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Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente
in occasione della XXV Giornata per la vita
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DELLA VITA NON SI FA MERCATO
1. Gli esseri umani non sono merce. Ci sono stati tempi, e purtroppo
non sono finiti, in cui gli esseri umani sono stati venduti e comprati,
ciascuno con la sua valutazione; c'era chi teorizzava la bontà,
pratica e anche etica, di tutto ciò. Pochi osavano muovere
obiezioni; tra i pochi che intuivano, inorridivano e denunciavano
quello che a loro sembrava un attentato alla verità inscritta
in ciascuno di noi, ci furono i cristiani, perché l'insegnamento
di Gesù Cristo, rivelando la dignità dell'essere umano
nella sua verità e in tutto il suo splendore, non permetteva
di fare distinzioni. Infatti, come ricorda San Paolo "non c'è
più giudeo né greco; non c'è più schiavo
né libero; non c'è più uomo né donna,
poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Gal
3,28) e tutti siamo figli dell'unico Padre.
Il progressivo riconoscimento dei diritti umani non ha estirpato
completamente l'antica tendenza a considerare gli esseri umani come
una semplice merce. A volte, anzi, si arriva a legittimare presunti
diritti per sottomettere altri uomini secondo logiche di possesso,
di potere e di sfruttamento. In molti angoli del mondo, in quelli
più poveri come in quelli più ricchi, e in molti settori
della vita la tendenza perdura, adeguandosi ai tempi e alle mode.
Si va dalla stessa soppressione della vita nascente con l'aborto
al commercio di organi dei minori, ai bambini soldato, alle prostitute
schiave, ai ragazzi e alle ragazze sottoposti ad abusi sessuali,
alla speculazione sul lavoro minorile, ai lavoratori sottopagati
e sfruttati, forme tutte di autentica schiavitù. In ciascuno
di questi casi la vita umana è umiliata e sfigurata con cinico
disprezzo.
Anche talune esasperate strategie di mercato considerano gli esseri
umani dei consumatori da studiare, manipolare, usare affinché
siano docili e reattivi alle logiche del consumo, indotto attraverso
tecniche pubblicitarie sempre più sofisticate e pervasive.
Per le reti televisive gli spettatori sono oramai solo numeri, "merce"
da vendere agli inserzionisti. E anche in politica, a volte, i cittadini
sono considerati merce, voti da scambiare e piazzare.
Ancora più gravi sono gli esiti di questa logica mercantile
quando essa viene applicata direttamente alla persona umana. Da
tale logica traggono linfa molti attentati alla vita umana, in particolare
nell'ambito della vita nascente. Non ci si può appellare
a falsi diritti per cancellare i veri e inviolabili diritti del
più piccolo e indifeso tra gli esseri umani: l'embrione.
Per curare alcune malattie con le cellule staminali si giunge a
proporre la sperimentazione indiscriminata sugli embrioni, giustificandone
la creazione in vitro, la manipolazione e la soppressione. Per avere
mano libera si arriva a strumentalizzare anche il legittimo desiderio
di maternità e di paternità, fino ad affermare un
inesistente diritto ad avere un figlio in ogni modo e in qualsiasi
condizione, anche fuori del matrimonio e in contesti di omosessualità.
L'assenza di criteri etici e di regole chiare, che partano dalla
tutela dell'embrione e dai suoi inalienabili diritti, apre la strada
a forme indiscriminate di uso e abuso della vita nascente e finisce
per favorire chi pensa di poter operare in questo campo con logiche
mercantili.
2. La vita è un dono fuori commercio. Nobile, sicuramente,
è il desiderio di divenire madre e padre. Ma questo non
può avvenire a ogni costo. Un figlio esige e merita di
nascere da un atto d'amore: dall'incontro e dal dono totale e
reciproco di un uomo e una donna, uniti in un autentico e stabile
amore sponsale. Il figlio stesso è dono, amore, incontro
e relazione. Nasce, in altri termini, da un atto del tutto gratuito,
sottratto a ogni logica utilitaristica o mercantile, perché
l'amore non cerca il tornaconto personale. Così accade
con i figli che, nati da un libero gesto creativo di una sposa
e di uno sposo, sono a loro volta esseri liberi: liberi della
libertà spirituale che deriva dall'essere, in ogni caso,
primordialmente figli di Dio.
C'è in alcuni la tendenza, sia pure spesso inconsapevole,
a considerare i figli che devono nascere come degli "oggetti"
di cui si sente il bisogno per poter esaudire un proprio desiderio.
Si potrebbe persino dire che il movente non è troppo diverso
da quello che ci può spingere a sentire il bisogno di un'automobile
o di una bella vacanza. Il figlio viene così pensato, da
subito, come un oggetto che sarà posseduto da chi lo avrà
"prodotto"; una merce alla stregua di altre merci.
Ma della vita non si può fare mercato! Questa affermazione
non è arbitraria, né una mera esortazione più
o meno accettabile; è un fondamento decisivo della nostra
società. Negandola, si insinua che gli esseri umani possano,
tutto sommato, essere cose da possedere.
Nessuna società - tranne un'autodistruttiva società
di predoni - può reggersi sull'estensione senza limiti
del concetto di "possesso". Non tutto si può
possedere; non di tutto si può fare mercato. Ce lo suggeriscono
la ragione e il buon senso; ce lo ricordano il Vangelo e duemila
anni di pensiero cristiano. Occorre che tutti ne facciano tesoro,
a cominciare dai legislatori, dai quali attendiamo leggi chiare
nei principi etici ed efficaci nella tutela della vita umana,
nella consapevolezza - speriamo sempre più diffusa e condivisa
- che gli esseri umani non sono una merce e che della vita umana
non si fa mercato.
Come cristiani siamo chiamati ad annunciare con forza e coraggio
l'illuminante verità dell'amore del Padre che ci ha riscattati
donandoci la vita nel suo Figlio. La vita umana non ha prezzo
perché siamo stati comprati "a caro prezzo" (1Cor
7,23) dal Signore. "Ecco, tutte le vite sono mie" (Ez
18,4), dice Dio per riaffermare che ogni vita viene da lui e a
lui anela. La comunità cristiana, "popolo della vita",
guardando ogni persona con l'occhio di Dio proclama il Vangelo
della vita non solo ai credenti ma a tutti e "gioisce di
poter condividere con tanti altri il suo impegno, così
che sempre più numeroso sia il "popolo per la vita"
e la nuova cultura dell'amore e della solidarietà possa
crescere per il vero bene della città degli uomini"
(Evangelium vitae, 101).
Roma, 7 ottobre 2002
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