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LE MIGRAZIONI E LE NUOVE FRONTIERE DELLA MISSIONE
Nel Centenario della morte del Beato Giovanni Battista Scalabrini

LE MISSIONARIE SECOLARI SCALABRINIANE

Il 25 luglio 1961, a 56 anni dalla morte del beato Giovanni Battista Scalabrini, sulle tracce della sua spiritualità, è iniziato il cammino dell'Istituto delle Missionarie Secolari Scalabriniane. Sviluppatosi nel vivo delle migrazioni e in un contesto scalabriniano, questo nuovo carisma nella Famiglia Scalabriniana - il dono di vivere la consacrazione secolare sulle strade dell’esodo dei migranti - ha avuto il riconoscimento definitivo della Chiesa nella Pasqua del 1990.

Agli inizi della nostra storia

La nostra storia è iniziata a Solothurn in Svizzera proprio negli ambienti della Missione Cattolica Italiana, che aveva da poco trovato la sua sede nel vecchio edificio dell’Hotel Adler, con i suoi tre piani adibiti a mensa, ad asilo, a pensionato per le ragazze operaie, ad uffici di prima accoglienza per i migranti italiani. Si trattava soprattutto di uomini soli, provenienti dalle regioni più povere d’Italia, migranti che trovavano lavoro specialmente nelle fabbriche, nella produzione degli orologi, nelle fonderie, dislocate nel cantone di Solothurn. Nel 1961 era il tempo in cui incominciavano i ricongiungimenti familiari, con il conseguente arrivo di numerosi bambini in età scolare. Per venire incontro ai tanti bisogni, i Missionari Scalabriniani erano impegnati su tutti i fronti: dall’assistenza religiosa e sociale alla sensibilizzazione, attenti a suscitare collaborazione con gli svizzeri e da ogni parte.
Adelia Firetti, la missionaria con cui è iniziato questo nostro cammino, scrive: «Quel sabato quando, verso sera, arrivai alla Missione Cattolica Italiana di Solothurn, portavo nella valigia un bagaglio di piccolezza insieme al desiderio di un’esperienza nuova. Eppure ne avevo già fatte di esperienze nell’Azione Cattolica, nella scuola con i bambini, di giorno, e in quella popolare con gli adulti, di sera, nelle valli dell’Appennino piacentino. Ma non mi bastava. Mi accompagnava, soprattutto, la ricerca di vivere l’amore di Dio, la mia fede in un servizio agli altri. L’occasione mi venne da una proposta dei Missionari che vedevano l’urgenza di iniziare a Solothurn una scuola per i bambini italiani, che giravano con la chiave al collo, mentre i genitori erano impegnati in turni di lavoro stressanti. Questa esperienza mi appariva significativa anche per la mia ricerca di vita.
Certamente i Missionari si erano dati molto da fare per questa iniziativa, ma avevano trovato difficoltà e opposizione da parte delle istituzioni consolari e, così, quel progetto di scuola non andò in porto. Da parte mia, allora, dovevo scegliere o di ritornare a casa o di fermarmi alla Missione di Solothurn, dove c’era da fare per i piccoli e per i grandi… In effetti, la realtà dura dell’emigrazione italiana di allora richiedeva una molteplicità di servizi e di interventi ed erano necessari tanti collaboratori disponibili ad un progetto di Missione Cattolica Italiana che si stava formando e organizzando. Una gamma di attività che si estendeva dalla catechesi alla liturgia, dalle pratiche d’ufficio più diverse alle visite negli ospedali e in tante famiglie disseminate alla periferia; dall’asilo alla mensa, dove in un’ora e mezzo si dovevano servire anche più di cento operai. I Missionari Scalabriniani, con un instancabile impegno, cercavano di costruire ponti di collaborazione tra italiani e svizzeri, tra migranti del nord e del sud, oltre ogni discriminazione; povertà, sacrificio e solidarietà costituivano il passaporto per superare frontiere di ogni tipo.
Pur non potendo fare la scuola, decisi di rimanere a Solothurn, offrendo la mia disponibilità in diversi ambiti e servizi. Affidandomi al nuovo, l’esperienza dell’emigrazione che io stessa facevo mi affascinava quasi per gli stessi contrasti che mi mettevano spesso in esodo: separazione, estraneità e dolore richiedevano speranza, comunione, l’impegno della vita. Oggi vedo che Qualcuno faceva la mia storia e mi portava, attraverso tunnel più o meno lunghi, in una terra nuova che non era solo geografica. Solothurn per me voleva dire missione, spirito scalabriniano, emigrazione: una realtà che progressivamente mi apparteneva e diventava la mia pelle.
Tutto questo mi pare chiaro ora. Ma da dove mi veniva la forza di non tornare indietro? Ricordo che appena arrivata, proprio di fronte ad un futuro che si chiudeva alle mie aspettative, intuivo che la scelta più profonda che dovevo fare era quella di radicarmi in un rapporto verticale di fede con Dio, dal quale attendere quel futuro per cui volevo spendere la mia vita. Un martedì a pochi giorni dal mio arrivo, prima di entrare nella mensa per il servizio del mezzogiorno mi avviai rapidamente nella chiesetta dello Spirito Santo, a due passi dal vecchio Hotel Adler. Era il 25 luglio. Un insieme di sentimenti, tra la paura e la fiducia, mi attraversavano. Quel Dio che mi aveva portata fin lì mi faceva cogliere nella mia stessa esperienza la presenza, piena di amore, del suo Figlio crocifisso e risorto. In quel momento di preghiera gli dissi il mio sì, consegnandogli totalmente la vita. Questo voto segreto divenne il mio punto di riferimento e la mia speranza: capiti quel che capiti, poteva capitarmi tutto, ero consegnata a Dio e per sempre. Mi ero messa nelle sue mani e l’essermi affidata a Lui era la mia forza e la mia gioia».

Camminando “sulle strade dell’esodo”, la nostra presenza nel mondo

«Quella gioia - così continua Adelia - non mi lasciò neanche quando la storia si fece più difficile e complessa. Le cose in effetti stavano diventando molto più grandi di quello che avrei potuto immaginare: si andava formando una comunità missionaria, un cammino che procedeva anche con l’apporto dei Missionari Scalabriniani e della Chiesa locale, particolarmente accogliente nei confronti dei migranti. Fin dagli inizi non mancarono opposizioni e ostacoli, che sembravano talora interrompere la strada, ma la speranza non cadeva e, di fatto, la comunità si sviluppava anche con l’arrivo di altre Missionarie di diverse provenienze e nazionalità.
Il dono dello Spirito del Risorto, che si è fatto presente sui nostri passi, non ha mai lasciato che si spezzasse il filo rosso del suo amore e della sua fedeltà e nonostante la nostra piccolezza anche numerica - siamo attualmente una cinquantina di Missionarie - ci ha portato da Solothurn in altre città d’Europa: a Basilea, a Stoccarda, a Milano, a Roma, e oltreoceano: a São Paulo in Brasile e a Città del Messico, dove viviamo in piccole comunità internazionali.
La stessa emigrazione ci ha condotto verso frontiere sempre nuove: da una presenza tra i migranti italiani in Europa ai migranti interni e agli illegali latino-americani in Brasile; dai migranti turchi in Germania agli immigrati extra-europei in Italia, ai profughi e rifugiati di tutti i continenti in Svizzera e in Germania, e qui anche tra i migranti portoghesi, offerti ad un mercato del lavoro sempre più mobile e precario; recentemente poi anche a Città del Messico, dove tanti migranti, respinti alle frontiere, vivono la traumatica attesa del rimpatrio.
Fin dall’inizio, insieme al dono di condividere la vita dei migranti, le tracce di una spiritualità - seminata sui nostri passi e che via via ci faceva conoscere il cuore di G.B. Scalabrini - ci aiutavano a vivere le difficoltà dell’esodo… nella festa, nella speranza viva che è racchiusa nel mistero stesso della Pasqua; a non separare la preghiera dalla missione, la contemplazione dall’azione, la fede dalla vita.
Sempre in cammino, sulle strade dell’esodo, la nostra ricerca verso il futuro era quella di partire da dove G.B. Scalabrini partiva: dalla centralità appassionante di Gesù crocifisso e risorto, dalla totalità del Regno di Dio, dalla Chiesa, prolungamento del Verbo incarnato che, estendendosi nell’uomo, gli rendeva prossimo il mondo. Così, una consacrazione secolare ci poteva portare nei deserti sociali e umani delle migrazioni, per entrarvi con un servizio concreto di amore, che ci faceva avvicinare a Dio stesso: “Ero straniero e mi avete accolto… lo avete fatto a me” (cfr. Mt 25,31-46)».

Un Istituto Secolare nella Famiglia Scalabriniana

Nella nostra vita missionaria si staglia su tutto la gratitudine per il dono di Dio che ci chiama a vivere la consacrazione secolare nel mondo dei migranti. Nell’espressione piena della nostra condizione laicale, assumiamo la vicenda migratoria perché sia trasformata in un’esperienza di vita cristiana, che può cogliere i profondi legami che uniscono gli uomini oltre tutte le frontiere, diventando testimonianza di relazioni nuove nelle realtà e situazioni quotidiane della vita.
La vita consacrata si esprime in tante forme diverse. I membri degli Istituti Secolari non solo sono chiamati a vivere nel mondo la propria consacrazione, com’è per quasi tutte le forme di vita consacrata, ma a loro è affidato come missione particolare il riferimento al mondo e a tutte le sue realtà, specialmente alle situazioni ordinarie della vita comune a tutti.
Prendersi a cuore il rapporto con il mondo - che non è solo fuori, ma anche dentro di noi - significa per i membri degli Istituti Secolari imparare a riconoscere in tutti gli ambienti, cioè nel luogo sociologico - che per noi è la situazione migratoria - il luogo teologico, cioè il luogo in cui è presente come tesoro nascosto Gesù Crocifisso e Risorto, una presenza che vuole crescere e riempire ogni realtà. Sulla certezza di questa Sua presenza, siamo chiamate a vivere nello spirito delle beatitudini le situazioni ordinarie, negli ambienti più diversi, secondo la modalità del sale e del lievito, che mescolati alla farina spariscono perché tutta la pasta fermenti.
Il Regno di Dio già presente nella storia, come un seme gettato nel terreno, ha bisogno di apporti diversi per crescere, tanti quanti sono i doni e le vocazioni: per esempio, è prezioso il servizio di chi si pone nel mondo come proposta alternativa o come luce sul monte, come anche di chi entra nelle situazioni a modo di fermento, che dal di dentro lavora e fa lievitare la pasta. In ogni missione, però, il vero fermento, il vero lievito non siamo noi, ma è Gesù.
Così, la consacrazione secolare, rimanendo sulla strada di ogni cristiano laico, vuole diventare un segno nitido che rimanda al vero lievito che è Lui; un segno attraverso le vie della povertà, della castità e dell’obbedienza secondo la stessa forma di vita di Gesù, vie umili per lasciare tutto lo spazio alla Sua politica sorprendente di comunione, potenza di amore trasformante il mondo.
Siamo vasi di creta, che portano in sé un inestimabile tesoro: lo possiamo testimoniare imparando - attraverso la vita dei voti di povertà, castità e obbedienza - a morire a noi stesse, perché venga il Regno di Dio in ogni ambiente, in ogni situazione e nelle relazioni con tutti.
Solo così possiamo rispondere alla vocazione, alla missione particolare che la Chiesa ci affida, lì dove siamo, nei campi più diversi (per es. nel servizio sociale, nei centri di prima accoglienza alla frontiera; nei centri studi scalabriniani, nella scuola, nei corsi di lingua, nelle università, nella ricerca scientifica; negli ambienti di lavoro di tanti migranti, come il centro di smistamento della posta, la cucina di una mensa universitaria, oppure in campo ospedaliero, sia come infermiera, medico o dentista, oppure ancora negli ambienti della musica e della danza…), tra i colleghi di lavoro o di studio, magari lì dove tutti sanno che vivi in una comunità missionaria, ma anche lì dove per diversi motivi non lo sanno…; a volte in un ambiente di lavoro totalmente estraneo alla Chiesa, altre volte in un impegno più direttamente pastorale (per es. in una parrocchia svizzera, in una missione scalabriniana, nella pastorale universitaria).
La nostra vocazione ci invia ad entrare in ogni ambiente con fiducia, sapendo che lì sono presenti semi di Vangelo che chiedono di essere riconosciuti e valorizzati per poter crescere; ad incontrare con stima ogni persona; a preferire la via del dialogo e della collaborazione con tutti, il servizio umile e il rimando, almeno implicito, ad una comunione sempre più grande, anche là dove ti trovi a portare delle responsabilità in prima persona.
G.B. Scalabrini in ogni sua azione partiva dalla totalità e da lì si calava nel particolare storico, avendo sempre presente l’uomo globale e il suo destino escatologico. Mentre, infatti, interveniva efficacemente nelle situazioni concrete, non perdeva mai di vista il piano di Dio, cui continuamente si riferiva e da cui traeva ispirazione per il suo agire. Questa grande visione gli permetteva di cogliere lo svolgersi del disegno di Dio nella storia, anche e proprio attraverso le “catastrofi” .
Il modo ecclesiale della sua azione era nutrito dalla contemplazione (“Video Dominum innixum scalae”) che lo abilitava a vedere ovunque Dio che dona se stesso e scende verso l’uomo fino ad identificarsi con lui; era nutrito dalla Parola e soprattutto dall’Eucaristia, corpo spezzato e sangue versato per radunare in sé le genti disperse .

Emigrazione come lente d’ingrandimento

In un famoso discorso agli Istituti Secolari Paolo VI nel 1976 ha usato un’espressione che ha fatto storia: possiamo vedere gli Istituti Secolari quasi come “il laboratorio sperimentale nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo”. E il mondo in cui siamo chiamate a vivere la nostra vocazione scalabriniana - come "laboratorio sperimentale" - è quello della mobilità umana, dei migranti e dei rifugiati. L’emigrazione è una realtà complessa, che non può essere considerata un settore, perché è come una grande lente d’ingrandimento attraverso la quale viene in risalto il mondo con tutti i suoi drammatici problemi, le sue ingiustizie, l’incapacità di una convivenza umana, ma anche possono emergere “le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti ed operanti nelle realtà del mondo” (EN 70).
"Laboratorio sperimentale" è quel laboratorio dove si tenta qualcosa di nuovo. Se il progetto di Dio è un progetto di comunione - l'edificazione dell’unico Corpo di Cristo - allora il laboratorio non può che essere un laboratorio di relazioni nuove, dove l’altro, lo straniero, è riconosciuto come un mistero prezioso; laboratorio dove si impara ad ascoltare chi è diverso per cultura o religione, ad accogliere ogni altro, a perdonare, a vivere la comunione dei beni.
Nella nostra storia e nel laboratorio di vita vissuto nella stessa comunità, abbiamo potuto sperimentare che la scelta di mettere i beni in comune, vissuta nei luoghi e nelle condizioni in cui la nostra consacrazione secolare ci porta, può diventare fermento di criteri nuovi nel mondo. Infatti la comunione dei beni sia spirituali che materiali (cfr. Atti 4,32.34) rimanda al progetto di comunione che il Padre ha per l’umanità intera: ogni bene messo in comune, in quanto è sottratto ad un’economia ingiusta che separa gli uomini, affretta i passi del regno di Dio nel mondo e nelle sue strutture. La logica della comunione eucaristica sovverte ogni logica economica di sfruttamento dell’uomo.

Centri Internazionali: un progetto formativo che si allarga a tanti

Mentre camminiamo in questa esperienza sentiamo l'urgenza di annunciare a tutti quelli che incontriamo - specialmente ai migranti e ai giovani, futuro della Chiesa e del mondo - che è possibile vivere relazioni nuove nell’accoglienza e nella comunione tra le diversità. Per questo sono nati i Centri Internazionali: a Solothurn, a Milano, a São Paulo, a Città del Messico, come già a Stoccarda il Centro di Spiritualità per giovani dei Missionari Scalabriniani. I Centri sono come laboratori di rapporti in cui cogliere anche il senso positivo e arricchente del migrare, dell’esodo, della convivenza; per scoprire nel campo dell’emigrazione e nella vita di ognuno il tesoro nascosto della Pasqua e della comunione trinitaria. È una formazione cristiana aperta a tutti, in particolare ai migranti e ai giovani, una formazione che vuole favorire l’accoglienza di ogni persona nella sua diversità.
Questo obiettivo viene sempre più recepito dalle Chiese locali come un servizio ecclesiale per la crescita della stessa dimensione cattolica della Chiesa, che nell’accoglienza dei migranti di ogni cultura e provenienza può esprimere, in ogni luogo, il suo volto universale. Una dimensione che ha bisogno di farsi strada soprattutto nel piccolo, nella quotidianità degli ambienti, dove le diversità si incontrano ma anche si scontrano.
Non è sempre facile questo compito formativo che punta sulla persona, sulle relazioni e sulla comunione, in una società dove il primato della globalizzazione tende ad uniformare, ad isolare, ad emarginare. Questo richiede non solo un continuo aggiornamento, ma una trasformazione personale.
È necessario abitare e rimanere nel segreto profondo della realtà eucaristica per poter ricevere quella comunione di figli e fratelli che a livello orizzontale è impossibile realizzare, specialmente tra le tante diversità che incontriamo. L'Eucarestia è proprio quel “deposito di frumento che, come diceva G.B. Scalabrini, se immesso nei diversi strati sociali, cioè nelle classi dirigenti, tra i giovani, nelle famiglie, renderà più sapiente questo mondo confuso e disorientato e radunerà le genti disperse nell'unico Corpo di Cristo” . Occorre partire ogni giorno dalla certezza che non manca il Pane di vita capace di trasformare il mondo. (Maria Grazia Luise e Anna Fumagalli, MSS).
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(Il Dossier è stato curato da S.L. – Agenzia Fides 4/6/2005)

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