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Il fenomeno delle bande giovanili
Sete di giustizia in una società violenta
Da diversi decenni l'ombra di una tipologia particolare di gruppi
giovanili si allunga sui quartieri marginali delle grandi città
latinoamericane. I nomi usati da stampa, polizia e opinione pubblica
sono i più vari: banda, gallada, clika, parche, ecc. In
Centroamerica si parla soprattutto di pandilla o di mara. La loro
immagine è fortemente influenzata dai media, che in genere
dipingono i componenti come mostri infernali, delinquenti contro
cui si può usare solo la mano pesante. Si tratta, secondo
l'opinione comune, di soggetti che basano la propria vita su violenza,
furti, droghe. Ma questa visione in bianco e nero ha poco a che
vedere con la realtà. Per superare i pregiudizi bisogna
conoscere le dinamiche interne ai gruppi, i motivi per cui un
giovane vi entra.
Genesi di un fenomeno
In Centroamerica, a partire dagli anni '60, le bande composte
da adolescenti e giovani si diffondono insieme al proliferare
dei quartieri periferici, conseguenza di uno sviluppo che distrugge
il tradizionale modello agricolo senza fornire in cambio nuove
opportunità di vita dignitosa. Le pandilla possono allora
essere intese come una risposta delle giovani generazioni a una
situazione insopportabile e come una sfida a una società
che nega loro partecipazione e futuro.
Fino agli anni '80 si tratta di formazioni con una vita breve
e con strutture informali: ragazzi che si incontrano agli angoli
delle vie per divertirsi insieme, dopo il lavoro o la scuola,
e che a volte avanzano proteste e rivendicazioni alle autorità
locali; oppure bambini e adolescenti che vivono sulla strada,
praticando furti o elemosine. Non vi è però, in
genere, identificazione con un determinato territorio, né
i diversi gruppi entrano in conflitto tra loro. Si verificano
invece scontri con la polizia, la quale spesso ricorre all'eliminazione
fisica, specie dove dominano regimi militari.
Le vere e proprie pandilla hanno invece nuove modalità
di azione e organizzazione. Sono gruppi più numerosi, generalmente
di 40-50 persone, ma a volte si arriva a 100 e più. Vi
entrano adolescenti e giovani che vivono tutti in un determinato
quartiere e si identificano con esso. La difesa del territorio
diventa così uno degli elementi centrali. Al centro della
mara o pandilla vi è quella che i ragazzi chiamano la "vida
loca" (vita folle, sregolata), fatta di emozioni forti: la
sensazione che si prova nel battersi con la banda rivale o con
la polizia, il gusto del rischio nel compiere azioni illegali.
Ma ciò che i ragazzi trovano è anche un senso di
appartenenza.
La vita nella banda
La maggior parte dei pandillero ruba e consuma alcol e droghe.
Tuttavia, queste attività - che la stampa e i politici
dipingono come tipiche delle bande - non sono una loro caratteristica
esclusiva. Inoltre, se è vero che le droghe sono parte
della vita quotidiana delle pandilla, esse non sono il motivo
principale che li unisce. E per quanto riguarda le rapine, raramente
esse vengono messe in atto dal gruppo nel suo insieme. Le attività
svolte insieme sono piuttosto le risse con bande rivali. L'abilità
e il coraggio dimostrati sono infatti decisivi per il riconoscimento
sociale da parte dei membri del gruppo.
L'ambito di riferimento è la strada, il quartiere in cui
il pandillero è cresciuto. È per difendere questo
territorio che egli lotta. Secondo José Luis Rocha, della
Uca di Managua, "la reazione del pandillero in un mondo in
cui egli non è nulla è attaccare, dominare il barrio,
sottomettere poiché egli è sottomesso, marcare un
territorio poiché egli vive nello sradicamento, associarsi
a un gruppo che dà identità poiché egli ne
è carente". Per molti ragazzi, in sostanza, le bande
sono una rete sociale che conferisce autostima, relativa sicurezza
economica e solidarietà. La convivenza nella pandilla crea
infatti una storia comune, uno scambio di conoscenze e permette
ai ragazzi di trovare amicizia. La fiducia più grande è
riposta nei "fratelli" del gruppo, non nei familiari.
In tutte le bande esiste una specie di codice d'onore. Esso è
inteso come una risposta alla ipocrisia dimostrata dagli adulti
e alla corruzione della società. Non a caso, quasi nessun
pandillero si lascia "comprare" dalla polizia. Ogni
gruppo ha propri rituali, regole di funzionamento, scala gerarchica
(ma i capi sono riconosciuti solo nella misura in cui favoriscono
gli interessi di tutto il gruppo). Il rituale di ammissione dice
se il ragazzo ha i requisiti per far parte del gruppo: coraggio,
forza fisica, abilità, ecc. La mara Salvatrucha 13, per
esempio, sceglie solo coloro che sono in grado di difendersi per
almeno 13 secondi dalle violenze dei componenti del gruppo. La
Morazán chiede ai neofiti di riuscire a tenere testa al
capo in una lotta con coltelli. Per le ragazze (che mediamente
rappresentano circa un terzo dei componenti) i rituali spesso
prevedono anche lo stupro di gruppo. Va sottolineato, peraltro,
che in genere la figura femminile è molto meno discriminata
di quanto generalmente avviene nelle società latinoamericane.
Anche dal punto di vista del linguaggio, infine, pandilla e mara
creano il proprio mondo: termini che solo i membri possono intendere,
gesti, tatuaggi, murales.
Alle radici del problema
La violenza psichica e gli scontri armati hanno un ruolo centrale.
Però, sebbene molti pandilleros commettano atti illegali,
sarebbe semplicistico considerarli solo parte di una subcultura
criminale. Questi gruppi devono intendersi piuttosto come una
variante della "cultura della sopravvivenza" dei poveri
e un riflesso della violenza praticata in tutto il continente.
L'aumento della violenza in America Latina - documentata da numerose
statistiche - ha le sue origini nella crescente disuguaglianza
sociale, che genera disperazione e rabbia. Le politiche economiche
neoliberiste sono esse stesse una forma di violenza strutturale.
Gli obiettivi proposti - accumulare denaro, fare fortuna, acquistare
beni di lusso - sono difficilmente raggiungibili, se non sacrificando
i legami sociali, le relazioni familiari, le amicizie.
Bambini, adolescenti e giovani vivono tutto questo molto prima
di entrare, eventualmente, in una banda. Decina di migliaia di
loro vivono l'esperienza quotidiana di vedere i propri genitori
(soprattutto i padri) frustrati, violenti e incattiviti; in molte
famiglie l'alcol trionfa come unico rimedio alla disperazione.
In più, essi sperimentano giorno per giorno l'ingiustizia
a scuola, cercando lavoro, ecc. Così, quando un giovane
si unisce a una banda, nella maggior parte dei casi vive questo
gesto come una vendetta contro un mondo ingiusto in cui lui non
ha possibilità di trovare posto. Per questo è così
difficile convincere questi ragazzi a uscire dal gruppo. Oggi
però, seppure molto lentamente, inizia a diffondersi la
consapevolezza che i ragazzi di strada rimangono ricettivi verso
proposte alternative; a patto che li si prenda sul serio, considerandoli
persone dotate di una loro identità e dignità.
Manfred Liebel
Technische Universität, Berlino, esperto in problemi dell'infanzia
e della gioventù
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