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SALUTO DI S.E. MONS. ANGELO BAGNASCO, PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, AI PARTECIPANTI ALLA 45ª SETTIMANA SOCIALE

1. È la gratitudine il sentimento con cui volentieri porto il saluto dei Vescovi italiani in apertura di questa 45ª Settimana Sociale, la Settimana sociale del centenario. Gratitudine al Signore per questo giubileo così significativo per la Chiesa in Italia e gratitudine verso tutti coloro che hanno animato questa intrapresa di fede e di cultura, di opere e di spiritualità, da un secolo all’altro, nel vivo della storia di un cattolicesimo di popolo. L’illuminante Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI – al quale rinnoviamo la nostra filiale gratitudine e la più cordiale ed effettiva comunione – parla di “provvida iniziativa 8che) potrà anche in futuro offrire un contributo decisivo per la formazione e l’animazione dei cittadini cristianamente ispirati”. Il Papa bene esprime le nostre stesse convinzioni: veramente le Settimane Sociali sono state e continueranno ad essere un a”provvida iniziativa”.
Ci è offerta in questi giorni un’occasione particolarmente significativa da molti punti di vista. Prima di tutto per soffermarci a guardare il percorso, fecondo ma non sempre agevole, che tante generazioni di credenti hanno compiuto per il bene del Paese, e con esso guardare al cammino di questa Italia e della stessa nostra Chiesa attraverso varie epoche e stagioni. In questa panoramica, ci scorrono dinanzi tante figure di donne e di uomini, di laici, di religiosi, di sacerdoti, di Vescovi, a partire dai Vescovi di Roma, i Papi, che si sono succeduti intrecciando sempre un rapporto speciale col nostro Paese, tutti protagonisti di un dialogo incessante con le necessità, le attese, le speranze, le sofferenze, le gioie del popolo italiano. I cento anni da cui proveniamo hanno visto il fiorire di innumerevoli opere in campo sociale, economico, culturale, politico, sgorgate dalla intelligente creatività della fede e della carità cristiana. E’ la storia di un tessuto vivo, è il senso della storia e della presenza di Dio nella vicenda dell’Italia di questo secolo, che oggi ricordiamo come un riferimento dinamico e fecondo per tutti, ieri e oggi.
Diciamo questo senza nulla concedere all’intento autocelebrativo: ciò che più importa nel fare memoria di questi cento anni è mettere in evidenza il filo che lega le diverse Settimane, per continuare a tessere con esso una trama di amore e responsabilità civile. Quando, dopo l’interruzione del 1970, si è sentito il bisogno di ritrovare, rilanciare e rinnovare le Settimane Sociali, ad esse è stato dato un compito di elaborazione e proposta culturale attraverso il confronto delle idee e delle esperienze. Era il 1988. A partire dal 1991, poi, i più recenti appuntamenti hanno accompagnato i cattolici italiani lungo il processo della grande transizione tra i due secoli, secondo una formula aggiornata, cercando, con fatica e lungimiranza, di saper pensare in grande e guardare lontano. Il nostro incontro, così, si rivela essere l’occasione per stare con fedeltà e creatività dinanzi alle nuove sfide che si presentano.
Pensiamo prima di tutto alle nuove generazioni. Abbiamo ancora negli occhi i giovani dell’Agorà nella spianata di Montorso: il volto di una Chiesa italiana che guarda al futuro con passione, con apertura e dedizione, con semplicità e fiducia. Una Chiesa di popolo protesa alla testimonianza, così come viene delineata nella nota pastorale successiva al Convegno ecclesiale di Verona: “umile e appassionata, radicata in una spiritualità profonda e culturalmente attrezzata, specchio dell’unità inscindibile tra una fede amica dell’intelligenza e un amore che si fa servizio generoso e gratuito” (n. 11). La lezione di questo grande momento di incontro con i nostri giovani può essere applicata anche all’impegnativo e cruciale tema, scelto dal Comitato scientifico-organizzativo, cui va tutta la nostra riconoscenza, per questa 45ª edizione delle Settimane sociali che si apre su: “Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano”.

2. Il bene comune è “il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti” (Sollicitudo rei socialis, 38). Tra le moltissime mi piace ricordare questa definizione, tratta da un’enciclica sociale di cui quest’anno celebriamo i vent’anni. Sappiamo bene che, misurandoci con questo tema, siamo proiettati non solo al centro della Dottrina sociale della Chiesa, ma anche nel vivo del suo dinamismo. È questa – il dinamismo - la prima delle parole che vorrei collegare al nostro tema. Molto opportunamente la Gaudium et Spes riconosce che il bene comune è “concepito in forma dinamica”, come “natura e fine della comunità politica” (GS 74).
C’è un circuito virtuoso che il Concilio Vaticano II delinea e che siamo chiamati ad innervare nella vita sociale. Esso parte dalla persona ed arriva all’ordine sociale, “poiché l’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone e non l’inverso”, ed è un ordine che “deve avere per base la verità, realizzarsi nella giustizia, essere vivificato dall’amore, trovare un equilibrio sempre più umano nella libertà” (GS 26). Come l’agire morale del singolo – ribadisce il Compendio della dottrina sociale della Chiesa – si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale. La società, in questa visione realistica, che falsifica gli schematismi ideologici, non può non essere connessa alla persona, in un dinamismo che si articola su una trama scandita da precisi punti di riferimento. È possibile e doveroso, dunque, correlare giustizia, libertà, verità, carità, di fronte alla concretezza della vita e dei suoi problemi. In particolare, è essenziale al bene comune del nostro Paese un nuovo patto tra le generazioni, all’insegna di un corretto principio di autorità e di comunità, di tradizione e di futuro. Ridare al concetto di bene comune una attualizzata efficacia operativa, come ci proponiamo, esige allo stesso tempo una forte proposta educativa in grado di introdurre alla vita e alla realtà intera, capace di giudizio, di proposte alte, di impegno concreto e continuo, cordialmente aperta al bene di tutti e di ciascuno a prezzo di interessi individuali o particolari, a prezzo del proprio personale sacrificio. Dobbiamo dirlo a voce alta, dirlo in primo luogo a noi stessi: non solo non si può attuare il bene comune, ma neppure concepirlo né tanto meno ragionarci e discuterne, senza ricuperare le virtù cardinali della fortezza, della giustizia, della prudenza e della temperanza con le attitudini interiori che ne conseguono. Lontani da questo impianto virtuoso la teoresi diventa difficile, insidiosa, facilmente ideologica.

3. Sono passati oltre quarant’anni, e il riferimento al magistero conciliare è sempre attuale e promettente con il suo continuo dinamismo. Siamo chiamati a proiettarlo, ad applicarlo sulle nuove frontiere di questi anni, partendo dalla persona e ritornando alla persona, secondo una precisa concezione della persona e dei “valori” che ad essa sono collegati. Valori che in quanto tali appaiono “non negoziabili”, cioè non riconducibili al processo di secolarizzazione e di relativizzazione, che ha attraversato la parte centrale del secolo scorso. Sono qui i capisaldi della storia e della tradizione del nostro popolo, insieme alla garanzia per un futuro all’altezza dei nostri grandi fondamenti. Penso all’intangibilità della persona e della vita umana, dal concepimento fino al naturale tramonto; a quella cellula fondante e inarrivabile di ogni società che è la famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile di un uomo e di una donna, e aperta a quei figli di cui l’Italia e l’Europa che invecchiano hanno così tanto bisogno. Penso al valore incommensurabile della libertà che – lungi dall’essere mero arbitrio – è impegnativa adesione al bene e alla verità; a quel codice morale che si radica nell’essere profondo e universale dell’uomo, e che il credente vede esplicitato e perfezionato in Gesù.
In questo senso continueremo a mettere al centro quella che abbiamo definito la “questione antropologica”, nella concretezza delle sue molteplici dimensioni, grazie all’apporto insostituibile del Progetto Culturale della Chiesa italiana, così da offrire a tutti un contributo di proposta, di chiarezza, di serenità. È ancora il Convegno di Verona a chiederci di “contribuire allo sviluppo di un ethos condiviso, sia con la doverosa enunciazione dei principi, sia esprimendo nei fatti un approccio alla realtà sociale ispirato alla speranza cristiana. Ciò esige l’elaborazione di una seria proposta culturale, condotta con intelligenza, fedele ai valori evangelici e al Magistero, insieme a una continua formazione spirituale. Implica una rivisitazione costante dei veri diritti della persona e delle formazioni sociali nella ricerca del bene comune e deve promuovere occasioni di confronto tra uomini e donne dotati di competenze e professionalità diverse” (Nota pastorale Rigenerati per una speranza viva: testimoni del grande sì di Dio all’uomo, n. 13). Ritornano così le acquisizioni della precedente Settimana sociale, a proposito della democrazia, dei “nuovi scenari” e dei “nuovi poteri” oggi in campo. Ma si ripresentano anche i volti della questione sociale come ci appare oggi, di cui ricordo – qui come già in altre sedi - solo alcune pressanti urgenze legate ai problemi del lavoro e della casa, specchio di un disagio economico che tocca seriamente una larga fascia di persone e di famiglie.
Col lavoro di questi giorni, noi rispondiamo anche al pressante invito del Santo Padre ad “allargare gli spazi della razionalità”, per la quale è essenziale una corrispondenza sostanziale tra fede, verità e ragione come apertura al senso e ai significati, alla decisiva questione del bene e del male morale, nonché al dialogo e al confronto in ordine al futuro sviluppo di civiltà, così come alla nostra identità di italiani e di europei. Solo allargando questi orizzonti la persona si raggiunge e trova se stessa in una totalità senza riduzioni o peggio amputazioni. E quindi la società, nelle sue diverse articolazioni, può costruirsi in relazione e a servizio della persona come soggetto unico e irripetibile, aperto alla Trascendenza, bisognoso di prendere a cuore gli altri e di essere concretamente preso a cuore. La dimensione religiosa – come la storia umana attesta – costituisce un fattore imprescindibile del bene comune, è principio e fondamento di molti altri beni e diritti. Per questo la società non perseguirebbe il proprio fine senza l’esplicito riconoscimento e la concreta promozione di questa sorgiva e fondativa istanza.
Lo stesso Benedetto XVI, poche settimane fa, invitava i politici a “proseguire nello sforzo di servire il bene comune, adoperandovi a far sì che non si diffondano, né si rafforzino ideologie che possono oscurare o confondere le coscienze e veicolare una illusoria visione della verità e del bene”. E tutto ciò a partire dalla ragione e dal diritto naturale, ossia da quanto è conforme alla natura di ogni essere umano. È questo, prima di tutto, un terreno di incontro e non di scontro fra i cristiani e gli appartenenti ad altre matrici ideali.

4. Attenta com’è alla persona umana, nella sua dimensione sociale e trascendente, la Chiesa è chiamata ad applicare oggi il suo discernimento. È questa un’altra delle parole dense di significato e di impegno da collegare con il nostro tema. Il discernimento, come ascolto e proposta, elaborazione e comunicazione, come servizio comunitario e atteggiamento ecclesiale, è il metodo della nostra Settimana sociale. In questa scia si collocano anche numerose e significative esperienze, nazionali e locali, che voi oggi non solo rappresentate ma mettete a disposizione e in fecondo dialogo. Sono il segno di una comunità cristiana capace di educare al sociale, di alimentare un tessuto di iniziative e di opere di respiro ben più che secolare, da cui zampilla una cultura cattolica capace di progettualità, volta a spendersi senza riserve per il bene comune. Nel diretto impegno politico, i laici sono chiamati a spendersi in prima persona attraverso l’esercizio delle loro competenze e contestualmente in ascolto del Magistero della Chiesa. Non è questo il tempo di disertare l’impegno, ma semmai di prepararlo e di orientarlo. A tal fine la parola dei Pastori non potrà essere assente. Sarà una parola chiara, ferma e rispettosa, protesa anzitutto a ribadire i principi non negoziabili. Chi sta vicino alla gente – al contrario di quanti si muovono da posizioni preconcette – percepisce che esiste ed è forte l’attesa di una loro parola, dato che il delicato momento vissuto dal Paese rende ancora più forte l’esigenza di punti di riferimento autorevoli.
In conclusione, vorrei ripetere qui quanto già affermavo un mese fa aprendo i lavori del Consiglio permanente della Cei: “l’Italia merita un amore più grande! L’incanto della sua natura, la ricchezza della sua storia, la fecondità delle sue radici cristiane, la fioritura delle sue tradizioni, quella diffusa sensibilità che è nell’animo della sua gente insieme ad una intelligenza creativa, meritano un maggior apprezzamento da parte di tutti e un rinnovato senso di appartenenza e di amore al Paese. Meritano una responsabilità più grande!”. Con questo auspicio, auguro a tutti buon lavoro in questo laboratorio ecclesiale e civile qual è la nostra Settimana sociale.


+ Angelo Bagnasco
Arcivescovo di Genova
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana


 
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