In occasione del 25° anniversario del suo martirio, padre Antonio
Fiorante, missionario comboniano, è stato ricordato con una serie
di iniziative e celebrazioni religiose, tenutesi nel suo paese natale:
una veglia di preghiera, che ha visto la partecipazione di padre Alex
Zanotelli; le testimonianze di alcuni confratelli; la presentazione
di un libro di memorie (D. CARDARELLI - L. FANTINI, Padre Antonio Fiorante:
un seme da raccogliere, Cannarsa, Vasto 2004); una mostra missionaria.
Padre Fiorante era nato a Civitanova del Sannio, in provincia di Isernia
(Molise), il 15 ottobre 1925. Compì i suoi studi prima nel Seminario
Missionario di Sulmona, poi nella Scuola Apostolica dei Padri Comboniani
di Brescia. Trascorse i due anni di noviziato a Firenze finché
fu ordinato sacerdote nel duomo di Milano dal cardinale Schuster, il
3 giugno 1950. Alla fine del 1953 partì missionario per il Bahr
el Ghazar, nel sud Sudan. “Il campo del mio apostolato –
diceva – è una parrocchia di cinquemila abitanti ma tutti
sparsi per il bosco; le ultime capanne sono lontane cento chilometri
dalla missione”. Verso la fine del 1962 arrivò, però,
la decisione del governo mussulmano del Sudan di rimpatriare tutti i
missionari cattolici che lavoravano nel sud. P. Fiorante scongiurò,
ma invano, che lo facessero rimanere. Per più di un anno restò
in Italia, a Crema, facendo animazione missionaria nelle parrocchie
lombarde. Nel 1964, ritornò in Africa. Questa volta la destinazione
era Angal, in Uganda. Qui fu invitato a fondare una nuova missione,
sul lago Alberta. A Porombo, in pochi anni, dal nulla, sorgono una bella
chiesa, delle scuole-casa, un dispensario. “Sono stanco –
scriveva – ma energie giovanili ce ne sono ancora. Fino alle otto
del mattino faccio il prete…poi divento operaio…ed arrivo
alla sera che sono sporco, lordo e stracco morto…ma le difficoltà
non ci spaventano, anzi, sono la caparra della riuscita delle opere
del Signore”!
Nel 1975, dopo un periodo di riposo in Italia, ritornò in Africa:
non più a Porombo ma a Pakwach. “Eccomi di nuovo in Africa…appena
passato il ponte sul Nilo, mi sembra di respirare aria natia, mi sembra
come fossi nato qui. L’Italia è bella ma per noi l’Africa
è più bella. Sarà forse una malattia…! Non
cambierei l’Africa né con l’Italia né con
il Canada”. Il missionario, infatti, è colui che “prende
carne” laddove sono i poveri, camminando con essi, non a parole
ma con la vita!
Nei primi mesi del 1979 forze armate tanzaniane invasero l’Uganda
per contrastare il dittatore Amin. Incominciarono i pericoli per i missionari!
Padre Fiorante scrisse per Pasqua a parenti ed amici: “la guerra
c’è ma è molto distante da noi e qui non ce ne accorgiamo
neppure perché siamo distanti un migliaio di chilometri. Quest’anno,
invece, è venuto a trovarci un altro ospite poco gradito, il
colera… noi siamo stati vaccinati e siamo fuori pericolo…”.
Risalgono a questo periodo le parole scritte al cugino e che suonavano
come il suo testamento spirituale: “Io sono felicissimo di essere
quello che sono, più vado avanti nella vita, più ringrazio
il Signore che mi ha chiamato per questa via che è fonte di tanta
gioia e soddisfazione”.
Dopo la presa di Kampala, Amin si ritira verso il nord dell’Uganda,
lasciandosi alle spalle una scia di sangue! E’ questo lo scenario
in cui si consuma il sacrificio di padre Fiorante! “Egli –
come si è espresso padre Zanotelli – è un martire,
insieme al popolo ugandese che è un popolo martire in un continente
crocifisso… ancora da 17 conflitti in cui entrano molti interessi
occidentali ma anche tante responsabilità africane…”.
Il 3 maggio 1979, verso le quattro del pomeriggio, alcuni soldati si
presentarono alla missione di Pakwach chiedendo benzina. Trovarono della
nafta e andarono via. Alla sera furono sentite delle voci presso la
casa dove abitavano i padri comboniani e qualcuno si avvicinò
al cancello delle suore che abitavano poco lontano, ma fu ricacciato
indietro. Il mattino dopo, venerdì 4 maggio 1979, alle 7, contrariamente
al solito, la chiesa dei missionari era ancora chiusa! La superiora
si portò all’abitazione dei Padri dove trovò la
porta aperta e, all’interno, i corpi massacrati a bastonate e
colpi di arma da fuoco, di padre Antonio Fiorante e padre Silvio Dal
Maso. Le stanze erano state svaligiate.
I cadaveri furono trasportati ad Angal dove, al suono del tamburo, cominciò
a radunarsi la folla. I due corpi furono deposti davanti all’altare
su dei materassi, mentre si preparavano le casse. Nel frattempo si scavava
un’unica fossa. Dopo il funerale, le bare, portate a spalla, furono
interrate una vicina all’altra!
La notizia fu data al parroco di Civitanova il 12 maggio da un missionario
comboniano di Sulmona. Nei giorni seguenti fu ripresa dai giornali e
dalle televisioni di tutto il mondo!
Padre Fiorante fu missionario acceso di zelo, secondo lo stile del fondatore
della Congregazione a cui apparteneva, mons. Daniele Comboni, del quale
fece proprio il programma apostolico: “ noi non sentiamo né
il calore equatoriale, né la privazione di tutto per migliorare
la condizione di questi popoli e portarli alla fede”. Il parroco
di Civitanova, don Antonio Battista, scrisse sul bollettino parrocchiale:
“il martirio di padre Fiorante e del suo confratello è
fonte di benedizione per l’Istituto Comboniano, per l’Uganda,
per la Chiesa tutta”.
(di Serena Di Sabato)
