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Conferenza Episcopale Italiana
"Tutte le Genti verranno a te"
Convegno Nazionale sulla Missione ad gentes nelle nostre
terre
(Castelgandolfo, 25 - 28 febbraio 2003)
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Messaggio finale
"Gloria a te Signore, che vivi nel cuore di ogni persona creata
a tua immagine e ne alimenti l'inquietudine che ti cerca anche senza
saperlo.
"Gloria a te Signore che, crocifisso e risorto, hai tolto di
mezzo il muro di divisione che separava le genti e chiami tutti
gli uomini a far parte del tuo popolo santo.
"Gloria a te Signore, che continui a vincere le nostre paure
e ci precedi sulla via della missione perché impariamo a
comunicare il tuo Vangelo.
Proprio nei giorni in cui si fa più pressante l'appello
e l'azione del Santo Padre per evitare un'ulteriore ingiusta e
drammatica guerra con prevedibili devastanti conseguenze anche
sui rapporti tra mondo cristiano e musulmano, è con più
forte determinazione che abbiamo voluto credere alla forza della
parola che annuncia "Tutte le genti verranno a te".
In Cristo, Principe della Pace, gli avversari si stringono la
mano, i popoli si incontrano nella concordia e la vendetta è
disarmata dal perdono.
Convocati a Castelgandolfo (Roma) dal 25 al 28 febbraio 2003
ci siamo ritrovati in più di 600, provenienti da tutte
le diocesi italiane ed espressione delle diverse componenti del
popolo di Dio, per un Convegno ampiamente preparato e lungamente
atteso.
Ripetuti inviti del Santo Padre e dei nostri vescovi e le molteplici
iniziative messe in atto a diversi livelli, hanno progressivamente
reso coscienti le nostre comunità del fondamentale compito
di non disattendere le istanze evangelizzatrici poste in Italia
dal fenomeno delle migrazioni.
Un compito che sostenuto in tanti anni da coraggiose e diffuse
iniziative di accoglienza e carità, rischia di rimanere
ancora circoscritto ad ambiti specialistici o relegato ai margini
delle attività pastorali ordinarie. Non sono pochi infatti
i pregiudizi e le immotivate paure che insieme ad una non adeguata
conoscenza della realtà impediscono a comunità e
singoli fedeli un più positivo esercizio d'incontro e missionarietà.
Preparato nei mesi scorsi nelle regioni e nelle diocesi, il Convegno
ha dato nuova risonanza alle tante problematiche connesse all'annuncio
del Vangelo in una società multietnica e multireligiosa.
L'ascolto della Parola di Dio, la grande celebrazione eucaristica
con le comunità cattoliche di altra madrelingua presenti
a Roma, i diversi contributi delle relazioni e di tanti interventi,
il clima di cordiale rapporto fraterno tra i partecipanti, hanno
favorito una singolare esperienza di comunione e discernimento
comunitario.
Al termine di quattro giorni sentiamo ora l'esigenza di rivolgerci
alle Chiese che qui ci hanno inviato per comunicare ai pastori
e ai fedeli delle nostre comunità quanto il confronto con
un compito in parte inedito quale può configurarsi l'ad
gentes nelle nostre terre sia opportunità favorevole di
profonda conversione, capace di rinnovare la comunità ecclesiale
nell'annuncio di Gesù Cristo e del suo Vangelo, nel lavoro
pastorale e nel modo di rendersi visibile nella società.
1. Docile alla parola di Gesù "ero forestiero e mi
avete ospitato" la comunità ecclesiale è stata
generalmente pronta nell'accogliere gli immigrati. Ma proprio
perché la testimonianza della carità è via
privilegiata di evangelizzazione è importante rendersi
finalmente conto che le migrazioni sono un problema teologico
e pastorale e non solo sociale e politico. In maniera del tutto
particolare viene ad interessare il modo di pensare ed annunciare
Dio e di vivere la fraternità cristiana. L'aspetto caritativo
non può essere disgiunto da quello missionario.
Le migrazioni aprono problemi e sollecitano scelte sulle quali
neppure fra cristiani è sempre facile un sentire comune.
Nell'annuncio della lieta notizia di Cristo Gesù è
però racchiusa la proclamazione dell'amore di Dio per ogni
uomo. Lo sguardo di Dio sullo straniero deve diventare anche lo
sguardo della sua Chiesa. Difendendo attivamente la dignità
degli stranieri e promuovendo la giustizia nei loro confronti,
la comunità ecclesiale e i singoli cristiani mostreranno
visibilmente chi è il loro Dio.
2. Di fronte al fenomeno delle migrazioni il primo compito della
comunità cristiana è quello di rievangelizzare se
stessa, assumendo con decisione lo stile di testimonianza e annuncio
vissuto da Cristo Gesù. In modo particolare gli stranieri
e i loro problemi fanno riscoprire alle nostre comunità
la spiritualità del sentirsi "stranieri nel mondo"
che Gesù fino all'ultimo richiese ai propri discepoli.
Constatiamo invece che i cristiani delle nostre comunità
più che "viandanti" risultano spesso "sedentari",
accomodati nella mentalità individualista e consumista,
da cui assorbono interessi, metodi e scelte.
In questo contesto, accogliere la sfida delle istanze evangelizzatrici
poste dalla presenza degli stranieri, contribuirà moltissimo
in Italia a quella "conversione pastorale" auspicata
dagli Orientamenti pastorali di questo decennio e aiuterà
a riesprimere ogni forma e lavoro pastorale perché serva
a raccontare quello che Dio fa, più che come l'uomo gli
risponde.
3. L'immigrazione pone alle nostre comunità una sfida
provvidenziale e permette di sperimentare una grazia promettente.
Invita a sperimentare in se stessi la gioia e l'efficacia di una
più adeguata sequela del Signore che suscita il desiderio
e l'urgenza di annunciare a tutti che il Regno di Dio è
in mezzo a noi. Un dono che interpella a capire aspetti nuovi
della missione, escludendo facili scorciatoie e risposte immediate.
Una fede cristiana forte, convinta, capace di dare forma a tutta
la vita, saprà esprimere correttamente la dimensione del
dialogo e dell'annuncio, convivendo positivamente con altre fedi
religiose. Senza questa chiara identità non potrà
esserci autentico dialogo. È per questo che la qualità
"debole" con cui a volte, dentro un società stanca
e sazia, sembra esprimersi anche la nostra fiducia nell'amore
di Dio, esige che non venga meno il nostro impegno di preghiera:
l'annuncio infatti è forza dello Spirito e solo Lui sa
come aprire il cuore tanto di chi deve compierlo che di quanti
possono riceverlo.
4. Le conseguenze positive di una "sfida" che provvidenzialmente
potrebbe trasformarsi in "risorsa" non saranno di lieve
entità in ordine alla formazione di una mentalità
e di una sensibilità più cattolica, ecumenica e
missionaria. Se è vero che le nostre comunità mai
sono state missionarie per delega è altrettanto vero che
la situazione migratoria, per tanti aspetti così inattesa
e sorprendente, interpella in maniera nuova e più diretta
singoli credenti e l'intera comunità, provocandoli ad essere
sempre pronti a rispondere "a chiunque domandi ragione della
speranza che li abita" (1 Pt 3,15) e a crescere nel rapporto
di cooperazione missionaria tra le chiese.
Assumere la responsabilità di evangelizzatori è
ancora avvertito da molti credenti come impegno facoltativo e
non necessario. E siccome la coscienza di essere Chiesa missionaria
non nasce per generazione spontanea questo stimolo deve essere
alimentato in tutte le sedi di formazione: dalla liturgia alla
catechesi, dagli incontri di gruppo alla programmazione dell'ordinaria
vita parrocchiale, ad appositi itinerari di catecumenato ed iniziazione.
Lasciando prevalere la semplicità e l'immediatezza del
Vangelo sarà più facile riscoprire gli elementi
fondamentali del credere. Tante occasioni alla portata di tutti
confermano la validità di strade già aperte e ne
esigono di nuove, che lo spirito di iniziativa, fantasia creatrice
e il calore della carità fraterna sapranno indicare.
5. Non sono mancate e non mancano nelle nostre comunità
persone e istituzioni che in questi anni si sono aperte al contatto
con l'immigrato con coraggio e umiltà, annunziando loro
in forme e modi diversi la "bella notizia" di Cristo
Gesù. Le testimonianze offerte e le esperienze raccontate
durante il Convegno hanno ampiamente dimostrato quanto lo Spirito
operi instancabilmente nella storia, suscitando nel popolo di
Dio discepoli ed apostoli capaci di interpretare la sua volontà
e vivere nell'obbedienza della sua parola.
Senza schematizzare i processi con cui il Vangelo opera nei cuori
e viene accolto, la pastorale verso gli immigrati potrà
entrare in quella ordinaria nella misura in cui si individueranno
sedi opportune e disponibili per una pastorale d'insieme che educhi
a questa specifica missionarietà. Saranno le circostanze
concrete ad indicare responsabilità più proprie.
Ma nei lavori del Convegno è anche emersa la proposta che,
insieme a tanti altri soggetti, non manchino per gli immigrati
una pastorale propria e vocazioni missionarie specifiche e pure
inedite, che sappiano accompagnare questi fratelli e sorelle sul
non facile cammino di un'occasione unica e spesso molto sofferta
della loro esistenza, vivendo e scoprendo insieme a loro, fra
le tante novità, anche quella di essere amati e salvati
nel Signore.
Tornando alle nostre comunità, al termine di questi intensi
giorni di lavoro portiamo con noi la gioia dell'incontro vissuto
e l'entusiasmo della feconda condivisione di tante esperienze
di fede che lo Spirito ha realizzato.
Per questo desideriamo incoraggiare le nostre comunità
a non ritardare a realizzare quanto previsto dal n. 58 degli Orientamenti
pastorali "Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia",
in ordine alla missione ad gentes nelle nostre terre.
Andare con simpatia ed amore incontro agli uomini di ogni razza,
lingua, nazione e religione che le migrazioni hanno portato in
mezzo a noi, condividendone attese e speranze e spezzando con
loro il pane della Verità e della Carità, aiuterà
le nostre Chiese ad essere testimoni più coerenti del proprio
Maestro che le precede e le chiama sulle vie della missione, facendosi
lievito nella società italiana di nuovi e più rispettosi
rapporti di accoglienza, solidarietà e dignità che
impegnano sulle vie della giustizia e della pace.
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