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La grande svolta di Pasteur

di Dario Antiseri*
*Professore Ordinario di Metodologia delle Scienze Sociali, Luiss, Roma

Il contributo scientifico di Pasteur è stato notevole, non solo in chirurgia ma anche in medicina, biologia, agricoltura e zootecnia. Molte delle sue scoperte furono soluzioni di problemi che gli vennero proposti da altri o dalle circostanze. E Pasteur, grande osservatore in quanto buon teorico, per risolverli aveva la giusta dotazione: fantasia creatrice, rigore logico, acume investigativo, abilità strumentale


L’avventura scientifica di Louis Pasteur prende le mosse dalla chimica-fisica e, più precisamente, dalla cristallografia. Il chimico berlinese Eilhardt Mitscherlich aveva sostenuto che due corpi perfettamente identici
nell’aspetto esercitavano azioni differenti sulla luce polarizzata. Insoddisfatto di questa teoria, Pasteur sospettò che l’identità dei corpi di cui aveva parlato Mitscherlich fosse soltanto apparente e le sue ricerche lo
condussero alla scoperta di differenze nella costituzione dei corpi, fatto che né Mitscherlich né Jean Baptiste Biot erano riusciti a scorgere. Queste sue ricerche sulle dissimetrie molecolari si mostreranno in seguito estremamente feconde e di enorme rilevanza: si tratta di indagini che getteranno le basi della stereochimica. Biot convocò il giovane ricercatore per fargli ripetere “dinanzi ai suoi occhi” gli esperimenti. E di fronte ai
risultati - ricordava lo stesso Pasteur - “l’illustre maestro, visibilmente emozionato,
mi afferrò la mano e disse: Figlio mio, amo così profondamente la scienza che questo fatto
mi sconvolge”. Fu così che “in un sol colpo, Pasteur era riuscito ad affermarsi come
sperimentatore abilissimo e aveva aperto un nuovo campo scientifico: quello delle relazioni
tra le proprietà ottiche e la struttura molecolare e cristallina” (Dubos, 1962).

La strada della microbiologia

Pasteur era nato il 27 dicembre 1822 a Dôle. Suo padre era conciatore di pelli e sua madre
figlia di giardinieri. Frequenta le scuole elementari ad Arbois e successivamente il
liceo a Besançon. Conseguita nel 1842 la licenza liceale, concorre per la Scuola
Normale Superiore. Non riesce tra i primi e rinuncia all’iscrizione; concorre l’anno
seguente, si classifica quarto, ed entra così alla Scuola Normale, dove si laurea
nell’agosto del 1847 presentando tesi su argomenti di chimica e di fisica.
Professore di fisica, nel 1848, al liceo di Digione, l’anno appresso Pasteur è assistente
alla Cattedra di chimica dell’Università di Strasburgo. Sempre nel 1849, nel mese di
maggio, si sposa con Marie, figlia di Auguste Laurent rettore dell’Università. Emile Roux, il
quale per vent’anni fu collaboratore di Pasteur, ricorda così la signora Pasteur: “Dai
primi tempi della loro vita in comune, Madame Pasteur comprese che tipo di uomo
aveva sposato; essa fece di tutto per evitargli ogni difficoltà della vita, prendendo su di sé
tutte le preoccupazioni della casa, cosicché egli potesse mantenersi completamente libero
per le sue ricerche. Madame Pasteur amava il marito al punto da riuscire a capirne gli studi.
La sera essa scriveva ciò che egli le dettava e chiedeva spiegazioni, poiché aveva preso un
vero interesse per la struttura dei cristalli e i virus attenuati. Si era resa conto che le idee si
chiariscono spiegandole ad altri, e che niente è più utile per progettare nuovi esperimenti che
descrivere quelli appena portati a termine. Madame Pasteur fu più che una
incomparabile compagna per il marito, essa fu anche la sua migliore collaboratrice”.
Nominato, nel 1854, professore nella nuova Facoltà di Scienze di Lilla, sotto la spinta dei
problemi della “grande industria” della regione, Pasteur dette inizio ai suoi studi sulle
fermentazioni - sempre con la convinzione che senza valide teorie i problemi pratici sono
destinati a restare irrisolti. Determinante, in questa direzione di ricerca sulle
fermentazioni, fu un industriale di Lilla, il signor Bigo, il quale chiese a Pasteur di
prendere in considerazione alcuni problemi insorti nella fabbricazione dell’alcool da
barbabietola, in quanto nel corso della fermentazione l’alcool si contaminava con
sostanze estranee. Pasteur era del tutto all’oscuro dei processi della fermentazione.
Affrontò, tuttavia, il problema con determinazione e con coraggio, e, contro la
teoria sostenuta da chimici del livello e della reputazione di Berzelius e Liebig, pervenne
alla conclusione che il lievito rintracciabile nel corso della fermentazione alcoolica, così come
le sostanze organiche associate alla produzione di acido lattico e di acido acetico,
non erano - come si credeva – catalizzatori privi di vita, quanto piuttosto organismi
viventi. In breve, affermò Pasteur, “è un fenomeno connesso con la vita”. Con ciò si era
sulla strada della microbiologia come scienza.

La grande questione della generazione spontanea

La permanenza di Pasteur a Lilla si protrasse sino al 1857 quando venne chiamato alla
Scuola Normale Superiore, dove assunse l’incarico di amministratore e di vice-direttore
degli studi scientifici. “Come indicano i suoi rapporti - scrive René Dubos - egli non prese
alla leggera queste nuove responsabilità: affrontò i problemi dell’amministrazione con
lo stesso vigore e perfezione che usò per riorganizzare gli studi superiori” (Dubos,
1962). Dopo la fermentazione alcoolica, fu la volta della fermentazione butirrica - studi,
questi, che condussero Pasteur alla scoperta dei microbi anaerobi. E ormai il grande
interrogativo si era fatto inevitabile: da dove provengono questi esseri così piccoli ma
insieme così potenti da determinare trasformazioni davvero impressionanti? In tal
modo, quasi naturalmente, Pasteur si trovò a fronteggiare la grande questione della
generazione spontanea. Le sue ricerche si conclusero con la condanna dell’eterogenesi.
Ricerche che egli condusse, in un laboratorio poverissimo, con strumenti ideati da lui
stesso. E ad una sua richiesta di sovvenzione per potenziare il laboratorio, il Ministro della
Pubblica Istruzione rispose: “Non esiste una rubrica del bilancio che mi permetta di
assegnarvi cinquanta centesimi per le spese dei vostri esperimenti”. Fu nel 1864, nel corso
di una delle “serate scientifiche” della Sorbona, che Pasteur, davanti a un pubblico
scelto e il più esigente, espose la storia della controversia, descrisse gli accorgimenti tecnici
dei suoi esperimenti e concluse il suo discorso con queste parole: “La dottrina della
generazione spontanea non si rimetterà più dal colpo di grazia infertole da questo
semplice esperimento”. La verità, disse Pasteur, è che “non si è mai potuto dimostrare
che gli esseri microscopici vengono al mondo senza i germi, vale a dire senza genitori simili
ad essi. Coloro che lo sostengono sono stati ingannati da illusioni, da esperimenti mal
condotti, da errori di cui non si accorsero o che non riuscirono ad evitare”.
Alle ricerche sulla generazione spontanea seguirono quelle sulla fermentazione
acetica, uno studio che condusse Pasteur ad interessarsi delle malattie
del vino. Siccome epizoozie del filugello sembravano
compromettere in maniera molto seria la sericoltura non solo in Francia ma un po’ in tutta
Europa, Pasteur - su previsione del suo maestro Jean-Baptiste
Dumas - affrontò il problema delle malattie del baco da seta.
Ci lavorò per cinque anni e riuscì a salvare la sericoltura in Europa. Nel 1876 apparvero i
suoi Studi sulla birra. Ormai era diventato, per così dire, quasi inevitabile il passaggio allo
studio delle malattie infettive. Ecco come Pasteur espone il suo programma:
“Allorquando si vede la birra e il vino soggiacere a profonde alterazioni per aver
ospitato esseri microscopici che, invisibilmente o fortuitamente vi si sono
insediati, e che in seguito si sviluppano, come non essere ossessionati dal
pensiero che fatti dello stesso ordine possono e debbono
presentarsi talvolta presso l’uomo e gli animali?”.

La grande svolta

Il 1877 è esattamente l’anno che costituisce la grande svolta sia nelle ricerche di Pasteur che
nella storia della medicina. Difatti, fu nell’aprile di quell’anno che egli pubblicò il
primo dei suoi articoli sul carbonchio: “Grazie ai suoi sforzi prodigiosi, la vaccinazione
contro il carbonchio divenne presto una tecnica universalmente accettata. Fino al
1894 vennero vaccinati 3.400.000 di pecore e 438.000 bovini, con mortalità rispettive
dell’1% e dello 0,3% in condizioni naturali.
Proprio come la dimostrazione del ruolo patogeno del bacillo del carbonchio aveva I N A
costituito la pietra di paragone sui germi come agenti infettivi, la vaccinazione contro il
carbonchio rivelò ai medici e alla gente comune le possibilità pratiche della nuova
scienza immunologica” (Dubos, 1962). Alla strepitosa vittoria sul carbonchio seguì lo
spettacolare trionfo sull’idrofobia: un trionfo che rappresenta per Pasteur “il suo titolo
all’immortalità” e che “ha dato alle scienze biologiche un posto nella mentalità popolare e
tra le pratiche mediche” (Dubos, 1962). La decisione, per lui “drammatica”, di vaccinare
un essere umano contro l’idrofobia, Pasteur la prese il 6 luglio del 1885, quando dall’Alsazia
gli venne portato un bambino, Joseph Meister, il quale era stato morso da un cane idrofobo
alle mani, alle gambe e alle cosce. Il ragazzo, che i medici avevano dato per spacciato, si
salvò. Alcuni anni dopo venne assunto come portiere all’Istituto Pasteur e nel 1940 - aveva
cinquantacinque anni - morì suicida piuttosto che aprire agli invasori tedeschi la cripta
funeraria del “caro signor Pasteur”. Pasteur, invece, si era spento il 28 settembre
del 1896. Nell’ultimo momento teneva una mano nella mano della moglie e con l’altra un
crocefisso.

La teoria è madre della pratica

Moltissime le onorificenze e prestigiosi i riconoscimenti ricevuti da Pasteur nel corso
della sua vita. Val la pena ricordare qui il riconoscimento datogli da Joseph Lister
nell’Introduzione della sua famosa opera On the Antiseptic Principle in the Practice of
Surgery. Scrisse, dunque, Lister: “Quando venne dimostrato dalle ricerche di Pasteur che
la proprietà settica dell’atmosfera dipendeva non dall’ossigeno o da qualche altro
componente gassoso dell’aria, ma da minuti organismi sospesi in essa, che traevano la
propria energia dalla propria vitalità, mi venne in mente che la suppurazione delle
ferite potesse essere impedita senza escludere l’aria, ma semplicemente usando come
medicamento qualche sostanza capace di distruggere la vita di questi microrganismi
sospesi”. In una lettera spedita da Edimburgo nel febbraio del 1874, Lister, tra l’altro,
diceva a Pasteur: “Permettetemi di cogliere quest’occasione per offrirVi i miei più cordiali
ringraziamenti per avere, con le Vostre brillanti ricerche, dimostrato la verità sulla
teoria che la putrefazione è causata da germi, e avermi in tal modo fornito il solo principio
sul quale il sistema antisettico può essere E D I C I N A
elaborato. Se Voi un giorno o l’altro verrete a Edimburgo, sarebbe per Voi, penso, una
sincera ricompensa vedere nel nostro ospedale quanto l’umanità sia stata beneficata dalle
Vostre fatiche. È inutile che io aggiunga che sarebbe per me un piacere enorme poterVi
mostrare quanto la chirurgia Vi deve” (Dubos, 1962).
In realtà, non solo per la chirurgia, ma anche, più ampiamente, per la medicina, la biologia,
l’agricoltura e la zootecnia il contributo di Pasteur è stato impressionante. Molte delle
sue scoperte furono soluzioni di problemi che gli vennero proposti da altri o dalle
circostanze. Ma per risolverli egli aveva la giusta dotazione: fantasia creatrice di ipotesi,
rigore logico, acume osservativo, abilità nel costruire ed usare la strumentazione (Nicolle,
1969). Egli fu un grande osservatore perché era un buon teorico.
Il 7 dicembre del 1854 Pasteur tiene il discorso ufficiale in occasione
dell’inaugurazione della Facoltà di Lettere di Douai e della Facoltà di Scienze di Lilla
(Pasteur, 1972, pp. 983-986). Il pubblico era costituito in gran parte di studenti “figli di
industriali”. Con “un’industria la più fiorente che chiede ogni giorno alla scienza una
scoperta da applicare”, con un governo che “si adopera per diffondere le conoscenze
applicate”, Pasteur si affretta a lanciare il seguente ammonimento: “Voi vi ingannereste
pensando che l’insegnamento della Facoltà subirà una trasformazione e che la teoria, in
quanto ha di più elevato, sparirà dall’insegnamento. A Dio non piaccia che sia
mai così. Non dimentichiamoci che la teoria è madre della pratica; che senza la teoria la
pratica non è che un andazzo formato dall’abitudine, e che solo la teoria fa sorgere e
sviluppare lo spirito d’invenzione. Ed è soprattutto a voi che spetterà non condividere
l’opinione di quelle menti ristrette che disdegnano nella scienza tutto ciò che non ha
un’applicazione immediata”. Pasteur ricorda poi l’esperimento di Oersted
(una scoperta, quella di Oersted, “forse per caso, direte, ma ricordatevi sempre che nel
campo dell’osservazione il caso favorisce solo gli spiriti preparati”), e come questa scoperta
avesse permesso il telegrafo elettrico (“una delle più meravigliose applicazioni delle
scienze moderne”). Una scoperta teorica - sottolineava Pasteur - “non ha per se
stessa che il merito dell’esistenza”. Eppure “essa sveglia lo spirito ed è tutto. Ma
lasciatela coltivare, lasciatela ingrandire e voi vedrete cosa diverrà”.
Questo di Pasteur è un ammonimento valido ieri come oggi. Anzi, ancora più valido oggi,
quando l’urgenza della ricerca applicata rischia di trasformarsi in mitologia se non si
ristabilisce il primato della ricerca di base. “Nulla vi è di più pratico di una buona
teoria”, ha scritto Hans Albert. Prima di lui, John Dewey: “Non ci si guadagna molto a
tenere il proprio pensiero legato al palo dell’uso con una catena troppo corta”.
E, ancor più vicino a noi, Albert Einstein: “Si può organizzare l’applicazione delle
scoperte già fatte, ma non il processo che ne permette anche una sola. Soltanto un
individuo libero può fare una scoperta. Potete immaginare un’organizzazione di scienziati
che faccia le scoperte di Charles Darwin?” (Einstein, 1965, p. 159).

Le grandi preoccupazioni dell’animo umano

In occasione della nomina a membro dell’Accademia Francese delle Scienze, il 27
aprile del 1882, Pasteur, rispondendo al filosofo Ernest Renan - il quale aveva avuto il
compito di riceverlo nell’Accademia - pronuncia un discorso davvero memorabile in
cui, come da prassi, dovette commentare l’opera del suo predecessore Emile Littré1, un
“apostolo sincero e tenace del positivismo”. Il metodo sperimentale - disse Pasteur - è “un
metodo ammirabile e sovrano, che ha per guida e controllo incessante l’osservazione e
l’esperienza, libere, come la ragione che le dirige, da ogni pregiudizio metafisico; metodo
così fecondo che intelligenze superiori, abbagliate dalle conquiste dovute allo spirito
umano, hanno creduto che potesse risolvere tutti i problemi”. Ebbene, prosegue Pasteur,
“l’uomo venerato di cui vi parlerò, condivise questa illusione. Ho tanti elogi da fare, e per
tante ragioni, su questa bella vita di Littré, che scuserete la mia sincerità se comincio il
suo elogio mettendo in evidenza il mio dissenso dalle sue opinioni filosofiche”
(Pasteur, 1972, p. 992). La filosofia di Littré era, appunto, quella di Comte; e, in base a
questa filosofia, Littré era giunto non tanto a negare l’esistenza di Dio o quella
dell’immortalità dell’anima: “egli ne scarta a priori persino il pensiero, perché proclama
l’impossibilità di constatarne scientificamente l’esistenza”. Pasteur si ribella contro siffatta
prospettiva e si chiede “in nome di quale nuova scoperta, filosofica o scientifica, si
possano estirpare dall’animo umano queste grandi preoccupazioni. Mi sembrano - egli
disse - di essenza eterna, perché il mistero che avvolge l’Universo e di cui esse sono
emanazione è esso stesso eterno per natura”. La scienza - tutta la scienza - non è in grado,
per Pasteur, di cancellare l’irreprimibile “domanda metafisica” e lo spazio della fede,
che, invece, vengono negati da una filosofia dogmatica e illusoria che presume di “poter
risolvere tutti i problemi” in nome della scienza. Scienza e religione rispondono a
domande differenti. “Se pretendere di introdurre la religione nella scienza è da
spirito falso, più falso ancora è lo spirito di chi pretende di introdurre la scienza nella
religione poiché egli è tenuto al più grande rispetto del metodo scientifico”.

Antiseri D., "La grande svolta di Pasteur", in KOS, n. 226, luglio 2004, Europa Scienze Umane Editrice, Milano, pp. 32-35.

Nota
1. Emile Littré (1801-1881), autore del volume Comte e la filosofia positiva (1863) e del grande Dizionario della
lingua francese (1863-1872).

Bibliografia
Dubos R., Pasteur e la scienza moderna, Einaudi, Torino, 1962.
Einstein A., Pensieri degli anni difficili, Boringhieri, Torino, 1965.
Nicolle J., Pasteur, Editions Gérard, Verviers, 1969.
Pasteur L., Opere, Utet, Torino, 1972.

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