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VACCINO TAT: LE CARATTERISTICHE
Il vaccino studiato dal gruppo del Laboratorio di Virologia dell’Istituto
Superiore di Sanità diretto dalla Dott.ssa Barbara Ensoli
è basato sull’utilizzazione della proteina Tat, una
proteina regolatoria dell’HIV-1, prodotta subito dopo l’entrata
del virus nella cellula, e fondamentale per la replicazione del
virus e per la progressione verso la malattia. Studi sperimentali
nel modello animale hanno dimostrato che la somministrazione di
questa proteina non ha effetti tossici e induce una risposta immunitaria
completa, cioè sia anticorpale che cellulare, in grado
di bloccare la replicazione del virus e di conseguenza lo sviluppo
della malattia.
Il ruolo chiave della proteina Tat è stato confermato
attraverso il monitoraggio di oltre cento pazienti sieropositivi,
in cui è stato osservato che la piccola percentuale di
coloro i quali avevano sviluppato naturalmente una risposta immune
contro la proteina Tat tendeva a rimanere in uno stadio asintomatico
o a progredire più lentamente nell’evoluzione della
malattia.
Il vaccino basato sulla Tat è sostanzialmente diverso
dagli altri vaccini anti-HIV. Infatti, la stragrande maggioranza
degli altri vaccini sperimentati, e risultati purtroppo inefficaci,
ha avuto come bersaglio le proteine strutturali che costituiscono
l’involucro esterno del virus, con lo scopo di indurre un’immunità
sterilizzante, cioè in grado di evitare l’infezione.
Il nuovo vaccino invece non previene l’infezione dei linfociti
T (cellule bersaglio dell’HIV), ma è in grado di
controllare precocemente la replicazione del virus con il duplice
risultato di contenere la replicazione virale e bloccare la progressione
verso la malattia. La riduzione così ottenuta della carica
virale permetterebbe inoltre di diminuire la trasmissione a livello
di popolazione. Da notare che, al contrario dei vaccini basati
sulle proteine strutturali, il vaccino Tat non induce sieropositività,
cioè gli individui vaccinati non risulteranno positivi
ai test comunemente usati per la diagnostica dell’infezione
da HIV.
Un’altra caratteristica importante di questo vaccino è
che la proteina Tat è conservata, cioè essenzialmente
la stessa, nei differenti sottotipi virali presenti nelle diverse
zone del mondo, e pertanto può funzionare in tutte le popolazioni.
Ciò costituisce un considerevole vantaggio rispetto agli
altri approcci vaccinali, che sono fortemente limitati dall’estrema
variabilità delle proteine dell’involucro virale.
Ciò significa, dunque, che il vaccino basato sulla proteina
Tat può essere somministrato sia nei Paesi sviluppati che
in quelli in via di sviluppo (Africa, Asia), dove è in
atto l’emergenza epidemica più importante e dove
un vaccino in grado di controllare la replicazione del virus e
quindi la trasmissione, può rappresentare una risposta
efficace di sanità pubblica a un problema che in quei Paesi
assume dimensioni drammatiche.
I PASSI DELLA SPERIMENTAZIONE DEL VACCINO TAT
Lo studio di coorte
La risposta immune contro la proteina Tat è davvero in
grado di proteggere dall’HIV, controllando l’infezione
e la progressione verso l’AIDS? Per rispondere a questa
domanda, cruciale per lo sviluppo del vaccino in questione, i
ricercatori dell’ISS hanno condotto vari studi tra cui uno
studio di coorte su oltre cento pazienti sieropositivi, di cui
era nota tutta la storia clinica: dalla data di sieroconversione
al momento della progressione verso l’AIDS. Il risultato
è stato incoraggiante, in quanto è stato dimostrato
che negli individui in cui, a seguito dell’infezione virale
si era sviluppata una risposta immune alla proteina, si osservava
un rischio di progressione della malattia molto minore rispetto
agli individui privi di essa. Ciò ha indicato che la presenza
di anticorpi contro la proteina Tat rappresenta un marcatore di
controllo della malattia e ha suggerito che un vaccino basato
sulla Tat può essere in grado di controllare l’infezione
e bloccare la progressione verso la malattia.
Gli studi preclinici
Si è quindi passati alla fase preclinica, ovvero agli
studi sul modello animale allo scopo di poter verificare l’innocuità,
l’immunogenicità e l’efficacia del vaccino,
ossia tutte quelle valutazioni necessarie all’avvio di una
sperimentazione sull’essere umano. I ricercatori hanno innanzitutto
appurato nei roditori (topi e porcellini d’India) che la
somministrazione del prodotto non inducesse effetti tossici. A
questo riguardo sono state effettuate valutazioni sia di tossicità
acuta che di tossicità cronica (dopo una singola somministrazione
e dopo somministrazioni ripetute del vaccino), utilizzando differenti
concentrazioni e vie di somministrazione. Il vaccino è
risultato innocuo su tutti i roditori utilizzati: su quelli “immuno-competenti”,
in grado, cioè, di reagire e di sviluppare la risposta
immune, come pure, e questa è la cosa più importante,
su quelli “nudi”, animali particolarmente vulnerabili
perché selezionati geneticamente allo scopo di ottenere
un sistema immunitario gravemente compromesso o praticamente inesistente.
Non sono state osservate reazioni tossiche neanche in presenza
di concentrazioni della proteina molto elevate in relazione al
peso dell’animale. Successivamente sono stati eseguiti,
sempre sui roditori, i test di immunogenicità, per verificare
cioè la capacità del vaccino di indurre in vivo
la produzione di anticorpi e di cellule specifiche contro la proteina
Tat. Anche in questo caso i risultati sono stati soddisfacenti.
Dai roditori si è quindi passati alla scimmia, un modello
animale più vicino all’uomo, sulla quale, oltre all’innocuità
e all’immunogenicità, è stata testata anche
l’efficacia del vaccino. Non essendo possibile infettare
con il virus HIV la scimmia, i ricercatori hanno utilizzato una
chimera, ovvero un virus misto, fatto da parti di HIV e parti
di SIV (Simian Immunodeficiency Virus, la variante del virus che
infetta le scimmie) ottenendo in questo modo un modello di studio
sovrapponibile a quello umano. Le scimmie, 12 in tutto, sono state
sottoposte a una serie di vaccinazioni ripetute (9-10) sia con
la proteina Tat, che con il DNA codificante per la proteina, tenendo,
nel frattempo, sotto controllo i parametri clinici, ematologici
e biochimici. Nelle scimmie, come nei topi, il vaccino si è
dimostrato innocuo e in grado di indurre una risposta immune specifica.
Successivamente le scimmie vaccinate (e anche scimmie non vaccinate
utilizzate come controllo) sono state infettate sperimentalmente.
Cinque delle sette scimmie a cui era stato somministrato il vaccino
basato sulla proteina Tat e quattro delle cinque scimmie vaccinate
con il DNA codificante per la Tat sono risultate protette. Il
gruppo di controllo, rappresentato da quattro scimmie non vaccinate
e inoculate con le stesse concentrazioni di virus, ha garantito
che il sistema fosse affidabile: tutte queste scimmie, infatti,
si sono infettate e hanno progredito verso la malattia. Complessivamente,
quindi, nove scimmie su 12 sono risultate protette, non hanno
sviluppato la malattia e non hanno evidenziato alcun segno d’infezione
attiva né in termini di viremia plasmatica né di
diminuizione delle cellule CD4 (i linfociti T helper che sono
il vero bersaglio dell’HIV). La presenza di DNA virale,
un segno dell’avvenuto contatto con il virus, è stata
rilevata solo nei primi tempi dopo l’inoculazione del virus.
Le stesse scimmie sono state seguite e controllate per due anni
e durante questo periodo non hanno mostrato alcun segno di replicazione
virale né di malattia, e hanno mantenuto la risposta immune
alla proteina Tat.
HIV, un virus particolare
Il virus dell’HIV è un retrovirus, il suo materiale
genetico cioè è costituito da RNA, anziché
da DNA; nell’HIV, quindi, le informazioni genetiche percorrono
un cammino “inverso”: l’RNA viene quindi copiato
in DNA attraverso l’enzima detto trascrittasi inversa. Questo
fa sì che il virus per infettare una cellula debba non
solo entrarvi come avviene per altri virus, ma debba anche, sfruttando
tutti i processi di sintesi biochimica propri della cellula, produrre
una copia di DNA, detto DNA provirale. E’ in questa forma
che il virus si integra nella cellula ospite, infettandola. Nelle
scimmie, la presenza iniziale di questo DNA provirale ha confermato
che il virus fosse entrato in contatto con le cellule del sangue
e ha dimostrato, come previsto, che il vaccino non aveva impedito
l’infezione, bensì aveva controllato la replicazione
virale iniziale bloccandone la diffusione nell’organismo,
dando luogo a una cosiddetta “infezione abortiva”,
cioè incapace di dare malattia. E poiché la trasmissione
del virus dall’individuo infetto a quello sano è
correlata alla quantità di virus nel sangue e negli altri
liquidi biologici (la “carica virale”) dell’individuo
infettato, ne segue che la trasmissione dell’infezione diventi
molto più difficile. (25/11/2003 Agenzia Fides)
VACCINI, UN PO’ DI STORIA
La prima generazione di vaccini, sviluppata tra il 1987 e il
2000, si è principalmente basata sull’utilizzo delle
proteine strutturali del virus, che costituiscono il suo involucro
(Env) e che sono responsabili dell’adesione del virus alla
cellula bersaglio (il linfocita T CD4+). Lo scopo di questi vaccini
era di indurre la produzione di anticorpi specifici contro l'HIV
che si legassero all’involucro virale impedendone l’adesione
ai linfociti (neutralizzazione). Tuttavia, tali vaccini non si
sono dimostrati in grado di indurre anticorpi efficaci nel neutralizzare
isolati virali provenienti direttamente dal sangue dei pazienti,
né, recentemente, di prevenire l’infezione dell’uomo
da parte dello stesso virus.
Tra il 1995 e il 2000 la comunità scientifica ha cominciato
a sviluppare vaccini di seconda generazione, capaci di indurre
non solo produzione di anticorpi specifici, ma anche risposte
di tipo cellulare (linfociti T citotossici) che si sono dimostrate
importanti per il contenimento della replicazione virale. Allo
stesso tempo è iniziato lo sviluppo di vaccini basati sulle
proteine regolatorie (Tat, Rev, Nef) del virus, fondamentali per
la sua replicazione e maturazione. A questo gruppo appartiene
il vaccino anti-Tat.
Un ulteriore avanzamento nella ricerca di un vaccino contro l’AIDS
è rappresentato dagli approcci più recenti (2000-2003),
attualmente in sperimentazione nel modello animale, che prevedono
la combinazione di antigeni strutturali e di antigeni regolatori.
Tali vaccini di combinazione dovrebbero essere più efficaci
perché stimolerebbero sia l’immunità contro
le proteine regolatorie che quella contro le proteine strutturali,
aggredendo il virus da più parti e con più mezzi
(risposta immunitaria umorale e cellulare). Infine, questi vaccini
potrebbero essere in grado di indurre quell’immunizzazione
sterilizzante che fin’ora non è stato possibile ottenere,
cioè impedire completamente l’infezione dell’individuo
vaccinato.
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