
l'unica forma possibile di teologia morale o anche solo la migliore
- questo non era il suo compito. Esso traccia le linee antropologiche
e teologiche essenziali, che sono costitutive per l'agire morale
dell'uomo. Il suo punto di partenza lo trova nella presentazione
della dignità dell'uomo, che è allo stesso tempo
la sua grandezza ed anche il motivo del suo impegno morale. Indica
poi quale spinta interiore e strumento di discernimento dell'agire
morale il desiderio dell'uomo di essere felice. L'impulso primordiale
dell'uomo, che nessuno può negare ed al quale ultimamente
nessuno si oppone, è il suo desierio di felicità,
di una vita riuscita, piena. La morale per il Catechismo, in continuità
con i padri, in particolare Agostino, è la dottrina della
vita riuscita - l'illustrazione per così dire delle regole
per la felicità. Il libro collega questa tendenza innata
nell'uomo con le beatitudini di Gesù, che liberano il concetto
di felicità da tutte le banalizzazioni, gli danno la sua
vera profondità e così fanno vedere il legame fra
il bene in assoluto, il bene in persona - Dio - e la felicità.
Vengono poi sviluppate le componenti fondamentali dell'agire morale
- la libertà, l'oggetto e l'intenzione dell'agire, le passioni,
la coscienza, le virtù, la loro falsificazione nel peccato,
il carattere sociale dell'essere umano così come infine
il rapporto fra legge e grazia. La teologia morale cristiana non
è mai semplicemente etica della legge, essa supera però
anche l'ambito di un'etica delle virtù: essa è etica
dialogica, perché l'agire morale dell'uomo si sviluppa
a partire dall'incontro con Dio, pertanto non è mai soltanto
un agire proprio, autarchico ed autonomo, pura prestazione umana,
ma risposta al dono dell'amore e così un essere inseriti
nella dinamica dell'amore - di Dio stesso - , che solo libera
veramente l'uomo e lo porta alla sua vera altezza. L'agire morale
pertanto non è mai solo una propria prestazione, ma neppure
mai soltanto qualcosa di inoculato dall'esterno. Il vero agire
morale è totalmente dono e nondimeno proprio così
totalmente nostro proprio agire, perché appunto ciò
che è proprio si manifesta solo nel dono dell'amore e perché
d'altra parte il dono non esautora l'uomo, ma lo riporta a se
stesso.
Io credo che sia molto importante che il Catechismo abbia inserito
la dottrina della giustificazione nel cuore della sua etica, perché
proprio così diviene comprensibile l'intreccio di grazia
e libertà, l'essere a partire dall'altro come vero essere
in se stessi e per l'altro. Nella discussione sul consenso circa
la giustificazione fra cattolici e protestanti giustamente è
stata continuamente posta la questione, su come la dottrina della
giustificazione possa nuovamente essere resa comprensibile e significativa
per l'uomo di oggi. Io credo che il Catechismo con la sua presentazione
del tema nel quadro della questione antropologica del retto agire
dell'uomo ha fatto un grande passo, per rendere possibile tale
nuova comprensione. Per mostrare in quale spirito è concepito
il trattato sulla giustificazione del Catechismo, vorrei citarne
semplicemente tre passi, che esso a sua volta riprende dalla grande
tradizione dei padri e dei santi. Sant'Agostino ritiene che "la
giustificazione dell'empio è un'opera più grande
della creazione del cielo e della terra", perché "il
cielo e la terra passeranno, mentre la salvezza e la giustificazione
degli eletti non passeranno mai" (in Joh. 72,3). Pensa anche
che la giustificazione dei peccatori supera la stessa creazione
degli angeli nella giustizia, perché manifesta una più
grande misericordia (1994). Al riguardo ecco un'ulteriore citazione
di Agostino - una preghiera del santo, nella quale egli dice a
Dio: "Il riposo che prendesti al settimo giorno, dopo aver
compiuto le tue opere molto buone..., è una predizione
che ci fa l'oracolo del tuo Libro: noi pure, compiute le nostre
opere buone assai, certamente per tuo dono, nel sabato della vita
eterna riposeremo in Te (Conf. 13, 36, 51)" (2002). Ed ecco
ancora la meravigliosa frase di Santa Teresa di Lisieux: "Dopo
l'esilio della terra, spero di gioire fruitivamente di Te nella
Patria; ma non voglio accumulare meriti per il Cielo: voglio spendermi
per il tuo solo Amore... Alla sera di questa vita comparirò
davanti a Te con le mani vuote; infatti non ti chiedo, o Signore,
di tener conto delle mie opere. Tutte le nostre giustizie non
sono senza macchie ai tuoi occhi. Voglio perciò rivestirmi
della tua Giustizia e ricevere dal tuo Amore l'eterno possesso
di Te stesso..." (2011). La sezione sulla giustificazione
è un contributo ecumenico essenziale del Catechismo. Mostra
anche come non si possa riuscire a scoprire sufficientemente la
dimensione ecumenica del libro, se ci si limita a ricercarvi citazioni
di documenti ecumenici o se sulla base dell'indice degli argomenti
si esaminano le parole ricorrenti, ma solo se lo si legge nella
sua globalità e così si vede come la ricerca di
ciò che unisce lo plasma nella sua globalità.
La morale contenutistica il Catechismo la tratta sulla base
del Decalogo: il Catechismo spiega il Decalogo - come è
giusto a partire dalla Bibbia - dialogicamente, cioè nel
contesto dell'alleanza. Con Origene sottolinea che la prima parola
del Decalogo è libertà - libertà, che diviene
evento sotto la guida di Dio: "Io sono il Signore, Dio tuo,
che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione di
schiavitù" (2061). Così l'agire morale appare
come "risposta all'iniziativa d'amore del Signore" (2062);
con Ireneo il Decalogo viene interpretato come preparazione all'amicizia
con Dio e alla concordia con il prossimo (2063). Se così
da una parte il Decalogo viene visto totalmente nel contesto dell'alleanza
e della storia della salvezza, come evento di parola e risposta,
esso si manifesta nondimeno allo stesso tempo come etica razionale,
come ricordo di ciò che la ragione era veramente in condizione
di percepire. Di nuovo viene citato Ireneo: "Fin dalle origini,
Dio aveva radicato nel cuore degli uomini i precetti della legge
naturale. Poi si limitò a richiamarli alla loro mente.
Fu il Decalogo (Adv. Haer. 4, 15, 1)" (2070). Questo è
un tratto importante nell'etica del Catechismo: esso fa appello
alla ragione ed alla sua capacità di comprensione. La morale
sviluppata a partire dal Decalogo è morale razionale, che
vive del sostegno della ragione, che Dio ci ha donato, mentre
allo stesso tempo egli con la sua parola ci ricorda, ciò
che nel modo più profondo è iscritto nelle anime
di tutti noi.
Può forse meravigliare il ruolo relativamente ridotto,
che ha la cristologia nella strutturazione dell'etica del Catechismo.
Nei manuali del tempo preconciliare l'orientamento al pensiero
giusnaturalista era stato largamente predominante. Il movimento
di rinnovamento del periodo fra le due guerre aveva invece spinto
con forza verso una concezione propriamente teologica della morale
e proposto come suo principio strutturante la sequela di Cristo
o anche semplicemente l'amore come luogo onnicomprensivo di ogni
agire morale. La costituzione conciliare sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo (Gaudium et spes) aveva appoggiato questa presa
di distanza dal pensiero puramente giusnaturalista e sottolineato
la cristologia, in particolare il mistero pasquale come centro
di una morale cristiana. Si sarebbe dovuto finalmente sviluppare
una morale autenticamente biblica - questo era l'imperativo, che
si evinceva dal Concilio, anche se la menzionata Costituzione
nei singoli temi fa uso poi in realtà ampiamente di forme
di argomentazione razionali e non intendeva vincolarsi ad una
pura morale della rivelazione - già per il fatto che si
trattava proprio di un dialogo con il mondo moderno non cristiano
su tutti i valori comuni essenziali. Se nondimeno le linee fondamentali
del Concilio possono essere designate come un rivolgersi ad una
morale interpretata in modo essenzialmente biblico, cristocentrico,
tuttavia nel tempo postconciliare si è compiuto molto presto
un capovolgimento radicale: la Bibbia non potrebbe assolutamente
trasmettere nessuna morale "categoriale"; i contenuti
della morale dovrebbero essere sempre mediati in modo puramente
razionale. L'importanza della Bibbia si troverebbe sul piano delle
motivazioni, non dei contenuti. Così dal punto di vista
del contenuto la Bibbia e con essa la cristologia scompariva dalla
teologia morale in un modo ancor più radicale, di quanto
non era stato prima. La differenza con il tempo preconciliare
consisteva nel fatto che ora si rinunciava per altro anche all'idea
del diritto naturale e della legge morale naturale, che aveva
pur sempre conservato la fede nella creazione come base della
teologia morale. Ci si rivolse invece ad una morale calcolatrice,
che ultimamente poteva prendere a criterio solo i presumibili
effetti dell'azione e al riguardo si estendeva il principio della
pnderazione dei beni all'insieme dell'agire morale. In questa
difficile situazione l'Enciclica Veritatis splendor ha offerto
chiarificazioni fondamentali sul proprium della morale cristiana
così come sul retto rapporto fra fede e ragione nell'elaborazione
delle norme etiche. Il Catechismo - senza pretese sistematiche
- ha preparato queste decisioni. Il principio cristologico è
presente tanto a partire dal tema della felicità (beatitudini)
come di quello dell'antropologia, del tema di legge e grazia e
proprio anche nel Decalogo, nella misura in cui il concetto di
alleanza contiene l'ultima concretizzazione dell'alleanza nella
persona della parola incarnata e della sua nuova interpretazione
del Decalogo. Ma il Catechismo non intese elaborare un sistema
chiuso. Nella ricerca di un'etica cristologicamente ispirata occorre
anche sempre tenere presente che Cristo è il Logos incarnato,
che egli vuole dunque ridestare a se stessa proprio la nostra
ragione. La funzione originaria del Decalogo - ricordarci della
profondità ultima della nostra ragione - non è abolita
dall'incontro con Cristo, ma solo condotta alla sua piena maturità.
Un'etica, che nell'ascolto della rivelazione vuole essere anche
autenticamente razionale, risponde proprio così all'incontro
con Cristo, che la nuova alleanza ci dona.
Chi ricerca nel Catechismo un nuovo sistema teologico o nuove
sorprendenti ipotesi, sarà deluso. Questo tipo di attualità
non è preoccupazione del Catechismo. Esso offre, attingendola
alla Sacra Scrittura e alla ricchezza complessiva della tradizione
nelle sue molteplici forme così come ispirandosi al Concilio
Vaticano II, una visione organica della totalità della
fede cattolica, che è bella proprio come totalità
- di una bellezza, nella quale riluce lo splendore della verità.
L'attualità del Catechismo è l'attualità
della verità nuovamente detta e nuovamente pensata. Questa
attualità resterà tale ben al di là dei mormorii
dei suoi critici.
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