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Vaticano >> Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti
INCONTRO ORGANIZZATO DALL’ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE
“CARITÀ POLITICA”
(Roma, 26 febbraio 2009)

TEMA: EMIGRAZIONE E SPERANZA

Arcivescovo AGOSTINO MARCHETTO
Segretario del Pontificio Consiglio
della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti

1. Il contesto
La seconda Enciclica di Papa Benedetto XVI prende l’avvio dalle parole che San Paolo indirizza alla comunità cristiana di Roma “Spe salvi facti sumus” (Rm 8,24) – “nella speranza siamo stati salvati” – per spiegare che in tale espressione è racchiuso il senso della fede in Cristo e, quindi, anche della redenzione, proprio perché essa – la salvezza – è offerta nella speranza. Nell’Enciclica “Spe salvi” il Santo Padre attesta: “diciamolo ora in modo molto semplice: l’uomo ha bisogno di Dio, altrimenti resta privo di speranza” (Spe salvi, n. 23), “in questo senso è vero che chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr Ef 2,12). La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora ‘sino alla fine’, ‘fino al pieno compimento’” (ivi, n. 27). Dunque, dopo aver riflettuto sull’amore nella Deus caritas est, il Papa ha offerto ai credenti un nuovo spunto di riflessione sulla virtù teologale della speranza, che a sua volta è sorretta dalla fede e si realizza nella carità. Si attende pertanto che la trilogia si chiuda con una riflessione pontificia sulla Dottrina Sociale della Chiesa, con applicazione dei temi delle due prime Encicliche nella carità, in risposta alle odierne fondamentali questioni sociali del mondo. Fede, speranza e amore concreto, quindi, formano solida base perché tutti, cattolici e uomini di buona volontà, possano riconoscere ed affrontare i mali sociali di oggi, studiando sia le verità aperte a chiunque, in linea di principio, soprattutto quanto alla legge naturale, sia ricorrendo agli insegnamenti evangelici, alla divina Rivelazione e alla Tradizione ecclesiale.
In tale contesto, emigrazione e speranza formano per noi un binomio inscindibile: infatti non può esserci emigrazione senza la speranza e il desiderio di una vita migliore, di lasciarsi dietro la “disperazione” di un lavoro che non c’è e di un futuro impossibile da costruire. È la speranza che spinge i migranti a partire, a lasciare la propria terra e la propria famiglia. Ma, al tempo stesso, i viaggi sono animati dalla speranza del ritorno, dal momento che le fatiche e la difficile vita del migrante sembrano più facili da sopportare se, un giorno, si potrà tornare a casa.

2. Migrare e sperare
La speranza, così connessa alle migrazioni, è dunque un tema appropriato, ampio e articolato. Nella citata Enciclica, il Papa si domanda “che cosa possiamo sperare?” (Spe salvi, n. 24). E dopo una disanima sulla libertà dell’uomo, che deve essere sempre conquistata, giorno dopo giorno, egli afferma che “ogni generazione deve recare il proprio contributo per stabilire convincenti ordinamenti di libertà e di bene, che aiutino la generazione successiva come orientamento per l’uso corretto della libertà umana e diano così, sempre nei limiti umani, una certa garanzia anche per il futuro” (ivi, n. 25). Comunque “nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri: in ciò che penso, dico, faccio, opero. E viceversa la mia vita entra in quella degli altri: nel male come nel bene” (ivi, n. 48). La speranza cristiana dunque riguarda certo in modo personale ciascuno di noi, la salvezza eterna del nostro io e la sua vita in questo mondo, ma è anche speranza comunitaria, speranza per la Chiesa e per l’intera famiglia umana, è cioè “sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me. Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza? Allora avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale” (ivi, n. 48).
La sollecitudine pastorale della Chiesa verso i migranti, in effetti, ha questo compito e questa forza, vale a dire generare speranza e, a tal fine, ci sentiamo in piena sintonia con quanto afferma il Papa. L’attenzione a promuovere il mutuo interscambio, dunque, cerca di diffondere la speranza tra i migranti, anch’essi tanto bisognosi di “‘gesti’ che li facciano sentire accolti, riconosciuti e valorizzati come persone”, come si legge nella nostra Istruzione Erga migrantes caritas Christi, che offre orientamenti e direttive anche per la giusta instaurazione di un’auspicata “cultura dell’accoglienza” (EMCC, n. 39). Inoltre, quando il Papa parla di scambio generazionale si riferisce certamente anche ai migranti, che hanno estremo bisogno di tramandare, di generazione in generazione, la loro fede, la loro cultura, le loro tradizioni e la loro lingua.
A questo proposito vi sono tanti migranti che hanno un legittimo successo e vivono dignitosamente, giungendo a una giusta integrazione nell’ambiente d’accoglienza, ma vi sono, nel contempo, moltissimi migranti uomini e donne, bambini e anziani che vivono in condizioni di disagio, di marginalità e, talvolta, di sfruttamento e di privazione dei fondamentali diritti umani. Così non sorprende il collegamento tra amore e giustizia chiaramente affermato nell’Enciclica, assicurando che “dall’amore verso Dio consegue la partecipazione alla giustizia e alla bontà di Dio verso gli altri” (Spe salvi, n. 28). In sostanza, “il cammino dei migranti può diventare segno vivo di una vocazione eterna, impulso continuo a quella speranza che, additando un futuro oltre il mondo presente, ne sollecita la trasformazione nella carità e il superamento escatologico” (EMCC, n. 18; v. pure nn. 8, 14, 17, 34, 93, 97, 101 e 103).

3. Forte realismo nel Magistero della Chiesa
Storicamente la vita è stata sempre piena di problemi che toccano da vicino in modo particolare i migranti. Non a caso l’intuizione profetica di Pio XII, in tale ambito, si espresse, nel 1952, nella Costituzione Apostolica Exsul Familia, considerata la magna charta del pensiero della Chiesa sulle migrazioni, che a partire dallo sguardo sulla fuga della Santa Famiglia in Egitto, significa appunto come i flussi migratori, sia quelli recenti che quelli di vecchia data, trovano una radice di speranza proprio nella medesima vicenda che ha toccato anche Gesù, Maria e Giuseppe.
Dunque, emigrazione di ieri e di oggi, ma anche immagini contrastanti di una realtà complessa e variegata. Si emigra per fuggire dalla miseria nera, dalle persecuzioni religiose o politiche e dalla guerra o da un passato ingombrante. Ma si emigra anche per inseguire sogni e progetti, dove si mescolano desideri di felicità, libertà, amore, ricchezza, ecc. Tra fuga e inseguimento, in effetti, si toccano le corde della speranza nei fatti migratori, ieri come oggi. Un tempo l’emigrazione fu pure un fenomeno di massa, sviluppando fasi di crescita economica e di mobilitazione collettiva, e si partiva soprattutto per non tornare. Oggi, invece, accanto al perdurare di fughe di massa, si registrano in misura maggiore gli spostamenti dei singoli, talvolta accompagnati dalle rispettive famiglie. Pur tuttavia si tratta in genere di povera gente che parte carica di speranza, in cerca di fortuna, e va un po’ dovunque, talvolta disposta a cambiar vita, più spesso armata della volontà necessaria per lavorare sodo e accumulare quel tanto che serve per dare una nuova direzione alla vita.
Del resto, chi parte è generalmente disposto a tutto e, talora, tutto deve subire pur di non essere costretto a tornare fallito da un’avventura mal riuscita. In ogni caso, chi parte non è, in genere, il più povero o il più sprovveduto del “villaggio”, che non può permettersi di partire dal momento che non possiede le risorse economiche necessarie, non ha adeguate informazioni e spesso neppure sa immaginare un futuro diverso. Chi parte, invece, pur spinto da una condizione economica ed esistenziale precaria o insopportabile, è soprattutto chi è capace di concepire il sogno di una vita per lui libera e felice. Ecco, libertà e felicità sono le dimensioni fondanti della umana speranza migratoria, base delle promesse che, oggi, inseguono quasi trecento milioni di persone, a livello internazionale.
In effetti, è la speranza umana che illumina le vie dell’emigrazione e che rende possibile sopportare anni di fatica, lavori umilianti e condizioni di vita proibitive. Alcuni falliscono, ma altri riescono e ricostituiscono possibilità di vita per sé e per i propri figli, senza dimenticare che lo sviluppo e il benessere di molti Paesi, nel mondo, sono stati costruiti proprio da migranti capaci di avere speranze, di nutrirsi di sogni e di credere alle promesse. Così, essi hanno dato un notevole contributo sia ai Paesi d’origine che a quelli d’accoglienza: si compiono in tal modo anche le speranze delle Nazioni e non solo quelle individuali e familiari.
Ma veniamo alla speranza cristiana, che è “una speranza affidabile” (Spe salvi, n. 1). Con essa “noi possiamo affrontare il nostro presente: [poiché] il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (ivi, n.1). Occorre dunque mettere al centro la vita eterna, che non è una distrazione dal presente o – come ha insinuato il marxismo – un’alienazione. Al contrario essa è la meta, che stabilisce e dà valore al sentiero che bisogna percorrere. Nella Spe salvi, pertanto, il Papa ricorda come sia faticosa la ricerca di retti ordinamenti per le cose umane e come questo, lungi dall’essere risolto una volta per tutte, resta il compito inedito di ogni generazione. Nello stesso tempo, non si può misconoscere il desiderio del cuore dell’uomo così espresso: “desideriamo in qualche modo la vita stessa, quella vera, che non venga poi toccata neppure dalla morte” (ivi, n.12). Né può essere umiliata l’intuizione umana fondamentale, e cioè “che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti” (ivi, n.11). Non v’è dubbio, perciò, che Spe salvi costituisce un testo che si alza oltre il momento presente e guarda la storia, dichiara i suoi fallimenti, aiuta a liberarsi degli sbagli e dei falsi profeti e indica una pagina nuova nel libro della vita.

4. Lo sguardo all’orizzonte e la Dottrina Sociale della Chiesa
Ma il Papa, nella sua Enciclica, si chiede anche “che cosa non possiamo sperare?” (Spe salvi, n. 24). Nel contesto internazionale odierno forse è difficile sperare che l’incontro dei popoli, nel fenomeno migratorio, dia adito veramente a una famiglia umana, almeno fintanto che si erigeranno muri che separano i Paesi, dividono le genti e allontanano le persone. Tuttavia, non dovrebbe essere impossibile considerarci membri di una stessa grande famiglia, nell’ottica della speranza cristiana. A tale riguardo, il sociologo polacco Zygmunt Bauman ha sostenuto che “chiudere la porta non garantisce la sicurezza, e la storia l’ha dimostrato. L’unico modo per accrescere la sicurezza non è costruire muri, ma creare spazi aperti nei quali tutti possano dialogare e sentirsi partecipi dello stesso mondo”.
Ormai è dimostrato che i muri sono autentica illusione. Or non è moltissimo dichiaravo all’emittente “El Sol de México” e a “Radio Monitor” che “estos muros (fra Stati Uniti e Messico) me recuerdan otros muros de separación y discriminación y, por esta razón, suscitan en mi pena y preocupación. En el mundo tenemos que hacer puentes y no elevar barreras. Tampoco no pienso que los muros sean un medio justo y adecuado para protegerse – digamos así – de los migrantes irregulares”.
Dunque, non servono solo normative di controllo e di contenimento in campo migratorio, ma anche politiche di verità e di umanità, che tengano conto delle attese e delle speranze dei migranti, del diritto di emigrare, come riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nel 1948. Gli esperti più sensibili, in questo campo, ribadiscono che è necessario affrontare la sfida delle migrazioni con una strategia di ampio respiro, che non sia basata sulla paura dell’altro, ma sull’accoglienza, sulla “cultura dell’accoglienza”. È quindi quanto mai attuale l’insegnamento della Dottrina Sociale della Chiesa il quale, espresso nella Pacem in terris, nel Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Populorum progressio, nell’Erga migrantes caritas Christi e nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa – per fare alcune citazioni –, ribadisce che “la cura del bene comune impone di cogliere le nuove occasioni di ridistribuzione di ricchezza tra le diverse aree del pianeta, a vantaggio di quelle più sfavorite e finora rimaste escluse o ai margini del progresso sociale ed economico” , in modo che si distribuiscano più equamente le risorse della terra. Orbene, con i movimenti migratori, gli abitanti del pianeta si stanno ridistribuendo in funzione delle risorse disponibili, anche se occorre in primo luogo garantire un aiuto allo sviluppo dei Paesi di origine e transito dei migranti. E a questo punto vorrei ricordare che la Dottrina Sociale della Chiesa, nella visione di Giovanni Paolo II, è parte della morale cattolica, per cui non si può dire – come spesso si fa – : “io sono cattolico”, ma su questo punto io non sono d’accordo con la Chiesa, se si tratta di dottrina sociale ecclesiale. Si dovrebbe dire “io non sono cattolico in questo campo, in questo atteggiamento”.

5. L’impegno di tutti e di ciascuno
L’annuncio della speranza, nei contesti migratori, ci sospinge verso inediti orizzonti, confermati dalla Prima Lettera di Pietro, che “esorta i primi cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos – il senso e la ragione – della loro speranza (cfr 3,15), ‘speranza’ che è [qui] l’equivalente di ‘fede’” (Spe salvi, n. 2). E ricordiamo che “solo quando il futuro è certo come realtà positiva diventa vivibile anche il presente. Così possiamo ora dire: il cristianesimo non era soltanto una ‘buona notizia’ – una comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti. Nel nostro linguaggio si direbbe: il messaggio cristiano non era solo ‘informativo’, ma ‘performativo’. Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova” (ivi, n. 2). Vi è qui un punto centrale dell’Enciclica, che riassume la proposta del Papa, il quale ci invita a far penetrare la linfa vitale di Cristo nelle realtà del mondo affinché il cristianesimo, diventando “performativo”, possa arrivare a guarire il mondo. Alla luce di questo dono “la società presente viene riconosciuta dai cristiani come una società impropria; essi appartengono a una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata” (ivi, n. 4). Qui si conferma il carattere comunitario della speranza, poiché “la redenzione appare proprio come il ristabilimento dell’unità, in cui ci troviamo di nuovo insieme in un’unione che si delinea nella comunità mondiale dei credenti. (…) La visione della ‘vita beata’ orientata verso la comunità ha di mira, sì, qualcosa al di là del mondo presente, ma proprio così ha a che fare anche con la edificazione del mondo – in forme molto diverse, secondo il contesto storico e le possibilità da esso offerte o escluse” (ivi, nn. 14-15).
Proprio in forza di tale visione non possiamo piegarci alla tentazione di quella che Giovanni Paolo II chiamava “l’apostasia silenziosa da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse”, dell’uomo che non vede il dolore e la sofferenza altrui, soprattutto per noi nei drammi dell’emigrazione, e che non capisce che solo con il sollievo dalla sofferenza si costruisce futuro vero, degno di essere vissuto per tutti. La teologia, allora, incontra le scienze sociali sul terreno della prospettiva antropologica. Su questo punto, la Spe salvi delinea la continuità con il percorso conciliare nel quale si afferma che Dio, manifestando se stesso in Gesù, rivela non solo Dio all’uomo, ma anche l’uomo all’uomo (Gaudium et spes, n. 22). Nello stesso tempo, “la costante sollecitudine della Chiesa scopre nei migranti autentici valori e li considera una grande risorsa umana” (EMCC, n. 101). Emerge dunque anche il forte contenuto sociale della missione affidata alla Chiesa, vale a dire a tutti e ad ognuno di noi, con un impegno peculiare. Ci si apre così davanti un areopago complesso e multiforme da evangelizzare, non dimenticando che “i cristiani ‘appartengono ad una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata’” (Spe salvi, n. 4). Del resto, nel contesto della pastorale per i migranti, si conferma che “la solidarietà verso di loro, oltre che sostegno nella difficile condizione, costituisce anche una testimonianza di valori capaci di accendere la speranza in situazioni tanto tristi” (EMCC, n. 83). Da ciò consegue, in sostanza, che “la Chiesa è segno di speranza per un mondo che desidera ardentemente giustizia, libertà, verità e solidarietà, cioè pace e armonia” (ivi, n. 102).
In definitiva, il monito del Santo Padre – “un mondo senza Dio è un mondo senza speranza” (Spe salvi, n. 44) – deve guidare l’azione anche nel campo della sollecitudine pastorale per i migranti. Pertanto, le nostre comunità cristiane devono diventare grandi nell’amore che dà speranza e che va oltre le pur legittime speranze terrene, poiché queste ultime sono tali che, una volta raggiunte, vengono già superate e non riescono a permeare di quella gioia che può venire solo dall’Alto, dall’Eterno, come sottolinea il Papa. Soltanto così potremo iniziare il nostro cammino insieme alle altre culture e alle altre religioni per il bene dei singoli e delle Nazioni, camminando “come vedessimo l’invisibile” (Eb 11,27) verso il bene comune universale. In effetti, il mondo ha fame del messaggio di speranza che il Vangelo reca. Perfino nei Paesi altamente industrializzati molti scoprono che il successo economico e la tecnologia avanzata non sono sufficienti da soli alla realizzazione del cuore umano. Chi non conosce Dio “in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita” (ivi, n. 27).
6. Conclusione
Un ultimo pensiero nell’Enciclica è rivolto alla Madre di Dio, vera icona della speranza cristiana, che “può essere contemplata altresì come icona vivente della donna migrante . Ella dà alla luce suo Figlio lontano da casa (cfr. Lc 2,1 7) ed è costretta a fuggire in Egitto (cfr. Mt 2,13 14). La devozione popolare considera quindi giustamente Maria come Madonna del cammino” (EMCC, n. 15). Maria attendeva la redenzione dell’umanità e, per mezzo del suo “sì”, ha permesso anche a noi di gustare la realtà della speranza attesa da sempre. Ella ci insegna a sperare nella preghiera, nell’agire e nel soffrire, fin sotto la Croce del Figlio, confidando in quel Giudizio salvifico che alla fine l’ha portata nella comunione con il Padre: “in questo modo tu eri diventata Madre dei credenti - scrive il Papa -. In questa fede, che anche nel buio del Sabato Santo era certezza della speranza, sei andata incontro al mattino di Pasqua” (Spe salvi, n. 50).
Confortati da tale emblema di speranza, anche il peregrinare dei migranti e dell’intera umanità assume nuovi incoraggiamenti: “la vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla Sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata” (ivi, n. 49).


 
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