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Il Vecchio Continente e la preziosa eredità
del Cristianesimo
L'Europa in cerca della propria identità spirituale
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HENRYK MUSZYNSKI
Arcivescovo di Gniezno
In genere nessuno mette in dubbio il fatto che il cristianesimo
sia uno degli essenziali elementi della cultura e dell'identità
europea. È sufficiente guardare con calma e senza pregiudizi
le opere d'arte, d'architettura, i monumenti della letteratura,
i capolavori della musica, nati dall'ispirazione cristiana, per
convincersi, che senza il Vangelo la cultura europea è addirittura
incomprensibile.
Il problema chiave è l'interrogativo: quale ruolo ha e può
svolgere il cristianesimo nell'Europa del futuro, che tenta nuovamente
di definire o perfino di ritrovare la propria identità?
L'allargamento della Comunità Europea implica necessariamente
l'approfondimento e la ricerca dei valori, accettati dalla maggioranza,
che edificano e sostengono la stabilità di tale comunità.
In questo - come si sa - le opinioni e le valutazioni sono molto
diverse. Accanto ai politici come: Jacques Delors, Jerome Vignon,
Romano Prodi, Jacques Santer, o Vaclav Havel che vedono il ruolo
positivo dei valori cristiani nella costruzione dell'unità
europea (1), è difficile non notare nell'Unione Europea una
forte lobby, che cerca di emarginare il ruolo della religione e
delle Chiese, in modo particolare la presenza della religione nella
vita pubblica. Ciò viene messo in evidenza tra l'altro, dal
fatto che nella Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea,
alla Chiesa come istituzione, non viene garantita la libertà
religiosa. La libertà di pensiero, di coscienza e di religione,
si riduce esclusivamente alla dimensione individuale (2). Invece,
la Chiesa e tutte le altre unioni confessionali hanno diritto alla
libertà religiosa sia nella dimensione individuale e comunitaria,
che in quella istituzionale.
È possibile osservare la stessa tendenza anche nei lavori
della "Convenzione". Può servire di esempio la
discussione che ebbe luogo nei giorni 24-25 giugno 2002, dedicata
alla società civile (civil society). Tra gli otto gruppi
(problemi sociali, ambiente, accademia, cittadino e istituzioni,
autorità locali e regionali, diritti dell'uomo, sviluppo
e cultura), è mancato un apposito gruppo tematico dedicato
alla religione. La problematica religiosa probabilmente si è
trovata nell'ambito della "cultura". Si può soltanto
esprimere la speranza che lì la religione verrà trattata
con l'attenzione a essa dovuta (3).
Nel definire l'identità europea nella nuova realtà
e nella ricerca delle fondamentali norme e principi, su cui deve
basarsi l'ordine sociale, economico e politico nell'Unione Europea
allargata, non si potrà sfuggire al perenne interrogativo:
È soltanto l'uomo la misura di tutte le cose, e dunque occorre
costruire il futuro sull'ordine laico ufficiale, in cui manca ogni
riferimento alla trascendenza e al sacrum? Oppure bisogna basare
tale ordine sui valori sperimentati e verificati dell'umanesimo
cristiano, nel quale la dignità dell'uomo ancorata nell'atto
creativo stesso, viene realizzato mediante il rispetto delle norme
etiche basate sul decalogo, che costituiscono uno degli elementi
essenziali della cultura europea? L'esperienza insegna: quando l'uomo
fa di se stesso la misura esclusiva di tutte le cose senza riferimenti
ai valori superiori (trascendenti), facilmente si rende schiavo
della propria limitatezza.
Non si può neanche prescindere dalle dolorose esperienze
storiche del XX secolo. La storia contemporanea insegna che i più
grandi pericoli per l'uomo e per la democrazia provenivano dai sistemi
che avevano cercato di costruire l'ordine sociale sulla laicità
e sull'assenza di religione (Messico, Germania nazista, Unione Sovietica).
Giovanni Paolo II ricorda giustamente che "la vita umana e
il mondo costruiti senza Dio, alla fine si rivolteranno contro l'uomo"
(4).
Quella che oggi così spesso viene dichiarata neutralità
ideologica, identificata non di rado con la laicità, non
può servire come un sinonimo di non religiosità, o
addirittura come un paravento per la lotta contro la religione.
"Il postulato di neutralità ideologica è giusto
principalmente nel senso che lo stato dovrebbe proteggere la libertà
di coscienza e di confessione di tutti i suoi cittadini, indipendentemente
dalla religione o dall'ideologia che essi professano. Però
il postulato di non ammettere in alcun modo nella vita sociale e
statale la dimensione della santità, è il postulato
di portare l'ateismo nello stato e nella vita sociale, ed ha poco
in comune con la neutralità ideologica" (5).
George Weigel fa notare che il cuore della cultura è proprio
il "culto", e dunque ciò che conserviamo e adoriamo
nel cuore. Se l'oggetto del culto è falso, se esso si riduce
all'amore idolatrico del proprio "io", la cultura subirà
inevitabilmente un deterioramento. Perciò trae la conclusione:
"una cultura secolarizzata fino in fondo, dalla quale sono
scomparsi i punti trascendenti di riferimento al pensiero e all'azione
umani, rende un cattivo servizio alla causa della libertà
umana e della democrazia, poiché, in definitiva, la democrazia
si basa sulla convinzione che la persona umana possiede dignità
e valore inalienabili, e la libertà non è un semplice
arbitrio" (6).
Come da un lato la Chiesa difende ed esige il rispetto dei valori
trascendenti e perenni, e della dignità inalienabile della
persona umana, così dall'altro lato riconosce pienamente
il pluralismo ideologico: "La neutralità ideologica,
la dignità della persona umana sorgente di diritti, la priorità
della persona rispetto alla società, il rispetto delle norme
giuridiche democraticamente consentite, il pluralismo nell'organizzazione
della società, sono valori insostituibili senza i quali non
è possibile costruire durevolmente una casa comune all'Est
e all'Ovest, accessibile a tutti e aperta sul mondo" (7).
Nessun altro come Giovanni Paolo II, pretende il "rispetto
di una corretta concezione della laicità delle istituzioni
politiche", che si esprime da un lato con l'autonomia dell'ordine
temporale, ma d'altro lato è aperta al radicamento religioso
e alla dimensione transcendente dei fondamentali valori di cui l'Europa
vive da secoli. In un atteggiamento del genere Giovanni Paolo II
scorge l'inizio di un "nuovo umanesimo", nel quale il
rispetto dei diritti, la solidarietà, la creatività
consentiranno a ogni uomo di realizzare le sue più nobili
aspirazioni (8).
Sembra che tale affermazione coincida con il postulato di Jacques
Santer, l'ex presidente della Commissione Europea negli anni 1995-1999,
il quale ritiene che: "le ispirazioni dell'umanesimo europeo
si basano sul patrimonio del giudeo-cristianesimo, e perciò
dovrebbero trovare la propria espressione nella dichiarazione dei
diritti fondamentali. Formula anche il postulato di inserire le
Chiese, indirettamente o perfino direttamente, nel forum della società
civica in modo che la loro partecipazione trovi anche il suo riflesso
nel progetto finale" (9).
L'uomo non può scegliere il proprio passato, esso gli viene
dato come compito. La creatività consiste proprio nell'accettare
quanto vi è di buono in esso, ciò che è già
verificato nella dimensione esistenziale e sociale, ciò che
l'approfondisce e lo completa con delle esperienze nuove.
Vale anche la pena di rendersi conto, che di fatto non esiste qualcosa
come la neutralità nel senso assiologico. L'uomo è
un essere libero, e ciò significa, destinato a scegliere
tra il bene e il male, tra ciò che buono e ciò che
è migliore. Nella coscienza, ogni uomo deve avere un punto
di riferimento per distinguere i criteri del bene e del male.
Nella civiltà europea, sin dai suoi albori, la legge teonomica
del decalogo era il fondamentale punto di riferimento del bene e
del male. Per molti contemporanei, persino per coloro che non riconoscono
il carattere (teonomico) rivelato del decalogo, le categorie fondamentali
almeno della seconda tavola (i comandamenti dal III° al X°),
addirittura subconsci, costituiscono i criteri essenziali di valutazione,
assunti insieme al patrimonio culturale. Per i cristiani il decalogo
ricevette un'interpretazione approfondita nell'insegnamento di Cristo
(Mt 19, 16-22; Mc 10, 17-22) e il completamento nel discorso della
montagna (Mt 5, 1-7, 29; Lc 6, 17-45). La vita di Cristo è
la più piena realizzazione del decalogo.
Non devo aggiungere che tutti i comandamenti del decalogo hanno
una profonda dimensione umanitaria, che servono il bene inteso integralmente
e lo sviluppo dell'uomo. La dimensione dell'umanesimo europeo può
esprimersi con il fatto che persino senza richiamarsi alla motivazione
soprannaturale della divina rivelazione, questo fondamentale codice
morale-etico, può e dovrebbe diventare il criterio fondamentale
del bene nella dimensione individuale, sociale e comunitaria. È
difficile infatti mettere in questione la verità, che si
impone quasi con ovvietà, che:
- il bene è la difesa della vita, e non l'uccisione,
- il bene è il rispetto della proprietà, e non il
furto,
- il bene è rendere testimonianza alla verità, e non
menzogna.
Il consenso sociale dovrebbe concretizzarsi in un'ampia discussione
sociale tra la Chiesa, le società religiose, e quelle civili
(laiche), al fine di ottenere "la fondazione etico-culturale
della convivenza civile", e per la ricostruzione delle virtù
civiche (10).
È possibile, infatti, raggiungere il consenso rispetto a
molti fondamentali principi etici indispensabili alla vita di una
società conservando la motivazione a sé propria e
varia.
La ricerca del consenso riguardo ai valori comuni, universali, morali
per tutti coloro che riconosceranno la loro dimensione oggettiva,
naturalmente non può essere decisa in base al principio di
maggioranza, non può neppure significare la rinuncia alle
norme fondamentali ancorate nella rivelazione divina, o nella universale
Tradizione della Chiesa. Il limite del compromesso infatti è
la fedeltà alla verità rivelata.
Voglio indicare due momenti importanti per tutti coloro ai quali
sta a cuore la pace e il bene sociale, e che non possono essere
tralasciati:
1° L'esperienza del non lontano passato, insegna che il rifiuto
dei valori fondamentali (trascendenti) porta facilmente all'assolutizzazione
dei valori relativi, di razza o di classe sociale, come il supremo
e definitivo criterio del bene morale, su cui crebbero i totalitarismi
del XX secolo (hitlerismo, stalinismo) con le terribili conseguenze
del genocidio, il cui prezzo furono milioni di esseri umani innocenti.
2° Nonostante gli sforzi intrapresi finora, non si è
riusciti ad elaborare un codice morale "laico", il quale
saprebbe poggiarsi, in modo convincente, sui valori "puramente
umani". Quello che, infatti, è autenticamente divino,
è anche profondamente umano, e ciò che è pienamente
umano è allo stesso tempo anche divino. Questo insegna il
cristianesimo e soltanto il cristianesimo, come religione del Dio
che si è fatto uomo e "si incarnò" nel mondo
umano, ed è presente in esso in modo multiforme. La riduzione
dei valori a una dimensione esclusivamente umana è il più
spesso fonte di un estremo relativismo morale (il bene è
ciò che per me è buono). Il relativismo dei valori,
nel caso del conflitto di interessi conduce inevitabilmente alle
tensioni e ai conflitti sociali. In caso di difficoltà non
regge alla prova del tempo e porta non di rado al nichilismo morale,
che chiama male il bene, e il bene - male. La conseguenza di questo
è lo smarrimento spirituale di molti, specialmente dei giovani.
Tutto questo indica il fatto che un uomo privo di ideali, un senzatetto
spirituale, difenderà prima di tutto il proprio interesse
e non si impegnerà a favore della costruzione di un mondo
migliore, più umano.
In un'Europa diversificata sotto l'aspetto della cultura, della
etnia, dell'economia e della politica, in un'Europa ideologicamente
e religiosamente pluralistica, non ci sarà l'unità
se non si riuscirà ad accettare un minimo di valori comuni,
che forniranno una più forte motivazione, capace di superare
gli interessi divergenti degli europei. Giovanni Paolo II ha espresso
questo in modo laconico: "Non ci sarà l'unità
dell'Europa fino a quando essa non si fonderà nell'unità
dello spirito" (11).
La Chiesa che cosa può portare nella costruzione di una tale
comunità?
Senza entrare troppo nei particolari, desidero indicare alcuni elementi
estremamente essenziali i quali possono diventare il fondamento
di tale unità. Il più prezioso contributo, che il
cristianesimo porta nell'edificazione di un nuovo ordine europeo,
è la visione dell'uomo. La dignità dell'uomo scaturisce
dal fatto stesso di essere tale e non è il risultato di condizionamenti
biologici, non dipende neppure dal suo posto nella società
o dalla posizione di qualunque potere.
Ogni uomo, indipendentemente dalla sua età, dal suo sesso,
dalla sua religione, dalla sua cultura, dalla sua origine etnica
e dall'appartenenza nazionale, merita il rispetto e questo assoluto.
Vale la pena far notare che questo non è un punto di vista
condiviso da tutte le civiltà e da tutte le religioni del
mondo!
Anzi, secondo la dottrina cristiana, più l'uomo è
debole, minacciato, sconosciuto, rifiutato, più merita attenzione
e rispetto, aiuto e sostegno. Proprio questo dimenticarono nel corso
dei secoli i fanatici e i potenti di questo mondo, i quali annientavano
gli individui e interi popoli. Proprio questa verità veniva
ignorata completamente dai totalitarismi nazional-socialisti e comunisti,
che hanno inondato di sangue l'Europa e il mondo" (12).
La dignità e l'integralità della persona - dell'individuo
è garantita in teoria nella Carta dei Diritti Fondamentali
dell'Unione Europea (13) e più probabilmente troverà
anche l'aggancio giuridico nella futura Costituzione Europea. L'articolo
1 della Carta afferma: "La dignità umana è intoccabile.
Deve essere rispettata e tutelata". A livello giuridico sembra
essere sufficientemente tutelata e garantita. Il Preambolo della
Carta afferma che: L'Unione è costituita sugli indivisibili
diritti universali della dignità umana, della libertà,
della parità e della solidarietà". Indubbiamente,
questi sono i valori fondamentali, su cui poggia l'edificio dell'Unione
Europea. Nonostante le apparenze essi non sono tuttavia equivalenti
e non possono essere posti sullo stesso livello. Il Prof. A. Zoll
constata giustamente: "La dignità umana è fonte
di ogni libertà e di ogni diritto, è la motivazione
di ogni libertà, di ogni parità e di ogni solidarietà.
Questo carattere originario della dignità dell'uomo dovrebbe
essere accentuato. La dignità dell'uomo sta al di sopra della
legge e prima della legge positiva. Diventa dunque il modello per
la valutazione della legge positiva e il criterio di eliminazione
dall'ordine giuridico delle soluzioni che intaccano la dignità
dell'uomo" (14).
Questo, tuttavia, riguarda non soltanto il livello giuridico, ma
anche quello esistenziale e personale: la dignità della persona
umana è radicata nell'atto stesso della creazione, nell'atto
dell'essere uomo e come tale ha il diritto al rispetto e non è
paragonabile a nessun altro valore. Si può anche esprimere
il dubbio, se la sola legge sia capace di fornire una motivazione
sufficiente per il pieno rispetto di essa.
L'inalienabile dignità dell'uomo trova la sua più
piena motivazione nella biblica immagine e somiglianza a Dio stesso
(Gn 1, 27), il che, di fronte all'attentato contro tale dignità
da parte non soltanto dei totalitarismi del XX secolo, ma anche
da parte delle tendenze laiche estremiste, che riducono l'uomo alle
dimensioni puramente biologiche senza alcun riferimento al mondo
soprannaturale, essa rimane sempre il più completo garante
di tale dignità e inviolabilità della persona umana.
Nel contesto dei lavori della Convenzione sulla definizione dei
compiti, dei fini, ma anche dei valori, su cui si poggerà
la futura Unione Europea, si è animata nuovamente la discussione
sulla presenza, nella futura Costituzione Europea, dell'invocatio
Dei. Essa è presente nella Costituzione della Repubblica
della Polonia e nella Carta dei Fondamentali Diritti della Repubblica
Federale della Germania. Come ha dichiarato Günter Verheugen,
Commissario per l'allargamento dell'Unione Europea, essa è
tuttavia inaccettabile per la Francia laica (15). La posizione della
Francia troverà certamente anche numerosi altri difensori
e seguaci.
Giovanni Paolo II ha definito la cancellazione dalla Carta Europea
di qualunque genere di riferimento diretto a Dio come "antistorica
e offensiva nei riguardi dei padri della nuova Europa" (Robert
Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi). La ragione di una
così ferma presa di posizione da parte del Pontefice sta
nel fatto che proprio il richiamarsi a Dio è "la suprema
fonte della dignità della persona umana e dei suoi diritti".
L'esperienza delle dittature del XX secolo insegnano che gli idoli
collocati al posto del Dio vero, significavano allo stesso tempo
la negazione dell'uomo, "poiché i diritti di Dio e quelli
dell'uomo o si consolidano reciprocamente o insieme cadono"
(16).
Privare coloro che credono in Dio persona (ebrei, cristiani, musulmani)
della più profonda motivazione religiosa in riferimento alla
dignità dell'uomo e al fondamento definitivo del valore di
una legge vincolante, è un evidente segno della mancanza
di tolleranza nel nome di una laicità intesa falsamente.
A favore dell'invocatio Dei nella futura Costituzione Europea come
la più completa garanzia anche per la libertà della
persona, si pronuncia pure la Segreteria della Commissione degli
Episcopati della Comunità Europea (COMECE) (17).
Dal punto di vista sociale ciò significa la rinuncia ai più
essenziali, legami spirituali, che uniscono ebrei, cristiani e musulmani.
L'ulteriore conseguenza di ciò è il fatto che, secondo
la costituzione, il cittadino è responsabile giuridicamente
per i propri atti soltanto dinanzi alla propria nazione, e non "dinanzi
a Dio e agli uomini", come è, per esempio nella Costituzione
Tedesca. L'invocazione a Dio: "Signore, aiutami a compierlo",
non è esclusivamente una questione privata del credente,
essa unisce inseparabilmente la responsabilità giuridica
e quella morale di fronte a Dio e agli uomini. Ciò non intacca
assolutamente l'autonomia dell'ordine laico. Invece fa sì
che nessuno si senta escluso e allo stesso tempo ognuno si senta
vincolato moralmente (non soltanto giuridicamente) a uno sforzo
comune a favore della propria nazione e della propria società.
Questo non diminuisce affatto i diritti dei non credenti. Esige
soltanto una formulazione che sarebbe accettabile per gli uni e
per gli altri. Un'indicazione potrebbe essere la seguente formula
di compromesso contenuta nel preambolo alla Costituzione Polacca
del 1997: La Nazione polacca - tutti i cittadini della Repubblica,
sia coloro che credono in Dio che è fonte di verità,
di giustizia, di bene e di bellezza, che coloro che non condividono
questa fede e traggono da altre fonti questi valori universali"
(18). Tale formulazione, come frutto di un compromesso non accontenta
nessuna delle parti. Non ci sono tuttavia degli ostacoli per cercare
delle formulazioni ancora più adeguate.
La tolleranza alla quale così spesso si richiamano gli ambienti
laicizzati e indifferenti dal punto di vista della religione non
vuol dire soltanto la tolleranza nei riguardi di coloro che credono
(il relitto del comunismo) e che riconoscono un'approfondita motivazione
religiosa, ma la disponibilità a comprendere un altro uomo,
nel modo in cui egli comprende se stesso e l'assunzione di un atteggiamento
di rispetto nei riguardi di coloro che fanno una diversa valutazione.
Il fondamento di ordine autenticamente democratico è la garanzia
della libertà nella dimensione individuale, comunitaria e
istituzionale (19), ed anche parità di fronte alla legge
di tutti i cittadini (20).
La libertà nella dimensione sociale e politica, e anche l'uguaglianza
in riferimento al diritto alla libertà personale di ogni
uomo e la parità di fronte alla legge, è addirittura
una derivante dell'uguaglianza di tutti gli uomini nell'atto creativo
di Dio. Sia il concetto di libertà che quello di parità,
proprio della civiltà europea, attinge il suo contenuto dalla
Bibbia. La ricchezza di significati di entrambi i concetti di libertà
(libertà da o libertà di) e dell'uguaglianza (l'uguaglianza
di fronte alla legge, in pratica, viene non di rado dominata dalla
diversificazione sociale) fa sì che, staccati dalle loro
radici ideologiche e storiche, diventino una parola equivoca o addirittura
vuota.
Il mondo antico divideva gli uomini in due categorie fondamentali:
liberi e schiavi. Nella tradizione dell'Oriente, libero era il sovrano
assoluto e l'heros, nella tradizione greca erano liberi i filosofi.
Soltanto il cristianesimo con la sua radicale dottrina sull'uguaglianza
di tutti gli uomini di fronte a Dio, radicata nell'atto creativo
stesso, ha introdotto il concetto della libertà universale
di tutti gli uomini, che è oggi il fondamento di tutte le
costituzioni democratiche.
San Paolo affermando: Cristo ci ha liberati perché restassimo
liberi (Gal 5, 1) ha approfondito e giustificato la dimensione teologica
della libertà. Naturalmente, qui si tratta della libertà
interiore di una persona liberata dal peccato, dalla prepotenza
e dal male e chiamata a realizzare il bene nel nome del dovere o
dell'amore. L'espressione pratica e il segno della vera libertà
è la disponibilità a servire: mediante la carità
siate al servizio gli uni degli altri - esorta San Paolo (Gal 5,
13). Nel concetto cristiano la libertà è: "il
dono di sé nel servizio a Dio e ai fratelli (...) e si attua
mediante la carità" (21).
Non prendere in considerazione questa dimensione della libertà,
specificamente cristiana, ma anche europea, conduce all'ambiguità
e perfino agli effetti - tragici nelle loro conseguenze - di confondere
la libertà con il libero arbitrio.
Nel capitolo II la Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea
contiene le norme che definiscono le singole libertà e i
diritti fondamentali della persona (22) (art. 6-19). La Carta, tuttavia,
si occupa quasi esclusivamente della garanzia giuridica delle fondamentali
libertà, non precisa più da vicino né il suo
contenuto né i limiti della libertà e perciò
non è priva di ambiguità, e dunque anche di tanti
dubbi riguardanti per esempio il matrimonio, la famiglia, la libertà
di opinioni e simili (23). La libertà ha sempre un riferimento
diretto alla verità ed è ad essa subordinata. Senza
un tale riferimento può diventare l'opposto e la negazione
della verità (24).
La dimensione sociale della verità, senza considerare la
libertà della persona, persino se è garantita da solenni
dichiarazioni, o assicurata dalle leggi, rimane il più spesso
una pura finzione. È del tutto irreale attendere un impegno
nella costruzione di un mondo migliore, che esige abnegazione, e
spesso anche sacrifici e rinunce da parte di qualcuno, che si lascia
guidare dall'egoismo individuale o collettivo.
Quanto è stato appena detto della libertà, riguarda
anche in grande misura la solidarietà, che lenisce le tensioni
sociali e costituisce la chiave e il fondamento di una pacifica,
armoniosa coesistenza e cooperazione. La solidarietà definisce
anche in grande misura il grado di interdipendenza tra i differenti
gruppi sociali, e perfino tra le nazioni (25).
Come la libertà, così anche la solidarietà
è una "virtù cristiana", una forma dell'amore
attivo, il che naturalmente non significa che essa debba essere
praticata esclusivamente dai cristiani e dai credenti. Incorporata,
accanto al principio di sussidiarietà, nella legge europea
(come avviene nella Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea),
perde la propria motivazione interiore e di conseguenza anche l'affermazione
civica (26). Come virtù morale, tocca la sfera interiore
e diviene una questione di coscienza, e come tale esige anche una
opportuna motivazione. Essa, tuttavia, non significa un'indefinita
compassione, ma costituisce una "determinazione ferma e perseverante
di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di
ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti"
(27).
Così intesa la interdipendenza economica, culturale, politica
e religiosa diventa una categoria morale. Comprende la disponibilità
a portare l'aiuto reciproco e andare incontro alle necessità
dei deboli e dei bisognosi a tutti i livelli interpersonali, sociali,
economici, nazionali, internazionali e universali. Il suo compito
è di mitigare le manifestazioni di uno sfrenato individualismo
e di trasformare l'interdipendenza in un aiuto solidale.
La solidarietà nel concetto cristiano, si basa sul senso
di comunità e di unità di tutti gli uomini e sul rispetto
della dignità umana di ognuno, tenendo in considerazione
le differenze esistenti. È una lotta non contro l'uomo, ma
per una matura e degna forma della vita umana, affinché essa
sia più umana in caso di conflitti. Presuppone la disponibilità
al compromesso e alla riconciliazione.
Una solidarietà che non sconfina l'ambito dei diritti e degli
obblighi, di fatto cessa di essere tale. Il livello puramente giuridico,
senza considerazione di un più profondo legame umano con
i bisognosi e senza il desiderio di livellare le ingiustizie esistenti,
tralasciando il livello dell'umana coscienza fa sì che la
solidarietà abbia un significato soltanto formale, senza
un più profondo influsso sugli atteggiamenti degli uomini
oppure diventa persino un' ordinaria comunione di interessi.
Più sono grandi la varietà e la diversificazione,
più è necessaria l'accettazione interiore di un minimo
di valori comuni, che assicureranno l'unità nella pluralità.
Questi devono essere dei valori capaci di contrappesare gli interessi
divergenti, che si trovano in ogni società, e risaltano in
modo particolare nella grande comunità degli stati, delle
nazioni e delle società europee.
Il canone dei comuni valori democratici come: la libertà,
l'eguaglianza, la solidarietà, se non devono rimanere nella
sfera di mere dichiarazioni, devono essere completate dalle virtù
sociali e civiche, come fondamento del codice etico. Fa parte di
esse il senso di responsabilità, la giustizia, il rispetto
delle convinzioni diverse dalle proprie, e non soltanto la tolleranza
di queste, la prudenza civica, il coraggio civile, ma anche la semplice
temperanza, il rispetto della diversità e della varietà,
ed anche - e forse prima di tutto - la virtù sociale della
carità. In questo ambito si apre un particolare campo d'azione
per la Chiesa e per comunità confessionali.
Nell'accettazione interiore e nell'aspirazione alla realizzazione
di queste virtù, si esprime nel modo più pieno la
comunione di spirito, senza la quale l'unità rimarrà
una parola vuota. Il frutto dello Spirito - dice San Paolo - invece
è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà,
fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5, 22). Sono
delle qualità profondamente umane, umanitarie e insieme cristiane.
Sembra che questo aspetto importante nella ricerca di un nuovo umanesimo
europeo venga totalmente tralasciato nelle considerazioni della
Convenzione, che sta cercando il fondamento comune dell'unità
europea.
Forse vale la pena ricordare che la costruzione dell'unità
inizia con la distruzione dei muri nei cuori umani e con la ricostruzione
dei legami umani basati sulla fiducia e il reciproco rispetto. Con
l'aiuto della legge si può estorcere soltanto un minimo di
correttezza. Per perfezionare il mondo, per costruire un mondo migliore
mediante il perfezionamento di se stessi, occorre un profondo impegno
personale, una convinzione riguardo alla necessità e alla
opportunità di tale processo e, infine, i motivi che permetteranno
di perseverare nella realizzazione dell'opera assunta.
M. A. Cichocki afferma giustamente, che la disputa riguardante il
patrimonio cristiano dell'Europa che si sta unendo, è prima
di tutto "una disputa per il concetto di solidarietà,
come una comunione di interessi o di volontà di portare aiuto
ai più deboli e ai bisognosi" (28).
Una condizione indispensabile perché in Europa le persone
si sentano a casa loro e la riconoscano come casa propria, la loro
res pubblica è una costruzione faticosa di legami interpersonali
e il creare per gli uomini la possibilità di scegliere i
valori che consentiranno di mantenere la propria identità,
e allo stesso tempo li apriranno ad un costante arricchimento mediante
l'apertura verso gli altri. La formazione di Homo Europaeus è
un processo lungo e faticoso. Come indica giustamente T. Mazowiecki:
"L'identificazione del cittadino con l'Unione Europea si compie
e si compirà attraverso l'identificazione con la propria
cultura, con la propria tradizione, con le proprie radici, con il
proprio Stato, e non al di sopra di esso" (29).
In quest'opera un compito particolare spetta alla Chiesa e alle
altre comunità confessionali, ma anche alle istituzioni educative,
alla scienza e alla cultura, tenendo costantemente presente, che
l'integrazione non è fine a se stessa, ma un mezzo che rende
possibile l'integrale sviluppo di un singolo uomo e della società
umana. Questa è una grande sfida, che oggi sta dinanzi alla
Chiesa. La Chiesa renderà il migliore servizio all'Europa,
se prima di tutto cercherà di essere sempre più pienamente
Chiesa, fedele alla sua propria identità e alla missione
stabilita per lei da Cristo, Chiesa che dal Vangelo attinge motivi
sempre nuovi per rinnovarsi spiritualmente. Soltanto rinnovandosi
costantemente può diventare lievito evangelico, fonte di
trasformazione qualitativa e un nuovo costante dinamismo per il
mondo.
La Chiesa cattolica, che è universale e allo stesso tempo
locale, mediante la propria esperienza di unità, di pluralità,
e di diversità, e mediante il proprio radicamento nei singoli
paesi, può essere estremamente utile nel mettere insieme
e nell'unire le nazioni, le regioni e le comunità locali,
tuttavia sotto la condizione, che sarà sempre più
la Chiesa e la parte laica dell'Europa vorrà usufruire di
tale esperienza.
Come afferma giustamente l'Arcivescovo J. Dore "L'Europa sarà
un'Europa di diritto e di etica, sarà un'Europa dello spirito
- oppure non ci sarà affatto" (30).
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1) Cfr J. Delors, Spirito del Vangelo nella costruzione dell'Europa,
"Biuletyn OCIPE", (2002) n° 3, p. 1-10; V. Havel,
ibid, p. 9; J. Vignon, Il cristianesimo dell'Europa che si sta unendo,
"Przegl{l-aogonek}d Powszechny", (1997) n° 4 - speciale,
pp. 14-21; R. Prodi, La Polonia e l'Europa, costruire sul passato,
formare sul futuro, "Przegl{l-aogonek}d Powszechny", (2001)
n° 12, pp. 127-132.
2) Carta dei Diritti Fondamentali, art. 10, n°1.
3) Cfr Civenlaire n° 5, COMECE Convention on the Future of Europe,
26.06.2002.
4) Giovanni Paolo II, Omelia, Elbl{l-aogonek}g 06.06.1999.
5) Giovanni Paolo II, Omelia, Lubaczów 03.06.1991.
6) G. Weigel, Conoscerlo pienamente, "Wi{l-eogonek}{l-zacute}",
(2002) n° 8-9, p. 18.
7) Giovanni Paolo II, Discorso al corpo diplomatico, Roma 13.01.1990.
8) Cfr Giovanni Paolo II, Ai partecipanti al Convegno "Verso
una costituzione europea", Vaticano, 20.06.2002.
9) Cfr J. Coughlan, Il tempo del conferimento dell'anima all'Europa,
"Europe-Infos" (2002) n° 38, p. 3.
10) Giovanni Paolo II, Ai partecipanti al Convegno "Verso una
costituzione europea"...
11) Giovanni Paolo II, Omelia, Gniezno, 03.06.1997.
12) J. Doré, Lo spirito dell'Europa..., p. 123.
13) Carta dei Diritti Fondamentali, capitolo I.
14) A. Zoll, Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea
e la questione dell'identità europea, "Forum Iuridicum",
(2002) n° 1, p. 62.
15) Cfr G. Verheugen, Non avrò rimpianti quando perderò
questo lavoro, Con Günter Verheugen parla a Bruxelles Marek
Orzechowski, "Tygodnik Powszechny", (2002) n 28, p. 5.
16) Cfr Giovanni Paolo II, Messaggio in occasione del 1200°
anniversario dell'incoronazione di Carlo Magno..., p. 387; Ai partecipanti
del III° Foro Internazionale della Fondazione "Alcide De
Gasperi", Vaticano 23.02.2001.
17) Cfr COMECE, Impegno politico, valori, religione, "Wiadomo{l-sacute}ci
KAI", (2002) n° 27, pp. 29-30.
18) W. Adamczewski, Problematica dell'"Invocatio Dei"
nelle raccolte di leggi fondamentali, "Biuletyn OCIPE",
(2002), n° 6, p. 6.
19) Cfr Carta dei Diritti Fondamentali, capitolo II.
20) Ibid., capitolo III.
21) Cfr Veritatis splendor, n° 87.
22) Carta dei Diritti Fondamentali, art. 6-19.
23) Cfr A. Zoll, La Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea
e la questione dell'identità europea..., pp. 59-71.
24) Cfr Veritatis splendor, n° 84.
25) Cfr Carta dei Diritti Fondamentali, capitolo IV.
26) Cfr T. Mazowiecki, L'Europa che vogliamo, "Wi{l-eogonek}{l-zacute}"
(2002) n° 8-9, p. 45.
27) Sollicitudo rei socialis, n° 38.
28) Cfr M. A. Cichocki, Quanto di Dio nell'Unione?, "Wi{l-eogonek}{l-zacute}"
(2002) n° 8-9, p. 71.
29) T. Mazowiecki, L'Europa che vogliamo..., p. 46.
30) J. Doré, Lo spirito dell'Europa..., p. 123.
Da L'OSSERVATORE ROMANO - Edizione quotidiana del 13 dicembre
2002
(Agenzia Fides 13/12/2002) .
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