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INFANZIA VIOLATA

Centroamerica, crescere sulla strada
Per gentile concessione della rivista "popoli" della Compagnia di Gesù

Il fenomeno delle bande giovanili

Sete di giustizia in una società violenta

Da diversi decenni l'ombra di una tipologia particolare di gruppi giovanili si allunga sui quartieri marginali delle grandi città latinoamericane. I nomi usati da stampa, polizia e opinione pubblica sono i più vari: banda, gallada, clika, parche, ecc. In Centroamerica si parla soprattutto di pandilla o di mara. La loro immagine è fortemente influenzata dai media, che in genere dipingono i componenti come mostri infernali, delinquenti contro cui si può usare solo la mano pesante. Si tratta, secondo l'opinione comune, di soggetti che basano la propria vita su violenza, furti, droghe. Ma questa visione in bianco e nero ha poco a che vedere con la realtà. Per superare i pregiudizi bisogna conoscere le dinamiche interne ai gruppi, i motivi per cui un giovane vi entra.

 SCHEDE
Guatemala: alleanza contro la miseria - Quando la strada è maestra
Nicaragua: le zie del mercato
El Salvador: dalle immondizie alla microimpresa
Honduras: per un barattolo di colla

Genesi di un fenomeno
In Centroamerica, a partire dagli anni '60, le bande composte da adolescenti e giovani si diffondono insieme al proliferare dei quartieri periferici, conseguenza di uno sviluppo che distrugge il tradizionale modello agricolo senza fornire in cambio nuove opportunità di vita dignitosa. Le pandilla possono allora essere intese come una risposta delle giovani generazioni a una situazione insopportabile e come una sfida a una società che nega loro partecipazione e futuro.
Fino agli anni '80 si tratta di formazioni con una vita breve e con strutture informali: ragazzi che si incontrano agli angoli delle vie per divertirsi insieme, dopo il lavoro o la scuola, e che a volte avanzano proteste e rivendicazioni alle autorità locali; oppure bambini e adolescenti che vivono sulla strada, praticando furti o elemosine. Non vi è però, in genere, identificazione con un determinato territorio, né i diversi gruppi entrano in conflitto tra loro. Si verificano invece scontri con la polizia, la quale spesso ricorre all'eliminazione fisica, specie dove dominano regimi militari.
Le vere e proprie pandilla hanno invece nuove modalità di azione e organizzazione. Sono gruppi più numerosi, generalmente di 40-50 persone, ma a volte si arriva a 100 e più. Vi entrano adolescenti e giovani che vivono tutti in un determinato quartiere e si identificano con esso. La difesa del territorio diventa così uno degli elementi centrali. Al centro della mara o pandilla vi è quella che i ragazzi chiamano la "vida loca" (vita folle, sregolata), fatta di emozioni forti: la sensazione che si prova nel battersi con la banda rivale o con la polizia, il gusto del rischio nel compiere azioni illegali. Ma ciò che i ragazzi trovano è anche un senso di appartenenza.

La vita nella banda
La maggior parte dei pandillero ruba e consuma alcol e droghe. Tuttavia, queste attività - che la stampa e i politici dipingono come tipiche delle bande - non sono una loro caratteristica esclusiva. Inoltre, se è vero che le droghe sono parte della vita quotidiana delle pandilla, esse non sono il motivo principale che li unisce. E per quanto riguarda le rapine, raramente esse vengono messe in atto dal gruppo nel suo insieme. Le attività svolte insieme sono piuttosto le risse con bande rivali. L'abilità e il coraggio dimostrati sono infatti decisivi per il riconoscimento sociale da parte dei membri del gruppo.
L'ambito di riferimento è la strada, il quartiere in cui il pandillero è cresciuto. È per difendere questo territorio che egli lotta. Secondo José Luis Rocha, della Uca di Managua, "la reazione del pandillero in un mondo in cui egli non è nulla è attaccare, dominare il barrio, sottomettere poiché egli è sottomesso, marcare un territorio poiché egli vive nello sradicamento, associarsi a un gruppo che dà identità poiché egli ne è carente". Per molti ragazzi, in sostanza, le bande sono una rete sociale che conferisce autostima, relativa sicurezza economica e solidarietà. La convivenza nella pandilla crea infatti una storia comune, uno scambio di conoscenze e permette ai ragazzi di trovare amicizia. La fiducia più grande è riposta nei "fratelli" del gruppo, non nei familiari.
In tutte le bande esiste una specie di codice d'onore. Esso è inteso come una risposta alla ipocrisia dimostrata dagli adulti e alla corruzione della società. Non a caso, quasi nessun pandillero si lascia "comprare" dalla polizia. Ogni gruppo ha propri rituali, regole di funzionamento, scala gerarchica (ma i capi sono riconosciuti solo nella misura in cui favoriscono gli interessi di tutto il gruppo). Il rituale di ammissione dice se il ragazzo ha i requisiti per far parte del gruppo: coraggio, forza fisica, abilità, ecc. La mara Salvatrucha 13, per esempio, sceglie solo coloro che sono in grado di difendersi per almeno 13 secondi dalle violenze dei componenti del gruppo. La Morazán chiede ai neofiti di riuscire a tenere testa al capo in una lotta con coltelli. Per le ragazze (che mediamente rappresentano circa un terzo dei componenti) i rituali spesso prevedono anche lo stupro di gruppo. Va sottolineato, peraltro, che in genere la figura femminile è molto meno discriminata di quanto generalmente avviene nelle società latinoamericane. Anche dal punto di vista del linguaggio, infine, pandilla e mara creano il proprio mondo: termini che solo i membri possono intendere, gesti, tatuaggi, murales.

Alle radici del problema
La violenza psichica e gli scontri armati hanno un ruolo centrale. Però, sebbene molti pandilleros commettano atti illegali, sarebbe semplicistico considerarli solo parte di una subcultura criminale. Questi gruppi devono intendersi piuttosto come una variante della "cultura della sopravvivenza" dei poveri e un riflesso della violenza praticata in tutto il continente. L'aumento della violenza in America Latina - documentata da numerose statistiche - ha le sue origini nella crescente disuguaglianza sociale, che genera disperazione e rabbia. Le politiche economiche neoliberiste sono esse stesse una forma di violenza strutturale. Gli obiettivi proposti - accumulare denaro, fare fortuna, acquistare beni di lusso - sono difficilmente raggiungibili, se non sacrificando i legami sociali, le relazioni familiari, le amicizie.
Bambini, adolescenti e giovani vivono tutto questo molto prima di entrare, eventualmente, in una banda. Decina di migliaia di loro vivono l'esperienza quotidiana di vedere i propri genitori (soprattutto i padri) frustrati, violenti e incattiviti; in molte famiglie l'alcol trionfa come unico rimedio alla disperazione. In più, essi sperimentano giorno per giorno l'ingiustizia a scuola, cercando lavoro, ecc. Così, quando un giovane si unisce a una banda, nella maggior parte dei casi vive questo gesto come una vendetta contro un mondo ingiusto in cui lui non ha possibilità di trovare posto. Per questo è così difficile convincere questi ragazzi a uscire dal gruppo. Oggi però, seppure molto lentamente, inizia a diffondersi la consapevolezza che i ragazzi di strada rimangono ricettivi verso proposte alternative; a patto che li si prenda sul serio, considerandoli persone dotate di una loro identità e dignità.

Manfred Liebel
Technische Universität, Berlino, esperto in problemi dell'infanzia e della gioventù

 
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