| Missionarie
della Consolata: dalla disperazione alla speranza. Una testimonianza
di Sr. Magda Boscolo da 31 anni in Tanzania
“Santi senza aureola”: le missionarie della Consolata
e il loro impegno in Africa. Di seguito la testimonianza di Suor
Magda Boscolo.
“Negli ormai trentuno anni di missione in Tanzania a contatto
con i poveri, con la gente, ed in particolare con gli ammalati,
come infermiera, ho potuto sperimentare con forza la presenza dello
spirito in ogni persona che ho avvicinato...Quei Semi del Verbo
insiti in ogni uomo e donna e cha fanno si che quando incontro qualcuno/a
e parlo loro di Dio, di Cristo Salvatore, sento con certezza che
sono stata preceduta dalla grazia e gusto così la gioia di
sentirmi strumento di annuncio, di consolazione, di promozione umana
nelle mani di Dio.
Fin dai primissimi anni, nella missione di Kibao, tra la piantagioni
del tè, dove come Suore Missionarie della Consolata portavamo
avanti un grande dispensario e un centro per la cura e la riabilitazione
di moltissimi bambini denutriti, ho potuto constatare una presenza
di amore che non avrei mai immaginato.
Nella mia perenne e crescente gioia e gratitudine per la vocazione
missionaria, mi sono sovente ripetuta tre me e me: “sono venuta
per evangelizzare...e sono evangelizzata ogni giorno dalle persone
più umili e modeste ...da coloro che agli occhi del mondo
contano ben poco, ma che lo spirito riveste e riempie della sua
Sapienza. Quanti santi senza aureola ho incontrato nel mio cammino
di missionaria! Gente umile che ha illuminato la mia vita e colmato
il mio cuore di amore. Ricordo Alois, un caro vecchietto lebbroso
che accogliemmo nella nostra missione... Fin da piccolo fu abbandonato
dalla famiglia. Quando arrivò da noi era in uno stato di
abbandono da far pietà, pieno di piaghe, sofferente. Non
era facile scoprire sotto quell’aspetto così deteriorato
quale persona si celasse... Rammento la prima medicazione che feci
a quei poveri moncherini, mani e piedi, ricoperti di vermi... Pregavo
e pregavo perché Álois non vedesse sul mio volto alcun
segno di ripugnanza e dicevo: “Gesù lo spirito è
pronto ti supplico sostienimi lo stomaco”...e continuavo a
sorridere a 360 gradi.
Alois ricorderà sempre quel primo incontro come un incontro
di amore. Mi e ci chiamava mama! Presto divenne parte della nostra
famiglia e, piano piano, riacquistando salute voleva rendersi utile
facendo qualche piccolo lavoretto. Non aveva alcuna religione ma
una grande bontà innata e una intelligenza molto acuta. Iniziò
a farci delle domande: “chi siete? perché volete così
bene alla gente, perché avete lasciato le vostre famiglie?”...
E così iniziai a parlare di Gesù, della salvezza ...dopo
alcuni mesi disse che voleva il battesimo perché “questa
è la vera religione che porta il vero amore a tutti e in
particolare ai più poveri ...”
Lo istruimmo e ci fu una grande festa nel giorno del suo battesimo.
Poi voleva sapere che cosa era quel pane bianco che ricevevamo all’Altare,
e allora iniziammo a prepararlo per la prima comunione e alla Cresima.
Padre Alberto Placucci gli fece l’esame per ammetterlo ai
sacramenti e alla domanda: “che cosa comprendi dell’Eucaristia?
Alois rispose “Io non comprendo nulla è un mistero,
ma se Dio è così grande e potente da creare il cielo
e la terra e tutte le creature ha pure la capacità di nascondersi
in un piccolo pezzo di pane” …rimanemmo di stucco!
Visse con noi molti anni e si rese amabile verso tutti, si può
dire che l’intero villaggio lo aveva adottato. Poi arrivò
il declino, la malattia che per anni era stata sotto controllo,
si riacutizzò, aveva continue emorragie. Consapevole della
fine imminente, un giorno mi disse: “Mama Magda io muoio ma
muoio felice perché qui sono nato a vita nuova, sono contento
di andare dal Bwana Jesu, ti chiedo solo di starmi vicina finchè
non sarò a Casa. Una mattina presto le infermiere mi chiamano,
Alois si è aggravato ed è in fin di vita. Vado da
lui, mi siedo accanto e preghiamo insieme. Padre Alberto gli somministra
l’unzione degli infermi. L’ammalato mi dice che desidera
sentire ancora una volta le ragazze cantare, perché per lui
oggi è festa! Cantiamo, lui sorride e mi dice: “Asante
mama”, l’abbraccio e lui continua a sorridere, poi quel
sorriso di pace si spegne e va ad accendersi in Cielo. E’
nato un santo. Alois, Rosi, Ashura, il piccolo Charles di dieci
anni, morto per denutrizione, quanti e quanti amici e maestri di
vita sono stati per me.
Ora sono qui a Ikonda nell’Ukinga da 16 anni. Questo ospedale
della speranza sorto nel 1962 per rispondere alla grave situazione
delle mamme e dei bambini... infatti in questa zona remota dimenticata
troppo spesso dal governo centrale e locale, la mortalità
materna e infantile superava il 50%. In tutta questa vasta regione
della Livingstone Mountain non esisteva nessun presidio medico.
La gente nasceva, viveva e... moriva senza nessuna assistenza medica.
I nostri fratelli e sorelle missionari fecero una vera scelta profetica
degli ultimi e iniziarono questo ospedale che ora è riconosciuto
a livello nazionale. Pian piano, fidandosi della Provvidenza e con
i pochi mezzi a disposizione, fecero dei veri miracoli. Le vite
salvate sono senza numero. L’ospedale attualmente conta 220
posti letti che spesso si moltiplicano secondo le necessità.
Ci sono vari servizi: il Day Hospital, reparto uomini, donne, pediatria,
isolamento, settore per le mamme in attesa, sala operatoria, raggi,
gabinetto dentistico, clinica oculistica, ecc. Inoltre, molto lavoro
di prevenzione viene fatto sul territorio attraverso la Mother and
child Health Clinic e raggiungiamo i vari villaggi del nostro territorio
con le cliniche mobili per la lotta contro la parassitosi intestinale
e per la prevenzione dell’AIDS.
AIDS parola tremenda che evoca malattia senza speranza, schiere
di orfani, vedove, famiglie che si distruggono, economia che va
allo sfascio. Questa Africa amata da sempre alle prese con immensi
problemi, emarginata e manipolata dai grandi della terra, si trova
ora di fronte a questo mostro che l’aggredisce da ogni parte.
Come è facile che la disperazione si faccia strada! Come
comunità missionaria non vogliamo arrenderci di fronte a
questa realtà di morte, ma il nostro specifico della consolazione
può essere calato in modo creativo per portare luce, vita,
speranza vera. Ovunque nelle nostre presenze missionarie questa
malattia e questa emergenza hanno suscitato la fantasia della carità
per dare risposte adeguate e immediate a questo urlo silenzioso
di tanti fratelli e sorelle bisognose, non solo di cure, ma di comprensione
a tutto campo, di affetto, di amicizia, di una mano fraterna tesa
in aiuto.
A Iringa è sorto il Centro Allamano che è davvero
l’ancora di salvezza per centinaia di persone e di famiglie,
mentre il centro Nyumba ya Furaha accoglie le bambine di strada
orfane per dare loro un futuro migliore.
Sono anni e anni ormai che vivo e viviamo a contatto con questi
ammalati. Troppo spesso si tratta di giovani, di mamme e papà
ancora con tutta la vita davanti, di bambini da allevare. Nessuna
categoria è esclusa da questo flagello. Che cosa fare? Quale
risposta dare a chi si vede cadere il mondo addosso? Mi chiedo spesso
quali atteggiamenti assumerebbe Gesù in persona e sento nel
mio cuore che sono atteggiamenti di non giudizio, di vero e caloroso
affetto e di vera fraternità, di amore incondizionato. E
allora scarpinando, dalla mattina alla sera per i reparti tenendo
stretta la mia mano alla Sua, imparo alla sua scuola parole e gesti
di amore, accoglienza, vicinanza, simpatia...e la speranza si fa
strada. Gli ammalati sono felici quando passo a salutarli: una stretta
di mano, una carezza, un sincero interessamento, questo fa parte,
anzi è la terapia più necessaria. Scopro sempre di
più che ogni persona coscientemente o no è assetata
di amore vero, ed è solo la realtà dell’Amore
che consola e apre i cuori alla speranza. Avrei infiniti esempi
di quanto l’amore, l’amicizia siano una terapia efficace
su tanti pazienti. Ricordo Cecilia che ormai aveva tirato i remi
in barca a causa di questo male che aveva colpito lei e il marito
Pius. Un giorno dissi loro: “Carissimi non dovete avere davanti
agli occhi la morte ma la vita, avete 3 bambini da allevare, coraggio
facciamo insieme un piccolo sforzo” ma io risponde Cecilia,
non so fare nulla, pensaci le dissi. Dopo un pò mi rispose,
io so fare solo il pane e le frittelle, ebbene dissi vada per il
pane e le frittelle. Detto fatto acquistammo il necessario e pian
pianino iniziò il grande commercio! Fui la prima cliente
a titolo di incoraggiamento... poi la cosa funzionò alla
grande. Dapprima il ricavato serviva per il cibo, poi per gli indumenti,
poi per migliorare il tenore di vita dell’intera famiglia.
I clienti soddisfatti ben presto si moltiplicarono cosicché
la ditta “Cecila and Pius”, faceva i suoi buoni affari.
Questi sposi riacquistarono fiducia e serenità. Un bel giorno
Cecilia venne tutta trionfante. Sister ho una sorpresa per te. Quale?
Con il ricavato del mio commercio sono riuscita ad acquistare le
lastre zincate per il tetto della mia capanna. Capisci? Era fiera
come una regina, altro che Bukingam Palace! Visse 10 anni consapevole
della sua situazione con fede e tanta serenità, poi una brutta
malaria se l’è portata via. Mentre era grave mi disse:
“Non rattristarti sister, il Signore mi ha regalato 10 anni,
i miei bambini sono cresciuti e io parto contenta”. Ora Pius
si dà da fare ed è davvero un papà esemplare.
Finalmente anche qui all’Ikonda Hospital, dopo vicende travagliate
sono arrivati i farmaci antiretrovirali, è sorto il CTC,
Care treatment Center, e si è attivato il PMTCT (prevention
mother to child transmission of HIV), un programma dal quale ci
aspettiamo molto.
Voglia il Signore che si rende presente nei piccoli, nei poveri
e negli ammalati donarci il Suo stesso Cuore perchè possiamo
spendere vita, energie, cuore, amore perché questi fratelli
e queste sorelle possano sperimentare anche attraverso di noi la
tenerezza del Padre che si china su ogni sua creatura.
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