| “Asia-Bangladesh:
il Vangelo costruisce una nuova umanità tra i dannati della
terra.” L’esperienza nella pastorale sanitaria dei Missionari
del PIME
Padre Gian Battista Zanchi, superiore generale del PIME, e Padre
Piero Parolari, attuale padre spirituale del Pime di Roma, sono
stati impegnati a lungo in Bangladesh, uno dei quattro grandi paesi
musulmani (86%) del mondo con l’Indonesia, il Pakistan e l’India,
e dove i cristiani di tutte le denominazioni sono solo lo 0,3% della
popolazione totale di cui i due terzi cattolici (circa 300 mila).
Di seguito una sintesi del loro lavoro:
“Nonostante il numero dei cristiani nel paese sia scarso,
la loro presenza è ben affermata, specialmente per ciò
che riguarda il contributo ai programmi educativi e di assistenza
sanitaria. I cristiani hanno partecipato alle lotte per l’indipendenza
del paese nel 1971 ed hanno lavorato per la costruzione della nazione.
A partire da quel momento, le diverse Chiese cristiane, sia quella
cattolica che protestante, sono state coinvolte nei programmi di
sviluppo sociale del paese. Ora questo impegno è portato
avanti da numerose ONG (Organizzazioni non governative) fondate
(CORR - Caritas BD) o finanziate dalla Chiesa. Ad ogni modo, gli
istituti educativi e le iniziative assistenziali delle Chiese cristiane,
hanno avuto soprattutto il merito di rendere la presenza cristiana
più visibile.
Il primo incontro con il Bangladesh può suscitare anche tanta
paura. Una paura che permette di vedere solo miseria, sporcizia,
sofferenza; una paura che spinge a chiudere le finestre dell’anima
per mettersi al riparo da qualsiasi tipo di coinvolgimento e da
mille domande spesso senza risposta; perché tutto questo?
Come si può vivere così? Cosa è possibile fare?
Come inserirsi in un mondo cosi diverso? Poi a poco a poco si impara
a vedere anche altre cose: si incomincia a scorgere un paese che
non è solo sofferenza e miseria, ma anche tremenda ed irresistibile
voglia di vivere; è possibile scoprire uno smisurato ed insospettato
coraggio nella gente, una gigantesca forza morale nell’affrontare
pericoli, difficoltà e problemi inimmaginabili: alluvioni,
cicloni, carestie, epidemie.. Una continua lotta per la sopravvivenza,
nonostante i limiti imposti dalla povertà, per tentare con
ogni mezzo di salvarsi, di non lasciarsi sopraffare da una disgraziata
e disperata situazione che sembra senza via di uscita e può
per questo far paura. E’ a questo punto che si può
osservare il Bangladesh sotto una nuova luce. E ci si sorprende
a guardare gli occhi bellissimi dei bambini, i loro sorrisi, la
loro allegria. Ci si può meravigliare per i colori vivaci
dei sari femminili nei giorni di festa, per la fantasia di colori
stupendi dei vari e splendidi fiori, degli uccelli del Bangladesh.
E si possono guardare con ammirazione anche i contadini che, sotto
il sole cocente, arano un piccolo fazzoletto di terra, il campo
di riso per il sostentamento della famiglia con un paio di buoi
piccoli e macilenti e l’aratro di legno.
Per i missionari del PIME, come per gli altri missionari, non è
solo una terra di dati statistici allarmanti, ma è il paese
che li ospita e in cui prestano servizio. Forse non osano dire che
è diventato il loro paese, ma certamente si sentono coinvolti
nella vita della gente, specialmente in quella dei più poveri
ed abbandonati.
Tra i tanti problemi che sollecitavano e richiedevano un pronto
e adeguato intervento è apparso ai miei occhi, allora, l’urgenza
di un intervento nel campo sanitario. In Bangladesh migliaia di
ammalati muoiono ogni anno per mancanza di adeguato e tempestivo
trattamento medico. Questo è particolarmente vero per i malati
che provengono dalle zone rurali più remote i quali non possono
permettersi di pagare il costo delle cure mediche. Le esistenti
strutture sanitarie non permettono assolutamente un adeguato trattamento
medico per questa gente. Che cosa fare concretamente?
Come primo passo mi sono affiancato ad un progetto già costituito,
il Centro di Accoglienza per Malati (CAM) fondato nel 1974 da Sr.
Silvia Gallina, (Suore di Maria Bambina) proprio allo scopo di provvedere
il necessario trattamento per gli ammalati poveri provenienti dalle
zone rurali.
Il fine principale del CAM è quello di testimoniare l’amore
e la compassione di Dio verso tutti, a partire dagli ammalati e
dai poveri. Attraverso il servizio motivato dalla compassione verso
i malati, a prescindere dalla casta, dalla razza, dalla chiesa o
dal gruppo religioso a cui appartengono, il centro intende, ancora
oggi, in un autentico “dialogo di vita” con tutti, testimoniare
il vangelo.
Come secondo passo nasce l’idea dell’ampliamento del
progetto, Era il 1985, vengo assegnato dal vescovo al sottocentro
di Chalapara-Kungrani, dove vivono alcune famiglie cristiane, in
mezzo a mussulmani, indù e tribali non cristiani. Come attività
specifica, oltre a garantire la cura pastorale e sacramentale alla
piccola comunità cristiana riservo un’attenzione speciale
ai malati per mezzo di un piccolo dispensario e insegnando alla
gente nozioni di medicina preventiva. Onde evitare il rischio di
essere tacciato come uno straniero furbo che svolge questa attività
di assistenza e cura dei malati per “convertirli”, ho
frequentato un corso di preparazione organizzato da una ONG. Al
termine del corso venne rilasciato un certificato riconosciuto dal
governo bengalese, che autorizzava l’esercizio di girare di
villaggio in villaggio per insegnare le nozioni elementari di igiene,
di nutrizione, malattie intestinali, la cura dei neonati.
Nel 1986 la Provvidenza mi da un dono. Padre Piero Parolari, confratello
e medico, terminato lo studio della lingua, viene destinato al Centro
di Accoglienza per Malati di Rajshahi, città universitaria
con ospedali governativi discreti. Allora ero Direttore del Centro
e così ho invitato Padre Piero a trascorrere con me sei mesi
nella zona rurale e paludosa di Chalapara. Tra i problemi di salute
della gente povera dei villaggi scopriamo che c’è un
bisogno particolare, scopriamo che ci sono tanti malati di tubercolosi.
Inoltre proprio allora il governo bengalese chiedeva una collaborazione
delle ONG per far fronte a questa malattia che stava diffondendosi
rapidamente, soprattutto per la mancanza di igiene. Secondo uno
studio del 1974 fatto da esperti della Organizzazione Mondiale della
Sanità la tubercolosi è da considerare un’emergenza
per il Bangladesh. Secondo le loro stime, ci sarebbero circa 450
mila malati di TBC infettiva (circa lo 0,5 della popolazione del
BD) e circa un milione di persone malati di TBC nelle forme sia
polmonare che extrapolmonare. Sempre secondo i dati forniti, ogni
anno circa 100 mila persone contrarrebbero la malattia e ogni anno
circa 90 mila persone morirebbero di TBC. In risposta a questo bisogno
maturiamo un progetto di aiuto per questi ammalati su due fronti:
il controllo di aree rurali della tubercolosi in collaborazione
con il governo e la costruzione a fianco del CAM di una sezione
di Accoglienza per i malati di tubercolosi. Informiamo il Vescovo
del nostro desiderio e del nostro progetto. In un paese musulmano,
dove l’annuncio diretto è estremamente difficile, prendersi
cura del povero e del malato diventa per la Chiesa locale un modo
di fare evangelizzazione, diventa annuncio e testimonianza del Vangelo.
Il principio ispiratore adottato dal Centro nel suo atteggiamento
verso i malati lo possiamo sintetizzare cosi; “dal curare
i pazienti (cioè il non trattarli semplicemente come casi
clinici) al prendersi cura/farsi carico delle loro persone”.
Il Centro accoglie i malati 24 ore al giorno. In generale, il malato
di TBC è povero, è un lavoratore a giornata, a volte
non è in grado di esprimersi correttamente in bengalese.
Non va inoltre dimenticato che la TBC è una malattia cronica
e debilitante: essa è molto spesso fonte di problemi familiari;
i malati hanno solitamente speso molto (a volte si sono addirittura
indebitati) per farsi curare, il più delle volte senza alcun
risultato; spesso si tratta di gente sprovveduta, facilmente ingannabile...
Quando arrivano al Centro, a causa del lungo viaggio o per non aver
mangiato, i malati sono molto stanchi, se non addirittura esausti.
Accoglierli significa prima di tutto ascoltarli attentamente (anche
per raccogliere una buona anamnesi): significa essere comprensivi
e pronti a prendersi cura di loro; significa rassicurare i familiari;
dare loro un letto per riposare, un piatto di riso, creare un ambiente
sereno e tranquillo. Poi il Centro riferisce i malati agli ospedali,
alle cliniche e ai laboratori privati e pubblici. Questo è
anche un modo per coinvolgere e rendere la gente responsabile per
la cura dei malati di TBC.
Al personale che lavora al centro chiediamo di essere presente e
vigile, e di costruire rapporti cordiali e basati sulla fiducia
con i pazienti (anche per motivarli ad assumere regolarmente i medicinali).
Un altro fattore importante di cura sono le visite di parenti ed
amici ai malati. A volte può succedere di trovarci nella
situazione di combattere al posto del malato che non trova più
ragioni adeguate per continuare a lottare. II periodo di permanenza
per i malati è dai due ai tre mesi (fase intensiva della
terapia). Estendere la permanenza del malato al centro dipende in
gran parte dalla sua situazione familiare. Mancanza o scarsità
di cibo, disastri naturali nella zona dove vive, problemi familiari
possono compromettere la fase di continuazione della terapia. In
questi casi la permanenza del malato al Centro è protratta.
Infine, il malato che è dimesso deve essere seguito con cura
e attenzione. Così dovrebbe essere dal momento dell’incontro
del malato con la suora o il paramedico al dispensano periferico,
sino al termine della cura (questo significa, ad esempio prendersi
cura della madre tubercolotica che ha un bambino piccolo, farsi
carico della famiglia, quando non c’è cibo a sufficienza,
ecc.). Al personale che lavora al Centro chiediamo fortemente di
farsi carico del malato.
Ecco, in Bangladesh la comunità cristiana può comunicare
il Vangelo prendendosi cura della persona ammalata senza distinzione
di Credo religioso, di razza di casta. Prendersi cura è molto
di più che curare, guarire o restituire la salute. Prendersi
cura per noi vuol dire coltivare un insieme di atteggiamenti che
rivelano alla persona che si accompagna la vicinanza e la bontà
di Dio; quindi accoglienza semplice e pronta, attenzione premurosa
e discreta, uno stile di gratuità, di semplicità,
di cordialità, ricco di calore umano amichevole, fraterno,
fatto di ascolto, di amabilità, di disponibilità.
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