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  XIII Giornata Mondiale del Malato 2005

“Asia-Bangladesh: il Vangelo costruisce una nuova umanità tra i dannati della terra.” L’esperienza nella pastorale sanitaria dei Missionari del PIME

Padre Gian Battista Zanchi, superiore generale del PIME, e Padre Piero Parolari, attuale padre spirituale del Pime di Roma, sono stati impegnati a lungo in Bangladesh, uno dei quattro grandi paesi musulmani (86%) del mondo con l’Indonesia, il Pakistan e l’India, e dove i cristiani di tutte le denominazioni sono solo lo 0,3% della popolazione totale di cui i due terzi cattolici (circa 300 mila). Di seguito una sintesi del loro lavoro:
“Nonostante il numero dei cristiani nel paese sia scarso, la loro presenza è ben affermata, specialmente per ciò che riguarda il contributo ai programmi educativi e di assistenza sanitaria. I cristiani hanno partecipato alle lotte per l’indipendenza del paese nel 1971 ed hanno lavorato per la costruzione della nazione. A partire da quel momento, le diverse Chiese cristiane, sia quella cattolica che protestante, sono state coinvolte nei programmi di sviluppo sociale del paese. Ora questo impegno è portato avanti da numerose ONG (Organizzazioni non governative) fondate (CORR - Caritas BD) o finanziate dalla Chiesa. Ad ogni modo, gli istituti educativi e le iniziative assistenziali delle Chiese cristiane, hanno avuto soprattutto il merito di rendere la presenza cristiana più visibile.
Il primo incontro con il Bangladesh può suscitare anche tanta paura. Una paura che permette di vedere solo miseria, sporcizia, sofferenza; una paura che spinge a chiudere le finestre dell’anima per mettersi al riparo da qualsiasi tipo di coinvolgimento e da mille domande spesso senza risposta; perché tutto questo? Come si può vivere così? Cosa è possibile fare? Come inserirsi in un mondo cosi diverso? Poi a poco a poco si impara a vedere anche altre cose: si incomincia a scorgere un paese che non è solo sofferenza e miseria, ma anche tremenda ed irresistibile voglia di vivere; è possibile scoprire uno smisurato ed insospettato coraggio nella gente, una gigantesca forza morale nell’affrontare pericoli, difficoltà e problemi inimmaginabili: alluvioni, cicloni, carestie, epidemie.. Una continua lotta per la sopravvivenza, nonostante i limiti imposti dalla povertà, per tentare con ogni mezzo di salvarsi, di non lasciarsi sopraffare da una disgraziata e disperata situazione che sembra senza via di uscita e può per questo far paura. E’ a questo punto che si può osservare il Bangladesh sotto una nuova luce. E ci si sorprende a guardare gli occhi bellissimi dei bambini, i loro sorrisi, la loro allegria. Ci si può meravigliare per i colori vivaci dei sari femminili nei giorni di festa, per la fantasia di colori stupendi dei vari e splendidi fiori, degli uccelli del Bangladesh. E si possono guardare con ammirazione anche i contadini che, sotto il sole cocente, arano un piccolo fazzoletto di terra, il campo di riso per il sostentamento della famiglia con un paio di buoi piccoli e macilenti e l’aratro di legno.
Per i missionari del PIME, come per gli altri missionari, non è solo una terra di dati statistici allarmanti, ma è il paese che li ospita e in cui prestano servizio. Forse non osano dire che è diventato il loro paese, ma certamente si sentono coinvolti nella vita della gente, specialmente in quella dei più poveri ed abbandonati.
Tra i tanti problemi che sollecitavano e richiedevano un pronto e adeguato intervento è apparso ai miei occhi, allora, l’urgenza di un intervento nel campo sanitario. In Bangladesh migliaia di ammalati muoiono ogni anno per mancanza di adeguato e tempestivo trattamento medico. Questo è particolarmente vero per i malati che provengono dalle zone rurali più remote i quali non possono permettersi di pagare il costo delle cure mediche. Le esistenti strutture sanitarie non permettono assolutamente un adeguato trattamento medico per questa gente. Che cosa fare concretamente?
Come primo passo mi sono affiancato ad un progetto già costituito, il Centro di Accoglienza per Malati (CAM) fondato nel 1974 da Sr. Silvia Gallina, (Suore di Maria Bambina) proprio allo scopo di provvedere il necessario trattamento per gli ammalati poveri provenienti dalle zone rurali.
Il fine principale del CAM è quello di testimoniare l’amore e la compassione di Dio verso tutti, a partire dagli ammalati e dai poveri. Attraverso il servizio motivato dalla compassione verso i malati, a prescindere dalla casta, dalla razza, dalla chiesa o dal gruppo religioso a cui appartengono, il centro intende, ancora oggi, in un autentico “dialogo di vita” con tutti, testimoniare il vangelo.
Come secondo passo nasce l’idea dell’ampliamento del progetto, Era il 1985, vengo assegnato dal vescovo al sottocentro di Chalapara-Kungrani, dove vivono alcune famiglie cristiane, in mezzo a mussulmani, indù e tribali non cristiani. Come attività specifica, oltre a garantire la cura pastorale e sacramentale alla piccola comunità cristiana riservo un’attenzione speciale ai malati per mezzo di un piccolo dispensario e insegnando alla gente nozioni di medicina preventiva. Onde evitare il rischio di essere tacciato come uno straniero furbo che svolge questa attività di assistenza e cura dei malati per “convertirli”, ho frequentato un corso di preparazione organizzato da una ONG. Al termine del corso venne rilasciato un certificato riconosciuto dal governo bengalese, che autorizzava l’esercizio di girare di villaggio in villaggio per insegnare le nozioni elementari di igiene, di nutrizione, malattie intestinali, la cura dei neonati.
Nel 1986 la Provvidenza mi da un dono. Padre Piero Parolari, confratello e medico, terminato lo studio della lingua, viene destinato al Centro di Accoglienza per Malati di Rajshahi, città universitaria con ospedali governativi discreti. Allora ero Direttore del Centro e così ho invitato Padre Piero a trascorrere con me sei mesi nella zona rurale e paludosa di Chalapara. Tra i problemi di salute della gente povera dei villaggi scopriamo che c’è un bisogno particolare, scopriamo che ci sono tanti malati di tubercolosi. Inoltre proprio allora il governo bengalese chiedeva una collaborazione delle ONG per far fronte a questa malattia che stava diffondendosi rapidamente, soprattutto per la mancanza di igiene. Secondo uno studio del 1974 fatto da esperti della Organizzazione Mondiale della Sanità la tubercolosi è da considerare un’emergenza per il Bangladesh. Secondo le loro stime, ci sarebbero circa 450 mila malati di TBC infettiva (circa lo 0,5 della popolazione del BD) e circa un milione di persone malati di TBC nelle forme sia polmonare che extrapolmonare. Sempre secondo i dati forniti, ogni anno circa 100 mila persone contrarrebbero la malattia e ogni anno circa 90 mila persone morirebbero di TBC. In risposta a questo bisogno maturiamo un progetto di aiuto per questi ammalati su due fronti: il controllo di aree rurali della tubercolosi in collaborazione con il governo e la costruzione a fianco del CAM di una sezione di Accoglienza per i malati di tubercolosi. Informiamo il Vescovo del nostro desiderio e del nostro progetto. In un paese musulmano, dove l’annuncio diretto è estremamente difficile, prendersi cura del povero e del malato diventa per la Chiesa locale un modo di fare evangelizzazione, diventa annuncio e testimonianza del Vangelo.
Il principio ispiratore adottato dal Centro nel suo atteggiamento verso i malati lo possiamo sintetizzare cosi; “dal curare i pazienti (cioè il non trattarli semplicemente come casi clinici) al prendersi cura/farsi carico delle loro persone”. Il Centro accoglie i malati 24 ore al giorno. In generale, il malato di TBC è povero, è un lavoratore a giornata, a volte non è in grado di esprimersi correttamente in bengalese. Non va inoltre dimenticato che la TBC è una malattia cronica e debilitante: essa è molto spesso fonte di problemi familiari; i malati hanno solitamente speso molto (a volte si sono addirittura indebitati) per farsi curare, il più delle volte senza alcun risultato; spesso si tratta di gente sprovveduta, facilmente ingannabile... Quando arrivano al Centro, a causa del lungo viaggio o per non aver mangiato, i malati sono molto stanchi, se non addirittura esausti. Accoglierli significa prima di tutto ascoltarli attentamente (anche per raccogliere una buona anamnesi): significa essere comprensivi e pronti a prendersi cura di loro; significa rassicurare i familiari; dare loro un letto per riposare, un piatto di riso, creare un ambiente sereno e tranquillo. Poi il Centro riferisce i malati agli ospedali, alle cliniche e ai laboratori privati e pubblici. Questo è anche un modo per coinvolgere e rendere la gente responsabile per la cura dei malati di TBC.
Al personale che lavora al centro chiediamo di essere presente e vigile, e di costruire rapporti cordiali e basati sulla fiducia con i pazienti (anche per motivarli ad assumere regolarmente i medicinali).
Un altro fattore importante di cura sono le visite di parenti ed amici ai malati. A volte può succedere di trovarci nella situazione di combattere al posto del malato che non trova più ragioni adeguate per continuare a lottare. II periodo di permanenza per i malati è dai due ai tre mesi (fase intensiva della terapia). Estendere la permanenza del malato al centro dipende in gran parte dalla sua situazione familiare. Mancanza o scarsità di cibo, disastri naturali nella zona dove vive, problemi familiari possono compromettere la fase di continuazione della terapia. In questi casi la permanenza del malato al Centro è protratta. Infine, il malato che è dimesso deve essere seguito con cura e attenzione. Così dovrebbe essere dal momento dell’incontro del malato con la suora o il paramedico al dispensano periferico, sino al termine della cura (questo significa, ad esempio prendersi cura della madre tubercolotica che ha un bambino piccolo, farsi carico della famiglia, quando non c’è cibo a sufficienza, ecc.). Al personale che lavora al Centro chiediamo fortemente di farsi carico del malato.
Ecco, in Bangladesh la comunità cristiana può comunicare il Vangelo prendendosi cura della persona ammalata senza distinzione di Credo religioso, di razza di casta. Prendersi cura è molto di più che curare, guarire o restituire la salute. Prendersi cura per noi vuol dire coltivare un insieme di atteggiamenti che rivelano alla persona che si accompagna la vicinanza e la bontà di Dio; quindi accoglienza semplice e pronta, attenzione premurosa e discreta, uno stile di gratuità, di semplicità, di cordialità, ricco di calore umano amichevole, fraterno, fatto di ascolto, di amabilità, di disponibilità.

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