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Fra i principali mali africani vi sono le croniche carestie che affliggono diversi paesi del continente. Secondo lei quale può essere il ruolo dell'educazione per risolvere questa situazione? Il sistema educativo può intervenire in diversi ambiti. Il problema principale, comune un po' a tutti i paesi africani, è l'esistenza di un'agricoltura di sussistenza che da sola non può provvedere alle necessità di tutti. Quando i contadini per avere un po' di soldi, sono costretti a vendere parte dello scarso raccolto, spesso poi si trovano in difficoltà perché non possono sfamare tutta la famiglia. Bisogna che gli agricoltori possono trovare anche altre fonti di reddito. Ecco qui un buon sistema scolastico e universitario può offrire ai contadini strumenti per superare queste difficoltà. Per esempio, in diverse parti del Mozambico, nei campi i contadini trovano spesso pietre preziose (zaffiri ecc..). La nostra facoltà di Agraria, così, ha avviato dei corsi per insegnare ai contadini come pulirle e poi venderle sul mercato. C'è poi il problema della creazione delle infrastrutture, dalle strade ai pozzi, indispensabili per passare dall'agricoltura di sussistenza a quella commerciale ed essere meno dipendenti dai capricci della natura (siccità e inondazioni). Anche in questo caso, scuole e università possono formare tecnici localini grado di comprendere meglio le specifiche condizioni ambientali locali e le necessità degli abitanti. Il mondo sviluppato può aiutare l'Africa non solo con donazioni, ma collaborando con noi africani nel costituire imprese commerciali, joint venture, per un effettivo sviluppo dei nostri paesi. Gli aiuti da soli non servono allo sviluppo. Quello che serve sono imprenditori disposti a investire qui in imprese che siano redditizie per loro e per noi. L'occidente è cambiato, è diventato meno generoso, ma anche l'Africa è cambiata. Qui ci sono persone disposte a rischiare per avviare imprese che siano da volano per lo sviluppo del proprio paese. Il Mozambico 10 anni fa è uscito da una guerra ventennale che ha lasciato ferite profonde nel paese. Secondo lei qual è ora la situazione del paese e quali sono i risultati ottenuti in questi anni? Dire che tutto va bene è inesatto, così come affermare che tutto va male. Ci sono ancora molti problemi, ma il paese ha fatto dei passi in avanti in questi 10 anni. Quello che vorrei sottolineare, in particolare, è che in Mozambico godiamo ora di una libertà di espressione mai vista prima. Sono nati molti giornali che criticano apertamente il governo, senza alcun timore né conseguenze penali. Si tratta di un risultato importante se si pensa che siamo usciti da una guerra civile molto sanguinosa. Vuol dire che abbiamo raggiunto un buon livello di maturità democratica. Accanto questo, però, abbiamo un grosso problema di moralità pubblica: c'è troppa corruzione, soprattutto nel settore pubblico. Certo, finché i salari dei dipendenti rimangono bassi, la gente sarà costretta a cercarsi qualche altra fonte di reddito. Grazie a Dio, c'è un forte dibattito su questo problema e spero che qualche risultato positivo sarà presto raggiunto. E allora, qual è il ruolo dell'educazione cattolica in Mozambico? La Chiesa ha una lunga tradizione educativa in Mozambico. Fin dal loro arrivo nel paese, i missionari, hanno costruito scuole e si sono prodigati con impegno nell'educazione. Il loro ruolo fu riconosciuto dal Portogallo, che allora amministrava il paese, con una legge del 1940, che affidava alla Chiesa le scuole primarie nelle zone rurali. Molti mozambicani hanno imparato a leggere e a scrivere grazie ai missionari. Dopo l'indipendenza, nel 1975, lo Stato ha assunto la maggior parte delle attività scolastiche. Agli inizi degli anni '90, però, ci si è resi conto del grande contributo che la Chiesa può ancora dare in questo campo, non solo nell'educazione primaria, ma anche in quella secondaria e superiore. Nel 1996, abbiamo fatto un salto di qualità con la fondazione dell'Università Cattolica del Mozambico, dipendente dalla locale Conferenza Episcopale. A distanza di sette anni dalla sua costituzione, l'Ateneo conta duemila studenti e sei facoltà distribuite sul territorio: medicina ed economia a Beira, nel nord; legge, educazione e comunicazione sociale, agricoltura, turismo e informatica in diverse località del sud. In questo modo, riusciamo a servire tutto il paese, senza privilegiare una zona rispetto a un'altra. L'Università accoglie tutti, anche i non cristiani. L'Ateneo ha contatti con l'Università Cattolica di Milano e del Portogallo e anche con diverse Università statali europee e africane. Questo ci aiuta ad avere una mentalità aperta al mondo e a favorire il nostro essere cattolici, ovvero universali. (L.M.) (Agenzia Fides 10/1/2003) |
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