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Saluto di introduzione al Convegno
“IL DESIDERIO DI CONOSCERE LA VERITA’”
TEOLOGIA E FILOSOFIA A CINQUE ANNI DA FIDES ET RATIO
Roma, Pontificia Università Lateranense, 9 ottobre
2003
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Con particolare soddisfazione apro i lavori di questo Convegno
Internazionale dedicato allo studio e approfondimento dell'Enciclica
di Giovanni Paolo II Fides et ratio. Cinque anni non sono molti
per verificare l'incidenza che un simile documento ha avuto sull'azione
pastorale e culturale della Chiesa. Se, comunque, si guarda al
dibattito sviluppatosi in questi anni e alla numerosa letteratura
internazionale che è stata prodotta, si deve concludere
che Fides et ratio ha colto nel segno. E’ indicativo il
fatto che in ambito filosofico e teologico rimanga aperta la discussione
e sempre più continui si facciano i riferimenti ai contenuti
dell'Enciclica, che hanno un rapporto profondo con le grandi problematiche
culturali ed esistenziali del nostro tempo. Lascio ai vostri lavori
il compito di addentrarsi nello specifico dei temi trattati da
Fides et ratio. Come Vescovo, ma anche come antico insegnante
di filosofia e teologia, mi sento comunque personalmente coinvolto
dall'insegnamento dell'Enciclica; per questo motivo, propongo
alcune brevi considerazioni, come modesto contributo alla riflessione
e al dibattito che vi accompagneranno in questi giorni.
L’Enciclica, infatti, offre almeno un duplice piano di riflessione.
In primo luogo, chiede ai filosofi e ai teologi di riprendere
un dialogo che, per diverse ragioni storiche, si era in qualche
misura interrotto. Il "dramma della separazione", di
cui parla Fides et ratio, ha segnato un oggettivo impoverimento
sia sul versante filosofico che su quello teologico. La vicenda
storica che ha visto "una filosofia separata e assolutamente
autonoma nei confronti dei contenuti della fede" (FR 45)
ha portato di fatto a una frammentazione che soprattutto ai nostri
giorni mostra la sua precarietà e fa sentire forte la nostalgia
per l'unità del sapere. L'invito dell'Enciclica a superare
questa frattura è dunque una provocazione positiva che
chiama tutti a ritornare al centro, cioè a rinvigorire
l’impegno speculativo come piattaforma comune e obiettivo
finale del lavoro filosofico e teologico. Questa prospettiva,
a mio avviso, merita di essere seguita e potrà portare
nei prossimi decenni a risultati di grande significato.
Giovanni Paolo II offre ai filosofi, delle più diverse
scuole, il contenuto centrale della fede come oggetto di perenne
ricerca della verità. E’ difficile riscontrare nella
storia del pensiero moderno una simile offerta di dialogo. La
rivelazione e la fede erano diventate infatti per lo più
oggetto di critica, quando non erano relegate nel limbo della
non pertinenza in re philosophica. Fides et ratio non ha timore
di proporre il mistero della rivelazione, e la verità che
da esso scaturisce, come oggetto peculiare dell'indagine filosofica
per permettere alla filosofia di ricuperare anzitutto quell’audacia
speculativa che alcuni preferirebbero non le appartenesse.
Su questo versante, pertanto, si apre uno scenario assai interessante,
che ipotizza un ambito comune di speculazione per i filosofi e
i teologi. Se si pensa che questa strada era stata anticipata,
in maniera differente e con accenti diversi, dalla filosofia di
F. Rosenzweig nel suo Der Stern der Erlösung del 1921, si
comprende come lo spirito che muove l'Enciclica sia quello di
una genuina fiducia nei confronti della ricerca filosofica e teologica
- così da dare spazio alla forza della ragione - senza
venire meno alla loro reciproca autonomia.
E’ questa, in effetti, una seconda connotazione di Fides
et ratio: la fiducia che Giovanni Paolo II pone nella ragione.
Essa è facilmente percepibile in ogni pagina dell'Enciclica;
un passaggio interpreta in maniera particolarmente chiara questa
prospettiva. Scrive il Papa: "Di poco aiuto sarebbe una filosofia
che non procedesse alla luce della ragione secondo propri principi
e specifiche metodologie. In fondo, la radice della autonomia
di cui gode la filosofia è da individuare nel fatto che
la ragione è per sua natura orientata alla verità
ed è inoltre in se stessa fornita dei mezzi necessari per
raggiungerla. Una filosofia consapevole di questo suo ‘statuto
costitutivo’ non può non rispettare anche le esigenze
e le evidenze proprie della verità rivelata" (FR 49).
Non dovrebbe trarre in inganno il contesto in cui questa espressione
si trova. Qualcuno potrebbe isolarla all'interno di una ricostruzione
storica, come il capitolo V dell'Enciclica lascia trasparire.
Quanto viene affermato, invece, ha un valore che va al di là
del dato storico, per esprimere un'esigenza metafisica. Viene
affermato cioè che la ragione non solo è in ricerca
della verità, ma è capace di coglierla, perché
intercorre una "simpatia" o, se si vuole, un accordo
di fondo tra la ragione e la verità stessa. Insomma, una
ragione che per sua natura interroga non è priva di riferimento
quando di pone dinanzi all'intelligibilità dell'essere;
essa, nel momento in cui interroga la realtà e si domanda
sul perché della sua esistenza, possiede già un
accordo di fondo con la verità. Questo le permette di interrogare
con coerenza e, quindi, di pervenire ad una conoscenza vera della
realtà. Bisogna dare fiducia alla ragione, pertanto, perché
essa è tesa verso la verità e non può mai
contraddirla quando questa le si presenta nell'evidenza del suo
manifestarsi.
In forza di questa considerazione il Papa può scrivere:
"… non posso non incoraggiare i filosofi, cristiani
o meno, ad avere fiducia nelle capacità della ragione umana
e a non prefiggersi mete troppo modeste nel loro filosofare. La
lezione della storia di questo millennio, che stiamo per concludere,
testimonia che questa è la strada da seguire: bisogna non
perdere la passione per la verità ultima e l'ansia per
la ricerca, unite all'audacia di scoprire nuovi percorsi. È
la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a
rischiare volentieri per tutto ciò che è bello,
buono e vero. La fede si fa così avvocato convinto e convincente
della ragione" (FR 56).
Viene alla luce qui un aspetto saliente del Magistero di Giovanni
Paolo II: la fiducia nell'uomo. La fiducia nella ragione non è
altro infatti che la fiducia nell'uomo, disposto e indirizzato
all'incontro con Dio in Gesù Cristo. Fides et ratio, proprio
trattando di temi specifici come quelli del rapporto tra fede
e ragione, entra direttamente nell'orizzonte esistenziale, provocando
l'uomo a cogliere il senso della sua esistenza nell'incontro con
la rivelazione.
Da Redemptor hominis fino a Fides et ratio si coglie in maniera
coerente l'intuizione originaria del pensiero di Giovanni Paolo
II: la verità dell'uomo e la realizzazione piena della
sua libertà si ha solo nell'incontro con il mistero di
Cristo, come afferma Gaudium et spes 22. Cristo permette ad ogni
uomo di cogliere il senso del suo essere nel mondo e l'orientamento
che deve perseguire perché la sua vita possa essere significativa.
Un testo di Redemptor hominis fa emergere con particolare chiarezza
questo orizzonte interpretativo: "Cristo va incontro all'uomo
di ogni epoca, anche della nostra epoca, con le stesse parole:
‘Conoscerete la verità e la verità vi farà
liberi’. Queste parole racchiudono una fondamentale esigenza
ed insieme un ammonimento: l'esigenza di un rapporto onesto nei
riguardi della verità, come condizione di un'autentica
libertà; e l'ammonimento, altresì, perché
sia evitata qualsiasi libertà apparente, ogni libertà
superficiale e unilaterale, ogni libertà che non penetri
tutta la verità sull'uomo e sul mondo. Anche oggi, dopo
duemila anni, Cristo appare a noi come Colui che porta all'uomo
la libertà basata sulla verità, come colui che libera
l'uomo da ciò che limita, menoma e quasi spezza alle radici
stesse, nell'anima dell'uomo, nel suo cuore, nella sua coscienza,
questa libertà" (RH 12).
La Chiesa, per parte sua, ha la missione di tenere viva questa
medesima istanza. Lo scrive, sempre nella sua prima Enciclica,
Giovanni Paolo II: "Il senso di responsabilità per
la verità è uno dei fondamentali punti di incontro
della Chiesa con ogni uomo ed è, parimenti, una delle fondamentali
esigenze, che determinano la vocazione dell'uomo nella comunità
della Chiesa" (RH 19). Fides et ratio viene a collocarsi
al cuore di questa esigenza fondamentale.
Nel corso dei secoli il Magistero della Chiesa ha continuamente
manifestato il proprio interesse per la ricerca e il progresso
della verità. Anche questo Convegno, che l'Università
Lateranense ha organizzato all'interno di diverse iniziative tese
a celebrare il Giubileo del Santo Padre, metterà in evidenza
che la fede e la ragione, quando sono in ricerca della verità,
camminano insieme e in questa unità pongono le premesse
per un reale progresso della conoscenza. Auguro, quindi, un buon
lavoro a tutti i Convegnisti, con amicizia e gratitudine.
Cardinale Camillo Ruini |