Padre Mario Mantovani, comboniano, ucciso da un giovane che aveva battezzato.
P. Mario Mantovani è caduto sotto i colpi di un fucile
alla vigilia della solennità della Madonna Assunta in Cielo,
mentre transitava per Lobel, una località ad una quarantina
di chilometri dalla missione di Kanawat, insieme a fr. Godfrey
Kiruowa, ugandese. I due erano partiti da Kanawat ed erano diretti
a Kapedo per amministrare i sacramenti e celebrare la liturgia
della festa dell’Assunta. I due missionari comboniani sono
stati uccisi dai guerrieri karimojong. L’auto sulla quale
viaggiavano, alla guida della quale c’era fr. Godfrey, si
è trovata tra una banda di guerrieri Dototh e una di guerrieri
Jie. Il religioso ugandese, a quanto risulta, è stato colpito
per primo con un colpo alla testa e successivamente da altri due
proiettili. P. Mario quando ha visto che non c’era più
niente da fare per il confratello, è sgusciato fuori dall’auto
ancora incolume, ed è riuscito a nascondersi nell’erba
alta. L’assassino, timoroso di essere stato riconosciuto
da padre Mario, lo ha inseguito e lo ha ucciso senza pietà.
Poi gli ha preso le scarpe e altri piccoli oggetti personali e
se li è portati nella sua capanna. È stato proprio
per il ritrovamento di questi oggetti che le autorità locali
hanno identificato il presunto uccisore, che in un primo tempo
ha rischiato di essere linciato dai fedeli di p. Mario che, per
la sua lunga permanenza nella regione, era conosciuto e amato
da tutti. L’uccisore era un cristiano, battezzato proprio
da p. Mantovani, che aveva lavorato come meccanico alla missione.
P. Mario ha passato i suoi 46 anni di missione nel medesimo territorio,
in Uganda, vasto come una regione italiana, il più duro,
il più aspro, il più pericoloso tra le missioni
dei Comboniani e del mondo. P. Mantovani non si faceva riguardo
ad avvicinare i malati di lebbra. Entrava nelle loro capanne,
medicava le loro ferite (senza mettersi i guanti), portava loro
un po’ di cibo, qualche coperta, del sapone e un po’
di tabacco, anzi, prendeva il tabacco con loro, rompendo così
ogni barriera, e s’intratteneva a parlare affabilmente come
fossero dei sani.
Un’altra categoria prediletta dal Padre erano gli anziani.
Poteva capitare che qualche anziano, quando non era più
in grado di badare a se stesso e trovandosi il clan in tempo di
carestia, venisse lasciato da solo nel deserto a morire. Le iene
sarebbero state la sua tomba. P. Mario mise in piedi un’organizzazione
di cristiani che lo avvisavano, quando qualche anziano veniva
abbandonato. Egli partiva immediatamente e andava a prenderlo,
se lo portava alla missione e lo accudiva con amore. Queste cose
piacevano alla gente e costituivano una testimonianza fondamentale
in favore dei missionari e della religione che predicavano.
“Per anni – ha scritto – sono stato in varie
missioni ove non ho mai dato ai bambini né il battesimo,
né la prima comunione, perché i genitori non sapevano
nulla e i ragazzi, dai 4 anni fino ai 15 dovevano custodire ogni
giorno pecore, capre e mucche. Sono stati gli anni della semina
nel pianto. Durante questi anni, però, ho cercato di aprire
tante piccole scuole, ma rimanevano vuote.
Dopo 10 anni, col parere dei catechisti si invitarono i pastorelli
a venire alla sera in missione per imparare il catechismo e poi
mangiare un po’ di polenta. Pian piano hanno cominciato
a frequentare la missione. Dopo 20 anni c’erano giovani
di 16-17 anni che cominciavano a frequentare la prima elementare.
Dopo tre anni di istruzione ricevevano il battesimo e la prima
comunione. Ora i giovani ricevono la cresima all’età
di 18-20 anni. Dopo non se ne vanno più. Molte volte, quando
passo con la macchina per la visita alle cappelle, mi vedono e
mi corrono incontro per salutarmi. Sono tutti miei fratelli che
avvicino sulla strada, nel campo, al pascolo, alla missione. E
così la Chiesa cresce e si consolida con i fedeli, i catechisti
e anche i sacerdoti, tutti di questa terra dove sembrava non crescessero
che spine, sabbia e sassi”.
Fratel Anton Probst, clarettiano: “Mbuta”, il grande fratello.
Fratel Anton era molto attivo e impegnato nella sua attività
missionaria. Ha vissuto nella Repubblica democratica del Congo
per 23 anni, dal 1968 del 1991. Con il suo talento pratico si
occupava di tutti i servizi tecnici: la meccanica, la falegnameria,
l’idraulica, etc.. Ha lasciato anche una preziosa documentazione
di dati sulla pioggia e del clima che sono molto importanti per
il nostro paese.
Come ricorda P. Kihunga Nzungu Zénon CMF, la sua sollecitudine
di integrarsi nella popolazione ha fatto si che partecipasse ad
alcuni riti tradizionali di iniziazione. Durante tutta la sua
vita terrena ha portato il braccialetto di rame (un simbolo tradizionale)
nel quale era inciso il suo nome africano “Gamudondu”,
il che significa “piccolo albero, che regge: capo famiglia,
capostipite, capo del villaggio.” Fratel Anton era un missionario
del carisma di Claret; ha attraversato i monti, le valli e le
pianure alla ricerca dell’anima congolese e quindi africana.
Inoltre non possiamo non parlare delle sue qualità di religioso:
era pronto al servizio e sempre disponibile. Come Maria lo distinguevano
umiltà e semplicità. Voleva sempre svegliare nei
suoi giovani confratelli il gusto per la vita religiosa il che
spiega anche il suo soprannome “Mbuta”, che significa
“grande fratello, guida, confidente, iniziatore dei giovani
confratelli”.
Ha amato l’Africa, ha lavorato per l’Africa, è
morto in e per l’Africa. Gli chiediamo di intercedere per
noi affinché il sangue che ha versato in terra africana
sia fertile per il seme di nuove vocazioni che si dedicano pienamente
a Cristo e alla Chiesa Universale.
I novizi di Akono, in Camerun, mettono in guardia: “Chi
vuole parlare di fratel Anton incontra subito una difficoltà
e cioè quella di dover descrivere una personalità
molto complessa. Infatti tutti quelli che sono passati nelle comunità
dei Claretiani di Akono o che sono entrati in contatto con i Claretiani,
almeno una volta hanno sentito parlare di “Mtuba”
o del “Grande fratello”; ma chi ha sentito parlare
di lui si può forse vantare di essere riuscito a capire
i misteri della sua personalità? Questa è senz’altro
una domanda difficile! Noi novizi Claretiani abbiamo conosciuto
fr. Anton soltanto il 20 settembre 2003, quando ci ha accompagnati
dalla parrocchia di Nkolbisson al noviziato di Akono. Quello che
ci ha colpito prima di tutto era la sua tranquillità e
la sua prudenza che ci ha quasi stupiti. Durante il tempo passato
con lui ci sono rimasti impressi alcuni tratti della sua personalità.
Fratel Anton era un lavoratore instancabile. Arrivava al punto
di eliminare tutti i tempi di riposo previsti durante la giornata.
Tutti i giorni riprendeva lo stesso lavoro con la stessa persistenza
e con lo stesso slancio, la stessa diligenza e la stessa cura.
Quando doveva parlare agli studenti non cominciava mai se non
eravamo tutti nella stanza e a volte andava personalmente a chiamare
i ritardatari. Non era un uomo dai discorsi speculativi ma un
pedagogo pratico e non sarebbe sbagliato dire che la suo conoscenza
era enciclopedica: Se ne va un saggio, la sua morte lascia in
noi un grande dolore e un enorme vuoto”.
Suor Czeslawa Lorek: “Cosa posso fare per il Papa? Come posso aiutarlo? Lo so, andrò in missione!”.
Suor Czeslawa Lorek era nata nel 1938 a Binczyce Gorne, in Polonia,
in una famiglia dove si respirava la semplicità della vita
cristiana. Il suo parroco, padre Stanislaw Pieprznikm fu la sua
prima guida religiosa e la seguì durante il discernimento
vocazionale e l’inizio della vita religiosa. Un giorno,
durante l’adorazione dinanzi al Santissimo Sacramento, la
ragazza sentì una voce interiore che le diceva: “Figlia,
donami il tuo cuore”. Dopo quella esperienza, tutto accadde
molto rapidamente.
Entrò nella Congregazione del Sacro Cuore (RSCJ) nel 1960
e durante il suo primo periodo di formazione venne preparata a
lavorare con i bambini, come catechista e come maestra d’asilo.
Nel 1978 prese parte alla prima udienza del nuovo Papa appena
eletto, Giovanni Paolo II. All’interno del suo cuore sentì
di nuovo una voce che diceva: “Cosa posso fare per il Papa
? Come posso aiutarlo ? Lo so, andrò in missione!”.
Nel dicembre 1978 chiese il permesso alle sue superiore di andare
nello Zaire, offrendo questa motivazione: “Le parole del
Papa hanno aumentato la mia fede nella Provvidenza di Dio. Metto
me stessa nelle sue mani, che mi hanno scelta, chiamata a seguirlo,
e ora mi invitano ad offrire la mia vita e ad andare nella terra
che mi indica. Il mio unico desiderio è di adempiere al
suo volere e dire; Eccomi, Signore, manda me! Sono povera, non
ho denaro né talenti, ma voglio rinunciare ad ogni cosa
pur di testimoniare che Dio è amore. Io ho sperimentato
l’amore di Gesù e sono stata spinta a testimoniare
l’amore nella vita di tutti i giorni. Voglio pregare e ringraziare
il Signore, perché in me ha fatto grandi cose. Voglio adempiere
alla sua volontà perché la Missione della Chiesa
possa essere adempiuta”.
Nel 1984, dopo un lungo periodo di preparazione, finalmente partì
per lo Zaire. Il suo proposito era di fare ogni cosa per il Regno
di Dio ed essere strumento del suo amore e della sua pace. La
realtà della vita in quella nazione a quell’epoca
era scioccante e piena di sfide. Suor Czeslawa lavorò con
i bambini, con i carcerati e con le donne.
Dopo la guerra, si trasferì a Kinshasa. Nel 1995 fu colpita
da un cancro, ma dopo l’operazione e la convalescenza, volle
tornare in missione. Nel 2001 trascorse l’ultimo periodo
di vacanza in patria. L’11 maggio 2003 venne aggredita in
chiesa a Kinshasa, dove stava lavorando. Morì il 21 maggio
2003, mettendo la sua vita nelle mani di Dio. Le sue consorelle
e chi l’ha conosciuta la ricordano come una persona che
irradiava l’amore di Dio, la serenità, la pace, sensibile
e completamente dedita all’Africa.
Marko Makuec Shir, catechista martire a Kutum (Sudan)
Tra i partecipanti del "Corso per traumi", organizzato
dalla parrocchia di Nyala nel febbraio 2003, c'era anche il giovane
catechista Marko Makuec Shir, un dinka di Gogrial, padre di tre
bambini. Il corso spiegava come superare situazioni traumatiche,
casi molto comuni in Sudan dopo quasi 40
anni di guerra. Marko non sapeva che sei mesi più tardi
avrebbe subito la sua ultima esperienza traumatica, colpito a
morte da una pallottola proprio a Kutum, la cittadina dove esercitava
il suo ministero dal 1998. Kutum è un centro piacevole
e fertile a circa 80 km. a nord di El Fasher, la capitale dello
stato, ad un'altitudine di circa 800 m. sopra il livello del mare.
La vita si svolgeva tranquilla nella cittadina e l'unica ragione
per cui i catechisti non erano inclini ad andarvi era la sua posizione
isolata. Il 25 aprile 2003 la situazione mutò drammaticamente.
El Fasher venne attaccata da un gruppo di ribelli che, quando
si ritirarono con veicoli e mezzi blindati, lasciarono dietro
di sé distruzione e morte. Marko spedì la moglie
e i figli a Khartoum, mentre lui rimaneva a Kutum per assistere
una dozzina di famiglie cristiane e una guarnigione di 500 soldati,
per la maggior parte cristiani. Durante il giorno si occupava
di due suoi negozi lungo una via del centro, uno chiamato "kushuk"
in lingua locale e, l'altro, una cabina telefonica, dove la gente
si recava per telefonare.
Venerdì 12 agosto 2003 i ribelli attaccarono di sorpresa
la cittadina di Kutum e dopo alcune ore di combattimento la presero.
Quando il rumore della battaglia si spense, Marko si recò
all'ospedale per visitare un amico che era rimasto ferito. Lì
incontrò un ribelle che gli chiese la carta d'identità.
Mentre si frugava nelle tasche, arrivò un secondo ribelle
che, sospettandolo di essere un soldato, all'improvviso sparò
e l'uccise sul colpo. Marko non è mai stato un soldato,
ma nel suo centro riceveva molti soldati, per la preghiera. Forse
per questo era stato sospettato di essere
uno di loro. Come un vero dinka, Marko non ha avuto paura di mettere
a rischio la propria vita per i suoi fratelli e per il Vangelo.
Joe Castillo, ucciso dopo 5 anni di impegno missionario per la Pastorale sociale e la difesa dei Diritti umani.
Joe Castillo e sua moglie Yelitza, una volta terminati i loro
studi presso le Università del Venezuela, entusiasmati
dal Progetto missionario delle Pontificie Opere Missionarie, vollero
andare come missionari nel Vicariato apostolico di Machiques (Venezuela),
dove giunsero nel 1998. Il Vicario apostolico, Mons. Ramiro Diaz
Sanche OMI, affidò loro l’ufficio per la Pastorale
sociale e dei Diritti umani: un compito che portarono avanti con
grande impegno e competenza, dal momento che Joe era avvocato
e Yelitza professoressa. Furono cinque anni di duro lavoro in
quella zona, durante i quali entrarono in contatto con numerose
situazioni, dall’aiuto ai poveri alla difesa dei popoli
indigeni Yukpa e Barì, che abitano quelle montagne. Anche
il conflitto colombiano ha fatto sentire le sue conseguenze nella
zona, soprattutto con l’arrivo dei profughi.
Terminato il periodo di impegno missionario, i due sposi avevano
deciso di trasferirsi definitivamente nella città di Merida.
Il pomeriggio del 27 agosto 2003 però furono aggrediti
presso l’abitato di Tinaquillo di Machiques. Nella storia
del Vicariato apostolico non si ricorda un episodio di maggior
violenza: l’automobile su cui viaggiavano venne bloccata
da un mezzo motorizzato che scaricò tutto il caricatore
delle armi sui due laici inermi. Joe morì sul colpo, la
moglie e il figlioletto rimasero feriti gravemente. In seguito
il Vicariato è stato oggetto di pressioni e minacce per
intimidire gli operatori pastorali.
Annalena Tonelli, 35 anni in Africa: “comunicava entusiasmo a tutti”
“Quando è arrivata la prima volta in Africa, nel
1969, sembrava una ragazzina, dimostrava meno dei suoi 23 anni.
Annalena veniva in Kenya ad insegnare l’inglese ai bambini
del distretto di Thomsfall, dove i Padri della Consolata si occupavano
di molte scuole locali. Era in compagnia di altre due volontarie
che venivano come lei da Forlì, sembravano entusiaste di
compiere questa esperienza missionaria . Entusiasmo:era questo
che comunicavano alle persone che le circondavano. Veniva voglia
di lasciare il lavoro che stavi facendo per andare ad aiutarla”.
Così suor Orietta Pino, delle Missionarie della Consolata,
ricorda l’incontro con una giovanissima Annalena Tonelli,
appena arrivata dall’Italia, dove si era impegnata in favore
dei poveri della sua città, nella missione di Maralal,
nella zona delle tribù ei Samburu, dove le suore gestivano
una scuola con internato per 164 ragazze a cui provvedevano per
ogni necessità, dai libri ai vestiti.
Negli anni, in quella zona desertica, Annalena torna più
volte a visitare le missioni delle Suore della Consolata. Nel
frattempo dentro di sé ha capito che la sua missione è
al servizio dei nomadi ammalati di TBC. Così, lei che aveva
una laurea in legge, comincia a studiare medicina, si specializza
in malattie tropicali in Italia e poi torna di nuovo in Africa.
“Annalena era una donna forte, allegra, non guardava alla
fatica” ricorda ancora suor Orietta. “Aveva un grosso
spirito di sacrificio che la portava a condivivere la povertà
dei fratelli a cui dedicava tutte le sue energie. Dormiva sempre
su una stuoia, anche se in camera c’era un letto a disposizione,
perché il suo spirito di sacrificio era grande come il
suo cuore”.
Anche suor Floriana Lano, missionaria della Consolata a Mogadiscio
dal 1970 al 1991 ha immagini vive di una Annalena già matura
non solo come donna, ma nella sua vocazione laica di totale donazione
di se al popolo somalo. “Quando veniva da noi per qualche
ritiro spirituale, ci raccontava del suo lavoro presso l’ospedale
di Wajir, dove era diventata responsabile di un progetto dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità. Lì era stata anche aggredita
e picchiata, e aveva riportato alcune ferite. Quando siamo andate
a trovarla all’ospedale per vedere come stava, era lei che
faceva coraggio a noi. Era una donna che non aveva paura e non
cedeva mai ai ricatti, ci diceva che appena guarita avrebbe ricominciato
a lavorare. La sua attività l’assorbiva completamente
e la sua energia sembrava inesauribile. Era un esempio di dedizione
anche per noi religiose”. (M.F.D’A) (Agenzia Fides
20/3/2004)
