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PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA PASTORALE
PER I MIGRANTI E GLI ITINERANTI
III° Incontro Internazionale sulla Pastorale della Strada
(Città del Vaticano, 26-27 novembre 2007)
Primo Incontro Internazionale per la Pastorale dei senza fissa
dimora sul tema:
“In Cristo e con la Chiesa al servizio dei senza fissa
dimora”
DOCUMENTO FINALE
I. L’evento
Il III° Incontro Internazionale sulla Pastorale della Strada
ebbe luogo il 26-27 novembre 2007, nella sede del Pontificio Consiglio
della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Palazzo San Calisto,
Città del Vaticano.
Erano presenti quattro Vescovi, molti Direttori Nazionali o Rappresentanti
di Conferenze Episcopali ed esperti, provenienti da ventotto Paesi,
tra cui Argentina, Australia, Belgio, Bolivia, Bosnia-Erzegovina,
Brasile, Burundi, Canada, Cile, Cina, Corea, Egitto, Eritrea, Francia,
Germania, Giappone, India, Inghilterra, Irlanda, Italia, Paesi Bassi,
Portogallo, Repubblica Slovacca, Romania, Stati Uniti d’America,
Sud Africa, Taiwan e Zimbabwe. Tra gli ordini religiosi erano presenti
Cappuccini, Missionarie della Carità, Piccole Sorelle di
Gesù e Missionarie Comboniane. Era altresì rappresentato
il Sovrano Ordine di Malta, il SECAM e il CCEE. Vi erano pure presenti
associazioni e movimenti, tra cui “Aux Captifs la Liberation”,
FEANTSA, FIO, la Comunità Giovanni XXIII e quella di Sant’Egidio,
la Società di San Vincenzo de’ Paoli e SELAVIP.
Il Presidente del Pontificio Consiglio, Sua Eminenza il Cardinale
Renato Raffaele Martino, accolse e salutò i partecipanti.
Egli fece notare che la presenza di un numero tanto considerevole
di persone da varie parti del mondo già era attestazione
che ci si confrontava con un fenomeno di portata globale. Inoltre,
rilevò che la realtà dei senza fissa dimora non era
affatto nuova. Fin dalle origini, con la cacciata dei nostri progenitori
dal giardino dell’Eden, uomini e donne sono andati errando
sulle strade del mondo. In effetti, fin da tempi remoti i Cristiani
si sono sforzati di rispondere, con sollecitudine pastorale, alle
sventure dei poveri e dei senza tetto. L’Em.mo Presidente
enucleò una serie di indicatori nella vita della Chiesa,
dal Magistero ordinario a varie direttive, che hanno guidato i Cristiani
nella loro cura pastorale dei senza fissa dimora. Infine, egli attinse
forza dal messaggio proposto dal Santo Padre Benedetto XVI nella
Lettera Enciclica “Deus caritas est”. Qui - egli sottolineò
-, sebbene il vangelo non offra immediate soluzioni ai problemi,
dovremmo comunque lasciarci guidare dal desiderio di amare il prossimo
e di scorgere in esso il volto stesso di Cristo. Pertanto, il servizio
ai senza fissa dimora “diventa una profonda rivelazione dell’amore
di Dio per l’umanità”.
Di seguito, l’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del
Dicastero, pronunciò il discorso programmatico, con titolo
“Signore, quando ti abbiamo visto…?” (Mt 25,44).
Esso focalizzò sia il tono che la sfida dell’incontro,
rinviando al comando del Signore di saper riconoscere sempre il
volto di Cristo nei più poveri ed emarginati. L’Ecc.mo
Segretario anzitutto chiarì che quando si parla dei senza
fissa dimora, di fatto ci si confronta con la mancata tutela di
diritti umani fondamentali. Egli poi non si limitò soltanto
a descrivere la realtà di questo fenomeno globale, ma disse
che esso si manifesta in molte differenti sfaccettature. Nonostante
tali diversità, la mancanza di una fissa dimora quasi sempre
riduce le persone all’infima spirale della carenza sanitaria,
della povertà e dell’emarginazione. Per tale ragione,
le necessità dei senza fissa dimora fanno appello ad una
chiara risposta sia umana che ecclesiale, da ricercarsi non soltanto
nel provvedere a soddisfare i loro bisogni fondamentali, ma anche
nel tutelare la loro dignità come persone. Allo stesso modo,
la Chiesa deve sviluppare una specifica attività pastorale,
che sappia guardare la persona in quanto tale, al di là delle
sue necessità, dal momento che davvero essa è fatta
ad immagine e somiglianza di Dio. Questa è la sfida rivolta
alle comunità cristiane: diventare luoghi di accoglienza,
dove non solo si riceve il Signore stesso nelle persone senza fissa
dimora, ma vi è pure un reciproco accompagnamento nel processo
di loro restaurazione e re-integrazione.
Sempre nella prima giornata vi fu occasione per i partecipanti non
solo di presentarsi a vicenda, ma anche di scambiare qualche opinione
sulle rispettive esperienze di apostolato. Queste confermarono l’importante
contributo che già è in atto nell’ambito della
cura pastorale dei senza fissa dimora, così come la straordinaria
diversità delle situazioni in cui ciascuno si trova a vivere
e ad operare.
Nell’arco delle due giornate, i congressisti si divisero in
diversi gruppi linguistici, al fine di condividere esperienze di
buone realizzazioni, metodologie, successi e fallimenti nella cura
pastorale dei senza fissa dimora. Nella seconda giornata, i gruppi
approfondirono le caratteristiche che dovrebbero costituire il fondamento
della risposta ecclesiale. Ad essi furono poste alcune domande per
facilitare riflessione e dialogo.
Il principale impegno della seconda giornata fu l’ascolto
del lungo intervento del Professor Mario Pollo della LUMSA e dell’Università
Salesiana di Roma. Egli tracciò un quadro panoramico complessivo
del fenomeno dei senza fissa dimora e delle conseguenti varie risposte
pastorali, desunte da un’indagine condotta in precedenza dal
Pontificio Consiglio tra i diversi partecipanti.
Il pomeriggio del secondo giorno fu dedicato alla Tavola Rotonda
sul tema: “L’impegno umano e la cura pastorale dei senza
tetto”. La Baronessa Martine Jonet del Sovrano Ordine di Malta,
il Sig. Roger Playwin, Direttore Nazionale della Società
di San Vincenzo de’ Paoli, negli Stati Uniti d’America,
don Barnabe d’Souza, Direttore del ricovero “Don Bosco”,
in India, il Sig. Kristian Gianfreda della Comunità di Papa
Giovanni XXIII e Suor Maria Cristina Bove Roletti, Coordinatrice
Nazionale della Pastorale della Strada del Brasile, misero a confronto
le loro esperienze di situazioni particolari dei rispettivi Paesi
e delle loro organizzazioni, “scoprendo” i principi
che dovrebbero guidare l’attività pastorale in parola
e le nuove sue strategie. In special modo, essi sottolinearono non
soltanto l’importanza di prendersi cura dei senza fissa dimora,
ma anche di manifestare il valore e la dignità delle loro
esistenze individuali.
La parte conclusiva dell’Incontro fu riservata alla presentazione
dei lavori di gruppo e alla formulazione di conclusioni e raccomandazioni.
Il Congresso terminò con l’espressione del vivo desiderio
di continuare il dialogo e lo scambio fraterno di esperienze nel
campo della cura pastorale per i senza fissa dimora.
II. Conclusioni
1. A motivo della sua condizione, la persona senza fissa dimora
ha una singolarità e una unicità irripetibile. In
una società che legge i rapporti sociali in funzione di tornaconti
economici, la Chiesa si assume la missione di restituire il valore
della gratuità, della relazione nel suo senso più
profondo.
2. Nel nostro contesto storico e sociale vi sono alcuni che, di
proposito, identificano il povero con colui che è incorso
in un’esperienza fallimentare, sia nell’ordine della
natura umana che degli umani bisogni. Ne risulta che la povertà
è ritenuta l’esito di una vita senza valori e, di conseguenza,
una colpa. Pertanto la povertà è vista come una situazione
dalla quale è quasi impossibile emanciparsi. La sua durata
è un segno in grado di stigmatizzare per sempre l’esistenza
umana.
3. Il destino di una persona senza fissa dimora è ulteriormente
“segnato” se si considera la sua situazione una “scelta”.
Chi mai sceglierebbe una vita di espedienti o un’esistenza
contrassegnata dall’instabilità per sé e per
la propria famiglia? Malgrado ciò, la ricerca della giustizia
prende avvio dal riconoscimento del povero, nella convinzione che
definirlo con un nome errato significa aggiungere ingiustizia a
ingiustizia.
4. Di solito siamo messi a confronto con l’idea secondo la
quale colui che non ha fissa dimora sia una persona “diversa”.
Pare che la povertà sia un problema che riguarda altri. In
realtà non vi è differenza, poiché viviamo
in una “società a rischio”, nella quale nessuno
può essere sicuro di non diventare povero.
5. In ognuno dei cinque continenti l’esempio e la dedizione
delle comunità cristiane nei confronti degli “ultimi
tra gli ultimi” sono un segno visibile dell’amore di
Dio per la persona umana, ovunque essa viva, in qualunque situazione
esistenziale si trovi. Ciò è ancor più visibile
nelle attività specifiche che si promuovono, anche se vengono
adottate differenti metodologie e le scelte organizzative sono condizionate
dai luoghi nei quali si concretizza l’attività pastorale.
Comunque vari valori fondamentali caratterizzano ciò che
si realizza e costituiscono il suo sfondo teleologico.
6. Fra tutti i valori ha particolare importanza la dimensione relazionale.
Se si accetta la definizione del senza fissa dimora come: “un
soggetto che versa in condizioni di povertà materiale e non
materiale, portatore di un disagio complesso, dinamico e multiforme”,
reso palese appunto nel suo essere senza fissa dimora, si consta
che la dimensione della carenza relazionale è elemento che
può circoscrivere e provocare una vita di povertà.
Partendo da ciò va tracciato un itinerario verso una maggiore
fiducia, una vita vera e significativa, nella quale ogni altra persona
può essere considerata un amico, ed è possibile pure
in posti dove non vi sono “strutture”, come la strada.
Essa può essere quindi un luogo pedagogico, ma anche pastorale,
per raggiungere una promozione umana, un cambiamento.
7. A tal fine la Chiesa, la comunità locale, opera nel territorio,
sollecita verso le necessità emergenti e offre appoggio per
individuare soluzioni. In questo itinerario le persone senza fissa
dimora sono inserite in un percorso di riconciliazione, così
come ne sono coinvolti anche coloro che risiedono in un determinato
territorio. Questo processo di riconciliazione reclama necessariamente
una complementarietà esistenziale. Solo mediante le relazioni,
infatti, la persona umana può scoprire e riconoscere se stessa.
8. I cambiamenti politici e i fenomeni sociali in continua trasformazione
esigono un’azione profetica da parte delle Chiese locali.
Attualmente costatiamo che esse sono costantemente impegnate nella
tutela della vita, mediante le loro scelte e la testimonianza che
l’amore per Cristo è una sorgente di guarigione dalle
ferite dell’indifferenza.
9. Alcuni elementi essenziali orientano una “migliore attività
pastorale” tra i senza fissa dimora che implica condivisione.
Farsi partecipi di un comune destino è frutto di relazioni
profonde nelle quali è purificato lo sguardo sul povero.
Una tale visione purificata conferma la convinzione che vi sono
persone capaci di portare nel loro cuore il destino degli altri,
e nel contempo attesta – mediante l’impegno degli agenti
pastorali – che Dio ama hic et nunc (qui e adesso).
10. Credere nell’importanza delle relazioni, porre la dimensione
della promozione umana accanto a quella del soccorso materiale,
essere operatori pedagogici e considerare che la via da percorrere,
per evitare gravi forme di emarginazione, sia innovativa in fondo,
implica pensare, proporre e credere in un’azione pastorale
globale.
11. I senza fissa dimora rappresentano comunque una sfida per l’intera
società, che è chiamata alla corresponsabilità
nella promozione di un approccio appassionato al problema. Si tratta
di capire la situazione più che di trovare una spiegazione,
che potrebbe degenerare in classificazione impropria. Si tratta
di considerare la persona non come un oggetto, a cui destinare interventi
stabiliti a priori. Ciò richiede un progetto d’intervento
che non stigmatizzi ma sia in una logica di vera inclusione. Ciò
nonostante, l’accoglienza rimane limitata, fragile, insufficiente,
ma va nutrita da un impegno deliberato e costante. Spontaneismo,
frammentazione e remore sono da contrastare con approccio integrale,
durevole e sostenibile.
12. La conseguente sensibilizzazione – nel contesto di un
processo ermeneutico – è la via mediante la quale si
pensa e si progetta un futuro diverso, nel quale la dignità
è riscoperta (e non soltanto restituita). Proprio per il
fatto che ogni persona custodisce in se stessa il suo essere unico
e irripetibile, in quanto figlio di Dio, essenziale è rispettare
il tempo necessario per la crescita e per il cambiamento. Ciò
è vero altresì per la comunità ecclesiale coinvolta
nella sollecitudine per il prossimo.
13. In ogni rapporto di natura pastorale bisogna esseri “veri”.
Vivere la verità nell’esercizio della carità
dovrebbe costituire il fondamento di ogni eventuale attività.
E tale verità esige una dimostrazione della sua gratuità,
della sua origine e delle sue ragioni di fondo. Possiamo dire che
il paradigma di una Chiesa che è vicina ai suoi figli, malgrado
essi siano spesso lontani da “casa”, dovrebbe consistere
nel suo “essere sale e luce”.
14. Procurare una “casa” è quindi la missione
intrinseca di ogni attività pastorale nel campo in parola.
Non si tratta semplicemente di offrire un riparo, quanto piuttosto
un luogo in cui le persone possano essere se stesse in pienezza
e con dignità. È cioè un posto dove si può
costruire la propria dimora relazionale e sviluppare ogni dimensione
dell’esistenza, compresa quella spirituale.
15. Il numero delle persone senza fissa dimora tende ad aumentare
sia nei Paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo,
nelle grandi città e nelle zone rurali, tra cittadini residenti
e immigrati, compresi uomini, donne di ogni età e bambini.
16. La Chiesa, mediante le sue molte istituzioni, si è impegnata
a soccorrere i senza fissa dimora grazie a mense, ricoveri, corsi
di formazione professionale e collocamento, advocacy, fornendo tirocini
per l’assunzione dell’impiego lavorativo come parte
del processo di integrazione nella comunità e garantendo
assistenza pastorale.
17. V’è qui spazio per l’ordinaria, territoriale,
pastorale della Chiesa, ma anche per quella specifica, che dev’essere
olistica, multidimensionale, spirituale, sociale e relazionale.
18. La cura pastorale dovrebbe essere intesa in senso ampio in quanto
risposta alle necessità materiali e spirituali.
19. Il ministero dell’ospitalità, soprattutto nei confronti
degli emarginati, è altresì parte integrante della
vita parrocchiale. Quando nella comunità vengono meno il
povero e il senza fissa dimora, la Chiesa non è “completa”.
C’è poi un chiaro collegamento tra le opere della carità
e le esigenze della giustizia.
III. Raccomandazioni
Per la società
1. Dal momento che la realtà socio-economica è complessa
e fare opere di giustizia significa vivere la giustizia, è
necessario operare nella complessità evitando la frammentazione.
Inoltre la perdita dei valori destabilizza la convivenza sociale
così che le Chiese locali dovrebbero presentare una prospettiva
assiologica che riconduca l’uomo all’uomo.
2. Per raggiungere questi obiettivi è importante formare
una “rete” locale, nella quale siano riconosciute le
responsabilità e le competenze, con preferenza data alla
programmazione piuttosto che all’intervento in situazioni
di emergenza. Si promuovano perciò incontri di coordinamento
intra-ecclesiale ed extra-ecclesiale per definire obiettivi comuni.
Ci sia altresì reciproca comprensione dei linguaggi usati
per analizzare e affrontare i bisogni dei senza fissa dimora. Anche
in tal modo si svilupperà una loro cura pastorale purificata
da stereotipi, “pre-giudizi” e divisioni ideologiche.
3. Pur essendovi organizzazioni o gruppi che si sentono di occuparsi
dei senza fissa dimora, è opportuno riconsegnare le rispettive
responsabilità alle autorità civili, centrali e locali.
4. Si promuovano lavoro e abitazione anche nella prospettiva dei
diritti fondamentali. Fra questi vi è pure quello alla salute,
intesa non solo come assenza di patologie, bensì quale possibilità
di accesso al benessere esistenziale.
5. È quindi opportuno che in ogni azione pastorale per i
senza fissa dimora – come l’accoglienza abitativa, il
lavoro, le cure psicologiche, l’accompagnamento educativo,
ecc. – si assumano i limiti della persona, per quanto possibile,
allo scopo di evitare il fallimento. Ciò significa che bisogna
avere obiettivi possibili e raggiungibili.
6. Parlando di persone che vivono senza dimora fissa si sviluppino
nuove e rispettose espressioni linguistiche per indicarli.
7. Senza giudicare le persone, le attività di loro servizio
siano mirate alla promozione della qualità della vita e a
soluzioni a lunga scadenza, proposte con rispetto, prendendo in
considerazione la Dottrina sociale della Chiesa sulla dignità
della persona umana. Inoltre tali interventi devono tendere alla
trasformazione totale.
Per la Chiesa
8. L’impegno ecclesiale a favore dei senza fissa dimora sia
basato sulla verità fondamentale che in essi si rende presente
il Cristo sofferente e risorto. Seguendo l’esempio di Cristo,
è necessario ascoltarli, dare spazio alla fiducia e creare
relazioni. A tal fine, la Chiesa vada loro incontro sulla strada,
in positivo coinvolgimento.
9. In vista di offrire un servizio migliore ai senza fissa dimora,
è necessario promuovere la collaborazione tra istituzioni
ecclesiali, mettendo fine alla tendenza di operare da soli, talvolta
con spirito di competizione. Si incoraggi altresì un’appropriata
cooperazione con le autorità civili, con altre denominazioni
religiose e con istituzioni non confessionali che condividono le
medesime preoccupazioni e finalità. Pure le iniziative ecumeniche
siano attivamente incoraggiate.
10. Le persone senza fissa dimora ricevano uno stimolo a partecipare
alla vita sociale ed ecclesiale, nella misura del possibile. I programmi
a loro favore tengano conto delle loro rispettive esperienze, convinzioni,
culture e necessità, coinvolgendo le persone nella loro opera
di recupero ed evitando di creare dipendenze.
11. Le persone siano avvicinate come soggetti unici, riconoscendo
in esse l’immagine e la somiglianza di Dio, e chiamando ciascuno
per nome.
12. Nonostante le difficoltà dell’ambiente in cui si
opera, bisognerà percorrere con convinzione i sentieri della
giustizia, ribadendo la specificità della missione della
Chiesa.
13. Pertanto è necessario ed opportuno conoscere questa realtà
sia attraverso lo studio sia attraverso l’accoglienza, come
risultato della relazione. I poveri sono parte della comunità
ecclesiale e come tali devono essere accolti al pari delle famiglie
in difficoltà, delle vedove, ecc. Ogni persona ha la sua
storia e problemi specifici che vanno conosciuti e affrontati. I
senza fissa dimora devono essere considerati portatori di diritti
e non considerati soltanto come un catalogo di necessità
da soddisfare.
14. Le persone senza fissa dimora siano messe in condizione di potersi
esprimere nella Chiesa e negli eventi pubblici. Ciò può
avvenire anche nella dimensione tipica del teatro o degli altri
mezzi di comunicazione.
15. Si coinvolgano gli studenti, nei diversi livelli formativi,
affinché apprendano ciò che è sotteso nella
situazione dei senza fissa dimora e siano in grado di aiutare, nella
misura appropriata al loro livello.
16. Nelle parrocchie si promuovano buone relazioni familiari e comunitarie,
in modo che siano individuati i bisogni emergenti in loco e si provveda
ad un’azione preventiva, capace di arginare l’insorgere
del fenomeno dei senza fissa dimora.
17. I documenti ecclesiali vanno utilizzati come una risorsa per
offrire un ministero efficace.
18. Siano messe a disposizione adeguate misure di finanziamento
per permettere ai laici di offrire il proprio apporto alla cura
pastorale delle persone senza fissa dimora.
Per le Conferenze Episcopali e corrispondenti Strutture Gerarchiche
delle Chiese Orientali Cattoliche
19. Le Conferenze Episcopali e le corrispondenti Strutture Gerarchiche
delle Chiese Orientali Cattoliche facciano opera di advocacy per
i diritti alla casa e allo sviluppo, nello spirito della Populorum
Progressio. Una buona attività di advocacy deriva da informazioni
affidabili. I Vescovi locali possono ottenere conoscenza dell’argomento
in questione dalle proprie associazioni e da altre, operanti nelle
loro diocesi/eparchie.
20. Un cammino di forte impegno implica l’attivazione delle
Conferenze Episcopali e delle corrispondenti Strutture Gerarchiche
delle Chiese Orientali Cattoliche, l’ausilio della Santa Sede,
l’illuminazione del Magistero pontificio.
21. In tale contesto, le Conferenze Episcopali e le corrispondenti
Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche propongano
orientamenti per l’opera di finanziamento, al fine di sostenere
le attività specifiche a sostegno delle persone senza fissa
dimora, progettare un futuro diverso, aiutare coloro che già
operano per i poveri (spesso anch’essi in condizioni di povertà).
22. La Sacra Liturgia potrebbe esprimere tale sollecitudine mediante
segni liturgici che manifestino la centralità dei poveri
nel cuore di Dio. Una giornata di preghiera per sovvenire alle povertà
estreme (magari il 17 ottobre, giornata mondiale contro la povertà),
potrebbe contribuire in questo senso.
Per le Diocesi/Eparchie
23. Beni ecclesiali inutilizzati (edifici) potrebbero essere messi
a disposizione per abitazioni economiche e ospizi. Le Diocesi/Eparchie
considerino l’opportunità di predisporre un progetto
per l’abitazione dei senza fissa dimora come segno concreto
di questo primo Incontro internazionale, se già non ne hanno
approntato uno.
24. Seminaristi, religiosi e operatori pastorali ricevano elementi
di formazione sulla dottrina sociale della Chiesa e sulla cura pastorale
dei poveri e degli emarginati.
25. Si incoraggi una maggior presenza del Diaconato permanente nel
servizio ai poveri e ai senza fissa dimora.
26. Sia stimolata una miglior interconnessione nell’attività
dei religiosi e delle religiose e delle associazioni che vantano
una lunga tradizione di servizio sociale.
Per le parrocchie e le comunità
27. Le parrocchie siano “comunità di accoglienza”.
Si favorisca la costituzione di “comitati sociali” per
promuovere e mettere a fuoco le opere di misericordia corporale.
28. Omelie e forme di catechesi siano attente a trattare le sventure
dei senza fissa dimora e le conseguenti risposte cristiane.
29. Per essere comunità di accoglienza, quella cristiana
metta da parte i pregiudizi, operando un’azione di riconoscimento.
In tal senso non esistono poveri che sono prerogativa esclusiva
per l’azione di qualcuno. Ad ogni modo, è sempre la
comunità che se ne deve fare carico, quand’anche si
tratti di un’azione di riconsegna della responsabilità.
In un determinato territorio, una comunità è accogliente
quando individua il bisogno e offre risposte flessibili, che rifuggono
dalla “burocratizzazione”. Pertanto le comunità
ecclesiali possono assumersi il rischio di vivere una carità
profetica.
30. È opportuno che al proprio interno le comunità
ecclesiali riconoscano la presenza di competenze da mettere a disposizione.
Tali competenze siano accompagnate da una proposta formativa capace
di fornire elementi che risultano utili per la comprensione della
realtà.
31. Nelle parrocchie è quindi possibile promuovere “opere
che siano segni”, per affermare profezia, interesse e impegno
della comunità cristiana per i senza fissa dimora. In particolare,
a livello locale, è opportuno cogliere i sintomi della sofferenza
e, ancor prima, quelli del disagio. Quest’ultimo si può
prevenire quando si dà ampio spazio all’ascolto di
ciò che la persona sta vivendo e sperimentando.
32. Tutte le parrocchie e gli altri gruppi ecclesiali accettino
il mandato evangelico di accogliere i forestieri e, tra loro, di
prendersi cura nel miglior modo possibile del bisognoso e di chi
è senza tetto. I sacerdoti e i direttori spirituali siano
prontamente disponibili nei confronti dei senza fissa dimora, soprattutto
nelle situazioni critiche della loro vita e in occasioni di lutto.
33. La comunità locale, la Chiesa, il popolo di Dio sono
chiamati a credere nel futuro delle persone anche senza fissa dimora.
Ciò può avvenire mediante la costante comunicazione,
nelle forme e nei tempi opportuni. Ogni occasione intesa a “dare
voce a chi non ha voce” (si veda l’esperienza dei cosiddetti
giornali di strada) è una possibilità in grado di
cambiare la percezione che le persone senza dimora fissa hanno di
se stesse, ma anche la considerazione e la comprensione della società
nei loro confronti. Tutto ciò è un passo nell’accrescimento
della fiducia in sé e nella vita.
Per il Pontificio Consiglio
34. Il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli
Itineranti, con l’aiuto dei partecipanti, stenda una lista
delle organizzazioni che operano con i senza fissa dimora, così
che sia facilitato lo scambio dei “modelli” e siano
resi più semplici la comunicazione e il coordinamento.
35. Il Pontificio Consiglio dedichi altresì ogni anno una
settimana alla sensibilizzazione sulle necessità pastorali
delle persone senza fissa dimora, in concomitanza magari con le
giornate internazionali loro dedicate.
36. Il presente Incontro non dovrebbe essere il primo e l’ultimo;
è importante che vi sia un seguito. |