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Conferenza Episcopale Italiana- Ufficio
Nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese
Chiesa italiana e Chiesa thailandese in dialogo
Hua Hin, Thailandia, 10-13 febbraio 2003
MESSAGGIO FINALE
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Convocati dall'Ufficio Nazionale per la cooperazione missionaria
tra le Chiese, noi missionari/e italiani in Thailandia, Cambogia,
Laos, ci siamo riuniti in 85 (su un totale di 98) dal 10 al 12
febbraio 2003 a Hua Hin (Thailandia) per discernere con la luce
dello Spirito il progetto di Dio su questi popoli, e riflettere
sulla vocazione che ci impegna ad essere persone di comunione
tra le Chiese per la missione evangelizzatrice.
Ci hanno accompagnato e aiutato in segno di comunione, affetto
e sostegno delle nostre Chiese: S.E. Mons. Michael Praphon Chaicharoen,
Vescovo di Surat Thani e incaricato dalla Conferenza Episcopale
Thailandese; S. E. Mons. Gervasio Gestori, Vescovo di San Benedetto
del Tronto e membro della Commissione episcopale della Conferenza
Episcopale Italiana per l'evangelizzazione dei popoli e la cooperazione
tra le Chiese; S. E. Mons. Adriano Bernardini, Nunzio Apostolico
in Thailandia; P. Philip Somchai Kitnichi, Presidente della Conferenza
degli Istituti religiosi in Thailandia; Mons. Giuseppe Andreozzi,
Direttore dell'Ufficio nazionale della C.E.I. per la cooperazione
missionaria tra le Chiese; Don Giuseppe Pellegrini, Vice-direttore
dello stesso Ufficio; Don Giampietro Fasani, Economo della C.E.I.;
Don Giandomenico Tamiozzo, Responsabile della sezione Asia del
Centro Unitario Missionario (C.U.M.) di Verona.
L'ascolto della Parola di Dio, la preghiera, le riflessioni di
gruppo e le relazioni dei rappresentanti della Chiesa thailandese
e italiana, hanno rafforzato in noi la volontà di essere
voce profetica in questi ambienti e diventare sempre più
autentici annunciatori del Vangelo, che è forza di liberazione
e strumento di comunione per tutti i popoli.
Ascoltare col cuore
Come stranieri in ogni nazione, e pure di casa ovunque, ci sforziamo
di comprendere cultura e sentimenti dei popoli ai quali vogliamo
comunicare il Vangelo. Abbiamo ascoltato quanto la Chiesa thailandese
dice di se stessa, della sua attività pastorale ed evangelizzatrice,
dei suoi metodi, dei suoi problemi e delle sue prospettive.
Benché piccola, essa è veramente una comunità
dinamica, che testimonia ed evangelizza con molteplici attività:
educazione, promozione sociale, specialmente tra le fasce più
povere ed emarginate (gruppi etnici, ammalati di AIDS, drogati),
pastorale della sanità con grandi e piccoli ospedali, cura
pastorale delle comunità cristiane e annuncio ai non cristiani,
sia nelle aree rurali come nelle città.
Sappiamo che, anche dopo decenni di presenza, non riusciamo ad
acquisire una adeguata comprensione antropologica e religiosa
di questi popoli. Ci è difficile capire profondamente cosa
c'è nell'uomo e chi è l'uomo thailandese, cambogiano
e laotiano.
Per questo siamo convinti che dobbiamo vivere con atteggiamento
di umiltà, e soprattutto di ascolto e servizio, cercando
di decifrare quanto lo Spirito ha già operato in loro e
tramite loro. La chiave di lettura è il cuore: essi capiscono
maggiormente le ragioni dell'amore. Siamo altresì convinti
che strumento infallibile della comunicazione del Vangelo resta
la testimonianza, frutto di santità che, specialmente qui,
diviene metodo e contenuto dell'evangelizzazione.
Costruire la Chiesa
Come cristiani, appartenenti all'unico corpo di Cristo che è
la Chiesa, ci sentiamo in dovere di prendere parte attiva e responsabile
all'edificazione di queste Chiese. Esse sono sparute minoranze,
capaci però di far lievitare e fermentare, in mezzo a popoli
dalle culture e religioni che non temono confronti, i valori universali
del Vangelo.
Non saremmo sinceri se non esprimessimo anche un certo disagio
causato dalle esigenze radicali del Vangelo proprie della nostra
vocazione di consacrati e dell'attività nella quale ci
troviamo impegnati.
Le nostre strutture (scuole - ospedali - centri
) e quelle
delle Diocesi dove operiamo, sorte per venire incontro alle necessità
primarie dei poveri ed emarginati, sono cresciute con gradualità
e ritmo impensati e si sono trasformate in complessi tali che
sembrano essere più a servizio delle classi abbienti e
meno accessibili ai poveri.
Restiamo così un po' perplessi (forse non ne abbiamo capito
le ragioni) di fronte alla realizzazione di opere che se da una
parte corrispondono alla necessità di "visibilità",
dall'altra realizzano condizioni di un certo potere economico:
il bisogno di autosufficienza economica espone infatti al rischio
di affievolire l'impegno di condividere la vita dei più
poveri, lavorando con loro e per loro.
La sapienza orientale aspetta di essere coniugata con la croce
di Cristo: Lui e il suo Vangelo non sono mai rimasti appiattiti
in nessuna cultura; sono sempre un giudizio critico sulla sapienza
umana. E' ciò che questa Chiesa e noi stessi ci sforziamo
oggi di fare, coscienti che dobbiamo tendere continuamente verso
una maggiore autenticità evangelica.
Aree di servizio
Quest'incontro ci ha offerto l'occasione, per la prima volta,
di riflettere insieme (Istituti - Congregazioni religiose - Fidei
donum - Laici
) sui vari tipi di presenza e di attività
di evangelizzazione.
Abbiamo preso in considerazione le aree in cui esse si svolgono:
la parrocchia, l'educazione, la pastorale degli ammalati, il servizio
sociale, la formazione e l'animazione vocazionale. Sono questi
infatti i principali areopaghi della nostra missione.
1. La parrocchia
Costituisce il luogo necessario di aggregazione che permette a
piccole Chiese come le nostre di sperimentare un vero senso di
appartenenza.
Diversità di localizzazione (urbana o rurale) e di circostanze
di costituzione, impediscono alla parrocchia di presentarsi ovunque
con le medesime strutture, funzioni ed attività. La sua
eterogeneità dipende anche dalla necessità di far
penetrare l'annuncio e la testimonianza in concreti contesti sociali
e culturali e dalla varietà dei bisogni cui deve corrispondere.
Mancano però anche chiare linee pastorali comuni.
Due le priorità che si impongono:
confermare e formare i battezzati fino a farli diventare maturi
nella fede;
proclamare il Vangelo a coloro che non lo hanno ancora ricevuto.
Per forza di cose la parrocchia si presenta poi come comunità
missionaria, ed è nostra preoccupazione rimanere al servizio
di tutti: poveri e ricchi, vicini e lontani.
Inoltre, più di quanto non accada in Italia, per noi missionari/e
riesce relativamente facile riconoscere e valorizzare la dimensione
vocazionale dei laici all'attività pastorale e missionaria.
E' attraverso il consiglio pastorale che si mantengono stretti
rapporti con la comunità cristiana della città.
Con i catechisti e i capi villaggio si possono invece vivere ottime
esperienze di annuncio e aggregazione in contesti più rurali.
Una menzione particolare merita la comunità parrocchiale
in Cambogia. Essa normalmente nasce dal recupero dei cristiani
lasciati vivi dalla rivoluzione khmer, gente povera in mezzo alla
quale e' necessario ricreare un autentico tessuto sociale. La
parrocchia assume così la caratteristica di centro propulsore
di sensibilità e riaggregazione per l'evangelizzazione
dei più poveri. E' in questo contesto che si sviluppa la
creatività di una pastorale che cerca di incarnare il Vangelo
nelle diverse situazioni vissute dalla gente.
2. L'educazione
Nessuno di noi mette in dubbio la validità del ministero
dell'educazione. Le scuole cattoliche sono sorte per offrire una
formazione cristiana ai cattolici e per educare le coscienze di
quanti cristiani e non cristiani chiedono una preparazione solida
e rispondente alle esigenze della dignità umana.
Poco alla volta, per le norme poste dallo Stato e la dinamica
innestata dalla competitività, esse sono divenute accessibili,
sia per il costo economico che per l'alto livello culturale, quasi
esclusivamente a studenti provenienti dal ceto medio-alto. E'
anche vero però che gli studenti poveri sono accolti gratuitamente
nelle scuole professionali mentre in altre scuole si sostengono
in parte le loro spese. Tuttavia fino ad oggi "non si è
riusciti a realizzare scuole di buon livello accessibili ai poveri".
Permane così un grosso interrogativo: è davvero
sufficiente devolvere il profitto economico ad iniziative pastorali
destinate ai poveri per giustificare la gestione di opere scolastiche
riservate ai ricchi?
Per tanti motivi non è facile cambiare questa situazione.
Ma in noi deve restare questo pungolo, che stimola a ritornare
all'ispirazione originale dell'istituzione delle scuole e in costante
riferimento con le priorità apostoliche e pastorali. Una
cosa tuttavia possiamo e dobbiamo fare fin da subito: formare
i maestri cattolici e il personale docente facendo riscoprire
loro la bellezza della vocazione educativa, rendendoli capaci
di trasmettere i valori cristiani e di assumere col tempo la piena
responsabilità gestionale delle scuole.
3. La formazione e l'animazione vocazionale
Come nella maggior parte dei paesi asiatici, anche in Thailandia
si incomincia ad avvertire una riduzione dei soggetti vocazionabili.
La compresenza poi di vari Istituti, tutti necessariamente interessati
all'animazione vocazionale, rende urgente l'istituzione di una
commissione che coordini questo importante settore della Chiesa.
Sentiamo il dovere di esprimere fortemente una nostra preoccupazione,
che speriamo diventi indicazione per il cammino formativo dei
giovani che entrano nei diversi Istituti: è necessario
che nei giovani venga favorita una adeguata maturità umana
e cristiana attraverso un graduale cammino di fede. E' questa
una conditio sine qua non, perché possano capire e scegliere
la vita religiosa e inculturare il carisma specifico dell'Istituto.
4. La pastorale degli ammalati
Siamo convinti che la cura degli ammalati è un'opera autentica
di evangelizzazione, in linea e in continuità con la missione
messianica di Cristo che ha avvicinato il mondo della sofferenza
guarendo ogni sorta di malati e infondendo fiducia nella paternità
amorevole di Dio.
I Paesi dell'Indocina sono stati provati da tragedie atroci che
hanno prodotto sofferenti e malati, a volte discriminati anche
in base a distorte visioni religiose. Nostro compito è
affermare la dignità dell'ammalato in quanto persona, anche
di quelli afflitti da malattie quali l'AIDS, la lebbra o portatori
gravi di handicaps.
Il nostro servizio prima di tutto deve essere per coloro che sono
rifiutati o discriminati (anziani, donne tribali, disabili, malati
terminali, malati di AIDS,
) e per i poveri non raggiunti
dal servizio sanitario del Paese.
E' altresì necessario impegnarsi a formare il personale
sanitario non solo in senso professionale ma anche etico/spirituale,
aiutandolo a considerare l'ammalato come una persona da rispettare
e possibilmente da amare.
5. Il servizio sociale
Proprio perché missionari ci ritroviamo impegnati anche
in una ricca gamma di attività sociali: formazione a tutti
i livelli, cura di malati terminali, progetti rurali integrali,
sviluppo di strutture ambientali (ponti, strade
), mantenimento
ed educazione dei bambini poveri o privi di genitori, presenza
tra baraccati
. E' la fantasia della carità che si
realizza secondo le priorità imposte dal contesto umano
in cui viviamo. Abbiamo fiducia che le opere del Vangelo diano
forza dimostrativa all'annuncio che facciamo. E' anche così
che proclamiamo l'avvento del Regno di Dio, a somiglianza dei
segni messianici che accompagnarono la stessa predicazione di
Cristo.
Queste dunque le attività nelle quali realizziamo la nostra
presenza missionaria.
Sappiamo che tutto quanto noi operiamo è reso fecondo e
vitale dalla contemplazione del volto di Cristo, che riconosciamo
in quello dei fratelli e delle sorelle che serviamo.
E' la fede in Lui che ci spinge a divenire sacrificio di comunione,
ponendoci al servizio di tutti e specialmente degli ultimi. E'
la potenza della Parola che salva e l'esperienza dell'incontro
con Lui, che ci sospinge a divenire testimoni sempre più
credibili dell'amore salvifico di Dio per i popoli dell'Asia.
Impegno verso il futuro
Siamo grati alla Chiesa italiana per aver preso l'iniziativa
di riunirci, rendendoci più coscienti di essere espressione
anche delle comunità ecclesiali che ci hanno inviato e
chiedendoci di divenire ponte di comunione tra realtà ecclesiali
distanti. Siamo chiamati ad essere come cardini tra stipite e
porta, tra Chiesa che manda e Chiesa che accoglie. Si potrà
così realizzare una vera cooperazione e comunione tra Chiese
per la missione universale.
La nostra presenza e attività di servizio in queste Chiese,
se da una parte permettono loro di conoscere e attingere dall'esperienza
originale della comunità cristiana che ci ha inviati, dall'altra
stimola la Chiesa particolare dalla quale siamo partiti alla cooperazione
missionaria, riscoprendo fondamentali valori evangelici.
Per realizzare tutto questo con pienezza e continuità,
poiché la Chiesa opera con una pluralità di soggetti,
è necessario creare e tenere aperte vie di informazione
e comunicazione attraverso parrocchie, diocesi, Istituti e gli
stessi uffici nazionali preposti al coordinamento dell'animazione
e dell'attività missionaria.
Sapere che due Chiese locali si incontrano sul cammino dell'evangelizzazione,
condividerne le speranza, sostenerne gli sforzi, arricchirsi vicendevolmente
tramite le meraviglie che Dio opera anche attraverso di noi, significa
realizzare quella osmosi di carità apostolica che rende
più vitali ed entusiaste le rispettive comunità.
E' il cammino che ci impegniamo ancora a voler percorrere, perché
quanto appena iniziato resti aperto a prospettive future.
Esserci ritrovati insieme e aver riflettuto come membri della
Chiesa italiana sulla attività di evangelizzazione in questa
regione del mondo e nel nostro Paese d'origine, sapere di essere
ponte di comunione tra comunità ecclesiali che ci hanno
inviato e accolto, sentirci chiamati a maturare tra di esse quanto
lo Spirito opera attraverso la nostra umile presenza e attività,
richiede approfondimenti e ulteriori sviluppi.
La nostra attività missionaria diventerà così
sempre più ecclesiale e, più che fatto personale
o d'Istituto, si realizzerà più coerentemente come
Missio Dei.
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